Agosto 14, 2026
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L’economia globale rallenta nonostante gli stimoli fiscali Usa. Il debito privato americano fa paura

Il sistema economico USA non è in grado di reggere una recessione senza subire una colossale ondata di default sul debito privato e una conseguente depressione economica.

di Maurizio Novelli, gestore Lemanik Global Strategy Fund

L’economia globale conferma l’accentuarsi della fase di rallentamento nonostante i costanti e significativi stimoli fiscali implementati sia prima che dopo gli eventi del 2020. Il contesto economico globale si appresta a subire il pericoloso effetto concomitante di un cedimento del ciclo finanziario e un cedimento dei drivers di crescita trainanti dell’ultimo ventennio.

Per cercare di contrastare tali cedimenti, gli Stati Uniti hanno aggressivamente spinto sulla politica fiscale, che è diventata il principale fattore di sostegno al ciclo economico. Il problema principale è che le politiche implementate sono state finalizzate nel cercare di sostenere un modello di sviluppo in crisi e non più sostenibile piuttosto che cercare di riformarlo. E’ quindi evidente che le politiche monetarie e fiscali implementate negli ultimi 15 anni non hanno risolto i problemi strutturali, bensì li hanno peggiorati, infilando l’economia mondiale prima nella trappola del debito privato e ora in quella del debito pubblico. Oggi i problemi macroeconomici strutturali che pesano sul ciclo si possono sintetizzare nei seguenti punti.

1) E’ Iniziata di una crisi demografica che coincide con il rallentamento della spinta alla crescita economica fornita dalla generazione dei Baby Boomers. La crescita fino al 2000/2003, generata da consumi sostenuti dai redditi e non dal debito, ha ceduto il passo a crescita sostenuta da consumi alimentati dal debito privato. La domanda finanziata dal debito ha raggiunto il 20% dei consumi USA.
2) Il cedimento dei redditi reali dopo la crisi del 2001, accentuato dalla delocalizzazione produttiva in Cina, ha generato un modello di crescita che ha favorito in modo accentuato il settore corporate. Le aziende hanno beneficiato di bassi costi produttivi, contenuta pressione salariale, tassi bassi e tasse quasi a zero. Il calo del potere d’acquisto dei redditi è stato quindi compensato dal debito. Il ciclo del debito si è concentrato nel 2004-2008 sul Real Estate e dal 2010 ad oggi nel credito al consumo

3) A partire dal 2005 l’economia mondiale ha beneficiato della straordinaria urbanizzazione e dello sviluppo industriale della Cina. Tale evento, non più ripetibile, è stato uno dei principali motori di crescita globale e ha iniziato ad entrare in crisi con il cedimento del settore immobiliare e con la pandemia del 2020.
4) La pandemia del 2020 ha colpito l’economia americana e cinese al massimo del suo leverage basato su credito speculativo, sostenuto da oltre 15 anni di QE. Gli Stati Uniti sono particolarmente vulnerabili in alcuni segmenti del debito speculativo privato (Private Equity, Venture Capital, Private Credit e Shadow Banking in genere) e i cinesi nel settore del Real Estate. Gli interventi fiscali USA hanno finora tamponato la situazione ma la loro intensità non fa che evidenziare la dimensione del problema e non è sostenibile.

Il contesto geopolitico si è talmente compromesso da mettere in discussione gli equilibri commerciali, monetari ed economici sui quali si è basato l’assetto economico globale definito a Bretton Wood. In parallelo con tali problemi macroeconomici c’è il rischio di un cedimento concomitante del ciclo finanziario che ha sostenuto i consumi finanziati, ha finanziato il Real Estate cinese, ha canalizzato ingenti risorse nel settore illiquido dello Shadow Banking System e ha gonfiato la dimensione del credito speculativo nel sistema. Il ciclo finanziario che ha sostenuto tali settori si è messo in moto dopo il 2010 ed è stato caratterizzato da:
– ultradecennale politica monetaria espansiva di Quantitative Easing;
– ripetuti e sistematici interventi di salvataggio a favore del settore finanziario (Crisi del mercato dei Repo nel 2018, Crisi Covid nel 2020, Crisi bancaria USA nel 2023). Il settore finanziario, nonostante il supporto pubblico e monetario ha sempre mostrato una elevata vulnerabilità;
– aumento dei tassi, che in concomitanza con la crisi inflazionistica del 2022 non ha mai drenato la liquidità in eccesso per continuare a puntellare le bolle speculative e la vulnerabilità del sistema finanziario. La FED ha sempre fornito iniezioni di liquidità nel sistema tramite un significativo aumento delle riserve bancarie e l’utilizzo di liquidity facilities. La riduzione del bilancio FED è stata quindi compensata dall’intervento di acquisto di titoli di stato da parte delle banche, finanziate dall’iniezione di riserve in eccesso da parte della FED. Il QE, diretto o indiretto, in sostanza non si è mai interrotto.

Il ciclo finanziario globale sta entrando in crisi a causa del boom del debito privato, sostenuto dal QE ultra decennale, ha prodotto una colossale allocazione di capitale di rischio a investimenti non più remunerativi (Misallocation) in molti settori dell’economia (Private Equity, Venture Capital, Commercial Real Estate, Real Estate cinese, ecc). I nuovi driver di crescita emergenti (AI e transizione energetica) non sono attualmente remunerativi e aggiungono ingenti allocazioni di investimenti a progetti che, al momento, distruggono capitale e producono reddito solo per pochissime società, aumentando la percentuale di concentrazione di rischio finanziario ma anche la misallocation di capitale nell’economia globale. La transizione green ha avuto un devastante impatto sul settore auto globale, mentre gli investimenti in datacenters per l’implementazione di AI divorano capitale e non producono attualmente reddito. Tali investimenti richiedono inoltre una alta intensità di energia che aumenta i costi energetici per gli altri settori dell’economia. Il moltiplicatore monetario, nonostante l’ingente liquidità nel sistema tuttora presente, perde quindi sempre più di efficacia sull’economia reale e fornisce solo carburante alle bolle speculative finanziarie.

Per compensare il cedimento del moltiplicatore monetario i policy makers si sono attivati con aggressive politiche fiscali espansive. Tali politiche hanno inizialmente contrastato il cedimento del ciclo finanziario (o ciclo del debito privato) ma anche il moltiplicatore fiscale sta ora perdendo trazione, al punto che l’economia USA necessita di sempre più debito per crescere in media solo del 1,5%-1,8%. Anche l’economia cinese sta subendo l’impatto della Balance Sheet Recession nel settore immobiliare, e cerca di contrastare il deleverage con un deficit Pil del 6% all’anno. Le dimensioni dei deficit di bilancio di Cina e Stati Uniti sono strettamente correlate alla dimensione del problema strutturale dell’economia. Anche le economie occidentali (Europa e Stati Uniti in particolare), come la Cina, hanno iniziato a “politicizzare” i dati macroeconomici per non ammettere la situazione di crisi.

Poiché il ciclo finanziario ultra decennale ha gonfiato bolle speculative sistemiche in quasi tutti i segmenti del mercato finanziario (Equity, Private Equity, Crypto, Credito Speculativo, ecc.), il sistema è altamente vulnerabile e non è in grado di reggere una recessione senza subire una colossale ondata di default sul debito privato e una conseguente depressione economica. Questo è il motivo principale per il quale le politiche fiscali non possono essere fermate e la Banca Centrale del mondo (la FED) deve essere controllata dalla politica per introdurre la monetizzazione del debito.

Il credito speculativo nell’economia americana è sottostimato a circa 12 trilioni di USD, più o meno il 50% del PIL. Una parte di questo debito non era solvibile con i tassi a zero, non è solvibile con i tassi al 5% e non sarà solvibile se i tassi tornano a zero. In realtà l’unica soluzione possibile sarebbe quella di avviare politiche di ristrutturazione del modello economico con:
– Politiche fiscali espansive esclusivamente mirate ad aumentare i redditi reali per rendere la crescita meno dipendente dalla domanda finanziata e ridurre il leverage del settore privato.
– Politiche fiscali restrittive per il settore Corporate, che opera in regime Tax Free, per finanziare le politiche fiscali espansive.
– Gestione selettiva del credito insolvente per evitare un deleverage disordinato.
– Tassazione dei Buy Back e detassazione degli investimenti reali nell’economia.

Introdurre capital gain decrescenti in proporzione al tempo di detenzione di un investimento per ripulire i mercati dall’eccesso di speculazione di breve termine e favorire gli investimenti (Tobin Tax) di medio-lungo termine. Il problema è che attualmente nessuno ha il coraggio di implementare tali politiche economiche, perché sarebbero negative per il settore finanziario e per la borsa americana. Così, per difendere le bolle speculative, si persevera nel modello che ci ha infilato nella trappola del debito con nuovo debito, e le riforme saranno giustificabili solo in seguito ad una crisi sistemica. Poiché i rischi di sistema sono però sempre più elevati, gli Stati Uniti hanno iniziato a prepararsi ad un evento di crisi, introducendo norme di emergenza sul blocco dei capitali esteri in uscita, potenziale chiusura delle linee swap sul Dollaro, controllo governativo della FED, controllo della curva dei rendimenti, dispiegamento della Guardia Nazionale nelle principali città americane.

la Fed taglia i tassi, la BoE attende, le commodity puntano al superciclo

La Federal Reserve avvia il ciclo di allentamento, la Banca d’Inghilterra resta ferma; domanda solida e vincoli di offerta rafforzano le prospettive a lungo termine per le materie prime.

Le previsioni degli analisti più saggi, e cioè di una decisione della Fed più cauta rispetto al mega taglio sognato da Trump, è stata pienamente rispettata, e la Federal Reserve ha ridotto il tasso di riferimento di 25 punti base (al 4,00-4,25%, il primo taglio da dicembre).

Ad oggi, la maggior parte dei funzionari prevede almeno altri due tagli entro fine 2025 e cinque tagli in totale entro la prima metà del 2026; questo dovrebbe compensare la dichiarata delusione del presidente americano per il taglio “poco coraggioso” appena effettuato. La Federal Reserve, in particolare, segnala di voler sostenere crescita e occupazione, soprattutto di fronte ai segnali di indebolimento del mercato del lavoro, restando però vigile sull’inflazione. Ma la pressione politica crescente per ulteriori tagli ai tassi rende la posizione del presidente Jerome Powell sempre più difficile. Riuscirà davvero a decidere riunione per riunione, come sostiene, o sarà costretto a cedere alle pressioni esterne?

Ma mentre la Fed avvia l’allentamento, molte banche centrali restano in attesa: nessun taglio da parte di BCE e Banca del Giappone. La Banca del Canada ha invece ridotto i tassi di 25 punti base, segnalando un’inflazione in calo e i timori legati al mercato del lavoro. Nel Regno Unito, la Banca d’Inghilterra ha mantenuto il tasso di riferimento al 4% e ridotto il ritmo del quantitative tightening, abbassando l’obiettivo di vendita di bond da 100 a 70 miliardi di sterline. Con un’inflazione ancora alta (3,8%), l’economia del Regno Unito non è ancora ritenuta “fuori pericolo”. Dopo il taglio della Fed, comunque, i titoli tech hanno trainato i listini europei, probabilmente sulla scorta della previsione di un analogo abbassamento dei tassi alla prossima riunione della Bce.

Relativamente alle materie prime e ai metalli preziosi, dopo il taglio dei tassi della Fed l’oro spot ha rallentato a causa del rafforzamento del dollaro, ma resta vicino ai massimi storici (circa 3.707 $/oncia questa settimana). Diverse banche, tra cui UBS, prevedono un rialzo fino a 3.800 $ entro fine 2025. Invece rame, terre rare e altri minerali strategici potrebbero entrare in una fase di rialzo a lungo termine. La forte domanda da veicoli elettrici, rinnovabili e infrastrutture IA/dati, unita a vincoli geologici e sottoinvestimenti, rafforza l’idea che il potenziale delle commodity sia sottovalutato. 

Mercato azionario positivo, in attesa che la Fed tagli i tassi

Nessuna recessione tecnica Usa all’orizzonte, grazie a utili solidi, consumi resilienti e all’apertura della Fed su un possibile taglio dei tassi.

di Filippo Garbarino, gestore del fondo Lemanik Global Equity Opportunities

Nonostante l’incertezza legata ai dazi, i piani di spesa in conto capitale per il 2025 non sono stati materialmente rivisti al ribasso dalle aziende USA e questo è un segnale di grande fiducia nella performance del loro business e dell’economia americana più in generale.

Inoltre, la Fed ha segnalato una crescente apertura a un taglio dei tassi d’interesse, nel caso in cui la disinflazione dovesse proseguire o il mercato del lavoro peggiorasse. Per questo, non ci aspettiamo una recessione tecnica nel breve termine, benché l’economia Usa stia attraversando una fase di rallentamento. A sostenerla, sono i recenti risultati aziendali e le stime economiche per il 2025, che si sono dimostrati solidi, specialmente nel settore tecnologico. Inoltre, i dati relativi alle carte di credito mostrano una notevole resilienza dei consumi.

L’attuale contesto dei mercati azionari resta positivo. L’incertezza legata ai dazi abbia raggiunto il suo picco, dato che le notizie recenti su questo fronte sono migliorate. Il mercato continuerà inoltre a essere sostenuto da solidi utili aziendali e da ritorni di capitale agli azionisti, inclusi i buyback. Nell’economia USA permangono, tuttavia, due aree di debolezza: il settore manifatturiero, con l’indice ISM che indica ancora una fase di contrazione, e il mercato immobiliare, che resta stagnante a causa degli elevati tassi sui mutui. In ottica di investimenti, il nostro portafoglio ha l’obiettivo di battere i benchmark di settore nel medio periodo in una pluralità di scenari di mercato ed è sovrapesato sul settore finanziario, industriale, chimico e dei beni di consumo discrezionali. Mentre non ha banche, technology hardware, beni di consumo non discrezionali, farmaceutici, immobiliare e utilities. Anche il settore tecnologico è sottopesato per esempio su Applied Materials.

Trump contro il “fuoco amico” federale: gli Stati Uniti sarebbero distrutti senza i dazi doganali

Le entrate tariffarie hanno raggiunto i 183,1 miliardi di dollari per l’anno fiscale in corso, ma la sentenza della corte d’appello federale ha inferto un duro colpo alla politica commerciale di Trump.

Il Presidente Donald Trump ha scritto domenica in un post su Truth Social che il Paese sarebbe “completamente distrutto” senza i “trilioni di dollari” di entrate tariffarie che entrano nell’economia statunitense. La rivelazione è arrivata pochi giorni dopo che una corte d’appello federale ha stabilito che Trump aveva oltrepassato i suoi limiti di autorità utilizzando i poteri di emergenza per imporre nuovi dazi sulle merci importate.

Trump ha a lungo pubblicizzato i dazi come una fonte chiave di entrate governative e, a pochi mesi dall’entrata in vigore delle sue radicali politiche commerciali, miliardi di dollari erano già confluiti nelle casse federali. Tuttavia, la sentenza ha inferto un duro colpo alla politica commerciale di Trump, un pilastro fondamentale della sua agenda economica, che si basa fortemente sui dazi per aumentare le entrate ed esercitare pressione sui partner commerciali esteri. Il Procuratore Generale Pam Bondi ha dichiarato che il Dipartimento di Giustizia presenterà ricorso contro la sentenza alla Corte Suprema. Nel frattempo, la corte ha consentito che i dazi rimanessero in vigore fino a metà ottobre.

Le entrate tariffarie sono aumentate costantemente da circa 17,4 miliardi di dollari ad aprile a 23,9 miliardi di dollari a maggio, prima di salire a 28 miliardi di dollari a giugno e raggiungere il picco di 29,6 miliardi di dollari a luglio. Secondo gli ultimi dati del Dipartimento del Tesoro su “Imposte doganali e alcune accise”, pubblicati il ​​28 agosto, le entrate tariffarie totali hanno raggiunto i 183,1 miliardi di dollari per l’anno fiscale in corso. Al ritmo attuale, gli Stati Uniti potrebbero incassare in soli quattro o cinque mesi la stessa quantità di entrate tariffarie dell’intero anno precedente.

Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha precedentemente affermato che l’amministrazione Trump potrebbe destinare parte delle entrate tariffarie alla riduzione del debito nazionale. “Penso che a un certo punto saremo in grado di farlo”, ha dichiarato Bessent durante un’intervista del 19 agosto alla CNBC, aggiungendo che lui e il presidente Trump erano “concentratissimi sul pagamento del debito“. “Penso che ridurremo il deficit rispetto al PIL, inizieremo a pagare il debito e poi, a un certo punto, questo potrà essere utilizzato come compensazione per il popolo americano”, ha affermato. Secondo il Dipartimento del Tesoro, il debito nazionale si avvicinava ai 37,2 trilioni di dollari al 18 agosto. Bessent ha affermato di voler rivedere la stima delle entrate tariffarie di quest’anno al di sopra della precedente proiezione di 300 miliardi di dollari. Pur non avendo fornito una nuova previsione, ha sottolineato che il totale sarebbe stato “sostanzialmente” più alto.

Con il “Trumpalismo” gli Stati Uniti hanno voltato le spalle al capitalismo di libero mercato?

Un tempo i repubblicani credevano che i governi dovessero farsi da parte. Oggi, invece, Trump sta facendo sentire la sua influenza in ogni angolo dell’economia americana.

Di Callum Jones (The Guardian)*

Quando Ronald Reagan divenne il primo presidente degli Stati Uniti a parlare alla Grande Sala del Popolo cinese nel 1984, non perse occasione per spiegare al pubblico i vantaggi dello stile di vita americano. Egli riassunse la sua ideologia economica centrale e quella del suo partito repubblicano – secondo cui i governi dovrebbero farsi da parte, lasciare alle aziende, alle industrie e ai mercati lo spazio per prosperare, senza interventi – in un semplice mantra: fidarsi del popolo. Infatti, mentre il presidente Mao Zedong, fondatore della Repubblica Popolare Cinese, si era fondamentalmente opposto al libero mercato e al capitalismo, Reagan sosteneva che le società che godevano del “progresso più spettacolare” erano quelle in cui alle persone era stato “permesso di pensare con la propria testa, prendere decisioni economiche e trarre vantaggio dai propri rischi“.

Cosa avrebbe pensato Reagan di un Paese che, nel giro di poche settimane, è diventato il maggiore azionista di un produttore di microchip, ha preteso una riduzione delle vendite all’estero delle aziende in cambio di licenze di esportazione e ha licenziato un funzionario dell’ufficio statistico dopo che i dati governativi avevano messo in imbarazzo il partito al potere? Solo nell’ultima settimana, alti funzionari governativi del Paese hanno fatto pressioni per esercitare il controllo sulla banca centrale, hanno ordinato a un gigante della tecnologia di concludere un accordo con un conglomerato mediatico a loro favorevole; e hanno sollecitato con successo una catena di ristoranti a revocare un rebranding.

No, questa non è la Cina, ma gli Stati Uniti, sotto un presidente repubblicano, nel 2025. Donald Trump, anziché aderire ai principi di libero mercato (governo limitato e capitalismo senza freni) che il suo partito ha sostenuto per una generazione, sta facendo sentire la sua influenza in ogni angolo dell’America aziendale. Trump si è assicurato una “golden share” nella US Steel, approvando al contempo la controversa acquisizione dell’acciaieria da parte di Nippon Steel per 14,9 miliardi di dollari, e afferma che la Corea del Sud fornirà 350 miliardi di dollari per investimenti “di proprietà e controllati dagli Stati Uniti, e selezionati da me, in qualità di Presidente”, come parte di un accordo commerciale da lui mediato.

Inoltre, Trump ha convertito quasi 9 miliardi di dollari di sovvenzioni per Intel in una quota del 10% nel produttore di chip – a quanto si dice in cambio del suo sostegno, dopo aver chiesto pubblicamente le dimissioni del suo CEO – e alti funzionari di Trump hanno lasciato intendere che altre aziende siano nel loro mirino. Non contento di ciò, il presidente Trump sta sfidando l’indipendenza della Federal Reserve e sta cercando di ottenere la maggioranza nel consiglio di amministrazione della banca centrale. Questa settimana, ha persino tentato di licenziare uno dei presidenti a causa di accuse non confermate di frode sui mutui, avanzate da un alleato interno alla sua amministrazione.

Ancora, Trump ha licenziato il capo del Bureau of Labor Statistics poche ore dopo che i dati ufficiali avevano rivelato un forte rallentamento della crescita occupazionale sotto la sua supervisione, sostenendo senza prove che i numeri fossero stati “truccati” (ha scelto una sua fervente sostenitrice per sostituirla). Invece di permettere alle aziende private di svolgere i propri affari, senza il coinvolgimento di funzionari pubblici e leader politici, il presidente Trump interviene regolarmente. In base a un “piccolo accordo” da lui stipulato con Nvidia, l’azienda più quotata al mondo fornirà il 15% di alcune vendite di chip in Cina. Apple, minacciata dal presidente di imporre dazi elevati, si è presentata alla Casa Bianca con dei regali: 100 miliardi di dollari in ulteriori investimenti statunitensi e un souvenir con una base in oro 24 carati.

Nessuna questione è troppo piccola per il presidente Trump. All’inizio di questa settimana, Trump si è intromesso nel dibattito sul nuovo logo della catena di ristoranti casual di medie dimensioni Cracker Barrel, inviando il suo vice capo dello staff a parlare con l’azienda e, in ultima analisi, contribuendo a convincerla a revocare la decisione, settimane dopo aver spinto la Coca-Cola a lanciare una bevanda con zucchero di canna anziché sciroppo di mais. Nel frattempo, il partito repubblicano di Trump continua ad accusare gli oppositori politici di cercare di erodere il capitalismo, di perseguire il socialismo e di minacciare di minare il libero mercato. La proposta di Zohran Mamdani, candidato democratico a sindaco di New York, di creare cinque supermercati di proprietà comunale, è “uscita direttamente dal manuale marxista”, secondo il deputato repubblicano Mike Lawler. “I newyorkesi meritano soluzioni, non fantasie socialiste che hanno fallito clamorosamente ogni volta che sono state messe alla prova”, ha sostenuto Lawler il mese scorso. Il senatore del Kentucky Rand Paul è tra i repubblicani più in vista a suggerire il contrario. “Se nel socialismo è il governo che possiede i mezzi di produzione, il fatto che il governo possieda una parte di Intel non sarebbe un passo verso il socialismo?”.

Chiamatelo Trumpalismo. Le ideologie economiche si basano tipicamente su principi, dai fondamenti del libero mercato del capitalismo ai pilastri socialisti della proprietà e del controllo collettivi. Ma questa – elaborata da un uomo che raramente permette a posizioni fondamentali a lungo termine di impedirgli di dire o fare ciò che vuole nel breve termine – è diversa. La mancanza di una posizione sulla questione se il governo federale avrebbe dovuto acquisire partecipazioni in aziende manifatturiere o lasciarle fallire è stato un primo esempio di trumpalismo. L’ideologia passa in secondo piano rispetto agli istinti e agli impulsi di un presidente autoritario, da una settimana all’altra. Il partito repubblicano con cui sono cresciuti i cittadini americani – i repubblicani di Reagan – con Trump è morto e sepolto.

* Tratto, tradotto e impaginato da https://www.theguardian.com/us-news/2025/aug/30/chairman-trump-us-economy 

Pil USA forte e adesso un taglio dei tassi Fed. In Europa la crisi tedesca non si spegne

L’indipendenza della Fed in discussione mentre i mercati si preparano a un taglio dei tassi a settembre. Nel primo semestre ben 11.900 aziende tedesche hanno gettato la spugna.

La scorsa settimana lo S&P 500 ha chiuso a un nuovo massimo grazie ai solidi dati su PIL e consumi USA, che hanno rassicurato gli investitori nonostante le tensioni sui dazi. Nvidia ha perso terreno dopo gli utili, ma l’ottimismo sull’IA ha sostenuto titoli dei chip come Broadcom e Micron. Il 29 agosto, però, i future USA sono scesi mentre gli investitori attendevano i dati sull’inflazione dopo la revisione al rialzo del PIL. Pertanto, nonostante i record dell’S&P 500, restano timori sui tempi del trend dei tagli ai tassi e sui rischi geopolitici, sebbene i mercati stimano l’87% di probabilità di un taglio dei tassi a settembre. Nel frattempo l’oro, spinto dal dollaro debole e dai timori sull’indipendenza della Fed, ha toccato il massimo da 5 settimane a 3.417 $/oncia.  

Ciò che preoccupa di più è la pressione costante che il presidente Trump sta esercitando sulla Fed. Sul tema, l’ex presidente della Fed di New York, Bill Dudley, avverte che il tentativo di Trump di licenziare la governatrice Lisa Cook potrebbe minare l’indipendenza della banca centrale. Se dovesse riuscirci, Trump potrebbe presto nominare la maggioranza nel consiglio della Fed, ottenendo influenza sulla politica dei tassi d’interesse, e ciò aprirebbe la porta a tagli dei tassi guidati dalla politica e a caos interno. I mercati non hanno ancora reagito, ma Dudley ritiene che dovrebbero preoccuparsi. 

Sul fronte dei dazi, giovedì scorso l’UE ha accettato di eliminare i dazi sui beni industriali americani e concedere vantaggi sui frutti di mare, in cambio di dazi USA più bassi sulle auto. L’accordo necessita ancora l’ok dell’UE, mentre restano le tensioni sulla digital tax alle aziende tech statunitensi. In Europa, I titoli bancari sono vicini ai massimi dal 2008, con un +40% da inizio anno, grazie a utili solidi e minori timori di tagli ai tassi. Gli analisti parlano di un “punto ottimale”, ma le tensioni politiche in Francia e l’aumento dei default potrebbero mettere alla prova il sentiment. In più, si è registrato un calo dell’1,5% delle vendite al dettaglio tedesche di luglio (molto peggio delle attese), mentre la debole domanda dei consumatori aumenta la pressione su un’economia già in contrazione. 

E se c’è una fonte di grande preoccupazione per l’economia europea, quella è certamente la situazione in Germania, un tempo locomotiva di tutto il continente. Nel primo semestre del 2025, ben 11.900 aziende tedesche hanno gettato la spugna, un aumento del 9,4% rispetto all’anno precedente. I fallimenti di giganti come Gerry Weber e Lilium mostrano come la crisi può colpire sia aziende con decine d’anni di vita, sia startup in settori potenzialmente esplosivi. A luglio, le insolvenze aziendali in Germania sono aumentate del 19,2% rispetto all’anno precedente; un’escalation che ha fatto svanire le speranze di una ripresa, dopo un breve ed effimero calo a maggio. Secondo l’Ufficio federale di statistica, l’onda di fallimenti non si è mai fermata, e tutto questo sembra essere il segnale di una crisi economica e strutturale che è frutto di errori successi in diversi anni.

 

Sull’azionario USA peserà il dollaro debole. Effetti pesanti per chi detiene asset americani

E’ impossibile per Trump “nazionalizzare” il mercato dei cambi come ha fatto con i mercati finanziari. Il Dollaro pertanto pagherà la crisi e la farà pagare pesantemente a chi detiene asset americani.

Di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy

È abbastanza evidente agli addetti ai lavori che la credibilità del sistema finanziario USA sia ormai ai minimi storici e tenda a peggiorare in concomitanza con le difficoltà sempre più evidenti dell’economia e delle politiche per sostenerla. È inoltre un’ulteriore conferma a tale situazione il progetto di eliminare l’indipendenza della FED dalle influenze del governo. Infatti, le pressioni su Powell dimostrano che le politiche fiscali insostenibili hanno bisogno di tassi controllati direttamente da chi produce debito a oltranza. In ogni caso, l’esperienza del Giappone conferma lo scenario in corso per l’economia USA, infatti anche BOJ ha ceduto la sua indipendenza in concomitanza con la crisi dello Shadow Banking giapponese degli anni 90.

La verità, in tutto questo, è che puoi spingere alla gestione passiva per investire senza guardare ai fondamentali, puoi nazionalizzare i mercati azionari e mettere il “controllo della curva” (YCC), puoi “politicizzare” i dati macro per nascondere una recessione ma non puoi nazionalizzare il mercato dei cambi che è globale. Il Dollaro rimane dunque l’asset che pagherà la crisi e che la farà pagare pesantemente a chi detiene asset finanziari americani, sia nel mercato azionario che in quello obbligazionario.

E l’Europa? L’Europa ha una colossale opportunità storica che potrebbe però non cogliere. Il piano di riarmo rischia di essere la classica scelta di prendere tempo per non decidere le riforme strutturali necessarie. Analizzando in dettaglio la spinta fiscale attesa da tale progetto, è evidente che rischia di fare la fine dei piani fiscali di rilancio UE che lo hanno preceduto (Next generation EU, PNRR, ecc). Tutti i piani fiscali di rilancio europei si sono spenti strada facendo, perché? Molto semplice: i piani di stimolo della durata di 10 anni diluiti su periodi troppo lunghi perdono di efficacia dopo due anni in media. Tipicamente l’effetto di stimolo fiscale è sempre di breve termine e ha l’impatto più significativo nella fase iniziale, se poi lo diluisci su periodi temporali troppo lunghi, il moltiplicatore fiscale si spegne mediamente dopo 12/18 mesi.

La vera riforma UE sarebbe la creazione del mercato unico dei capitali e l’emissione degli Eurobonds. Se tutti i paesi membri avessero oggi un rapporto debito PIL al 60%, come è previsto dai parametri di Maastricht, quale sarebbe l’impedimento a trasformare una parte di tale stock di debito in Eurobonds? Se dovessimo decidere oggi di trasformare parte del debito pubblico dei singoli stati in Eurobonds, avremmo immediatamente i seguenti effetti positivi: 1) creazione di un mercato di titoli di stato in competizione con i Treasury americani, 2) attrazione di capitali esteri per finanziare progetti infrastrutturali europei, 3) budget di bilancio dei singoli stati alleggeriti dal reperimento di risorse interne per finanziare progetti Europei tramite debito pubblico locale, 4) le politiche fiscali dei singoli stati sarebbero più focalizzate su progetti interni mentre i progetti UE sarebbero finanziati con debito UE, 5) attenuazione della trappola del debito che affligge alcuni stati europei (Francia, Italia, Grecia, Portogallo), 6) recupero di flessibilità fiscale per i paesi più indebitati.

L’attuale meccanismo di finanziamento UE, che passa esclusivamente attraverso i singoli bilanci statali, richiede politiche fiscali sempre più espansive a livello europeo ma impone contemporaneamente politiche fiscali restrittive ai singoli paesi che devono finanziare l’espansione del bilancio UE. Si delinea quindi all’orizzonte un potenziale conflitto tra le politiche fiscali nazionali e quelle gestite dalla Commissione Europea, che tendono a diventare sempre più rilevanti rispetto a quelle nazionali, nella gestione delle politiche fiscali dell’intera area Euro.

È ormai evidente che nessun paese Europeo, tranne la Germania, è in grado di implementare politiche fiscali adeguate a superare una stagnazione economica. Se le politiche fiscali UE diventano il vero driver della crescita Europea e la dimensione di tali interventi è destinata a crescere, non è concepibile continuare a pensare che possano essere finanziate dal debito emesso da ogni singolo stato, che ha comunque parametri fiscali restrittivi da rispettare. Il vero “game changer” non è dunque il piano di riarmo ma l’implementazione del piano Draghi, che ha come pilastro portante la creazione di un mercato dei capitali in concorrenza con il Dollaro. Non sono particolarmente ottimista sulla determinazione UE a procedere rapidamente verso tale scelta, tuttavia è possibile che una eventuale crisi possa imprimere una accelerazione a tale percorso.

Ovviamente, anche questo non depone a favore del Dollaro nel lungo periodo, e non credo possa essere ben visto dai policy maker americani, che potrebbero fare il possibile per ostacolarlo. In ogni caso, questo è un ulteriore motivo per il quale vedo il rischio di un declino americano sempre più probabile, mentre la Cina non ha ancora sfruttato il potenziale dei suoi consumi interni e l’Europa non ha ancora avviato le riforme necessarie per fare “il salto di specie” e diventare uno dei driver di crescita globale. Allo stato attuale, sembra che l’area che possa uscire meglio da questa situazione è certamente quella di Cina e EM (Asia), mentre l’Europa non ha ancora definito con chiarezza se vuole procedere verso una maggiore integrazione. Quello che appare evidente è che l’attuale capitalizzazione dei mercati americani, costruita sui flussi di capitale dall’estero, è il vero rischio sistemico che nessuno sta veramente prezzando.

Pertanto, è probabile che il Dollaro sia destinato a scendere fino a 1,40 contro Euro e a 120 contro Yen entro 12 massimo 18 mesi, procurando la rottura dei carry trades e innescando un generale risk off sugli assets finanziari USA. L’Oro continuerà l’attuale tendenza rialzista e si prospetta un target di 3700/3800 entro i prossimi 6/9 mesi. Il target che avevo indicato a 3500 entro fine anno è ormai quasi raggiunto ma nel frattempo la situazione si è ulteriormente deteriorata. I mercati azionari USA, nonostante la nazionalizzazione, non riusciranno a reggere il deflusso dei capitali esteri e subiranno l’impatto del cedimento del Dollaro.

Attualmente il 30% degli asset finanziari americani è detenuto da investitori esteri, la più elevata percentuale mai registrata statisticamente dagli anni venti, e superiore a quella raggiunta nel 2000 (25%), prima dello scoppio della bolla sul Nasdaq. Se vuoi difendere tali asset devi stampare tanta moneta quanta ne esce dal sistema, accentuando quindi la crisi valutaria e, di conseguenza, quella finanziaria. La nostra allocazione di portafoglio, long di Oro, short di dollaro e short di Equity, persegue l’obiettivo di offrire una protezione nell’evento di una crisi finanziaria innescata dagli ingestibili squilibri attuali e dalle criticità strutturali, che rendono l’attuale modello economico americano insostenibile e sempre più vulnerabile a una inevitabile crisi.

Gli USA nel pantano della Balance Sheet Recession. Quali differenze con la crisi giapponese degli anni 90?

Le politiche fiscali espansive non hanno impedito la stagnazione e quelle imminenti non modificheranno il ciclo economico. Sarà come nella crisi giapponese degli anni ’90?

Di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy

L’economia internazionale è di fatto ormai in fase di atterraggio nella stagnazione, definita dal mainstream “soft landing”, e sarà alquanto difficile uscire dal pantano nel quale stiamo entrando. Le politiche fiscali espansive in corso non hanno impedito infatti il cedimento del ciclo economico e quelle in fase di approvazione non modificheranno lo scenario. Il motivo principale della perdita di trazione delle politiche fiscali è dovuto alla difficile situazione finanziaria dello Shadow Banking System americano che, ormai da alcuni anni, annaspa in una Balance Sheet Recession con crediti inesigibili, investimenti non più remunerativi e perdite nascoste nei bilanci. Nonostante il settore finanziario cerchi di sbandierare le performance delle borse USA, ormai nazionalizzate, tutto quello che ci sta sotto è in crisi strutturale e sta ormai trascinando l’economia reale nella stagnazione.

Poiché il settore “shadow” gestisce attualmente il 60% del credito all’economia e circa 90 Trilioni di asset (375% del PIL), tra i quali, cartolarizzazioni di ogni tipo, Leverage Loans, CRE, ABS e Private Credit, anche il moltiplicatore monetario è compromesso, e una discesa dei tassi Usa non avrà alcun effetto significativo sul ciclo economico. Nel solo settore del CRE (Commercial Real Estate) il credito in distress è ormai al 25% e nulla sappiamo dei reali tassi d’insolvenza nel Private Credit e nei loans a Venture Capital e Private Equity (5 trilioni di dollari, 20% del PIL). Nel frattempo il governo USA si appresta a dare il via libera alla legge che consente di collocare fondi di Private Equity e Private Credit al retail a tranche da 5000 dollari.

Gli Usa nel pantano della Balance Sheet Recession
Le banche USA sono attualmente il principale fornitore di credito allo Shadow Banking System, che necessita di un costante rollover dei prestiti inesigibili in scadenza per non contabilizzare le insolvenze, ma tale meccanismo non modifica la qualità del credito che rimane comunque insolvente da oltre tre anni. Accade quindi che, mentre i prestiti all’economia reale sono ormai in stallo da alcuni trimestri, quelli allo Shadow Banking crescono a ritmi del 20%. Questa attività di sostegno a colossali posizioni in sofferenza è una delle principali cause di perdita di effetto del moltiplicatore monetario e fiscale.

Così come è accaduto in Giappone negli anni 90, anche gli Stati Uniti sono ora in fase di ingresso nel pantano della Balance Sheet Recession. Esistono però alcune differenze sostanziali tra la gestione giapponese e quella americana: 1) i policy makers americani, a differenza di quelli giapponesi, stanno cercando in tutti i modi di evitare lo scoppio delle bolle speculative e quindi hanno nazionalizzato il mercato azionario sui massimi e messo il cap ai tassi a 10y sui Treasuries (YCC). Il Giappone aveva messo il controllo dei tassi (YCC) ma aveva lasciato esplodere la bolla speculativa sul Nikkei, accentuando la crisi deflazionistica e nazionalizzando i mercati azionari solo in un secondo tempo, quando erano sui minimi.
2) il Giappone ha subito una forte rivalutazione di Yen che ha peggiorato la deflazione mentre gli Usa stanno cercando di imprimere una netta svalutazione di dollaro per creare inflazione e svalutare il debito in termini reali.
3) gli Stati Uniti stanno perseguendo aggressivamente politiche reflazionistiche preventive attraverso la politica fiscale per evitare a tutti i costi una recessione, mentre il Giappone ha lasciato partire un deleverage nel settore privato, ha fatto esplodere la crisi e poi ha avviato politiche fiscali di sostegno.

Sebbene il risultato finale è comunque, nei due casi, un aumento inesorabile del debito pubblico e una stagnazione, gli effetti di breve termine sono per ora sostanzialmente diversi:
A) nel caso del Giappone, la politica fiscale è stata compromessa dal deleverage del settore privato e quindi l’intervento fiscale è stato sistematicamente “bruciato” anno dopo anno. Il debito PIL è salito dal 40% al 240% ma l’economia non è mai veramente ripartita.
B) gli Stati Uniti stanno lottando ferocemente con l’intervento fiscale per evitare una recessione che sarebbe devastante per lo Shadow Banking System e per le banche che lo finanziano (esattamente come nel 2008). La priorità è quindi quella di impedire il deleverage del settore privato e rinviare il problema fin che si può, dato che lo Shadow Banking System ha in pancia un altro 2008.

La criticità di tale ultima operazione è che gli USA non dispongono del risparmio interno per finanziare tale strategia, che si basa su crescita del debito a oltranza con capitali esteri, e rischiano quindi una fuga di capitali e una caduta del dollaro se perseguono nelle politiche fiscali che servono ad evitare la crisi. Sebbene la strategia USA sembra funzionare meglio nel breve termine, ha comunque dei limiti di sostenibilità per mancanza di adeguato risparmio interno per finanziarla. Quindi, mentre tutti parlano delle sciagurate politiche fiscali americane, nessuno si è mai fatto la domanda del perché le fanno.

Evitare il deleverage aggiungendo leverage
Terrorizzati dall’esperienza giapponese, gli USA cercano di evitare il deleverage aggiungendo leverage a oltranza. La perplessità sulla capacità di tenuta del sistema è dovuta al fatto che gli Stati Uniti hanno la divisa di riserva che, a differenza del Giappone, comporta svantaggi in situazioni di questo tipo. La divisa di riserva ti aiuta a fare più leverage di chiunque altro, dato che attrae risparmio estero per finanziarlo, ma accentua il deleverage nelle fasi negative (vedi crisi del 2001 e del 2008). È quindi pro ciclica al ciclo finanziario, nel senso che lo amplifica in senso positivo e negativo. Quindi è del tutto normale e non sorprendente che, nei recenti provvedimenti di legge, si parla di tasse sui capitali esteri e potenziale blocco dei capitali in uscita dagli Stati Uniti. Anche in questo caso, tutti ne parlano ma nessuno si è mai fatto la domanda del perché lo fanno. Tutti parlano dei Century Bonds, previsti nel piano economico di Stephen Miran, ma nessuno si chiede perché gli Stati Uniti avrebbero bisogno di emettere bond a 100 anni a tassi “politici” per farli sottoscrivere dalle Banche Centrali di Europa e Giappone.

Sono ormai 4 anni che il sistema USA è in costante bail out perché è letteralmente “saltato” sul credito speculativo nello Shadow Banking System, alimentato da 14 anni di irresponsabile QE, e tutto quello che viene fatto dai policy makers, guarda caso, conferma ogni giorno tale scenario. Le principali banche americane ricevono da oltre tre anni un sostegno pubblico sistematico attraverso la remunerazione dell’eccesso di riserve erogate della FED. Poiché sono impestate di perdite non contabilizzate e detengono in portafoglio trilioni di Treasuries e MBS a tassi medi del 1,5%, per reggere tali posizioni, ricevono ogni anno il 4% di interesse su 3,6 trilioni di riserve in eccesso fornite dalla FED.

Infatti, analizzando in dettaglio i bilanci delle prime 10 banche USA, si scopre che oltre 60% circa del margine d’interesse è ottenuto grazie alla remunerazione di tali riserve che sono erogate al sistema dalla Banca Centrale. Questi interessi sono pagati dalla FED, ossia dal Ministero del Tesoro, ossia dal bilancio pubblico americano. Ma nonostante questo intervento pubblico per evitare una crisi bancaria come nel 2008, si continuano a fare buy back e a premiare i CEO con bonus milionari. Nessuna ricerca macro proveniente dal mainstream di Wall Street parlerà di questa situazione, ovviamente, dato che ormai la finalità degli intermediari USA è unicamente quella di cercare di tenere i capitali esteri investiti in questo sistema in crisi.

Azionario asiatico, momento positivo: con bassa inflazione le banche centrali abbasseranno i tassi

L’inflazione più bassa consentirà alle banche centrali di abbassare i tassi. Il dollaro Usa si è indebolito rispetto alla maggior parte delle valute asiatiche, e questo è positivo per i loro mercati azionari.

di Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity di Lemanik

I dati economici regionali continuano a indicare un indebolimento dell’inflazione. Questo darà alle banche centrali la possibilità di abbassare ulteriormente i tassi d’interesse se la situazione economica dovesse peggiorare a causa delle attuali discussioni sulle tariffe doganali con gli Stati Uniti. L’Asian Dollar si è ulteriormente rafforzato nel corso del mese, mentre il dollaro Usa si è indebolito rispetto alla maggior parte delle valute. Consideriamo questo sviluppo positivo per i mercati azionari asiatici. L’anticipazione degli ordini di esportazione si tradurrà probabilmente in un indebolimento della produzione industriale asiatica nei prossimi mesi. Sarà importante per la regione assistere a una ripresa dei consumi cinesi, poiché il commercio inter-asiatico è maggiore delle esportazioni asiatiche verso il resto del mondo.

La situazione geopolitica globale si è deteriorata a giugno, quando Israele ha attaccato l’Iran e gli Stati Uniti hanno bombardato i siti di arricchimento nucleare iraniani. Tuttavia, la debole risposta dell’Iran, già provato dalla perdita della sua influenza in Siria e dalla distruzione da parte di Israele dei suoi partner di alleanza Hezbollah e Hamas, ha fatto sperare gli investitori in un impatto economico limitato. I prezzi del petrolio hanno invertito il loro iniziale rialzo nel giro di pochi giorni, come ulteriore segnale dell’opinione generale degli investitori su un evento minore.

Nel mese in esame abbiamo ridotto parzialmente l’esposizione in Thailandia a causa della crisi politica in corso. I proventi sono stati reinvestiti a Hong Kong e in Giappone. Prevediamo un aumento della volatilità nel mese di luglio, poiché nel periodo di 90 giorni scaduti il 9 luglio sono stati firmati pochi accordi commerciali. L’imprevedibilità della politica commerciale statunitense rimane il principale fattore di incertezza per i mercati globali. Rimaniamo positivi sui mercati azionari asiatici dal punto di vista fondamentale e delle valutazioni.

 

Boom delle criptovalute fra i giovani. Fra azzardo e investimento, serve maggiore cultura finanziaria

La moda delle criptovalute è in forte crescita, ma manca l’educazione finanziaria di base. I giovanissimi investitori rischiano di bruciare i propri soldi ancora prima di sapere come investirli.

Di Elena Raffone*

Tra il 2022 e il 2024, secondo il Comunicato Consob del 30 luglio 2024, la percentuale di famiglie italiane che detiene criptovalute è salita dal 8% al 18%. Un trend alimentato dalla diffusione di app come Binance e dall’influenza crescente dei social. L’indagine, inoltre, evidenzia che il 58% dei giovani tra 18 e 34 anni usa i social media per informarsi sui propri investimenti, superando carta stampata e web. Il vero problema, tuttavia, rimane la scarsa educazione finanziaria dei giovani italiani. Infatti, mentre una indagine di Wired Italia rivela che il 36% degli italiani si informa sui social per decidere gli investimenti (contro il 34% che usa carta stampata), il PISA 2022 dell’OCSE ci dice che solo il 9% dei giovanissimi italiani sa cosa sia l’interesse composto, mentre solo il 14% conosce concetti come diversificazione o cambio valuta.

Nonostante l’importanza crescente della cultura finanziaria nella vita quotidiana, in Italia manca ancora un percorso obbligatorio e strutturato di educazione finanziaria nelle scuole. Sebbene il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) abbia inserito tra le sue priorità l’alfabetizzazione economico-finanziaria, l’insegnamento rimane per lo più frammentario e affidato a iniziative volontarie o progetti extra-curricolari. Ad oggi, non esiste dunque un obbligo formale che garantisca a tutti gli studenti italiani un’educazione finanziaria sistematica e continua.

Questo gap si riflette nelle competenze rilevate dalle indagini OCSE-PISA, secondo le quali i ragazzi italiani risultano tra i meno preparati in Europa su temi quali gestione del denaro, rischio e strumenti finanziari. E così, senza una formazione coerente e diffusa, i giovani restano esposti a rischi elevati quando si avvicinano autonomamente a strumenti complessi come le criptovalute, aumentando il pericolo di investimenti impulsivi e perdite significative. Infatti, oggi le criptovalute sono viste come la via più facile per ottenere un’entrata veloce. Spesso vengono associate all’idea di guadagni facili, quasi automatici, da raggiungere con poco impegno, pochi click e senza un reale lavoro dietro; nella maggior parte dei casi, tuttavia, la realtà è totalmente opposta: dal punto di vista finanziario, le criptovalute sono asset altamente speculativi, lontani dalla stabilità di strumenti tradizionali come azioni blue-chip, obbligazioni governative o fondi indicizzati. In più, il mercato delle criptovalute è spesso guidato da manipolazioni, rumors e da hype (grande clamore e interesse su indici o strumenti finanziariche potrebbe non essere basato su fondamenta solide, ndr), più che da fondamentali economici reali. Questo lo rende adatto solo a chi ha una propensione al rischio altissima e a chi può permettersi di perdere tutto il capitale investito.

Le criptovalute, in questo momento storico, non sono uno strumento per costruire ricchezza stabile e duratura, ma qualcosa di simile ad un gioco d’azzardo mascherato da investimento. La loro estrema volatilità, la mancanza di regolamentazione chiara e la diffusione di pratiche speculative come l’uso della leva finanziaria rendono questi asset particolarmente rischiosi. Le principali criptovalute, per quanto popolari e apparentemente promettenti, si confermano strumenti estremamente instabili, dominati da fattori speculativi più che da logiche economiche strutturate. Prendendo come riferimento i dati aggiornati a luglio 2025, Bitcoin (BTC), il principale asset digitale per capitalizzazione, ha mostrato una volatilità estrema: dai 40.000€ circa di inizio 2024, è salito fino ai 100.000€ circa a gennaio del 2025, per poi ritracciare bruscamente sotto i 73.000€ nel giro di poche settimane (12 aprile 2025), complice l’inasprimento normativo da parte della SEC statunitense e alcune dichiarazioni restrittive della BCE sul trattamento fiscale delle criptovalute.

Ethereum (ETH), che oggi ha una quotazione di circa 2.500€, ha seguito una traiettoria di crescita significativa, passando da un valore intorno a 2.050€ di gennaio 2024 a un picco di 3.700€ di dicembre 2024, per poi crollare vertiginosamente a 1.365€ ad aprile 2025. In mezzo, nel periodo successivo all’implementazione dell’aggiornamento tecnico noto come “Verkle Trees”, volto a migliorare l’efficienza dello storage e la scalabilità della rete, si sono registrati alcuni disguidi temporanei nei tempi di finalizzazione dei blocchi che hanno contribuito a una perdita di circa il 22% del valore di ETH in meno di dieci giorni, in un contesto di mercato già caratterizzato da elevata volatilità. Ancora più drastico il caso di Solana (SOL) – che oggi quota a circa 160€ – spesso promossa nei canali social come “la crypto della Gen Z”. Dopo essere salita da 92€ (gennaio 2024) a 252€ (gennaio 2025), è scesa a 105€ ad aprile 2025. Durante questo intervallo, in particolare, Solana ha subito un crollo del 38% in sole 72 ore a seguito di un bug che ha paralizzato la rete per 16 ore e dopo l’annuncio di una vendita massiva da parte di un venture fund, dimostrando così che il mondo delle criptovalute è caratterizzato da una volatilità elevatissima.

Questi movimenti non sono anomalie, ma parte integrante della struttura del mercato delle criptovalute. A differenza degli asset tradizionali – che sono legati a bilanci, utili, tassi d’interesse o politiche fiscali – le criptovalute reagiscono in modo amplificato a fattori emotivi, geopolitici o mediatici. In questo contesto, anche un tweet virale, un’intervista di un banchiere centrale o il semplice rumor di un ban da parte di un governo può generare oscillazioni giornaliere del 10-20%. Nonostante ciò, sempre più giovani decidono di esporsi a questi strumenti con strumenti ad alta leva finanziaria, cioè investendo una cifra molto superiore rispetto al capitale reale, grazie a fondi presi in prestito dalla piattaforma. Una leva 10x, ad esempio, permette di movimentare 1.000€ con soli 100€ di margine, ma basta un calo del 10% del valore dell’asset per bruciare completamente l’intera posizione.

In un ambiente così volatile, l’uso della leva finanziaria dovrebbe essere riservato a trader altamente esperti, dotati di strumenti professionali di gestione del rischio, stop-loss dinamici e strategie di hedging. Eppure, molte piattaforme crypto propongono la leva in modo quasi ludico: con un’interfaccia “gamificata”, colori accattivanti e pulsanti come “Long Now” o “Buy with 20x Leverage”, dando l’illusione che basti indovinare il momento giusto per ottenere guadagni vertiginosi. Il risultato? In moltissimi casi, la leva diventa una trappola psicologica, che porta gli utenti inesperti a sovraesporsi, ad aumentare le puntate dopo ogni perdita, e a inseguire una logica da “all-in” simile a quella del gioco d’azzardo. Il rischio di perdere tutto in poche ore non è un’eccezione, ma una dinamica ricorrente nel day trading crypto privo di preparazione.

Peraltro, le criptovalute sono spesso promosse da influencer sui social, che vendono corsi di formazione costosi e promettono guadagni facili e veloci. Tuttavia, molti di questi corsi si rivelano poco più che trappole commerciali, con contenuti superficiali o addirittura ingannevoli, finalizzati a far spendere soldi agli utenti senza garantire una reale preparazione. Questo fenomeno contribuisce ad alimentare un mercato di disinformazione che espone i giovani a rischi ancora maggiori. Il settore crypto è infatti terreno fertile per scam e frodi, dove malintenzionati approfittano della scarsa conoscenza diffusa per proporre schemi piramidali, false ICO (Initial Coin Offering) o token senza alcun valore reale.

Per questi motivi, le criptovalute sono strumenti da considerarsi esclusivamente per investitori esperti, che hanno una solida preparazione finanziaria e sono in grado di valutare i rischi di portafoglio associati a un mercato estremamente volatile e poco trasparente. Un portafoglio ben costruito, invece, prevede la distribuzione del capitale su diverse tipologie di asset – come azioni stabili (blue-chip), obbligazioni governative, fondi indicizzati e solo in misura molto limitata strumenti ad alta volatilità come le criptovalute. Questo approccio consente di bilanciare rischio e rendimento, riducendo la probabilità di perdite gravi. Senza questa preparazione, esporsi a investimenti in crypto equivale a scommettere senza conoscere le regole del gioco. L’educazione finanziaria diventa quindi cruciale: solo con una formazione approfondita e critica si possono evitare scelte impulsive e pericolose. In assenza di questa, il rischio di perdite importanti e di cadere vittima di truffe è altissimo.

In un contesto dove molti giovani puntano tutto sulle criptovalute, spesso affidandosi a consigli su TikTok o corsi a pagamento proposti da influencer privi di competenze reali, manca una visione più ampia e strutturata della gestione del denaro. Le criptovalute vengono trattate come l’unico canale di investimento possibile, ignorando completamente il concetto chiave di portafoglio finanziario diversificato, che rappresenta la base di ogni strategia seria e sostenibile. E così, in assenza di una base solida, le criptovalute non diventano uno strumento di crescita, ma un errore di allocazione che può compromettere l’intero risparmio personale. In una logica di lungo periodo, esporsi in modo eccessivo a un asset così instabile e poco regolamentato senza alcuna strategia complessiva non è solo imprudente, ma anche finanziariamente insostenibile.

* Studentessa di Economia presso John Cabot University e giornalista abilitato