L’Arte è un mercato in continua espansione, ma gli incrementi del suo giro d’affari nascondono alcune insidie strutturali che presto potrebbero presentare il conto agli investitori
Articolo di Alessio Cardinale
Mentre in Europa ed in Italia ci si arrovella sulle stringenti normative in materia di strumenti e servizi finanziari, esiste (e resiste) un mercato che, pur avendo lunga storia e tradizione, rimane al di fuori di qualunque seria regolamentazione.
Parliamo del mercato dell’Arte, i cui scambi rientrano a pieno titolo in quello che viene definito ancora oggi Passion Investment (settore che comprende opere d’arte, gioielli e pietre preziose, auto e moto d’epoca, grandi imbarcazioni).
La denominazione passion investment, però, sembra non essere più quella più appropriata. Fino a qualche anno fa, infatti, si definiva come tale qualunque investimento, accessorio ai più classici titoli finanziari, effettuato dai grandi detentori di patrimonio in quei beni capaci di conferire un certo status, prestigio, potere e anche persuasione verso i propri interlocutori; oggi questi beni pare abbiano perso la propria caratteristica di strumenti accessori, conquistando, per via delle specifiche peculiarità (in primis, quella di poterli celare a chiunque, fisco compreso, “ripulendo” ricavi non dichiarati), una fetta di mercato ogni anno più grande.
Secondo i dati comunicati da UBS, nel 2018 il giro d’affari globale del mercato dell’arte è stato di 67,4 miliardi di dollari, contro i 63,7 miliardi dell’anno prima, con un incremento del 5,8%.
Gli Stati Uniti continuano ad essere il mercato più grande (44% dei volumi globali), con una grande crescita anche nelle aste pubbliche, mentre il Regno Unito (21%), malgrado la Brexit, ha riconquistato il secondo posto, superando nuovamente la Cina (19%).
Il canale maggiore è quello dei dealer e delle gallerie, che nel 2018 hanno raggiunto un valore stimato di 35,9 miliardi (+7%).
Le vendite all’asta, invece, hanno raggiunto 29,1 miliardi nel 2018, con un aumento del 3% su base annua. In testa sempre gli Usa, con un incremento del 18% a 11,8 miliardi; segue il Regno Unito con +15% a 5,3 miliardi.
Altro canale importante è quello delle fiere d’arte, con un fatturato aggregato stimato di 16,5 miliardi nel 2018, in aumento del 6% su base annua. Le vendite online, infine, hanno totalizzato 6 miliardi, con una crescita annua dell’11 per cento.
Sebbene, parallelamente, si stia sviluppando anche un discreto mercato di opere d’arte di valore più accessibile a categorie di investitori un tempo escluse, i dati più significativi di questo settore scaturiscono sempre dagli scambi dei c.d. HNWI (High net worth individuals, individui con patrimonio compreso tra 5 e 30 mln di USD), ed in particolar modo di quelli che operano nei cinque mercati principali, ossia Regno Unito, Germania, Singapore, Hong Kong e Giappone. Un dato su tutti: mentre i collezionisti statunitensi hanno un’età media di 50 anni e oltre, nei nuovi mercati asiatici emerge un profilo di età molto diverso. A Singapore ed a Hong Kong, rispettivamente, il 46% ed il 39% dei compratori sono millennials, ed il 93% di loro acquista opere su piattaforme online.
Ma non è tutto oro ciò che riluce, e molte nubi si addensano all’orizzonte.
Infatti, eventi storici come la globalizzazione, l’avvento di internet, la facilità negli spostamenti, il crollo delle ideologie anticapitalistiche e l’aumento di nuovi ricchi, sono tutte cause che hanno contribuito a dipingere l’attuale scenario, generando dei risultati che, alla luce dell’assenza di controlli generalizzati di mercato, rischia di creare la più classica delle “bolle”. Inoltre, sembra che i canoni artistici oggi più osservati siano quelli che rispondono ad una minore cultura ed un maggior glamour, e che prediligono le opere prodotte dagli artisti contemporanei in quantità industriali, più che quelle singole e “immortali” dei grandi artisti della storia. Così facendo, però, diminuisce l’aspettativa media di vita “estetica” di un’opera contemporanea, ed in tal modo il mercato di riferimento si ammanta di una logica puramente speculativa, tipica degli strumenti finanziari tradizionali dai quali si vorrebbe mutuare le caratteristiche ed i ritmi vertiginosi di scambio.
Di conseguenza, anche il mercato dell’Arte si sta scindendo con più chiarezza nei due segmenti delle opere “anticicliche”, di cui fanno parte quelle più stabili e appartenenti ai periodi più classici della Storia dell’Arte (Rinascimento, Impressionismo etc), e delle opere “cicliche” (artisti contemporanei), di gran lunga più speculative e, pertanto, più soggette alle crisi di mercato.
Secondo l’economista Olav Velthuis (intervistato da Georgina Adam), “….Alla base di questo fenomeno ci sono meccanismi di creazione e distribuzione della ricchezza nel mondo. Esistono ricerche che mostrano come il mercato dell’arte benefici della distribuzione iniqua della ricchezza”.
Eppure, nonostante le evidenti frizioni sui prezzi (alle stelle), ancora oggi non si interviene con norme e codici che possano regolamentare gli scambi e la trasparenza delle quotazioni. Questo accade perché, nonostante il mercato dell’arte negli ultimi dieci anni sia lievitato sino a raggiungere un giro d’affari elevatissimo (67,4 mld, contro i 50 del biennio 2015-2016), l’arte è un segmento ancora meno sviluppato rispetto agli altri beni di lusso, che valgono 253 miliardi di dollari all’anno. Pertanto, i governi non intenderanno impiegare, ancora per molto tempo, energie e risorse per legiferare specificamente in materia.
Avrebbe potuto farlo l’Europa, ma si è preferito agire, con le due MiFID, solo per il settore finanziario.
In definitiva, finchè il desiderio di primeggiare con gli USA non porterà l’U.E. a fare opportune riflessioni anche sul mercato dell’Arte, i collezionisti si preparino ad affrontare, nel giro di qualche anno, gli effetti di una bolla epocale.

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