Secondo l’analisi condotta da 24MAX, i fatti congiunturali dell’ultimo anno hanno totalmente modificato il mondo dei mutui a cui ormai ci eravamo abituati tra il 2017 e il 2022.
A fronte dei repentini cambiamenti che negli ultimi mesi stanno interessando l’andamento del mercato immobiliare e di quello creditizio, a maggio 2023, 24MAX – società di mediazione creditizia del Gruppo RE/MAX, ha condotto una survey coinvolgendo oltre 100 credit specialist a livello nazionale. L’outlook che emerge delinea un mercato creditizio contraddistinto da nuove dinamiche, come commenta Dario Castiglia, CEO & Founder di RE/MAX Italia: “I fatti congiunturali dell’ultimo anno hanno totalmente modificato il mondo dei mutui a cui ormai ci eravamo abituati nel lungo periodo compreso tra il 2017 e il 2022. Il rialzo dei tassi ha avuto conseguenze non solo sulle scelte di chi vuole comprare casa, ma anche sui prodotti creditizi e sulle modalità di accesso al credito”.
Se la pandemia aveva già evidenziato alcuni dei vantaggi di affidarsi a un mediatore creditizio che agevolasse il dialogo con gli istituti bancari reso difficoltoso dalle limitazioni di accesso alle filiali, oggi ci troviamo di fronte a uno scenario in cui prodotti e tassi sono soggetti a cambiamenti repentini. Chi deve accendere un mutuo trova nel mediatore creditizio un consulente che giuda i consumatori verso la scelta più conveniente e conforme alle singole necessità. Per dare concretezza a questa affermazione, è interessante effettuare una simulazione ipotizzando le condizioni di un mutuo del valore di 150.000 euro e della durata di 25 anni. Prima della guerra, tra il peggiore e il migliore mutuo, a parità di importo
erogato e durata, la differenza tra le rate era compresa in un gap di 10-20 euro/mese. A giugno 2023, lo scenario si è notevolmente modificato: comparando il miglior mutuo a tasso fisso in promozione con un mutuo a un tasso di mercato sopra il 4% si delinea una differenza nel range di 100-150 euro tra le rate mensili che, proiettata sull’intera durata del mutuo, corrisponde ad un risparmio complessivo che varia dai 30 ai 45 mila euro totali per le 300 rate. “Si tratta di un importo rilevante, che avvalora l’importanza di affidarsi a mediatori creditizi preparati ed imparziali”, osserva Riccardo Bernardi, Chief Development Officer di 24MAX.
Dal sondaggio condotto da 24MAX emerge, infatti, che più dell’85% di chi è interessato ad accendere un mutuo manifesta un atteggiamento tra il negativo e il prudenziale. La survey, infatti, evidenzia che l’80% di chi si rivolge a un consulente finanziario è in cerca di informazioni e chiarimenti e si affida completamente alla competenza dell’esperto. “In un momento così particolare, scegliere il prodotto giusto può fare la differenza in modo sostanziale”, sottolinea Bernardi. “Per fare qualche esempio, ad aprile alcune banche con cui collaboriamo hanno lanciato un mutuo con tasso fisso al 2,99%, che ovviamente ha riscosso grande interesse da parte della nostra clientela; a giugno sono partite altre interessanti campagne con tasso fisso al 3,5% per gli under 36 e per LTV inferiore al 50%”. Esempi che confermano l’importanza di una consulenza non vincolata a un’unica banca.
La survey condotta da 24MAX, inoltre, conferma la dominanza del tasso fisso, con una percentuale che si attesta al 94,6% delle preferenze e che – secondo Bernardi – allo stato attuale potrebbe quasi portare verso l’azzeramento dei tassi variabili. Parallelamente, si registra una tendenza all’allungamento della durata dei mutui, dovuta alla ricerca di rate mensili più contenute. Dal sondaggio, infatti, risulta che il 66,1% dei mutui è a 30 anni, seguito da quelli a 25 anni che quotano per il 30,4%. inoltre, cresce la percentuale degli under 36, che nell’83,9% dei casi si dichiarano esplicitamente motivati all’acquisto grazie alle agevolazioni fiscali e alle promozioni a loro dedicate dagli istituti bancari. Una categoria, quella degli under 36, sempre più dominante, che predilige bilocali (51,8%) e trilocali (41,1%) prevalentemente ubicati nell’hinterland delle città (64,3%).
A monte di tutto, gli istituti bancari sembrano indirizzati coralmente a prendere vantaggio da questa fase di rialzo dei tassi – che si presume comunque temporanea nel medio periodo – per attribuire maggiore peso ai mutui a tasso fisso, stipulati ad un tasso medio del 4%, e per realizzare così una struttura di ricavi che, in una proiezione di lunghissimo periodo, saranno maggiori rispetto a quelli (risicati o molto bassi) ottenuti nel periodo della “bolla dei tassi negativi“, con i mutui a tasso fisso concessi anche allo 0,80% (settembre 2021). Prova ne sia che i mutui a tasso variabile, per via della previsione di un sensibile ribasso dei tassi nei prossimi 24-36 mesi, vengono proposti oggi ad una media del 5%, scoraggiando i richiedenti in un momento in cui, al contrario, converrebbe proprio il tasso variabile.



Secondo i dati statistici più aggiornati, il costo medio di un matrimonio in Italia è di circa 26.000€ (escluso il viaggio di nozze), il numero medio di invitati è di 109, e il 20% delle coppie paga le nozze con i soldi dei regali “in busta” ricevuti dagli invitati. Tradizionalmente, a pagare il matrimonio sono i genitori degli sposi, ognuno secondo le proprie possibilità economiche, ma sono sempre di più le coppie di neo-sposi che sostengono da soli i costi complessivi dell’evento e scelgono organizzazioni meno vistose e finanziariamente più contenute, preferendo spendere una somma maggiore per il viaggio. In ogni caso, quando non sono gli stessi sposi a pagare il proprio matrimonio, chi mette mano al portafoglio? Naturalmente i genitori-patrimonials, e non è raro che la soluzione “fifty-fifty” non sia quella più percorribile per via delle diverse condizioni economiche che possono sussistere tra le due famiglie di origine.
La faccenda, poi, è complicata dalle mille sfaccettature delle varie voci di spesa: abito da sposa, location, catering, fotografo, auto a noleggio, chiesa e bomboniere, solo per citare le più impegnative. Ebbene: a chi toccano? Sulla risposta possono nascere attriti anche pesanti tra i consuoceri, a “scaldare” tutto il periodo di febbrile organizzazione tipico del matrimonio. E meno male che non è più in uso la tradizione secondo la quale “lo sposo porta lo stipendio e la sposa porta la casa” – somma preoccupazione per quei genitori che generavano figlie femmine, soprattutto se in numero superiore ad uno – poiché sempre più spesso entrambi gli sposi hanno una occupazione lavorativa e reddito proprio, e se vogliono una casa di proprietà accenderanno un mutuo salvando le finanze del papà-patrimonial di turno.
Entrando nel dettaglio, il costo del catering per il banchetto può oscillare tra gli 80 e 200 euro a persona; il servizio fotografico completo dai 1.500 ai 3.000 euro; un buon servizio di make-up per la sposa e le donne della cerchia più ristretta (madre della sposa, sorelle e testimoni) dai 200 ai 400 euro a testa; un bouquet da sposa sui 300 euro; la torta nuziale all’incirca 400 euro, un’auto di lusso a noleggio 500 euro, e così via. Da Nord a Sud, poi, il costo medio di un matrimonio è inversamente proporzionale alla ricchezza media delle rispettive aree geografiche, nel senso che laddove il PIL pro capite è maggiore, si spende meno per gli sposalizi. Più precisamente 22.103 euro al Nord, 27.080 euro al Centro e 30.337 euro nel Sud Italia.
E i destinatari della famigerata “partecipazione”, quanto dovranno spendere? Per risolvere questo secolare interrogativo, vengono in aiuto i numeri. Intanto, secondo un recente sondaggio del sito Matrimonio.com, per il 32.6% delle coppie la cifra ideale per il regalo è tra i 100€ e i 150€, per il 26.8% tra i 151€ e i 200€. Per i più dubbiosi, esiste sul web uno strumento assai utile, ossia la
Cosa si aspettano di ricevere le coppie – Regalare oggetti di arredamento o elettrodomestici per arredare la casa è una tradizione che, in Italia, sta perdendo sempre più terreno. Il fatto è che, attualmente, 8 coppie su 10 che si sposano convivono prima delle nozze. In questo senso e, sapendo che il 20% delle coppie paga il matrimonio con il denaro ricevuto dagli invitati, il desiderio della maggior parte delle coppie è che il regalo sia proprio questo. In particolare, il 17.1% non si sbilancia e afferma che vorrebbe ricevere la cifra che faccia sentire più a proprio agio gli invitati. In generale, per conoscere la cifra ideale da regalare agli sposi la linea guida più diffusa è che essa debba coprire, come minimo, il costo del menù, che è di solito una
informazione riservata (ma non proprio impossibile da scoprire, con un po’ di lavoro di intelligence). Anche in questo caso, i numeri vengono in aiuto: se il costo medio di un matrimonio in Italia è di 26.000 euro euro (compreso il viaggio di nozze) e il numero medio di invitati è di 109 (fonte: matrimonio.com), ogni invitato “costa” 238 euro circa, e se escludiamo il solo viaggio di nozze – che ha un valore medio di 5.000 euro e di solito si regola con una lista a parte – il “regalo in busta” o in oggetti di pari valore si aggira mediamente intorno ai 200 euro. Testimoni e parenti stretti esclusi, ovviamente, poichè si presume che faranno regali più impegnativi.
Indipendentemente dalle preferenze individuali, risparmiare denaro è un obiettivo condiviso da tutte le generazioni a confronto, che mirano a costruire un futuro finanziariamente solido e sicuro. Secondo i dati raccolti a maggio 2023, la Generazione Z si distingue per essere quella che risparmia di più, con un impressionante 91,2% che dichiara di mettere da parte denaro ogni mese. A seguire, l’88,1% dei Millennials, l’82,64% degli appartenenti alla Generazione X e il 68,75% dei Babyboomers. il 42,1% delle persone, a prescindere dalla generazione di riferimento, ha un obiettivo di risparmio. L’obiettivo medio di risparmio è di circa 322,82 euro mensili: la Generazione Z ha un obiettivo di risparmio più alto della media, pari a 455,73 euro mensili, seguita dai Millennial con 329,48 euro, la Generazione X con 358,08 euro e infine i Babyboomers con 313,00 euro.
Relativamente alle motivazioni principali che inducono a risparmiare denaro, le risposte risultano omogenee in tutte le generazioni. In particolare:
I viaggi si rivelano essere la scelta di “investimento e crescita personale” più popolare, con il 67,8% delle persone che preferisce investire in esperienze di viaggio. Seguono le esperienze in generale (63,3%), il cibo e i ristoranti (54,3%), la cura della persona (37,2%), gli acquisti per la famiglia (27,8%), gli investimenti (15,7%) e la ristrutturazione della casa (13,3%). Inoltre, il 73,6% degli intervistati avrebbe voluto risparmiare di più di quanto ha fatto finora. Tra le generazioni, i Babyboomers sono quelli che si sentono più soddisfatti, con solo il 31,25% che avrebbe voluto risparmiare di più. Al contrario, i Millennial e la Generazione X si collocano su livelli simili, con il 66,7% e il 62,6% rispettivamente che avrebbero voluto risparmiare più denaro. La Generazione Z si posiziona a metà strada, con il 66,1% che avrebbe voluto risparmiare più di quanto fatto finora.
la Generazione X risulta essere quella maggiormente incline agli investimenti. Il 33,8% dichiara di aver investito nel mercato azionario, seguita dal 31,25% dei Babyboomers. Per quanto riguarda il mercato delle criptovalute, sono di nuovo gli appartenenti alla Generazione X a essere i più interessati, con il 28,9% che dichiara di interessarsi attivamente al mondo delle cripto. A seguire, il 27,9% dei Millennials, il 23,5% della Generazione Z e il 12,5% dei Babyboomers. Infine, la Generazione X è quella che dichiara di avere una maggiore conoscenza delle cripto (54,2%), seguita dai Millennials (54,1%), dai Babyboomers (50%) e dalla Generazione Z (49%).
Pertanto, nel caso in cui entrambi gli ex coniugi abbiano vissuto nel benessere economico e nell’agiatezza anche successivamente al divorzio, si pone un interrogativo profondo sulla effettiva applicazione di questa previsione normativa. Questo perché, innanzitutto, l’assegno da chiedere giudizialmente a carico dell’eredità non è una semplice continuazione di quello che la titolare percepiva mentre l’ex marito era in vita, ma costituisce un diritto nuovo ed autonomo, che poggia la sua ratio su basi differenti da quelle che sostengono la natura dell’assegno divorzile. Per questo motivo, è necessario un nuovo pronunciamento giudiziale per avere riconosciuta questa misura a carico degli altri eredi e, soprattutto, la sua entità. Sarà il tribunale ad accertare discrezionalmente la sussistenza dei suoi presupposti, e cioè che:
Relativamente al presupposto dello stato di bisogno, esso va interpretato in maniera restrittiva, di modo che l’assegno a carico dell’eredità debba essere attribuito solo quando la ex moglie divorziata non è in grado di provvedere autonomamente alle proprie esigenze minime di vita; questa ultime, a loro volta, vanno analizzate secondo la sua posizione sociale, per cui il giudice dovrà condurre una analisi dei bisogni minimi – non del tenore di vita! – della ex moglie superstite avendo rispetto “delle sue essenziali e primarie esigenze esistenziali, che non possono rimanere insoddisfatte se non a costo di un deterioramento fisico o psichico” (Cass. civ., 17 luglio 1992, n. 8687). Questo, ovviamente, se le risorse economiche e patrimoniali già possedute dal coniuge divorziato superstite non consentano di soddisfare in totale autonomia tali esigenze.
Relativamente alla quantificazione di tale assegno, i parametri utilizzabili devono ricomprendere altri fattori, come l’importo dell’assegno di divorzio percepito finchè l’ex marito era in vita, l’eventuale pensione di reversibilità, l’entità del patrimonio lasciato agli eredi, il numero di questi ultimi e, soprattutto, le loro condizioni economiche. In particolare, il limite massimo dell’assegno di cui potrebbero essere gravati gli eredi è costituito dall’importo dell’assegno divorzile di cui era titolare il coniuge divorziato superstite, in modo tale da evitare che qualche giudice “creativo” possa stabilire una somma maggiore rispetto a quella di cui era gravato il de cuius. Infine, l’assegno graverà solo sulla quota disponibile, cioè su quella parte di patrimonio di cui il defunto poteva disporre liberamente per testamento, tutelando così quella parte di eredità che la legge necessariamente riserva ai legittimari.
Relativamente alla sorte della casa familiare assegnata dal tribunale alla ex moglie (avviene nel 92% circa dei casi), c’è da dire che Il diritto di abitazione non può essere eliminato automaticamente alla morte dell’ex marito, poiché si tratta di un diritto personale di godimento concesso alla ex moglie in funzione del “vincolo di destinazione collegato all’interesse dei figli”; i quali nel 95% dei casi vengono collocati dai tribunali con la madre. Di conseguenza, tale diritto si estingue soltanto per il venir meno dei presupposti che ne hanno determinato l’assegnazione, e cioè la morte della ex moglie assegnataria, il compimento della maggiore età dei figli o il conseguimento da parte degli stessi dell’indipendenza economica, il trasferimento ad altra abitazione, il passaggio a nuove nozze o ad una convivenza more uxorio della ex moglie oppure, infine, la sua mancata utilizzazione (Cassazione n. 772/2018).
lasciato in eredità a terzi proprio quella casa, utilizzando la quota disponibile? Quest’ultima, in assenza di figli è pari fino al 100% (in assenza di genitori superstiti) mentre in loro presenza è uguale al 50% del patrimonio (con un solo figlio) o al 33,3% (con due o più figli). Ebbene, non è raro che, quando l’ex marito divorziato possiede un ingente patrimonio, venda mentre è ancora in vita la proprietà della casa familiare a terzi (di solito un parente stretto) oppure, se esistono figli legittimari, attribuisce a questi per via testamentaria altri beni, diversi dalla casa familiare, fino a concorrenza della quota “di riserva”, ossia della quota da attribuire necessariamente agli eredi legittimi.
E così, le caratteristiche più importanti che le persone si aspettano da un processo di onboarding quando attivano un nuovo prodotto finanziario digitale sono la velocità di attivazione e l’inserimento di poche informazioni personali. Tuttavia i fornitori di servizi finanziari faticano a sfruttare i vantaggi dell’utilizzo del digitale, al punto che in Europa il 68% dei clienti rinuncia a sottoscrivere un prodotto finanziario (dato cresciuto del 5% rispetto al 2020 e quasi raddoppiato rispetto al 2019). Per il 21% di questi la rinuncia è stata causata dal troppo tempo richiesto per la registrazione al servizio e per un altro 21% dalle eccessive informazioni personali richieste: è quanto rivelato recentemente dalla testata specializzata Bank Director sulla base dell’ultimo report “The Battle to Onboard”.
Sempre secondo “The Battle to Onboard”, la lunghezza media di un processo di registrazione è di 15 minuti e 34 secondi. Un tempo che, pur essendo in diminuzione rispetto agli anni passati, viene considerato ancora troppo lungo. Analizzando poi l’ultimo report BAI, citato da FinTech Futures, si scopre che non sono solo i più giovani a basare le proprie scelte finanziarie sulla qualità dei servizi online. Il 75% dei Millennial è pronto a cambiare il proprio istituto bancario davanti a un’offerta di una migliore esperienza mobile mentre gli esponenti della Gen X sono sempre più orientati ad aprire conti e richiedere prestiti online.
Di recente,
Migliorare e semplificare le operazioni di onboarding, pertanto, potrebbe risultare l’arma vincente, dato che il sondaggio di McKinsey sottolinea la minor soddisfazione dei clienti quando si tratta di aprire un nuovo conto e di risolvere problemi legati al conto corrente. Due punti che raccolgono solo il 69% e il 68% di soddisfazione, ben lontani dall’83% ottenuto se si parla di effettuare pagamenti, prelievi e depositi. “Per rendere più fruibile e sicuro l’onboarding – dichiara Bruno Natoli – serve semplificare i processi, riducendo il numero di step e informazioni necessari durante il processo di onboarding, utilizzando un linguaggio chiaro e conciso, fornendo una “progress bar” per aiutare gli utenti a capire a che punto del processo sono in ogni momento, senza eccedere nella
richiesta di informazioni personali, limitandosi a quelli previsti dalla legge. Inoltre, è utile fornire istruzioni e supporto agli utenti lungo l’intero processo, come manuali, guide e live chat, e usare metodi di Strong Authentication come l’Autenticazione Multi Fattore (MFA), sistemi di autenticazione biometrici come le impronte digitali o il riconoscimento facciale, e sistemi di aggiornamento periodico di password. Su tutto, serve educare gli utenti informandoli riguardo le possibili minacce alla sicurezza e fornendo informazioni riguardanti le best practices in termini di protezione dei dati”. 
Gli studenti di scuola superiore e universitari, poco alla volta, divennero così gli abitanti delle città più vicine, salvo tornare nei propri paesi durante le ferie, con famiglia e nuove generazioni al seguito. Oggi, i figli dei patrimonials (altro modi di definire i babyboomers) popolano sempre di più non altre città italiane, bensì quelle straniere, spinti da un “sogno europeo” che ancora tarda ad avverarsi o, più pragmaticamente, attratti dalle migliori condizioni occupazionali di paesi come il Regno Unito, l’Irlanda e persino la “meridionalissima” Spagna, che superano l’Italia in quanto a nuove opportunità, reddito medio, qualità della vita e inclusività. Ne deriva, per i genitori over-50, la necessità di effettuare un investimento importante, che fra corso di laurea e master d’ordinanza implica quattro o cinque anni di sacrifici economici tra abitazione, retta universitaria, mantenimento ordinario e trasporti locali, con costi variabili tra 50 e 75.000 euro complessivamente.
Per coloro che scelgono le università di Roma o Milano, il caro affitti venuto recentemente alla luce – con annesse tendopoli di protesta – ha scoperchiato il vaso di Pandora della “fuga per l’istruzione” della Generazione Z. Dal punto di vista economico, questa fuga oggi presenta maggiori difficoltà per via dell’inflazione, che ha fatto schizzare alle stelle i prezzi delle stanze per studenti in tutte le città europee, ed anche il costo medio della vita all’estero. E se lasciare il proprio Paese non è mai una scelta facile per un giovane – specie se si sceglie una città lontanissima dalla propria famiglia – studiare all’estero comporta numerosi vantaggi. Primo fra tutti quello di imparare forzosamente una lingua straniera diventandone “madrelingua” in un anno o due di full immersion; poi, fare nuove esperienze e intraprendere nuove relazioni sociali in preparazione dell’ingresso nel mondo lavorativo straniero, che in alcuni paesi assicura buone carriere e stipendi elevati in applicazione del criterio meritocratico.
Certo, le differenze in termini di costi sono sensibili a seconda delle città. Come vedremo più dettagliatamente nel prosieguo di questo articolo, per una stanza con bagno privato – la c.d. ensuite – si va dai 500 euro al mese di Madrid ai 1.100 euro di Dublino, passando per i 650 euro al mese di Milano e gli 800 di Parigi. Londra, da sempre la più cara di tutte, oggi viaggia dai 1.000 ai 2.500 euro mensili, a seconda del quartiere, ma per colpa della Brexit molti studenti hanno dirottato la propria preferenza verso l’Irlanda. Le mete universitarie più “esotiche”, ossia quelle dell’Europa dell’Est (Romania, Ungheria, Lituania, Lettonia) presentano prezzi più abbordabili sia per gli affitti che per costo della vita. Improponibili i paesi scandinavi, dove il costo della vita per uno studente straniero è tra i più cari al mondo, ed è quasi impossibile viverci senza sostenersi economicamente con un lavoretto part time.
Per quanto riguarda gli affitti universitari, il quadro nel nostro Paese non è dei più confortanti. Secondo l’indagine di una nota agenzia immobiliare, infatti, si evince come il costo del metro quadro italiano sia aumentato in media dell’11% rispetto ad aprile 2022. La classifica dello studio di mercato vede Milano come città più cara d’Italia, ed una stanza singola viene in media 628 euro. Il prezzo locativo sfiora poi i 25 euro al mq nelle zone Quadronno e Guastalla (le più ricercate dagli universitari), mentre gli aumenti più significativi hanno riguardato il quartiere Città Studi (+12,7%). In quest’ultimo quadrante di Milano un anno fa si reperivano prezzi locativi inferiori al 18 euro al metro quadro, mentre ora si supera abbondantemente quota 20. Completano poi il podio Bologna (467 euro per una stanza singola) e Roma (452 euro).
A questo scenario, inoltre, va sommato il fattore “qualità di vita”. Stando a uno studio condotto proprio dall’Università degli Studi di Milano su un campione di circa 7 mila studenti, il 32% degli intervistati (quasi uno su tre) si dice insoddisfatto o estremamente insoddisfatto della propria vita; il 23% si ritiene leggermente insoddisfatto, i leggermente soddisfatti sono il 22%, quelli soddisfatti appieno rappresentano il 19%, mentre il 5% non sa. Ilaria Cutica, docente di Psicologia generale, commenta così la sua indagine: “Questi dati indicano un malessere diffuso, che nel tempo può predisporre a una diminuzione della volizione e della motivazione, a un abbassamento dell’autostima, a un aumento dello stress, e anche a problematiche ansiose o depressive”. Fatti, questi, tristemente confermati da numerosi fatti di cronaca che vedono protagonisti sempre più studenti, vittime di un sistema ansiogeno ed estremamente orientato alla performance, e non alla crescita armonica delle persone.
In conclusione, si può affermare che in Italia serpeggi la convinzione che studiare in questo Paese sia un pessimo affare o un affare per pochi. L’università italiana non solo costituisce un sistema psicologicamente provante e svilente, ma rappresenta una vera e propria fonte di disagio economico per le famiglie italiane. Queste ultime, sempre più spesso, preferiscono indirizzare il proprio “investimento generazionale” verso gli stati esteri, dove è necessario affrontare un notevole dispendio di risorse finanziarie ma è più forte la sensazione di assicurare alla progenie un miglioramento di posizione in quella stessa scala sociale che, una volta, era possibile far salire all’interno del nostro Paese; quest’ultimo, poi, progrediva rapidamente grazie al mantenimento della “italianità” del percorso di crescita delle generazioni successive. Aver fatto uscire fuori dai nostri confini questo circolo virtuoso ha determinato, negli anni, un arretramento culturale ed economico dell’Italia, all’interno di una Unione Europea che, forte della egemonia dei paesi del Nord, non ci ha mai fatto sconti.
Non fanno differenza, in tal senso, le scelte e le azioni in materia di investimenti. Anche in questa segmento di vita, infatti, quando si è di fronte ad una scelta che riguarda la gestione del risparmio – e quindi una scelta importante “per definizione” – ci troviamo come nei più classici giochi di varietà televisivo, di fronte a tre pulsanti, ciascuno dei quali corrisponde ad una opzione: comprare, vendere, non agire; fare qualcosa o non fare niente. E così, qualunque sia la decisione che prenderemo, se premeremo uno dei primi due pulsanti (comprare o vendere) il futuro immediato ci riserverà qualcosa per cui potremmo essere felici o pentiti, ma non così nel caso in cui decideremo di premere il pulsante del “non agire”, che ci permetterà di rimanere nella nostra “zona di comfort finanziario”, salvo poi rammaricarci di essersi lasciati sfuggire interi trend annuali al rialzo e avere dato una connotazione insoddisfacente alla gestione complessiva del patrimonio.
In particolare, il pulsante “non agisco e lascio tutto in conto corrente” è un’arma a doppio taglio. Esso, infatti, crea l’illusione di non subire le performance negative generate indirettamente dagli eventi economici infausti sui propri investimenti poiché la grandezza numerica a cui tutti noi prestiamo attenzione (il saldo di conto corrente) rimane pressoché immutato, lì nel suo bel contenitore virtuale, salvo diminuire lievemente ogni trimestre/semestre per via dell’applicazione di bolli e costi di tenuta conto, che danno un leggero fastidio ma ci sono familiari. Sotto questo punto di vista, il conto corrente è l’alibi perfetto per il risparmiatore che ha paura di investire, poiché la performance negativa, nel suo caso, semplicemente non si vede, e coincide con il tasso di aumento dei prezzi al consumo. Quest’ultimo, a sua volta, è un dato molto familiare fin da quando siamo bambini, è un nemico invisibile che ogni sera ci fa compagnia nei tiggì e viene percepito come impercettibile e quasi inoffensivo. Eppure, il denaro lasciato in conto corrente perde valore, eccome. Per esempio, nell’ultimo anno ha perso valore, in termini di potere d’acquisto, per un buon 7%, e tutti gli studi dei più autorevoli analisti ci dicono che dovremo abituarci a convivere, ancora per un po’ di tempo, con un tasso di inflazione elevato.
Tanto per fare un esempio numerico, 10.000 euro di Maggio 2022 oggi valgono, in potere d’acquisto, circa 720 euro in meno. E se le previsioni sull’inflazione del Fondo Monetario Internazionale sono corrette, da qui ad altri 18 mesi l’indice dei prezzi al consumo si porterà via, in termini di minor potere d’acquisto, un altro 10%, che sommato al risultato precedente determina una performance del denaro liquido pari a -17% nell’arco di due anni e mezzo. Ebbene, non avendo investito in niente, chi utilizza il conto corrente come contenitore del risparmio non potrà mai recuperare questo -17%: è perso irrimediabilmente, e occorrerà ripensare profondamente il modo di gestire la propria paura per avere speranze di recuperarlo in futuro, e virare gradualmente verso l’investimento azionario – o al limite su un portafoglio bilanciato 50/50 tra azioni e obbligazioni – l’unico in grado di far crescere i risparmi in un tempo sostenibile, non necessariamente lungo.
E oggi, è il momento giusto per comprare, oppure per vendere? Impossibile rispondere con certezza, poiché i mercati sono più o meno imprevedibili come gli eventi economici che li scatenano al rialzo o al ribasso, con grande gioia dei fondi speculativi – ossia quelli che guadagnano miliardi scommettendo sui ribassi – che “ci mettono il carico”; ed è proprio questo stato di incertezza che crea nella maggior parte di noi un senso di inadeguatezza e, soprattutto, di paura irrazionale nel prendere una decisione che non sia quella di non agire o, peggio ancora, di fare il minimo indispensabile. I due atteggiamenti possono tradursi, nel primo caso (non agire), nel lasciare i soldi sul conto corrente, in balia dei costi di gestione e dell’inflazione che erode il potere d’acquisto, e nel secondo caso (fare lo stretto indispensabile) consiste nel farsi imbambolare dal famoso rendimento garantito delle polizze a gestione separata, che la storia recente ha dimostrato essere piuttosto pericolose in caso di difficoltà finanziarie della compagnia assicurativa.
La razionalità, il ragionamento e gli esempi pratici, come sempre, ci vengono in aiuto anche in caso di veri e propri attacchi di panico da scelta finanziaria. Negli ultimi 10 anni, un BTP ha reso di media il 2% annuo lordo – con un’inflazione media di circa il 1,5% – mentre un investimento di pari durata sul mercato azionario americano (indice S&P500) ha reso circa il 16% annuo, nonostante un paio di pesanti crisi finanziarie (quella del 2008 è stata epocale), pandemia e guerra. Inoltre, il periodo storico in cui scelgo di comprare un BTP, ed in particolar modo lo scenario del trend sui tassi di interesse, risulta essere fondamentale, poiché se compro un BTP durante un trend di tassi in rialzo – come quello che stiamo vivendo da un anno e mezzo a questa parte – rischio di dovermi tenere quell’investimento fino alla sua scadenza naturale, rendendolo praticamente illiquido; a meno che io non voglia o abbia la necessità di vendere, perdendo parte del capitale investito qualora le cedole non siano riuscite a coprire il minus del prezzo di vendita.
Investire nei mercati azionari, invece, nel lungo periodo è storicamente vincente da tutti i punti di vista. E’ quasi come avere una polizza assicurativa sulla quale trasferire proprio il “rischio-paura” degli eventi inattesi di breve periodo, che possono determinare variazioni anche consistenti (ma temporanee) delle somme investite. Il segreto è “rimanere nell’investimento” nel lungo periodo, non uscirne mai salvo emergenze di natura medica non finanziabili da altre fonti. Finchè si conserva intatto il proprio strumento finanziario destinato agli obiettivi con orizzonte temporale lungo, e lo si fa anche nei momenti più critici, la volatilità che crea tante ansie ai risparmiatori diventa un fatto episodico, eventualmente da sfruttare a nostro beneficio (con ulteriori versamenti a prezzi più bassi) e da utilizzare, con un buon tempismo, per raggiungere rendimenti più alti nel tempo.

Da segnalare come a Milano ci sia stato un incremento dello 0,6% della concentrazione delle richieste nella fascia compresa tra 475 mila euro e 629 mila euro, confermando la vivacità della fascia alta di mercato. Nella fascia di spesa più bassa, invece, è Genova la città che raccoglie la percentuale più elevata, con il 60,5%, seguita da Palermo con il 51,2%. Anche a Napoli si registra un aumento significativo della concentrazione della disponibilità di spesa sulla fascia più bassa, così come nei capoluoghi di regione che non sono grandi città, dove il 47,2% dei potenziali acquirenti dichiara di avere una disponibilità di spesa inferiore a 119 mila euro. La percentuale più elevata di concentrazione delle richieste nella fascia più bassa si registra a Campobasso con 78,7%.
Analizzando i dati relativi alle erogazioni dell’ultimo trimestre, a riprova del trend restrittivo si rileva una contrazione del -12,8% delle operazioni a supporto di un acquisto immobiliare, mentre il calo è ben più sostenuto se si guarda alle sole sostituzioni e surroghe, che segnano -63,6%. Si rileva un piccolo rimbalzo del rapporto tra operazioni di surroga e sostituzione e totale complessivo dei volumi, che sale al 3,4% dal precedente 2,2%, dovuto principalmente a quella fetta di mutuatari che avevano optato per un mutuo a tasso variabile e che alla luce dell’aumento dei tassi sono passati al tasso fisso. “Secondo le stime di Kìron – afferma Renato Landoni, Presidente Kìron Partner SpA – per quel che riguarda l’anno corrente abbiamo già rilevato nei primi due mesi un calo della domanda di circa 20 punti percentuali. La crescita dei tassi di interesse andrà ad allontanare dall’accesso al credito una parte di domanda riguardante le fasce di reddito più basse. Nel contesto macro-politico ed economico che stiamo affrontando in questi mesi, ci aspettiamo per il 2023 un range di atterraggio in area 48-50 mld di euro”.
potrebbe avere un peso anche la recente crisi che ha colpito parte del settore bancario con i default della banca americana SVB e quella svizzera Credit Suisse. “Secondo le nostre stime – continua Renato Landoni (nella foto) – la crescita dei tassi di interesse andrà ad escludere dall’accesso al credito una parte di domanda che riguarda le fasce di reddito più basse. Di contro, assistiamo ad una ripresa della domanda di surroga che interessa principalmente coloro che in passato hanno optato per un mutuo a tasso variabile. In un contesto macro-politico ed economico instabile come quello che stiamo affrontando in questi mesi, non è facile tracciare una previsione, e ci aspettiamo per il 2023 volumi di mutuo di poco inferiori a quelli registrati nel corso dello scorso anno”.
In generale, qualora non sia lasciato testamento – oppure questo venga successivamente dichiarato nullo o annullato – si ha una successione legittima, e in tal caso l’eredità è devoluta per quote, stabilite per legge, ai c.d. eredi legittimi, secondo il rapporto di parentela. Nel caso in cui dovessero mancare parenti fino al VI grado compreso, l’eredità viene devoluta allo Stato. La successione testamentaria, invece, consente alla persona di gestire il proprio patrimonio decidendone la destinazione per quando non sarà più in vita, con l’unico obbligo di non poter ledere quella parte di eredità – chiamata quota legittima – che la legge attribuisce ai c.d. eredi legittimari (di solito il coniuge e i figli).
La parte di patrimonio non compresa nella quota di legittima è la c.d. quota disponibile, e cioè quella di cui il testatore può liberamente disporre. A seconda dell’oggetto, le disposizioni testamentarie possono riguardare l’istituzione di uno o più eredi, senza specificazione dei beni oggetto del lascito, oppure l’istituzione di uno o più legati testamentari, con cui il testatore dispone di uno o più beni specificamente identificati a favore di persone espressamente individuate (spesso non legate da alcun vincolo di consanguineità). Inoltre, al fine di determinare la quota di patrimonio disponibile occorre tener conto anche delle donazioni fatte in vita dal de cuius, che sono considerate dal legislatore come disposizioni testamentarie anticipate. Per calcolare, dunque, la quota disponibile, si dovrà verificare anzitutto l’esistenza di eredi legittimi ovvero coniuge, figli, e in mancanza di questi gli ascendenti. In assenza di eredi legittimi, la quota disponibile sarà priva di limitazioni, e dunque pari al 100%; il testatore potrà pertanto operare come meglio crede, senza limitazione alcuna.
Qualora vi sia qualche successore legittimo invece, per procedere al calcolo della quota disponibile bisognerà considerare due fattori: la “massa” su cui calcolare la quota di legittima e l’ampiezza della quota medesima o delle quote medesime. La massa non corrisponde semplicemente ai beni caduti in successione e costituenti l’asse ereditario, ma dovrà comprendere anche quei beni eventualmente donati. Essa, dunque, è composta dai beni ereditari e dai beni donati da parte del defunto, ed il suo valore deve essere calcolato in riferimento al momento della apertura della successione (e non in riferimento al momento in cui i beni sono stati donati).
Così facendo, le quote degli eredi legittimi cambiano a seconda del numero e del grado dei medesimi. Ecco le possibili ipotesi:
– coniuge senza figli (o nipoti) ma con ascendenti: 1/2 della massa spetta al coniuge, 1/4 spetta ai vari ascendenti. La disponibile è dunque di 1/4;
La proposta di direttiva riguarda, oltre agli edifici residenziali e non residenziali, anche e soprattutto gli edifici nuovi. Relativamente agli edifici residenziali – sia di edilizia popolare che privata – la proposta di direttiva fissa il raggiungimento delle classi energetiche E e D entro rispettivamente il 2030 ed il 2033. Per quanto riguarda gli edifici nuovi, quelli di proprietà di enti pubblici dovranno essere ad emissioni zero dal 2028, mentre tutti gli altri nel 2030. Tuttavia, già entro il 2024 la proposta di direttiva prevede che si dia seguito al divieto di incentivi per l’installazione di caldaie alimentate a combustibili fossili, soprattutto a gas. Sono esenti i sistemi ibridi (caldaia a condensazione + pompa di calore) e le caldaie certificate per funzionare anche con combustibili rinnovabili come biometano e idrogeno.
C’è da dire che, se dovesse passare in via definitiva la proposta di direttiva dell’Unione Europea, entro il 2030 chiunque ha o acquista un’abitazione in classe G o F sarà costretta a ristrutturarla per portarla almeno nella classe E, mentre nei tre anni successivi, la classe di riferimento sarà la classe D. Per effettuare l’adeguamento, in pratica, sarà necessario un taglio dei consumi energetici di circa il 25%, e quindi si dovrà intervenire con lavori impegnativi come il cappotto termico, la sostituzione degli infissi, l’installazione di nuove caldaie a condensazione e di pannelli solari. Un primo passo è stato compiuto con il via libera da parte della Commissione per l’Industria, la Ricerca e l’Energia del Parlamento UE alla proposta di revisione della proposta di direttiva (49 i voti favorevoli, 18 i contrari e 6 gli astenuti), ma la strada sembra ancora lunga, e tante sono le perplessità dell’attuale Governo e dei cittadini, i quali sarebbero così costretti a “mettere mano” al portafoglio.
Dopo l’approvazione del Parlamento europeo, i prossimi passi da fare saranno determinati da un negoziato tra Parlamento, Commissione e Consiglio UE. I Paesi membri avranno poi due anni di tempo per recepire la direttiva, che certamente potrebbe rappresentare un utile strumento di lotta alla povertà energetica e al cambiamento climatico, ma potrebbe al contempo generare disagi economici non indifferenti per via della sua concreta applicazione e dei costi che da essa derivano per i proprietari di case. Infatti, il salto verso una classe energetica superiore comporta una serie di investimenti che si ripercuoterebbe in maniera pesante sul bilancio personale dei cittadini-consumatori italiani, che sono proprietari di immobili per la stragrande maggioranza vetusti, risalenti all’epoca del c.d. Boom Economico (anni ’50-’60).
Secondo Dario Castiglia (nella foto), CEO e Founder di RE/MAX Italia, “la decisione dell’Unione Europea di richiedere un adeguamento delle classi energetiche del patrimonio immobiliare può sembrare drastica, ma è il segnale della direzione da prendere come è avvenuto nel mondo dell’auto. Il messaggio ci porta sulla giusta via, e cioè quella di un necessario rinnovamento degli immobili in chiave di efficientamento energetico e rispetto ambientale; tuttavia, in caso di applicazione della proposta di direttiva così com’è, l’Italia risulterebbe penalizzata rispetto ad altre nazioni europee, essendo un Paese dalla lunga tradizione di proprietari immobiliari, e ciò rende necessario un adeguamento localizzato della direttiva, paese per paese, in modo da tenere conto delle differenze storico/culturali e climatiche dei singoli stati. Inoltre, sebbene ad oggi ancora diversi anni ci dividono dall’eventuale adeguamento, per attuare la “ristrutturazione green” sono fondamentali gli interventi del nostro Governo e dell’Europa stessa, volti a supportare le famiglie italiane con incentivi messi a punto studiando formule migliorative rispetto al superbonus 110%”.
“Per quanto riguarda le ricadute sul mercato immobiliare – prosegue Castiglia – ritengo che farà da padrona la legge di mercato, che come sempre detterà le regole e condizionerà l’andamento dei prezzi. Nonostante per i privati le scadenze per le classi energetiche E e D siano il 2030-2033, già oggi sul mercato si iniziano a percepire i primi effetti della proposta di direttiva. Chi deve comprare casa ed ha un progetto di medio-lungo termine, infatti, sta già manifestando una maggiore attenzione alle prestazioni energetiche, per cui la domanda si sta già orientando verso case energeticamente più efficienti, che possano garantire da subito un risparmio nell’economia familiare e assicurare una rivalutazione nel tempo, considerando che gli edifici non conformi non potranno essere né venduti né affittati”.
In Italia, la crisi energetica che in seguito al conflitto russo-ucraino ha già dispiegato i propri effetti sulle famiglie (con incisivi aumenti in bolletta), non ha ancora generato nei cittadini la consapevolezza del risparmio che un immobile a basso consumo è capace di generare. Fortunatamente se ne comincia a parlare sempre di più, insieme alle fonti energetiche alternative (impianti fotovoltaici e pannelli solari), ma i portafogli delle famiglie sono ancora troppo “disastrati” dalla diminuzione del potere d’acquisto per mostrare il dovuto interesse verso l’argomento. Di certo, la sensazione che il mercato si stia
orientando ogni giorno di più verso le soluzioni abitative green è già molto forte, e i futuri impegni economici vengono già percepiti come “ineluttabili”, soprattutto dalla generazione dei millennial, che nei prossimi venti anni sarà quella più interessata dalle compravendite immobiliari e, quindi, dalla necessità di adeguare la classe energetica del proprio immobile per poterlo vendere. “L’ondata verde della proposta di direttiva UE sicuramente colpirà il mercato immobiliare – conclude Castiglia – ma a nostro avviso lo farà positivamente, contribuendo ad innescare meccanismi virtuosi: valorizzazione del patrimonio immobiliare, rispetto ambientale, creazione di posti di lavoro, incremento del confort abitativo. Se alcuni anni fa il “green” nel Real Estate poteva essere considerato una moda di interesse solo per alcuni, oggi è un’esigenza reale di tutti.









