Agosto 26, 2026
Home Archive by category Case, Arte & Auto (Page 27)

Case, Arte & Auto

Auto d’epoca, crescono gli appassionati. Gli scambi sul segmento Youngtimer accendono il mercato dei collezionisti più giovani

Prima di lanciarsi sulle “oldtimer” (auto d’epoca), i neofiti guardano ai più recenti modelli “youngtimer”. Linee contemporanee, prezzi abbordabili e sconto sul bollo.

Il mercato delle auto d’epoca non accenna a diminuire la sua corsa, neanche dopo anni di crescita sostenuta. Nonostante la crisi economica che ha colpito molte fasce di reddito, la domanda di auto “veteran” viene sostenuta dal costante aumento degli appassionati, soprattutto più giovani.

Il vero motore delle performance annuali (di tutto rispetto per alcuni modelli) si conferma essere la forte passione che lega tutti i collezionisti di auto, attratti non solo per via dello status derivante dal possesso di un pezzo raro, ma anche per il senso di appartenenza ad una cerchia ristretta di amatori, alimentato attraverso le numerose kermesse e manifestazioni sportive organizzate da centinaia di club e associazioni di settore, che attirano appassionati da tutto il mondo e tengono alta l’attenzione su questa particolare tipologia di Passion Investment.

L’acquisto di un’auto d’epoca, infatti, ha una preponderante componente emozionale e sociale, che concorre alla formazione dei prezzi dei vari modelli e mantiene il mercato, nel suo complesso, piuttosto liquido.

Naturalmente, nel corso degli anni è cambiata la composizione della domanda, oggi rivolta maggiormente a modelli accessibili sia come prezzo che come linea, tanto da poter parlare di un vero e proprio sdoppiamento del mercato in due segmenti distinti e con pochissimi punti di contatto tra loro: quello delle “oldtimer”, che richiede adeguate disponibilità finanziarie e continua ad interessare una ristretta elìte di proprietari, e quello delle “youngtimer”, che a fronte di un investimento contenuto regala ai proprietari emozioni del tutto simili a quelle dei possessori di modelli “old”.

In particolare, con il termine youngtimer si indicano le autovetture appartenenti al ventennio che va dalla metà degli anni 80 al 1999. Si tratta quindi di modelli che si trovano in una fase intermedia della loro vita da collezione, con un’età compresa tra i 20 e i 35 anni, che oggi possono contare su una comunità di appassionati in crescita e di una diffusa popolarità. In più, le youngtimer offrono un ingresso accessibile al costoso hobby delle auto d’epoca, e molte compagnie assicurative offrono tariffe speciali.

Il termine usato per definirle non si riferisce all’età delle vetture, ma a quella dei loro acquirenti. Gli appassionati di queste vetture, infatti, sono per lo più quarantenni e cinquantenni, che acquistano le youngtimer anche per ricordare i tempi in cui questi modelli erano quelli più desiderati e, in relazione al prezzo dell’epoca, irraggiungibili. Il loro costo, peraltro, spesso non supera i 10.000 euro per i modelli più popolari.

Dal punto di vista finanziario, l’investimento in una youngtimer presenta alcuni vantaggi. Il primo è che di solito si trovano in buone condizioni generali e necessitano di bassi costi di manutenzione. Il secondo è che si trovano ad un buon prezzo e, a seconda del modello, hanno un elevato potenziale per futuri aumenti di valore.

E’ fondamentale, relativamente a quest’ultimo aspetto, prestare molta attenzione alla “storia” del veicolo, ossia allo stato di conservazione e di funzionamento risultanti dal libretto dei tagliandi (che deve essere completo e di prima mano!). I modelli più apprezzati nel mercato delle youngtimer sono la FIAT 500, la Mini vecchio modello e la Lancia Thema Ferrari, fino ad arrivare alle Volvo 850, alle Peugeot 205 GTI e alle Volkswagen Golf GTI (quest’ultima una regina del mercato). Ingresso d’autorità, proprio di recente, per la BMW Z3 datata 1996, resa celebre perché usata da James Bond nel film “Golden Eye”.

Dal punto di vista fiscale, con la nuova legge di bilancio vengono nuovamente introdotte le agevolazioni per le auto ventennali, come la riduzione del 50% sulla tassa di possesso (bollo).

Come ottenere lo sconto sul bollo per le auto storiche?

E’ molto semplice: bisogna avere il Certificato di Rilevanza Storica e Collezionistica, introdotto dal DM 17/12/2009 (“Disciplina e Procedure per l’iscrizione dei veicoli di interesse storico e collezionistico nei registri, nonché per la loro riammissione in circolazione e la revisione periodica”), da richiedere a un club federato ASI (Automotoclub Storico Italiano) a cui è obbligatorio iscriversi. I più importanti di questi soggetti sono, appunto, ASI, e poi Storico Lancia, Italiano FIAT, Italiano Alfa Romeo, Storico FMI ed altri ancora.

Una volta ottenuto il certificato bisogna recarsi in motorizzazione per farsi applicare il tagliando che attesta la storicità dell’auto sulla carta di circolazione. Da qui in poi, entrerete nel club esclusivo dei timers.

Se hai trovato utile questo articolo, forse potrebbe interessarti sapere come tutelare il tuo patrimonio (e il tuo parco macchine) dagli attacchi esterni.

Scarica l’e-book “La Protezione del Patrimonio Familiare dai possibili atti di aggressione dei terzi“, edito da PATRIMONI&FINANZA.

Non costa assolutamente nulla, è sufficiente registrarsi

Buona lettura !

Per gli immobili da investimento l’Italia non è un paese per vecchi. Il mutuo superato dal pagamento in contanti

Le indagini sull’età media di chi acquista case per metterle a reddito svela risultati sorprendenti. Più contanti e meno indebitamento.

Il settore immobiliare, una volta vero e proprio traino della nostra Economia, torna periodicamente a far parlare di sè quando alcuni studi degni di nota risvegliano un pò i prezzi dal loro torpore. Le compravendite, infatti, sono in netta ripresa, ma i prezzi mostrano un encefalogramma quasi piatto ormai  da un paio d’anni.

Solo Milano e Roma, per via delle loro caratteristiche peculiari, costituiscono un mondo a parte. Nelle altre città italiane, invece, i prezzi “galleggiano” sui minimi per via di quella profonda trasformazione, in corso da tempo, che in un altro articolo di PATRIMONI&FINANZA abbiamo identificato come la fine dell’Era Immobiliare, e l’inizio dell’Era dell’Abitazione.

Fanno eccezione il mercato degli affitti e, soprattutto, quello dell’acquisto di immobili di piccola metratura per investimento. Relativamente ai secondi, in particolare, secondo un recente studio di Tecnocasa la maggior parte degli investitori che ha comperato per mettere a reddito il proprio investimento è piuttosto giovane. Infatti, il 31,6% ha un’età compresa tra 45 e 54 anni, seguito dai soggetti tra 35 e 44 anni (22,6%); solo coloro con un’età compresa tra 55 e 64 anni totalizzano il 21,0%. Inoltre, il 76,4% degli investitori sono coppie (con figli o meno), mentre il 23,6% è single (ossia celibi, separati, divorziati e vedovi).

l’80% circa di questo mercato è coperto da imprenditori, liberi professionisti e impiegati, mentre i pensionati coprono il 10,8%.

Non c’è dubbio che il boom degli affitti brevi abbia fatto correre i prezzi al metro quadro nei centri storici delle maggiori città italiane (Milano e Venezia, in particolare); la tipologia più richiesta di immobile da mettere a reddito è quella del bilocale, con il 35,1% delle preferenze, seguita da quella dei trilocali (con il 27,8%).

Relativamente al rendimento annuo medio, nessuna novità di rilievo: 5% lordo, da cui scontare le imposte (cedolare secca 21%), l’IMU e i lavori di manutenzione diventati ormai la regola per via dell’elevata vetustà media degli edifici. Rimane, forse, un rendimento netto del 3.0%, che però non tiene conto dei rischi finanziari da mancato incasso dei canoni, tipici di chi mette un immobile in locazione.

Un altro dato piuttosto sorprendente è che, sul totale delle compravendite, il 50% circa è regolato “in contanti” (a vista, a mezzo bonifico o assegno circolare diretto), senza bisogno del mutuo. A scegliere questa tipologia di pagamento è proprio chi compra casa per investimento, ossia il 18,2% del mercato complessivo.

Un’altra indagine ci viene in aiuto sul mercato residenziale. Infatti, secondo le elaborazioni dell’ufficio studi del gruppo Real Estate sui dati OMI (l’osservatorio immobiliare gestito dall’Agenzia delle Entrate), il mercato residenziale nel 2018 ha totalizzato circa 580 mila transazioni immobiliari in Italia, con un fatturato complessivo pari a 94,3 miliardi di euro. Relativamente ai prezzi di vendita,  in media nazionale sono in lieve calo (-1.5%) rispetto al 2017. Differente la situazione – come dicevamo – se parliamo di Roma e Milano, dove il prezzo medio, rispettivamente,  è stato di 2.828 euro al metro quadro e di 3.796 euro al metro quadro (+0,8% rispetto al 2017). Inoltre, a parità di metratura, un immobile a Milano risulta più caro del 25,5% rispetto a Roma, confermando che la prima è la città più cara d’Italia.

La particolarità del mercato immobiliare, oggi, è che chi vuole investire nel mattone difficilmente accende un mutuo, anche se i tassi sono incredibilmente bassi (max 2,5% a tasso fisso, 1% il variabile). Questa caratteristica, che negli USA sembrerebbe incomprensibile (lì il mutuo si stipula già alla prima occupazione) rispecchia la mai sopita voglia degli italiani di comprare il mattone grazie ai risparmi accantonati dalla generazione dei patrimonials, ed oggi utilizzati a beneficio dei millennials (ossia, la generazione dei figli dei patrimonials).

Il problema, semmai, verrà scaricato sulle future generazioni (quella dei figli dei millennials), le quali, pur garantendosi un tetto sotto il quale vivere, o lasciano l’Italia per l’Estero o godono di redditi incerti e livellati verso il basso; conseguentemente, essi beneficeranno di un minore risparmio familiare rispetto a chi li ha preceduti, e ciò costituirà un ulteriore vantaggio per il mercato degli affitti e per quello dei mutui di ristrutturazione o liquidità.

Se hai trovato utile questo articolo, forse potrebbe interessarti sapere come tutelare il tuo patrimonio dagli attacchi esterni.

Scarica l’e-book “La Protezione del Patrimonio Familiare dai possibili atti di aggressione dei terzi“, edito da PATRIMONI&FINANZA.

Non costa assolutamente nulla, è sufficiente registrarsi

Buona lettura !

Warren Buffet e Ray Kroc (McDonald’s), ovvero come creare ricchezza grazie agli immobili e all’economia reale

Due leggendarie storie di successo imprenditoriale, molto diverse tra loro, ma unite dal comune denominatore dei beni reali durevoli.

Il nome di Warren Buffet è quello probabilmente più pronunciato tra i professionisti della finanza e dai cultori del sogno americano. Un uomo di grande intelligenza, arrivato dal nulla, che passo dopo passo costruisce una delle aziende più ricche al mondo. Leggendaria, anche tra gli studenti di Economia, la sua capacità di creare ricchezza usando il buon senso e la pazienza.

Il suo approccio agli investimenti è sempre stato molto semplice, e consiste in quattro fasi:

– scelta di un settore di attività in cui si vuole investire;

– individuazione di una o più aziende interessanti operanti in quel settore;

– esame dei loro bilanci;

– investire “pesantemente” e per lungo tempo, tra quelle prese in esame, nelle aziende sottovalutate, in cui il rapporto tra il valore di libro (che si ottiene sommando il capitale sociale, gli aumenti di capitale intervenuti negli anni e gli utili accantonati) e tutte le azioni in circolazione è superiore o uguale al valore di borsa di una singola azione.

In sintesi, Buffett e il suo socio di sempre – sapevate che avesse un socio? Charlie Munger, il suo primo finanziatore – hanno sempre pensato che la finalità dell’acquisto di azioni sia quello di partecipare concretamente ad un business di lungo termine, e non quello di fare una speculazione di breve periodo sulla base di grafici a candela e su obiettivi di prezzo assolutamente opinabili e differenti da un analista finanziario all’altro.

Seguendo questa metodologia è nata e si è sviluppata Berkshire Hathaway, la “grande creatura” di Warren Buffet, sulla quale egli ha lavorato fin dagli anni ’70. Oggi il suo fatturato complessivo si aggira intorno ai 150 miliardi di dollari USA, e il valore di mercato è pari a circa 400 miliardi di dollari.

Warren Buffett comprò le prime azioni della Berkshire (che era un’azienda tessile) nel 1962, quando crollarono fino a 8 dollari per azione. Siccome il valore dei mezzi propri era di 16,50 dollari ad azione, cominciò ad accumularne in grande quantità fino al 1965, quando raggiunse la maggioranza azionaria e ne assunse il controllo, trasformandola in una holding di partecipazioni. Il prezzo medio di acquisto, per Buffet, fu di 15 dollari ad azione; oggi ognuna di esse vale 294.000 dollari.

Negli ultimi 40 anni, i suoi azionisti hanno ottenuto una crescita del 20% annuo, anche nelle fasi di mercato molto difficili; per esempio, tra il 2000 e il 2010 il rendimento delle azioni è stato pari al 76%, contro il -11% dello S&P500 (l’indice delle prime 500 aziende USA per capitalizzazione).

la mossa vincente di Buffett fu quella di reinvestire gli utili, anziché direttamente nella produzione industriale, in partecipazioni azionarie di altre aziende sottovalutate il cui patrimonio era solido, composto da immobili, impianti industriali e macchinari; aziende, insomma, fortemente legate alla c.d. Economia Reale, e quindi capaci di durare nel tempo. Infatti, in 53 anni, le azioni Berkshire sono cresciute del 2.404.748% (20,9% l’anno), contro un andamento dell’indice S&P500 del 9,9% all’anno.

Solo negli ultimi dieci anni, a seguito della crisi del 2008, Berkshire ha cominciato ad investire sui gruppi finanziari americani, ma la cosa non deve sorprendere: coerentemente con il suo metodo, Buffett ha scelto le banche più sottovalutate e con dentro il più alto patrimonio proprio (immobili, uffici etc), quadruplicando il proprio investimento in pochi anni.

Dal suo portafoglio complessivo di partecipazioni, Berkshire ha ricevuto, solo nel 2018, circa 4 miliardi di dividendi, ma non è questo il suo reale guadagno. Buffett infatti realizza grandi ritorni prospettici soprattutto dagli utili non distribuiti, che nel lungo termine costruiscono valore nelle società e si riflettono sul prezzo delle singole azioni. Gli utili non distribuiti, infatti, consentono di acquistare immobilizzazioni techiche (macchinari o software) e immobili industriali (uffici nelle city), e attribuiscono valore reale all’investimento, e non semplice plusvalore finanziario, che per sua natura è destinato a sgonfiarsi nel tempo.

Questa costruzione del valore, basata sul patrimonio reale delle aziende, è impossibile da praticare nel breve periodo, dove i prezzi delle azioni sono guidati nel dagli umori di mercato e non dal business reale della compagnia.

La storia di Ray Crok eleva il mito del sogno americano a livelli altissimi, perché nel caso del fondatore di McDonald’s esso si è avverato quando lui aveva già 52 anni, e da rivenditore di frullatori ebbe l’idea di sfruttare su vasta scala l’invenzione dei fratelli Mc Donald (che finirono per essere esclusi dal business e persino dall’uso commerciale del loro stesso cognome).

Sappiamo che Buffet non ha mai amato investire nelle aziende commercialmente e geograficamente massificate, giacchè teme i devastanti effetti negativi derivanti dalla erosione della tipica posizione di monopolio in cui esse operano. Pertanto, come si spiega che egli abbia investito – e continua a farlo ancora adesso, anche se in misura minore – nelle azioni di McDonald’s?

Semplice: il vero business della famosa catena di fast food non sono gli hamburger, ma gli immobili. La formula di successo di Mc Donald’s, infatti, è unica nel settore dei fast food: comprare tutti i negozi, affittarli ai gestori in franchising, patrimonializzare il gruppo con valori reali stabili e creare cash con la vendita di hamburger e patatine fritte per consentire buoni guadagni ai franchesee e incassare i canoni di locazione senza problemi. A tal proposito, l’ex direttore finanziario Harry Sonneborn ha detto: “Non siamo nel settore alimentare, ma nel settore immobiliare. L’unica ragione per la quale vendiamo hamburger da 15 centesimi è perché sono i migliori prodotti per realizzare alti margini di incasso, con cui i nostri locatari possono poi pagare l’affitto”.

In sintesi, rispetto alle altre catene di franchising, McDonald’s ha sempre avuto una diversa strategia: invece di fare business vendendo scorte di hamburger e altro materiale di consumo ai locatari o chiedendo loro le royalties, l’azienda di Crok diventa proprietaria dei punti vendita e li affitta ai gestori, i quali hanno il vantaggio di condurre un business con un alto margine di utile grazie ad un marchio che, da solo, vale circa 60 miliardi di USD. In questo modo, McDonald’s riesce a trattenere l’82% dei ricavi generati dai canoni di locazione, mentre si accontenta di un più modesto 16% di ricavi prodotti dall’attività dei punti vendita, a cui destina la fetta maggiore delle vendite.

A ben vedere, quindi, si tratta di un circolo virtuoso che solo in apparenza poggia i piedi sul franchising, per il quale la selezione dei candidati è durissima. L’investimento complessivo necessario all’apertura di un ristorante è di circa 800.000 euro, dei quali 200.000 devono essere di proprietà del candidato e la restante parte può essere ottenuta mediante un finanziamento. L’affiliato, in cambio, dovrà corrispondere a McDonald’s l’affitto del locale, una royalty in percentuale sui profitti e un contributo al finanziamento della pubblicità nazionale.

Grazie a questa formula, l’azienda di Crok ha raggiunto dimensioni impressionanti:

  • 69 milioni: clienti serviti ogni giorno
  • 37.000: ristoranti presenti in tutto il mondo, di cui l’85% in franchising
  • 4,7 miliardi: utile netto.

Concludendo, l’attenzione al valore reale dei beni è ciò che accomuna Warren Buffet a Raymond Kroc (il primo ancora in vita, il secondo morto nel 1984). Buffet, attraverso le sue partecipazioni azionarie, ha basato il proprio successo investendo in aziende con un business solido ed un patrimonio proprio (immobili e macchinari industriali) di notevole entità, che si riflette sempre nel valore intrinseco di ogni singola azione. Crok, invece, ha “mascherato” la più grande società immobiliare del mondo con la catena di fast food più grande del mondo, investendo direttamente negli immobili e ottenendo così un “effetto leva immobiliare” che consente oggi all’azienda di avere una fonte di ricavi e utili molto stabile, nonchè un accesso pressoché illimitato alle fonti di finanziamento, soprattutto nei momenti di rallentamento dell’economia.

Niente “finanza creativa”, insomma, ma solo roba che vedi e che tocchi con le tue stesse mani: case, aerei, soldi, panini e milk-shake.

Ti è piaciuto questo articolo? Ti potrebbe interessare leggere anche:

La politica economica italiana dal 1992 ad oggi: un mix di ambizioni personali, conflitti di interesse ed errori da principianti

Le famiglie italiane ed il patrimonio immobiliare privato: chi pagherà le tasse di successione?

Il ciclo di vita del patrimonio e gli immobili. Ok comprarli, ma per abitarci dentro

 

Mercato dell’Arte e Passion Investment in continua esplosione, ma non tutto splende dietro le performance. Occhio alle bolle

L’Arte è un mercato in continua espansione, ma gli incrementi del suo giro d’affari nascondono alcune insidie strutturali che presto potrebbero presentare il conto agli investitori

Articolo di Alessio Cardinale

Mentre in Europa ed in Italia ci si arrovella sulle stringenti normative in materia di strumenti e servizi finanziari, esiste (e resiste) un mercato che, pur avendo lunga storia e tradizione, rimane al di fuori di qualunque seria regolamentazione.

Parliamo del mercato dell’Arte, i cui scambi rientrano a pieno titolo in quello che viene definito ancora oggi Passion Investment (settore che comprende opere d’arte, gioielli e pietre preziose, auto e moto d’epoca, grandi imbarcazioni).

La denominazione passion investment, però, sembra non essere più quella più appropriata. Fino a qualche anno fa, infatti, si definiva come tale qualunque investimento, accessorio ai più classici titoli finanziari, effettuato dai grandi detentori di patrimonio in quei beni capaci di conferire un certo status, prestigio, potere e anche persuasione verso i propri interlocutori; oggi questi beni pare abbiano perso la propria caratteristica di strumenti accessori, conquistando, per via delle specifiche peculiarità (in primis, quella di poterli celare a chiunque, fisco compreso, “ripulendo” ricavi non dichiarati), una fetta di mercato ogni anno più grande.

Secondo i dati comunicati da UBS, nel 2018 il giro d’affari globale del mercato dell’arte è stato di 67,4 miliardi di dollari, contro i 63,7 miliardi dell’anno prima, con un incremento del 5,8%.

Gli Stati Uniti continuano ad essere il mercato più grande (44% dei volumi globali), con una grande crescita anche nelle aste pubbliche, mentre il Regno Unito (21%), malgrado la Brexit, ha riconquistato il secondo posto, superando nuovamente la Cina (19%).

Il canale maggiore è quello dei dealer e delle gallerie, che nel 2018 hanno raggiunto un valore stimato di 35,9 miliardi (+7%).

Le vendite all’asta, invece, hanno raggiunto 29,1 miliardi nel 2018, con un aumento del 3% su base annua. In testa sempre gli Usa, con un incremento del 18% a 11,8 miliardi; segue il Regno Unito con +15% a 5,3 miliardi.

Altro canale importante è quello delle fiere d’arte, con un fatturato aggregato stimato di 16,5 miliardi nel 2018, in aumento del 6% su base annua. Le vendite online, infine, hanno totalizzato 6 miliardi, con una crescita annua dell’11 per cento.

Sebbene, parallelamente, si stia sviluppando anche un discreto mercato di opere d’arte di valore più accessibile a categorie di investitori un tempo escluse, i dati più significativi di questo settore scaturiscono sempre dagli scambi dei c.d. HNWI (High net worth individuals, individui con patrimonio compreso tra 5 e 30 mln di USD), ed in particolar modo di quelli che operano nei cinque mercati principali, ossia Regno Unito, Germania, Singapore, Hong Kong e Giappone. Un dato su tutti: mentre i collezionisti statunitensi hanno un’età media di 50 anni e oltre, nei nuovi mercati asiatici emerge un profilo di età molto diverso. A Singapore ed a Hong Kong, rispettivamente, il 46% ed il 39% dei compratori sono millennials, ed il 93% di loro acquista opere su piattaforme online.

Ma non è tutto oro ciò che riluce, e molte nubi si addensano all’orizzonte.

Infatti, eventi storici come la globalizzazione, l’avvento di internet, la facilità negli spostamenti, il crollo delle ideologie anticapitalistiche e l’aumento di nuovi ricchi, sono tutte cause che hanno contribuito a dipingere l’attuale scenario, generando dei risultati che, alla luce dell’assenza di controlli generalizzati di mercato, rischia di creare la più classica delle “bolle”. Inoltre, sembra che i canoni artistici oggi più osservati siano quelli che rispondono ad una minore cultura ed un maggior glamour, e che prediligono le opere prodotte dagli artisti contemporanei in quantità industriali, più che quelle singole e “immortali” dei grandi artisti della storia. Così facendo, però, diminuisce l’aspettativa media di vita “estetica” di un’opera contemporanea, ed in tal modo il mercato di riferimento si ammanta di una logica puramente speculativa, tipica degli strumenti finanziari tradizionali dai quali si vorrebbe mutuare le caratteristiche ed i ritmi vertiginosi di scambio.

Di conseguenza, anche il mercato dell’Arte si sta scindendo con più chiarezza nei due segmenti delle opere “anticicliche”, di cui fanno parte quelle più stabili e appartenenti ai periodi più classici della Storia dell’Arte (Rinascimento, Impressionismo etc), e delle opere “cicliche” (artisti contemporanei), di gran lunga più speculative e, pertanto, più soggette alle crisi di mercato.

Secondo l’economista Olav Velthuis (intervistato da Georgina Adam), “….Alla base di questo fenomeno ci sono meccanismi di creazione e distribuzione della ricchezza nel mondo. Esistono ricerche che mostrano come il mercato dell’arte benefici della distribuzione iniqua della ricchezza”.

Eppure, nonostante le evidenti frizioni sui prezzi (alle stelle), ancora oggi non si interviene con norme e codici che possano regolamentare gli scambi e la trasparenza delle quotazioni. Questo accade perché, nonostante il mercato dell’arte negli ultimi dieci anni sia lievitato sino a raggiungere un giro d’affari elevatissimo (67,4 mld, contro i 50 del biennio 2015-2016), l’arte è un segmento ancora meno sviluppato rispetto agli altri beni di lusso, che valgono 253 miliardi di dollari all’anno. Pertanto, i governi non intenderanno impiegare, ancora per molto tempo, energie e risorse per legiferare specificamente in materia.

Avrebbe potuto farlo l’Europa, ma si è preferito agire, con le due MiFID, solo per il settore finanziario.

In definitiva, finchè il desiderio di primeggiare con gli USA non porterà l’U.E. a fare opportune riflessioni anche sul mercato dell’Arte, i collezionisti si preparino ad affrontare, nel giro di qualche anno, gli effetti di una bolla epocale.

Se hai trovato utile questo articolo forse potrebbe interessarti sapere come tutelare il tuo patrimonio familiare dagli attacchi esterni

Scarica l’e-book “La Protezione del Patrimonio Familiare dai possibili atti di aggressione dei terzi“, edito da PATRIMONI&FINANZA.

Non costa assolutamente nulla, è sufficiente registrarsi

Buona lettura !

 

Mutui, istituti di credito ancora diffidenti verso i consumatori. Nonostante i prezzi bassi e i tassi di interesse al minimo storico

Alla base della contrazione del mercato dei mutui, oltre all’incertezza politico-economica, anche il clima di scarsa fiducia delle banche verso chi vorrebbe indebitarsi per acquistare casa.  

Il mercato del credito immobiliare non finisce mai di sorprendere. Nonostante i proclami propagandistici di ripresa, lo scenario cristallizzato dai dati del 2018 è tutt’altro che confortante, e quello del primo semestre del 2019 non vede una soluzione di continuità con il passato più recente.

Quali sono i fattori che, viste le circostanze (prezzi delle case bassi e tassi di interesse dei mutui mai visti così giù) assolutamente favorevoli, determinano il perdurare di questa situazione?.

Secondo gli esperti, nonostante i prezzi degli immobili si siano stabilizzati e i tassi sui mutui rimangano ai minimi storici, prevale ancora un clima di incertezza, testimoniato dall’indice “per eccellenza” del settore immobiliare, cioè quello che misura il mercato dei mutui, il quale presenta un andamento piuttosto contrastante. Infatti, se nel primo trimestre 2019 l’Agenzia delle Entrate ha registrato un aumento delle compravendite del 8,8%, contemporaneamente si prevede una contrazione dei mutui erogati del 5,9%.

Inoltre Crif (la famigerata banca dati che gestisce, per conto delle banche, lo speciale elenco dei debitori in difficoltà), ha registrato una contrazione delle domande di mutuo del 9,2%, che lascia presagire una riduzione delle erogazioni di mutuo anche nella seconda metà dell’anno in corso.

A chi è imputabile questa incertezza, ai consumatori, alle banche o a entrambi?

Le organizzazioni del settore creditizio sostengono che non si registrano restrizioni da parte degli istituti all’accesso al credito. Infatti, ad ascoltare i loro rappresentanti, sembra che la causa della contrazione della domanda sia da imputarsi esclusivamente all’incertezza politico-economica e ad un generalizzato clima di scarsa fiducia da parte dei consumatori, che induce a posticipare la scelta di acquisto della casa per via dell’assenza di segnali concreti di una ripresa economica solida e durevole.

Inoltre – sempre secondo gli “esperti” – sull’attuale contesto peserebbero: 1) la sospensione del Q.E. (Quantitative Easing, ossia l’immissione di liquidità da parte della Banca Centrale Europea), che avrebbe determinato una diminuzione delle erogazioni, e 2) le fantomatiche previsioni di una possibile patrimoniale, accompagnata alle limitazione delle detrazioni degli interessi dei mutui e delle spese di ristrutturazione e arredamento.

Niente di più infondato.

Infatti, le banche stanno continuando nella loro opera “maniacale” di razionalizzazione dell’Offerta e di conseguente riduzione dell’accesso al credito, attuata attraverso l’adozione di misure iper-ispettive e fortemente escludenti, che i richiedenti (fino ad un paio d’anni fa meritevoli di credito) devono subire. Si va dall’imposizione della firma di un introvabile garante (anche su una richiesta proveniente da una coppia con doppio reddito non elevato), alla centralizzazione delle funzioni istruttorie e deliberanti presso un unico ufficio per tutto il territorio nazionale, con il risultato di rallentare a dismisura i tempi di erogazione (anche 4 mesi), e di paralizzare venditori e compratori.

A ciò si aggiunga la presenza opprimente dei servizi forniti dalle banche dati (Crif in testa) nelle c.d. policy di ogni singolo istituto di credito, che ha generato, oltre a legittimi benefici per chi eroga i mutui, anche una inaccettabile restrizione della privacy per chiunque volesse muoversi liberamente attraverso il panorama bancario dell’offerta di strumenti di indebitamento. Sotto la lente di ingrandimento, infatti, la prassi discutibile della “marchiatura” nelle banche dati, per un periodo massimo di 60 giorni, di coloro che hanno ricevuto il rifiuto, da parte di una banca, della propria richiesta di mutuo. Ciò determina l’ulteriore risultato, per questi richiedenti, di ricevere altrettanti rifiuti, durante quella finestra temporale, da parte di tutte le altre banche, e magari veder sfumare una profittevole occasione di acquisto.

Eppure, le prospettive sarebbero positive, dal momento che i prezzi immobiliari sono molto contenuti e senza particolari tensioni al rialzo (se non in alcune zone di Milano e Roma). Eppure, ancora, il differenziale tra la crescita dei prezzi e la crescita dei redditi negli ultimi anni si è ridotto, il ché permetterebbe un ritorno all’acquisto anche da parte di persone dai redditi inferiori. Invece, le banche continuano ad essere particolarmente disponibili e competitive solo quando hanno di fronte clienti che apportano una consistente parte di mezzi propri nell’acquisto (35-40% del prezzo); a costoro, grazie al calo dell’IRS (l’indice di riferimento dei mutui a tasso fisso), vengono proposti mutui fino all’1,60% a 30 anni, con rata fissa.

Per chi non ha risparmio, purtroppo, la strada che conduce ad acquistare casa è lastricata da mille insidie e da tanti rinvii. Di conseguenza, giacchè la maggior domanda proviene da richiedenti con reddito medio/basso, anche la Domanda di case è destinata a vivacchiare in uno scenario di stagnazione di lungo periodo.

Se hai trovato utile questo articolo forse potrebbe interessarti sapere come tutelare il tuo patrimonio familiare dagli attacchi esterni

Scarica l’e-book “La Protezione del Patrimonio Familiare dai possibili atti di aggressione dei terzi“, edito da PATRIMONI&FINANZA.

Non costa assolutamente nulla, è sufficiente registrarsi

Buona lettura !

 

 

Il ciclo di vita del patrimonio e gli immobili. Ok comprarli, ma per abitarci dentro

Pur essendo a sconto, le quotazioni del mercato immobiliare non giustificano ancora una ripresa dell’investimento in questo asset.

I patrimonials (ossia i genitori dei millennials) si muovono ancora freneticamente, senza mai sedersi a riflettere su quanto hanno creato, spinti dal desiderio di produrre altra ricchezza. Andare avanti è la loro parola d’ordine. Tuttavia, molti tra coloro che beneficiano di asset elevati, sorprendentemente, non conoscono le nozioni del ciclo di vita del patrimonio, e cioè:

  1. fase di accumulazione e gestione
  2. fase di protezione e difesa
  3. fase di pianificazione e trasmissione

Peggio ancora, molti di essi non sanno in quale fase del ciclo di vita si trovano in questo momento, oppure anticipano le fasi confondendo obiettivi, cause ed effetti.

Nonostante questo scenario contrastato – che certamente avrà effetti nelle abitudini di investimento delle future generazioni – la ricchezza, in Italia, continua a crescere. La Banca d’Italia pubblica ogni anno il Supplemento al Bollettino Statistico sulla “Ricchezza delle famiglie italiane”, che ci dà l’occasione per fare il punto e per effettuare un confronto con la situazione di 20 anni prima. Ebbene, nonostante l’ultimo ventennio sia costellato da eventi economicamente negativi, gli italiani sono complessivamente più ricchi di circa il doppio. Tra il 1995 ed il 2017 la ricchezza totale degli italiani è cresciuta più del pil (114% contro 71,5%).

Il patrimonio immobiliare di proprietà delle famiglie italiane è portentoso: quasi 21 milioni di famiglie vivono in casa di proprietà, e 3 milioni di esse vivono in affitto, ma ci sono quasi 6 milioni di seconde case (i c.d. immobili a disposizione).

Ciò è il risultato di in un periodo storico (anni ’60-’80) in cui l’edilizia è letteralmente esplosa, permettendo al nostro Paese di dotarsi di un sistema interno che, a fronte di un accesso piuttosto costoso (imposte, spese notarili), consente un mantenimento sostenibile della proprietà immobiliare abitativa, da cui lo Stato ricava un gettito fiscale costante.

Per quanto riguarda gli immobili a disposizione, essi costituiscono quasi il 18% dell’intero patrimonio immobiliare posseduto dai privati (una famiglia su 5 possiede una o più seconde case). Di solito si tratta di abitazioni acquistate direttamente proprio durante il boom del mattone, oppure frutto di eredità. Si tratta di abitazioni sottoutilizzate, che presentano alti costi di mantenimento e fiscali, per cui i proprietari, nonostante tentino di affittarle, riescono solo a recuperare costi e tasse con le loro rendite da locazione.

Queste case sotto-utilizzate, pertanto, rappresentano un capitale quasi infruttifero, di cui liberarsi; nel prossimo futuro, pertanto, l’immissione sempre più corposa (soprattutto in occasione della successione generazionale) di tali immobili sul mercato delle compravendite contribuirà a tenere basso il prezzo delle abitazioni.

I debiti, contestualmente, sono saliti di circa tre volte, ma si tratterebbe di un indebitamento “sano”, esposto cioè verso gli immobili. Lo dimostra l’esposizione verso i mutui per acquisto casa, il cui valore è esploso da 51 a 379,8 miliardi e oggi assorbe la metà della crescita dell’indebitamento totale.

Di fronte al calo generalizzato dei prezzi degli immobili, più di qualcuno ha già pensato di “tornare al mattone”, e magari acquistare un bel po’ di appartamenti di quadratura medio-piccola per ricavarne un reddito con un prezzo a sconto anche del 30.0%.

E’ la mossa giusta, oppure esistono concreti motivi per attendersi una ulteriore diminuzione dei valori?

In Italia, infatti, siamo di fronte ad un cambio di era geologica dal punto di vista immobiliare, e diversi sono i fattori che dovrebbero imporci di fare molta attenzione all’acquisto di case che non servano a soddisfare la loro funzione di servizio primaria, e cioè abitarci dentro.

Le attuali quotazioni sembrano appiattite per il lungo (lunghissimo) periodo per via, da un lato, della migrazione di giovani (ossia, i futuri acquirenti) in altri paesi e, dall’altro, per il subentro di famiglie straniere (oggi circa sei milioni di non-italiani residenti in Italia) la cui domanda è fatta per lo più da immobili di piccolo taglio in zone periferiche, ossia quelli di minor pregio.

Inoltre, le aspettative di riforma del catasto si stanno scaricando sulle quotazioni del mercato immobiliare, fungendo da calmierante alle spinte al rialzo del valore degli immobili di pregio.

A tutto questo si aggiunga che gli immobili, in futuro, sconteranno imposte di successione e donazione sempre più elevate, tanto che parte delle case dovrà essere gradualmente venduta dai grandi detentori di immobili per consentire agli eredi di avere la liquidità necessaria per pagarle. Ai millennials, infatti, non piace affatto gestire proprietà immobiliari, ad eccezione della propria casa di abitazione (che vogliono confortevole e tecnologicamente avanzata, ma non lussuosa).

Ti è piaciuto questo articolo? Ti potrebbe interessare leggere anche:

La politica economica italiana dal 1992 ad oggi: un mix di ambizioni personali, conflitti di interesse ed errori da principianti

Le famiglie italiane ed il patrimonio immobiliare privato: chi pagherà le tasse di successione?

Indecisi se acquistare casa? Confrontatevi con i nostri esperti del Mercato Immobiliare

Avete delle disponibilità finanziarie e vorreste acquistare una casa? Oppure migliorare la vostra situazione attuale, cambiando quartiere, o ancora coronare il sogno di quella casetta al mare tanto desiderata…?

Siete indecisi? Fate bene. Infatti, ovunque i tempi di conclusione delle trattative immobiliari si sono allargati e le quotazioni si sono ridotte notevolmente. Eppure, nonostante i prezzi convenienti, il mercato delle case si è appiattito verso il basso, ed anche chi dispone di liquidità non azzarda investimenti immobiliari a lungo termine. Oggi chi acquista casa lo fa esclusivamente per abitarci, oppure per migliorare la propria soluzione abitativa vendendo l’immobile di provenienza comprandone un altro, ma il c.d. investimento immobiliare privato, fatto per sostenere i flussi di reddito, si è fermato.

I c.d. millennials, poi, non vedono di buon occhio la gestione di un patrimonio statico, preferendo la disponibilità liquida o investita con prudenza in valori mobiliari.

Come si è arrivati fino a questo punto, e quali sono gli scenari futuri?
Quanto vale oggi il nostro patrimonio immobiliare, e quanto varrà tra dieci anni?
Conviene comprare, oppure vendere nel timore di un ulteriore diminuzione delle quotazioni?
Esiste ancora un settore immobiliare in cui vale la pena investire? E se sì, quale?
Quanto peserà la c.d. Riforma del Catasto sul mercato delle abitazioni, e sulla trasmissione del patrimonio alle generazioni future?

Se desiderate confrontarvi gratuitamente con la redazione di esperti di PATRIMONI&FINANZA, e porre quesiti specifici su mercato immobiliare, valutazioni, imposte di successione e donazione scrivete a: info@patrimoniefinanza.com, e riceverete un primo riscontro riservato entro 48 ore.

Se hai trovato utile questo contenuto, forse potrebbe interessarti sapere come tutelare il tuo patrimonio familiare dai terzi

Scarica l’e-book “La Protezione del Patrimonio Familiare dai possibili atti di aggressione dei terzi“, edito da PATRIMONI&FINANZA.

Non costa assolutamente nulla, è sufficiente registrarsi

Buona lettura !