La vera discesa dei mercati finanziari si verificherà solo quando si realizzerà un’impennata di default nel settore del Private Credit in seguito alla probabile recessione. La forza del Dollaro è un ulteriore problema.
Di Maurizio Novelli*
In questi anni di QE, il boom del Private Equity e del Private Credit sono stati un importante driver di crescita del credito e dell’economia e il loro peso percentuale sul PIL è ora estremamente elevato. Mentre gli operatori guardano ai tassi di default su High Yield e carte di credito, attualmente intorno al 2,5%, i prestiti in sofferenza sul Private Credit sono già mediamente al 25% (Fonte: Mintos Private Credit), e nulla sappiamo di cosa sta accadendo nel segmento dei Leverage Loans (1,5 trilioni di USD). Tuttavia, una crisi di insolvenze in questo settore avrebbe certamente un impatto collaterale importante sul resto dell’economia, data la dimensione raggiunta e i volumi intermediati.
È evidente che, considerando questi aspetti “nascosti” del mercato finanziario americano, è abbastanza difficile fare previsioni sulla reale profondità di una possibile recessione e dell’impatto che potrebbe esserci sulle variabili finanziarie “visibili” (Equity e Corporate Bonds). Se, come sembra altamente probabile, avremo una recessione, la vera discesa dei mercati finanziari si verificherebbe solo allora, quando si realizzerà un’impennata di default nel settore del Private Credit, un’ulteriore crisi del Private Equity e, alla fine, una decisa revisione al ribasso degli utili attesi per le società quotate. Le recenti
notizie delle perdite registrate dai fondi pensione USA sugli investimenti in Private Equity e Private Credit sono una spia di quello che sta accadendo. Anche le perdite nel segmento di business dell’investment banking delle principali banche USA, che sono state molto attive nei finanziamenti al Private Equity e Fintech attraverso i Leverage Loans, rafforzano questo scenario. Il boom di investimenti nel settore Fintech e Crypto ha assunto una dimensione veramente importante negli ultimi tre anni e non sappiamo esattamente quanto sia il peso di tali investimenti sul fatturato delle società tecnologiche.
La miscela perversa di crisi di credito nel segmento Private e l’impatto collaterale sul settore Fintech possono innescare un significativo cedimento del ciclo che allo stato attuale sembra completamente sottovalutato. Un ulteriore problema è l’attuale forza del dollaro a causa delle attese di rialzo dei tassi USA. La rincorsa monetaria della FED, per cercare di piegare un’inflazione che ha sottovalutato, innesca una serie di svalutazioni di euro, yen, sterlina e divise emergenti che provoca seri problemi di controllo all’inflazione importata. Mentre per la FED il dollaro forte è utile per limitare l’inflazione importata, per gli altri Paesi è un ulteriore problema. Infatti, le Banche Centrali delle principali economie sono obbligate ad innescare politiche restrittive per contrastare l’inflazione ma, a causa della svalutazione verso dollaro, l’inflazione importata diventa difficile da contrastare, imponendo di fatto politiche monetarie sempre più restrittive in un contesto di rallentamento dell’economia.
In un mondo dove l’energia è pagata in dollari, la forza del dollaro aumenta l’inflazione fuori dagli Stati Uniti e accentua le politiche restrittive a Paesi che non le possono reggere. L’instabilità finanziaria scatenata dai policy mistake della FED non è mai stata così costosa per l’economia mondiale. Il controllo dell’inflazione USA sarà pagato da tutti con una recessione piuttosto pesante e di non breve durata. La Cina, grazie all’accordo di fornitura di energia con la Russia, è meno esposta all’inflazione importata e può implementare politiche monetarie espansive; tuttavia l’economia cinese rimane esposta al rallentamento dell’economia mondiale e non riuscirà a sottrarsi alla difficile congiuntura internazionale.
Bank of Japan è un’ulteriore dimostrazione della fase di crisi delle Banche Centrali: BOJ non può modificare la politica monetaria per evitare di provocare il collasso dei carry trades in yen, che non farebbero che accentuare il movimento ribassista dei Treasury Bond USA e dei mercati finanziari. BOJ si trova così nell’angolo a subire un attacco speculativo contro yen senza poter intervenire, costretta a subire una svalutazione che produce ormai inflazione anche in Giappone ed erode il potere d’acquisto di un Paese abituato da lungo tempo all’inflazione zero.
Appare evidente che la mancanza di coordinamento tra Banche Centrali sul livello del dollaro è ormai una fonte di problemi che non si può risolvere innescando rialzi dei tassi a livello mondiale per fermare l’inflazione importata da Europa, Giappone ed EM. Si delinea dunque uno scenario di alta instabilità, sia per il ciclo economico che per le variabili finanziarie. Quando la FED dice che ci sarà un conto da pagare per rimettere l’inflazione sotto controllo, gli operatori dei mercati pensano che il conto verrà pagato da qualcun altro o che, dato l’attuale ribasso subìto dal mercato azionario, il conto è già stato pagato. Nella realtà, a giudicare dai problemi che stanno emergendo in alcuni segmenti del mercato finanziario, sembra che il conto finale potrebbe essere molto più alto di quello che la “consensus view” tende, come al solito, a credere.
In base a tali considerazioni, la FED dovrà fermarsi nel rialzo dei tassi davanti all’inesorabile cedimento del ciclo mondiale, ma questo sarà fatto quando ormai la recessione sarà inevitabile (fine 2022). I probabili rimbalzi degli indici all’annuncio del cosidetto “Pivot”, potranno partire da 3400 di SPX e 3000 di Eurostoxx. Il rimbalzo dei mercati sarà però ostacolato successivamente da aspettative di netta revisione al ribasso dei profitti attesi, innescando quindi un’ulteriore fase ribassista che potrebbe culminare a 2500 di SPX, 2500 di Eurostoxx, 10.000 di DAX e 9000 di Nasdaq 100. I bonds governativi (US Treasury e BUND), attualmente in fase ribassista, inizieranno a recuperare terreno grazie al fatto che la recessione procurerà una decisa caduta dei tassi a 10 anni e oltre. Il dollaro avvierà quindi un trend di forte svalutazione contro le principali divise, correggendo l’eccesso di valutazione raggiunto in questi mesi e consentendo a BOJ di uscire dall’impasse, e consentendo alla BCE di essere meno restrittiva.
Le asset class che potranno uscire vincenti alla fine di questo disordine saranno quelle degli Emerging Market che, nel frattempo, avranno accentuato la loro svalutazione relativa verso tutti i principali mercati, e si presenteranno all’inizio di discesa del dollaro con le valutazioni migliori in termini relativi. Le strategie d’investimento devono essere pronte a cogliere questi importanti eventi che ormai sembrano inevitabili, fatti salvi eventuali ulteriori peggioramenti del quadro geopolitico, che imporrebbero una ulteriore spinta al dollaro e quindi un ulteriore peggioramento del contesto finanziario globale.
* Vice Chairman of Lemanik Invest SA, member of the ASG (Swiss Association of Asset Managers)



Prima della crisi del 2008, i mercati continuavano a salire nonostante gli evidenti segnali di crisi nel settore immobiliare e dei titoli subprime (infatti l’indice SPX si è mantenuto sui livelli vicini ai suoi massimi fino al dicembre del 2007) mentre le banche evidenziavano già significative perdite sui MBS da marzo 2007. La FED di Bernanke negava davanti al Congresso qualsiasi problema in arrivo e trasmetteva segnali rassicuranti ai mercati finanziari. La vera caduta del mercato è iniziata nell’autunno del 2008, quasi un anno dopo i primi evidenti segnali di crisi. Nella fase iniziale del ribasso, solo gli investitori più sofisticati uscirono dal mercato e aprirono posizioni short. Nella fase intermedia del ribasso alcuni investitori incrementarono le posizioni long credendo che il mercato fosse già sceso molto.
La psicologia di acquisto dell’investitore parte dal presupposto che il livello di riferimento del mercato siano i massimi storici, poco importa se tali massimi siano insostenibili. Solo nella fase finale si procede alla liquidazione in massa delle posizioni. È in quest’ultima fase che si realizza il vero e proprio ribasso del mercato, dove tutti gli investitori diventano negativi e la caduta dei prezzi coincide con la costruzione dei veri minimi del ciclo ribassista. Siccome usciamo da 15 anni di Quantitative Easing e di politiche monetarie a tasso zero, le posizioni di rischio che si sono accumulate in questi anni non sono paragonabili a nessuna fase precedente di bull market. La soppressione dei tassi d’interesse e del costo del debito per lungo tempo ha gli stessi effetti sul sistema paragonabili alla sospensione del codice penale.
Nel momento in cui è possibile operare in un ambiente senza restrizioni e con la predisposizione a salvare chi prende più rischi, questo contesto innesca una predisposizione al rischio sempre più alta e permette di sostenere business che stanno in piedi solo grazie alla leva finanziaria (il 30% delle società quotate al Russell 3000 non faceva utili a fine 2021). Le Banche Centrali tendono a monitorare i rischi di sistema limitandosi a guardare nei bilanci delle banche, anche se prima del 2008 non facevano neppure quello. Attualmente però, i principali rischi di sistema non sono più ovviamente nelle banche, ma nello Shadow Banking System, ossia quella parte di mercato finanziario che comprende Mutual Funds, Private Equity, Pension Funds, Private Credit, SPAC, Cryptovalute, ecc.
Per avere un’idea della deregulation che ha portato alla creazione di un sistema finanziario totalmente non monitorato, basta guardare alla dimensione di questi segmenti del mercato finanziario. Oggi la maggior parte dei mutui erogati negli Stati Uniti non passa dal sistema bancario, la maggior parte del credito subprime passa dal Private Credit (1,5 trilioni), e i Leverage Loans (1,4 Trilioni) emessi per sostenere le attività di Private Equity (6 Trilioni) è solo in parte sui bilanci delle banche, dato che la maggior parte è collocata a Mutual Funds e Fondi Pensione. Solo nel sistema finanziario USA, la dimensione dei mercati che sfuggono a qualsiasi regolamentazione – e quindi a qualsiasi monitoraggio del rischio di sistema – è pari a circa 9 trilioni di dollari su 20 trilioni di PIL. I Fondi Pensione e i Mutual Funds sono i principali investitori di tali asset, e acquistano direttamente – o tramite cartolarizzazioni – gli strumenti ad alto rendimento emessi, in particolare, da Private Equity e Private Credit.
Il problema è che la deregulation e i tassi a zero hanno creato una bolla di credito di dimensioni gigantesche in un settore che sfugge a qualsiasi controllo e monitoraggio da parte delle autorità monetarie. In caso di recessione, le ripercussioni generate da un credit crunch in tali settori avrebbe un effetto molto pesante sull’economia reale, dato che è nel driver della crescita economica che si concentra la maggior parte del credito speculativo all’economia (il Private Equity vale oggi il 30% del PIL USA). Poiché in questo segmento di mercato operano soggetti non sottoposti a regolamentazioni, gli interventi di salvataggio semplicemente non sono possibili.
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I paesi del Medio Oriente traggono vantaggio del 
I mercati sono entrati in una
Ci sono due grandi categorie di preoccupazioni in questo momento. La prima è l’aumento della volatilità in quelli che dovrebbero essere gli strumenti a reddito fisso più sicuri al mondo potrebbe sconvolgere l’”impianto idraulico” del sistema finanziario. Poiché i Treasury sono supportati dalla piena fiducia e credito del governo degli Stati Uniti e sono utilizzati come garanzia nei mercati di finanziamento overnight, il calo del loro prezzo e i conseguenti rendimenti più elevati potrebbero rovinare il buon funzionamento di quei mercati, e la Fed potrebbe dover stabilizzare il prezzo dei Treasury con finanziamenti di emergenza. Ciò probabilmente costringerà la Fed a interrompere il suo programma di inasprimento quantitativo prima del previsto, proprio come ha fatto la Banca d’Inghilterra. Sebbene ciò confonderebbe il messaggio della Fed secondo cui si sta comportando in modo duro sull’inflazione, la banca centrale potrebbe non avere scelta.
La seconda preoccupazione è che i mercati così indeboliti possano esporre i gestori patrimoniali, gli hedge fund o altri attori a rischi di liquidità e di sovra indebitamento. In una tale situazione, è possibile che le richieste di margine e le liquidazioni forzate possano aumentare ulteriormente la correzione mercati. In tal senso, gli operatori di carry trade, che implicano l’assunzione di prestiti a tassi bassi e il reinvestimento in strumenti ad alto rendimento (spesso con l’aiuto della leva finanziaria) hanno una storia di implosioni. Inoltre, il dollaro più forte rende più difficili da rimborsare ampie fasce di 
Il Dow Jones è sceso del 4% e lo S&P 500 ha perso il 4,7%, mentre il Nasdaq si è contratto del 5%. Nel frattempo, i rendimenti dei 
Giovedì, il Bureau of Economic Analysis (BEA) pubblicherà la sua stima finale per la crescita del PIL del secondo trimestre. L’indicatore di inflazione preferito dalla Fed, l’indice dei prezzi delle spese per consumi personali (PCE), arriverà venerdì. Nike, Micron Technology, Carnival Corporation e Bed Bath & Beyond saranno tra le società che registrano utili. Vale anche la pena notare che la prossima settimana è l’ultima settimana del terzo trimestre, con venerdì l’ultimo giorno di negoziazione di settembre, storicamente uno dei peggiori mesi dell’anno per le azioni. Attraverso 182 giorni di negoziazione finora quest’anno, il 2022 ha visto il quinto peggior inizio di qualsiasi anno nella storia per le azioni statunitensi.
Martedì, S&P Global rilascerà il suo ultimo indice dei prezzi delle case Case-Shiller, tracciando i prezzi delle case nazionali. È probabile che la crescita dei prezzi sia ulteriormente decelerata a luglio, dopo che i prezzi sono aumentati di appena lo 0,4% a giugno, segnando il tasso di crescita più lento in due anni. La crescita dei prezzi delle case ha raggiunto il picco a marzo e da allora è rallentata, poiché l’aumento dei tassi ipotecari e il calo dell’accessibilità economica pesano sui potenziali acquirenti. I prezzi sono aumentati del 18% a giugno rispetto a un anno fa, e anche i guadagni annuali sono previsti in decelerazione. Sempre martedì, Freddie Mac rilascerà il suo House Price Index (HPI) relativo al mese di luglio. I prezzi erano aumentati dello 0,1% a giugno – il guadagno più lento da maggio 2020 – con la crescita annuale dei prezzi in decelerazione a un tasso annuo del 16,2%, in calo rispetto al picco del 19,3% di febbraio.
Sempre martedì, il Conference Board rilascerà l’aggiornamento di settembre al suo Consumer Confidence Index (CCI), che misura l’ottimismo dei consumatori riguardo alle loro finanze personali e allo stato dell’economia. Stime preliminari prevedono un leggero aumento della fiducia dei consumatori, a 104 da 103,2 di agosto. L’Università del Michigan pubblicherà venerdì la lettura finale di settembre del suo Consumer Sentiment Index (MCSI). Gli economisti prevedono una lettura dell’indice invariata a 59,5, rispetto a 58,2 di agosto e un minimo storico di 50 a giugno. Il sentiment dei consumatori è leggermente migliorato all’inizio di settembre, poiché i prezzi del gas sono diminuiti e le aspettative di 
In sintesi, il rapporto sull’inflazione americana di agosto ha tradito le aspettative di un lieve calo mensile, e l’IPC ha sorpreso al rialzo salendo dello 0,1% ad agosto da luglio. Il tasso di inflazione annuale, però, è sceso dall’8,5% all’8,3%, ma è stato comunque superiore all’8,1% previsto. 
Qual è la prospettiva? La persistenza e l’ampiezza dell’inflazione suggeriscono che il compito delle banche centrali sarà piuttosto difficile. Infatti, i prezzi in aumento degli immobili e i salari più elevati stanno esercitando pressioni al rialzo sull’inflazione nel prezzo dei servizi, ma sia in USA che in Europa ci sono segnali che la tensione del mercato del lavoro si sta lentamente allentando, che le catene di approvvigionamento si stanno normalizzando, che i prezzi delle materie prime continuano a indebolirsi e che la domanda dei consumatori si sta moderando, mentre gli aumenti dei tassi rallentano l’economia. Per questi motivi, prevediamo che la traiettoria dell’inflazione sarà più bassa nel breve periodo, anche se non in linea retta.
Invece, l’inflazione immobiliare potrebbe persistere a un ritmo più elevato per un po’, poiché tende a essere lenta e persistente. Storicamente, l’inflazione nei prezzi di affitto degli alloggi rimane indietro di diversi trimestri rispetto alla variazione dei prezzi in acquisto delle case, poiché i contratti di locazione sono generalmente fissati per più di un anno e, anche quando sono in fase di rinnovo i proprietari sono riluttanti ad aumentare troppo i prezzi sugli inquilini esistenti e comprovatamente affidabili. Tuttavia, l’attività immobiliare si sta già raffreddando, il che implica che probabilmente non passerà molto tempo prima che i prezzi inizieranno ad attenuarsi. La scorsa settimana il tasso ipotecario fisso a 30 anni ha raggiunto negli USA il 6% per la prima volta dal 2008, il doppio di quello di un anno fa. Con il costo dei prestiti in forte aumento, le richieste di mutuo per l’acquisto di una casa sono inferiori di circa il 30% rispetto a un anno fa.
Quali sono le prospettive per la Fed? Il rapporto CPI di agosto suggerisce che la Fed ha più lavoro da fare nella sua lotta contro l’inflazione, e il FOMC potrebbe aumentare i tassi di altri 75 punti base (0,75%) quando si riunirà questa settimana, portando il tasso sui fondi federali al 3,00% – 3,25%. Sebbene i prezzi di mercato suggeriscano una probabilità significativa (del 25%) di un aumento di un punto percentuale, la Fed non sceglierà di sconvolgere i mercati con un rialzo jumbo, ma piuttosto aggiungerà più rialzi nelle riunioni future, ma solo se ritenuto necessario. Infatti, dopo la sorpresa al rialzo dell’inflazione le aspettative vanno verso un tasso di picco più elevato, per cui il mercato obbligazionario ora prevede che la Fed fermi i rialzi dei tassi a circa il 4,5% dal 4,0% precedente, con l’ultimo aumento previsto a marzo 2023. In risposta, i rendimenti dei Treasury si stanno adeguando a un percorso di rialzo dei tassi più aggressivo.
In tutta probabilità, quindi, le pressioni sui prezzi si attenueranno abbastanza da consentire alla Fed di rallentare il suo ritmo di inasprimento entro la fine dell’anno, per poi fermarsi l’anno prossimo, ma non abbastanza per iniziare a tagliare i tassi nel corso del 2023. Per la Bce, la previsione è pressoché identica, ma ritardata di circa sei mesi per via della “reazione lenta” della Banca Centrale Europea verso lo shock di offerta. Il rischio più grande per questo scenario è rappresentato da un eventuale e ulteriore altro rally dei prezzi delle materie prime energetiche, ma la discesa dei prezzi del petrolio al di sotto di $ 100 appare solida e confortante.
Quali sono le implicazioni di mercato? Una maggiore incertezza sulla rapidità con cui l’inflazione si raffredderà significa una maggiore volatilità nei mercati finanziari. Nel breve termine, la pressione al rialzo sui rendimenti obbligazionari potrebbe innescare una certa debolezza nei segmenti in crescita del mercato. Fino a quando non sarà stabilito un modello di letture di inflazione più basse (probabilmente tre o più consecutive), le azioni avranno difficoltà a montare un rimbalzo sostenibile. Inoltre, gli investitori a lungo termine dovrebbero considerare che si possa avverare un ulteriore ribasso nelle stime degli utili, ma la maggior parte dell’aggiustamento al ribasso delle valutazioni potrebbe essere già alle nostre spalle. Negli ultimi 26 anni il rapporto prezzo/utili (P/E) si è contratto in media del 24% durante le forti flessioni del mercato e i mercati ribassisti. Il calo del 26% di quest’anno nel rapporto P/E dello S&P 500 sembra scontare adeguatamente i rischi al ribasso, anche perché le azioni storicamente tendono a toccare il fondo molto prima che i dati inizino a migliorare.
Il doloroso ribasso di obbligazioni e azioni di quest’anno ha già migliorato i rendimenti futuri a lungo termine, e i punti di partenza sia dei rendimenti obbligazionari che delle valutazioni azionarie sono ora molto diversi rispetto all’inizio dell’anno, risultando molto appetibili in valore assoluto. Ma con la Fed determinata ad alzare i tassi con fermezza e con il probabile rallentamento della crescita, il contesto macroeconomico richiede pazienza da parte degli investitori, poiché i mercati – mai come adesso – dovrebbero iniziare a riprendersi solo quando le banche centrali diventeranno meno aggressive. In ogni caso, a questi livelli di sconto rispetto ai massimi gli investitori possono già sfruttare l’attuale situazione come un’opportunità per ribilanciare i portafogli e aggiungere investimenti di qualità a prezzi più favorevoli.
La narrazione che prevale oggi sui mercati è quella secondo cui le banche centrali sono in ritardo e dovranno aumentare ancora di molto i tassi per contenere l’inflazione e che tale aumento causerà necessariamente una recessione globale, che la recessione frenerà gli utili societari e in conseguenza di tutto questo i mercati correggeranno ulteriormente. “Ragionando in una prospettiva di quattro/sei mesi, la futura narrazione prevalente sui mercati potrebbe cambiare”, sottolinea Garbarino. “La narrazione potrebbe diventare che il picco dell’inflazione è stato superato; le banche centrali alzeranno ancora i tassi di interesse ma meno aggressivamente rispetto a prima (la Federal Reserve potrebbe passare da aumenti di 75 bps a 25 bps); l’economia globale si sta dimostrando resiliente, così come gli utili societari”.
La transizione dalla narrazione attuale a quella ipotizzata futura dovrebbe supportare i mercati azionari. Inoltre, il forward P/E dell’S&P500 è più basso di circa il 30% rispetto ai livelli di inizio anno. Tale contrazione del multiplo indica che i mercati hanno già scontato molti fattori negativi. In questo contesto ha senso per gli investitori di medio lungo periodo accumulare azioni ai prezzi correnti. “In una situazione di questo tipo il fondo ha venduto Zoetis (farmaceutico), riallocando i proventi su Thermo Fisher (sanità), Sherwin Williams (vernici), Iqvia (sanità), Accenture (tecnologia) e HCA (ospedali)”, conclude Garbarino.
L’elenco delle concause non è terminato. Sul banco degli imputati, infatti, siedono anche nefaste decisioni di politica internazionale – soprattutto da parte degli USA – che hanno creato forti tensioni geo-politiche tra Stati Uniti e Cina e posto un freno alla globalizzazione. Questi eventi sono arrivati ben prima delle interruzioni nelle catene di approvvigionamento causate da Covid-19 e dai lockdown, che in Cina continuano ancora facendo più danni all’economia cinese di quanti non ne deriverebbero se si permettesse al virus di circolare liberamente. Ad aggravare lo scenario, la guerra in Ucraina con le conseguenti sanzioni senza precedenti degli stati occidentali contro la Russia, che hanno fatto venire alla luce gli anni di sottoinvestimenti dell’Europa nell’estrazione di petrolio, gas e metalli industriali. Le banche centrali – in particolare Fed e Bce – hanno reagito molto tardi, dimostrando una certa incapacità a gestire gli eventi, e anche se adesso stanno cercando di riprendere il controllo della situazione, l’economia mostra ancora di risentire delle loro mosse da principianti.
C’è da dire, a loro parziale discolpa, che una buona percentuale dell’inflazione non è causata dalla politica monetaria, poiché dipende da uno shock di offerta che non è sotto il controllo diretto delle banche centrali. Questo crea oggi un aspetto positivo, e cioè il ritorno di rendimenti assoluti finanziariamente significativi per le obbligazioni dell’area euro e di quelle statunitensi, restituendo una certa serenità agli investitori, sia privati che istituzionali. I primi, infatti, potrebbero trovare conveniente non aumentare l’entità degli asset azionari presenti nel proprio portafoglio – come invece accaduto soprattutto negli ultimi cinque anni – pur di ottenere rendimenti reali decorosi, magari forzando la mano ed eccedendo in quei comparti in cui non avevano voluto investire nei decenni passati. I secondi – in particolare le compagnie di assicurazione e le casse previdenziali – potranno reinvestire le obbligazioni in scadenza con altre recanti lo stesso rendimento netto, e le grandi aziende potranno remunerare la tesoreria iscrivendo aspettative superiori rispetto al recente passato.
Tuttavia, se oggi il rendimento dei portafogli obbligazionari ha nuovamente un livello medio del 3,0%, ciò è avvenuto a caro prezzo, poiché i risparmiatori hanno imparato sulla propria pelle, in soli nove mesi, che anche le obbligazioni possono crollare rovinosamente come le azioni. Paradossalmente, questo potrebbe rendere il ricorso ad un maggiore peso di azioni nei portafogli come strutturale nelle abitudini di investimento degli italiani, una sorta di “passaggio evolutivo” che permetterà in futuro un adeguato livello di confidenza con gli strumenti più volatili ed un più alto grado di tolleranza verso di essi, grazie ai quali i rendimenti medi di lungo periodo dei portafogli – guerra ed errori delle banche centrali permettendo – potrebbero aumentare.
In ogni caso, il ritorno di interesse verso le obbligazioni permette la “rinascita” dei portafogli bilanciati, poco attenzionati durante questi ultimi dieci anni per via delle circostanze narrate. Infatti, nell’ultimo anno la performance dei fondi (teoricamente) bilanciati è crollata miseramente a causa del doppio crollo di azioni e obbligazioni, evento piuttosto raro in finanza poiché, di regola, i due comparti si muovono in direzioni opposte e permettono una sufficiente diversificazione anche con i tassi a zero. Ma anche questo fenomeno è figlio dei continui interventi sui mercati da parte delle banche centrali, le quali hanno così creato artificialmente un contesto di tassi d’inflazione permanentemente bassi e, soprattutto, oscillazioni dei prezzi delle obbligazioni molto al di sotto delle media storica.
Quanto durerà questa nuova attrattività del comparto obbligazionario, dal momento che lo shock di offerta (che tiene alta l’inflazione) è certamente un fenomeno temporaneo e le banche centrali stanno apertamente perseguendo l’obiettivo di tornare ad una inflazione del 2% entro il 2024? La risposta non è facile, poiché il contesto attuale è dei più complicati degli ultimi cinquant’anni. Infatti, a causa dei rialzi aggressivi dei tassi di interesse la congiuntura potrebbe rallentare in maniera sensibile, ma non così l’inflazione, mantenuta elevata finchè dureranno le interruzioni nelle catene di approvvigionamento, in particolare dalla Cina. In base a questo scenario, le banche centrali dovrebbero lottare contemporaneamente contro recessione e inflazione, finendo con il privilegiare uno solo dei due obiettivi, che è dichiaratamente quello di far scendere l’inflazione anche a costo di causare una recessione più profonda di quanto non si preveda già adesso.
“Anche noi siamo rimasti sorpresi dalla velocità con cui i rendimenti sono scesi, mentre l’inflazione in Europa e negli Stati Uniti saliva a nuovi massimi storici”, afferma Volker Schmidt, senior Portfolio Manager di Ethenea. Andrea Siviero, Investment Strategist di Ethenea, aggiunge: “Il 21 luglio, la Bce si è accodata al ciclo mondiale di rialzi dei tassi di interesse con un aumento dei tassi di riferimento superiore alle attese, di 50 punti base: si tratta di un passo nella giusta direzione, che lascia alla Banca centrale un certo margine di manovra per ulteriori rialzi dei tassi e che potrebbe allo stesso tempo prevenire il rischio di frammentazione del mercato. Tuttavia, la situazione rimane particolarmente difficile per la Bce, che si sta destreggiando tra i rischi di stagflazione, recessione e tensioni politiche all’interno dell’eurozona”. L’euro debole non sta aiutando gli esportatori. Il forte deprezzamento dell’euro negli ultimi tempi sta danneggiando le prospettive di inflazione e i consumatori europei. Secondo Andrea Siviero, una delle ragioni principali della debolezza dell’euro è la divergenza delle misure regionali di politica monetaria: “Un’azione decisa della Bce potrebbe dare una spinta all’euro e proteggere l’Eurozona da un’ulteriore accelerazione dell’inflazione“.
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la debolezza dell’euro rispetto al dollaro Usa non sta attualmente avvantaggiando gli esportatori europei e nemmeno l’Ue in generale. Philip Bold, gestore di portafoglio di Ethenea, spiega che “le esportazioni di beni e servizi verso i Paesi non appartenenti all’area euro rappresentano generalmente una quota sostanziale del Pil (circa il 20% nel 2021). Tuttavia, solo una parte di queste (circa il 15%) è destinata agli Stati Uniti. Per valutare la competitività dell’euro serve un confronto con un paniere di valute più ampio e ponderato per il commercio, come il tasso di cambio EER-42 pubblicato dalla Bce, che tiene conto del peso degli scambi con i 42 principali partner commerciali dell’Ue. Rispetto a questo paniere di valute, l’euro è sceso solo del 4% circa dall’inizio della guerra in Ucraina raggiungendo la parità con
il dollaro Usa. Il vantaggio competitivo internazionale acquisito dall’euro è quindi notevolmente inferiore a quanto suggerisce la variazione del tasso di cambio euro-dollaro“. “Inoltre, la debolezza dell’euro rispetto al dollaro comporta uno svantaggio significativo”, prosegue Philip Bold, “in quanto l’energia e le materie prime sono generalmente quotate in dollari. Il duplice onere dell’aumento dei prezzi dell’energia e delle materie prime e dell’apprezzamento del dollaro probabilmente più che compenserà il leggero vantaggio competitivo derivante dalla debolezza generale dell’euro. La caduta dell’euro nei confronti del dollaro non è quindi motivo di festa, nemmeno per i forti esportatori europei”.
Quale recessione aspettarsi? Gli investitori confidano nel fatto che le banche centrali riusciranno a tenere sotto controllo l’inflazione in tempi brevi. “Questo è evidente, ad esempio, dalle aspettative di inflazione che si riflettono nei prezzi delle obbligazioni sovrane decennali indicizzate all’inflazione“, afferma Volker Schmidt. “Le aspettative a lungo termine per l’inflazione media nei prossimi dieci anni si attestano attualmente a poco più del 2%, sia per la Germania che per gli Stati Uniti. La maggior parte degli economisti prevede inoltre un calo significativo dell’inflazione nel 2023. Se l’economia globale dovesse davvero scivolare in recessione, le banche centrali potrebbero effettivamente pensare a nuovi tagli dei tassi di interesse già nel 2023. La Federal Reserve statunitense vede il livello neutro a lungo termine dei tassi d’interesse al 2,5%: è probabile che questo livello venga superato entro settembre 2022, aprendo così la strada a futuri tagli dei tassi”.
Ma che tipo di recessione dobbiamo aspettarci? “La disoccupazione è bassa e c’è una forte carenza di manodopera qualificata e non”, fa notare Volker Schmidt. “D’altra parte, i grandi gruppi tecnologici stanno annunciando stop alle assunzioni o stanno già effettuando licenziamenti. Anche qui è probabile un rallentamento della crescita economica e c’è persino la possibilità di una recessione tecnica in Europa, definita come due trimestri consecutivi senza crescita economica. Tutto questo potrebbe condurre a un atterraggio duro, con un aumento significativo dei tassi di disoccupazione? Non credo”. In questo contesto, la gestione del portafoglio del fondo Ethna-DEFENSIV di Ethenea rimane prudente: “La nostra convinzione più forte riguarda le
valute”, afferma Volker Schmidt. “Abbiamo quindi aumentato l’allocazione in dollari al 25% e rimaniamo investiti nel franco svizzero e nella corona norvegese. Siamo solo leggermente esposti al rischio di tasso d’interesse. La duration media del portafoglio obbligazionario è estremamente bassa (3,1). Questo, insieme all’alta qualità delle nostre posizioni – il cui rating medio è di circa AA – riduce la minaccia di un aumento dei premi di rischio per le nostre obbligazioni societarie. Abbiamo ridotto ulteriormente il rischio di tasso d’interesse grazie alla copertura dei tassi d’interesse tramite futures”.
Per quanto riguarda il fondo multi-asset di Ethenea, Ethna-AKTIV, Michael Blümke (Senior Portfolio Manager), spiega: “Alla luce dell’inflazione dilagante, riteniamo che i rendimenti dei Bund e dei Treasury, rispettivamente dell’1% e del 2,75%, non abbiano senso. Per quanto riguarda le azioni, non condividiamo la teoria secondo cui abbiamo già toccato il fondo”. “Con l’aumento dei livelli di interesse, anche le azioni hanno perso il loro status di unico asset di rischio disponibile”, aggiunge Christian Schmitt, che gestisce il fondo Ethna-DYNAMISCH di Ethenea. “Inoltre, le prospettive di guadagno delle aziende si stanno indebolendo in termini economici reali, ad eccezione del settore energetico. I fattori di stress di questa stagione di bilanci – inflazione dei costi, indebolimento della domanda dei consumatori, forza del dollaro – continueranno probabilmente anche nella seconda metà dell’anno. Le attuali prospettive delle imprese sono quindi modeste”.
Le oscillazioni di valore dei mercati azionari nella prima metà dell’anno sono già scontate nei prezzi e le valutazioni (a seconda del rapporto utilizzato) sono generalmente tornate ai livelli medi. “Tuttavia, continuiamo a prevedere un contesto difficile e volatile per il resto dell’estate”, afferma Christian Schmitt. “Questo è dovuto ai driver top-down che sono negativi. Pertanto, rimaniamo prudenti e di recente – in particolare durante la fase di forza del mercato all’inizio di luglio – abbiamo ridotto in modo anticiclico la nostra allocazione azionaria nell’Ethna-DYNAMISCH da circa il 40% al 30%, utilizzando strumenti di copertura. Nel frattempo, continuiamo a mantenere un livello elevato di liquidità, pari a circa il 65%, compresi gli equivalenti di liquidità e gli hedge azionari, per garantire la stabilità del portafoglio in un contesto di mercato negativo.”
I mercati azionari globali hanno registrato una performance relativamente buona a luglio, soprattutto grazie all’idea diffusa che l’inflazione abbia raggiunto il suo picco a giugno, alle minori aspettative sul ritmo dei rialzi dei tassi da parte della Fed e a un posizionamento e a un sentiment già molto cauti, sebbene in un contesto di bassi volumi. Inoltre, il mercato europeo ha probabilmente iniziato a prevedere che lo scenario peggiore di un’interruzione completa delle forniture di gas dalla Russia possa essere evitato. La volatilità dei mercati è diminuita e le principali materie prime hanno seguito lo stesso trend, gas a parte.
Per quanto riguarda i tassi di interesse, il rendimento del decennale statunitense è sceso di 30 pb al 2,7%, mentre le aspettative di inflazione sono aumentate, portando a un calo dei tassi reali statunitensi allo 0,2% dallo 0,67% del mese scorso. In Europa, il rendimento del bund tedesco è sceso di 43 pb, attestandosi ora allo 0,90%, mentre l’incertezza politica in Italia, dopo le dimissioni del premier Mario Draghi, ha portato a un allargamento dello spread BTP/Bund, con il rendimento del decennale italiano costante al 3,25%. Per la seconda volta consecutiva, la Fed ha alzato i tassi di interesse di 75 pb, portandoli al 2,25-2,5% (dall’1,5-1,75%), avvicinandoli al loro livello “neutrale” e ha avvertito che sarà necessaria una nuova stretta. La Bce ha invece aumentato i tassi di interesse di riferimento di 50 pb, più della guidance di 25 pb prevista a giugno. “Riteniamo che la fine dei tassi di interesse negativi nell’UE sosterrà la redditività del settore bancario”, sottolinea Scauri.
In Italia, l’incertezza politica si è diffusa dopo le dimissioni del Primo Ministro Mario Draghi, con le elezioni previste per il 25 settembre. Le principali conseguenze sul mercato sono un nuovo allargamento dello spread a causa dell’incertezza politica (anche se è probabile che la Bce agisca per limitare questo allargamento), un aumento del rischio nell’attuazione dei progetti del PNRR (raggiungendo le tappe fondamentali alla fine del 2022, l’Italia probabilmente otterrà 19 miliardi di euro di fondi Ue in più – pari all’1% del Pil – mentre nel 2023 riceverà 34 miliardi di euro, ossia il 2% del Pil) anche in virtù del fatto che l’Italia non ha ancora raggiunto il suo obiettivo (pari al 2% del Pil) anche come possibile conseguenza di un’importante battuta d’arresto in alcune riforme, nonché di ritardi in questioni politiche fondamentali. Nonostante questo, è probabile che l’Italia sarà in grado di negoziare a livello europeo una proroga delle scadenze e che qualsiasi futura coalizione di governo sarà interessata a portare avanti i progetti e le riforme del Piano di rilancio.
“In questo scenario, che rimane fragile e incerto, abbiamo assunto un atteggiamento più aggressivo da metà luglio in poi, ricostruendo le posizioni su nomi ciclici che presentano valutazioni che scontano già i timori di recessione”, continua Scauri. “Siamo usciti quasi completamente da Atlantia, che era considerata un proxy di liquidità con un rendimento del 2% da qui a ottobre, per avere la potenza di fuoco di concentrarci nuovamente sui nomi ciclici. Tra questi Asml e Orpea, grazie agli ottimi risultati che hanno dissipato le preoccupazioni sulla sostenibilità del core business, banche (Deutsche Bank e Commerzbank, viste le valutazioni depresse). Abbiamo preso poi posizione su Atos, con il recente rifinanziamento annunciato con i risultati del primo semestre che ha dissipato i timori di un aumento di capitale. Infine le società a piccola/media capitalizzazione rimangono una buona parte del portafoglio”.







