Maggio 31, 2026
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Azioni, Bond & Valute

Azionario asiatico, momento positivo: con bassa inflazione le banche centrali abbasseranno i tassi

L’inflazione più bassa consentirà alle banche centrali di abbassare i tassi. Il dollaro Usa si è indebolito rispetto alla maggior parte delle valute asiatiche, e questo è positivo per i loro mercati azionari.

di Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity di Lemanik

I dati economici regionali continuano a indicare un indebolimento dell’inflazione. Questo darà alle banche centrali la possibilità di abbassare ulteriormente i tassi d’interesse se la situazione economica dovesse peggiorare a causa delle attuali discussioni sulle tariffe doganali con gli Stati Uniti. L’Asian Dollar si è ulteriormente rafforzato nel corso del mese, mentre il dollaro Usa si è indebolito rispetto alla maggior parte delle valute. Consideriamo questo sviluppo positivo per i mercati azionari asiatici. L’anticipazione degli ordini di esportazione si tradurrà probabilmente in un indebolimento della produzione industriale asiatica nei prossimi mesi. Sarà importante per la regione assistere a una ripresa dei consumi cinesi, poiché il commercio inter-asiatico è maggiore delle esportazioni asiatiche verso il resto del mondo.

La situazione geopolitica globale si è deteriorata a giugno, quando Israele ha attaccato l’Iran e gli Stati Uniti hanno bombardato i siti di arricchimento nucleare iraniani. Tuttavia, la debole risposta dell’Iran, già provato dalla perdita della sua influenza in Siria e dalla distruzione da parte di Israele dei suoi partner di alleanza Hezbollah e Hamas, ha fatto sperare gli investitori in un impatto economico limitato. I prezzi del petrolio hanno invertito il loro iniziale rialzo nel giro di pochi giorni, come ulteriore segnale dell’opinione generale degli investitori su un evento minore.

Nel mese in esame abbiamo ridotto parzialmente l’esposizione in Thailandia a causa della crisi politica in corso. I proventi sono stati reinvestiti a Hong Kong e in Giappone. Prevediamo un aumento della volatilità nel mese di luglio, poiché nel periodo di 90 giorni scaduti il 9 luglio sono stati firmati pochi accordi commerciali. L’imprevedibilità della politica commerciale statunitense rimane il principale fattore di incertezza per i mercati globali. Rimaniamo positivi sui mercati azionari asiatici dal punto di vista fondamentale e delle valutazioni.

 

2026: il piano di spesa tedesco catalizzatore della ripresa economica in Europa

Il piano di spesa tedesco rafforza la visione costruttiva sui mercati azionari europei e italiani, anche se è probabile un aumento dei dazi. In portafoglio difesa, infrastrutture, mid-small cap italiane e lusso.

di Andrea Scauri, gestore del fondo azionario Lemanik High Growth*

Le misure di spesa approvate dal governo tedesco, rese possibili dalla riforma del freno all’indebitamento, segnano una svolta nella politica fiscale del paese: un cambiamento di paradigma volto a stimolare la crescita economica e a rilanciare gli investimenti pubblici e privati dopo anni di stagnazione industriale. A nostro avviso, rappresentano uno dei principali catalizzatori della ripresa dell’economia europea nel 2026 e rafforzano la nostra visione costruttiva sui mercati azionari europei e italiani, che offrono ancora valutazioni interessanti.

Nel giugno 2025 il governo tedesco ha approvato il progetto di bilancio 2025 e i parametri per il periodo 2026-2029, segnando un cambiamento senza precedenti nella sua politica fiscale. La principale novità è l’avvio concreto di un massiccio stimolo fiscale per rilanciare l’economia, in particolare attraverso investimenti pubblici in infrastrutture e difesa. Il governo ha autorizzato oltre 200 miliardi di euro di spesa solo nel 2025 per infrastrutture e difesa, finanziati da un forte aumento dell’indebitamento (fino al 3,3% del Pil nel 2025). Un pacchetto infrastrutturale del valore di 500 miliardi di euro in 12 anni, di cui 115 miliardi nel 2025 (+55% rispetto al 2024); Un rapido aumento della spesa per la difesa, fino a 95 miliardi di euro nel 2025 e 135 miliardi nel 2027, con l’obiettivo di raggiungere il 3,5% del Pil entro il 2029, superando le aspettative.

Le principali risorse del piano di spesa 2025-2029 saranno destinate a settori strategici: infrastrutture di trasporto (con particolare attenzione alle reti ferroviarie), difesa, energia e rete elettrica, digitalizzazione (compresa la modernizzazione della pubblica amministrazione e delle infrastrutture digitali nell’istruzione e nella produzione), edilizia sociale e istruzione.

I mercati azionari globali nel frattempo hanno raggiunto nuovi massimi (+24% dai minimi di aprile) grazie al miglioramento delle aspettative sugli utili, all’impatto limitato dei dazi e ai potenziali tagli dei tassi da parte della Fed. Tuttavia, le tensioni commerciali rimangono elevate: con l’8 luglio che segna la fine delle reciproche esenzioni tariffarie, è probabile che assisteremo a un aumento dei dazi (Trump ha già annunciato in questi giorni un misura del 30%), anche in nuovi settori come quello farmaceutico ed elettronico, e a un’estensione ai paesi del Sud-Est asiatico per allinearli alla Cina. L’Ue contesta l’approccio degli Stati Uniti e potrebbe rispondere con misure di ritorsione. Inoltre, i dati macroeconomici rimangono poco brillanti, aumentando l’incertezza sulle prospettive di crescita. Per questi motivi, manteniamo una riserva di liquidità all’interno del nostro approccio moderatamente positivo per sfruttare le potenziali opportunità tattiche in caso di correzioni, in particolare durante i mesi estivi, caratterizzati da una minore liquidità e da una riduzione del rischio di portafoglio.

I nostri temi preferiti includono quello della Difesa, ancora al centro del nostro portafoglio, con posizioni concentrate su Leonardo e Fincantieri. Telecom Italia Svg è la posizione principale grazie al solido caso di investimento, supportato da un panorama competitivo migliore e da una governance molto più lineare con l’ingresso di Poste Italiane. Sul settore finanziario siamo molto selettivi, con una preferenza per i titoli con un’elevata componente di commissioni (Fineco), mentre tra le banche tradizionali le nostre preferite sono BMPS e Unicredit. Relativamente alle Infrastrutture, saranno trainate dagli investimenti previsti dal fondo tedesco per il rinnovamento energetico, digitale e infrastrutturale (Buzzi, Danieli Sav.).

Le mid-small cap italiane, inoltre, dopo anni di sottoperformance offrono valutazioni interessanti e sono esposte a catalizzatori quali il taglio dei tassi da parte della Bce, il lancio del Fondo Strategico Nazionale CDP in Italia e l’attuazione del piano tedesco. Stiamo diventando più ottimisti sul settore del lusso, dato che le valutazioni scontano ormai quasi interamente ulteriori tagli agli utili. L’attenzione sarà focalizzata sui messaggi che saranno forniti dal management dei principali operatori (LVMH, Hermes, Richmont) sulla potenziale ripresa nella seconda metà dell’anno. Continuiamo ad essere più positivi sul settore dei semiconduttori, sulla base della nostra sensazione che il fondo sia stato raggiunto.

* Vincitore del Morningstar Award 2025 per il miglior fondo categoria “Azionari Italia”

L’economia Usa rallenta per via dei dazi, ma non ci sono segnali di recessione

I settori che prendono vantaggio dalle agevolazioni fiscali di Trump sono quello farmaceutico, automobilistico e dei servizi pubblici. Lo stop all’immigrazione clandestina frena i canoni di affitto e fa calare l’inflazione.

di Alberto Conca, gestore del fondo Zest Quantamental Equity

Nelle ultime settimane, gli sviluppi geopolitici hanno dominato la scena. Tuttavia, è importante non perdere di vista l’evoluzione delle principali variabili macroeconomiche. Per questo motivo, abbiamo deciso di analizzare il potenziale impatto dei dazi, nonché le prospettive per l’inflazione e i consumi negli Stati Uniti nei prossimi mesi.

I dazi avranno senza dubbio un impatto sulla crescita economica statunitense, anche se difficilmente innescheranno una recessione. Ipotizzando un dazio globale del 10% e un dazio del 30% specificamente applicato alla Cina, le aspettative di crescita per il 2025 sono previste in calo, passando dal +2,2% di fine 2024 al +1,4% entro la fine del 2025. È importante sottolineare che queste stime sono altamente volatili e difficili da prevedere, soprattutto considerando i frequenti dietrofront del presidente Trump su decisioni precedentemente annunciate. Di conseguenza, questo rallentamento dovrebbe pesare sugli utili societari dell’indice S&P 500, che sono già stati rivisti al ribasso nelle ultime settimane. Tuttavia, al momento non vi sono segnali chiari di una recessione imminente. Piuttosto, l’economia statunitense potrebbe essere entrata in una fase di rallentamento, guidata in larga parte dalla questione dei dazi.

Come contrappeso all’impatto negativo dei dazi, l’amministrazione Trump ha recentemente annunciato l’intenzione di introdurre il “Big Beautiful Bill” (BBB), un pacchetto di agevolazioni e riduzioni fiscali. Tuttavia, questa nuova legislazione dovrebbe avere un effetto più limitato sugli utili societari rispetto ai tagli fiscali introdotti durante il primo mandato di Trump e i benefici si osserveranno principalmente su settori specifici. In particolare, per quanto riguarda le spese in conto capitale (CapEx) e la ricerca e sviluppo (R&S), i settori che potrebbero ottenere i maggiori risparmi fiscali sul flusso di cassa libero sono quello farmaceutico, automobilistico e dei servizi pubblici. Considerando l’impatto combinato di dazi e “Big Beautiful Bill“, il settore farmaceutico risulta il principale beneficiario, con una crescita dei ricavi attesa pari a +2% su base annua.

Dal lato delle famiglie, il “BBB” dovrebbe avere un effetto decisamente positivo, quasi paragonabile ai livelli osservati nel periodo 2018–2019. Tuttavia, il peso complessivo dei dazi rischia di superare questi benefici. Infatti, il 60% delle famiglie a basso reddito sarà colpito in modo sproporzionato dalle nuove tariffe, perdendo oltre l’1% del proprio potere d’acquisto attuale. Al contrario, l’impatto sulle famiglie ad alto reddito sarà praticamente trascurabile.

Passando all’inflazione, per comprendere le dinamiche recenti è necessario partire dall’immigrazione, poiché i due fenomeni sono strettamente collegati. Se si osserva la quota di persone nate all’estero sia nella forza lavoro statunitense sia nelle unità abitative in affitto tra il 2020 e il 2024/25, in entrambe i casi emerge che la loro crescita ha superato di gran lunga quella della popolazione complessiva. Questa tendenza, in particolare per quanto riguarda la domanda di case in affitto, ha spinto i prezzi degli affitti nettamente verso l’alto. Questi livelli elevati si sono mantenuti nel tempo, esercitando una pressione significativa al rialzo sul tasso d’inflazione complessivo.

Dalla elezione di Trump, il flusso di immigrati clandestini in ingresso nel paese attraverso il confine meridionale è diminuito drasticamente. Questa tendenza dovrebbe avere un effetto meccanico nello spingere i prezzi degli affitti verso il basso e, di conseguenza, nel ridurre l’inflazione. Man mano che i contratti di locazione scadono e vengono rinnovati a tassi incrementali più contenuti (l’inflazione misura la variazione dei prezzi anno su anno, non il livello dei prezzi), la componente affitti, che rappresenta circa il 35% del paniere dell’inflazione, eserciterà un impatto disinflazionistico significativo sull’inflazione complessiva. L’indice dei prezzi al consumo (CPI), al netto della componente affitti, si mantiene intorno al 2% da oltre un anno. Questa analisi potrebbe spingere la Federal Reserve a tagliare i tassi d’interesse già nella prossima riunione di luglio, nonostante le aspettative di mercato indichino il primo taglio a settembre.

Infine, dal lato dei consumi, le famiglie sembrano attualmente in una solida situazione finanziaria, se si osserva il rapporto tra il patrimonio immobiliare netto e la spesa per consumi. Questo indicatore può essere utilizzato per valutare il potenziale delle famiglie di ricorrere a prestiti garantiti dalla propria abitazione (home equity loans) come strumento per stimolare i consumi. Naturalmente, dall’altro lato dell’equazione, ciò richiederebbe sia una riduzione dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve, sia un allentamento degli standard creditizi da parte delle banche, due fattori che negli ultimi anni hanno fortemente limitato l’attività di concessione di prestiti.

Health Care – La performance relativa del settore Healthcare rispetto allo S&P 500 da ottobre 2023 a oggi è stata significativamente negativa. Questa dinamica è chiaramente visibile anche osservando la relazione tra il tasso di crescita annuale composto (CAGR) a tre anni del settore rispetto all’indice S&P 500. Attualmente, il settore si trova su livelli di ipervenduto, quasi due deviazioni standard al di sotto della media storica, un indicatore che evidenzia il momentum estremamente negativo degli ultimi tre anni. Questa situazione potrebbe fungere da catalizzatore per una potenziale sovraperformance del settore nei prossimi mesi o anni. Oltre alla performance negativa, due ulteriori fattori supportano la possibilità di un rimbalzo: la crescita stimata per i prossimi due anni e le valutazioni. L’Healthcare è il secondo settore a più rapida crescita prevista, superato solo dalla tecnologia, ed è molto attrattivo in termini di valutazioni. Il rendimento del free cash flow del settore Healthcare si attesta al 4,78%, circa 170 punti base superiore al rendimento dei Treasury a due anni, sottolineando ancora una volta l’ottima opportunità offerta dal mercato. Inoltre, considerando le elevate valutazioni di mercato e la natura difensiva del settore, investire nell’Healthcare può essere visto anche come un modo per ridurre la volatilità del portafoglio.

Infine, relativamente all’indice S&P 500, la stima per fine anno in assenza di recessione si attesta intorno ai 6.100 punti. A oggi, l’indice è molto vicino a questo livello e, nei prossimi mesi, a seconda di dove si stabilizzerà la crescita degli utili, potremmo assistere a fluttuazioni tra i 5.700 e i 6.300 punti. Un altro motivo per cui potremmo assistere a volatilità nei prossimi mesi, con l’S&P 500 che oscilla all’interno di questo intervallo, è la scadenza del 9 luglio per l’Europa per raggiungere un accordo sui dazi con gli Stati Uniti. Se le trattative si concluderanno positivamente, il mercato probabilmente resterà resiliente, ignorando eventuali notizie geopolitiche negative. Questa resilienza sarebbe supportata dalla variazione percentuale su sei mesi delle stime degli utili consensus negli ultimi dodici mesi, che rimane molto elevata.

Dollaro in ribasso e oro in calo dopo il cessate il fuoco Iran-Israele. Francia: debito alle stelle

Il dollaro cala a causa della possibile sostituzione di Powell da parte di Trump. L’oro scende dopo l’allentamento delle tensioni in Medio Oriente. In Francia debito pubblico record.

Dopo una settimana di calma apparente, il cessate il fuoco tra Israele e Iran sembra reggere, attenuando i timori di una nuova escalation nella regione. Il presidente Trump ha espresso ottimismo in merito ai prossimi colloqui volti a limitare le ambizioni nucleari dell’Iran, contribuendo a un clima di maggiore stabilità sui mercati. 

Nel frattempo, l’economia statunitense mostra segnali di rallentamento, con un indebolimento del mercato del lavoro e crescenti pressioni inflazionistiche legate ai recenti dazi commerciali. I funzionari della Federal Reserve stanno valutando un possibile taglio dei tassi d’interesse a luglio, anche se alcuni restano prudenti sulle prospettive economiche. Secondo gli analisti, senza una ripresa significativa della produttività o una soluzione delle tensioni commerciali, l’economia americana potrebbe continuare a perdere slancio. Una nota positiva proviene dalle relazioni internazionali. Giovedì scorso, infatti, un funzionario della Casa Bianca ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno raggiunto un accordo con la Cina per accelerare le spedizioni di terre rare verso il mercato americano. L’intesa arriva tra gli sforzi per porre fine alla guerra commerciale tra le due principali economie mondiali.

Sul fronte dei cambi, il dollaro statunitense ha subito un forte calo dopo le indiscrezioni secondo cui Donald Trump potrebbe annunciare con largo anticipo un sostituto per il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, il cui mandato scade nel 2026. I mercati hanno interpretato questa mossa come politicamente motivata, sollevando timori sull’indipendenza della Fed e lasciando presagire un possibile orientamento più accomodante nella futura politica monetaria. Di conseguenza, il prezzo dell’oro è sceso sensibilmente – anche in seguito al cessate il fuoco tra Iran e Israele – per via dei ritardi nei tagli dei tassi negli Stati Uniti, che hanno smorzato l’ottimismo degli investitori. L’attenzione dei mercati è ora rivolta ai prossimi dati sull’inflazione PCE, mentre le incertezze sulla politica della Fed e sui dazi dell’era Trump continuano a pesare sulle prospettive.

Relativamente alle materie prime, i prezzi del petrolio hanno registrato il calo settimanale più marcato degli ultimi due anni, con un ribasso di circa il 12%, grazie al cessate il fuoco tra Israele e Iran che ha attenuato i timori legati all’offerta nella regione. Nonostante un lieve rimbalzo, i segnali legati alla domanda, come il calo delle scorte di greggio negli Stati Uniti, hanno contribuito a stabilizzare i prezzi. Secondo gli analisti, il rischio di interruzioni resta contenuto e i prezzi dovrebbero restare in un intervallo ristretto, salvo nuovi shock geopolitici. 

Sul fronte europeo, il debito pubblico francese ha raggiunto un nuovo massimo, superando i 3.200 miliardi di euro – pari a circa il 112% del PIL – nonostante gli sforzi per ridurre il deficit di bilancio. Alcune voci hanno ipotizzato un possibile intervento dell’FMI, ma questa eventualità appare improbabile, poiché la Francia mantiene una solida capacità di finanziamento e beneficia della flessibilità prevista dalle regole di bilancio dell’UE. L’obiettivo del governo è ridurre il deficit al 5% del PIL nel 2025 e portarlo sotto il 3% entro il 2029, accompagnando il piano con riforme strutturali per stimolare la crescita. Nel Regno Unito, a giugno le vendite al dettaglio sono diminuite del 3,1%, registrando il calo mensile più marcato da oltre due anni. Il calo è stato trainato dalla riduzione della spesa dei consumatori, sia nei generi alimentari che nei beni discrezionali. Questo peggioramento alimenta le preoccupazioni sulla crescita economica britannica, aumentando la pressione sul governo affinché affronti le sfide legate al costo della vita e valuti nuove misure fiscali.

Ormai entrati a far parte di molti portafogli di investimento, il mondo dei crypto-asset registra reati in aumento e crea allarme negli esperti. La Financial Action Task Force (FATF) lancia l’allarme: molti Paesi sono ancora in ritardo nella regolamentazione delle criptovalute, mentre i portafogli illeciti hanno ricevuto fino a 51 miliardi di dollari nel 2024. Nonostante alcuni progressi, solo 40 delle 138 nazioni valutate risultano ampiamente conformi agli standard della FATF. L’organismo di vigilanza sottolinea inoltre che le stablecoin vengono utilizzate sempre più spesso da reti criminali, invitando a un’azione coordinata e più incisiva a livello globale.

Outlook mercati: le tensioni in Medio oriente fanno salire l’oro, mentre la Fed resta prudente sui tagli

L’oro sale sulla scia delle tensioni nucleari. La Svizzera taglia i tassi a zero, mentre i mercati osservano l’atteggiamento della Fed sui tassi. Il mondo delle criptovalute sotto osservazione.  

Nella settimana appena trascorsa, le borse globali hanno tenuto, dopo che la Casa Bianca ha ridimensionato l’ipotesi di un intervento militare immediato in Iran. L’indice europeo Stoxx 600 è salito dello 0,5%, mentre i future di S&P 500, Nasdaq 100 e Dow Jones hanno perso lo 0,2%. Il Brent è sceso dell’1,9% a 77,33 $, attenuando i timori di uno shock dell’offerta. Il dollaro si è leggermente indebolito, mentre il Bitcoin è salito del 2%. In particolare, Venerdì le azioni europee sono salite grazie all’allentarsi dei timori di un coinvolgimento imminente degli Stati Uniti nel conflitto tra Israele e Iran. A trainare i rialzi sono stati i titoli del settore viaggi e bancario, mentre l’energia ha registrato una lieve flessione.

I segnali di moderazione diplomatica e la decisione dei leader globali di rinviare interventi significativi per almeno due settimane hanno contribuito a calmare i nervi degli investitori, consentendo ai mercati di ritrovare una certa stabilità. E così, i mercati azionari nazionali hanno continuato a muoversi lateralmente per la sesta settimana consecutiva, ma sono comunque riusciti a chiudere con guadagni soddisfacenti. Gli investitori hanno ignorato il nervosismo di metà settimana causato dall’escalation del conflitto Iran-Israele e dal brusco rialzo dei prezzi del petrolio greggio. L’andamento settoriale durante la settimana è stato contrastante. I settori sensibili ai tassi, come auto, banche, finanza e immobiliare, hanno registrato rialzi, mentre un rimbalzo dei titoli IT ha ulteriormente migliorato il sentiment generale del mercato. D’altra parte, i settori difensivi sono rimasti indietro a causa di una più ampia propensione al rischio, mentre i titoli dei settori metallifero ed energetico hanno registrato una certa acquisizione di profitti. 

Sul fronte dei tassi di interesse, continua lo scontro tra governo USA e Federal Reserve. Infatti, Donald Trump, alla vigilia della decisione sui tassi di mercoledì scorso, aveva definito “stupido” il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell.  Secondo il presidente USA – secondo cui è improbabile che Powell riduca i tassi nel corso dell’anno – l’inerzia della Fed sta costando miliardi agli Stati Uniti, e i tassi dovrebbero essere almeno 2 punti percentuali più bassi. La Fed, invece, ha mantenuto i tassi fermi al 4,25%-4,50%, e pur lasciando i tassi invariati ha segnalato di monitorare attentamente eventuali segnali di rallentamento dell’economia. I progressi sull’inflazione restano lenti, ma i mercati prevedono ora due tagli entro fine anno. Gli operatori osservano con attenzione l’andamento del petrolio e le tensioni geopolitiche, che potrebbero influenzare la tabella di marcia della Federal Reserve. Nel frattempo, la versione “incendiaria” di Trump – che ci ha abituato al suo umore a fasi alterne – ha lasciato intendere che potrebbe nominare un nuovo presidente prima della scadenza del mandato di Powell nel 2026, minacciando così una decisione in pieno “Erdogan-style” che certamente non farebbe bene al rating del debito statunitense e al Dollaro.

Sul fronte degli investimenti alternativi, dopo aver superato i 3.600 $ l’oncia la scorsa settimana i prezzi dell’oro si mantengono alti intorno ai 3.390 $, spinti dalla reazione dei mercati ai raid aerei israeliani contro le infrastrutture nucleari e missilistiche iraniane. Gli investitori continuano a cercare protezione nei beni rifugio tradizionali, sostenendo il forte slancio rialzista del metallo prezioso in un clima di timori per un possibile allargamento del conflitto in Medio Oriente.  Il Brent, invece, è sceso dell’1,9% a 77,33 $, attenuando i timori di uno shock dell’offerta, mentre il Bitcoin è salito del 2%, superando i 106.000 $. 

Al di fuori dell’Unione Europea (ma sempre nel Vecchio Continente), la Banca nazionale svizzera ha portato il suo tasso di riferimento allo 0%, con il sesto taglio consecutivo, mentre tornano i segnali di deflazione e il franco si rafforza. La banca centrale ha lasciato intendere che potrebbero esserci ulteriori allentamenti se la situazione dovesse peggiorare, in netto contrasto con la Federal Reserve e la Bank of England, che hanno invece mantenuto i tassi invariati. Nel Regno Unito, a maggio le vendite al dettaglio sono calate del 2,7%, segnando il peggior dato dal 2023. Le vendite alimentari sono scese del 5% e tutti i principali settori del commercio hanno registrato flessioni. Il brusco calo ha cancellato i guadagni di inizio 2025, e segnala un indebolimento dell’economia nel secondo trimestre; e adesso il governo laburista è sotto pressione per rilanciare la crescita ed evitare aumenti fiscali.

A margine – ma non troppo – cresce il dibattito sulle cryptovalute e sulla necessità di regolamentarle. Infatti, la crescita esplosiva delle stablecoin, spinta dall’IPO di Circle e dall’interesse di Wall Street, sta attirando l’attenzione delle autorità di regolamentazione globali. Secondo Citigroup, il settore potrebbe raggiungere i 1.600 miliardi di dollari entro il 2030, mettendo a rischio la finanza tradizionale, mentre enormi volumi di liquidità si spostano verso i token digitali. Queste monete, sostenute in gran parte da titoli di Stato USA, detengono oggi più debito pubblico statunitense a breve termine di alcune grandi nazioni. Un crollo improvviso potrebbe scatenare vendite destabilizzanti, far impennare i rendimenti e prosciugare la liquidità dei mercati. 

Politiche monetarie espansive: la Bce ha più carburante della Fed. Positivi sull’azionario Europa

La Bce ha più margine di manovra rispetto alla Fed per adottare una politica accomodante. Il piano da 500 miliardi di euro della Germania promette effetti significativi a partire dal 2026.

di Andrea Scauri, gestore del fondo azionario Lemanik High Growth*

In Europa, il contesto appare particolarmente favorevole. La Bce ha più margine di manovra rispetto alla Fed per adottare una politica accomodante, e il piano da 500 miliardi di euro della Germania promette effetti significativi a partire dal 2026. Le valutazioni rimangono interessanti, soprattutto in uno scenario di ripresa degli utili. Per questi motivi, manteniamo una visione costruttiva sui mercati azionari, conservando un margine di liquidità per cogliere opportunità tattiche in caso di nuove correzioni.

I mercati azionari globali hanno chiuso il mese di maggio con forti guadagni, recuperando rapidamente le perdite registrate dopo il Liberation Day. Il rimbalzo, sia in termini di velocità che di intensità, ha ricordato il rally post-Covid, alimentato da una combinazione di fattori macroeconomici e geopolitici favorevoli. Il principale catalizzatore è stato l’annuncio di una tregua commerciale di 90 giorni tra Stati Uniti e Cina (con riduzioni tariffarie reciproche al 30% sui prodotti cinesi e al 10% sui prodotti statunitensi), che ha segnato una svolta nella politica commerciale di Trump: meno ideologia, più pragmatismo nei negoziati. Questo allentamento delle tensioni ha contribuito a ridurre la probabilità di una recessione negli Stati Uniti dal 50-60% al 30-40%.

Sul fronte macroeconomico, i “dati hard” rimangono solidi, mentre i “dati soft” dovrebbero migliorare, sostenuti dalla ripresa degli asset rischiosi e dal clima meno teso. A sostenere ulteriormente il sentiment del mercato è stata una sentenza della Corte del Commercio Internazionale degli Stati Uniti, che ha ritenuto che l’amministrazione Trump abbia ecceduto i propri poteri legali nell’imporre la maggior parte dei dazi, affermando che l’IEEPA (International Emergency Economic Powers Act) non consente dazi illimitati. La decisione riguarda specificamente i dazi del 10%, 25% e 20% su vari partner commerciali, ma esclude quelli su acciaio, alluminio e automobili. La sentenza potrebbe anche complicare il piano fiscale dell’amministrazione, che faceva affidamento sui dazi come fonte di entrate. Se confermata, strumenti tariffari alternativi come la Sezione 232 potrebbero ancora essere utilizzati, ma la posizione negoziale con i partner commerciali risulterebbe ulteriormente indebolita.

I mercati azionari italiani hanno continuato a sovraperformare gli altri indici, grazie alla forte performance del settore finanziario (indice bancario +8%) e al forte rimbalzo di diversi titoli mid-small cap chiave (tra cui Fincantieri +36%, Technoprobe +21%, Danieli +20%, che rappresentano posizioni chiave del nostro portafoglio). Tutto ciò è avvenuto in un contesto favorevole per il mercato obbligazionario, con lo spread Btp-Bund sceso sotto i 100 punti base. Allo stesso tempo, nelle ultime settimane l’attenzione si è concentrata anche sui tassi di interesse e sul debito pubblico statunitense. Negli Stati Uniti, i rendimenti hanno registrato un’accelerazione a maggio (+25 punti base al 4,4%) a causa dei timori sulla sostenibilità fiscale, alimentati da una nuova legge fiscale che proroga i tagli alle imposte e aumenta il tetto del debito di 4.000 miliardi di dollari. La proposta è stata finora approvata a stretta maggioranza dalla Camera e deve ancora essere approvata dal Senato, dove sono previste alcune modifiche. Il Congressional Budget Office stima che la legge aggiungerebbe altri 3,8 trilioni di dollari al deficit statunitense tra il 2026 e il 2034. E così, Moody’s ha declassato il rating del debito sovrano statunitense da AAA ad Aa1, allineandosi a S&P e Fitch. La ragione principale citata è stata l’incapacità dei governi che si sono succeduti di contenere la crescita del debito e la prevista proroga del Tax Cuts and Jobs Act del 2017, senza un corrispondente piano credibile di riduzione della spesa.

Particolare attenzione è stata prestata anche alle ultime aste di titoli di Stato giapponesi, che hanno mostrato segni di tensione soprattutto nelle scadenze ultra-lunghe. Il rendimento dei titoli di Stato giapponesi a 30 anni è salito di +32 punti base, raggiungendo il 3%, un livello che non si vedeva da oltre due decenni. Il picco dei rendimenti riflette una combinazione di fattori strutturali: inflazione persistente e riduzione della liquidità. Questa rivalutazione ha riacceso l’attenzione su una questione delicata per il mercato globale: il graduale smantellamento del cosiddetto carry trade sullo yen. Per anni, i tassi ultra-bassi in Giappone hanno incentivato gli investimenti finanziati in yen in attività a rendimento più elevato, come i titoli del Tesoro statunitensi. Ma con l’aumento dei rendimenti e il tapering della BoJ, il rischio di smantellamento di queste posizioni rimane un tema chiave da tenere d’occhio.

L’indice delle materie prime ha registrato un leggero aumento nel mese (+1,2%). Dopo un forte rialzo dall’inizio dell’anno e un aumento dei tassi reali statunitensi nel mese (+26 pb al 2,2%), l’oro è rimasto sostanzialmente stabile (a 3.280 dollari l’oncia). Il petrolio ha registrato una leggera ripresa (+1% a 64 dollari al barile), mentre il mercato rimane cauto a causa del graduale rollback dei tagli volontari dell’OPEC+ e di un cambiamento strategico volto a riconquistare quote di mercato e migliorare la conformità all’interno dell’OPEC.

Nei prossimi mesi i mercati rimarranno concentrati su diverse dinamiche che potrebbero influenzare l’andamento degli utili societari, dopo un primo semestre decisamente positivo per le azioni. In particolare, l’attenzione sarà rivolta a un potenziale rallentamento dell’attività nei prossimi due trimestri, legato a una naturale correzione dopo l’anticipo degli ordini che ha sostenuto la domanda negli ultimi mesi. Ciò potrebbe innescare una fase di raffreddamento, soprattutto nei settori ciclici, già sotto pressione a causa dell’incertezza commerciale globale. Sul fronte dei dazi, sebbene sia escluso un ritorno allo scenario precedente al “Liberation Day“, lo scenario di base ipotizza ancora un livello medio dei dazi intorno al 10% da parte degli Stati Uniti, che rimane storicamente elevato. Anche se l’impatto potrebbe essere più diluito nel tempo rispetto a quanto inizialmente previsto, è probabile che continui a rappresentare un freno parziale alla crescita.

In questo contesto, tuttavia, i responsabili politici sembrano pronti a intervenire: dagli Stati Uniti all’Europa alla Cina, i governi stanno preparando misure fiscali mirate, mentre le banche centrali (Fed e Bce) rimangono proattive e pronte ad aumentare il sostegno monetario se necessario. In questo contesto, i nostri temi preferiti includono la difesa, che è ancora al centro del nostro portafoglio con posizioni concentrate su Leonardo e Fincantieri. Telecom Italia Svg, la posizione principale grazie al solido caso di investimento, supportato da un panorama competitivo migliore e da una governance molto più lineare con l’ingresso di Poste Italiane. Restiamo molto selettivi sul settore finanziario, con una preferenza per i titoli con un’elevata componente di commissioni (Fineco), mentre tra le banche tradizionali le nostre preferite sono BMPS e Unicredit.

A trainare il settore delle infrastrutture sono gli investimenti previsti dal fondo tedesco per il rinnovamento energetico, digitale e infrastrutturale (Buzzi, Danieli Sav.). Le mid e small cap italiane, che dopo anni di sottoperformance offrono valutazioni interessanti e sono esposte a catalizzatori quali il taglio dei tassi da parte della Bce, il lancio del Fondo Strategico Nazionale CDP in Italia e l’attuazione del piano tedesco. Siamo invece più cauti sul settore del lusso: quest’ultimo è ancora sotto pressione a causa della debole domanda in Cina e negli Stati Uniti, ma con valutazioni tornate a livelli interessanti. Abbiamo iniziato a ricostruire alcune posizioni selezionate sui servizi di pubblica utilità, in un contesto di tassi che prevediamo saranno inferiori rispetto al recente passato. Siamo infine più positivi sul settore dei semiconduttori, sulla base della nostra sensazione che il fondo sia stato raggiunto.

* Vincitore del Morningstar Award 2025 per il miglior fondo categoria “Azionari Italia”

Momento positivo per i mercati azionari: il picco di incertezza sui dazi è ormai alle spalle

I punti deboli a livello statunitense sono il settore manifatturiero e il mercato immobiliare. In portafoglio aperta una nuova posizione in Meta Platforms e ceduta quella in Home Depot.

di Filippo Garbarino, gestore del fondo Lemanik Global Equity Opportunities di Lemanik

L’attuale contesto sembra moderatamente positivo per i mercati azionari. Infatti, il picco di incertezza sui dazi pare essere ormai alle spalle e il flusso di notizie relative ai dazi dovrebbe migliorare nelle prossime settimane, durante le quali verranno firmati accordi commerciali con alcuni dei principali partner commerciali, riducendo significativamente l’attuale aliquota tariffaria mista.

A maggio, i mercati azionari globali hanno registrato un rimbalzo, sostenuti dalla de-escalation della guerra tariffaria tra Stati Uniti e Cina. I dazi generalmente aumentano l’inflazione e riducono la crescita economica reale. Sebbene l’economia statunitense stia rallentando, non prevediamo una recessione tecnica nel breve termine. Le recenti pubblicazioni degli utili aziendali e le previsioni aggiornate per il 2025 sono state incoraggianti. I dati sulle carte di credito mostrano una notevole resilienza della spesa al consumo da inizio anno (compresi aprile e maggio) e la recente correzione dei prezzi del petrolio è positiva per le vendite al dettaglio. Inoltre, i piani di spesa in conto capitale per il 2025 non hanno subito tagli significativi da parte delle aziende statunitensi, a dimostrazione di una forte fiducia nelle loro performance aziendali e nell’economia.

Tuttavia, vi sono due punti deboli: il settore manifatturiero, con l’indice ISM ancora in territorio restrittivo; il mercato immobiliare, che rimane stagnante a causa degli elevati tassi dei mutui. Pertanto, nel corso del mese è stata aperta una nuova posizione in Meta Platforms e ceduta quella in Home Depot. A livello settoriale, il portafoglio non include banche, compagnie assicurative o petrolifere. Il portafoglio è sovrappesato nei settori industriale, chimico e dei beni di consumo discrezionali. La tecnologia è sottopesata, senza alcuna esposizione all’hardware. Non vi è inoltre alcuna esposizione a servizi di pubblica utilità, immobiliare e beni di consumo di base, mentre il settore sanitario è leggermente sottopesato.

Tra Fed e Trump un finto scontro: mercati finanziari USA ormai “nazionalizzati” dal Ministero del Tesoro

Lo scontro tra Fed e Governo Usa è solo apparente, dato che la FED fornisce ampia liquidità al sistema bancario per sottoscrivere titoli del Tesoro: è già in corso un nuovo QE “indiretto”. 

Di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy

Tutta la ricerca macroeconomica di consenso continua a essere focalizzata sui dazi e sull’impatto che potranno avere sull’economia, con una noiosa narrazione che analizza in dettaglio, settore per settore e paese per paese, di quanto si contrarrà l’economia e di quanto salirà l’inflazione. Ma ogni settimana queste analisi diventano “carta straccia”, dato che le cose continuano a modificarsi in base agli umori dell’amministrazione Usa.

Tutto questo è finalizzato a distogliere l’attenzione dal fatto che i mercati finanziari americani siano ormai totalmente nazionalizzati. Il Ministero del Tesoro amministra ormai di fatto gli indici azionari e anche il livello dei tassi d’interesse sui Treasuries. Le violente inversioni di tendenza a cui sono stati sottoposti gli indici dei mercati azionari americani negli ultimi mesi sono state il frutto di operazioni di intervento da parte del Ministero del Tesoro, con la partecipazione di alcuni Hedge Funds particolarmente vicini al governo Usa. Intermediari che dispongono di linee di credito in grado di risollevare il mercato nei momenti più critici, ma anche di informazioni privilegiate sulle dichiarazioni e sulle mosse della Casa Bianca, che è probabilmente all’epicentro di un colossale giro di insider trading. In realtà l’andazzo è già noto da tempo, visto che esponenti del Congresso Usa e della Fed sono stati più volte censurati dalla stampa per l’intensa attività di trading svolta da alcune figure istituzionali.

Nel frattempo, gli interventi dell’Exchange Stabilisation Fund, il fondo d’intervento voluto dal Ministro del Tesoro Usa Bessent per mettere un cap ai tassi a dieci anni, riesce a gestire abbastanza bene la forte pressione di vendita sui Treasuries americani da parte di investitori internazionali, anche se la Fed è stata costretta ad intervenire con un QE di 43 mld di dollari in questi giorni per acquistare titoli di stato sul mercato. Le istituzioni bancarie saranno facilitate nell’acquisto di titoli di stato Usa senza limiti, grazie a un provvedimento in via di approvazione, che rimuove dai ratios patrimoniali delle banche il rischio sulle posizioni in Titoli di Stato americani. Tutto questo a conferma di quanto avevo già preannunciato da alcuni mesi sul rischio che il mercato finanziario Usa sarebbe stato nazionalizzato per cercare di evitare una crisi innescata da politiche fiscali insostenibili.

In questi giorni si apprende che l’approvazione della legge di bilancio in discussione al Senato (e già approvata alla Camera), definisce una traiettoria di Deficit/Pil a -8% per i prossimi dieci anni, senza prevedere nessuna recessione, crescita costante al 2,5%, inflazione al 2% e tassi d’interesse sul debito fermi al 3,5%. Questa “sofisticata” previsione macroeconomica assomiglia ai piani economici dell’ex Unione Sovietica, anche se invero, il Politburo si spingeva al massimo a definire piani quinquennali. Gli Stati Uniti possono facilmente manipolare il mercato azionario, dato che ormai ha una miserrima presenza di investitori istituzionali, possono introdurre il controllo della curva sui tassi, grazie anche all’aiuto delle banche e della Fed, ma non possono controllare il livello del dollaro, che rischia di diventare il potenziale trigger di una crisi Usa.

La crisi dei titoli di stato del Giappone. La dimensione del mercato valutario è fuori da ogni possibile controllo e richiede interventi concertati delle Banche Centrali per avere qualche effetto. Recentemente BOJ è intervenuta per indebolire lo Yen e frenare una possibile rottura dei colossali carry trade in essere, dato che l’aumento incontrollato dei tassi giapponesi, innescato dal fallimento di numerose aste dei titoli di stato, si era già trasmesso al cross USD/JPY. Non sappiamo per quanto tempo tale situazione possa reggere ma per ora è stato messo un cerotto alla diga dei carry trades che sostengono gli asset finanziari americani detenuti dal Giappone.

La crisi dei titoli di stato del Giappone è un ulteriore problema che si aggiunge a un sistema finanziario globale che fa acqua da tutte le parti e che richiede un bail out ormai giornaliero. Il problema del Giappone rischia ora di essere un altro elemento sistemico negativo per gli Stati Uniti. La strategia dei policy makers giapponesi era chiara: avviare una politica reflazionistica per uscire dalla trappola della deflazione, svalutare a termine il colossale debito pubblico con l’inflazione e sostenere la crescita salariale per rilanciare i consumi interni. Tale strategia si basava su svalutazione dello Yen per innescare inflazione importata, mantenimento dei tassi a livelli bassi (tassi reali negativi) e stimolare i consumi interni attraverso una rivalutazione dei salari.

In effetti l’inflazione è partita (ora è al 3,6%), lo Yen si è svalutato e ha favorito i carry trades verso dollaro, i tassi sono sempre rimasti piuttosto bassi (0,5%), ma le grandi istituzioni giapponesi hanno iniziato a disertare le aste dei titoli di stato. A questo punto la parte lunga della curva ha iniziato a impennarsi, mettendo in seria crisi la strategia di mantenimento del costo del debito pubblico (240% del Pil) a livelli accettabili e innescando un rafforzamento indesiderato di Yen, supportato da attese di rialzi dei tassi in Giappone. Ma nel corso degli ultimi tre mesi la situazione ha iniziato a deteriorarsi e la politica reflattiva si è rivelata un boomerang. L’economia ha iniziato a rallentare decisamente, i tassi non potevano quindi essere più aumentati ma l’inflazione ha continuato comunque a salire, mettendo in crisi la strategia di BOJ mirata a contenere il costo del colossale debito pubblico.

La crisi delle aste dei titoli pubblici si è quindi intensificata e l’aumento dei tassi ha iniziato a erodere il differenziale di rendimento tra Titoli del Tesoro Usa e JGB, differenziale che è sempre stato la struttura portante dei carry trades. BOJ ha dovuto quindi intervenire a stampare moneta per acquistare titoli di stato e indebolire lo Yen, proprio quando l’inflazione importata non sembra però volersi più fermare. A questo punto, se non vuoi che i carry trades saltino e si inneschi una crisi finanziaria negli Stati Uniti, devi tornare a fare QE, ma se torni a fare QE e a svalutare lo Yen, rischi che la traiettoria dell’inflazione importata ponga ulteriori problemi ai titoli di stato, costringendo BOJ ad intensificare il QE e a svalutare ulteriormente lo Yen, avviando una spirale inflazionistica che può essere fermata solo con una recessione.

È quindi chiaro che il puntellamento del debito Usa passa da una recessione giapponese che possa spegnere l’inflazione e mantenere uno Yen debole per sostenere i carry trades. Ma il problema è che nel frattempo gli Stati Uniti sembrano propensi a implementare politiche fiscali e commerciali reflazionistiche, hanno bisogno di tassi d’interesse bassi per finanziare il debito (YCC) e perseguono politiche che procurano fuga di capitali dagli Usa e Dollaro debole. Appare evidente che la strategia di Giappone e Stati Uniti è in una fase divergente e questo è un ulteriore problema alla stabilità finanziaria internazionale. Il cross Dollaro Yen è dunque l’incrocio pericoloso dei capitali che sostengono i titoli del debito Usa, ma è diventato anche il principale driver dell’inflazione giapponese, che crea problemi politici interni e scontri sotterranei tra Boj e il governo. Mentre il Giappone ha bisogno di rafforzare lo Yen, il governo americano chiede di indebolirlo ma nello stesso tempo mira a svalutare il dollaro. Il contesto di disordine globale, di cui nessuno osa parlare, appare sempre più pronunciato:

1) Gli Stati Uniti non possono interrompere l’intervento fiscale perché il sistema finanziario non reggerebbe una recessione ma non vogliono che l’espansione del debito sia finanziata con un aumento del risparmio interno. Infatti un aumento del risparmio interno produrrebbe un calo della domanda e una recessione. Quindi, Giappone, Banche e Fed devono finanziare l’espansione del debito pubblico, ma i tassi non devono salire per non procurare una recessione. La concomitanza di debito fuori controllo e tassi sotto controllo sta procurando uscita di capitali esteri dal dollaro.
2) Il Giappone è costretto a frenare l’inflazione importata ma non vuole più alzare i tassi perché l’economia si è fermata. L’unica soluzione per fermare l’inflazione importata è rivalutare lo Yen ma questo mette a rischio i carry trades. Le aste dei titoli di stato vanno in crisi e la Boj deve intervenire a fare QE, ma il QE indebolisce la Yen che alimenta l’inflazione importata. C’è un elevato rischio di tenuta dei carry trade che finanziano un debito USA fuori controllo.

3) Le politiche commerciali produrranno inflazione e un rallentamento economico globale. L’incertezza frena gli investimenti e l’economia internazionale è già in stagnazione ora. La stagnazione economica attuale è di fatto già una recessione, ma la manipolazione dei dati macro continuerà a negare ufficialmente lo scenario recessivo. Il ciclo economico è di fatto soppresso.
4) Gli investitori internazionali stanno comunque uscendo dal dollaro, dato che negli ultimi anni gli asset americani avevano attirato un record di investimenti esteri. La vendita di asset americani e l’uscita dei capitali dal dollaro riduce la liquidità disponibile per il sistema finanziario Usa, che deve essere quindi fornita ora dalla Fed.
 
Lo scontro Trump-Powell è solo un gioco delle parti. Per non riaprire un QE, che sarebbe un ulteriore fattore di indebolimento del dollaro, la Fed è costretta ad iniettare riserve nel sistema attraverso il canale bancario, il quale diventa il principale sottoscrittore di Treasuries. È di fatto un QE indiretto che porterà comunque a dollaro debole e inflazione, ma per ora solo gli addetti ai lavori l’hanno capito. Lo scontro tra Fed e Governo Usa è solo una farsa per sostenere un gioco delle parti, Powell è consapevole della situazione in cui versa l’economia e sa che l’intervento fiscale è l’unico strumento per evitare una caduta in recessione. Il “braccio di ferro sui tassi” è solo apparenza, in realtà la Fed sta fornendo un colossale sostegno monetario attraverso la gestione delle riserve nel sistema, che continuano a rimanere a 3,6 trilioni di USD contro il livello normale di 1,8 trilioni. Nonostante questo, l’economia Usa è in stagnazione e galleggia solo grazie all’intervento pubblico. L’eccezionalismo americano è piuttosto costoso e basato su debito insostenibile: nel 2024 ha generato 2,8 tr di nuovo debito pubblico e 3,6 tr di nuovo debito privato (loans, private debt, corporate bonds, leverage loans, credito al consumo, ecc), 6,4 Trilioni, per ottenere 650 mld di Pil. Ma quanto dura?
 
È evidente che un sistema che si regge su questo modello richiede una nazionalizzazione dei tassi e dei mercati finanziari, una deregulation mirata a non far contabilizzare le perdite occulte nei bilanci di chi finanzia tale sistema (Banche e Shadow Banking) e l’esigenza di congelare in qualche modo gli asset che lo sostengono. Per questo motivo si parla di Century Bonds e di potenziale controllo dei capitali. Intanto, nel silenzio generale, la legge di bilancio Usa appena approvata alla Camera contiene un provvedimento di legge che consente l’applicazione di un’imposta su cedole e capital gain fino al 30% per tutti gli investitori esteri che detengono asset americani e che appartengono a paesi che applicano tassazioni discriminatorie sulle grandi multinazionali tecnologiche (Digital Tax). A rendere più inquietante il contesto si deve sapere che tra i poteri speciali del Presidente degli Stati Uniti c’è una legge che consente, in caso di “emergenza nazionale”, di bloccare qualsiasi uscita di capitali dal suolo americano… ma se non sai… tutto sembra ok.

Mercati asiatici asset class più interessante tra le azioni globali

Azioni cinesi quotate negli Stati Uniti a rischio delisting a causa della retorica anti-cinese. Interesse per l’azionario Indonesia e per il Giappone, e aumento del peso della Cina nel segmento domestico.

di Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity di Lemanik

Le prospettive del mercato restano difficili da prevedere a causa della natura erratica dello scenario tariffario statunitense. Riteniamo comunque che i mercati asiatici siano l’asset class più interessante tra le azioni globali e che continueranno a essere sostenuti dall’espansione regionale.

Il 2 aprile, in occasione della “Festa della Liberazione”, il Presidente statunitense Donald Trump ha presentato la sua strategia tariffaria reciproca. Le tariffe annunciate sono state molto più alte delle aspettative del mercato. I mercati globali hanno reagito immediatamente allo shock con un crollo di tutti gli asset statunitensi, comprese le obbligazioni, le azioni e il dollaro Usa. L’oro è salito perché gli investitori si sono spostati su beni rifugio. Le turbolenze del mercato hanno costretto Trump a sospendere l’applicazione dei dazi per 90 giorni. La Cina ha reagito all’aumento dei dazi con contromisure sulle importazioni statunitensi del 125% e ha dichiarato che consulterà l’OMC in merito alla controversia. I mercati globali hanno reagito alla sospensione con un forte contro-rally in tutte le classi di attività, chiudendo parzialmente il sell-off iniziale. I mercati azionari asiatici più colpiti sono stati Taiwan, la Cina e in parte l’Asean. Gli indici coreani e giapponesi hanno resistito meglio.

I dati economici pubblicati nel mese di aprile sono rimasti relativamente stabili, in quanto il front-loading degli ordini di esportazione dall’Asia agli Stati Uniti ha spinto l’attività manifatturiera in Asia. Tuttavia, gli economisti si aspettano che i dazi abbiano un effetto deflazionistico su Asia ed Europa, poiché parte della produzione sarà dirottata fuori dagli Stati Uniti. L’economia americana dovrebbe invece subire una spinta all’inflazione importata, poiché i dazi si aggiungeranno ai prezzi delle importazioni. Di conseguenza, nel corso del mese abbiamo chiuso la nostra esposizione alle azioni cinesi quotate negli Stati Uniti. Esiste il rischio potenziale che gli Stati Uniti delistino le società cinesi che operano negli Usa nell’ambito della loro retorica anti-cinese. Durante il sell-off abbiamo aggiunto posizioni in Indonesia e Giappone e aumentato il peso della Cina nel segmento domestico, come Bio-Tech, Banking e Real Estate.

Azioni, Europa meglio di Stati Uniti. Quanto peserà sui mercati il downgrade di Moody’s sui treasuries?

L’Europa continuerà a performare meglio degli Stati Uniti, mentre il picco di incertezza legato ai dazi sembra essere già passato. I Treasuries e i mercati alla prova del downgrade di Moody’s. 

“Prevediamo che l’Europa continuerà a sovraperformare gli Stati Uniti, sostenuta dall’ampio piano di investimenti annunciato in Germania e dalle valutazioni compresse dei titoli azionari, particolarmente interessanti nello spazio italiano delle mid-small cap, anche grazie al lancio di nuove iniziative istituzionali. Tuttavia, per un rialzo più sostenuto dei mercati globali, sarà necessaria una maggiore chiarezza sulla questione dei dazi e un ritorno a condizioni monetarie più accomodanti da parte della Fed”. È la view di Andrea Scauri, gestore del fondo azionario Lemanik High Growth.

I mercati azionari globali hanno chiuso il mese di aprile sostanzialmente piatti, in un contesto di elevata volatilità. Il 2 aprile ha visto l’introduzione di dazi più severi del previsto: l’aliquota media dei dazi negli Stati Uniti è salita al 30%, equivalente a un aumento delle tasse (ex ante) di quasi 1 trilione di dollari, pari a circa il 3% del Pil – un evento senza precedenti nell’era del dopoguerra. Questa dinamica ha innalzato la probabilità di recessione degli Stati Uniti al 50% dal 10% previsto all’inizio dell’anno, con l’ulteriore rischio di stagflazione. Successivamente, alcuni segnali di distensione commerciale – con l’annuncio di una pausa di 90 giorni sulle tariffe reciproche – hanno favorito un tentativo di stabilizzazione dei mercati, che procede in parallelo con la stagione dei bilanci, destinata a essere un test cruciale per il sentiment degli investitori.

I negoziati sono iniziati, ma richiederanno tempo. Gli Stati Uniti non hanno fretta di ridurre drasticamente le tariffe e il “tasso base” del 10% rappresenta una soglia minima globale al di fuori dell’USMCA. I negoziati potrebbero portare a un allentamento delle tariffe reciproche quando torneranno in vigore a luglio, ma nel frattempo le reazioni dei vari paesi non si sono fatte attendere. In particolare, la Cina (450 miliardi di dollari di esportazioni verso gli Usa) ha reagito in modo aggressivo contro i dazi, il Giappone (150 miliardi di dollari) e la Corea del Sud (130 miliardi di dollari) si sono affrettati ad avviare i negoziati, mentre l’UE (606 miliardi di dollari) ha cercato il dialogo.

Sebbene lo shock da incertezza sia significativo e probabilmente si riverserà gradualmente sull’economia reale, al momento ci sono ancora pochi segnali concreti che le tariffe stiano colpendo duramente l’attività economica. Gli indicatori “hard” sono rimasti relativamente solidi, mentre i “soft data” (indagini e sondaggi) mostrano crescenti segnali di indebolimento, soprattutto nel mercato del lavoro. Il FMI ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita globale (a +2,8% dal +3,3% previsto a gennaio), evidenziando come i dazi rappresentino uno shock negativo sia per l’offerta che per la domanda. Per gli Stati Uniti, la stima del Pil è stata tagliata di 90 punti percentuali a +1,8% con previsioni di inflazione in aumento di quasi un punto percentuale a +3%, mentre per la Cina la stima del Pil 2025 è ora vista al 4% (dal 4,6%).

Negli Stati Uniti, dopo un -19% dai massimi, accompagnato da livelli di volatilità (VIX) simili a quelli della crisi del Covid e della crisi finanziaria del 2008, i principali indici hanno recuperato circa il 10% nelle ultime settimane. Secondo Andrea Scauri, “in tempi in cui è difficile aggiungere rischio, è spesso dove il rischio deve essere aggiunto. In Europa, la narrativa fiscale tedesca diventa ancora più importante rispetto a prima del sell-off, anche in una prospettiva azionaria globale. I titoli preferiti dell’anno in corso, meno esposti ai dazi, come i titoli della difesa o quelli legati alla Germania, offrono ora un punto di ingresso molto più interessante rispetto alle settimane precedenti. Infine, sottolineiamo la nostra non esposizione al settore petrolifero. La recente intenzione dell’OPEC+ di aumentare ulteriormente la produzione ha messo a rischio la remunerazione delle compagnie petrolifere integrate e gli investimenti delle società di servizi petroliferi“.

Su questi scenari, però, potrebbe pesare nel breve periodo il downgrade di Moody’s sui titoli del Tesoro USA. La società di rating Moody’s, infatti, ha abbassato il rating degli Stati Uniti da “AAA” ad “Aa1” per via della preoccupazione per la capacità del governo di ripagare il proprio debito. Il tempismo della decisione, a pochi mesi dall’insediamento di Trump alla presidenza degli Stati Uniti, è quanto meno sospetto, poichè Moody’s aveva già avvertito nel 2023 che il rating tripla A degli Stati Uniti era a rischio, ma non aveva deciso di effettuare il taglio. Adesso, Moody’s ha accompagnato la decisione osservando che “le amministrazioni statunitensi non sono riuscite a invertire la tendenza al rialzo dei deficit e dei costi degli interessi”, in ciò facendo aperto riferimento anche alla precedente amministrazione Biden, generosamente “graziata” dall’agenzia che aveva mantenuto un rating creditizio perfetto per gli Stati Uniti fin dal 1917. Il declassamento, peraltro, è avvenuto lo stesso giorno in cui la legge di bilancio proposta da Trump ha subito una battuta d’arresto al Congresso, con il voto contrario di alcuni repubblicani.

Tutto questo è un problema? Lo vedremo alla riapertura dei mercati e durante tutta la settimana, per i quali le agenzie di rating hanno un impatto di solito contenuto. Infatti, se qualche fondo è impegnato negli investimenti di bond solo dei tripla A, molti altri diversificano su quelli appena sopra il livello junk, ovvero spazzatura: E gli Stati Uniti sono parecchio sopra quel livello. Inoltre, il debito pubblico degli Stati Uniti è tutt’altro che inaffidabile, e rimane molto in alto nella speciale classifica dei debiti pubblici, avendo per classificazione Moody’s “Credity quality eccellente, con un rischio soltanto marginalmente maggiore rispetto al rating Aaa”. Ancora, i mercati hanno ampiamente scontato un peggioramento della qualità del debito USA, dato che le altre due grandi agenzie di rating avevano cominciato a declassare gli USA già nel 2013.

Pertanto, qualunque reazione speculativa sarà piuttosto contenuta, e certamente non potrà mandare su più di tanto i rendimenti delle obbligazioni USA che si trovano già a livelli piuttosto alti. La fase più critica rispetto ai dazi, inoltre, pare essere superata. Sul tema, Filippo Garbarino (gestore del fondo Lemanik Global Equity Opportunities) sostiene che “generalmente, i dazi aumentano l’inflazione e riducono la crescita economica reale; anche se l’economia Usa è in fase di rallentamento, non ci aspettiamo una recessione tecnica nel breve termine”. I recenti utili aziendali Usa relativi al primo trimestre e le stime dei risultati economici del 2025 sono stati incoraggianti. I dati comunicati da Visa e Mastercard mostrano una notevole resilienza della spesa dei consumatori da inizio anno a oggi e la recente correzione del prezzo del petrolio è positiva per le vendite al dettaglio. Inoltre, gli investimenti previsti per il 2025 non sono stati materialmente rivisti al ribasso dalle aziende Usa, segnale di grande fiducia nella performance del loro business e dell’economia.

Tuttavia, permangono due punti deboli. Il settore manifatturiero, con l’indice ISM che indica ancora una fase di contrazione. Il mercato immobiliare, che rimane stagnante a causa degli elevati tassi sui mutui. “Riteniamo che il minimo dell’S&P 500 in area 4800-4850, raggiunto a inizio aprile, non venga violato”, continua Garbarino. “Ci aspettiamo infatti che il picco di incertezza legato ai dazi sia già passato, dato che il flusso di notizie relativo dovrebbe migliorare nelle prossime settimane. A breve saranno siglati accordi commerciali con alcuni dei partner commerciali principali come Giappone, India e Sud Corea, riducendo significativamente il livello medio dei dazi. Altri indicatori che ci fanno ritenere che il minimo di mercato possa resistere sono il VIX (indice della volatilità), che ha toccato 60 in aprile, così come gli indici di fiducia dei consumatori/investitori che segnalavano un forte pessimismo e che dovrebbero migliorare nei prossimi mesi, supportando i mercati azionari”.