Maggio 25, 2026
Home Archive by category IMPRENDITORI (Page 13)

IMPRENDITORI

La Nautica riparte. A Genova il primo grande boat show dell’era Covid, Dusseldorf rinviata a Gennaio 2021

La Nautica italiana riesce ad avere numeri incredibili senza perdere la sua vocazione artigianale, grazie alla quale si distingue su scala mondiale. Ma l’aumento dell’Iva al 22% rischia di favorire le aziende estere, e di mettere in crisi gli acquisti di imbarcazioni, che in Italia avviene con la formula del leasing nautico nel 90% dei casi.  

Quello della Nautica è un settore molto importante per un paese come l’Italia, che ha 7914 km di costa e che vanta bellezze naturali uniche al mondo. A ciò si aggiungono, relativamente alla Nautica, competenze ingegneristiche e maestranze specializzati che fanno raggiungere alla cantieristica italiana livelli di eccellenza, grazie anche al contributo di tante piccole aziende di stampo artigianale, molte delle quali non hanno neanche un sito web e lavorano tramite il semplice passaparola.

Nel corso del 2020, il comparto aveva già ricevuto le attenzioni del ministero dello Sviluppo Economico, che a Giugno si era incontrato con i vertici di Confindustria Nautica affrontando i temi delle politiche di sviluppo e sostegno al settore e dell’adozione di nuove misure in ordine al leasing nautico e agli impatti sull’industria italiana e la sua filiera, che riesce ad avere numeri incredibili senza perdere la sua vocazione artigianale, grazie alla quale si distingue su scala mondiale.

Con il ministro Patuanelli si era discusso anche del Salone Nautico internazionale di Genova, che quest’anno compie 60 anni ed ha aperto i battenti l’1 ottobre (chiusura il 6/10). Il Salone di Genova è diventato così il primo grande “boat show” dell’era Covid, con una posizione di rilievo mondiale per via della cancellazione delle esposizioni di Cannes e Montecarlo. L’evento, nonostante le importanti misure di sicurezza (misurazione della temperatura all’ingresso, biglietti acquistabili soltanto online, obbligo di mascherina e distanziamento) è anche un segnale della ripartenza a livello mondiale di un settore che, secondo le previsioni, avrebbe dovuto riportare una perdita di oltre il 13% del fatturato e di circa 5.000 occupati, ed invece è riuscita a contenere i danni grazie alla riapertura nel mese di aprile. “Quello che succederà nei prossimi tre mesi a partire dal Salone di Genova sarà strategico per vedere se riusciremo a mantenere il 2020 come anno di stabilità rispetto al precedente”, ha detto all’Adnkronos Stefano Pagani Isnardi, Responsabile dell’Ufficio Studi di Confindustria Nautica.

Secondo il Rapporto del Sole 24 Ore, sia le aziende della grande nautica che quelle della piccola, sono riuscite a recuperare le produzioni che avevano dovuto interrompere per il lockdown, e non hanno subito grandi cancellazioni, continuando a lavorare, nonostante sui charter e sul leasing nautico pesa (da Novembre) un aumento dell’Iva al 22%, che rischia di favorire le aziende estere e di mettere in crisi gli acquisti di imbarcazioni, che in Italia avviene con la formula del leasing nautico nel 90% dei casi.

La questione dell’IVA non è di poco conto, perché circa 500 milioni di finanziamenti in leasing potrebbero dirottarsi all’estero, ed il solo settore del charter nautico rischia di perdere il 15% dei contratti, mettendo in bilico oltre 5.000 posti di lavoro. 

Dopo il Salone di Genova, sarà la volta di “Boot Düsseldorf”, la più grande piattaforma al mondo per gli sport acquatici, che è prevista dal 23 al 31 gennaio 2021 e, nell’intenzione degli organizzatori, dovrebbe preparare il settore ad un anno 2021 di piena ripresa. I 17 padiglioni espositivi del quartiere fieristico ospiteranno una manifestazione in cui le norme vigenti in materia di igiene e protezione dalle infezioni cambieranno poco, e si ritiene che gli espositori riusciranno ad ottenere notevoli risultati economici anche con le nuove regole. Le adesioni a Boot 2021 sono complessivamente in linea con quello del 2019, e saranno nuovamente presenti quasi tutti i produttori di barche e yacht che si erano iscritte all’edizione di quest’anno, poi rinviata al prossimo Gennaio.

A Boot Düsseldorf parteciperanno aziende produttrici di yacht, barche, tavole, attrezzature da sub, nonché società di charter e operatori di viaggio specializzati in destinazioni turistiche per sport acquatici. 

Piccole imprese e recupero crediti commerciali, nuova copertura assicurativa di Atradius

Il problema del recupero dei crediti commerciali è molto sentito dalle piccole imprese. Sorge l’esigenza di una polizza assicurativa specifica, da modulare in base alle esigenze di copertura e di spesa dell’azienda.

Nel quadro della crisi economica innescata dalla pandemia di Coronavirus aumenta l’attenzione delle imprese italiane, in maniera trasversale nei vari comparti del sistema Paese, sul tema della tutela della propria attività dai mancati pagamenti ed insolvenze dei clienti. Questo perché i significativi cali di fatturato registrati in questi ultimi mesi hanno messo a dura prova interi settori, colpendo soprattutto le imprese più piccole del sistema, alle prese con problemi di liquidità a cascata nelle rispettive filiere produttive.

Vuoti di liquidità che possono portare, se non gestiti in maniera attenta, a compromettere l’esistenza stessa dell’impresa, fino alla sua uscita dal mercato.   

Nell’ottica di fornire una soluzione assicurativa specifica per il segmento delle piccole imprese, Atradius, gruppo internazionale attivo nell’assicurazione dei crediti commerciali, recupero crediti e cauzioni, ha recentemente presentato Modula FREEDOM, la polizza di assicurazione dei crediti commerciali rivolta esclusivamente alle piccole imprese italiane con fatturato annuo fino a 3 milioni di euro, con la quale l’impresa ha la piena libertà di scegliere fra 5 diverse combinazioni predefinite di premio assicurativo in funzione dell’ indennizzo di polizza scelto in relazione alle proprie capacità di spesa ed esigenze di copertura assicurativa

Modula FREEDOM si distingue sul mercato italiano per una serie di caratteristiche che la rendono un prodotto facile da gestire e pienamente rispondente alle necessità della piccola impresa che intende attribuire una copertura assicurativa ai propri crediti commerciali.

La polizza, inoltre, riduce al minimo i tempi e le modalità di sottoscrizione del contratto assicurativo, grazie alla semplice compilazione e invio di un modulo di richiesta emissione, comprensivo di tutte le condizioni di polizza, espresse in modo chiaro e trasparente.

La copertura dei crediti assicurati è pari al 90% per le vendite effettuate in Italia e nei Paesi dell’Unione Europea e dell’area OCSE, i diritti di istruttoria per le richieste di limite di credito sono gratuiti per l’intera durata della polizza, e viene data la facoltà di recesso dalla polizza entro 30 giorni. Il rimborso del 100% dei costi sostenuti per le azioni di recupero dei crediti assicurati gestite da Atradius Collections, la società internazionale di recupero crediti del gruppo Atradius, completa l’offerta della Modula Freedom.

Massimo Mancini

Secondo Massimo Mancini, Country Manager di Atradius per l’Italia, “Si tratta dell’unica polizza di assicurazione dei crediti commerciali sul mercato italiano che consente all’assicurato di scegliere l’importo di rimborso massimo desiderato in funzione della propria capacità di spesa. Inoltre, l’Assicurato mantiene il diritto di recedere dal contratto entro 30 giorni qualora non sia soddisfatto del livello di copertura della sua polizza.  “L’elevata flessibilità offerta da Modula Freedom – sottolinea Mancini – conferma la volontà di Atradius di proporre al mercato soluzioni ad hoc, al contempo flessibili e modulari, definite tenendo conto delle esigenze della eterogena platea di imprese assicurande, e delle peculiarità del sistema economico nazionale, anche in periodi di incertezza e difficoltà come quello attuale”.

Hong Kong Fintech Week, quinta edizione in forma virtuale dal 2 al 6 novembre 2020

Si tratta di un’opportunità unica per le aziende e le startup italiane innovative del settore fintech, interessate ad avviare la propria attività a Hong Kong e in Asia, mercati sempre più orientati alle nuove tecnologie. Attraverso l’evento, si avrà la possibilità di confrontarsi con le aziende più influenti ed in rapida crescita del settore.

Invest Hong Kong (InvestHK) ha annunciato che, data la situazione attuale, la quinta edizione della Hong Kong Fintech Week si svolgerà in forma virtuale dal 2 al 6 novembre. Questo darà la possibilità a chiunque di poter partecipare da remoto ad uno degli eventi più attesi ad Hong Kong.

Invest Hong Kong è il Dipartimento del Ministero dello Sviluppo Economico del Governo di Hong Kong, che fornisce assistenza e servizi di supporto a imprese e professionisti stranieri che intendono avviare o espandere attività economiche nell’omonima regione autonoma cinese (www.investhk.gov.hk). Tramite l’ufficio di rappresentanza di Milano, InvestHK estende alle imprese italiane i propri servizi gratuiti di supporto nei loro processi di internazionalizzazione verso Hong Kong e la Cina, con informazioni e assistenza sulle opportunità di sviluppo commerciale, costituzione e gestione di attività imprenditoriali, fiscalità, incentivi, programmi di ricerca e sviluppo, permessi di lavoro e residenza, presentazione a fornitori di servizi, associazioni, dipartimenti del governo e assistenza personalizzata secondo necessità.

La settimana della quinta edizione presenta un ampio mix di eventi quali: seminari, workshop, pitching sessions, business matching ed eventi di networking. Senza nessuna barriera fisica, l’Hong Kong Fintech Week permetterà di mettere in contatto aziende del settore Fintech da tutte le parti del mondo, rendendolo ancora di più un evento globale.

Attraverso l’evento, si avrà la possibilità non solo di confrontarsi con le aziende più influenti del settore e con le startup che presentano una rapida crescita nel mercato ma si avrà inoltre modo di acquisire informazioni utili da professionisti della tecnologia e accademici esperti in intelligenza artificiale, automazione e Blockchain. Charles Ng, vicedirettore generale di Invest Hong Kong, ha dichiarato: “I risultati del 2019 in termini di espositori, partecipanti e feedback hanno superato tutte le aspettative”.

Sull’onda del successo dell’anno precedente, sono stati sviluppati per le comunità Fintech programmi ancora più orientati al business, come ad esempio il Global Fast Track Programme.

Tutte le aziende che offrono soluzioni in ambito Capital Market, RegTech, Insurance, Payments, Commercial Banking, Retail Banking, Trade Finance, WealthTech e TradeTech presenteranno il loro progetto innovativo al Global Fast Track Programme, un programma pensato non solo per offrire assistenza alle aziende del settore a sviluppare il loro business ad Hong Kong ma anche per metterle in contatto con potenziali clienti.

Le aziende selezionate avranno la possibilità di presentare il proprio progetto durante la Fintech Week. Inoltre, quest’anno è stato introdotto lo Startup Virtual Exhibition Programme, ovvero un programma che permetterà a 175 startup di avere gratuitamente un proprio stand virtuale durante l’intera durata dell’evento (questo il link per consultare i criteri di ammissibilità).

Il settore Fintech ad Hong Kong è in rapida crescita. Ad oggi, la città è la sede di oltre 600 società fintech, con una crescita del 10% rispetto all’anno precedente. Il settore dei servizi finanziari della città è il più grande della regione, con oltre 160 banche autorizzate, tra cui otto banche virtuali, e oltre 160 assicuratori autorizzati.

Per maggiori informazioni, è consigliabile collegarsi al sito web www.fintechweek.hk

Silenti Enasarco, il 16 Settembre manifestazione a Roma. Conferenza stampa in Senato

La manifestazione indetta da Federcontribuenti sarà divisa in tre momenti: alle 10.00 di fronte la sede di Enasarco, alle 13 presso la Sala Nassiriya del Senato per una conferenza stampa, e subito dopo a Piazza Monte Citorio.

Come abbiamo già avuto modo di scrivere, quella dei c.d. agenti (o ex agenti) “silenti” di Enasarco – agenti senza più mandato che non sono riusciti ad arrivare ai 20 anni obbligatori di contribuzione, perdendo così sia il diritto alla pensione che i versamenti effettuati  – sembra essere non solo una profonda ingiustizia sociale, ma anche un “rimpicapo” di difficile soluzione, che la politica sta accuratamente evitando di risolvere in questo momento delicatissimo per via dell’imminente “test” elettorale e del referendum confermativo.

Da anni, però, alcune organizzazioni (Federcontribuenti, in particolare, con Cosimo Lucaselli, responsabile dei rapporti con il Parlamento della Federazione) hanno portato il problema all’attenzione dei media. Secondo Lucaselli “….i bilanci tecnici, fin da quelli del triennio 2014-2017, ci dicono che i “silenti” oggi ammonterebbero a circa 690.000, ed il tesoro raccolto fino ad oggi da Enasarco ammonterebbe, secondo le medesime stime, a circa 9,2 miliardi di euro…tra i silenti c’è anche chi si è visto accantonare a fondo perduto decine di migliaia di euro, e non intende rinunciarvi“.

Cosimo Lucaselli

A causa della regola dei 20 anni di contribuzione minima, pertanto, un vero e proprio fiume di denaro è confluito nella Cassa durante gli ultimi decenni, costituendo una dotazione finanziaria che oggi stride rumorosamente con alcuni dati relativi al patrimonio ed alle modalità di contribuzione. Uno fra tutti: la consistenza patrimoniale complessiva di Enasarco, che è pari a circa 8 miliardi (a fronte dei 9,2 miliardi rivendicati dai “silenti”).

Pertanto, le organizzazioni che sostengono i silenti hanno posto alla politica nazionale molte domande: dov’è finito questo fiume di denaro? Come è stato speso negli anni, e chi ne ha beneficiato? Senza i versamenti dei silenti, la Cassa sarebbe stata ugualmente in equilibrio finanziario? Fino a che punto è giuridicamente sostenibile che dei contribuenti versino delle somme destinate ad alimentare prestazioni previdenziali di cui sarebbero i beneficiari, e poi debbano accettare passivamente di perdere il denaro accantonato?

Si tratta di domande rimaste fino ad oggi senza risposta. Da qui nasce, a pochi giorni dalle elezioni per il rinnovo della Governance di Enasarco (24 Settembre – 7 Ottobre), la protesta organizzata per il 16 Settembre da Federcontribuenti insieme al Movimento Partite IVA. Infatti, le precedenti richieste di intervento inviate al ministro Catalfo, al Premier Conte e al Presidente Mattarella non hanno avuto alcun riscontro. Troppo, per 690.000 contribuenti che si sentono traditi, oggi, anche dalle Istituzioni.

In sintesi, Federcontribuenti chiede che i fondi amministrati da Enasarco vengano veicolati all’interno della gestione INPS e gestiti da Cassa Depositi e Prestiti, con l’obiettivo di apportare benefici immediati alle casse dello Stato che, in cambio, dovrà farsi carico del trattamento pensionistico integrativo dei silenti, in base ai contributi versati, al raggiungimento dell’età pensionabile, superando così l’attuale disciplina che attribuisce al denaro versato dai silenti l’implicita qualità di “versamenti a fondo perduto”.

Elezioni Enasarco, lo scontro accende solo i contendenti, ma spegne gli elettori

La sensazione è che si stia perdendo di vista ciò che conta di più, e cioè contenuti e programmi. Gli scontri elettorali troppo accesi notoriamente scoraggiano la partecipazione al voto. Giunta e Marucci: “Si rischia la diserzione alle elezioni. Basta con le recriminazioni, largo ai programmi”.

Fin dal rinvio delle elezioni previste ad Aprile scorso, i toni dello scontro tra le opposte fazioni in lizza per la governance di Enasarco sono sempre stati piuttosto accesi, ma mai come nell’ultima settimana, durante la quale dal dibattito sono scomparse del tutto le dichiarazioni programmatiche, ed ha fatto ingresso una dialettica di livello inaccettabile per una kermesse elettorale che, a prescindere dai candidati ( e dai loro rispettivi profili) deve – senza il condizionale – rappresentare un indispensabile punto di svolta.

Tutto è cominciato una settimana fa, con l’uscita di un articolo dal titolo “Agenti di commercio al voto per salvare le pensioni dai banchieri rapaci”, che già dal titolo non lasciava presagire nulla di costruttivo. Al suo interno, dichiarazioni bellicose – per usare un eufemismo – che riassumono il leitmotiv di parte dell’attuale maggioranza: “….(quello di Enasarco) è un tesoretto che potrebbe fare la felicità di investitori, speculatori, politici. Anche della finanza vaticana, considerando i rapporti tra i personaggi che sostengono la lista “Fare bene, fare presto”….D’altronde Alfonsino Mei, l’esponente di maggior spicco della lista anti agenti, non è certo uno che si sia sporcato le mani con un lavoro da agente di commercio. Lui è un guru della finanza; lavora per una banca, poi per l’altra, cambia casacca più rapidamente di un giocatore di calcio.…”.

Ha fatto seguito una newsletter di Usarci, recante più o meno gli stessi concetti, anche questi piuttosto simili al gossip che alla dialettica politica: “…Una lista chiamata “Fare Bene Fare presto”, che da mesi spende ingenti somme per dare vigore alla propria campagna elettorale (insolitamente costosa…) nasconde torbide caratteristiche, difficilmente compatibili con una lista che sostiene di voler combattere per il bene degli agenti di commercio e della Cassa. Alfonsino Mei, consigliere di amministrazione Enasarco. Finanziere. Il “bad boy” del sistema bancario italiano. “Cambiacasacca” per eccellenza, famoso alle cronache per le sue lussuriose feste romane, meno famoso forse per i suoi presunti legami con una certa “finanza rapace”. Chissà che dietro la sua voglia di diventare presidente di Enasarco non ci sia, più che la volontà di fare il bene degli agenti, il grande desiderio di mettere le mani sui miliardi di Enasarco, per investirli a piacimento suo e di certi amici suoi”.

E Usarci non le manda a dire anche al candidato Luca Gaburro, “….consigliere di amministrazione Enasarco. Sindacalista. Il segretario nazionale di Federagenti ci riprova e salta sul “carro della banda”. Prima degli amici di Fare Presto, il signor Gaburro ha potuto contare sul suocero (sì, il suocero!) che prima di essere fondatore di Federagenti, ricopriva il ruolo di Avvocato di Stato patrocinante Enasarco. Un legame di parentela estremamente utile che ha permesso a Gaburro di farsi strada in Federagenti e poi in Enasarco….”.

L’attacco all’attuale minoranza veniva condito dalla diffusione sui social network del logo della lista “Fare Presto!” modificato in senso ai più apparso come offensivo, e che probabilmente sarà oggetto di inevitabili – e legittimi – strascichi giudiziari.

E così, dopo sei giorni di attesa ferragostana, non si è fatta più attendere la replica proveniente proprio dalla lista “Fare Presto!”, la quale per bocca di un comunicato della FIARC comunicava che “…l’articolo si caratterizza per il contenuto altamente diffamatorio nei confronti delle persone citate e, per tale motivo, sarà oggetto di apposita denuncia presso la Procura della Repubblica. (L’articolo) E’  un evidente segno del basso livello di comunicazione da parte di chi ha appoggiato per anni l’azione dell’attuale maggioranza del CdA, approvando tutte le delibere più nefaste e che oggi, non potendo più rappresentare con credibilità la categoria, non ha altri mezzi che calunniare i propri avversari.…..Noi non vogliamo metterci sullo stesso piano di chi ha redatto l’articolo, perché la calunnia e la diffamazione non costituisce la nostra storia…”. 

Secondo FIARC, coloro che hanno diffuso certe affermazioni “…sono le stesse organizzazioni sindacali che hanno sostenuto e decantato l’ennesima storiella sull’anticipo del FIRR agli agenti. Ad oggi ancora nessun iscritto ha, infatti, visto un solo euro: e ciò solo per evidenziare come sia facilmente dimostrabile, per nostra fortuna, come chi oggi governa la Fondazione non abbia avuto a cuore gli agenti e i consulenti ma solamente la propria poltrona. Dal comodo dei loro ombrelloni dorati, nella comodità del caldo agostano, questi signori sono impegnati a spargere fango e bugie, invece di lavorare per gli iscritti….”.

Il comunicato di FIARC, tra le altre cose, aggiunge “….Speriamo che arrivi il momento in cui l’attuale Presidenza della Fondazione ritenga doveroso informare tutti gli iscritti circa gli esiti dei rilievi fatti alla governance dell’Ente da una attenta e approfondita ispezione di alcuni mesi fa ad opera del MEF, anche alla luce del coinvolgimento della Procura della Corte dei Conti….Il vero motivo di tanta bassezza nelle comunicazioni è, soprattutto, quello di distogliere l’attenzione dalle proposte utili e necessarie per salvare la Fondazione ed avviare quella ripartenza necessaria per tutelare le pensioni di oggi e di domani….”.

Lo scontro, pertanto, rischia di tracimare al di là degli argini – piuttosto ampi, peraltro – della politica, e ciò fa temere conseguenze negative in termini di ritorno elettorale. Al di là delle reciproche accuse, infatti, la sensazione è che si stia perdendo di vista ciò che conta di più, e cioè contenuti e programmi. Gli scontri elettorali all’ultimo sangue, infatti, pur incuriosendo una minoranza degli aventi diritto al voto, notoriamente scoraggiano la partecipazione della maggioranza di essi, e se ciò dovesse accadere si aprirebbero nel dopo-voto scenari dominati da una assoluta incertezza riguardo la futura governance di Enasarco.

Su questa lunghezza d’onda sembra essere Valerio Giunta, candidato all’assemblea dei delegati per la lista “Consulenti finanziari uniti in Enasarco” e molto attivo sui canali social, secondo il quale “i toni dello scontro hanno raggiunto un livello non più accettabile, e rischiano di alimentare negli iscritti confusione e rabbia verso coloro che si candidano ad amministrare l’ente. Se vogliamo portare al voto il maggior numero possibile di agenti di commercio e consulenti finanziari, bisogna tornare a parlare urgentemente ed esclusivamente dei problemi che affliggono la categoria e di come possiamo intervenire per risolverli, dando priorità ai programmi. Dobbiamo migliorare il rapporti con gli iscritti, e questo può avvenire solo garantendo trasparenza ed efficienza. L’esperienza della pandemia ci spinge a migliorare le prestazioni di assistenza integrativa e sanitaria erogate dalla Fondazione, abbiamo l’obbligo morale di farlo, così come abbiamo la responsabilità di riportare in Enasarco i giovani, senza i quali l’intera categoria rischia di indebolirsi. Possiamo ottenere questo risultato attraverso l’istituzione di corsi e webinar di formazione, e soprattutto puntando al riconoscimento accademico della professione di venditore, vero e proprio lasciapassare per le nuove generazioni di agenti”.

Getta acqua sul fuoco anche Manlio Marucci, segretario nazionale di Federpomm-Uiltucs e candidato nella lista “Enasarco Libera”. “Non condivido questi toni così accesi, che non fanno bene al clima generale che deve dominare costruttivamente il periodo antecedente le elezioni. Vorrei ricordare che gli iscritti alla cassa Enasarco provengono da un periodo difficilissimo dal punto di vista professionale ed economico, e pertanto non sono interessati ad uno scontro che sia basato, anziché sui programmi e sulle iniziative da intraprendere a tutela degli iscritti, su reciproche recriminazioni. Andando avanti così, avremo sicuramente un numero di votanti inferiore a quello, già molto basso, del 2016”. 

Superbonus 110%, ecco le condizioni delle maggiori banche. Unicredit e BNL le più competitive

Da qualche settimana si attendevano le condizioni offerte dal sistema bancario, che sono arrivate (e stanno ancora arrivando) in questi giorni di Agosto. Unicredit e BNL le più competitive, ma altri gruppi bancari affilano le armi.

Da quando Il c.d. decreto Rilancio ha previsto, per una cerchia molto ampia di beneficiari (persone fisiche, compresi familiari dei proprietari e conviventi, condomini, case popolari, cooperative, enti senza scopo di lucro, associazioni sportive dilettantistiche) l’agevolazione sui lavori di efficientamento energetico degli immobili attraverso il c.d. Superbonus del 110%, il settore edilizio ha ripreso vigore in tutto il territorio italiano, e non c’è condominio in cui non si stia deliberando sull’argomento; tanto da costringere gli operatori (professionisti e imprese) ad aggregarsi per riuscire ad assorbire una domanda di servizi e lavori mai vista prima.

In estrema sintesi, il beneficio-detrazione (valido per i lavori ammessi nel periodo 1 Luglio 2020- 31 Dicembre 2021) da esercitare in sede di dichiarazione dei redditi, si ottiene attraverso una di queste due opzioni: 

sconto in fattura sul corrispettivo dovuto all’impresa che effettua i lavori di importo massimo non superiore al 100%, e cessione al fornitore, il quale recupera l’importo dell’intero credito d’imposta (ossia il 110%) e lo cede a sua volta alle banche (che incassano la commissione del 10% circa);

cessione del credito d’imposta, direttamente da parte dei beneficiari, alle banche (che incassano sempre la commissione del 10% circa), e successiva attribuzione dell’incarico ad una impresa, la quale verrà pagata con la provvista del 100% messa a disposizione dalle banche a cui i beneficiari si sono rivolti. 

Relativamente ai tempi di esercizio delle due opzioni, queste possono essere esercitate o alla fine dei lavori, oppure alla scadenza dei c.d. S.A.L. (stati di avanzamento lavori), nel numero massimo di due per ciascun intervento complessivo. Il primo stato di avanzamento dovrà riguardare almeno il 30% dei lavori previsti, ed il secondo almeno il 60% o la percentuale necessaria al completamento dell’intervento edilizio dopo il primo S.A.L..

Concretamente, il credito d’imposta ceduto si potrà compensare in F24 con i tributi e contributi dovuti dal cessionario in 5 quote annuali, con cui sarebbe stata utilizzata la detrazione nella dichiarazione dei redditi. Dal punto di vista giuridico, Il gruppo bancario che intende acquisire il credito d’imposta dal committente o dall’impresa, si impegna ad acquistare i crediti maturati per la realizzazione dei lavori ammessi al c.d. superbonus, mentre il cedente (persona fisica, condominio o impresa) si impegna a cedere alla banca i futuri crediti fiscali che matureranno in seguito alla realizzazione dei lavori, regolando il rapporto credito/debito su un conto corrente acceso presso la banca cessionaria fino ad estinzione o riduzione dell’anticipazione concessa. 

Da qualche settimana si attendevano le condizioni offerte dal sistema bancario, che sono arrivate (e stanno ancora arrivando) in questi giorni di Agosto. Unicredit, per esempio, ha comunicato che fino al 30 settembre il prezzo di acquisto del credito d’imposta sarà di 102 euro per ogni 110 euro per le persone fisiche, e di 100 euro per ogni 110 euro per le imprese. In pratica, gli 8 euro ed i 10 euro in meno corrispondono alla commissione da pagare alla banca per l’acquisto definitivo del credito d’imposta. Inoltre, Unicredit applicherà sugli anticipi a fatture e/o contratti un tasso di interesse debitore nominale annuo del 2.75% per persone fisiche e condomini, e del 6.40% annuo per le imprese. Variano le percentuali di garanzia dell’anticipo a seconda dei beneficiari: fino al 100% per le persone fisiche e per i condomini, del 60% per le imprese

L’altro grande gruppo bancario italiano, Intesa Sanpaolo, ha comunicato la formalizzazione di un accordo con la Confederazione delle piccole e medie imprese (Confapi) per la cessione del credito d’imposta. Le condizioni economiche contenute nell’accordo variano a seconda della tipologia del bonus. Quella relativa al prezzo di acquisto del credito d’imposta da superbonus 110% vede una anticipazione sono pari al 90,91% del valore nominale del credito, mentre sul prezzo di acquisto del credito d’imposta da ecobonus e sismabonus (compreso la ristrutturazione edilizia ed il bonus facciate) la percentuale di anticipazione è pari all’80% del valore nominale del credito. Per quanto riguarda la modalità di pagamento, Intesa Sanpaolo dichiara tempi di versamento del corrispettivo di cessione, mediante accredito sul conto corrente indicato dal cliente, pari a 5 giorni lavorativi successivi alla data in cui il credito risulti nel cassetto fiscale della banca e il cedente abbia consegnato al cessionario tutta la documentazione prevista. 

Crédit Agricole presenterà entro pochi giorni un pacchetto di misure sia per la cessione del credito sia per il finanziamento dei lavori a persone fisiche, condomini e imprese edili, all’interno di un plafond pari a 10 miliardi di euro già deliberato dal CdA del gruppo bancario.

BNL, infine, varerà un pacchetto di servizi molto simile a quello di Unicredit, e più precisamente: cessione possibile sia per persone fisiche sia per imprese, e possibilità di finanziamenti-ponte prime che la cessione si possa perfezionare. I costi applicati da BNL non supereranno il 10% dell’importo dei lavori, consentendo pertanto la restituzione integrale dei costi di intervento effettuati dai beneficiari.

In definitiva, le condizioni offerte da Unicredit e BNL sembrano essere al momento le più competitive, ma nei prossimi giorni altri gruppi bancari comunicheranno le proprie condizioni, e si attendono sorprese.

Bonus per autonomi, professionisti e piccole imprese, peggio dell’Italia solo la Grecia

Germania, Olanda e USA le più generose, mentre Norvegia e Danimarca hanno adottato un meccanismo simile alla CIG (con percentuali dell’80%). A parte il “record” di lentezza della Spagna, i tempi di erogazione sono più rapidi di quelli italiani in quasi tutti i paesi presi in esame.

Italia agli ultimi posti, nella speciale classifica degli aiuti post Covid relativamente alle cifre erogate (con tempi di erogazione molto lenti) a beneficio di lavoratori autonomi, professionisti e piccole imprese.

Il recente decreto Agosto del Governo ha di fatto confermato, non senza polemiche, quello precedente in materia di bonus da riconoscere a queste categorie. Infatti, i mille euro di maggio spetteranno senza condizioni a tutti i liberi professionisti non pensionati con reddito 2018 sotto i 35.000 euro, mentre quelli tra i 35.000 e i 50.000 euro di reddito dovranno dimostrare un calo delle entrate nel primo trimestre 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019 pari ad almeno il 33 per cento.

E’ proprio il riferimento al reddito 2018 che ha scatenato proteste del tutto legittime, dal momento che già a Febbraio sarebbe stato possibile certificare, con l’ausilio di un commercialista – di cui si servono massivamente autonomi, professionisti e imprese  – sia il fatturato che il reddito netto (fatturato meno costi, ammortamenti e acconti, molto sinteticamente).

In più, è ancora oscuro – per non dire strumentale all’abbattimento del numero degli aventi diritto – il criterio secondo il quale si sia scelto di prendere come parametro di riferimento di nuovo il primo trimestre 2020, in cui è ricompreso un solo mese di blocco delle attività, e non il primo quadrimestre, periodo in cui gli effetti del lockdown si sono fatti sentire maggiormente ed in cui i ricavi dei professionisti e dei piccoli imprenditori sono letteralmente crollati.

In sintesi, il Governo ha giocato continuamente al ribasso, restringendo la platea degli aventi diritto (anzichè cercare di allargarla il più possibile) e amplificando il disagio causato anche dall’incertezza mostrata dalle casse di previdenza private – che hanno potuto fare ben poco, visti i regolamenti a cui devono sottostare in materia di operazioni straordinarie. Su tutte, la vicenda di Enasarco, la cassa di agenti di commercio e consulenti finanziari, bloccata dagli attriti interni esplosi dopo il rinvio delle elezioni previste per Aprile al prossimo mese di Settembre (220.000 autonomi rimasti senza la promessa anticipazione del FIRR). 

In Europa e nel mondo, quasi tutti hanno fatto meglio di noi. In Germania, per esempio, il sistema di aiuti è stato gestito dai singoli stati federali. Chiunque, in quei giorni di Marzo, ha fatto accesso al portale per la richiesta delle indennità riservate ai residenti delle città, è stato tenuto aggiornato via email sulla propria posizione e sul proprio turno (una sorta di coda telematica) ed ha avuto il via libera in 72 ore con una semplice autodichiarazione di perdite subite per via del virus, ricevendo presso la propria banca, dopo altre 24-48 ore, la somma di 5.000 euro. Identica somma è stata erogata, con gli stessi tempi, alle PMI  fino a 5 dipendenti a tempo pieno, a cui si è affiancato il Fondo federale con altri 9.000 euro, per un totale di 14 mila (per le imprese tra 5 e 10 dipendenti, i fondi federali sono arrivati fino a 15.000 euro).

Peggio dell’Italia solo la Grecia, con un mini bonus di 400 euro per mezzo milione di disoccupati, mentre in Francia il bonus per autonomi e piccole imprese è stato pari a 1.500 euro. In Spagna il bonus è compreso tra 500 e 2.500 euro (anche per le piccole imprese), in Gran Bretagna 2.500 sterline (per tre mesi) ed in Belgio da 1.200 a 1.600 euro. Il sistema bonus viene applicato anche dall’Olanda, che ha erogato la somma di 1.500 euro ai professionisti e di 4.000 euro a fondo perduto per le piccole imprese.

Norvegia e Danimarca, invece, hanno assicurato rispettivamente l’80% delle entrate 2019 (trimestre su trimestre, da ripetere eventualmente per il trimestre successivo) e il 75% (stesso criterio), mentre la Svizzera non ha erogato bonus, ma ha assicurato a tutti gli aventi diritto credito bancario pressoché illimitato (con un tetto molto ampio a seconda del fatturato 2019), garantito al 100% dalla stato e restituibile al tasso dello 0,5% annuo in 5 anni.

Uscendo dall’Europa, gli Stati Uniti hanno erogato in quattro giorni un bonus  da 10.000 dollari alle piccole imprese e 600 dollari settimanali ai loro dipendenti, mentre alle famiglie sono andati (direttamente sul c/c) 2.400 dollari una tantum per i coniugi più 600 dollari settimanali per ogni figlio. Ad Hong Kong il bonus è stato pari a 1.200 dollari per ciascun residente e a 10.000 dollari per ogni piccola impresa.

Relativamente ai tempi di erogazione, l’Italia ha confermato la propria lentezza che già aveva creato enormi disagi alle categorie di lavoro dipendente, a causa dei tempi “biblici” (anche tre mesi) di erogazione della CIG. Relativamente alle partite IVA e alle piccole imprese, il nostro Paese è a metà classifica (in media 15 giorni), tra le 48 ore dell’Olanda ed il mese della Spagna, passando dai 5 giorni di Germania e Francia ed i 7 giorni del Belgio.

Su tutti, sorprende la generosità della Germania, ma non troppo: la forza economica attribuita dall’altissimo avanzo commerciale e, soprattutto, il più basso indebitamento statale consentono all’economia tedesca (così come a quella olandese) di poter erogare fondi di tale portata. Stessa cosa per Norvegia e Danimarca.

In definitiva, nonostante le attenuanti – prima esperienza di pandemia, dopo quelle viste al cinema nelle spy-stories – l’Italia si conferma un Paese fragile e debolmente organizzato, con episodi di mala amministrazione dell’emergenza al limite della civiltà (In Sicilia gli impiegati addetti alla lavorazione delle pratiche CIG hanno preteso, in piena emergenza, un premio di produzione per singola pratica).

Le stesse attenuanti, però, ce li hanno anche gli altri paesi europei e mondiali; eppure hanno tutti fatto meglio di noi.

Calcio italiano, la pandemia non fa bene. Modello di business in totale declino, ora spazio al “tifoso 3.0”

Dopo la pandemia servirà rafforzare l’azienda-calcio con nuovi progetti di inclusione sociale che rompino fruttuosamente con il passato, al fine di introdurre nuove politiche di incremento dei ricavi e dare stabilità al conto economico delle società di calcio. Modello italiano surclassato da Germania, Regno Unito e Spagna.

Di Alessio Cardinale

Il calcio in Italia non è solo lo sport più rappresentativo, ma soprattutto un comparto produttivo che muove, in condizioni normali, anche interessi economici di ampia portata, valutabili (tra valore complessivo della produzione , merchandising e servizi televisivi in abbonamento) in almeno 10 miliardi di euro ogni anno.

Eppure, l’aggregato finanziario dell’azienda calcio – ossia la sommatoria dei risultati di ogni singola società professionistica – sono fallimentari, e determinano l’impellente necessità di un mutamento generale del modello di business tradizionale (quello del “presidente mecenate”) ancora imperante. La sospensione dei campionati e la chiusura degli stadi a seguito della pandemia, poi, si rifletteranno inevitabilmente sui risultati economici del 2020 e soprattutto del 2021 (l’esercizio delle società di calcio si chiude al 30 Giugno di ogni anno, e non al 31 Dicembre).

Per spiegare la natura di questo contrasto tra altissimo grado di interesse degli utenti (i tifosi) e pessimi risultati aziendali, partiamo dai numeri. A livello sportivo in senso stretto, il pallone coinvolge 4,6 milioni di praticanti, con circa 1,4 milioni di tesserati per la FIGC (833.000 tesserati nelle squadre giovanili). Ogni anno in Italia si disputano circa 570.000 partite ufficiali (1.600 partite al giorno, una ogni 55 secondi), e questo dà una misura del fenomeno.

Notevole anche il grado di internazionalizzazione del calcio italiano, che normalmente produce un’audience mondiale (dati 2018) di circa 2 miliardi di telespettatori. In termini di fatturato, ciò si riflette sulla percentuale di contribuzione al risultato globale di settore: 4,7 miliardi di euro, pari al 12% del totale mondiale.

Nel dettaglio, il valore medio della produzione per una società di Serie A (dati 2018) è pari a quasi 154 milioni di euro, mentre in Serie B e in Serie C è pari rispettivamente a 18,6 e a 2,7 milioni (in Serie D circa 345.000 euro, ma a fronte di costi per quasi 372.000 euro). Caratteristica comune di tutte le società che giocano tra la serie A e la D è il forte squilibrio economico creato dal rapporto tra entrate e monte stipendi dell’area sportiva, che rimane purtroppo una costante: tra il 2007 ed il 2018 la perdita aggregata è stata pari a quasi 3,7 miliardi di euro, sebbene ci sia stata una leggera inversione di tendenza nel corso del biennio 2017-2019. Questo si ripercuote sui dati relativi al patrimonio netto aggregato, che a fine 2018 è pari a 490 milioni di euro, ma a fronte di un livello di indebitamento elevatissimo (quasi 4,3 miliardi di euro), che farebbe tremare le gambe a chiunque. 

L’introduzione del c.d. Financial Fair Play UEFA ha perseguito con un certo successo l’obiettivo di spingere i club a diminuire lo sbilanciamento tra costi e ricavi e ad investire maggiormente in attività sociali, negli stadi e nei centri sportivi, e soprattutto nei settori giovanili e nel calcio femminile, ma i risultati concreti tardano ad arrivare anche per grandi società come la Juventus, che oggi sembra persino valutare la cessione di Cristiano Ronaldo – stipendio di 36 milioni di euro a stagione – per far quadrare i conti.

Nonostante la crescita incoraggiante che si era verificata nel 2018 e 2019, la competitività economica della Serie A in confronto agli altri campionati europei, il massimo campionato italiano aveva fatturato circa 2,5 volte di meno della Premier League inglese, che aveva ormai superato i 5,7 miliardi di euro di fatturato netto. Anche la Bundesliga tedesca e la Liga spagnola facevano meglio dell’Italia, che peraltro sconta ancora una profonda arretratezza  relativa sia al profilo infrastrutturale che al livello di servizi offerti all’interno dei vetusti impianti sportivi italiani, che richiedono un urgente processo di aggiornamento e ammodernamento. Purtoppo, il lockdown per gli stadi – massima espressione di assembramento – non è mai finito, e ciò determina il venir meno dei ricavi da stadio, che in Italia rappresentano circa il 25% del valore della produzione (cioè il fatturato), fino a quando verrà il momento di riaprirli (marzo 2021?).  

Relativamente alle perdite aggregate degli ultimi 5 anni, queste sono pari a quasi 1,7 miliardi, mentre le serie maggiori tedesche e spagnole producono regolarmente profitti ad ogni stagione (la serie A inglese ha chiuso la stagione 2018-2019 con quasi un miliardo di sterline di utili), e grazie a ciò avranno la possibilità di superare con minori difficoltà il periodo della pandemia rispetto all’Italia, dove si aggiunge un forte grado di sotto-patrimonializzazione (il patrimonio è pari al solo 10% del monte debiti). Tanto per fare un paragone con i nostri vicini, il calcio tedesco ha un capitale che vale il 40% del debito, quello spagnolo il 25% e quello inglese il 36%.

La sommatoria di questi dati ci fa capire come il sistema del calcio professionistico italiano oggi richieda un potenziamento della visione strategica di lungo periodo, la sola capace di determinare i cambiamenti già avvenuti con successo negli altri paesi europei prima dell’apparizione del Coronavirus.

In particolare, le linee di indirizzo, individuate in funzione della sostenibilità economica e organizzativa di ciascuna società, dovranno essere le seguenti:

– contenimento dei costi legati alla gestione calciatori;

– potenziamento del settore giovanile;

– investimenti nel calcio femminile;

– strutturazione di una moderna ed efficace gestione delle attività di scouting;

– valorizzazione/sviluppo del brand, e l’individuazione di nuove linee di ricavo;

– censimento e profilatura dei tifosi e attività di sviluppo della c.d. fan base;

– nuove politiche di marketing, indirizzate ad aggregati della tifoseria;

– investimenti in infrastrutture proprietarie;

– cultura aziendale incentrata su valori condivisi da dipendenti, calciatori e personale tecnico;

– potenziamento delle attività di comunicazione esterna e di coinvolgimento territoriale.

Pertanto, non è più sufficiente fermarsi all’aspetto squisitamente sportivo del calcio: le società devono oggi essere riconosciute dalla Società Civile come una vera istituzione locale, che abbia la prerogativa di formare giovani (e meno giovani) dal punto di vista socio-culturale, operando all’interno di un ambiente sereno e rispettoso dei valori che solo una lunga tradizione sportiva è in grado di trasmettere.

L’obiettivo è quello di identificare il proprio brand con un nuovo concetto di “cittadinanza sportiva”, da realizzare tramite processi di partnership con aziende del settore, enti pubblici, le scuole e le famiglie. Dopo la pandemia servirà rafforzare l’azienda-calcio con nuovi progetti di inclusione sociale, che rompino fruttuosamente con il passato, al fine di introdurre politiche di incremento dei ricavi (non solo “da stadio”) e dare stabilità al conto economico delle società di calcio.

Per meglio comprendere i cambiamenti da attuare, è bene partire dalle basi. L’attuale modello di Business delle squadre di calcio italiane professionistiche può essere suddiviso in due principali filoni: a) quello B2C (“Business To Consumer”), ossia dell’offerta ai propri clienti/tifosi finali (partecipazione alle competizioni calcistiche, prodotti ufficiali legati al proprio brand); e b) quello B2B (“Business To Business”), cioè dell’offerta di spazi pubblicitari ad investitori, attratti dalla visibilità che la passione dei tifosi può garantire, e della vendita dei diritti televisivi a broadcaster a loro volta interessati a rivendere il “prodotto calcio” sia ad investitori pubblicitari che ai tifosi attraverso gli abbonamenti alle pay tv. A questo modello corrispondono oggi due categorie di appassionati: il “tifoso 1.0”, ossia quello che ama andare allo stadio, ed il “tifoso 2.0”, cioè quello che preferisce vedere le partite in TV, comodamente da casa, magari con gli amici. Le due categorie, peraltro, coincidono in termini di fruizione dei servizi televisivi in occasione delle partite fuori casa, pertanto non esiste un confine perfetto tra la prima e la seconda tipologia di tifoso.

A livello tecnico sportivo, il secondo filone (“B2B”) si realizza anche attraverso la compravendita di calciatori, in occasione della quale le squadre con un importante settore giovanile realizzano plusvalenze anche di grande entità. Il management, al fine di dare stabilità a questi introiti c.d. straordinari, dovrà sviluppare annuali programmi di investimento nello Scouting, capaci di intervenire “in anticipo” – e quindi con minori costi di acquisizione – lungo l’arco della catena distributiva dei calciatori, nonchè costituire una squadra in grado di assicurare negli anni la permanenza nelle serie professionistiche.

Secondo la nuova visione strategica dettata anche dalla pandemia, pertanto, gli obiettivi di una società di calcio, prima ancora che commerciali, non potranno che essere “socio-istituzionali”, utili cioè a far penetrare ancora più in profondità l’immagine della squadra nel tessuto sociale di riferimento: Famiglia, Scuola, enti locali, Terzo Settore e, naturalmente, mondo dello Sport. Le società dovranno saper dialogare e relazionarsi con tutti gli interlocutori sociali, dalle istituzioni politiche alle comunità territoriali, ai quali dovranno essere restituiti valori di responsabilità sociale.

Promuovere il concetto di territorialità, per un Club calcistico, vuol dire offrire agli appassionati un “prodotto di qualità” che non si identifica soltanto con i risultati sportivi. Infatti, esiste tutta una serie di attività finalizzate ad accrescere la fedeltà dei propri sostenitori e ad aumentare il numero di quelli nuovi, lavorando con le famiglie e la comunità nel suo complesso. I club, per metterle in atto, devono essere in grado di sfruttare il potere di attrazione che esercita la partita (“Il Match”), quella che in inglese si definisce la Match Day Experience, per migliorare e “amplificare” l’esperienza-stadio attorno alla quale far ruotare le proprie azioni di marketing.

Le famiglie oggi rappresentano il target ideale delle società di calcio, sebbene il loro coinvolgimento si fermi troppo spesso a semplici offerte di promozioni, e non si estenda al mondo dei bambini e delle scuole. E’ questo il “Tifoso 3.0”: non più una singola persona da coinvolgere, bensì un intero nucleo, all’interno del quale coesistono contemporaneamente notevoli differenze tra un componente ed un altro (uomo, donna, bambino, adolescente, anziano), tutti tenuti insieme all’interno di un unico “contenitore” fisico (l’impianto, la stadio-esperienza) che continua ad emozionare anche nei giorni successivi alla gara precedente.

Basare l’offerta-calcio sul ruolo del tifoso 3.0 consentirà di vendere il prodotto-calcio, nel periodo successivo alla pandemia, sotto forme più diversificate: ingressi, abbonamenti TV, merchandising, abbigliamento, abbigliamento sportivo, formazione, cosmetici e profumi, auto e motoveicoli; e questo rivolgendosi contemporaneamente a differenti target: uomini, donne, bambini, adolescenti e anziani.

Questo approccio potrà determinare uno “scollamento” – meglio dire una decorrelazione – tra i risultati economici di una società di calcio ed i risultati della sua squadra nel campo da gioco, il cui legame indissolubile, fino ad oggi, ha segnato ineluttabilmente l’andamento dei ricavi (e spesso anche le sfortune) di moltissime società.

Autostrada “BREBEMI”, una spinta importante per imprenditori della logistica e mercato immobiliare

Secondo l’ufficio studi Tecnocasa, gli effetti il nuovo tratto autostradale Brescia-Bergamo Milano ha generato effetti importanti anche nel settore delle compravendite di capannoni industriali destinati alla logistica.

Una delle attività che ha avuto una spinta positiva durante il lockdown è stata la logistica. Infatti, la ricerca di strutture, capannoni in particolare, è aumentata e si è concentrata su arterie strategiche, meglio ancora se consentivano un facile accesso alle città.

“Negli anni scorsi l’Ufficio Studi Gruppo Tecnocasa ha visto come i lavori di potenziamento delle infrastrutture siano stati importanti per questo settore e uno degli interventi che ha impattato sul territorio lombardo è stato senza dubbio dato dalla Brescia-Bergamo-Milano  – dichiara Fabiana Megliola, Reponsabile Ufficio Studi Gruppo Tecnocasa – Nel 2019 nei comuni interessati dal suo passaggio si è registrato un aumento dell’11,5% delle compravendite di capannoni ad utilizzo produttivo. La Bre-Be-Mi, infatti, ha decisamente rivalutato il mercato dei capannoni delle aree che si sviluppano intorno ad essa, anche alla luce del fatto che lungo la A4 non sono più presenti spazi utilizzabili, mentre i comuni lungo la Brebemi hanno previsto aree di sviluppo logistico all’interno dei loro PGT”.

Sono numerose le aziende che hanno deciso di insediare i propri complessi produttivi e logistici nella zona. Per citarne alcune: Festa Logistics ha posizionato le sue strutture a Castrezzato (l’altra sede è a Montichiari collegata alla Brebemi attraverso la Corda Molle); Amazon ha destinato una struttura di 30 mila mq all’uscita di Travagliato Ovest nel comune di Castegnato e Porche ha scelto Castrezzato per il Customer Center più grande del mondo (5.600 mq), epicentro del “Porsche Experience Center”. Sempre all’uscita di Rovato Sud, in una struttura di 30.000 mq, si è insediato il sito produttivo della “Coroxal”, mentre all’uscita di Calcio è sorta una struttura produttiva di 50.0000 mq di “Italtrans”, leader nella distribuzione dei prodotti refrigerati per la grande distribuzione.

Sono numerosi gli interventi di sviluppo nelle aree dei comuni dislocati lungo la Brebemi, e questo ha portato ad un aumento di prezzi e canoni di locazione, che lungo la Brebemi sono di 24-26 € al mq annuo (compravendite a 550 – 650€ al mq). La maggior parte degli interventi sono del tipo build to suit, ovvero sono le stesse aziende che commissionano la costruzione dei capannoni sui terreni già liberi e destinati a finalità produttive o logistiche. Buona domanda di capannoni anche a Romano di Lombardia e nei comuni limitrofi anche se, in questo momento, si segnala una distanza tra le richieste dei proprietari (600 € al mq) e la capacità di spesa dei potenziali acquirenti (350-400 € al mq), e questo determina la presenza di molte soluzioni invendute.

La richiesta prevalente è per immobili in affitto da destinare alla logistica. Si registra la presenza di chi cerca terreni per costruire l’immobile. I canoni di locazione si aggirano intorno a 25 € al mq annuo con punte di 50 € al mq annuo per le tipologie posizionate in aree ad elevato passaggio.

“I dati di Tecnocasa confermano ulteriormente il trend emerso dal recente studio AGICI sulle ricadute della nostra infrastruttura sul territorio – afferma il Presidente di A35 Brebemi, Francesco Bettoni. In particolare, solo nell’ultimo anno (2019), lo sviluppo del settore immobiliare lungo la Brebemi ha fatto registrare dati significativi a beneficio delle amministrazioni locali e di conseguenza dei cittadini: 120 milioni di euro di nuovi investimenti, 4,1 milioni di euro incassati dai Comuni per gli oneri di urbanizzazione e 2 milioni di euro/anno di IMU riscossa dai Comuni stessi con una previsione di altri 5-10 milioni di euro/anno a regime, quando tutti gli insediamenti saranno completati”.

Grant Thornton, pessimismo sul futuro delle aziende italiane. Solo 23 su 100 sono ottimiste

Secondo Grant Thornton, nei primi sei mesi dell’anno in Italia l’ottimismo economico è diminuito del 10% rispetto al 2° semestre del 2019, con “solo” il 23% delle aziende positive sulla ripresa nei prossimi 12 mesi. Nel mondo tale fiducia è scesa al 43% (-16%).

Milano, 30 luglio 2020 – Per i primi sei mesi dell’anno il network di consulenza internazionale Grant Thornton indica un deciso calo dell’ottimismo da parte delle aziende italiane (-10%) per quel che riguarda le aspettative economiche per i prossimi 12 mesi, con solo il 23% delle aziende ottimiste sulla ripresa. La performance italiana segue il trend di forte peggioramento su scala mondiale (-16%) che tocca il livello più basso dalla crisi dell’Eurozona del 2011-2012. Anche in Europa si inasprisce l’ottimismo che, in linea con il dato globale, diminuisce del 16% rispetto al 2° semestre dell’anno, con solo il 29% di imprese positive.

Un quadro di incertezza generale che – secondo Grant Thornton – riflette un clima di pessimismo sulle aspettative future delle imprese verso i fattori chiave della crescita economica quali fatturato, redditività e occupazione, che preannunciano un anno potenzialmente difficile per l’andamento del business. Per quanto riguarda la situazione italiana, solo il 24% delle aziende italiane si aspetta un aumento dei ricavi nei prossimi 12 mesi, dato in netta caduta rispetto al 42% registrato nel 2° semestre 2019. Al contrario, il 40% si aspetta una diminuzione. Osservando la media globale solo il 34% si aspetta un aumento nei ricavi, in discesa di ben 20 punti percentuali rispetto al 2° semestre 2019.

Una quota importante di aziende, pari al 65%, si aspetta che il Covid-19 avrà un impatto negativo sui ricavi nel 2020 che, secondo le aziende intervistate, diminuiranno in media a livello globale del 9,7% nel 2020 a causa degli effetti della pandemia. Andando a focalizzare i diversi livelli di perdita, in Italia lo scenario di previsione non sembra così scoraggiante, infatti, è di solo il 2,7% il numero di imprese che vede gli impatti del Covid come causa di perdita economica superiore al 50%, per l’11,3% rappresenta una perdita tra il 20 e il 29%, mentre la quota maggiore, il 32,7%, si aspetta una perdita minore, compresa tra l’1 e il 9%. Fa ben sperare un 4,7% che immagina un aumento dei ricavi del 10%.

L’attuale contesto di crisi ha determinato un forte picco di incertezza economica: il 66% delle aziende identifica l’incertezza come un vincolo aziendale (con quasi 1 su 3 aziende che lo identifica come un “grave” vincolo). In Italia il dato sale al 68% (+19% rispetto al secondo semestre del 2019) mentre in Europa rimane più basso al 59% (+14%).

Tra i fattori più limitanti per la crescita vi è anche la carenza di ordini, dichiarata come vincolo dal 57% delle aziende italiane, che supera di poco il dato globale al 55% (più basso quello europeo al 51%). Il crollo della domanda, elevati livelli di incertezza e preoccupazioni per la disponibilità finanziaria sono tutti elementi che in egual misura contribuiranno a ridurre le intenzioni di investimento.

In Italia, diminuisce (-18%) il numero delle imprese che pianificano di investire nella qualità dei prodotti e servizi, con solo il 29% delle imprese che prevede di aumentare le spese in R&S nei prossimi 12 mesi. Dati negativi anche sulla crescita dell’export, sul quale la percentuale delle imprese ottimistiche è più che dimezzata passando dal 38% del 2019 al 16% di quest’anno.

Brutte notizie anche per quanto riguarda l’occupazione, scende infatti il numero delle aziende italiane che prevede di assumere nuovo personale nel prossimo anno (dal 36% al 21%), con un calo pressoché identico all’Unione Europea (dal 36% al 20%). Complice di questa situazione gli impatti drammatici della pandemia da Covid-19 sul mercato del lavoro, che ha fatto sì che il solo 28% delle aziende del mondo prevede di assumere nuovo personale nei prossimi 12 mesi (45% nel 2° semestre 2019).

A causa delle conseguenze della crisi in atto, molte aziende (quasi il 50%) stanno prendendo in considerazione l’implementazione di misure di sicurezza sul lavoro in vista della ripresa, un sentiment forte anche in Italia (quasi il 35%) e in Europa (38%). Rimarrà alta l’attenzione verso il mantenimento del flusso di cassa: a livello globale il 40% delle aziende ha iniziato a pianificare le risorse necessarie per la fase di rilancio, in Italia il 19% e in Europa il 30%. Oltre a sensibilizzare le imprese sulla necessità di maggiore tecnologia e trasformazione digitale nelle prossime strategia aziendali (Italia 31%, Europa quasi il 36% e nel mondo circa il 46%), la pandemia da Covid-19 ha evidenziato l’importanza di una migliore flessibilità delle organizzazioni (riconosciuta dal 30% delle imprese italiane, 40% europee e 46% globali) e dei processi di gestione delle crisi (circa 25% delle imprese italiane, 31% europee e 42% globali).

Gabriele Labombarda

Gabriele Labombarda, Partner & IBC Director Bernoni Grant Thornton commenta: “come si evince dai risultati, l’ottimismo aziendale ha visto un forte peggioramento su scala globale, motivato dalle deboli performance economiche degli ultimi mesi legate soprattutto agli impatti del Covid-19 sui mercati internazionali. In particolare, le conseguenze derivanti dalla diffusione della pandemia, come il crollo della domanda, gli elevati livelli di incertezza e le preoccupazioni sulla disponibilità finanziaria, impongono oggi alle aziende una riflessione e revisione delle proprie strategie aziendali relative al prossimo futuro. Molte aziende hanno saputo approfittare della forzata inattività e/o della riduzione dei volumi di lavoro conseguenti il lock-down e hanno avviato azioni volte a contrastare le difficoltà causate dalla pandemia, come, ad esempio, il ripensamento e la riorganizzazione dei processi interni e la ristrutturazione della propria posizione finanziaria, preparandola per la ripartenza.”