Maggio 25, 2026
Home Archive by category IMPRENDITORI (Page 11)

IMPRENDITORI

Il fenomeno del mini farming nelle megalopoli. Nel 2050 1,3 miliardi di bocche in più da sfamare

In alcuni Paesi, il mini farming nelle megalopoli è una sperimentazione già in atto, e potrebbe rappresentare una risposta alle sfide che abbiamo davanti. Nel 2050 avremo bisogno di aumentare del 25% la produzione di cibo, e l’80% del consumo sarà concentrato nelle città.

Di Giulia Maria Moschen Bracho

La popolazione mondiale sta crescendo, e per l’anno 2050 avremo bisogno di aumentare del 25% la produzione di cibo. Inoltre, si stima che l’80% del consumo sarà concentrato nelle città. Singapore, per esempio, ha una delle densità di popolazione tra le più alte al mondo: circa 6500 persone per km quadrato. La terra scarseggia, e c’è un’elevata dipendenza dall’importazione di cibo. Quindi l’agricoltura urbana sta diventando una nuova normalità. 

Le aree residenziali, così come quelle commerciali, stanno dedicando spazi all’agricoltura urbana. Così, serve una risposta alla necessità di produrre cibo in modo alternativo, ma anche una soluzione pratica per qualsiasi famiglia. Allo stesso modo per il mondo della ristorazione.

Edible Garden City è una società di consulenza di Singapore che opera nel campo dell’agricoltura urbana e del futuro del mini farming nelle megalopoli. Guida un movimento per sensibilizzare la coltivazione del proprio cibo a Singapore. Negli ultimi 7 anni ha costruito 200 mini farms (fattorie mini) in zone urbane: tetti dei ristoranti, scuole, residenze e ogni spazio che si possa adattare ad un giardino. Ogni quadrato verde da ornamentale diventa una piccola, ma produttiva, fattoria di verdura o frutta.

Sotto la supervisione di Edible Garden CityNoka (un ristorante di Singapore)  ha creato un mini farm sul suo tetto, coltivando alcuni degli ingredienti utilizzati nella loro cucina. Questo progetto, non solo serve a portare a tavola ingredienti freschi e sicuri, ma funge anche da spazio pubblico, visitabile da chiunque. Questo concetto affronta contemporaneamente diversi aspetti interessanti: 

– l’importanza dell’autosufficienza alimentare
– la tracciabilità dei prodotti che portiamo a tavola, 
– l’uso di spazi pubblici ed il loro scopo educativo, 
– la maggiore vivibilità delle città, grazie all’impatto delle aree verdi.

MINI FARMING IN EUROPA – Conosciuto con il nome di CAP – “Common Agricultural Policy”, ossia Politica Agricola Comune – supporta circa 10 milioni di aziende agricole dell’EU; si stima che circa 22 milioni di persone lavorino in questo settore. E’ la voce, nell’agenda dell’UE, con il programma d’aiuto economico all’agricoltura più grande al mondo.

Il modo di concepire l’agricoltura sta cambiando già da anni, ed è nata una nuova generazione di agricoltori che lavora su piccoli orti innovativi nelle aree rurali, periurbane e urbane di tutta Europa. Gli agricoltori e le aziende che hanno deciso di intraprendere questo cammino lavorano su superfici relativamente piccole: dagli 0,01 ai 5 ettari. Spesso di tratta di policolture che arrivano a produrre fino a 100 varietà diverse nell’arco di un anno. Queste piccole policulture e micro fattorie biologiche stanno dando risultati positivi, e sono sostenibili sia dal punto di vista ambientale che economico. Inoltre, esse hanno una impatto positivo anche sulla comunità dove esse si trovano. Tuttavia è necessario continuare la ricerca per capire le opportunità ma anche le difficoltà di questo approccio all’agricoltura

LA ROBOTICA E L’AGRICOLTURAROMI, acronimo di Robotics for Microfarms,  è un progetto open-source che mira a sviluppare una piattaforma robotica leggera per piccole fattorie intensive. ROMI mira ad aiutare la riduzione di piante infestanti, a monitorare la coltura e quindi a ridurre il lavoro manuale. L’obiettivo finale è aiutare gli agricoltori a risparmiare il 25% del tempo dedicato a certe mansioni quotidiane. ROMI, inoltre, potrà acquisire informazioni dettagliate sulle piante e, lavorando con l’ausilio di un drone, riuscirà ad elaborare l’informazione globale sulle coltivazioni che potranno essere studiate, aiutando a capire come migliorare questo tipo di coltivazioni

Il progetto coinvolge un consorzio interdisciplinare formato da sette stakeholders e finanziato dai fondi dell’UE Horizon 2020 di ricerca ed innovazione, per un totale di 3.868.186,25 euro. Trattandosi di un progetto che mira a migliorare le condizioni di lavoro delle comunità di agricoltori, tutti i risultati ottenuti sono presenti nel sito, così come la bibliografia e le altre informazioni utili. 

LE SFIDE FUTURE DELL’AGRICOLTURA – Se nel 2050 avremo bisogno di dare da mangiare a circa 1,3 miliardi di persone in più rispetto ad oggi, è chiaro che i modelli di produzione, trasporto e consumo sono da rivedere e reinventare. Inoltre, i trend climatici ed ambientali avranno un impatto sia sulla capacità di produzione che sul trasporto. C’è da considerare, poi, l’aspetto di gestione dei rifiuti del cibo ed il suo spreco, che solo in parte l’economia circolare ci potrà aiutare ad affrontare e risolvere.

Le proiezioni dicono che per il 2050, nel Vecchio Continente, il livello di urbanizzazione crescerà del 87%. E in Italia, sempre secondo le previsioni dell’UE, si vedrà la crescita maggiore di zone urbanizzate di tutta l’Europa. Rimane chiaro che il futuro del mini farming nelle megalopoli (ed anche nelle zone periurbane) avrà un ruolo centrare per garantire una distribuzione equa di cibo.

In un futuro, non molto lontano, sarà responsabilità di tutti produrre alimenti per la comunità dove si vive.

ARTICLE REFERENCE: https://www.investireneimegatrend.it/il-futuro-del-mini-farming-nelle-megalopoli/

Investimenti alternativi. Champagne: bollicine, passione e rendimento di lungo periodo

Al pari dell’investimento nel vino di pregio, lo Champagne può fare ottenere ottimi rendimenti. Negli ultimi dieci anni l’indice LIV-EX Champagne 50 ha conseguito un rendimento di +170%, superiore a quello del vino di pregio (+143%).

Lo champagne “in quanto tale” (Appellation d’origine controlee – AOC) è un vino spumante che viene prodotto solo nella regione dello Champagne, in Francia (circa 150 km da Parigi). Qualunque spumante, pertanto, non potrà essere chiamato Champagne se non proviene da questa regione, caratterizzata da una temperatura media annuale 10,2°C – al di sotto dei 9,6° l’uva fatica a maturare – e da un clima in cui si alternano gelate invernali ed estati calde e assolate. Queste caratteristiche climatiche sono alla base della stessa esistenza dello Champagne, dal momento che, se la temperatura esterna si abbassa repentinamente mentre i mosti sono ancora in fermentazione, quest’ultima si interrompe e non riesce a trasformare tutti gli zuccheri in alcol, salvo poi riprendere in primavera, quando le temperature ricominciano a salire. E’ proprio in questa fase che l’anidride carbonica si scioglie nel vino e provoca la c.d. “presa di spuma” (le bollicine).

Attualmente, i migliori collezionisti acquistano sia le bottiglie dei marchi affermati (Dom Perignon, Cristal, Krug e Salon), sia quelle dei marchi “emergenti”, come lo champagne Armand De Brignac (noto anche come Ace of Spades), reso famoso più per l’investimento effettuato dal produttore Jay-Z – diventato distributore esclusivo per gli Stati Uniti – che per le sue indiscusse qualità.

Secondo Scott Assemakis, uno dei fondatori di European Fine Wines, gli investitori devono tenere presente che lo Champagne è un investimento alternativo di lungo termine, e l’orizzonte temporale tipico va dai sei ai dieci anni prima della maturazione. C’è da dire che, a differenza del classico investimento in un marchio di vino affermato – ad esempio un buon Bordeaux d’annata – lo Champagne è stato tradizionalmente visto come qualcosa da bere, e non proprio come un investimento. Ciò significa che l’idea dello Champagne come investimento è recente rispetto all’idea tradizionale di investire nel vino, e che le bottiglie rare in circolazione, in proporzione alla produzione, sono di gran lunga inferiori a quelle che vengono consumate.

Detto questo, oggi alcune delle annate ideali per investire nei migliori marchi di Champagne sono quelle che vanno dai primi alla metà degli anni novanta e, in misura inferiore, quelli prodotti verso la metà del 2000. Per chi vuole iniziare a diversificare nei marchi più affidabili e con somme meno impegnative, invece, il periodo più performante è quello compreso tra il 2014 ed il 2015. Nella gamma di prezzo più bassa si trovano bottiglie del valore di mille euro circa, per poi salire rapidamente alle migliaia superiori. Per esempio, uno dei migliori Champagne è il Krug Clos d’Ambonnay, prodotto nel 1995. Questa bottiglia ha un prezzo di circa 4.000 euro, ma prima di essere imbottigliato era già invecchiato per quindici anni.

Armand de Brignac Brut Gold è lo champagne più venduto di questa etichetta. È composto da un mix equilibrato di Pinot Nero, Pinot Meunier e Chardonnay, e costa circa 6.500 euro.

Dom Pérignon Rosé di David Lynch è prodotto dalla più grande etichetta di champagne in Francia, Moët et Chandon. Questa bottiglia è stata delineata e progettata dal regista di Hollywood David Lynch, ed è stata prodotta in soli 10 esemplari, ognuno al costo di 11.000 euro circa.

Oggi esiste un ampio mercato dello Champagne, dove investitori privati, ​​insieme a collezionisti e case d’aste, possono effettuare i propri scambi. Le autorità francesi regolano la produzione tutelandone l’originalità e la provenienza, limitandone di fatto gli stock disponibili e tenendo alti i prezzi dei marchi più prestigiosi, i quali “comandano” il prezzo e sono in grado di mantenere il loro valore nel corso degli anni.

Queste bottiglie di grande prestigio hanno bisogno di un luogo sicuro per invecchiare, prima di arrivare alla vendita. Lo champagne deve essere conservato a temperature che vanno dai 45 ai 55 gradi Fahrenheit. Deve essere collocato in una stanza buia e non esposto alla luce per ridurre al minimo qualsiasi danno alla luce, e il livello di umidità deve rimanere intorno al settanta percento.

In alternativa alla cantina personale, ci si può servire di magazzini di stoccaggio creati e gestiti appositamente allo scopo di proteggere al meglio il proprio Champagne, grazie agli accurati controlli della climatizzazione umidificazione. Questa soluzione consente all’investitore di non sostenere i costi di una cantina personale, ma non permette di soddisfare l’aspetto “emozionale” dell’investimento, e pertanto essa viene scelta dai veri appassionati solo per la corretta logistica associata ad operazioni di scambio e/o vendita.

Relativamente ai rendimenti attesi, lo champagne è un ottimo punto di partenza per i collezionisti che decidono di diversificare nel vino di pregio e nei suoi derivati. La domanda è in crescita, e neanche la pandemia ha frenato l’interesse degli investitori. I Vintage Champagnes, in particolare, hanno visto un aumento medio di circa il 10% annuo dal 2014 ad oggi (come il Krug Brut del ’96) e l’indice Liv-Ex Champagne 50 è molto seguito dai collezionisti (rendimento ultimo anno: +8.36%). Negli ultimi dieci anni, poi, l’indice Champagne 50 ha superato l’indice Liv-ex Fine Wine 1000 in quanto a performance complessiva, conseguendo un +170% rispetto al +143% del vino pregiato.

Lo Champagne offre agli investitori alcuni vantaggi. Il primo è il basso punto di ingresso, dal momento che una bottiglia di pregio vale mediamente3-4 volte meno di un Borgogna d’annata. Con l’obiettivo di diversificare i propri portafogli, gli investitori dei mercati asiatici stanno diventando sempre più interessati ai vini e agli champagne pregiati, e questo fa prevedere un aumento del valore nel medio-lungo termine.

Ultimamente, le case di produzione dello champagne (come Dom Pérignon) hanno iniziato a diffondere le campagne di “pre-release”, ossia la possibilità per gli appassionati di acquistare il proprio champagne un paio di anni prima ancora che venga imbottigliato, spuntando un prezzo inferiore. Si tratta, a ben vedere, di una iniziativa rivolta agli investitori puri, che in tal modo possono assicurarsi – a seconda delle annate, naturalmente – un rendimento maggiore alla media in cambio della fidelizzazione al marchio del produttore.

La “disintermediazione” dei beni colpisce gli agenti di commercio. I buyers sono il punto critico

Internet sta radicalmente cambiando i modelli di acquisto dei consumatori, che oggi dispongono di informazioni illimitate sui prodotti all’interno di un mercato globale dove non esistono più confini, e dove si è disposti a sacrificare il possesso immediato del bene in cambio di un prezzo più basso.

Le recenti vicende elettorali in casa Enasarco, con il loro strascico di programmi e contestazioni, hanno comunque portato alla luce un problema strutturale – quello del commercio elettronico – che incide non poco sul futuro della categoria degli agenti di commercio. Anzi, a ben vedere gli effetti si sono già manifestati in tutta la loro gravità. Negli ultimi 6 anni, infatti, in concomitanza della crescita delle vendite online, gli agenti di commercio in attività sono diminuiti di oltre 50.000.

Non c’è dubbio che lo sviluppo dell’e-commerce abbia accelerato un trend che, nel 2020, si è consolidato con la pandemia, che ha fatto registrare un ulteriore repentino aumento delle vendite online. Pertanto, il consuntivo di agenti attivi dell’anno appena finito si prevede in forte diminuzione, e questo dovrebbe sollecitare un dibattito serio non solo in seno alla categoria, ma anche a livello politico nazionale. In gioco, infatti, c’è la sostenibilità della cassa di previdenza (Enasarco) e una buona fetta dell’economia tradizionale, che transita in gran parte proprio attraverso gli agenti di commercio.

Il fenomeno dell’e-commerce, quindi, va governato, anche per via di alcune distorsioni del mercato introdotte dal perfezionamento della tecnologia di vendita online, sempre più concepita come “negozio virtuale” che, di fatto, elimina l’intermediazione degli agenti di commercio (c.d. fenomeno della disintermediazione). Infatti, negli ultimi anni si sono sviluppati il webrooming e lo showrooming virtuali, che insieme aumentano la propensione all’acquisto online degli stessi prodotti distribuiti dagli agenti; questi, però, con il proprio lavoro contribuiscono alla diffusione dei prodotti nei punti vendita, senza ricavare alcun compenso per quella fetta di vendite. Il fenomeno degli acquisti online, in pratica, diminuisce la base economica su cui calcolare le provvigioni degli agenti e rappresentanti di commercio sugli stessi prodotti che, nella medesima zona di loro competenza, vengono venduti direttamente dalle aziende mandanti. Da una ricerca elaborata da Fnaarc, infatti, emerge che il 63,3% degli agenti afferma di avere avuto un ruolo nelle vendite online della propria azienda mandante, ma senza alcun riconoscimento economico. Si tratta quindi una concorrenza interna, con la quale l’azienda mandante “disintermedia” gradualmente il lavoro dell’agente.

Ci sono settori economici dove il Covid ha fatto crollare i fatturati a minimi insostenibili, senza che lo Stato abbia previsto, per questi, alcuna politica di sostegno. Il blocco degli strumenti di aiuto straordinario prese in casa Enasarco, poi, ha aggravato lo scenario, soprattutto per alcuni comparti merceologici, come quello degli articoli per l’illuminazione e materiale elettrico, o quello degli articoli per la ristorazione e della cosiddetta hotellerie. Per quest’ultimo settore, in particolare, la chiusura dei bar, degli alberghi e dei ristoranti ha determinato il crollo della catena economica per lunghi periodi dell’anno.

Internet sta radicalmente cambiando i modelli di acquisto dei consumatori, che oggi dispongono di informazioni illimitate sui prodotti di cui necessitano all’interno di un mercato globale dove non esistono più confini, e dove si è disposti a sacrificare il possesso immediato del bene in cambio di un prezzo più basso. Questo vale soprattutto per  il canale “business to consumer”, ossia la vendita diretta al consumatore finale, che aumenta di anno in anno in modo esponenziale e determina la chiusura di moltissimi negozi su strada. Nel canale “business to business”, e cioè quello tra le aziende produttrici e quelle della distribuzione, l’e-commerce è un fenomeno tutto sommato limitato, che però vale già circa il 17% del totale ed è dominato dalle imprese più digitalizzate, ma la fatturazione elettronica obbligatoria e il lancio anche in Italia della sezione business di Amazon produrranno presto una crescita anche in questo canale, che vede come protagonisti proprio gli agenti di commercio.

Fondamentale, in questo prossimo trend, è il ruolo del buyer, ossia del responsabile acquisti delle aziende della distribuzione. La mansione principale di questa pedina così importante, infatti, passa dalla informazione che riceve dagli agenti di commercio che incontra ogni giorno, e fino ad oggi questo processo di trasmissione “non virtuale” delle informazioni sui prodotti è stato difficile da sostituire con il canale online. Domani, però, allorquando le aziende che operano online anche nel canale business to business cominceranno a dare prova di affidabilità – e cioè quando ci sarà perfetta corrispondenza tra l’informazione ricevuta e le qualità del prodotto acquistato – e i buyers cominceranno a trovare più conveniente sia la diminuzione del tempo da dedicare agli incontri con i rappresentanti che, soprattutto, la consultazione online dei prodotti, tutto questo avrà una sicura conseguenza sul ruolo degli attori della filiera e, probabilmente, sul ruolo degli agenti di commercio. Il buyer infatti sarà sempre più preparato e informato, ed il ruolo del venditore che si limita a raccogliere gli ordini rischia di essere messo in discussione.

Guardando il problema dal lato delle aziende, però, esisterà sempre una fetta di mercato che è riconducibile ai processi di “vendita qualificata o consulenziale” che non possono certamente essere automatizzati, visto l’apporto di valore intrinseco dettato dal lavoro di consulenza costante, di cura della relazione con il cliente e di personalizzazione dell’offerta che implica necessariamente l’intervento umano. E’ proprio questa la “sfumatura” che permetterà di ridurre i danni e condurre la categoria verso uno scenario meno oscuro, che probabilmente comporterà una soluzione del “problema vendite online” (senza corrispettivo per gli agenti) attraverso una maggiore attività di formazione degli agenti, da un lato, e la via della politica, dall’altro.  

Imprenditori e fiscalità internazionale. Gianfranco Conti: nel mio libro un percorso nato dall’esperienza

Esistono strumenti giuridici del tutto legali che permettono a chiunque di aprire una partita IVA all’estero costituendo una società e operando con questa anche in Italia. Come in tutte le cose, però, è bene non improvvisare al fine di evitare gli errori e i rischi più comuni.

E se vi dicessero che aprire un’azienda all’estero è molto più semplice di quello che pensate? Il libro di Gianfranco Conti, punto di riferimento italiano per la consulenza fiscale internazionale, pone esattamente questa domanda e, grazie ad una esperienza sul campo che ha pochi eguali in Italia, fornisce anche la risposta.

L’autore, fondatore della Dike Consulting, da più di 25 anni offre agli imprenditori  una alternativa alle esigenze finanziarie delle proprie aziende, alle quali fornisce consulenza attraverso una rete di collaboratori sparsi per tutta Europa e di corrispondenti presenti in quasi tutto il mondo.

Il testo, acquistabile su Amazon, racconta un modello di consulenza denominato “Estero Sicuro“, con il quale Gianfranco Conti traccia un percorso sostenibile sul tema della fiscalità estera e risponde alle tipiche domande degli imprenditori:

– come aumentare i guadagni e conseguire il giusto carico fiscale,
– come trovare una burocrazia che abbia rispetto dell’imprenditore,
– come proteggere il patrimonio aziendale e personale,
– come riconoscere le “trappole” del web.

E’ bene sapere che esistono strumenti giuridici del tutto legali, attraverso i quali chiunque può aprire una partita IVA all’estero, costituendo una società e operando con questa anche in Italia. Come in tutte le cose, però, è bene non improvvisare, al fine di evitare di cadere negli errori più comuni. Il più frequente è quello di non creare una vera attività all’estero, ma una iniziativa dai contorni tipici dell’evasione o della c.d. estero-vestizione. Invece agli italiani – così come a tutti i cittadini europei – non è vietato esercitare all’estero delle attività imprenditoriali, né è vietato operare con partita IVA straniera in Italia; l’importante è seguire strettamente le uniche due strade possibili, e cioè:

1) aprire una partita IVA all’estero ma continuare a vivere in Italia, dichiarando i redditi nel nostro Paese;
2) stabilire l’attività direttamente all’estero, dove eleggere il centro dei propri interessi, e dichiarare i redditi nel paese in cui si è stabilita la sede principale dell’azienda.  

Nel primo caso, non ha alcuna importanza che la società abbia realmente uffici e personale all’estero, perchè il Fisco la considera comunque una società appartenente ad un soggetto italiano (le tasse e le imposte eventualmente pagate all’estero potranno essere compensate con quelle pagate in Italia). Nel secondo caso, invece, dopo l’apertura di una società nel paese prescelto – l’equivalente di una S.R.L. si apre ed è operativa all’estero anche in 24 ore – si potrà lavorare direttamente (e prevalentemente) in quel paese, e lì si pagheranno le imposte.

Ad esempio, trasferendo la propria attività di produzione e/o servizi in Albania (paese profondamente legato al nostro, oltre ad essere vicino geograficamente), dal 1 Gennaio del 2021 non si applicherà alcuna aliquota di imposta sul reddito fino a 113.000 euro di giro d’affari, e le aliquote successive sono molto più basse di quelle italiane. Altro esempio: per chi vuole garantita l’assoluta riservatezza, la Repubblica Ceca consente agli imprenditori che volessero trasferire lì la propria attività principale di costituire partecipazioni societarie in forma totalmente anonima.

In entrambi i casi (Albania e Repubblica Ceca), si tratta di due Paesi “Onshore”, appartenenti all’Unione Europea, e non di c.d. “paradisi fiscali” (“Offshore”), ossia quelli facenti parte della Black List internazionale.

L’errore da evitare, in definitiva, è mantenere il centro dei propri interessi in Italia anche quando si è costituita la propria società estera e si lavora prettamente su mercati esteri: si tratta di un indizio che il Fisco italiano riterrà rilevante per sostenere l’ipotesi di una mera estero-vestizione, messa in atto al solo scopo di evadere le maggiori imposte del nostro Paese.

Coerentemente, un altro errore da evitare per chi costituisce una società all’estero è aprire il sito internet dall’Italia e intestarlo a soggetti residenti in Italia (altro indizio inopportuno).

Alla fine, come sostiene l’autore di “Estero Sicuro”, la prima cosa da fare è scegliere il Paese giusto dove stabilire la propria attività prevalente o esclusiva, lavorando “caso per caso”, scegliendo la struttura giuridica idonea e seguendo le regole di quel paese.

Per fare tutto questo ed entrare nella operatività di una scelta così importante, certamente la lettura di un libro non sarà sufficiente, ma consentirà al lettore di potersi confrontare domani con il professionista esperto della materia – uno come Gianfranco Conti, per intenderci – senza dover cominciare da zero.

“Il mio libro – dichiara l’autore – è il risultato di un percorso nato dall’esperienza di chi, come me, si è dedicato per tanti anni esclusivamente ad una missione professionale ben precisa, quella di osservare le leggi e le regole esistenti per sostenere l’imprenditoria italiana nel mondo. Tanti imprenditori che ho assistito, se non avessero trasferito all’estero la propria attività, sarebbero falliti o avrebbero abbandonato. Questa per me è la più grande soddisfazione possibile”.

Torna l’ottimismo nelle aziende, ma ancora prudenza sulle aspettative di ricavi e profitti

Secondo Grant Thornton, la seconda metà dell’anno si apre ad un rinato ottimismo (+14%) con il 57% delle imprese fiduciose sulla ripresa economica per i prossimi 12 mesi. Ancora caute le previsioni sui ricavi e la redditività a causa di condizioni di finanziamento deboli e carenza di ordini.

Dopo il forte calo dell’ottimismo registrato nei primi sei mesi del 2020, torna a crescere l’ottimismo economico nella seconda metà dell’anno (+14% rispetto 1° semestre 2020), con il 57% delle imprese fiduciose sulla ripresa economica per i prossimi 12 mesi. Seguono il trend globale l’Italia, che registra un +10%, con il 33% delle imprese positive riguardo l’andamento dell’economia, e l’Europa, dove l’ottimismo cresce del +7% pur restando ancora significativamente sotto la media del 2019 (47%), con solo il 36% di imprese positive.

Questo, in sintesi, il quadro che emerge dall’ultima edizione dell’International Business Report (IBR) del network di consulenza internazionale Grant Thornton, ricerca effettuata a livello globale sui dirigenti di circa 10.000 imprese del mid-market presenti in 29 Stati.

Si tratta di un clima di rinnovata fiducia, che l’analisi Grant Thornton attribuisce soprattutto ad un miglioramento considerevole delle aspettative di investimento e di esportazione. Più di un terzo delle imprese prevede di far crescere le proprie esportazioni nei prossimi 12 mesi (+34% contro il +25% del 1° semestre 2020), un segnale di positività che si riflette in un numero maggiore di imprese che hanno pianificato di incrementare i propri ricavi dai mercati internazionali. Degna di nota è la performance italiana, con la percentuale di imprese ottimistiche sulle esportazioni raddoppiata rispetto al 1° semestre 2020, (32% vs 16%); resta invece più moderato il dato europeo (24% vs 19%).

L’indice di ritorno all’ottimismo risiede anche nelle aspettative di sviluppo degli investimenti, di cui i più significativi riguardano quelli nelle costruzioni (+32%), in impianti e macchinari (+38%) e nell’incremento del personale qualificato (+45%). Tuttavia, a causa degli effetti devastanti della prima e seconda ondata della pandemia, permangono delle criticità con cui le aziende si trovano a dover fare i conti, per cui si rileva ancora una certa prudenza soprattutto riguardo alle aspettative sui ricavi e i profitti. Di conseguenza, sebbene il 45% delle aziende prevede nei prossimi 12 mesi un aumento dei propri ricavi (+11 punti percentuali sul primo semestre), il dato rimane al di sotto dei livelli pre-Covid del 2019 (caratterizzato da un valore medio superiore al 50%).

Guardando alla redditività, si allarga considerevolmente il numero di imprese che ne stima una crescita per il 2021, passando dal 32% al 44% del secondo semestre 2020, ma anche in questo caso la percentuale di crescita resta inferiore alla media storica. In Europa, la percezione sulla redditività si mostra piuttosto debole rispetto alla media globale, con solo il 29% delle aziende positive. Anche per l’Italia il dato è analogo (28%).

A destare maggiore preoccupazione è il peso dell’incertezza economica sullo sviluppo del business. Tra i fattori percepiti come di maggior impedimento alla ripresa vi è la carenza di ordini, identificata come vincolo al business dal 52% delle imprese (55% nel 1° semestre 2020). Il calo di soli tre punti percentuali rispetto al 1° semestre dà in parte giustificazione alle previsioni ancora così deboli sui ricavi, a dispetto di un balzo molto forte dell’ottimismo.

La criticità delle condizioni di finanziamento resta un problema per il 46% delle aziende, che la ritiene un vincolo, in modo del tutto invariato rispetto alla prima metà dell’anno. Un ulteriore ostacolo è rappresentato dai costi del lavoro, dichiarati anch’essi come vincolo dal 50% delle imprese (49% nella prima metà dell’anno).

Dopo l’enorme sconvolgimento sul mercato del lavoro provocato dalla pandemia di Covid-19 nei primi mesi del 2020, torna a salire il numero delle aziende che prevede di assumere nuovo personale nel prossimo anno, passando dal 28% del primo semestre dell’anno al 38% del secondo semestre, il che dimostra come le imprese siano tornate a guardare avanti ad un futuro più promettente. L’ottimismo traspare anche dai risultati dell’Italia (dal 21% al 26%) e dell’Unione Europea che mostra una tendenza molto simile a quella italiana (dal 20% al 26%). Sull’aumento dei salari, lascia ben sperare una crescita non indifferente delle imprese che, a livello globale, prevedono di aumentare lo stipendio dei propri dipendenti nel prossimo anno, salendo dal 61% del 1° semestre al 72% del 2° semestre 2020.

Nella seconda parte dell’anno, continuano ad aumentare le imprese che hanno intrapreso, o iniziato a pianificare, misure strategiche in risposta alla pandemia. Su scala mondiale, il 39% delle aziende ha incrementato l’utilizzo della tecnologia nella propria organizzazione e ad ha aumentato le misure di sicurezza interne all’azienda. Circa il 34% ha intrapreso una pianificazione delle risorse necessarie per il rilancio e il 31% ha iniziato a identificare i prodotti/servizi, clienti e mercati target su cui focalizzarsi in vista dei piani di investimento futuri. La crisi da Covid-19 ha inoltre sensibilizzato le imprese sulla necessità di saper affrontare le nuove sfide per il mantenimento della leadership aziendale (circa il 18% delle imprese italiane, 27% europee e 29% globali) e ha messo in luce la necessità di sapersi adattare al cambiamento delle abitudini dei consumatori o delle dinamiche competitive del mercato.

Alessandro Dragonetti

L’implementazione delle misure di sicurezza sul posto del lavoro e l’adeguamento ai nuovi protocolli normativi anti-contagio, insieme all’utilizzo della tecnologia, restano tra le azioni prioritarie in vista del rilancio dell’attività riferiti dalla percentuale più alta delle imprese, pari a circa il 39%. “L’ultima edizione dell’IBR Grant Thornton – commenta Alessandro Dragonetti, Managing Partner & Head of Tax di Bernoni Grant Thornton – mette in luce una rinata fiducia delle imprese che, nella seconda parte dell’anno, sono tornate ad essere ottimiste, seppur con un atteggiamento ancora cauto, verso il possibile ricrearsi di quelle condizioni favorevoli al rilancio del business, con un nuovo slancio verso i mercati internazionali. Permangono però ancora alcune criticità, come le preoccupazioni sull’adeguamento alle ultime normative e gli ostacoli burocratici nella gestione delle procedure anti-contagio, oltre ad importanti debolezze strutturali come si evince dai margini di sviluppo ancora deboli sui ricavi e sulla redditività.

Con il progetto di riforma del Catasto più caro il passaggio generazionale dei patrimoni

Il progetto di legge presentato dai  5 Stelle prevede la revisione delle rendite in base ai metri quadri degli immobili e alla loro ubicazione. E’ il primo segnale che qualcosa, in termini di passaggio generazionale dei patrimoni familiari, potrebbe cambiare molto presto, determinando nuove esigenze di pianificazione degli asset.

Nel breve giro di circa 15 anni da oggi, una metà del patrimonio complessivo dei patrimonials (individui con asset in denaro, immobili, quote di aziende pari ad almeno 500.000 euro) verrà ereditato dai millennials, i quali diventeranno a pieno titolo i successori della storia patrimoniale della propria famiglia. Tra circa 35 anni, dei patrimonials di oggi non vi sarà quasi più traccia terrena, ed è lecito chiedersi adesso cosa ne sarà dei beni che essi nel frattempo avranno lasciato ai propri congiunti più stretti.

Secondo il rapporto annuale di BCG (Boston Consulting Group), in Italia 400.000 famiglie detengono circa il 23% della ricchezza mobiliare (e cioè azioni, obbligazioni, depositi e strumenti di liquidità), e si prevede che nel 2024 il loro numero salirà a 519.000, con una quota di ricchezza pari al 26,4%. Ognuna di queste famiglie, secondo lo studio, detiene disponibilità di denaro, sotto varie forme, superiore al milione di USD. L’intero segmento dei patrimonials, però, rappresenta un numero più ampio di famiglie – oggi circa 700.000, quasi 950.000 nel 2024 – e detiene proprietà immobiliari spesso di natura esclusivamente abitativa (prima casa e, in parte, anche la casa vacanze). Complessivamente, questo segmento possiede una ricchezza mobiliare complessiva pari a circa 800 miliardi di euro, a cui va aggiunto il valore del patrimonio immobiliare, che porta la ricchezza complessiva del segmento a circa 1.800 miliardi di euro.

Un dato salta all’attenzione: nel nostro Paese, la ricchezza complessiva degli italiani è composta per il 68.0% da immobili, polverizzati in tutti gli strati sociali della popolazione. In particolare, la superficie complessiva dei soli immobili residenziali degli italiani è di circa 2,4 miliardi di mq, ed il suo valore commerciale complessivo è pari a circa 3.000 miliardi di euro. Ebbene, questo patrimonio immobiliare, nei prossimi 35 anni, verrà trasmesso gradualmente agli eredi, i quali si troveranno a pagare, in occasione del passaggio generazionale, le imposte di successione vigenti tempo per tempo, in base alla franchigia (oggi pari ad un milione di euro per coniuge e figli, 100.000 euro per fratelli e sorelle).

Successione

C’è da dire che oggi l’Italia, oggettivamente, è una sorta di “paradiso fiscale delle successioni”, del tutto disallineato agli altri paesi dell’U.E.. Infatti, mentre in Italia le aliquote vanno dal 4 all’8%, in Francia vanno dal 5 al 40% e per gli altri eredi fino al 60%; in Inghilterra (appena uscita dall’U.E., ma sempre molto vicina) l’aliquota è del 40%, mentre in Germania varia dal 7 al 30% per parenti in linea retta e dal 15 al 43% per fratelli, sorelle, nipoti (dal 30 al 50% per altri soggetti). Le franchigie previste in questi paesi, poi, sono nettamente inferiori a quelle previste in Italia. Però, non sono solo le aliquote a determinare lo status di “paradiso fiscale successorio”  del nostro Paese, bensì la base di calcolo, ossia il valore attribuibile al patrimonio soggetto a successione e, in particolar modo, quello immobiliare, calcolato in base al valore catastale (numero di vani) e non al valore venale o commerciale (basato sui metri quadri e sulla zona).

La questione aveva già suscitato un certo dibattito politico tra il 2010 ed il 2015, anno in cui si è “addormentata” e dimenticata fino ad oggi, allorquando la Banca d’Italia ha iniziato a consigliare lo spostamento graduale della pressione fiscale dal lavoro agli immobili. A tale “consiglio istituzionale”, di certo autorevole, si è ispirata una recente proposta di legge per riformare il Catasto, appena depositata in Commissione Finanze dal Movimento 5 Stelle. Qualora diventasse legge dello Stato, questa nuova norma avrebbe l’effetto – oltre a quello della c.d. “patrimoniale occulta”, di cui tutti parlano oggi, e alla lievitazione dell’imponibile soggetto alla famigerata IMU – di aumentare il gettito fiscale derivante dalle successioni senza innalzare le aliquote e senza abbassare le generose franchigie. Diversi patrimoni, infatti, oggi beneficiano di una soglia non imponibile di ben 1 milione di euro a figlio (+ coniuge superstite), difficilmente superabile con il solo valore catastale, ma domani potrebbero superare questo “muro fortilizio” grazie ad una base di calcolo più generosa, mediamente pari a 7 volte il valore catastale (se non di più).

Pertanto, siccome in politica nazionale nulla è lasciato al caso, la proposta di legge depositata in Commissione Finanze – con prima firma della deputata del Movimento 5 Stelle Azzurra Cancellieri – punta chiaramente a risvegliare dal lungo sonno il progetto di riforma archiviato nel 2015. In sostanza, le rendite degli immobili verrebbero riviste in base ai metri quadri (non più ai vani), e le classificazioni delle case verrebbero riconsiderate. Questo è il primo segnale che qualcosa, in termini di passaggio generazionale dei patrimoni familiari, potrebbe cambiare molto presto, determinando per i detentori di diversi immobili la necessità, in costanza di vita, di rimodulare profondamente tutta la pianificazione patrimoniale al fine di aumentare la riserva di disponibilità liquide e, così, non creare agli eredi una situazione di difficoltà o impossibilità a pagare le imposte di successione calcolate con la stessa aliquota di oggi (salvo aumenti nei prossimi anni, tutt’altro che improbabili) ma con una base imponibile dal valore sette volte più alto.

Con buona pace delle franchigie concesse dal nostro Ordinamento e da tempo nel mirino dell’Unione Europea per via della loro estrema generosità che, di fatto, rende oggi pressoché gratuito il passaggio generazionale dei patrimoni medio-piccoli.

I sistemi di tassazione internazionale. Nella scelta di un paese non conta solo il tax rate

L’errore più comune che si commette approcciandosi alla fiscalità internazionale è quello di guardare soltanto al livello di Tax rate, cioè all’aliquota che si paga in quel Paese, senza tenere in considerazione che alla tassazione complessiva dei redditi concorrono diverse componenti.

Di Gianfranco Conti*

Nel trattare questo tema così delicato e piano di “insidie”, inizierei con una domanda: “E’ etico e moralmente corretto cercare di ridurre il proprio carico fiscale?”.

La domanda non è impertinente. Ci sono paesi, come l’Italia, che oggettivamente non si comportano come dei genitori premurosi verso i propri figli. Sono piuttosto paragonabili a delle aziende multinazionali, che offrono ai propri cittadini dei servizi, spesso scadenti, i cui costi sono finanziati dalle tasse che i cittadini pagano. Poco importa che questi servizi – scuole, università, sanità, manutenzione di strade e ponti etc – siano davvero scadenti, perché bisogna necessariamente pagarli, nonostante esistano fasce di cittadini dotati di certi privilegi economici che si traducono in voci di spesa in continua ascesa del bilancio statale.

Il debito pubblico, poi, è così elevato che per mantenerlo lo Stato finisce con il prelevare la massima percentuale di tasse ai redditi dei propri cittadini, spesso dilapidandolo in retribuzioni altissime per dirigenti, funzionari, enti pubblici la cui funzione è ignota ai più, opere pubbliche che costano il quadruplo di quanto preventivato e non vengono mai finite. Questi Paesi (l’Italia non è la sola in Europa) hanno adottato delle leggi decisamente favorevoli alla riscossione o al comparto bancario, per cui oggi è molto più facile, rispetto a qualche anno fa, iniziare un’azione esecutiva per costringere il debitore a pagare, pena la liquidazione del suo patrimonio.

Di contro, ci sono Paesi che nel tempo hanno gestito al meglio le proprie finanze, non erogano ai loro politici stipendi faraonici e non dilapidano i soldi dei contribuenti. Essi riescono ad offrire ai propri residenti e agli investitori esteri una fiscalità assolutamente accettabile, equa e solidale, al contrario dell’Italia che è conosciuta nel mondo per essere uno dei Paesi con la pressione fiscale tra le più alte del mondo (attualmente 64,8% – Fonte Studio Ambrosetti -2020).

Pertanto, collegandomi alla domanda iniziale (“E’ etico e moralmente corretto cercare di ridurre il proprio carico fiscale?”) e passando dall’eticità individuale al principio dello “Stato Etico”, la domanda potrebbe essere posta così: “E’ etico e moralmente corretto che uno Stato imponga ai propri cittadini una tassazione così elevata a fronte dell’erogazione di servizi scadenti?”. Una volta chiariti i concetti fondamentali – sui quali è meglio lasciar liberi i lettori nell’elaborazione delle proprie convinzioni – passerei ad esaminare i 3 sistemi di tassazione nel mondo, non senza premettere che l’errore più comune che si commette quando ci si approccia alla fiscalità internazionale è quello di guardare soltanto al Tax rate, quindi all’aliquota che si paga in quel dato Paese, senza tenere in considerazione che alla tassazione complessiva dei redditi concorrono diverse componenti aggiuntive.

L’attenzione sul solo Tax rate non è certo casuale; infatti, sul web e sui social impazzano “consulenti” e società di ogni tipo, che si limitano a sbandierare la bassa percentuale del Tax Rate di un determinato Paese (generalmente quello in cui operano) come se fosse l’unico parametro di cui tener conto. A questo, infatti, bisogna aggiungere, a titolo di esempio, le imposte sui redditi personali, le imposte da capital gain e i temi derivanti dai trattati contro la doppia imposizione. La consulenza fiscale internazionale, invece, tende a scegliere le migliori soluzioni analizzando i reali bisogni della persona e dell’imprenditore, utili alla creazione e alla costituzione di una struttura estera che non può avvenire senza prima aver effettuato un’approfondita analisi dei passaggi che, con estrema chiarezza, portino l’imprenditore o il professionista che intendono operare concretamente anche nei mercati esteri – e non semplicemente “dall’estero” – ad avere una società perfettamente operativa e con un proprio conto corrente bancario.

I principali sistemi di tassazione applicati nel mondo possono essere suddivisi in tre categorie (+ una residuale):

– Tassazione Territoriale “Non Dom”,
– Tassazione di Residenza,
– Tassazione di Cittadinanza.

Ognuno di questi sistemi si basa su filosofie diverse, e mira al raggiungimento di obiettivi diversi. I primi, ossia i sistemi a tassazione territoriale, generalmente sono di origine anglosassone, quelli di residenza molto diffusi in tutto il mondo e quello di cittadinanza viene applicato principalmente dagli USA. Le differenze tra i tre sistemi sono notevoli, vediamole insieme nel dettaglio:

La Tassazione Territoriale (“Resident but non Domiciled”, più semplicemente “Non Dom”) – In questo sistema sono esclusi dalla tassazione i redditi prodotti fuori dai confini dello Stato. In Europa questo tipo di tassazione, per esempio, è presente in Regno Unito e Irlanda, mentre a livello internazionale troviamo Hong Kong, Canada e Panama. Con questo tipo di tassazione vengono tassati esclusivamente in quello Stato i redditi dei soggetti non residenti (siano essi persone fisiche o giuridiche) che sono prodotti all’interno dello Stato stesso. L’obiettivo del sistema territoriale è, pertanto, quello di attirare le aziende straniere – ed il loro Know-How – sul proprio territorio e di valorizzare economicamente l’indotto costituito dalle spese di gestione (consulenti, spese amministrative, fitto di locali, assunzione di personale, etc ). Per usufruire di tale regime fiscale è necessario non produrre reddito all’interno del proprio paese, nel qual caso i redditi prodotti saranno soggetti alle imposte locali.

La tassazione di “Resident but Domiciled”, invece, varia da paese a paese, ed i suoi requisiti sono molto diversi tra di loro. La condizione di Resident but Domiciled a Malta è particolarmente interessante per le persone fisiche, in quanto questa paese non applica tassazione alle persone fisiche fiscalmente residenti nel proprio territorio, ad eccezione dei cittadini maltesi che non svolgano attività produttiva all’interno dei confini nazionali. A questi residenti Non Dom viene richiesto il pagamento di un una – tantum, attualmente di € 5.000 omnicomprensiva di tutti i redditi prodotti all’estero. Quindi, ad esempio, se sei cittadino straniero, hai residenza fiscale a Malta e vendi consulenze ai tuoi clienti attraverso una società (persino una società panamense, del Delaware o della Florida), non sarai soggetto a tassazione maltese sui redditi personali, fatta eccezione per l’una-tantum.

La Tassazione di Residenza è il sistema più diffuso al mondo. I Paesi che adottano il sistema di tassazione di residenza, applicano una imposizione fiscale ai soggetti, persone fisiche o aziende, residenti nel proprio territorio sui redditi da questi generati ovunque nel mondo. Tecnicamente questo tipo di tassazione viene conosciuta come World Wide Taxation, e L’Italia è uno dei paesi che adotta il World Wide Taxation, ecco perché se un cittadino italiano costituisce una società estera, gli utili derivanti dalla stessa devono essere dichiarati nel modello Unico. E questo vale sia per le persone fisiche che per le persone giuridiche.

Ad esempio, se si possiede un immobile all’estero come persona fisica (con l’avvento del web e con le proposte immobiliari online sono tanti gli italiani che continuano ad investire “sul mattone” in altri Paesi), il reddito generato da questo immobile sarà tassato in Italia a prescindere dallo Stato in cui si trova l’immobile. Ma all’interno del Word Wide Taxation, abbiamo Paesi che hanno un Tax Rate sicuramente allettante:

– Albania: 5 % fino a 113.000 euro di volume d’affari, poi il 15%
– Bulgaria: 10%
– Repubblica Ceca 19%
– Malta 5% per effetto del ristorno d’imposta
– Ungheria: 9%
– Romania 3% fino ad 1.000.000 di euro di volume d’affari
– Montenegro: 9%.

La Tassazione di Cittadinanza è il metodo meno diffuso al mondo, applicato infatti solo negli Stati Uniti e dall’Eritrea. I Paesi che adottano il sistema di tassazione di cittadinanza, applicano una imposizione fiscale a tutti i propri cittadini, a prescindere dallo Stato in cui questi sono residenti o in cui il reddito viene da essi generato. Pertanto, mentre un cittadino di un Paese che applica il sistema di World Wide Taxation (ad esempio l’Italia), se trasferisce la residenza in un altro paese, non avrà più obblighi con il fisco italiano, il cittadino americano verrà tassato dal Governo US per i redditi prodotti in qualunque parte del mondo, indipendentemente dalla sua residenza. Ecco spiegato il motivo per cui, da un lato, i cittadini americani con attività internazionali spesso chiedono la doppia cittadinanza (con conseguente rilascio del secondo passaporto), mentre il Governo degli Stati Uniti monitora gran parte dei flussi finanziari attraverso il modello FACTA (in totale disarmonia con il resto del mondo, che invece si affida al CRS).

Infine, ci sono alcuni Paesi, che non applicano nessuna tassazione diretta. Spesso questi piccoli Paesi, non avendo quasi nessuna economia interna, hanno trasformato i loro Stati in centri off-shore, ottenendo anche una buona reputazione a livello mondiale sulle piazze finanziarie per via della presenza di moltissime banche e società finanziarie. Questi Paesi  per lo più, si trovano nei Caraibi, ma la residenza in questi paesi è quasi impossibile da ottenere.

Fa storia a sè Dubai, ed in genere gli Emirati Arabi Uniti (EAU), dove non esistono tasse sui redditi, nè societari nè personali, ma esistono tasse sulla proprietà o sugli affitti. Dubai, peraltro, si presta ad una pianificazione fiscale molto efficace per via della possibilità di costituire sia società off shore, sia on shore, che all’interno delle Free Zone, ottenendo sia il Visto di residenza che la carta di identità emiratina.

COME SCEGLIERE LA PROPRIA TASSAZIONE. Nella scelta del Paese giusto, l’obiettivo del risparmio fiscale è solo una delle tante componenti. Per ottimizzare la tassazione, infatti, si dovrà verificare:

– che il Paese scelto si adatti al tipo di business dell’interessato;
– che sia un Paese dove è piacevole passare una buona parte dell’anno;
– che sia un Paese che abbia una buona stabilità politica e fiscale;
– che la tipologia di tassazione vigente in quel Paese sia competitiva;
– che il Paese abbia un comparto bancario solido ed affidabile.

Per fare questo, e mettere insieme gli elementi utili, è vietato improvvisare ed è indispensabile affidarsi ad un professionista di comprovata esperienza.

* Commercialista, revisore contabile, tributarista internazionale, blogger e fondatore del gruppo Dike Consulting con 4 sedi in Europa

Enasarco, elezione CdA nella bufera per un voto annullato. Fare Presto e Artenasarco: scendiamo in piazza

Qualunque governance dovesse uscire fuori da questo ennesimo passo falso a danno dei 220.000 iscritti, infatti, difficilmente potrà avere i margini per condurre con serenità e stabilità i piani per il rilancio e lo sviluppo della Cassa. Il commissariamento sembra l’ipotesi più concreta.

Le elezioni, con la larga vittoria della lista Fare Presto, sembrava avessero riportato serenità in casa Enasarco, ma la recente assemblea dei delegati dello scorso 23 Dicembre ha riservato l’ennesima sorpresa negativa e, soprattutto, restituito un clima di rinnovata battaglia per una governance che, oggi più che mai, appare quasi impossibile da realizzare.   

Secondo i rappresentanti di Fare Presto, infatti, si sarebbe consumato “un vero e proprio colpo di mano, che non mancherà di creare strascichi anche a livello giudiziale”. In sintesi, nel pomeriggio del 28 Dicembre la commissione elettorale Enasarco, interpellata per valutare la validità della votazione di uno dei delegati – ritardata, pare, da problemi di connessione – ha deciso di invalidare quel voto, espresso durante l’assemblea del 23 dicembre da uno dei delegati eletti in quota “Fare Presto” e “Arténasarco“, determinando il risultato di dare la maggioranza al gruppo che è espressione della governance uscente.

Naturalmente, la decisione non è piaciuta affatto – per usare un eufemismo – a “chi aveva ottenuto la maggioranza nelle votazioni dello scorso ottobre, a cui avevano preso parte oltre 30.000 agenti e consulenti e più di 2.500 aziende mandanti” (come si legge nel comunicato di Fare Presto).

In una nota congiunta della coalizione composta da “Fare Presto” e “Arténasarco” – a cui oggi fanno riferimento Confesercenti, Confartigianato, Anasf, Assopam, Fiarc e Federagenti – viene espressa tutta la rabbia per questo capovolgimento del risultato elettorale, e non ci si sente di biasimare chi la esprime. Oggettivamente, infatti, quella coalizione aveva ottenuto la maggioranza dei voti totali espressi dagli iscritti, sia dal lato delle società mandanti (dove Confesercenti e Confartigianato hanno ottenuto il 51% dei voti complessivi espressi nelle elezioni del 24 settembre-7 ottobre) sia dal lato degli agenti, dove la coalizione era stata la più votata in Assemblea.

“Adesso, dopo quanto accaduto, – si legge nella nota della coalizione – anticipiamo la nostra intenzione a ricorrere in ogni sede avverso la sconcertante decisione della commissione elettorale e per chiederne conto a chi ha voluto assumersene la responsabilità”. “E’ stato ribaltato il risultato delle elezioni con un colpo di mano. Questo è inaccettabile: noi e le sigle che rappresentiamo agiremo in tutte le sedi giudiziarie e istituzionali. Andremo in strada e manifesteremo, se necessario, ma non lasceremo che la democrazia e la volontà degli elettori, che si sono chiaramente espressi per il cambiamento in seno a Enasarco, venga calpestata”.

Al di là delle legittime recriminazioni, sembra impossibile, a questo punto, un ritorno alla normalità. Qualunque governance dovesse uscire fuori da questo ennesimo passo falso a danno dei 220.000 iscritti, infatti, difficilmente potrà avere i margini per condurre con serenità e stabilità i piani per il rilancio e lo sviluppo della Cassa, nonché per assicurare la soluzione di alcuni problemi che rimangono sullo sfondo (quello degli agenti c.d. silenti, per esempio, e quello della continua perdita di iscritti).

Al punto in cui si è arrivati, l’unico scenario possibile sembra essere quello di un commissariamento.

Boston Consulting: la vita media delle aziende S&P500 scenderà ancora. Colpa dell’Innovazione

Boston Consulting Group (BCG) ha stilato la lista delle società più innovative del 2020. Secondo questo studio, soltanto un quarto delle grandi aziende mondiali non sta “camminando” sulla strada dell’Innovazione. Nella speciale classifica, marchi molto noti e, fra questi, anche alcune “sorprese”.

Con l’esplosione della pandemia, il mondo delle grandi aziende sta attraversando, da un punto di vista storico-industriale, un periodo durissimo, e sopravvivere sul mercato sta diventando sempre più difficile. Però, la crisi scatenata dal Covid non è la causa principale del profondo cambiamento strutturale cui stiamo assistendo, ma solo un (pesante) elemento in più, che conferma e accelera una tendenza già in atto da molti anni.

Infatti, la durata media della vita delle società continua a diminuire. Secondo una ricerca statunitense (condotta da Innosight), la durata media di 33 anni rilevata tra le imprese facenti parte del paniere di S&P 500 nel 1964 si è ridotta a 24 anni nel 2018, e lo stesso studio prevede che entro il 2027 la durata media scenderà a soli 12 anni. Inoltre, i dati di borsa rivelano come stia aumentando il divario tra aziende concentrate sull’Innovazione e quelle in ritardo: le prime, alla prova della pandemia, hanno accresciuto ulteriormente il proprio valore al punto che il differenziale di capitalizzazione rispetto alle seconde, dal 2015 ad oggi, ha superato il 90%, quasi raddoppiando però in meno di un anno (da gennaio 2020), ossia dall’inizio dell’emergenza sanitaria.

Cosa è accaduto, per arrivare a tanto? Non si tratta, in realtà, di una “morte” definitiva delle aziende, ma molto più spesso di una loro trasformazione radicale a seguito dell’Innovazione, che trasforma le imprese di tutto il mondo con grande rapidità. Al resto, poi, ci pensano le operazioni di M&A, in seguito alle quali molti marchi mutano o, altrettanto gradualmente, spariscono per fare posto a quelli nuovi.

Nell’odierna economia “frenetica”, le aziende devono rimanere competitive per prosperare, e per vincere la concorrenza e rimanere rilevanti sul mercato esse devono innovare per sopravvivere. Non è un segreto, infatti, che la tecnologia abbia rivoluzionato il modo in cui lavora la maggior parte delle industrie. Per vincere nell’Innovazione, le aziende devono eliminare i confini dei loro team, ed essere sempre ricettive rispetto al lavoro di squadra ed alle nuove idee. In tal senso, Boston Consulting Group (BCG) e l’azienda americana Valuer hanno elaborato un metodo di classificazione delle aziende più innovative al mondo, ed hanno stilato la lista delle società più innovative del 2020. Secondo questo studio, soltanto un quarto delle grandi aziende mondiali non sta “camminando” sulla strada della strategia innovativa. Nella speciale classifica, marchi molto noti e, fra questi, anche alcune “sorprese”.

APPLE – Fondata 44 anni fa, Apple è l’azienda più valorizzata al mondo. Il gigante della tecnologia ha costruito la sua posizione su un’eredità di invenzioni che hanno trasformato la vita quotidiana delle persone. Dalla posizione di leader nella rivoluzione dei personal computer nel secolo scorso al recente boom degli smartphone, Apple ha creato alcuni dei dispositivi tecnologici più venduti. Inoltre, ha aperto le porte a nuovi mercati e innovazioni ed è diventata il ​​simbolo degli stili di vita moderni. Quest’anno le sue azioni sono aumentate di oltre il 44%, e secondo gli ultimi dati, il mondo ha oltre 1,5 miliardi di dispositivi Apple attivi.

ALFABETH – Fondata solo nel 2015, Alphabet è stata creata dai co-fondatori di Google Larry Page e Sergey Brin per supportare le proprietà web di Google. Larry Page si riferisce ad Alphabet come a una “raccolta di aziende”, dove la più grande è Google, e spiega che il modello dell’azienda è quello di avere un CEO forte per ogni azienda, con lui e Brin che li consigliano quando necessario.

Alphabet separa efficacemente le aziende Google più redditizie (come YouTube) dalle loro iniziative creative più rischiose, come quella dell’auto senza conducente.

AMAZON – E’ una delle aziende che hanno cambiato il mondo. Amazon ha sviluppato un elenco di linee guida e pratiche culturali attraverso sperimentazione, boom e crolli per mantenere in funzione il suo motore di crescita. Le sue migliori pratiche includono il coinvolgimento dei consumatori, l’eliminazione dei rivali uno per uno, l’appiattimento dei mercati aziendali e la trasformazione di un’industria dopo l’altra. L’azienda lo ha fatto con diversi settori, come l’editoria di libri, l’e-commerce, i dispositivi personali, l’infrastruttura cloud, le app sanitarie e molti altri. Nata in un garage di Seattle nel 1994, l’azienda guida le sue innovazioni dall’alto, custodisce le idee come risorse preziose, abbraccia i fallimenti e investe in studenti che aspirano a diventare innovatori.

SAMSUNG – E’ l’azienda leader in TV, tecnologia dello schermo, design dei chip, batterie, smartphone e molti altri settori. Con la sua serie Galaxy, l’azienda ha creato un ricco patrimonio tecnologico e ha influenzato l’esperienza mobile di centinaia di milioni di utenti in tutto il mondo. Samsung si sforza di brevettare le sue innovazioni, perseguendo brevetti in aree che sembravano impossibili. Una delle decisioni più critiche che ha portato l’azienda al successo è stata quella di progettare internamente, invece di assumere designer esterni. Questo ha creato un esercito di designer brillanti che hanno perseguito l’innovazione attraverso tre strumenti: empatia, visualizzazione e sperimentazione.

MICROSOFT – Grazie alla guida del CEO Satya Nadella, Microsoft si è trasformata su molti livelli fino a diventare molto di più dell’azienda che ha rivoluzionato l’uso del PC in passato. Microsoft ha ascoltato il mercato e ha iniziato ad adattarsi. Invece di girare solo intorno a Windows, l’azienda ha iniziato a sviluppare app sofisticate per iOS e Android. Inoltre, ha investito nell’IA (Intelligenza Artificiale) e promosso i bot come parte delle moderne pratiche di programmazione.

JD.com – E’ soprannominata l’Amazon cinese, ed ha iniziato come negozio fisico nel 1998. Oggi, l’azienda ha l’ambizione di diventare il più grande mercato di e-commerce del mondo. Il CEO, presidente e fondatore di JD, Richard Liu, è fiducioso che la sua azienda un giorno sarà completamente guidata da IA e robot, senza la necessità dell’intervento umano. La corsa tra JD e altri giganti rivenditori online come Amazon e Alibaba sta nella creazione dell’infrastruttura di e-commerce del futuro. La società sta lavorando ad un centro di ricerca basato sull’intelligenza artificiale, attraverso la quale sfruttare la tecnologia per creare una soluzione di e-commerce end-to-end che coprirà l’intero processo della catena di fornitura. L’azienda dispone già di magazzini automatizzati, robot che lavorano in oltre 500 magazzini, droni che consegnano prodotti in Cina e pagamenti controllati tramite riconoscimento facciale.

BOSH – Quando si parla di Bosch, la prima cosa che probabilmente viene in mente sono forse gli elettrodomestici di alta qualità o di utensili domestici. Tuttavia, il mercato principale di Bosch inizialmente era la produzione di componenti automobilistici. L’azienda continua il suo percorso in questa direzione, con l’innovazione nel settore automobilistico come uno dei suoi campi di interesse più significativi. 134 anni dopo la sua fondazione, l’azienda conta ora oltre 400.000 dipendenti e ha generato un fatturato di 77,7 miliardi di euro nel 2019. Tuttavia, questo successo non impedisce all’azienda di guardare al futuro e di perseguire una posizione in prima linea nelle innovazioni globali, come nella Realtà Aumentata e nella Realtà Virtuale.

ABB è una multinazionale svizzero-svedese con sede a Zurigo, Svizzera, e Stoccolma, Svezia. L’azienda opera principalmente nei settori della robotica, dell’energia, degli elettrodomestici pesanti e della tecnologia di automazione. ABB è stata inserita nell’elenco globale Fortune 500 da 24 anni ed è stata classificata 342ma nell’elenco Fortune Global 500. ABB ha il suo centro di ricerca e sviluppo fondato nel 2005 in Cina, uno dei sette centri di ricerca con leadership globale che opera nei materiali isolanti, nei robot di produzione di piccoli pezzi, nella tecnologia HVDC ibrida e nell’integrazione dell’energia sostenibile.

NOVARTIS – L’azienda farmaceutica internazionale svizzera Novartis è una delle più grandi società farmaceutiche mondiali, sia per fatturato che per capitalizzazione di mercato. Il CEO Dr. Vasant Narasimhan sta guidando l’azienda da 47,7 miliardi di dollari verso una significativa trasformazione strategica in cui vengono messe in luce piattaforme terapeutiche sofisticate e scienza dei dati. Novartis ha avviato il processo di trasformazione per diventare un’azienda completamente focalizzata sulla medicina, alimentata dalle tecnologie digitali. Il nuovo modello include nuove aree come le terapie geniche e cellulari.

HUAWEI è tra le aziende più innovative al mondo nel 2020, classificandosi al 6 ° posto nell’ultimo elenco di Boston Consulting Group. La posizione è frutto di un balzo di 42 posizioni rispetto allo stesso elenco nel 2019. Huawei era tradizionalmente meglio conosciuta per la fornitura di router e stazioni base in Cina. Tuttavia, la società ha sbalordito il mondo nell’estate del 2016, quando ha rivelato i suoi piani per superare Apple e Samsung e diventare il principale venditore di smartphone durante il periodo successivo.

Da allora le cose sono cambiate molto. Nonostante la pubblicità negativa che l’azienda ha avuto l’anno scorso, derivante dagli attacchi commerciali dell’amministrazione Trump, l’azienda sta recuperando velocemente tutte le posizioni. Gli investimenti della società in ricerca e sviluppo sono stati pari a 131.659 milioni di CNY nel 2019, pari al 15,3% del fatturato complessivo. Negli ultimi dieci anni, Huawei ha investito 4 miliardi di dollari, aprendo la sua strada come pioniere mondiale nelle tecnologie di prossima generazione.

Nell’ultimo decennio, le ambiziose innovazioni tecniche di Huawei hanno consentito all’organizzazione relativamente nuova di funzionare allo stesso livello di Apple, Google, Amazon, Microsoft e Samsung. Inoltre, la società ha già sconfitto Facebook, Alibaba, IBM e Sony in alcuni settori specifici.

Da Steve Jobs alla Realtà Aumentata, il progresso tecnologico viaggia sotto il segno del “tutto in uno”

Quello che accadrà tra dieci anni nel mondo dell’informatica è già stato deciso oggi, e noi accetteremo qualunque cambiamento ci verrà proposto. E’ questa la conclusione a cui si giunge osservando gli stili di consumo di tutte le generazioni , a partire da quella immediatamente successiva ai c.d. babyboomers. Chi investirà nel megatrend del “tutto in uno”, invece, farà fortuna.

Di Massimo Bonaventura

Sembrano lontanissimi i tempi in cui i gusti dei consumatori prevalevano sul marketing strategico, decretando il successo (o l’insuccesso) dei prodotti. Il caso più celebre – se qualcuno lo ricorda, tra i millennials, o ne ha sentito parlare – fu quello della Coca Cola, che il 23 aprile del 1985 lanciò la “New Coke” e interruppe la produzione e distribuzione della Coca Cola classica negli USA e in Canada. Ne seguì una sorta di sollevazione popolare dei consumatori che, trascinati dai media, organizzarono una tale protesta da convincere la Big Company a tornare sui propri passi e produrre la bevanda con il vecchio gusto.

Qualcuno, ancora oggi, ha il sospetto che quella della New Coke fu il più gigantesco marchingegno pubblicitario messo in atto da una grande azienda – che in quel periodo era scesa fino al 22% come quota di mercato delle bevande gassate nel mondo (dal 60% di venti anni prima) – ma non è questo il punto. Il punto è che, negli anni ’80, i consumatori sceglievano, e avevano “un potere contrattuale”, almeno fino a quando non è iniziata la Rivoluzione Digitale, che ha sovvertito dalle fondamenta i rapporti di forza tra produttori e consumatori di tecnologia.

Negli anni ’80, infatti, Steve Jobs ebbe la prima intuizione che cambiò il mondo: unire le schede elettroniche (i c.d. circuiti, via via ridotti fino alle nano-dimensioni di oggi), che all’inizio lui e i suoi soci avevano venduto separatamente, al suo contenitore, ossia un televisore. Tutto in uno, insomma: circuito elettrico (allora 10.000 volte più grande di quelli di oggi) più lo schermo.

Nacque così il Personal Computer, concepito per essere usato, nei decenni successivi, come un elettrodomestico alla portata di tutti, e dopo l’avvento della telefonia cellulare, la comparsa degli smartphone ha proseguito lo stesso schema di cambiamento tracciato trent’anni prima dalla Apple: personal computer più telefono cellulare, tutto in uno.

Oggi, mentre usiamo i nostri smartphone convinti che la vita sarà questa per chissà quanti altri anni, si profila una trasformazione epocale nel mondo dell’informatica, ispirata chiaramente alla matrice del “tutto in uno”, di cui è già in corso la progettazione del suo “veicolo di cambiamento”. Infatti, troverà applicazione commerciale entro cinque anni circa la combinazione “smartphone più occhiali” (o meglio, “visore oculare”), prodotto di punta di una vasta gamma facente parte della c.d. “Realtà Aumentata”. Questa consiste in una serie di dispositivi che «aumentano» la realtà attraverso uno smartphone, o un PC dotato di webcam o altri sensori, e alcuni dispositivi di visione (per es. occhiali a proiezione sulla retina), di ascolto (auricolari) e di manipolazione (guanti), i quali tutti aggiungono informazioni multimediali alla realtà già normalmente percepita.

La Realtà Aumentata altro non è che il terreno di coltura della futura tecnologia degli smartphone, che è già cominciata con le innovazioni tecnologiche degli AirPod di Apple e delle stazioni di ricarica wireless. Ma questo sembra essere solo l’inizio di una nuova era di progressi che porterà le tecnologie degli smartphone a un livello completamente nuovo, ed il 2020, con il suo carico di trasformazione nelle relazioni sociali, sta aumentando il tasso di velocità con cui questi progressi accadranno, anticipandoli di 3-5 anni. Infatti, non è un mistero che alcune aziende tecnologiche abbiano già definito la produzione e introduzione nel mercato di nuovi prodotti accessori agli smartphone; come Vivo, che sta lavorando a un nuovo smartphone con un pannello in vetro elettro-cromico che può cambiare colore con il semplice tocco di un pulsante. Il vetro elettro-cromico non è una nuova invenzione, ma Vivo sarà il primo a introdurre tale funzionalità negli smartphone.

Relativamente agli auricolari – che si sono affermati come un oggetto indispensabile – l’azienda Xiaomi ha depositato due brevetti con i quali gli auricolari saranno sempre con il proprietario dello smartphone, in quanto integrati in uno slot speciale dello smartphone stesso (anche qui, chiarissima ispirazione del “tutto in uno”). Inoltre, i dispositivi di Xiaomi fungeranno anche da altoparlanti se inseriti in due punti appositamente previsti sulla parte superiore del telefono.

Uno dei progressi più incisivi arriverà dalla trasmissione dati. La tecnologia wireless denominata  “LiFi” (fusione tra i termini Light e Fidelity), infatti, sarà 100 volte più veloce del WiFi, perché utilizza la luce per trasmettere i dati, anziché le frequenze radio. Sulla scorta di questa innovazione, la società Oppo sta lavorando per rendere i suoi smartphone compatibili con il LiFi, che peraltro funziona anche con la luce che appare spenta ad occhio nudo.

Pertanto, appare non tanto lontano il giorno in cui lo smartphone sparirà completamente. Del resto, prima di lui sono già spariti i cercapersone, i fax e i cellulari di prima generazione. Insieme alla sua sparizione, probabilmente, cambierà il modo in viviamo le nostre vite quotidiane, e saremo pronti alla prossima grande trasformazione determinata dalla strategia del “tutto in uno”. Infatti, se andate indietro nel tempo di soli dieci-quindici anni, vi accorgerete come gli smartphone abbiano semplificato la classica combinazione di mouse, tastiera e monitor propria di PC e portatili, riducendo il modello ad un solo componente, facilitando la funzionalità con la tecnologia touch e, molto presto, perfezionando l’accessibilità fino a controllare ogni singola funzione e app con la sola voce, senza alcun bisogno di far lavorare le dita. Tutto ciò grazie ai prodotti della Realtà Aumentata di aziende come Microsoft, Facebook, Google, e Magic Leap che stanno lavorando per costruire cuffie autonome per la realtà aumentata proiettanti immagini 3D dettagliate dritto negli occhi.

La Realtà Aumentata, pertanto, potrebbe sostituire contemporaneamente smartphone e televisore. In più, sono già una realtà i sistemi informatici che “rispondono” ai nostri comandi vocali, e presto potrebbero interferire con i nostri sensi, con vista e udito intermediati dalla tecnologia.

Ma la “scala dei progressi” non finisce qui, manca un passaggio finale, ossia quello che va dai gadget che si devono indossare (come i visori-occhiali per la Realtà Aumentata) alla tecnologia denominata “Stringa Neuronale”. Si tratta di una tecnologia da applicare direttamente nel corpo umano, sulla quale sta lavorando la Neuralink, una nuova società patrocinata da Musk che ha l’obiettivo di costruire micro-computer nel nostro cervello.

E’ il “tutto in uno” definitivo, nel quale l’umano e la macchina diventano, appunto, una sola cosa. 

Non sappiamo quando avverrà questa rivoluzione (dieci anni, venti anni?), ma a quel tempo non esisterà più, probabilmente, alcun rapporto di forza tra produttori e consumatori, i quali accetteranno qualunque innovazione con totale “sottomissione commerciale”, ed anzi lotteranno per essere “sottomessi”, esattamente come oggi fanno per assicurarsi l’ultimo modello di smartphone a prezzi incredibili (indebitandosi senza fine con il sistema rateale su carta di credito ed il continuo rinnovo tecnologico). Ma anche stavolta, non è questo il punto. Il punto è che la strategia – semplicissima ed efficace – del “tutto in uno” produrrà miliardi di utili per gli azionisti, sebbene probabilmente le aziende produttrici saranno sempre meno. Infatti, siamo da tempo entrati nell’era delle aziende “visionarie”, le uniche capaci di assicurare continuità al “tutto in uno” fino al punto di disintermediare persino il semplice possesso degli oggetti e, quindi, il concetto stesso di proprietà.

In tal senso, nemmeno Amazon è al sicuro.