Secondo Andrea Siviero, la recessione sarà poco profonda e con nette differenze a livello geografico tra l’Eurozona con Regno Unito e gli Stati Uniti. I paesi emergenti asiatici e latinoamericani sosterranno la crescita globale nel 2023.
“Le pressioni sui prezzi continuano a rappresentare la più grande minaccia per l’economia mondiale nel 2023. L’inflazione primaria globale raggiungerà probabilmente il picco, tuttavia l’inflazione di fondo resterà ancora a lungo a livelli elevati e comincerà a muoversi in direzione dei target delle banche centrali solo nel 2024”. È l’analisi di Andrea Siviero, Investment Strategist di Ethenea Independent Investors.
La corsa dei prezzi, l’inasprimento della politica monetaria e la forte insicurezza generalizzata pesano sulle prospettive economiche. Esiste una netta discrepanza tra i dati dell’economia reale, che continuano a segnalare il vigore delle economie nazionali, e gli indicatori anticipatori, in calo da mesi, indicanti che le grandi economie sviluppate potrebbero trovarsi già in territorio di contrazione. Grazie al calo dei prezzi energetici e delle materie prime, all’attenuarsi delle strozzature sul lato dell’offerta e all’indebolimento congiunturale globale, in molte regioni l’inflazione complessiva potrebbe essere prossima al picco. Tuttavia continuerà a viaggiare a livelli elevati: nel 2023 scenderà al 6,5%, ma minaccia di consolidarsi in ambiti critici come salari, affitti e terziario.
Le banche centrali di tutto il mondo devono muoversi con cautela. Molte banche centrali hanno annunciato che ridurranno le misure di inasprimento o hanno già rallentato i ritmi dei rialzi per esaminare il pieno impatto delle misure finora adottate. La politica monetaria rimarrà probabilmente restrittiva al fine di ripristinare da un lato la stabilità dei prezzi e dall’altro per non alimentare le aspettative di tassi d’inflazione futuri ancora più alti. La politica finanziaria dovrebbe concedere sgravi volti ad attutire gli effetti del rincaro dei prezzi dell’energia, evitando tuttavia di pregiudicare l’efficacia della stretta monetaria e puntando a ridurre gradualmente l’indebitamento.
Nel complesso, il rischio di errori politici è fortemente aumentato: le banche centrali rischiano di fare troppo o troppo poco. Un inasprimento eccessivo potrebbe precipitare l’economia mondiale in una grave recessione o innescare una crisi finanziaria, mentre una stretta troppo modesta porterebbe al consolidamento dell’inflazione, al disancoraggio delle aspettative di inflazione e all’aumento delle spese future per domare la dinamica del prezzi. Le banche centrali faranno attenzione a evitare una recessione, tuttavia nel dubbio opterebbero per un inasprimento più pronunciato allo scopo di riprendere il controllo dell’inflazione. “In questo contesto, i rischi di una grave recessione sono a nostro avviso moderati, giacché i mercati del lavoro restano solidi, i bilanci dei consumatori e delle aziende sono robusti, la situazione delle banche è molto migliore di com’era dopo la crisi finanziaria globale e gli istituti centrali procederanno con cautela nell’inasprire le proprie politiche per evitare il crollo dell’economia.
Pertanto, l’economia mondiale scivolerà in una recessione poco profonda, con alcuni trimestri di crescita negativa (recessione tecnica), per poi entrare in un periodo di crescita debole, frenata dalla persistente inflazione e da un orientamento monetario più restrittivo”, conclude Siviero (nella foto). “Tuttavia si rilevano nette differenze tra le diverse regioni: l’Eurozona e il Regno Unito potrebbero già trovarsi in una recessione, mentre le future decisioni di politica monetaria della Fed potrebbero consentire agli Stati Uniti di salvarsi per un pelo. In Cina la crisi dipenderà in larga misura dall’allentamento delle restrizioni anti-Covid e dalla capacità del paese di gestire la crisi del mercato immobiliare. Mentre i paesi emergenti asiatici e latinoamericani sembrano avere sotto controllo i rischi di inflazione e nel 2023 potrebbero essere in grado di sostenere la crescita globale”.



Le tendenze dell’inflazione negli Stati Uniti e nell’EA sono attualmente di circa 4 punti percentuali al di sopra dei livelli desiderati. Leggiamo la FED e la BCE come assolutamente impegnate a portare l’inflazione ai livelli desiderati entro i prossimi anni. Anche se i costi per farlo potrebbero essere inferiori rispetto al passato per i motivi che esponiamo, non sarà possibile farlo senza rallentamenti economici almeno moderati negli Stati Uniti e in Europa e aumenti significativi della disoccupazione. Complessivamente, vediamo la produzione in calo dell’1% nell’EA e del 2% negli Stati Uniti durante l’anno a venire. La crescita mondiale rallenta a circa il 2% in questa previsione, un tasso
che storicamente è stato etichettato come recessivo. Le recessioni economiche, insieme all’aggressiva stretta monetaria e agli shock geopolitici e delle materie prime che le provocano, saranno temporaneamente dolorose nei mercati finanziari ed emergenti. Vediamo i principali mercati azionari precipitare del 25% rispetto ai livelli leggermente superiori a quelli odierni quando la recessione negli Stati Uniti ha colpito, ma poi riprendersi completamente entro la fine del 2023, supponendo che la recessione duri solo pochi trimestri.
La buona notizia è che pensiamo anche che la FED e la BCE riusciranno nelle loro missioni se restano fedeli alle loro decisioni anche di fronte all’aumento della disoccupazione. Farlo avrà un costo sociale molto inferiore rispetto al non farlo e al dover affrontare un problema di inflazione ancora più grave lungo la strada. Farlo adesso, inoltre, porrà le basi per una ripresa economica e finanziaria più sostenibile nel 2024. Anche così facendo, comunque, il ritmo della ripresa nel 2024 e oltre sarà probabilmente moderato, non un forte rimbalzo come si è visto in passato. Tra i fattori che probabilmente peseranno sulla crescita globale per un po’ di tempo a venire vi sono le incertezze relative sia al conflitto Russia-Ucraina, con un persistente shock di competitività indotto dall’energia in Europa, sia alla crescente concorrenza strategica USA-Cina.
In buona sostanza, ci troviamo in un momento decisivo per l’economia globale. L’inflazione corre ai massimi pluriennali, le banche centrali stanno perseguendo il loro più aggressivo inasprimento dei tassi mai visto in una sola generazione, e una recessione è ora sempre più vicina negli Stati Uniti e Europa. Nel frattempo, economie e mercati continuano ad essere colpiti da una gamma di altri eventi, tra cui l’invasione russa dell’Ucraina, la strategia zero-Covid della Cina e la crescente rivalità tra superpotenze tra Stati Uniti e Cina. In questo contesto, il 2023 sarà finora il terzo anno peggiore per la crescita globale del 21° secolo, dietro solo all’anno della pandemia nel 2020 e alle conseguenze del crisi finanziaria nel 2009. Negli Stati Uniti, i nostri economisti vedono una recessione che inizierà a metà del 2023 e nell’Eurozona, pensiamo che la stagflazione sarà un tema determinante il prossimo anno, poiché sono alle prese con una recessione indotta dall’offerta di energia e una media dell’inflazione al 7,5%.


Infatti, le urne per le elezioni di mid-term hanno restituito la Camera ai repubblicani, con i democratici che perdono il controllo del Congresso e che in teoria sono costretti a fare pesanti compromessi con il Partito Repubblicano nelle scelte di politica economica. Ma si è trattato davvero di una sconfitta pesante per Biden? Sembrerebbe di no. Infatti, la regola delle elezioni di mid-term è che esse riservino quasi sempre cattive sorprese: quattro degli ultimi cinque presidenti, che avevano il controllo di camera e senato nell’anno della loro elezione, al mid-term hanno perso almeno una delle due camere, come Barack Obama (-63 seggi alla Camera nel 2010 e perdita del controllo di Camera e Senato al secondo mid-term) e Donald Trump (-41 seggi alla Camera in occasione dell’unico mid-term nel 2018). Per questo motivo i democratici hanno tirato un sospiro di sollievo, comportandosi quasi come se avessero vinto le elezioni grazie al pericolo scampato.
Il risultato negli Stati Uniti è da salutare con grande ottimismo in Europa? Niente affatto. Il rallentamento dell’inflazione americana potrebbe non avere alcuna influenza di lungo periodo – e neanche di breve, in base alle circostanze – finchè non ci sarà un serio cessate il fuoco tra NATO e Russia in questo conflitto armato che avviene “per procura” dell’Ucraina. L’inflazione degli Stati Uniti, infatti, è molto differente da quella europea, poiché gli USA non hanno necessità di importare gas e petrolio, per cui l’indice dei prezzi al consumo a stelle e strisce risente soprattutto dell’andamento dei consumi alimentari e dei beni di larga distribuzione. A differenza dell’Europa, in cui quasi tutti i paesi sono importatori (netti) di beni energetici e, a causa della guerra in Ucraina e della risalita dei prezzi di gas e petrolio, soffrono di un tasso di inflazione “drogato” al rialzo.
Probabilmente, quando USA e la stessa Europa smetteranno di fornire armi all’Ucraina e solleciteranno la supremazia della via diplomatica, anche gli stati europei – in primis l’Italia – potranno beneficiare di prospettive di ribasso delle dinamiche inflattive e proseguire lungo un cammino che, comunque, non è luminoso. Infatti, sia l’azionario che l’obbligazionario sono ancora alla ricerca di un “pavimento” dove stabilizzarsi, e non sono in pochi a ritenere che il c.d. “bottom” (ossia il punto di maggiore sofferenza dei mercati) non sia ancora stato raggiunto. Prova ne sia che il rapporto prezzo-utili mostra che l’S&P
500, pur essendo scambiato al di sotto dei picchi post-pandemici, si trova molto al di sopra del punto raggiunto durante la crisi finanziaria del 2007-2009. Questo non vuol dire che i livelli di bottom del passato debbano necessariamente essere replicati per poter affermare che il peggio è già arrivato e sta andando via, ma che bisogna analizzare con molta più attenzione tutti i fattori positivi e negativi, per poi metterli sui piattini della bilancia e vedere quale dei due alla fine pesa di più.
A ben vedere, le prospettive del mercato non sono più disastrose come 3 o 4 settimane fa; per esempio, l’approccio della Russia alla guerra in Ucraina è cambiato parecchio, e l’Arabia Saudita rilascia più petrolio, dando respiro al prezzo del barile e dei suoi derivati; le banche centrali lanciano segnali chiarissimi di rallentamento del ritmo di aumento dei tassi – che saliranno ancora, ma “di poco”, fino a Marzo 2023 – e gli utili aziendali non mostrano segni di futuro cedimento pronunciato. Pertanto, si potrebbe assumere un cauto ottimismo, ma la volatilità non accenna a diminuire anche per il mondo delle obbligazioni, che sono diventate più volatili. Su tutto, si intravede un nuovo scenario, secondo il quale le strategie che hanno funzionato in passato potrebbero non essere più efficaci, e dovranno lasciare il posto a strategie più adatte ad affrontare non semplicemente la fine di un ciclo e l’inizio di un altro, ma un cambiamento strutturale.
La convinzione che un –20% di discesa dei mercati azionari possa coincidere con il completamento della fase negativa evidenzia una predisposizione a guardare al passato più recente per configurare un futuro senza cambiamenti. I parametri degli investitori rimangono i precedenti massimi, che vengono considerati come i livelli di riferimento di mercato a cui si dovrà di tornare. Purtroppo sono molti i segnali che provengono dall’economia reale che confermano che probabilmente non sarà così. La crisi energetica, infatti, non è transitoria, dato che era iniziata già prima del conflitto Russia – Ucraina per motivi legati alla transizione green, ed i prezzi dell’energia
avevano iniziato a salire mesi prima della guerra (greenflation). Lo shock inflattivo è probabilmente destinato a subire un effetto trascinamento nel tempo attualmente sottovalutato. Un recente studio statistico-storico fatto dagli economisti di Deutsche Bank evidenzia che quando il tasso d’inflazione sale oltre il livello dell’8% ci vogliono in media due anni per farlo ridiscendere sotto il 6%. Di contro, uno studio pubblicato dal governo tedesco sulle previsioni di crescita per il 2023 evidenzia che l’economia sarà in recessione, ma l’inflazione salirà ancora e rimarrà sopra le due cifre per tutto l’anno.
Tutto questo contrasta platealmente con le previsioni delle case d’investimento, che invece prevedono un imminente picco dell’inflazione a fine anno e un ritorno a politiche monetarie espansive dalla metà del prossimo anno. Se le previsioni del governo tedesco fossero corrette, oltre ad essere in netto contrasto con le aspettative dei mercati, confermerebbero che le politiche monetarie difficilmente potrebbero tornare espansive e i tassi rimarrebbero vicino ai massimi di periodo per molto tempo. A questo punto, i mercati finanziari dovrebbero metabolizzare un mondo molto diverso rispetto a quello degli ultimi 14 anni, con i tassi strutturali a breve termine al 4-5% in USA e al 3-4% in Europa.
Ma a parte i meccanismi di ricalcolo delle valutazioni delle borse in base a tassi più alti, ci dobbiamo chiedere quanto tempo l’economia reale impiegherà ad adeguarsi a questi nuovi parametri di costo del debito, che difficilmente tornerà ai livelli passati, salvo una devastante crisi finanziaria ed economica. Energia e costo del denaro sono i motori del sistema, dato che impattano sui costi di produzione, sul livello di break even delle aziende e sul costo del finanziamento. Se il livello di break even si sposta al rialzo in modo significativo, per compensare puoi solo fare due cose: aumentare produzione e incrementare le vendite oppure ridurre i costi per abbassare il break even point. Nel primo caso devi avere un’economia reale che ti consente di farlo, nel secondo caso imprimi una contrazione ulteriore del PIL.

I mercati internazionali hanno iniziato a disinvestire dai titoli cinesi prima del Congresso e questo ha portato il rapporto intrinseco tra capitalizzazione e patrimonio netto dell’indice Hang Seng China Enterprise a raggiungere un nuovo minimo da oltre 20 anni. La capitalizzazione è scesa ad appena 0,545 volte il patrimonio a fine ottobre, contro un massimo di oltre 5 volte durante la bolla sul mercato cinese nel 2007. Riteniamo tuttavia che l’importanza dell’economia cinese in un contesto globale – sia per quanto riguarda l’esportazione che per il suo mercato interno – continuerà a giustificare l’investimento nel mercato azionario del Paese, nonostante sia attualmente soggetto a un momentaneo sottopeso.
Il mese di ottobre è stato dominato dall’esito del 20° Congresso nazionale del Partito Comunista Cinese. Xi Jinping ha consolidato ulteriormente il suo potere nominando i suoi fedelissimi collaboratori nel Comitato permanente del Politburo, il massimo organo di governo in Cina. Sono state inoltre allontanate le figure moderate. Già nel 2018 Xi aveva abbandonato il limite massimo di due mandati presidenziali quinquennali, introdotto dal grande riformatore Deng Xiaoping per limitare il culto personale di Mao Zedong. Il Congresso della Nccp ha fatto passare quindi in secondo piano il sentiment generalmente positivo che si era diffuso durante il mese di ottobre, con i mercati azionari giapponese, coreano e indonesiano che avevano registrato un rendimento positivo. La Banca del Giappone è intervenuta per il secondo mese sui mercati valutari con 42,8 miliardi di dollari per far salire il valore dello yen.
“Nel nostro portafoglio, abbiamo mantenuto una copertura totale sulla nostra esposizione allo yen, ma stiamo osservando attentamente l’eventuale inversione di tendenza del dollaro Usa”, spiega Zimmermann. “Abbiamo aumentato la ponderazione del fondo verso la Corea del Sud, il Giappone, le Filippine e la Thailandia, ma abbiamo preso profitto in Indonesia e ridotto ulteriormente l’esposizione alla Cina. Continuiamo comunque a ritenere interessanti le valutazioni delle azioni cinesi, ma attendiamo segnali tecnici, politici e/o economici più forti per aumentare il nostro peso”.
Non ci sono dubbi sul fatto che abbiamo superato il picco e che ci troviamo in un mercato orso più o meno pronunciato. Quasi tutti i principali indici non solo soddisfano il criterio ampiamente accettato per definire un mercato orso (una flessione di oltre il 20% dai massimi), ma mostrano anche i tipici segni di una fase ribassista, come oscillazioni dei prezzi molto più pronunciate e in entrambe le direzioni, al rialzo e al ribasso. I segmenti di mercato che nella precedente fase di euforia avevano determinato i movimenti al rialzo sono quelli attualmente interessati dalle perdite di prezzo più consistenti. In primis, le criptovalute e i titoli tecnologici non redditizi, i cui prezzi sono scesi in media di circa il 75% rispetto ai massimi dello scorso anno. Di conseguenza, è in questi segmenti che la capitolazione dovrebbe essere più probabile.
Sorprendentemente, a parte le forti perdite di prezzo delle azioni, non si riscontra quasi alcun segno di capitolazione nei mercati che negli ultimi anni sono stati caratterizzati da una crescita dirompente. La fiducia in un progresso tecnologico inarrestabile e le prospettive di un enorme potenziale di mercato futuro continuano a dominare i discorsi di analisti e investitori. Questa incrollabile speranza continua a riflettersi anche nei flussi di capitale verso i prodotti più noti e popolari di questo segmento. Un ottimo esempio in tal senso è l’ARK Innovation fund della fund manager statunitense Catherine Wood, che, nonostante un calo di
valore del 60% nei primi dieci mesi dell’anno, è riuscito a raccogliere circa 1,4 miliardi di dollari da nuovi investitori nello stesso periodo. Un noto Etf sui semiconduttori a tripla leva di un’altra casa di gestione ha perso oltre l’80% del suo valore da inizio anno, ma ha registrato ben 6,3 miliardi di dollari di nuovi afflussi. Se non fosse per il segno negativo davanti ai dati sulle performance, avremmo l’impressione di trovarci in una fase di euforia, non certo di una capitolazione da panico.
“La situazione sul mercato generale è diversa? Come ha sottolineato Bloomberg, il sentiment dei gestori di fondi nei confronti delle azioni e della crescita dell’economia globale segnala una capitolazione totale e gli strategist fanno notare che attualmente gli investitori detengono il 6,3% dei loro portafogli in liquidità. Non si registrava un valore così alto dall’aprile 2001. Parallelamente, il 49% dei partecipanti al sondaggio ha dichiarato di mantenere un sottopeso sulle azioni. In effetti, il sentiment si è notevolmente offuscato nel corso dell’anno, tuttavia, alla luce dei dati che abbiamo visto, riteniamo che sia decisamente prematuro parlare di capitolazione”, prosegue Schmitt.
La maggiore discrepanza tra gli operatori di mercato rimane quella tra le dichiarazioni e il posizionamento. Sebbene sia molto difficile se non impossibile nutrire una prospettiva positiva a fronte dei numerosi problemi globali, molti dei quali di natura strutturale e tendenti al peggioramento, il posizionamento strategico e i principali movimenti dei fondi delineano un quadro diverso. Soltanto i fondi azionari europei hanno evidenziato deflussi significativi dall’inizio dell’anno. In altre regioni del mondo, gli afflussi iniziano a ridursi soltanto ora. E questo dopo un 2021 in cui gli investimenti in fondi azionari sono stati pari a quelli dei 20 anni precedenti, secondo i dati di Goldman Sachs. A settembre 2022, un’altra indagine condotta da JP Morgan ha reso noto che la maggior parte degli investitori professionali si trovava a metà del proprio range storico e soltanto il 13% si trovava nei tre decili inferiori di tale range. Analogamente al già citato 49% degli operatori di mercato che attualmente sottopesano le azioni: è bene ribadire che una vera capitolazione ha ben altre caratteristiche.
“La grande capitolazione alla fine si verificherà? Non lo sappiamo”, conclude Schmitt (nella foto), “ma questa volta potrebbe veramente andare in modo diverso. Se si crede alle previsioni economiche, l’attuale fase di debolezza congiunturale non sarà accompagnata da un aumento significativo della disoccupazione. E stando all’ultima relazione trimestrale di Bank of America, i clienti americani hanno attualmente depositi molto più consistenti rispetto a prima della pandemia. Queste sono tutte buone ragioni per cui il calo dei prezzi non ha finora esercitato alcuna pressione psicologica sugli investitori. Tuttavia, per il momento rimaniamo piuttosto cauti. Dopotutto, l’anno in corso ha dimostrato che i cali dei prezzi possono essere talvolta molto gravi anche senza capitolazione degli investitori”.
I mercati azionari globali hanno rimbalzato a ottobre dopo aver riportato una perdita significativa a settembre. L’indice MSCI World è aumentato del 6.1% in euro. Il rimbalzo è stato guidato dalle aspettative che le banche centrali globali possano segnalare a breve un rallentamento degli aumenti dei tassi di interesse. La stagione degli utili è stata difficile per le aziende tecnologiche. Un tema comune sono stati ricavi resilienti ma costi operativi e investimenti tecnici in aumento. Questi trend dovrebbero migliorare in quanto la maggior parte delle aziende tecnologiche ha annunciato piani di taglio costi e di riduzione degli investimenti che ci si aspetta migliorino utili e cash flow.
Ragionando tre mesi avanti, riteniamo che questa narrazione possa cambiare in direzione di un superamento del picco dell’inflazione, di un atteggiamento meno aggressivo delle banche centrali sui tassi di interesse (la Federal Reserve potrebbe passare da aumenti di 75 bps a 25 bps) e di una maggiore resilienza dell’economia globale e degli utili societari. “La transizione dalla narrazione attuale a quella ipotizzata futura dovrebbe supportare i mercati azionari”, conclude Garbarino. “Inoltre, il rapporto prezzo/utili dell’S&P500 è più basso di circa il 25% rispetto ai livelli di inizio anno. Tale contrazione del multiplo indica che i mercati hanno già scontato tante cattive notizie. Anche se è molto difficile individuare i bottom del mercato, riteniamo abbia senso per gli investitori di medio lungo periodo accumulare azioni ai prezzi correnti”.
Dopo che a settembre si è registrata una delle peggiori performance dal lockdown per Covid-19, i mercati azionari hanno rimbalzato durante il mese di ottobre, spinti sia dai recenti interventi della Bce e della Banca del Canada, mostrando un approccio meno aggressivo alla politica monetaria, sia dal calo dei prezzi del gas, accanto a un approccio molto cauto degli investitori. I tassi d’interesse reali sono scesi leggermente, il che ha favorito i mercati. “Riteniamo che l’indebolimento della crescita globale persisterà per i prossimi 2-3 trimestri, con deterioramento degli indicatori macro, condizioni di credito più rigide, riduzione della liquidità e crisi energetica dell’Ue”, sottolinea Scauri. “Pertanto, vediamo ulteriore spazio per una riduzione dei tassi d’interesse reali, o almeno per non aumentarli ulteriormente. Tuttavia, non pensiamo che le banche centrali porranno fine alla lotta contro l’inflazione così presto”.
Finora, la stagione dei bilanci sta ancora mostrando risultati complessivamente solidi (in particolare per le banche e i materiali di base/petrolio), ma ci sono segnali di una compressione dei margini e di un rallentamento della domanda a causa dell’aumento dell’inflazione. In effetti, i titoli delle grandi aziende tecnologiche statunitensi sono stati messi sotto pressione a causa delle prospettive meno ottimistiche per i prossimi mesi, dovute principalmente al rallentamento della domanda e all’aumento dei costi. Microsoft è stata la prima a comunicare i risultati, con una previsione per l’anno fiscale 23 meno ottimistica del previsto, anche per il segmento altamente innovativo del
cloud. La guidance di Amazon è stata deludente, a causa di previsioni di crescita inferiori alle attese, considerando il previsto calo dei consumi (anche durante il periodo natalizio) oltre a una prospettiva più debole per il segmento Cloud. Meta ha registrato una performance negativa a causa del calo delle entrate pubblicitarie e dell’aumento dei costi e degli investimenti per il progetto Metaverse, che peseranno sia sul flusso di cassa che sugli utili nel 2023. Le preoccupazioni del mercato si sono rivolte anche a Google/Alphabet, ancora una volta a causa di un rallentamento dei ricavi pubblicitari. Infine, anche Apple è stata debole, così come Intel.
Nel corso del mese sono stati formati due nuovi governi, nel Regno Unito e in Italia, che hanno entrambi presentato piani che danno priorità al riequilibrio delle finanze pubbliche. I rendimenti dei titoli decennali italiani sono scesi di -30 pb al 4,2% (+300 pb da inizio anno), mentre lo spread BTP-Bund si è ridotto di 31 pb a 211 pb. È prevedibile che lo spread BTP-Bund si assesti intorno ai livelli attuali (200-250 pb) in attesa dell’opinione del mercato sulla Legge di Bilancio 2023. Per quanto riguarda i tassi d’interesse statunitensi, il rendimento del Tesoro Usa a 10 anni è salito di +22 pb al 4,05%, meno del previsto aumento dell’inflazione, mentre il tasso dei mutui Usa a 30 anni è salito ancora leggermente al 7,1.
previsione del 20% per il 2022E), con un rapporto prezzo/utili di 11,2x rispetto alla media storica degli ultimi 5 anni di 14,5x. Ci stiamo avvicinando al momento della verità in termini di stime (in particolare per il 2023), in quanto dicembre potrebbe risentire di una domanda natalizia più debole del previsto, oltre al fatto che con i risultati dell’ultimo trimestre le società saranno tenute a fornire un outlook sugli utili per il 2023, con un rischio di capitolazione, che potrebbe fornire un punto di ingresso per le azioni, in particolare se le banche centrali continueranno ad adottare un approccio meno aggressivo. In assenza di un pivot della Fed, l’equity è probabilmente destinato a scendere. Al contrario, un pivot della Fed, o la sua anticipazione, può portare a una continuazione del rally”.
L’economia cinese è in rallentamento da tempo ed è frenata da inasprimenti normativi, ripetuti focolai di Covid e severi lockdown con chiusure di grandi zone economiche. Inoltre, il settore immobiliare è in profonda crisi, mostrando segnali di sovrainvestimenti e sovraindebitamento. Nonostante il forte sostegno della politica monetaria e fiscale per stimolare la crescita, i consumi interni in Cina sono deboli e la crescita del credito è bassa poiché le imprese e le famiglie restano pessimiste sulle prospettive economiche. Le tensioni geopolitiche con gli Stati Uniti su Taiwan sono un’ulteriore preoccupazione per la Cina così come per l’economia globale.
L’economia statunitense ha resistito bene alla pandemia grazie a un sostegno politico senza precedenti. L’inflazione è stata trainata principalmente dalla forte domanda aggregata e ha mostrato preoccupanti segnali di ampliamento e rafforzamento. La piena occupazione ha prevalso nel mercato del lavoro, i salari sono aumentati a un ritmo sano e il reddito personale e la spesa sono rimasti solidi nonostante la debole fiducia dei consumatori. In Europa, invece, l’inflazione record, che continua a crescere e a consolidarsi, è principalmente dovuta al forte aumento dei prezzi dell’energia e all’indebolimento dell’euro. La determinazione della Bce a riportare vigorosamente l’inflazione ai livelli target fa sembrare sempre più probabile una recessione nel 2023. Nonostante la politica fiscale possa mitigare gli effetti negativi della stagflazione, una recessione nella seconda metà dell’anno sembra quasi inevitabile, fa notare Siviero.
La Bce ha iniziato a inasprire la sua politica monetaria solo a luglio, quando la crescita economica era già rallentata. Dal punto di vista economico, l’Eurozona non si è ancora completamente ripresa dallo shock pandemico e soffre di inflazione storicamente elevata, carenza di energia e siccità. “L’attività economica in Europa è debole e il settore industriale continua a soffrire per le carenze di approvvigionamento e la domanda globale debole”, conclude Siviero. “Il mercato del lavoro rimane sano, ma la crescita salariale non è in grado di tenere il passo con l’inflazione. Di conseguenza, la fiducia dei consumatori è ai minimi storici, a causa di un forte calo del reddito disponibile reale e di del loro potere d’acquisto”.
È evidente che, considerando questi aspetti “nascosti” del mercato finanziario americano, è abbastanza difficile fare previsioni sulla reale profondità di una possibile recessione e dell’impatto che potrebbe esserci sulle variabili finanziarie “visibili” (Equity e Corporate Bonds). Se, come sembra altamente probabile, avremo una recessione, la vera discesa dei mercati finanziari si verificherebbe solo allora, quando si realizzerà un’impennata di default nel settore del Private Credit, un’ulteriore crisi del Private Equity e, alla fine, una decisa revisione al ribasso degli utili attesi per le società quotate. Le recenti
notizie delle perdite registrate dai fondi pensione USA sugli investimenti in Private Equity e Private Credit sono una spia di quello che sta accadendo. Anche le perdite nel segmento di business dell’investment banking delle principali banche USA, che sono state molto attive nei finanziamenti al Private Equity e Fintech attraverso i Leverage Loans, rafforzano questo scenario. Il boom di investimenti nel settore Fintech e Crypto ha assunto una dimensione veramente importante negli ultimi tre anni e non sappiamo esattamente quanto sia il peso di tali investimenti sul fatturato delle società tecnologiche.
La miscela perversa di crisi di credito nel segmento Private e l’impatto collaterale sul settore Fintech possono innescare un significativo cedimento del ciclo che allo stato attuale sembra completamente sottovalutato. Un ulteriore problema è l’attuale forza del dollaro a causa delle attese di rialzo dei tassi USA. La rincorsa monetaria della FED, per cercare di piegare un’inflazione che ha sottovalutato, innesca una serie di svalutazioni di euro, yen, sterlina e divise emergenti che provoca seri problemi di controllo all’inflazione importata. Mentre per la FED il dollaro forte è utile per limitare l’inflazione importata, per gli altri Paesi è un ulteriore problema. Infatti, le Banche Centrali delle principali economie sono obbligate ad innescare politiche restrittive per contrastare l’inflazione ma, a causa della svalutazione verso dollaro, l’inflazione importata diventa difficile da contrastare, imponendo di fatto politiche monetarie sempre più restrittive in un contesto di rallentamento dell’economia.
In un mondo dove l’energia è pagata in dollari, la forza del dollaro aumenta l’inflazione fuori dagli Stati Uniti e accentua le politiche restrittive a Paesi che non le possono reggere. L’instabilità finanziaria scatenata dai policy mistake della FED non è mai stata così costosa per l’economia mondiale. Il controllo dell’inflazione USA sarà pagato da tutti con una recessione piuttosto pesante e di non breve durata. La Cina, grazie all’accordo di fornitura di energia con la Russia, è meno esposta all’inflazione importata e può implementare politiche monetarie espansive; tuttavia l’economia cinese rimane esposta al rallentamento dell’economia mondiale e non riuscirà a sottrarsi alla difficile congiuntura internazionale.
Bank of Japan è un’ulteriore dimostrazione della fase di crisi delle Banche Centrali: BOJ non può modificare la politica monetaria per evitare di provocare il collasso dei carry trades in yen, che non farebbero che accentuare il movimento ribassista dei Treasury Bond USA e dei mercati finanziari. BOJ si trova così nell’angolo a subire un attacco speculativo contro yen senza poter intervenire, costretta a subire una svalutazione che produce ormai inflazione anche in Giappone ed erode il potere d’acquisto di un Paese abituato da lungo tempo all’inflazione zero.
Appare evidente che la mancanza di coordinamento tra Banche Centrali sul livello del dollaro è ormai una fonte di problemi che non si può risolvere innescando rialzi dei tassi a livello mondiale per fermare l’inflazione importata da Europa, Giappone ed EM. Si delinea dunque uno scenario di alta instabilità, sia per il ciclo economico che per le variabili finanziarie. Quando la FED dice che ci sarà un conto da pagare per rimettere l’inflazione sotto controllo, gli operatori dei mercati pensano che il conto verrà pagato da qualcun altro o che, dato l’attuale ribasso subìto dal mercato azionario, il conto è già stato pagato. Nella realtà, a giudicare dai problemi che stanno emergendo in alcuni segmenti del mercato finanziario, sembra che il conto finale potrebbe essere molto più alto di quello che la “consensus view” tende, come al solito, a credere.
Le asset class che potranno uscire vincenti alla fine di questo disordine saranno quelle degli Emerging Market che, nel frattempo, avranno accentuato la loro svalutazione relativa verso tutti i principali mercati, e si presenteranno all’inizio di discesa del dollaro con le valutazioni migliori in termini relativi. Le strategie d’investimento devono essere pronte a cogliere questi importanti eventi che ormai sembrano inevitabili, fatti salvi eventuali ulteriori peggioramenti del quadro geopolitico, che imporrebbero una ulteriore spinta al dollaro e quindi un ulteriore peggioramento del contesto finanziario globale. 







