Agosto 26, 2026
Home Archive by category Case, Arte & Auto (Page 25)

Case, Arte & Auto

Auto da collezione, la Mustang di Steve McQueen entra nel mito. Storie di modelli milionari, tra passione e profitto

Le aste di auto da collezione più famose sono rese ancora più interessanti dalle storie dei proprietari che le hanno acquistate e poi vendute. Dal “milionario per caso” all’investitore ricco e lungimirante, gli appuntamenti del 2020 ravvivano il mito.

Il mercato delle auto da collezione non smetterà di crescere anche nel 2020. Questa è la conclusione a cui gli esperti sono giunti dopo il finale “pirotecnico” del 2019, e dopo aver considerato i modelli che saranno protagonisti delle aste internazionali del primo bimestre del nuovo anno.

Nel frattempo, continua il dibattito – tutt’altro che virtuale – tra chi, nelle auto d’epoca, vede prevalere la passione e chi, invece, ci trova un fertile terreno per gli investimenti alternativi. Non è un caso, quindi, che l’ultima asta a stelle e strisce e quelle imminenti in Europa vedano come protagonisti assoluti due modelli di auto da collezione, molto diversi tra loro per valore, e due “storie” – quelle degli esemplari e dei rispettivi proprietari – che sono la sintesi esatta di questo confronto tra collezionisti puri e investitori.

La prima storia comincia con una vendita già avvenuta. A Kissimmee (Florida, casa d’aste David Morton), ad inizio anno, è stata venduta all’asta la celebre Ford Mustang GT guidata da Steve McQueen, utilizzata durante le riprese del celebre film “Bullit” (1968). L’auto è divenuta celebre grazie alla scena dell’inseguimento sulle strade di San Francisco, ed è stata venduta per 3,4 milioni di dollari, segnando il record assoluto (quello precedente era detenuto dalla Mustang Shelby GT500 Super Snake del ’67 acquistata per 2,2 milioni di dollari nel 2019) per questo modello di Muscle Car.

Interessante la storia di quest’auto, e come sia giunta fino ai giorni nostri. Nel 1968 la Ford prestò alla casa di produzione Warner Bros due esemplari di Ford Mustang GT di colore verde, con sospensioni modificate e con un motore da 330 cavalli abbinato al cambio manuale a 4 marce. L’auto venduta all’asta è quella guidata personalmente da McQueen, mentre il secondo modello si trova in Messico (nella città di Baja, al confine con la California), in cattive condizioni, di proprietà di un privato che per ora ha deciso di non venderla. Dopo la fine delle riprese la Mustang GT fu acquistata da Robert Ross, dipendente della Warner Bros, che la vendette nel 1970 al detective Frank Marranca. Nel 1974, infine, lo stesso Marranca la cedette a Robert Kiernan per 3.500 dollari. Di quella vettura non si seppe più nulla fino al 2014, quando Sean Kiernan (figlio di Robert) fece sapere alla Ford di essere in possesso di quella storica auto, perfettamente riparata dopo aver rotto la frizione nel 1980. Da quel momento Sean Kiernan ha iniziato a esporre la vettura in manifestazioni dedicate alle auto d’epoca, allo scopo di far salire il valore e le aspettative di vendita, fino a quando non è stata messa all’asta e venduta ad un prezzo che, per quanto rappresenti il record di questo modello, pare abbia deluso il giovane Sean (le sue attese erano per una cifra vicina a 5 milioni di dollari).

LEGGI ANCHE: Investire nelle Muscle Cars, le sportive americane nate per sfidare il mito delle Ferrari

L’eco di questa vendita ha certamente dato un grande stimolo alla stagione 2020, che si è aperta con la settimana di Scottsdale (Arizona, dal 12 al 20 gennaio, 1.800 auto all’incanto), dove gli occhi dei collezionisti sono puntati sull’Alfa Romeo 8C 2300 Cabriolet Décapotable del 1932, carrozzata da Joseph Figoni, e una Ferrari 250 Gt Cabriolet Series I by Pininfarina del 1958, il cui valore si aggira tra 6 e 7 milioni di dollari. Mentre scriviamo, l’asta volge al termine, ma possiamo anticipare che sono stati assegnati modelli di auto che in qualche modo hanno fatto la storia del mercato.

Si è appena svolta anche la vendita straordinaria di RM Sotheby’s (16 e 17 Gennaio, sempre in Arizona, Biltmore Resort & Spa di Phoenix), che ha messo all’asta 150 autovetture tra auto da collezione, show car e fuoriserie sportive come Ferrari, Porsche e Aston Martin. I prezzi di aggiudicazione sono stati più “popolari”: si va da 40 mila dollari per una Chevrolet Corvette Grand Sport Coupe del 1996, agli 80 mila dollari per una BMW 3.0 CS del 1974 e ai 100 mila dollari per una Chamlers Model 24 Touring del 1914. Tra le rarità, una Delorean del 1982, vettura resa celebre dal film Ritorno al Futuro.

Dopo gli Stati Uniti, la stagione delle aste proseguirà il 5 febbraio a Parigi (Place Vauban), in occasione della quale la casa d’aste RM Sotheby’s metterà all’incanto una Ferrari 512 BB con soli 820 km reali all’attivo. E così arriviamo alla seconda storia, davvero interessante, che inizia nel maggio del 1981, quando il veicolo viene consegnato ad un collezionista di auto sportive americano, in Texas. L’auto viene acquistata con 400 km segnati in fattura, di cui 312 percorsi durante i test di omologazione EPA. Il secondo proprietario dell’auto, un inglese, l’ha portata via dal Texas nel 2014 e, due anni dopo, l’ha sottoposta ad un esteso intervento di manutenzione comprensivo di sostituzione del cambio e della frizione. Per 33 anni la Ferrari è stata messa su strada raramente, ed il proprietario ha lasciato intatte persino alcune protezioni di plastica – le stesse applicate dagli stabilimenti al momento della consegna – e conservato maniacalmente gli interni e la valigetta dei documenti.

Al di là della sua storia, questo esemplare di Ferrari, in tutta probabilità, rappresenta quello con il minor numero di chilometri in circolazione, e la valutazione della casa d’aste è compresa tra 170.000 e 200.000 euro.

In tutta probabilità, il prezzo di aggiudicazione sarà superiore al limite massimo, con buona pace dei sostenitori di una imminente bolla speculativa in via di esplosione.

LEGGI ANCHE: Auto classiche e muscle car, ecco le aste USA con i prezzi più alti. Dal 2000 la Ferrari GTO ha reso più delle azioni Microsoft

Mercato immobiliare ancora in calo nel 2019, Milano e Roma le eccezioni. Cresce il mercato delle aste

L’andamento dei prezzi delle case appare ancora strettamente legato ai tassi d’interesse, ed un rialzo significativo del costo del denaro farebbe emergere tutta l’attuale debolezza del mercato.

Il 2019 si è chiuso con il segno negativo per i prezzi del mercato immobiliare. I dati di settore, infatti, rivelano un calo del 2,8%, e pare che questa tendenza al ribasso possa proseguire anche nel corso del 2020.

Nonostante il calo sia generalizzato in tutto il territorio nazionale, la Lombardia, in controtendenza, ha registrato un valore medio stabile, ed a Milano il prezzo medio per una casa ha raggiunto la quotazione di 2.960 euro a metro quadrato (seconda solo a quella media di Roma).

L’atteggiamento dell’acquirente-tipo italiano non è cambiato con il diminuire delle quotazioni, ed anzi si è perfezionato, grazie anche ai siti web del settore che offrono metodi di ricerca ricchi di dettagli che prima venivano trascurati. Pertanto, l’utente medio che aspira ad acquistare casa, oggi prende in considerazione molte più variabili che in passato, e valuta attentamente, oltre alla grandezza ed al numero delle stanze dell’immobile, la qualità dei bagni, la presenza di spazi esterni, di box auto e cantina; ma anche il contesto di quartiere, il vicinato, la vicinanza ai mezzi pubblici, a scuole ed ospedali.

Relativamente all’aumento dei prezzi a Milano, le previsioni non sono eccessivamente ottimistiche, e si pensa che l’andamento dei prezzi potrebbe rivelarsi negativo nei prossimi due anni. Infatti, la crescita del numero di compravendite dura ormai da quasi quattro anni, e si ritiene che si sia vicini al massimo fisiologico per la città. Al contrario, Roma dovrebbe avere ancora un discreto margine  di aumento dei rogiti, mentre le quotazioni rimarranno ferme (tra il -1,2% ed il +2%).

In ogni caso, l’andamento dei prezzi delle case appare ancora strettamente legato ai tassi d’interesse, ed un eventuale rialzo significativo del costo del denaro farebbe emergere tutta l’attuale debolezza del mercato immobiliare, che ha un bisogno disperato di tassi bassi per reggersi su in un panorama, tutto italiano, dove 3 famiglie su 4 sono proprietarie di casa, e l’offerta supera regolarmente la domanda. E non preoccupa affatto l’aumento dell’Eurirs a 20 anni (il parametro utilizzato per i mutui a tasso fisso), che è risalito di 55 centesimi, perché l’impatto sulle rate è piuttosto limitato e non si intravede all’orizzonte una politica monetaria meno favorevole nei prossimi anni.

LEGGI ANCHE: Le famiglie italiane ed il patrimonio immobiliare privato: chi pagherà le tasse di successione?

Ritornando alle quotazioni, esiste una forbice molto ampia tra alcune regioni del Nord e quelle del Sud. Per esempio, a parità di tipologia e metratura, i valori di mercato di Trentino Alto Adige (339 mila euro) e Valle d’Aosta (oltre 283 mila euro) sono all’apice, mentre quelli della Basilicata (106 mila euro) e Molise (112 mila euro) risultano inferiori anche del 65%.

Queste differenze sono confermate anche dai dati aggregati per città: a Milano le abitazioni valgono complessivamente 207,4 miliardi di euro, mentre a Napoli 104,5 miliardi di euro, quasi la metà.

Accanto al mercato immobiliare ordinario, sempre più potenziali acquirenti si rivolgono al mercato delle aste, dove si possono trovare occasioni irripetibili per chi ha liquidità, e gli immobili di pregio (più grandi e centrali) scontano parecchie difficoltà nella vendita per via della crisi di liquidità e per la stretta creditizia delle banche, poco restie a concedere mutui di grande entità.

Si tratta di un vero e proprio mercato parallelo, composto da operatori specializzati che operano nelle aste dei tribunali. Infatti, ogni qualvolta l’asta va deserta, il bene subisce una riduzione del 25%, da cui ripartirà il prezzo dell’asta successiva. Secondo ReViva (startup italiana specializzata in aste immobiliari), il deprezzamento medio è pari al 57%. Del resto, in Italia si svolgono ogni anno circa 130 mila aste, durante le quali vengono aggiudicati immobili residenziali, non residenziali e terreni.

Si tratta di un giro di 12 miliardi di euro, ammantato di riservatezza e, anche per questo, ancora poco accessibile.

LEGGI ANCHE: Valorizzazione del patrimonio immobiliare privato: un business miliardario, ma solo sulla carta

Le famiglie italiane ed il patrimonio immobiliare privato: chi pagherà le tasse di successione?

Nell’ambito di una corretta pianificazione patrimoniale, i detentori di immobili di pregio e/o da reddito dovranno accantonare una specifica riserva di denaro per garantire ai propri familiari la copertura delle imposte di successione, previste in forte aumento negli anni a venire anche per via della probabile riforma del Catasto.

Coloro che hanno creato ricchezza, ed oggi si ritrovano nella fase “discendente” della propria vita (ma mossi da maggiore saggezza), faranno bene a dedicare maggiore attenzione al futuro del patrimonio familiare. In particolare, chi ha privilegiato lo sviluppo degli asset immobiliari a discapito di quelli mobiliari (cioè, il denaro disponibile) dovrebbe leggere questo articolo e trarre subito le dovute conclusioni operative.

Infatti, la ricchezza complessiva degli italiani è composta per il 68.0% circa in proprietà immobiliari, polverizzate in tutti gli strati sociali della popolazione. In particolare, la superficie complessiva dei soli immobili residenziali degli italiani è di circa 2,4 miliardi di mq, ed il suo valore complessivo è pari a circa 3.450 miliardi di euro. Secondo l’ultimo Rapporto Istat e Banca d’Italia, a fine 2017 la ricchezza netta delle famiglie italiane era pari a 9.743 miliardi di euro. Di questi, le abitazioni costituiscono la principale forma di investimento e, con un valore di 5.246 miliardi di euro, rappresentano la metà della ricchezza lorda. In particolare, poi, circa 600.000 famiglie detengono una quota pro-capite (da 3 in su) di immobili superiore a quella media, e quasi tutti vengono “messi a reddito” per integrare il proprio tenore di vita. Molte di queste famiglie, però, non vedono ancora emergere le nuove leadership nella generazione dei millennials, un pò in ritardo rispetto ai tempi di affermazione sociale, profondamente diversa da quelle precedenti e tendente a ritardare il proprio ingresso nel mondo del lavoro.

Tutto questo patrimonio immobiliare, nei prossimi 30 anni, verrà trasmesso gradualmente agli eredi, i quali si troveranno a pagare, nella migliore delle ipotesi, imposte di successione che gradualmente arriveranno ad essere pari a più del doppio rispetto a quelle attuali, con una contestuale diminuzione della generosa franchigia minima rispetto a quella prevista oggi (un milione di euro per coniuge e figli, 100.000 per fratelli e sorelle). Lo scenario, infatti, attraversa una fase di profonda mutazione: presto l’Italia potrebbe non essere più una sorta di “paradiso fiscale delle successioni e donazioni”, ma uno stato del tutto allineato a quelli dell’U.E.. Per esempio, in Francia le aliquote vanno dal 5 al 40% per i parenti in linea retta, in base al valore del bene (per un appartamento di 300.000 euro si paga il 20%, ossia 60.000 euro), con esenzione del coniuge e franchigia di 100.000 euro per i figli. Per gli altri eredi le aliquote vanno poi dal 35 al 60%. In Inghilterra (vale la pena citarla, nonostante la Brexit), invece, la franchigia è di 325.000 sterline, indipendentemente dalla parentela, e tutto ciò che eccede è soggetto ad un’aliquota del 40% (coniuge esente da imposta). In Germania, in virtù del valore del bene, le aliquote variano dal 7 al 30% per parenti in linea retta, dal 15 al 43% per fratelli, sorelle, nipoti, e dal 30 al 50% per altri soggetti (franchigia individuale da 100.000 a 500.000 euro a seconda del grado di parentela).

Pertanto, non è difficile prevedere che nel nostro Paese si possa arrivare molto presto un’aliquota media compresa tra l’8 ed il 12%, ed alla sensibile riduzione delle franchigie; l’impatto, per le  600.000 famiglie proprietarie di apprezzabili patrimoni immobiliari, sarà devastante: su di esse graveranno, nella migliore delle ipotesi, imposte complessive (patrimonio mobiliare ed immobiliare) per circa 150 miliardi di euro, pari ad una media di circa 250.000 euro a famiglia, che potrebbero aumentare se verrà portata a termine la riforma del Catasto.

Chi pagherà queste imposte? E soprattutto, con quali mezzi verranno pagate, se il de cuius non avrà accantonato somme liquide sufficienti a coprirle?

In tutti quei casi in cui non si sono effettuate opportune donazioni in vita, questo scenario di lungo periodo, che prevede un aumento considerevole delle tasse di donazione e successione, suggerisce caldamente di accantonare una specifica riserva di denaro che serva a garantire ai propri familiari il pagamento delle imposte di successione, quando verrà il momento.

A ben vedere, il passaggio generazionale può essere vantaggiosamente pianificato già in vita, donando – come già detto – parte dei propri beni a favore dei congiunti. Da un punto di vista squisitamente fiscale, successione e donazione hanno la stessa struttura impositiva, ed è evidente come il sistema di imposizione italiano sia oggi molto conveniente. Infatti, un padre che dona/lascia in eredità al figlio un patrimonio immobiliare e mobiliare pari a circa un milione di euro:

  1. in Germania paga 75.000 euro di imposte,
  2. in Francia 195.000 euro,
  3. in Gran Bretagna 250.000 euro
  4. in Italia… zero.

Pertanto, alla luce dell’ineluttabile processo di armonizzazione europea, la probabile revisione dell’attuale struttura di tassazione dovrebbe determinare una profonda riflessione sulla opportunità di una pianificazione patrimoniale da effettuare in vita tramite l’istituto della donazione che, in vista dell’aumento delle aliquote e della diminuzione delle franchigie, avrebbe il vantaggio di proteggere i propri congiunti dai maggiori e gravosi esborsi futuri derivanti da una successione. In più, almeno fino ad oggi, la franchigia di un milione vale separatamente sia per l’istituto della donazione, sia per quello della successione, determinando così l’opportunità di una doppia franchigia che, per quelle famiglie che saranno state previdenti, potrebbe annullare del tutto le tasse da pagare alla morte dei titolari del patrimonio che residua dopo le operazioni di donazione.

 

Hai trovato utile questo articolo e vuoi sapere come tutelare il tuo patrimonio familiare dagli attacchi esterni?

Scarica l’e-book “La Protezione del Patrimonio Familiare dai possibili atti di aggressione dei terzi“, edito da PATRIMONI&FINANZA.

Non costa assolutamente nulla, è sufficiente registrarsi

Buona lettura !

 

Valorizzazione del patrimonio immobiliare privato: un business miliardario, ma solo sulla carta

Molti condomini non hanno il denaro per la propria quota di intervento, oppure ce l’hanno ma non ritengono la spesa come una reale opportunità di investimento, perché “stanno già dentro” il proprio immobile e non pensano di poterlo vendere in futuro.

Le recenti rilevazioni di Banca D’Italia (pubblicate a Maggio 2019) hanno svelato che, sul totale della ricchezza delle famiglie e delle società finanziarie italiane a fine 2018, la quota di patrimonio immobiliare delle famiglie era pari al 58%, di cui la maggior parte (88,5%) costituito da abitazioni (il resto immobili non residenziali e i terreni). Questo dato non si discosta molto da quelli dell’Agenzia delle Entrate che, attraverso i servizi catastali, ha confermato che il 76% di circa 75 milioni di unità immobiliari è di proprietà delle persone fisiche.

Si tratta, per lo più, di immobili trasmessi da generazione in generazione, di padre/madre in figlio, e non di patrimoni frutto di scelte di investimento. C’è una fascia di investitori che è ancora attratta dagli immobili come asset class di investimento. Secondo il Wealth Report 2018 di Capgemini, infatti, la clientela private non ha perso il vizio del mattone, ed anzi alimenta un mercato vivace che, però, si scontra con un elevato indice di vetustà degli edifici, provenienti prevalentemente da un accumulo statico di proprietà, caratterizzati da ridotta profittabilità e urgente bisogno di riqualificazione. Sono affetti da questi problemi anche i patrimoni immobiliari di ragguardevoli dimensioni – persino quelli in località di pregio o in contesti turistici – formati da molti immobili inutilizzati, che non rispondono più ai bisogni originari e quindi non soddisfano la nuova domanda immobiliare, profondamente mutata.

Eppure, secondo il nuovo Rapporto Dati Statistici Notarili, in Italia continua la ripresa del mercato, che nel primo semestre 2019 ha segnato un +5,91% che fa seguito al +10,72% registrato nel primo semestre 2018 rispetto al 2017, mentre i prezzi aumentano solo per le nuove abitazioni. Nel primo semestre 2019 le compravendite di fabbricati sono state 344.249 rispetto alle 325.047 del primo semestre 2018, e l’88,63% dei fabbricati abitativi e’ stata venduto da privati, con un incremento del 4,53% per le prime case e dell’8,68% per le seconde case (dalle imprese costruttrici e’ stato venduto il restante 11,37%, con una crescita del +7,70% per le prime case e +6,12% per le seconde).

Secondo il rapporto DNS, nel primo semestre 2019 l’aumento dei prezzi riguarda solo gli immobili venduti dalle imprese (prezzo medio 200.000 euro rispetto ai 185.288 del 2018), mentre si assiste ad una lieve diminuzione dei prezzi degli immobili venduti dai privati (110.001 euro rispetto ai 113.000 del 2018). La maggior parte degli scambi riguarda immobili che rientrano nella fascia di prezzo tra 0 e 99.999 euro (pari al 43,15% cui corrisponde un +6,51% rispetto al I semestre 2018) e tra 100.000 e 199.999 euro (pari al 38,88% cui corrisponde un aumento del +2,80% rispetto al I semestre 2018).

Relativamente ai mutui, nel primo semestre del 2019 registrano una frenata rispetto alla crescita degli anni precedenti: -0,61% i finanziamenti sui fabbricati e -1,59% i finanziamenti relativi ai terreni edificabili. In calo le surroghe (-25,98%), che ormai sono pari a meno del 10% del totale delle operazioni, e netta prevalenza per  i finanziamenti di importo fino a 150.000 euro (ma con un aumento significativo anche dei mutui di importo compreso tra i 200.000 e i 300.000 euro).

La domanda che gli operatori del settore più tradizionale di sempre si pongono oggi è pressoché unanime: Il settore immobiliare può ancora essere un business?

La risposta è positiva, ma è necessario rivedere le strategie in profondità. In particolare, è imprescindibile intervenire con veri e propri studi di valorizzazione, che partano dal contesto socio-economico territoriale per individuare nuove funzioni immobiliari e, attraverso la riqualificazione, produrre una sorta di “rigenerazione” del patrimonio. Infatti, la crescita del mercato dell’affitto (e soprattutto dell’affitto breve) è stata determinata dall’attenzione degli investitori verso la ricerca diretta di immobili già a reddito, con un buon tasso di rendimento e situati in località primarie e/o turistiche; per molti di loro, però, il problema della vetustà di questi cespiti si è presentato immediatamente. In particolare, tutti coloro che hanno acquistato singole unità all’interno dei grandi condomini costruiti dopo il 1950, in piena speculazione edilizia, si sono trovati a dover gestire interventi di manutenzione straordinaria molto costosi, necessari per il semplice ripristino dei normali livelli di funzionamento e sicurezza degli impianti e degli stessi edifici. Nulla è stato fatto per una vera riqualificazione, anche energetica, di questi caseggiati.

Il vero business, in tal senso, sarebbe quello dei grandi condomini (da 40 appartamenti in sù) i quali, sebbene comportino numerose lungaggini nei processi decisori (assemblee interminabili, ricorsi etc), hanno in sé le migliori chance di rivalutazione delle singole proprietà. La teoria, però, spesso si scontra con la realtà: molti condòmini non hanno il denaro per la propria quota di intervento, oppure ce l’hanno ma non vedono la spesa come una opportunità di investimento, perché in fondo “stanno già dentro” il proprio immobile, e ritengono un aumento del suo valore come ininfluente per la propria vita, non pensando ad una sua vendita a terzi.

Ecco perché il settore, nonostante gli sgravi fiscali interessanti, rimane al palo.

I tassi di interesse negativi, peraltro, spingono all’acquisto o alla ristrutturazione di immobili ad alto rendimento (quelli vicino le università o in località fortemente turistiche) anche coloro che non lo avevano mai preso in considerazione, perché timorosi delle variabili tipiche (tassazione, rischio di manutenzione straordinaria, rischio di insoluti e contenzioso etc) di chi possiede case da mettere a reddito. Questo ha permesso la nascita di nuovi imprenditori dell’immobiliare – ancora pochi, per la verità – che, in tutta evidenza, hanno soddisfatto entrambi i requisiti richiesti oggi dal settore: riqualificazione e redditività. Il mercato ne trarrà beneficio, ma solo se il loro esempio verrà seguito da un numero sempre maggiore di grandi pluri-proprietari, rimasti ancorati alle locazioni tradizionali e non ancora convertiti all’affitto breve.

Se hai trovato utile questo articolo forse potrebbe interessarti sapere come tutelare il tuo patrimonio immobiliare dagli attacchi esterni

Scarica l’e-book “La Protezione del Patrimonio Familiare dai possibili atti di aggressione dei terzi“, edito da PATRIMONI&FINANZA.

Non costa assolutamente nulla, è sufficiente registrarsi

Buona lettura !

 

Mondo dell’Arte al bivio: tecnologia e finanza “assediano” il mercato dei collezionisti

Con il supporto dell’information technology, la finanza preme per una maggiore regolamentazione del mercato dell’Arte, ma diversi ostacoli si frappongono alla sua “finanziarizzazione” 

La dodicesima edizione della “Art & Finance Conference”, organizzata da Deloitte e svoltasi lo scorso 14 ottobre nel Principato di Monaco, ha visto come protagonista assoluto il sesto Rapporto su arte e finanza redatto dalla stessa Deloitte con la collaborazione di ArtTactic, nota società di studi sul mercato dell’arte che utilizza le tecniche dell’analisi finanziaria per prestare consulenza in questo particolare settore.

Dal Rapporto emerge come quello dell’Arte sia sempre più un mercato dominato dai c.d. super-ricchi e da pochi autorevoli intermediari che lavorano con grande riservatezza e, conseguentemente, con scarsa trasparenza, in totale assenza di regole.

Questo contesto, però, è proprio l’architrave su cui si regge l’attuale modo di regolare gli scambi, e i “listini segreti” dei maggiori galleristi di ogni parte del mondo continuano a ad essere quello che, in ambito finanziario, è il mercato secondario.

Recentemente, l’agenzia Knight Frank (che cura l’aggiornamento dell’omonimo indice Knight Frank’s Luxury) ha stimato il valore totale degli asset in arte posseduti dai super-ricchi in 1.712 miliardi di dollari, pari al 6% del totale dello stock di ricchezza. Questo dato conferma come il mercato dell’arte dovrebbe crescere di pari passo con la concentrazione di ricchezza a favore dei miliardari del pianeta, riservando soltanto a loro la regolamentazione degli scambi su opere dal costo spesso inarrivabile anche per un facoltoso professionista. A questa visione ”conservatrice” si oppone il mondo della finanza, che alimenta le proprie aspettative di guadagno grazie alla convinzione che il mercato dell’arte, una volta sottratto dal monopolio dei super-ricchi, si riveli sottosviluppato in relazione alle sue potenzialità, e che la causa di questo sia da ricercare nel “mistero” che lo avvolge e nella scarsa trasparenza derivante dalla mancanza di regolamentazione.

Onestamente, è davvero difficile non intravedere una forzatura, strumentale agli interessi di chi progetta nuovi veicoli e strumenti finanziari, in questo tentativo di massificare il valore economico di un’opera d’arte.

Infatti, la circostanza che la singola opera di un artista non venga prodotta in serie (parliamo delle opere in senso stretto, eliminando le riproduzioni limitate come litografie ed altro, che non sono “Arte”) è un ostacolo grandissimo per le necessità di standardizzazione tipiche dei prodotti finanziari, creando al massimo le condizioni per un moderato sviluppo del mercato dei prestiti con arte come collaterale (il c.d. Art Lending). Per risolvere il problema, il rapporto Deloitte-ArtTactic  individua due possibili soluzioni; la prima è rappresentata dallo sviluppo di tecnologie, e la seconda dall’estensione al mercato dell’arte delle regole cui devono sottostare gli operatori finanziari. Relativamente al secondo aspetto, il mondo della finanza ripone grande fiducia nelle due direttive anti-riciclaggio imposte dall’UE ed estese, a partire dal 2020 e 2022, anche all’arte, sulla scorta del principio che una trasparenza obbligatoria possa permettere l’individuazione di operazioni di riciclaggio effettuate anche dalla criminalità organizzata. In realtà, la spinta più forte di questo aggiornamento normativo  è quella di ridurre lo svantaggio informativo attuale degli operatori finanziari, desiderosi di massificare il prodotto-arte, nei confronti degli operatori tradizionali (mercanti, galleristi e grandi collezionisti).

Maggiore interesse viene riposto da Deloitte nello sviluppo dell’Information Technology legata al mondo dell’arte, nella convinzione che l’iniezione di dosi massicce di tecnologia permetta finalmente di annullare le barriere all’ingresso che favoriscono oggi i tradizionali canali di business.

Sfortunatamente, la convinzione che la tecnologia porterà ad un mercato più regolamentato e trasparente si scontra con risultati opposti. Il mercato online, per esempio, è addirittura meno trasparente e verificabile di quello delle aste tradizionali.

Dal punto di vista prettamente finanziario, inoltre, i fondi d’investimento in arte possono considerarsi un esperimento fallimentare in termini di sviluppo e di raccolta, per cui la sensazione che si stia cercando di forzare un mercato fisiologicamente dedicato ai detentori di buoni (o grandi) mezzi finanziari rimane viva.

Nel frattempo, però, le mani della finanza si stanno comunque allungando sull’arte, che presto cambierà il proprio status tecnico: da mercato auto-regolato a mercato disciplinato da un regolatore esterno.

Non sappiamo cosa succederà in termini di scambi e di valore, ma è certo che anche i super-ricchi, detentori di grandi patrimoni artistici, dovranno rivedere già adesso parecchi aspetti legati alla gestione di ciò che possiedono.

Se hai trovato utile questo articolo forse potrebbe interessarti sapere come tutelare il tuo patrimonio artistico dagli attacchi esterni

Scarica l’e-book “La Protezione del Patrimonio Familiare dai possibili atti di aggressione dei terzi“, edito da PATRIMONI&FINANZA.

Non costa assolutamente nulla, è sufficiente registrarsi

Buona lettura !

 

Auto da collezione, le Youngtimer rubano la scena alle “Old”. Ora spazio ai veri appassionati

Dagli USA sale la febbre per le auto da collezione prodotte dagli anni ’80 al 2000. Scambi e prezzi rivelano che stiamo entrando in una nuova fase storica di questo mercato, meno speculativa e più “passionale”.

Monta sempre di più l’attenzione degli appassionati sulle c.d. Youngtimer, le auto sportive che hanno fatto sognare i ragazzi degli anni Ottanta e Novanta ed i loro papà (che spesso le affiancavano alle utilitarie “Young”, anch’esse oggi molto apprezzate).

La febbre per questo segmento di vetture con circa 30 anni di età si fa sentire anche in Italia, dove lo scorso 26 ottobre, a Padova, ha preso il via il più importante raduno nazionale di questa categoria (arrivato alla quarta edizione e riservato alle auto immatricolate dopo il primo gennaio 1980 e non oltre l’anno 2000).

Ma è soprattutto nel resto del mondo che si sta verificando un cambiamento nel mercato delle auto da collezione, dal momento che le principali case d’aste hanno cominciato ad offrire in abbondanza  veicoli “Youngtimer”, soprattutto in USA, dove le negoziazioni di queste vetture portano grandi soldi. Infatti, i recenti risultati d’asta di Amelia Island indicano che la generazione “Youngtimer” in arrivo sta trasformando il contesto generale, ed esiste oggi un grande, giovane e benestante gruppo demografico che desidera automobili dalla fine degli anni ’80 ai primi anni 2000.

I prezzi d’asta di Amelia Island e di Gooding traducono economicamente questa tendenza. Ad esempio, una Mercedes 560 SEC con pochissimi chilometri percorsi ha consentito di realizzare un prezzo di vendita di 75.400 USD, mentre una Porsche Carrera GT del 2004 è stata battuta a 687.000 USD. Una BMW 850 CSi del 1994 è stata comprata a 184.800 USD, ed una Ferrari 550 Maranello (che necessitava di riparazioni per 15.000 dollari) ha realizzato “solo” 184,800 USD.

Tutti prezzi piuttosto elevati per delle auto Youngtimer, anche perché molti modelli erano stati prodotti, all’epoca, in numero elevato.

Come si spiega, allora, l’origine di questi prezzi? Nonostante l’alto numero originario di esemplari, in realtà ne esistono ancora pochi, ed in passato la maggior parte di queste auto si era semplicemente esaurita, visto il numero di richieste. Pertanto, trovare una Porsche 928 GTS o una Nissan 300ZX Twin Turbo sotto i 10.000 chilometri non è facile. Sarebbe più facile trovare un unicorno che un Saab 900 Turbo SPG Convertible del 1992 con meno di 5.000 miglia.

I risultati delle aste della scorsa settimana ad Amelia aggiungono ulteriore credibilità alle tendenze in via di sviluppo che abbiamo osservato negli ultimi anni. Il messaggio di quest’anno, quindi, è che i gusti stanno cambiando. Forse l’esempio più sorprendente è l’incredibile vendita a 173.600 USD di una Toyota Turbo Supra nera da Sotheby’s, mentre due splendide Ferrari Dino offerte da Gooding e da RM Sotheby’s sono state battute a meno di 300.000 USD, quasi la metà rispetto non molto tempo fa, quando le Dinos Ferrari godettero di una forte domanda ed erano vendute regolarmente ad oltre 500.000 USD. Un altro messaggio, pertanto: la Ferrari Dino è “Out”, e la Toyota Supra è “In”!

Secondo il battitore d’asta di Pebble Beach, Jonathan Sierakowski, il mercato sta perdendo gli speculatori e le quotazioni “si sgonfiano”, eliminando la componente speculativa, facendo sì che, ancora una volta, i veri appassionati e intenditori sono tornati al volante. Così, le offerte sono rimaste abbastanza forti su tutta la linea, ad eccezione dei veicoli che mancano di qualità e provenienza. Alcune auto importanti degli anni ’30 sono volate via in un soffio, in particolare quelle con carrozzeria su misura. Ma sono state le classiche moderne Youngtimer a rubare lo spettacolo, segno evidente  che stiamo entrando in una nuova era del mercato delle auto da collezione.

Se hai trovato utile questo articolo forse potrebbe interessarti sapere come tutelare il tuo patrimonio familiare (e le tue auto d’epoca) dagli attacchi esterni

Scarica l’e-book “La Protezione del Patrimonio Familiare dai possibili atti di aggressione dei terzi“, edito da PATRIMONI&FINANZA.

Non costa assolutamente nulla, è sufficiente registrarsi

Buona lettura !

 

Auto classiche e muscle car, ecco le aste USA con i prezzi più alti. Dal 2000 la Ferrari GTO ha reso più delle azioni Microsoft

Nonostante i record leggendari provenienti dagli USA, secondo gli analisti il più ampio mercato delle auto classiche rimane ancora frenato.

Può un’auto da collezione valere quanto un intero edificio nel centro di Roma? A quanto pare sì. Nel mese di agosto del 2018, infatti, una Ferrari del 1962 è diventata l’auto più costosa mai venduta all’asta, essendo stata battuta per 48,4 milioni di USD. L’auto, una Ferrari 250 GTO, è stata venduta da Sotheby’s a Pebble Beach – una sorta di Coachella per auto classiche e ricchi collezionisti che include cinque giorni di aste, feste, inaugurazioni, tour, e si svolge intorno a Monterey e Pebble Beach, in California.

La vendita della Ferrari, l’anno scorso, ha contribuito a spingere le vendite totali delle aste di auto da collezione a circa 368 milioni di USD solo in quella manifestazione, ma gli analisti hanno precisato che – nonostante record isolati che anche nel 2019 stanno alimentando la leggenda – il più ampio mercato delle auto classiche rimane ancora un po’ frenato.

Se non altro, l’asta di Pebble Beach del 2018 ha dimostrato ancora una volta che le 250 GTO rimangono il “Santo Graal” per i collezionisti di auto d’epoca, che inseguono le aste in ogni parte del mondo quando uno dei 36 esemplari prodotti dalla Ferrari viene messo all’asta (per il 2019 si narra di una vendita tra privati perfezionata ad un prezzo vicino ai 70 milioni di USD).

Per la cronaca, l’auto del record del 2018 è stata venduta da Greg Whitten, un ex dirigente di Microsoft (dipendente n. 15, 1979) che ha acquistato l’auto nel 2000 a meno di un decimo del prezzo di realizzo. Anche se aveva venduto la sua GTO, Whitten ha detto che ha ancora “una dozzina” di altre Ferrari e che, con il ricavato della vendita, spera di acquistare molte altre auto da corsa classiche. Alla domanda su quale investimento, tra la Ferrari GTO e le azioni Microsoft, fosse stato quello più profittevole, ha risposto che dipendeva dal lasso di tempo considerato: se partiamo dal ’79, le azioni vincono in rendimento, ma dal 2000, anno di acquisto della macchina, la GTO era stata “un investimento molto migliore” delle azioni, ed anche quello più divertente!

Le regine incontrastate delle aste americane rimangono comunque le c.d. muscle car. Fin dagli anni ’60 e ’70, queste auto sportive americane hanno conquistato il paese per la loro potenza e audacia, e sono diventate il sogno di ogni appassionato di auto. L’amore per questi modelli non è svanito in tutti questi anni; l’unica cosa che è cambiata nel tempo è il loro prezzo. Infatti, un buon numero di queste auto classiche è molto apprezzata, e può far realizzare all’asta anche somme principesche. In particolare, esiste un club piuttosto esclusivo, quello dei proprietari delle “10 muscle car più costose”,  il cui prezzo d’asta è andato ben oltre il milione di USD. Vediamole una per una.

10° posto: 1965 SHELBY COBRA ROADSTER CSX – USD 1.595 milioni

Questa vettura fu originariamente costruita nel Regno Unito, ma nel settembre del 1961, Carroll Shelby della Ford Motor Company chiese se AC Motors potesse costruire un telaio per accettare un motore V8, poiché Ford voleva un’auto in grado di competere con la Corvette. Progettato nello stabilimento di Windsor, il motore ha subito numerose modifiche prima di essere pronto. Questa Shelby Roadster è stata venduta per 1,595 milioni USD all’asta di Scottsdale (Barrett Jackson) nel 2015.

9° posto: 1971 HEMI ‘CUDA CONVERTIBLE — USD 2.2 milioni

Questa auto, venduta in occasione di un’asta Barret-Jackson, è stata una degli 11 esemplari prodotti nel 1971, ed ha realizzato un prezzo di vendita di USD 2,2 milioni nel 2007. In realtà, avrebbe potuto spuntare un prezzo anche doppio, ma questa vettura aveva un motore che non era quello originale che era stato installato sulla catena di montaggio, e così è diventata l’auto non completamente originale più costosa di sempre.

8° posto: 1970 PLYMOUTH HEMI ‘CUDA CONVERTIBLE – USD 2.25 milioni

Le convertibili non erano così popolari tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, ma questa particolare auto era una delle sole 14 prodotte nel l’anno 1970 e una delle nove equipaggiata con il cambio automatico a tre velocità. Dopo un restauro completo avvenuto nel 2002, questo esemplare è stato battuto nel 2015 per USD 2,25 milioni, un prezzo davvero notevole considerato che si tratta di un modello profondamente restaurato.

7° posto: 1954 PONTIAC BONNEVILLE SPECIAL MOTORAMA CONCEPT CAR – USD 3.08 milioni

All’inizio degli anni ’50, GM voleva disperatamente dipingere il suo marchio Pontiac come sportivo ed eccitante per attirare un pubblico più giovane negli showroom. Il risultato fu il progetto speciale della Pontiac Bonneville, della quale furono costruiti solo due auto, perchè considerate “troppo moderne” per i gusti dell’epoca e quindi troppo all’avanguardia (tanto da essere considerate “il papà e la mamma” delle muscle car che esplosero ben 13 anni più tardi). Una di queste è stata venduta per USD 3,08 milioni all’asta del 35° anniversario di Barrett-Jackson a Scottsdale, nel 2006.

6° posto: 1967 L88 CHEVROLET CORVETTE STINGRAY CONVERTIBILE – USD 3,2 milioni

La Chevy Corvette è una delle muscle car americane più riconoscibili e una delle preferite di molti appassionati. L’iconico design e le potenti prestazioni l’hanno aiutata a mantenere il suo valore abbastanza bene nel corso degli anni, ma poche Corvette hanno mai eguagliato il prezzo di questa L88 del 1967, che è stata una delle 20 prodotte quell’anno.

5° posto: HEMI 1971 “CUDA CONVERTIBILE – USD 3,5 milioni

Sorprendentemente simile in apparenza al ’71 ‘Convertibile Cuda, questa decappottabile del 1971 è particolarmente desiderabile perché è l’unica sopravvissuta con tutte le sue parti originali ed i numeri di corrispondenza. Ha ancora il suo motore originale, ed è l’unico Hemi ‘Cuda esistente con il cambio manuale a 4 marce originale. Ne sono state prodotte solo 11 nel 1971, ed è per questo motivo che viene soprannominata il “Santo Graal delle muscle car”. È stata venduta nel 2014 all’asta di Seattle Mecum per USD 3,5 milioni, diventando la Chrysler più costosa di sempre.

4° posto: 1967 CORVETTE L88S COUPE – USD 3,85 milioni

Questo modello rimane una delle Corvette più desiderate mai costruite. Nel 1967 ne furono prodotte soltanto 20, e questa è l’unica ad avere una combinazione di colori in tonalità di rosso su rosso. E’ stata venduta ad un acquirente molto ricco in occasione dell’asta Barrett-Jackson Scottsdale nel 2014, per 3,85 milioni di USD, ed è già valutata dagli esperti oltre 5 milioni di USD.

3° posto: 1966 SHELBY COBRA 427 “SUPER SNAKE” – USD 5,115 milioni

Questo modello è il più raro che esista, in quanto è uno dei soli due mai costruiti e l’unico sopravvissuto. Carroll Shelby lo costruì per se stesso, ed è stato sottoposto a meticolose ispezioni, tra cui il confronto con altri Cobra da competizione. L’auto ha ancora il suo blocco motore originale codificato in data 1965, e la sua intestazione originale impressa nei tubi laterali cromati. Non sorprende che questa muscle sia stata venduta per USD 5,115 milioni all’asta di Barrett-Jackson a Scottsdale, in Arizona.

2° posto: 1964 FORD GT40 PROTOTYPE – USD 7 milioni

Questa GT40 è stata l’auto del debutto di Henry Ford a Le Mans ed è stata guidata da piloti del calibro di Bruce McLaren e Phil Hill. Ford ha esposto questa rara gemma automobilistica al Detroit Auto Show per un certo numero di anni fino al suo ultimo restauro del 2010, ed è stata venduta all’asta di Houston Mecum nel 2014 per USD 7 milioni. Trattandosi dell’unico esemplare mai costruito, il suo valore è destinato ad aumentare nei prossimi anni, candidandola ad essere l’auto che potrebbe eguagliare la “n. 1”, ossia la Shelby Cobra che segue in questa speciale classifica di auto milionarie.

1° posto: 1962 SHELBY COBRA CSX2000 – USD 13,75 milioni

La Shelby Cobra ha una lunga e illustre reputazione negli archivi della storia delle muscle car americane. Possedere una Shelby Cobra vintage è un sogno per molti fanatici, ed ogni originale varrà un sacco di soldi; ma la prima Cobra avrà sempre un prezzo molto più alto di ogni altro. Il modello con il numero di telaio CSX2000 è stato venduto per la monumentale cifra di USD 13,75 milioni in un’asta di Monterrey, in California. La storia di questa  Cobra è davvero affascinante: fu dipinta in diversi colori durante il suo primo anno di esistenza poiché fu spedita da un evento all’altro per far sembrare che la produzione fosse ufficialmente iniziata. In realtà non lo era, ma il trucco ha funzionato. La brillante tonalità di blu di oggi è l’ultimo colore con cui fu verniciata, peraltro in modo grossolano e frettoloso. Non fu mai restaurata (ancora oggi si notano macchie di colore di intensità diversa rispetto al resto della carrozzeria), e forse per questo finì per essere l’auto americana più costosa mai venduta.

Se hai trovato utile questo articolo forse potrebbe interessarti sapere come tutelare il tuo patrimonio familiare (e le tue auto d’epoca) dagli attacchi esterni

Scarica l’e-book “La Protezione del Patrimonio Familiare dai possibili atti di aggressione dei terzi“, edito da PATRIMONI&FINANZA.

Non costa assolutamente nulla, è sufficiente registrarsi

Buona lettura !

Mercato immobiliare in Campania, prosegue il calo delle compravendite. A Napoli prezzi in flessione

Il mercato napoletano degli immobili e della Campania è “a due facce”, ad ognuna delle quali corrisponde un diverso andamento, solo in apparente contraddizione con quello dell’altra.

Per chi osserva i prezzi sul campo, è evidente come la congiuntura economica italiana stia penalizzando anche l’andamento del ciclo immobiliare dell’intero Paese.

Il mercato immobiliare della Campania – ed in particolare modo quello di Napoli – non si discosta dal dato nazionale”, ci racconta Domenico Amicuzi, Real Estate Specialist di una primaria rete nazionale. “Esso denota come la flebile crescita del prodotto interno lordo, abbinata ad un mercato del lavoro molto instabile, si ripercuote inesorabilmente sul rallentamento della crescita del mercato immobiliare Italiano”. Infatti, nel secondo trimestre 2019 si è comunque registrato un incremento a livello nazionale (seppur meno marcato rispetto al primo trimestre) del numero compravendite, pari al 3.9% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. A fare da traino nel periodo compreso tra Aprile e Giugno sono state le regioni del Centro Italia e le Isole, che registrano rispettivamente un +4.4% ed un +4.3%. In leggera flessione l’incremento nelle regioni del Nord Italia (+3.8%), con il Sud fanalino di coda (+3%).

Relativamente al mercato immobiliare residenziale di Napoli, nel corso del secondo trimestre del 2019 si sono scambiate meno abitazioni rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con un saldo negativo pari a -3.2%, che segue il calo del -1.3% del primo trimestre dell’anno in corso. “Analizzando nello specifico questo dato”, prosegue Amicuzi, “emerge come il mercato napoletano degli immobili, ed in generale quello della Campania, è “a due facce”, ad ognuna delle quali corrisponde un diverso andamento, solo in apparente contraddizione con quello dell’altra: vendite a rilento per quanto riguarda le unità immobiliari usate, in significativo aumento (+ 3.5%), invece, per le nuove abitazioni”.

Nel capoluogo Campano, i prezzi di vendita hanno segnato una variazione negativa del -0.3%, attestandosi ad un valore medio di 3.900 euro al metro quadro, con un picco di 5.3000 euro al mq nelle zone di maggior pregio della città.

Per quanto riguarda i tempi medi di vendita, Napoli si allinea alla media nazionale, attestandosi a 5 mesi come periodo medio di conclusione di una trattativa di acquisto.

Le performance non entusiasmanti si registrano anche in relazione al mercato immobiliare non residenziale o terziario, che in Campania ed a Napoli continua ad esprimere valori al mq in diminuzione sia per i negozi che per gli uffici (rispettivamente -0.3% e -0.7%). Le unità immobiliari ad uso commerciale dislocate nella periferia di Napoli hanno evidenziato una diminuzione dei prezzi del -1.2%, con una media di € 3.290 al metro quadro, mentre i locali commerciali situati nella zona centrale hanno registrato un incremento del +1.1% su base annua, con una quotazione media di € 5.400 al metro quadro.

Per quanto concerne i rendimenti lordi provenienti dalla locazione di unità immobiliari ad uso ufficio e ad uso commerciale, si riscontra una tendenza alla stabilizzazione, con una remunerazione lorda su base annua che si attesta mediamente tra il 5.5% ed il 6%.

Se volessimo azzardare delle previsioni, durante i mesi finali del 2019 le dinamiche economiche fanno propendere per la prudenza. Mentre per il numero delle transazioni residenziali l’orientamento è quello di ipotizzare un leggero incremento rispetto al 2018 (grazie anche alla spinta derivante dai tassi dei mutui al minimo storico), per il mercato immobiliare terziario si prevede una certa stabilità dei prezzi e del numero di compravendite.

Se hai trovato utile questo articolo forse potrebbe interessarti sapere come tutelare il tuo patrimonio immobiliare dagli attacchi esterni

Scarica l’e-book “La Protezione del Patrimonio Familiare dai possibili atti di aggressione dei terzi“, edito da PATRIMONI&FINANZA.

Non costa assolutamente nulla, è sufficiente registrarsi

Buona lettura !

 

La crisi del mercato immobiliare continuerà ancora a lungo. Siamo ancora dentro la “Grande Scommessa”?

Ha ancora senso parlare degli immobili come un investimento della vita? Oppure siamo ancora dentro l’onda della crisi cominciata nel 2008?

In generale, per comprendere bene ciò che succede oggi , dobbiamo ricordare cosa è accaduto ieri. E se non lo ricordiamo, dobbiamo chiedere a chi ha buona memoria.
A volte, ci viene in aiuto il Cinema, che con il cult-movie “La Grande Scommessa” (“The Big Short”, USA 2015) vi farà conoscere il passato recente in modo chiaro e, grazie alla storia tracciata con maestria da Adam McKey, vi farà comprendere come ciò che succede oggi al mercato immobiliare è la diretta conseguenza di ciò che succedeva circa dieci anni fa negli Stati Uniti.
Qualora non abbiate voglia di vedere il film, vi raccontiamo noi brevemente.
In quell’epoca assai vicina accadeva che il prezzo delle case veniva “drogato” dalla estrema facilità con la quale venivano concessi i mutui. Il meccanismo perverso era questo:

  • le banche davano il mutuo a chiunque, anche ai disoccupati, ma a tasso variabile;
  • tutti costoro compravano casa, anche più di una;
  • ogni sei mesi, per qualche anno, il valore della casa aumentava anche del 20%, grazie al libero accesso al credito bancario e alla domanda di case che cresceva di settimana in settimana;
  • coloro che avevano stipulato il mutuo, ogni sei mesi chiedevano di rinnovarlo, per monetizzare la plusvalenza; le banche periziavano la casa, deliberavano in 48 ore il nuovo valore, e drenavano liquidità sui conti dei titolari;
  • questi, in tal modo, mantenevano un elevato tenore di vita, acquistavano ogni sorta di diavoleria elettronica e potevano permettersi di pagare le rate del mutuo che diventavano più alte ad ogni rinnovo;
  • nel frattempo, le banche d’affari “cartolarizzavano” i mutui, cioè li prendevano in quantità, senza alcuna distinzione, e li impacchettavano dentro obbligazioni a cui le agenzie di rating – quelle che oggi sono diventate irreprensibili censori di stati e grandi aziende – attribuivano generosamente la valutazione massima della doppia o tripla A;
  • non appena i tassi sono saliti in modo apprezzabile, le rate di mutuo a tasso variabile sono diventate insostenibili, dal momento che, ogni volta che i titolari avevano monetizzato la plusvalenza realizzata sulla casa, i mutui venivano rinnovati con un importo superiore rispetto a quello iniziale;
  • le rate, divenute pari anche al triplo rispetto a qualche anno prima, non venivano più pagate, e le case andavano all’asta (in USA queste procedure esecutive durano al massimo tre mesi, non tre anni come in Italia);
  • gli acquisti delle case si sono fermati nel giro di pochissimo tempo, mettendo in ginocchio il settore dell’edilizia abitativa, ed il prezzo degli immobili è crollato, insieme alle obbligazioni c.d. “subprime” (quelle con dentro i mutui), che diventavano carta straccia;
  • la gente ha perso casa e lavoro, e centinaia di banche sono fallite. La crisi si è propagata presto in tutto il mondo, con un effetto domino che ha messo in dubbio persino la validità del c.d. Modello Economico Capitalistico, trasformandolo fin dalle sue fondamenta.

Questa la trama del film, tratto da una storia vera, nel quale i protagonisti – un piccolo gruppo di analisti finanziari dell’epoca – comprendono in anticipo cosa stia succedendo e, appunto, scommettono tutto quello che hanno sul crollo delle obbligazioni e dei mercati, vincendo una vera fortuna.

La domanda è: siamo usciti da quel tunnel, o siamo ancora dentro la “Grande Scommessa”?

Tranquilli, qui da noi le banche danno i soldi solo ai grandi imprenditori (anche con garanzie insufficienti) e, tra i comuni mortali, li danno a chi i soldi già li ha ma non vuol privarsene. Il resto della ciurma sta nella stiva. Pertanto, l’effetto subprime in Italia ha avuto inizio quando le banche italiane hanno smesso di erogare il credito, terrorizzate dalla possibilità che le piccole e medie imprese, strette nella morsa della crisi, non potessero onorare gli impegni.

Comportamento illogico e, sotto certi aspetti, veramente miope: proprio in un momento di crisi le aziende con un business robusto ma temporaneamente in difficoltà sono da sostenere con il credito, non da abbattere con immotivati rientri nei fidi… Ma si sa, la qualità dei banchieri italiani è quella che è.

Il 2010 passerà alla storia del credito come l’anno in cui le banche italiane hanno dato “budget zero” sui mutui alla rete commerciale.

Avete capito bene: zero.

In pratica, hanno detto alla propria rete commerciale di non farne; e ai clienti che li chiedevano, non potendo dire “non facciamo mutui”, le banche frapponevano indagini patrimoniali fino al ramo familiare del sesto grado.
Niente mutui, niente compravendite di case. Anche da noi, quindi, il loro prezzo è sceso di brutto; si va dal -35% di Palermo ad un buon -20% di Milano e Roma.

E’ ancora conveniente investire in immobili? Ha ancora senso parlare degli immobili come un investimento della vita, “tanto salgono sempre di valore”?

Propendiamo per il no ad entrambe le domande, e la lezione proveniente dagli USA dovrebbe insegnarcelo. In Italia, infatti, siamo di fronte ad un cambio di era geologica dal punto di vista immobiliare, solo che stentiamo a prenderne atto.

Diversi sono i fattori che dovrebbero imporci di fare molta attenzione all’acquisto di case che non servano a soddisfare la loro funzione di servizio primaria, e cioè abitarci dentro. Innanzitutto, le quotazioni, nel lungo periodo, sconteranno un ulteriore calo dei valori per via della massiccia migrazione di giovani in altri paesi. Infatti, la partenza dall’Italia di decine di migliaia di “futuri acquirenti immobiliari” ogni anno, ha effetti durevoli sulle quotazioni future, e condiziona fortemente le previsioni sui prezzi. Inoltre, a questo scenario dobbiamo aggiungere il subentro, nel mercato delle compravendite, di famiglie straniere (oggi circa sei milioni di non-italiani residenti in Italia) i cui modesti mezzi finanziari garantiscono una copertura solo per gli immobili non di pregio e più popolari.

Inoltre, avete notato come oggi alcune banche si propongano come agenzie immobiliari? Non si tratta certo dell’apertura di un nuovo business, ma di una spia della crisi del mercato. Il motivo ricade squisitamente sui problemi di bilancio: se una banca manda un immobile all’asta per crediti insoluti, dovrà iscriverlo a bilancio con un valore inferiore, e quindi inserire a riserva quei capitali che verrebbero così distratti dal business principale, ossia fare credito. Se lo vende al mercato, praticando anche uno sconto medio del 20%, la banca evita il penalizzante prezzo d’asta a riserva obbligatoria ed il suo bilancio “respira”, ma sul mercato arrivano immobili a sconto che abbassano o tengono ferme al ribasso le quotazioni medie delle case, soprattutto quelle di quadratura più grande, costruite per i baby boomers.

Gli amici agenti immobiliari, pertanto, non hanno niente da temere (i debitori, sì).

In ultimo, ma non meno importante (forse, l’elemento più importante di tutti), la riforma del catasto spezzerà il mercato delle compravendite immobiliari. Le transazioni, infatti, avranno come base imponibile i valori OMI (Osservatorio Immobiliare Agenzia delle Entrate), e questo determinerà un ulteriore calo delle quotazioni per via di una maggiore tassazione. A ciò si aggiunga che:

  1. gli immobili sconteranno imposte di successione e donazione sempre più elevate, tanto che parte delle case dovrà essere gradualmente venduta dai grandi detentori di immobili per approntare la liquidità necessaria agli eredi per pagarle;
  2. il c.d. rischio del conduttore, ossia gli insoluti da locazione e le spese da ristrutturazione straordinaria, per via della crisi e della sempre maggiore età media degli immobili, aumenterà a dismisura;
  3. le case sono caratterizzate da scarsa liquidabilità;
  4. il loro reddito è da tassare…

Insomma, è cambiato il vento: comprare immobili da puro investimento non è più conveniente, e tutti noi stiamo inesorabilmente passando dall’”Era Immobiliare” all’”Era dell’Abitazione”.

Non è come la scomparsa dei dinosauri, ma poco ci manca.

Se hai trovato utile questo articolo forse potrebbe interessarti sapere come tutelare il tuo patrimonio familiare dagli attacchi esterni

Scarica l’e-book “La Protezione del Patrimonio Familiare dai possibili atti di aggressione dei terzi“, edito da PATRIMONI&FINANZA.

Non costa assolutamente nulla, è sufficiente registrarsi

Buona lettura !

 

Mercato immobiliare, prezzi in lieve flessione ma timidi segnali di ripresa. Il Centro-Nord traina le compravendite

Prezzi in leggera flessione per le unità immobiliari già esistenti, ma per le abitazioni di nuova costruzione si evidenzia un seppur modesto aumento.

Articolo di Domenico Amicuzi*

Un mercato ancora alla ricerca di una sua stabilità, quello immobiliare italiano. Neanche i recenti aumenti del numero di compravendite, infatti, si sono accompagnati ai paventati rialzi dei prezzi, per cui risulta difficile intravedere un indirizzo generale a cui potersi aggrappare per l’immediato futuro.

Questo il tema di fondo che anima il dibattito degli esperti, i quali convergono solamente su ciò che si vede a occhio nudo: le compravendite aumentano e i tassi dei mutui (mai visti così bassi) certamente aiutano questo trend dei volumi, ma i prezzi rimangono schiacciati verso il basso.

Per analizzare meglio lo stato dell’arte, ci verrà in aiuto un rapido esame delle informazioni di mercato più recenti. Nel corso del primo trimestre del 219, secondo i dati forniti dall’Agenzia delle Entrate il numero di transazioni residenziali è stato pari a 138.525, registrando un +8.8% rispetto lo stesso periodo dello scorso anno.

Ma i segnali di ripresa non emergono solo dal comparto residenziale. Infatti nel corso dei primi tre mesi del 2019 si è confermato il trend di crescita a livello complessivo raggiungendo un totale di 275.686 transazioni, segnando un incremento del 8.9% rispetto lo stesso periodo del 2018.

Oltre al comparto residenziale, giungono segnali molto incoraggianti anche dal settore terziario–commerciale, fissando una crescita pari al 5.9%.

Casa in vendita

Per quanto riguarda i volumi, sono soprattutto le grandi città a mettersi in mostra: Milano ha registrato un +11.3%, Roma +11.9%, Genova +15.2% e Bologna +12.9%.

Anche su scala nazionale è il centro-nord a trainare il mercato immobiliare, con il Nord che fa registrare un incremento del 10.4%, il centro del +10.7%, mentre il sud manifesta una variazione meno marcata con un +4.3%.

Dopo circa dieci anni di tendenza negativa, emergono dunque segnali positivi, perlomeno dal punto di vista della crescita del numero di compravendite, consolidando l’aumento del +6.6% fatto segnare nel 2018.

Per quanto invece concerne i valori di mercato, pare non essere ancora giunti ad una stabilizzazione. In particolar modo risulta una flessione dei prezzi in ambito residenziale focalizzato sulle unità immobiliari già esistenti. Mentre per le abitazioni di nuova costruzione si evidenzia un seppur modesto aumento dei prezzi.

Le prospettive future vedono il persistere dell’aumento del numero di compravendite a livello nazionale, con le unità residenziale di nuova realizzazione a fare da traino.

Sul fronte delle quotazioni, proseguirà probabilmente la fase di stabilizzazione, con una differenziazione da porre in essere tra le grandi città e le aree periferiche o le piccole province.

Infatti, soprattutto per quanto riguarda Milano potremo assistere ad incrementi seppur lievi dei valori immobiliari. Mentre nei piccoli centri e nelle zone meno centrali, continuerà un moderato calo, complice la vastità dell’offerta di unità abitative abbinata ad una flebile domanda abitativa.

* Real Estate Specialist, operativo da 15 anni con i più importanti brand italiani del settore

Se hai trovato utile questo articolo forse potrebbe interessarti sapere come tutelare il tuo patrimonio immobiliare dagli attacchi esterni

Scarica l’e-book “La Protezione del Patrimonio Familiare dai possibili atti di aggressione dei terzi“, edito da PATRIMONI&FINANZA.

Non costa assolutamente nulla, è sufficiente registrarsi

Buona lettura !