Le maggiori banche di investimento tagliano le previsioni e vedono lo scenario peggiore per il mercato azionario, con lo S&P 500 a quota 3.000 in caso di recessione. Warren Buffett fa shopping.
Tra i crescenti timori di recessione, le principali società di Wall Street ora avvertono che il sell-off del mercato in corso, che ha generato sette settimane consecutive di perdite, potrebbe ancora peggiorare, con le azioni destinate a precipitare di un altro 20% circa se l’economia si dovesse dirigere verso una fase di recessione concreta. Anche in una simile evenienza – c’è da esserne certi – i banchieri centrali parleranno di “recessione temporanea e di breve durata”, così come fecero in occasione della prima comparsa dell’inflazione. Sappiamo tutti com’è andata a finire.
I timori di una recessione, pertanto, sono aumentati questa settimana, dopo che le notizie provenienti dai principali produttori e distributori mondiali hanno avvertito delle pressioni inflazionistiche che intaccano i profitti trimestrali, e soprattutto dopo che la Federal Reserve ha promesso che “non esiterà” a continuare ad aumentare i tassi di interesse fino a quando i prezzi in aumento non torneranno a scendere. Su questa scia, ogni stormir di fronde diventa una ulteriore fonte di pessimismo, e le previsioni che ne conseguono non possono che essere dettate dallo stesso spirito negativo. E così, alcune tra le più importanti banche di investimento si sono affrettati a diffondere il proprio “worst case”, ossia lo scenario peggiore che potrebbe derivare dalla combinazione di fattori in essere. La più “nera” tra queste previsioni è che lo S&P 500 potrebbe precipitare a quota 3.000 se l’economia dovesse cadere in una recessione nel prossimo futuro. In soldoni, si tratterebbe di un ulteriore calo del 24% rispetto all’attuale livello dell’indice (circa 3.900), secondo una recente nota del capo del settore azionario e globale di Deutsche Bank negli Stati Uniti, Binky Chadha.

Impossibile non notare la profonda ampiezza tra l’attuale prezzo-obiettivo dello stesso analista riguardo lo S&P 500 (4.750, oltre il 20% in più rispetto ai livelli attuali) e la previsione di un ribasso fino a 3.000 in caso di recessione: come se il calo delle ultime sette settimane di borsa non abbia scontato nessuno scenario negativo rilevante ed equivalente.
Peraltro, Chadha prevede un “rialzo di sollievo” entro la fine dell’anno, e una successiva “svendita prolungata” generata da una “recessione che si autoavvera“. “L’inflazione si sta rivelando vischiosa, e la guida prospettica della Fed è per un ciclo di rialzo dei tassi che è storicamente terminato in recessione il più delle volte (8 su 11 o il 73% delle volte), con la Fed che riconosce e accetta questo rischio”, ha affermato recentemente Chadha. Questo scenario è giudicato plausibile anche da David Kostin, chief equity strategist statunitense di Goldman Sachs, che stima addirittura al 35% le probabilità di una flessione complessiva dello S&P500, basando la sua analisi sui dati storici di 12 recessioni dalla seconda guerra mondiale. Secondo questo modello, quindi, il mercato azionario potrebbe scendere tra l’ 11% e il 18% rispetto ai livelli attuali. Gli strateghi della Bank of America, nel frattempo, hanno avvertito di uno scenario di stagflazione – rallentamento della crescita
economica e prezzi elevati – che potrebbero portare lo S&P 500 a quota 3.200, un calo di circa il 18% rispetto ai livelli attuali. Ancora più catastrofico Mark Zandi, capo economista di Moody’s Analytics, secondo il quale il recente sell-off del mercato, insieme alla prospettiva di rialzi aggressivi dei tassi da parte della Federal Reserve per combattere l’inflazione, ha certamente aumentato i timori di recessione, e aumenta le probabilità di un ribasso del 33% nei prossimi 12 mesi e del 50% entro 24 mesi.
Gli investitori dovrebbero essere cauti poiché “i rischi di recessione stanno prendendo il sopravvento” nei mercati, secondo Savita Subramanian, equity e quant strategist di Bank of America, in una nota recente. Non solo le possibilità di un ambiente di stagflazione aumentano, ma le attuali condizioni di mercato ricordano la bolla delle dot-com del 1999-2000. Gli investitori non hanno “un posto dove nascondersi, mentre l’S&P 500 si avvicina al territorio del mercato ribassista”, secondo gli analisti di Forbes.
Nel frattempo, Warren Buffett fa shopping in borsa per 51 miliardi di dollari. Il noto investitore ha sfruttato il sell-off del mercato in corso come un’opportunità per acquistare e aggiungere diverse nuove posizioni importanti in alcune aziende quotate ritenute strategiche per il suo conglomerato di investimento, Berkshire Hathaway. In particolare, Buffett ha approfittato della turbolenza del mercato in corso per entrare in otto nuove posizioni, tra cui 55 milioni di azioni di Citigroup (per un valore di circa 2,6 miliardi di dollari) e 69 milioni di azioni del colosso dei media Paramount Global (per un valore di circa 1,9 miliardi di dollari).
Pertanto, Berkshire Hathaway ora possiede una partecipazione di oltre il 10% in Paramount, rivelando anche una nuova partecipazione di 390 milioni di dollari in Ally Financial. Naturalmente, le azioni di tutte e tre le società sono aumentate dopo la notizia che Buffett aveva preso posizione: Paramount è salito del 14%, Citi del 7% e Ally di quasi il 5%. Berkshire Hathaway aveva già effettuato di recente acquisti considerevoli in due società energetiche: Chevron e Occidental Petroleum, il gigante tecnologico legacy HP e la società di videogiochi Activision Blizzard. Adesso Berkshire Hathaway possiede circa 159 milioni di azioni Chevron (per un valore di circa 27 miliardi di dollari), 143 milioni di azioni di Occidental (quasi 10 miliardi di dollari), 121 milioni di azioni di HP (oltre 4 miliardi di dollari) e 64 milioni di azioni di Activision (5 miliardi di dollari).
Berkshire, tuttavia, ha venduto tutte le sue azioni in Wells Fargo, che in precedenza era stata una delle principali holding e faceva parte del portafoglio di Buffett dal 1989. Il 91enne “Oracolo di Omaha” ha anche venduto quasi tutti i suoi 8 miliardi di dollari di partecipazione nel gigante delle telecomunicazioni Verizon.



Gli hedge fund ci stanno già scommettendo, e aziende del calibro di HSBC Holdings Plc e RBC Capital Markets prevedono che le due valute raggiungeranno la parità nel corso del 2022. Alcuni fondi speculativi hanno già accumulato circa 7 miliardi USD di valore nozionale in scommesse su opzioni sulla parità solo nell’ultimo mese, rendendolo lo scambio più popolare tra coloro che cercano un ulteriore calo della valuta comune. Eppure, secondo la maggioranza degli analisti finanziari, l’Euro in sé non è una valuta poco interessante, ma la forza del Dollaro e la volatilità del mercato fanno puntare il calcolo delle
probabilità verso la parità fra i due. Infatti, in larga misura la difficile situazione dell’Euro è una funzione della forza del Dollaro, che è stata sovraccaricata dal momento che la Federal Reserve ha proseguito con una politica dichiarata di aumenti “aggressivi” – anche prospettici – dei tassi di interesse, in misura maggiore rispetto alle altre banche centrali. Tutto questo, però, ha determinato un ulteriore attacco di avversione al rischio, che ha tolto il vento dai mercati azionari e sta aggiungendo slancio alle valute rifugio.
A contribuire ad una certa debolezza dell’Euro si aggiunge uno scenario di continuo stallo con Mosca sulla fornitura di gas naturale, che ha sollevato la prospettiva di un pronunciato rallentamento dell’economia; tanto che il Fondo Monetario Internazionale ha ridotto al 2,8% le previsioni di crescita dell’anno in corso per l’Unione Europea per il 2022, la cui Banca centrale ora è costretta a camminare sul filo del rasoio, dovendo bilanciare la necessità di una politica più rigida per domare l’inflazione record con la prospettiva di causare danni economici agli Stati membri più indebitati della regione, come l’Italia. Non a caso lo spread tra i rendimenti italiani e tedeschi, visto come un indicatore di rischio, ha superato i 200 punti base questo mese per la prima volta dai primi giorni della pandemia. Pertanto, sebbene la Bce possa aumentare i tassi sopra lo zero prima della fine dell’anno, ci sono dubbi su ulteriori aumenti dopo quello previsto per Luglio.
Da oggi gli investitori guarderanno ai discorsi del presidente della BCE Christine Lagarde dei prossimi giorni, così come ai verbali della riunione di aprile della Banca centrale, per ricevere ulteriori indizi su come muoversi. Dal momento che l’inflazione probabilmente non ha ancora raggiunto il picco, è praticamente impossibile mantenere una politica monetaria accomodante, per cui la Lagarde dovrà navigare a vista lungo un percorso ad ostacoli che non prevede neanche la minima possibilità di errore. Dal punto di vista dell’analisi grafica, se l’Euro sfonderà al ribasso l’argine di 1,0341 con il Dollaro, la strada verso la parità sarà in forte discesa.
Ma non tutti gli analisti sono negativi. Roberto Mialich, stratega valutario di UniCredit, prevede che l’euro risalirà sopra 1,10 USD nel corso del prossimo anno, quando diventeranno certe le previsioni di interruzione del ciclo di aumenti dei tassi da parte della Fed. Lo scenario di parità duratura – o addirittura di sotto-parità – viene visto solo come un rischio marginale, che potrà avverarsi solo se la crescita della zona euro crollerà molto più di quanto temuto. Tuttavia, finché le attività di rischio rimarranno vulnerabili, i rifugi tradizionali come il Dollaro e lo Yen rimarranno in voga. Anche la guerra della Russia in Ucraina rimane un importante ostacolo per l’Euro, e diversi analisti (HSBC, in primis) danno revisioni al ribasso della crescita dell’area Euro e previsioni al rialzo per l’inflazione, cioè un “cocktail sgradevole” per qualsiasi valuta.
Nell’ultimo mese i mercati Asean hanno nuovamente sovraperformato le altre borse regionali, seguiti dal Giappone. Le performance più deboli in valuta locale sono venute dalla Cina e da Taiwan. La performance settoriale ha mostrato rendimenti positivi solo nei settori finanziario, dei beni di consumo e dei servizi, mentre i basic materials, la tecnologia e l’healthcare sono stati i segmenti più deboli. La sanguinosa guerra in Ucraina continua a dominare il flusso di notizie e gli scenari di rischio economico per l’Europa, il suo approvvigionamento energetico e le prospettive di inflazione globale rimangono difficili da valutare.
“In Cina le valutazioni degli indicatori aziendali continuano a scambiare ai minimi pluriennali, riflettendo la debole visibilità economica e il rischio di sanzioni Usa, se il paese dovesse sostenere direttamente la Russia. La scarsa visibilità economica e geopolitica continua a pesare sui mercati azionari globali e le azioni cinesi vengono scambiate ai minimi pluriennali”, spiega Zimmermann. “In questo contesto, abbiamo iniziato ad aumentare la ponderazione in Cina, ma esitiamo a portarla verso il peso del mercato a causa dell’incertezza di cui sopra”.
L’esposizione allo yen rimane coperta ed è presumibile un’ulteriore divergenza della politica monetaria tra Usa e Giappone. Lo yuan cinese potrebbe sperimentare un’ulteriore debolezza, dato che la banca centrale cinese si muoverà per essere più accomodante. Il dollaro di Hong Kong è scambiato nella fascia superiore dei suoi limiti, ma la banca centrale di Hong Kong ha riserve massicce per difendere il Peg (rapporto prezzo/utili/crescita). Tuttavia, è preferibile coprire anche questo rischio valutario. “Le valutazioni nella regione sembrano interessanti nella maggior parte dei mercati, ma l’attuale debolezza riflette le incerte prospettive geopolitiche”, conclude Zimmermann. “Qualsiasi notizia positiva provocherebbe un rally nei mercati azionari globali”. 

Anche dal mercato valutario arrivano cattive notizie: il dollaro è salito overnight al top da 20 anni su un paniere di altre valute, sta facendo ruzzolare lo yuan ai minimi da 18 mesi a quota 6,7338, mentre ieri ha brevemente riportato l’euro sotto quota 1,05 dollari, salendo del 2,2% ai massimi da quasi due anni contro la sterlina. Intanto oggi crollano Hong Kong e Shanghai, mentre Tokyo è in controtendenza e avanza di oltre mezzo punto percentuale. In leggero calo i future sull’EuroStoxx 50 dopo che ieri le borse europee hanno chiuso contrastate: Parigi a -0,43%, Francoforte a -0,5%, Milano a -0,57% e in controtendenza Londra, che è salita dello 0,17%, dopo il previsto aumento dei tassi di 25 punti base all’1% da parte della Banca d’Inghilterra. A un soffio dai 200 punti il differenziale tra Btp italiani e Bund, mentre il rendimento annuo dei titoli italiani è salito al 3,036% e quello sul Bund è tornato sopra l’1%.
Il petrolio resta in rialzo, dopo essere salito a Wall Street e dopo il balzo di oltre il 5% di mercoledì. Attualmente il Wti è oltre 108 dollari e il Brent sopra 111 dollari, poiché gli investitori hanno valutato imminente l’embargo Ue sul petrolio russo, che tuttavia ancora non è stato deciso, e hanno preso atto della volontà dell’Opec+ di non voler intervenire sui mercati, dopo aver varato ieri solo dei modesti aumenti della produzione mensile, mentre si intensificano le preoccupazioni per la domanda derivanti dalle restrizioni anti-Covid della Cina. Gli esponenti dei tredici paesi membri dell’Opec e i loro dieci partner (Opec+), compresa la Russia, hanno convenuto di adeguare al rialzo la produzione mensile totale di 432.000 barili al giorno per il mese di giugno.
Oggi c’è attesa per i dati sull’occupazione Usa ad aprile, mentre a Tokyo l’inflazione sale all’1,9% al top da sette anni, riportandosi vicino al target del 2% della Boj. Oggi escono anche i dati sulla produzione industriale ad aprile in Germania e Spagna, mentre il capo economista della Bce, Philip Lane, ha preparato il terreno per un rialzo dei tassi di interesse europei a luglio, che poi è quello che i ‘falchi’ sostengono da mesi, dicendo di aspettarsi “un altro anno di un’inflazione sopra le attese” e che “è improbabile che l’economia si stabilizzi rapidamente”. 
Wall Street ha festeggiato la notizia, chiudendo in netto rialzo. Il Dow Jones ha guadagnato il 2,82% a 34.061 punti, l’S&P 500 il 2,97% a 4.299 e il Nasdaq il 3,19% a 12.964. Non è chiaro se si tratti di una inversione del sentiment di mercato, ma si propende per il no. Il rialzo dei listini americani e probabilmente, sulla scia, di quelli europei, potrebbe durare un paio di settimane, giusto il tempo di risollevare le quotazioni delle Big Tech e dei titoli industriali più colpiti dai rallentamenti nelle catene di approvvigionamento di materie prime e semilavorati; dopo di che l’attuale congiuntura, in costanza di conflitto armato in Ucraina, finirà con il riportare gli indici verso una certa debolezza, peraltro tipica dei mesi estivi.
Nonostante l’aumento di mezzo punto sia stato deciso all’unanimità, la Fed ha atteso fino all’ultimo per giocarsi eventualmente la carta del rialzo-monstre, qualora gli ultimi dati ne avessero motivato il ricorso, poiché a marzo l’inflazione è schizzata all’8,5%, una roba che non si vedeva dagli anni ’80. L’ipotesi di un rialzo maggiore, comunque, rimane sul tavolo, anche se Powell si è limitato ad annunciare in conferenza stampa che l’inflazione va ridotta “speditamente” e che ulteriori aumenti dello 0,50% del costo del denaro verranno valutati anche in occasione dei prossimi due direttivi (metà giugno e fine luglio). Questo fa capire che in almeno uno dei due appuntamenti il ritocco dei tassi ci sarà, resta da capire se il mercato azionario sconterà nelle prossime sedute due rialzi o uno soltanto. Si propende per la seconda ipotesi, poiché gli indici americani sono volati sulla scia della dichiarazione di Powell secondo cui per il momento la Fed “non sta attivamente considerando” un rialzo dello 0,75%; il che vuol dire tutto e niente allo stesso tempo.
Ma se vogliamo dare credito alla teoria del “poliziotto buono e poliziotto cattivo”, il presidente della Fed ora sta impersonando il primo carattere con inusuale anticipo “cinematografico”, e questo potrebbe significare che nei prossimi mesi rialzi maggiori di mezzo punto non siano affatto da escludere. Infatti, la Fed, di fronte ad un eventuale ulteriore aumento dell’indice dei prezzi al consumo, potrebbe considerare l’adozione di una misura più efficace – cioè un aumento dello 0,75% o addirittura dell’1% – una volta sola tra giugno e fine luglio, anziché due aumenti consecutivi di 50 bps. Del resto, la guerra in Ucraina e i nuovi lokdown imposti dalle autorità cinesi per contrastare il contagio sono rischi concreti per il perdurare della inflazione elevata, per cui non è certo che la Fed abbia – come dichiarato dal buon Powell – “gli strumenti adeguati per riportare il costo della vita sotto controllo e (soprattutto) senza provocare una recessione“.
Probabilmente Powell, più che le capacità della banca centrale, deve ringraziare gli americani e la loro sfrenata tendenza a consumare anche il denaro preso a prestito, grazie alla quale l’economia a stelle e strisce oggi è forte e, nonostante il calo del Pil dell’1,4% registrato nel primo trimestre su base annua (trimestre su trimestre), le spese dei consumatori e gli investimenti fissi delle aziende sono rimasti robusti, così come i progressi del mercato del lavoro. Nel fare riferimento agli strumenti a disposizione della banca centrale, Powell certamente fa più affidamento nel programma di riduzione del bilancio dell’istituto, volato a 9.000 miliardi di dollari per sostenere l’economia durante la pandemia. La stretta sarà pari a 47,5 miliardi di dollari al mese a giugno, luglio e agosto e accelererà a 95 miliardi da settembre.
I problemi sul tavolo rimangono molti: le preoccupazioni per un aumento più rapido dei tassi di interesse, il conflitto in Ucraina, i blocchi cinesi per il COVID-19 e le elevate valutazioni nel settore tecnologico statunitense, tutti fattori che nei mesi scorsi hanno innescato vendite di azioni globali e penalizzato i portafogli di investimento. Negli ultimi giorni, però, si è intravista qualche luce nel tunnel profondo del pessimismo. Per esempio, l’investitore tecnologico olandese Prosus NV, che ha una partecipazione importante nella cinese Tencent, è balzato del 10,8% dopo che un rapporto affermava che le autorità di regolamentazione statunitensi e cinesi stavano negoziando un passaggio chiave per evitare il delisting statunitense delle società cinesi.
Al di là del risultato del singolo titolo, la notizia fa ben sperare per i giganti cinesi quotati all’estero, anche perché i loro utili aziendali sono abbastanza resistenti ai grandi shock economici e molte aziende hanno già trasferito sui prezzi al pubblico i costi di materie prime e di produzione in aumento per mantenere inalterati i margini di profitto e gli utili futuri. Nel frattempo, l’ufficio statistico dell’Unione Europea ha affermato che il PIL è aumentato dello 0,2% su base trimestrale, mentre gli economisti intervistati da Reuters si aspettavano una crescita dello 0,3%. Tuttavia, i titoli tecnologici sono aumentati del 2,2%. I fornitori Apple, tra cui ST Microelectronics, AMS e ASM International, sono tutti aumentati di circa il 2% ciascuno dopo che il produttore di iPhone ha registrato profitti e vendite record, mentre gli analisti prevedono che l’utile delle società STOXX 600 crescerà del 27,1% nel primo trimestre e del 13,7% nel secondo trimestre, con il maggiore impulso proveniente dalle società energetiche.
Negli USA Il sentiment è appesantito dalla delusione per la stagione delle trimestrali Usa, che vede alcune Big Tech mostrare atteggiamenti improntati alla cautela. Inoltre, pesano i risultati di bilancio di Amazon, che perde in Borsa oltre il 12% dopo aver riportato nel primo trimestre la prima perdita dal 2015 per via del pessimo investimento (loss di 3,8 miliardi di USD) effettuato nel produttore di auto elettriche Rivian. Amazon ha poi comunicato di stimare per il trimestre attuale una perdita operativa compresa tra 1 e 3 miliardi di USD, ma ciò che spaventa di più è che la crescita del fatturato è stata di appena il 7% nel primo trimestre, rispetto al boom +44% del primo trimestre del 2021. Sul fronte obbligazionario, la spirale di forte inflazione ha determinato una risalita dei tassi sui Treasuries Usa a scadenza decennale (2,864%).
A Wall Street qualcuno già parla – forse un pò frettolosamente – di “ciclo del FOMC”. Infatti, dalla fine del 2021 le riunioni del FOMC sono state seguite da ottimi rialzi dello S&P 500, mentre i verbali del FOMC hanno dato la stura a forti cali di mercato. Pertanto, potrebbero esserci buone possibilità che questo mini-ciclo continui con lo S&P 500 in rialzo dopo l’incontro. Anche l’indice VIX è generalmente scambiato a livelli più bassi quando escono i verbali del FOMC, a livelli più alti prima della riunione del FOMC, ed oggi il VIX scambia a livelli elevati in vista della riunione del FOMC. Tuttavia, è probabile che qualsiasi rally sia di breve durata, perché i fondamentali sottostanti dello S&P 500 e il mercato azionario in generale si stanno deteriorando: quando i tassi di interesse più elevati si comprimono, il rapporto P/E e gli utili generalmente diminuiscono.
Due problemi tra tutti scuotono gli operatori. L’aumento dei rendimenti reali è il problema più grande che il mercato azionario deve affrontare, ed anche i dividendi reali sono impoveriti dalla inflazione elevata. Già nelle ultime settimane si è osservata una certa compressione del rapporto P/E, sceso a 17,5 rispetto alla media storica di 16,1 rilevata dal 2002. Ma va riconosciuto che tra la primavera del 2020 e la fine del 2021 il rapporto P/E dello S&P 500 era storicamente molto alto. L’altro problema è che le stime degli utili per lo S&P 500 potrebbero ora iniziare a subire pressioni. Il NASDAQ 100 e il NASDAQ Composite hanno già iniziato a vedere diminuire le stime degli utili per il 2022. Pertanto, sembra difficile immaginare che le stime degli utili dello S&P 500 reggeranno, poiché il NASDAQ 100 di solito anticipa le stime di utili rispetto allo S&P 500.
Su tutto, la Fed ha chiarito che le politiche monetarie si debbano inasprire, e le azioni non hanno mai avuto buoni risultati in tali occasioni, subendo forti ribassi. Questa volta non è probabile che sia diverso, perché la politica monetaria deve inasprirsi ancora un po’ prima di raggiungere un livello neutrale. Lo S&P 500 vedrà probabilmente un notevole rimbalzo dopo la riunione del FOMC, ma i dati fondamentali negativi sono troppo forti per non riprendere il sopravvento verso la fine di maggio, quando il mercato conoscerà i verbali del FOMC e vivrà la consueta debolezza estiva.
Tra le città in lockdown, Shanghai ha ricevuto più attenzione per via della sua importanza strategica e finanziaria. Infatti, i 39 nuovi decessi tra i pazienti segnano un record e generano i blocchi e le quarantene forzate che a Shanghai hanno suscitato rabbia e disperazione tra i cittadini. Sebbene la città abbia in qualche modo allentato le regole di quarantena questa settimana, circa 4,5 milioni di persone rimangono confinate nelle loro case e circa 7,9 milioni possono lasciare le loro case ma devono rimanere nei loro quartieri.
Per via dei blocchi, la popolazione cinese coinvolta (circa 320 milioni di persone su un totale di 1,4 miliardi) sta lentamente prosciugando i propri risparmi a un livello al quale sono obbligati a ridurre anche la spesa. La responsabilità di tutto questo ricade sull’orgoglio nazionale di questo paese, che ha impedito alla Cina di approvare vaccini mRNA stranieri, lasciando le persone ai vaccini meno efficaci sviluppati dalle aziende nazionali. Per cui, nonostante un tasso di vaccinazione impressionante (l’88% delle persone ha avuto due vaccinazioni), si
ritiene che gli anziani in particolare siano ancora a rischio reale di coronavirus. È vero che Pechino ha sollecitato lo sviluppo di vaccini mRNA nostrani – due dei quali sono ora entrati in studi clinici – ma la Cina deve agire ora con rapidità. Dovrebbe ingoiare il suo orgoglio e approvare immediatamente le importazioni di massa di vaccini mRNA stranieri, consentendo così di tracciare una via d’uscita dalla sua politica draconiana zero-Covid e allentare i blocchi che stanno imponendo un enorme tributo economico e psicologico.
Ma la crisi a Shanghai e in altre città non è solo umanitaria. È decisamente un problema economico e, in una certa misura, anche politico. Il FMI ha ridotto le previsioni di crescita del PIL dal 4,8% al 4,4% per l’intero anno, una contrazione particolarmente marcata rispetto all’8,1% registrato lo scorso anno, danneggiando sia la Cina che l’economia globale. La crisi sembra destinata ad essere particolarmente pronunciata ad aprile. Ting Lu, capo economista cinese di Nomura, prevede che la crescita del PIL nel secondo trimestre di quest’anno crollerà all’1,8%, in calo rispetto all’effettivo 4,8% visto nel primo trimestre.
Nonostante la scorsa settimana sia stata caratterizzata da vendite diffuse e indici in netto ribasso, il presidente Xi Jinping ha difeso l’approccio della Cina per combattere la pandemia, ma il benchmark ha ora cancellato quasi tutto il suo rally di metà marzo che era stato innescato da una serie di promesse politiche del vicepremier Liu He per stabilizzare i mercati. un segno che le autorità sono desiderose che la correzione del mercato azionario finisca, la China Securities Regulatory Commission ha affermato che giovedì ha incontrato investitori istituzionali come il National Social Security Fund, banche e assicuratori per chiedere loro di aumentare i loro investimenti azionari.
Nel frattempo, i blocchi nelle principali città del paese, insieme ai rischi di deflusso di capitali da quando la Federal Reserve ha aumentato i tassi, hanno smorzato il sentiment nei confronti delle azioni cinesi locali. Gli investitori, che si aspettavano che le autorità aumentassero gli stimoli, sono stati delusi dalla decisione di mercoledì delle banche di mantenere invariati i tassi sui prestiti. “Il mercato è inondato di pessimismo”, ha affermato Wu Wei, fund manager di Beijing Win Integrity Investment Management Co. “Sebbene ci siano state alcune buone scelte, il peso maggiore nella mente delle persone ora è il virus. Nessuno può indovinare con precisione il fondo. A giudicare dalla situazione del virus, potremmo ancora vedere un’ulteriore discesa”.
L’invasione russa dell’Ucraina ha scioccato il mondo, inflitto enormi sofferenze alla popolazione ucraina e danneggiato l’economia globale. La guerra ha complicato ulteriormente uno scenario già di per sé difficile, caratterizzato da un’inflazione persistentemente elevata e dal ritiro delle politiche monetarie accomodanti delle banche centrali. Le incertezze e i rischi di ribasso sono fortemente aumentati. La guerra e le conseguenti sanzioni imposte da Stati Uniti ed Europa hanno fatto schizzare verso l’alto i prezzi di energia e materie prime. Il rincaro duraturo di energia e commodity aumenta le pressioni sui prezzi e costituisce un notevole rischio che l’inflazione rimanga a lungo elevata e che si consolidi, innescando effetti secondari più persistenti.
“In questa situazione, l’economia globale rischia una nuova recessione, colpita da shock negativi paralleli sul fronte della domanda e dell’offerta, che hanno ulteriormente danneggiato le catene di approvvigionamento globali e intensificato le pressioni inflazionistiche e che, minando la fiducia e penalizzando il commercio internazionale, causeranno il rallentamento della crescita”, sottolinea Siviero. “Questo tipo di shock stagflazionistico rappresenta una sfida particolarmente insidiosa per le autorità politiche, costrette a trovare un compromesso sempre più arduo tra il contenimento di un’inflazione persistentemente elevata e il sostegno alla crescita, proprio nel momento in cui avevano cominciato a normalizzare la propria politica ultra espansiva anti-pandemia”.
Davanti a questa nuova realtà, le autorità finanziarie e monetarie riesamineranno attentamente i piani di inasprimento delle rispettive politiche. Con l’acuirsi delle incertezze, il mix delle politiche macroeconomiche diventa un fattore cruciale per tenere sotto controllo l’inflazione senza spingere nuovamente le economie globali in recessione. Le banche centrali continueranno a perseguire i propri piani di normalizzazione per ridurre le aspettative di inflazione e impedire che si consolidino. La politica fiscale continuerà a offrire sostegno all’economia al fine di evitare una contestuale stretta monetaria e finanziaria che potrebbe scatenare una nuova recessione.
a inasprire la propria politica. L’erogazione dei fondi previsti nel quadro del pacchetto Ue a sostegno dell’economia, la riforma del Patto di stabilità e crescita, la possibile introduzione di ulteriori misure per contenere gli effetti dell’aumento dei prezzi energetici e incrementare le spese per la difesa faranno sì che la politica fiscale rimanga espansiva. In Cina, ancora alle prese con le ripercussioni della pandemia di Covid-19, la politica macroeconomica rimarrà fortemente espansiva per favorire il raggiungimento dell’obiettivo di crescita del Pil del 5,5% fissato dal Congresso nazionale del popolo per il 2022.
“Una rapida risoluzione del conflitto in Ucraina sembra costituire un fattore decisivo per ridurre i rischi di stagflazione”, conclude Siviero. “Un soft landing richiede un mix appropriato di politiche economiche che comprenda una graduale normalizzazione della politica monetaria e il sostegno della politica fiscale in modo da offrire alle banche centrali il margine di manovra necessario per ritirare le misure accomodanti senza causare una recessione. Sarà fondamentale evitare passi falsi, il che nell’attuale contesto è sempre più difficile. Infine, la risoluzione globale della crisi pandemica resta la chiave per eliminare le strozzature nelle catene di approvvigionamento, ridurre le pressioni inflazionistiche e sostenere la ripresa globale. Il nostro scenario di riferimento non prevede una recessione “double dip”, ma l’auspicato soft landing potrebbe divenire un’ipotesi sempre più remota”.
L’azionario statunitense è in rialzo grazie a una serie di trimestrali positive, che hanno messo in secondo piano i timori sugli aumenti “aggressivi” dei tassi di interesse e le delusioni per l’aumento dei rendimenti delle obbligazioni. Tesla è salita dell’8,69%, dopo aver battuto le aspettative di Wall Street sugli utili ottenuti applicando prezzi più alti e compensando così i maggiori costi di produzione e le minori vendite dovute ai rallentamenti nelle catene di approvvigionamento. United Airlines e American Airlines sono salite rispettivamente del 12% e del 6,23% a seguito dell’annunciato ritorno all’utile nel trimestre in corso per via della domanda di viaggi schizzata in su.
Da notare che queste impennate sono arrivate nonostante sia la Banca mondiale che il Fondo monetario internazionale abbiano ridotto le loro prospettive economiche globali per il 2022 di quasi un intero punto percentuale, citando le turbolenze derivanti dall’invasione russa dell’Ucraina e la battaglia campale delle banche centrali di tutto il mondo per frenare l’inflazione. In particolare, la Federal Reserve sembra destinata ad aumentare il suo tasso di interesse di 50 punti base quando si riunirà il mese prossimo, e un aumento di 75 punti base non è stato escluso dai funzionari della Fed. Sul punto, La presidente della
Fed di San Francisco, Mary Daly, ha detto di essere favorevole ad un aumento del target dei tassi overnight al 2,5% entro la fine di quest’anno, ma ciò dipenderà da quanto accadrà in materia di inflazione e di mercato del lavoro. Riguardo a quest’ultimo punto, gli ultimi dati hanno mostrato un moderato calo nel numero di americani che durante la scorsa settimana hanno presentato nuove richieste di sussidi di disoccupazione, per cui è evidente che il mese di aprile sarà nel complesso un altro mese di forte crescita del lavoro.
Pertanto, la Fed potrebbe aumentare i tassi di mezzo punto percentuale in occasione dei prossimi due meeting, ma nessuno si sbilancia al momento sul ritmo esatto degli aumenti. In ogni caso, non mancano i “falchi” tra i massimi dirigenti della Fed: il presidente della Federal Reserve di St. Louis, James Bullard, ha ribadito la sua tesi per un aumento dei tassi al 3,5% entro la fine dell’anno. “C’è una crescente speculazione che la Federal Reserve cercherà di aumentare il tasso di inasprimento della sua politica monetaria”, ha affermato David Madden, analista di mercato di Equity Capital. “I rendimenti obbligazionari statunitensi stanno salendo rapidamente”. Ed infatti il rendimento del Treasury a 10 anni è stato pari al 2,942%, in leggero calo dopo aver raggiunto i livelli più alti degli ultimi tre anni.







