Luglio 31, 2026
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Volker Schmidt: con la Brexit sterlina giù e probabili tassi negativi

La Gran Bretagna accusa il peggior crollo del Pil degli ultimi tre secoli. Un nuovo slittamento della data del 31 dicembre per la fine dei negoziati con l’Ue sarebbe il peggior scenario possibile.

“La crescita economica inferiore alla media, il massiccio deficit di bilancio, il rapporto tuttora non chiaro con l’UE e una politica monetaria ancora più espansiva sono tutti elementi che lasciano presagire un ulteriore deprezzamento della sterlina britannica rispetto all’euro. Sebbene la Bank of England abbia finora respinto l’idea di introdurre tassi negativi, riteniamo che finirà per infrangere questo tabù e seguire le orme della Bce. Questo metterebbe ancora più pressione sulla valuta britannica, causandone l’ulteriore deprezzamento”. È l’analisi di Volker Schmidt, Senior Portfolio Manager di Ethenea.

Il doppio choc della Brexit e della pandemia ha colpito in modo particolarmente duro l’economia britannica. L’aumento della disoccupazione, il calo dei fatturati e la perdita di posti di lavoro, soprattutto nel commercio al dettaglio e nel settore dell’intrattenimento, hanno fatto scendere il prodotto interno lordo britannico più che in qualsiasi altro paese industrializzato. Il -11,3% stimato nel 2020 è il dato peggiore degli ultimi tre secoli. A ciò si aggiunge il fatto che il Regno Unito dipende dalle relazioni commerciali con l’UE molto più di quanto l’UE non dipenda dal Regno Unito, dato che circa la metà delle importazioni e delle esportazioni britanniche di merci e servizi riguarda scambi con l’UE. Anche l’accordo più favorevole possibile sulla Brexit imporrebbe a Londra investimenti significativi nella riconversione della produzione e della catena di approvvigionamento, nonché l’adeguamento ai nuovi controlli alle frontiere e ai nuovi requisiti in materia di documentazione.

“Una situazione che graverà ulteriormente sull’economia britannica e che eserciterà ulteriori pressioni al ribasso sulla sterlina», sottolinea Schmidt, «mentre i titoli di Stato britannici dovrebbero continuare a essere considerati un porto sicuro”.

Quest’anno la Bank of England ha già abbassato due volte il tasso di riferimento portandolo dallo 0,75% allo 0,1% e di recente ha incrementato di altri 150 miliardi di sterline gli acquisti di titoli di Stato, saliti ormai a quota 875 miliardi di sterline. La domanda così creata dovrebbe da un lato stabilizzare il mercato obbligazionario e dall’altro mantenere bassi i tassi, agevolando quindi il finanziamento pubblico. Inoltre gli investitori possono essere praticamente certi che, in caso di necessità, potranno rivendere alla Banca centrale i titoli di Stato acquistati.

Volker Shmidt

La sterlina rimarrà sotto pressione, dato che, a un mese dalla fine della fase di transizione della Brexit, non è ancora stato trovato un accordo accettabile sulle future relazioni commerciali tra UE e Regno Unito. La Banca centrale farà di tutto per attenuare le ripercussioni negative dell’uscita dall’UE e della pandemia di coronavirus. Sono già stati annunciati ulteriori acquisti di obbligazioni e si discutono altre misure. Finora la Bank of England si è rifiutata di adottare tassi di riferimento negativi, ma presto potrebbe cambiare idea.

“Infine, se la scadenza del 31 dicembre 2020 sarà posticipata ancora una volta e i negoziati proseguiranno anche nel nuovo anno, si scivolerebbe in un incubo senza fine, probabilmente il peggiore tra tutti gli scenari possibili a causa del perdurare delle incertezze. Abbinato al coronavirus, questo metterebbe ancora più in difficoltà l’economia britannica”, conclude Schmidt.

La consulenza finanziaria che non c’è. Diario di un sistema che non impara dai propri errori

Imbrigliare la consulenza finanziaria, per sua natura sartoriale, in una griglia rigida di regole asfissianti, rischia di procurare più danni che benefici.

Di Maurizio Nicosia*

Nelle scorse settimane ho festeggiato i 20 anni di iscrizione all’albo, e riflettevo sulle motivazioni che mi hanno indotto a lasciare il porto sicuro della banca tradizionale per abbracciare il mondo della consulenza finanziaria. In realtà allora si chiamava promozione finanziaria, e l’idea che il sistema aveva dei promotori finanziari era quella che fossero dei venditori di spazzole.

Chi, come me, aveva vissuto nel mondo delle banche e si occupava di risparmio o investimenti, stava vivendo la trasformazione della banca da anello di congiunzione tra famiglie e imprese a moderno Cerbero commerciale che, attraverso continue pressioni e scadenze quotidiane, traghettava verso l’ignoto gli ignari impiegati, spremendoli come limoni via via che i margini sugli interessi si comprimevano.

Noi bancari di allora eravamo stanchi, e parecchi di noi avevano voglia di unirsi a quei pionieri che avevano fondato la libera professione non avendo neanche gli strumenti migliori per gestire i risparmi. Ma la banca tradizionale, come istituzione, resisteva e reagiva; e così i cattivi, agli occhi dei clienti, continuavano ad essere i promotori finanziari, che faticavano non poco a crescere professionalmente e a consolidare il proprio ruolo sociale, pur cominciando a beneficiare economicamente dell’onda lunga del risparmio gestito, quella che si trascina ancora oggi.

La crisi finanziaria del 2007 ha dato una spallata al sistema, e le reti di promotori, grazie ad una maggiore consapevolezza professionale, hanno ingranato la quarta ed iniziato un inarrestabile corsa che portava alla loro affermazione e alla progressiva erosione delle quote di mercato appartenenti al mondo bancario tradizionale, il quale cominciava a risentire della crisi da mancanza di margini e da asfissia di impieghi alle imprese.

Quello è stato il momento della svolta, e noi ex bancari siamo diventati consulenti nel momento in cui abbiamo realizzato che eravamo gli unici a poter accompagnare le famiglie nelle loro scelte di vita, entrando nelle loro case. Dalla vendita allo sportello di prodotti siamo passati rapidamente alla pianificazione finanziaria, cominciando subito a lavorare sulle esigenze e non sulla vendita dei prodotti da banco. Molti di noi, ancora oggi, conservano le prime schede-incontro dove segnavamo a mano la storia delle famiglie che incontravamo e il piano di azione che rispondesse agli obiettivi della loro vita.

La consapevolezza che esiste un metodo per gestire il ciclo di vita familiare ha contribuito più che mai alla nascita degli odierni consulenti finanziari, che a pieno titolo hanno iniziato un percorso di graduale abbandono della veste di semplici collocatori di prodotti.

Viene da chiedersi, però, cosa abbiano fatto gli intermediari nel loro complesso, mentre i consulenti camminavano – anzi, correvano – lungo questo percorso di sviluppo virtuoso: hanno forse fatto della consulenza la loro bandiera, prendendo le distanze dai disastri comminati al sistema finanziario ed ai risparmiatori negli ultimi trent’anni? Non esattamente. Come rimedio generale, infatti, le massime istituzioni europee ci hanno “donato” le due MiFID. In particolare, si è preteso che la risposta al sistema “combina-disastri” poteva essere trovata nella MiFID II, con la quale l’Unione Europea ha cercato di normare rigidamente i processi di produzione e distribuzione degli strumenti finanziari e persino della consulenza, ingabbiando di fatto il sistema.

Pertanto il legislatore, conoscendo perfettamente le logiche del mondo bancario, ha inserito delle regole che impedissero agli intermediari di produrre periodicamente gli scempi a danno dei risparmiatori. Però, imbrigliare la consulenza, per sua natura sartoriale, in una griglia rigida di regole asfissianti, rischia di procurare più danni che benefici, proprio come si è verificato a marzo, allorquando gli intermediari si sono concentrati non su come tutelare il patrimonio dei clienti e su come gestirlo (bene, dinamicamente) durante le fasi più acute della crisi, ma su come svolgere al meglio il compitino della MiFID II, attivando persino sistemi automatici di blocco degli investimenti “per rischio mercato” al fine di evitare eventuali – e assolutamente improbabili, date le circostanze – responsabilità legali.

Il “sistema MiFID”, pertanto, ha mostrato di saper tutelare se stesso, ma non migliaia di clienti delle reti di consulenza finanziaria, e cioè quelli che tra Marzo e Aprile, a seguito dei fortissimi ribassi di borsa di quei giorni tremendi (ricordate il – 16.94% del 12 Marzo 2020?), manifestavano al proprio consulente la volontà di voler investire per approfittare del crollo del listino – o per “mediare” il prezzo dei loro strumenti finanziari, scesi anche del 40% – ma ciò gli veniva impedito dai blocchi MiFID.

Una cosa mai vista prima di allora: il sistema dei controlli che forza la stessa volontà dei clienti, assumendo così un ruolo “autoritario” che stride fortemente con qualunque regola liberista e democratica su cui dovrebbe poggiare il mondo della Finanza e del Risparmio.

Il progetto sognato di una consulenza finanziaria di parte terza, slegata dal prodotto, si infrange così sul muro della MiFID II e sulla vendita in appropriatezza di prodotti da banco che “marginano” di più, oppure sui processi di fidelizzazione del cliente attraverso il riconoscimento della forza del marchio. A ben vedere, proprio quest’ultimo punto rivela il desiderio  – manifestato già con la MiFID I – del sistema bancario-finanziario di ridurre il ruolo dei consulenti a meri spettatori non pensanti, asserviti a regole che sviliscono meritocrazia e professionalità.

Oggi, a causa del fiume in piena di masse amministrate che arriva alle reti dalle banche tradizionali, si sta perdendo la focalizzazione sulla consulenza olistica e sulla sua capacità di emancipazione dei consulenti, dei clienti e – perché no – anche delle società mandanti. Infatti, il consulente lavora insieme al cliente in funzione del ciclo di vita, del budgeting familiare, della classificazione di priorità tra bisogni ed esigenze, ma poi deve confrontarsi con dei “freddi” motori di asset allocation, all’interno dei quali – ob torto collo – egli deve individuare strumenti idonei a coprire delle esigenze che in realtà sono analizzate, al massimo, in una ottica di massimizzazione del rischio-rendimento generico. Così procedendo, dato lo scarso livello di educazione finanziaria dei clienti – molti dei quali ancora oggi sono inclini alla ricerca del prodotto “speciale che rende bene” – sarà molto difficile portare la consulenza patrimoniale al centro dei processi di crescita della nostra economia.

Maurizio Nicosia

In definitiva, mentre i consulenti finanziari vanno verso una direzione innovativa, che “rompe” con il passato, in cui l’attività di gestione dei risparmi è strumentale al raggiungimento del benessere dei clienti (e non più del rendimento), il sistema banche-reti continua ad avanzare nella sua direzione del massimo profitto, determinando una scollatura dalla tradizionale comunità di intenti che una volta aveva con gli ex promotori. Pertanto, risulta sempre più difficile conciliare le due posizioni, almeno finchè le reti non decideranno di adeguare la propria offerta di servizio-prodotto alle necessità di vita dei clienti – e non semplicemente a quelle finanziarie – e ad un modello di gestione di tali esigenze attraverso servizi avulsi dalla semplice gestione degli strumenti finanziari. Soltanto così, affiancando la “gestione del benessere familiare” ai prodotti finanziari si potrà mitigare l’eterno conflitto di interessi di un sistema che non riesce ad imparare dai propri errori.

La MiFID II, purtroppo, non agevola questo salto di qualità, e sarà difficile, nel breve periodo, convincere gli intermediari che il modello iper-standardizzato genera danni ai consumatori, e finirà con l’irritare gli stessi consulenti, stretti come sono tra mille regolamenti e nuove mansioni poco adatte al cuore della professione: l’attività di relazione.

* Area manager di una primaria rete di consulenza finanziaria italiana

Oggetti preziosi, un 2020 negativo. Luigi Monacò: con la pandemia si afferma il gioiello come investimento

Scende sensibilmente il fatturato dei beni di lusso nel 2020, ad eccezione degli oggetti di alta gamma che si affermano come strumenti di investimento “di emergenza”. Il 2021 previsto in forte ripresa, con il consolidamento del mercato retail digitale.

Non va bene il mercato dei beni di lusso. Secondo il Worldwide Market Monitor 2020 di Altagamma-Bain & Company, infatti,  il calo del 2020 sarà senza precedenti (tra -20% e -22%), con una flessione prevista intorno al 23% per i beni di lusso personali, che scende a 217 miliardi di euro (scenario di base) e potrebbe scendere fino a -25% nello scenario peggiore.

Per il 2021, prevista una ripresa di circa il 14%, con differenze tra un produzione all’altra e tra un mercato domestico e l’altro. Secondo Matteo Lunelli, presidente di Altagamma, sebbene il ritorno ai livelli pre-crisi sia previsto a partire dal 2022, e con una certa gradualità, il peggio dovrebbe essere alle spalle. Altagamma stima per il 2021 una crescita a doppia cifra in tutti i comparti, con il consolidamento del mercato retail digitale (+22%).

A seconda dei settori e della capacità di approvvigionamento di materie prime, la ripresa potrebbe essere più o meno veloce. Per esempio, per l’alta orologeria difficilmente verranno a mancare le materie prime, cosa che, al contrario, potrebbe succedere per l’alta gioielleria. Infatti, le pietre estratte dai giacimenti di smeraldi, diamanti e rubini sono “esauribili”, e con il passare del tempo diventano sempre più rare da trovare. Questa è la spiegazione della forza intrinseca mostrata dell’alta gioielleria in questo 2020, in particolare nel segmento dell’alta gamma, che ha fatto meglio del segmento nel suo complesso (- 23%).

Per il 2020, a consuntivo, l’AltagammaBain Worldwide Luxury Market Monitor prevede un calo del 15%, con le vendite che si assesteranno a 18 miliardi. In questo modo, il recupero del 14% previsto nel 2021 potrebbe compensare quasi del tutto la debacle di quest’anno.

Per avere un feedback diretto dal mercato, Patrimoni&Finanza ha intervistato Luigi Monacò, player siciliano di settore con esperienza venticinquennale, perito del tribunale e consulente nel campo dell’alta gioielleria e orologeria di pregio.

Qual era il trend di mercato dei preziosi prima dello scoppio della pandemia?

Il mercato dei preziosi negli ultimi anni ha mantenuto un trend pressoché costante nelle vendite, con una clientela sempre più selezionata ed alla costante ricerca del gioiello diverso e di tendenza. Si vende soprattutto una gamma di prodotti che possano rispondere alle esigenze delle differenti fasce di consumo, spaziando dal prodotto di alta gioielleria a quello di bigiotteria evoluta . Questo è quello che gli operatori del settore fanno da anni per far si che l’approccio ai consumi sia sempre stimolante. 

Volendo fare un bilancio a consuntivo di questo 2020 da dimenticare, qual è il risultato medio di settore?

Quest’anno per il nostro settore, come per molti altri, è stato funestato dalle restrizioni causate dalla pandemia e dal lungo lockdown, che hanno penalizzato pesantemente il nostro settore con un calo medio del fatturato anche del 40%. Si pensi, per dare una immagine concreta del danno subito, che l’emergenza sanitaria ha fatto perdere appuntamenti importanti per il nostro settore come i matrimoni, le lauree e le comunioni, che ogni anno danno una spinta fondamentale al nostro fatturato.

Quali sono le prospettive di mercato per il 2021?

Inevitabilmente, il 2021 segnerà un segno positivo rispetto all’anno precedente, salvo nuove chiusure. Ovviamente, non mi spingo a quantificare la percentuale del recupero, ma posso dire che quest’anno si è affermato con forza il mercato del gioiello come forma di investimento per il “non si sa mai”. Non è un caso. Basti pensare all’aumento esponenziale delle vendite di preziosi da parte dei privati che, in momenti di contrazione dei guadagni come in questo periodo, hanno reperito liquidità rapidamente accedendo ai servizi di credito su pegno di beni preziosi. Infatti, i dati del 2020 hanno registrato un incremento del 35% di polizze di pegno rispetto allo scorso anno. Dall’altro lato, però, diminuisce il potere di acquisto delle famiglie di fascia reddituale media, per le quali l’approccio all’acquisto di un gioiello sarà più difficile.

Nella sua attività gli orologi di pregio hanno un posto particolare. Come si è comportato questo settore così apprezzato da investitori e appassionati?

Il settore dell’orologeria ha avuto un impennata esponenziale sulle vendite, essendo considerato ad oggi dai più come una forma alternativa di investimento, con crescite sul valore di acquisto di determinati modelli superiore al 15% l’anno, in netta contrapposizione con alcuni prodotti finanziari tradizionali le cui performance hanno avuto in questo momento delle inevitabili flessioni. Questa spasmodica richiesta di orologi è accentuata da una scarsa reperibilità di prodotto presso i rivenditori ufficiali, il che incrementa gli scambi da parte di reseller (rivenditori) con un sovraprezzo rispetto ai listini anche del 100%.

Quali sono i marchi di orologi più scambiati? E quali quelli che tengono meglio (o peggio) le quotazioni nei momenti di crisi come quello che stiamo attraversando?

La richiesta è abbasta variabile, per citare i principali marchi: Rolex, Patek Philippe, Audemars Piguet ed ultimo, ma non meno importante, Omega, che ha ad oggi un eccezionale rapporto qualità prezzo. Tra i marchi che tengono meglio il mercato si conferma testa di serie Rolex, che con alcuni dei suoi modelli è icona nel mondo dei collezionisti. Tra le proposte delle principali case d’asta negli ultimi anni, Rolex ha fatto performance importanti, con un trend di rivalutazione sempre crescente.

Luigi Monacò

Se dovesse consigliare ad un cliente indeciso un prezioso da investimento, capace di rivalutarsi nel tempo, che scelta suggerirebbe?

Io consiglio sempre ai miei clienti di acquistare principalmente un prodotto di qualità, poichè nel tempo farà sempre la differenza. I diamanti, ad esempio, se sono adeguatamente certificati da enti riconosciuti a livello mondiale, non hanno rivali. 

Quale consiglio pratico si sentirebbe di dare a chi si avvicina la prima volta all’acquisto di un oggetto prezioso?

Semplicemente di fare una scelta dettata dall’emozione che l’oggetto prezioso riesce a trasmettergli. In questo campo, il cuore conta spesso più della testa.

Marco Simion: altri 12 mesi di mercato rialzista. La pandemia non ha modificato il trend già chiaro nel 2019

Secondo Marco Simion di Zest, ci troviamo all’interno di una fase di “secular bull market” del mercato Usa, che potrebbe durare ameno per tutto il 2021. Mercati emergenti ed Europa possono sovraperformare gli Usa. Il fondo Zest Global Opportunities mantiene il primato del rendimento nella propria categoria, con un +45% a 12 mesi.

“L’osservazione dei dati macro fa pensare che il tono di fondo del mercato azionario Usa sia ancora positivo: siamo all’interno di una fase cosiddetta di “secular bull market”, quindi di una tendenza rialzista di lungo periodo, che, al netto di fattori esogeni oggi imprevedibili, dovrebbe continuare per almeno altri 12 mesi. Quindi possiamo essere ottimisti per il prossimo futuro”. È l’indicazione per il 2021 di Marco Simion, gestore del fondo Zest Global Opportunities, che anche a novembre mantiene il primato del rendimento nella propria categoria, con un +45% a 12 mesi (al 2/12/20).

“I segnali di questa tendenza rialzista erano già presenti a fine 2019 – spiega Simion – e l’impatto della pandemia da Coronavirus non ha modificato la situazione di base. Questo non vuol dire che non ci saranno cali del mercato, ma che i ribassi possono essere considerati occasioni di acquisto e non di fuga dal mercato”.

Tra i diversi fattori che sostengono questa tesi si possono citare: l’Equity risk premium (ovvero l’extra rendimento azionario atteso dal mercato rispetto al rendimento di attività prive di rischio) rimane favorevole, per il basso rendimento dei titoli governativi; i tassi di interesse restano bassi; le politiche delle banche centrali continuano a immettere liquidità nel mercato; i prezzi delle case sono in aumento; il sentiment positivo degli asset manager, che, secondo l’ultimo sondaggio di Bank of America, prevedono un inizio del ciclo espansivo piuttosto che l’arrivo di una recessione, situazione simile a quella dell’estate 2009, quando è iniziata la fase di uscita dalla grande crisi finanziaria.

“Ma ritengo che l’indicatore chiave per interpretare l’attuale ciclo del mercato azionario possa essere la percentuale di partecipazione al mercato”, precisa Simion. “La percentuale di azioni del New York Stock Exchange al di sopra della media a 200 giorni ha raggiunto il picco dell’82% nella seconda metà di novembre 2020. L’S&P500 in genere registra rendimenti più forti quando ci sono più azioni partecipanti, che si può tradurre in un andamento migliore della media per un numero molto ampio di settori economici. E la partecipazione di solito raggiunge il picco prima del mercato. Le preoccupazioni per un picco di mercato e, quindi, per il possibile avvio di un ciclo ribassista, si intensificheranno quando la partecipazione sarà inferiore al 60%. Da quel momento bisognerà iniziare ad alleggerire l’esposizione azionaria. Pensiamo che potrebbero mancare ancora più di 12 mesi”.

Questa è la situazione degli Stati Uniti, che restano il principale driver dei mercati azionari mondiali, visto che l’America pesa per oltre il 57% dell’indice mondiale dei mercati, Msci World.

Marco Simion

Se il mercato Usa salirà, è verosimile immaginare che questo andamento potrà avere un effetto positivo anche sugli altri mercati. Per esempio, i paesi emergenti, che mostrano dati economici positivi, come indica il Citi Economic Surprise Index dell’area (Cesi EM), e che, essendo inversamente correlati all’andamento del dollaro, beneficiano della debolezza della valuta Usa. Ma anche l’Europa: le borse europee devono ancora recuperare 8 punti percentuali dai livelli pre-Covid, quindi i margini di recupero sono persino maggiori rispetto alle borse Usa. “In questo quadro, scegliere dove investire naturalmente resta una sfida aperta. Ma se si condivide lo scenario di fondo, il passo successivo è quello di affidarsi ai gestori professionali che sono in grado di individuare correttamente i settori e i titoli in grado di beneficiare dei movimenti di mercato di breve e medio termine”.

Prospettive sulla Consulenza Finanziaria: cresce la fiducia nei consulenti, decresce il loro numero

I dati della ricerca annuale di Consob e il dibattito avvenuto all’edizione digitale di ConsulenTia 2020 restituiscono un focus molto dettagliato sul cambiamento nelle abitudini delle famiglie italiane e sul ruolo dei professionisti della Consulenza Finanziaria.

Dicembre, tradizionalmente, è il mese più adatto per anticipare bilanci e tendenze dell’anno che sta finendo. Il 2020, poi, è funestato ancora dal dominio – è il caso di dirlo – del Covid-19, ma per il settore della Consulenza Finanziaria non è stato poi così cattivo, e i dati mostrano chiarissimi segnali di una controtendenza che ormai non sorprende più nessuno. Oltre alla forte crescita delle masse amministrate e della nuova clientela, infatti, cresce nel 2020 (dal 30% al 34%) anche la partecipazione ai mercati da parte delle famiglie italiane, a dimostrazione delle mutate abitudini di investimento degli italiani. E’ quanto emerge dal VI Rapporto della Consob, grazie al quale ricaviamo alcune conferme – gli strumenti più utilizzati dagli italiani nelle scelte di investimento sono la liquidità, i fondi comuni e i titoli di Stato – ed alcune novità. Tra queste, l’aumento significativo di risparmiatori che si sono affidati a un consulente finanziario (41% dei casi, in crescita dal 30% del 2019), contrapposto alla diminuzione “simmetrica” del numero di quanti decidono autonomamente come e dove investire (29% dei casi, dal 40% della precedente rilevazione).

Ancora altissima (poco meno del 60%), purtroppo, la percentuale di quanti, anzichè rivolgersi ad un professionista, consultano solo familiari e amici prima di effettuare una scelta, e ciò dimostra quanto sia elevato il margine di miglioramento, in termini di riconoscibilità sociale, per i consulenti finanziari, ma anche quanto migliorabile sia la cultura finanziaria in Italia.

Una prova indiretta della utilità di avere una relazione di fiducia con un consulente finanziario (anche indipendente), va individuata nella circostanza che coloro che ricorrono al servizio di consulenza detengono una quota di liquidità più contenuta rispetto a chi non è seguito da un consulente, per via del fisiologico aumento di cultura finanziaria che si accompagna alla frequentazione di un professionista. Non è quindi un caso che, come emerso dal Rapporto Consob, il livello di Educazione finanziaria degli italiani, sebbene inferiore alle medie di altri paesi UE, stia aumentando lievemente rispetto alle rilevazioni degli anni precedenti: la quota di intervistati che risponde correttamente a domande su conoscenze finanziarie di base (concetti di diversificazione e rischio-rendimento) oscilla dal 38% al 60%.

Alla prima edizione digitale di ConsulenTia, l’evento ideato da Anasf (Associazione Nazionale Consulenti Finanziari), le reti di consulenza finanziaria sono giunte con alle spalle un anno di forte crescita, rivelandosi al momento come aziende “anticicliche”, nonostante la pandemia, anche dopo un decennio inarrestabile di sviluppo dei volumi di masse amministrate. L’emergenza sanitaria, infatti, ha evidenziato la resilienza dell’industria del risparmio, che è stata in grado di attrarre nuovi flussi netti di investimenti e di regalare ai consulenti finanziari nuove motivazioni per il 2021.

Secondo la ricerca svolta da McKinsey nei mesi di aprile, giugno e novembre, le aspettative dei consulenti finanziari sui primi segnali di ripresa dell’economia e delle attività si sono spostate a fine 2021, però i professionisti dell’investimento sono riusciti, nonostante ciò, ad attrarre nuova clientela. Questo è potuto avvenire grazie all’aumento della frequenza di interazione con i clienti durante l’anno, a riprova che il ruolo del consulente va assumendo una maggiore centralità per le famiglie, e che la gestione dei clienti da remoto, grazie alla web collaboration, è stata “digerita” bene dal mercato e potrà strutturare in futuro una parte importante dell’attività di contatto e relazione.

LEGGI ANCHE: La MiFID e la Dissonanza Cognitiva. In che direzione va la professione di consulente finanziario

Secondo Luigi Conte, Presidente di Anasf, “…Serve un approccio olistico per creare valore per i clienti, e serve includere uno scopo extra finanziario alle soluzioni di investimento….I consulenti hanno sempre presidiato il rapporto con i clienti in maniera forte e radicale, soprattutto in questo periodo, e sono proprio la ricerca continua della relazione con il cliente e la costante presenza nei momenti difficili che hanno reso possibile il riposizionamento sui mercati e la revisione degli obiettivi di medio e lungo periodo…”. Tutto vero, ma rimane aperta la questione del rinnovo generazionale, non sufficientemente affrontato in questa edizione di ConsulenTia, così come in quelle precedenti, dove non si mai andati oltre alle semplici dichiarazioni di intenti.

Del resto, neanche Consob ha speso parole su questo problema, relativamente al quale il 2021, con la fine dell’emergenza, sembra essere sempre il punto di non ritorno verso un futuro sfoltimento della categoria dei consulenti finanziari, qualora non si faccia qualcosa di concreto. Infatti, nei prossimi 10 anni almeno 15.000 di essi raggiungeranno e supereranno l’età pensionabile, e senza risorse fresche – al momento né AssoretiAnasf sembrano granchè interessate ad una politica di forti investimenti sulla formazione di giovani consulenti – gli attuali 33.000 professionisti attivi sono destinati a diminuire notevolmente, anche per via delle riduzioni autonome di consulenti “sotto soglia” esercitate singolarmente dalle reti, ogni anno.

Italia, un Recovery Plan “radical chic”: il 38% degli stanziamenti alla rivoluzione verde, solo il 4,5% agli ospedali

Davvero sorprendente il criterio di ripartizione dei 196 miliardi destinati all’Italia dall’Unione Europea nell’ambito del c.d. Recovery Plan. L’esperienza della pandemia ed il triste bilancio di morti, evidentemente, non hanno insegnato nulla.

Di Massimo Bonaventura

Il problema era soltanto quello di rimanere in casa per via dell’emergenza sanitaria? A giudicare dalla distribuzione dei miliardi del Recovery Plan, sembrerebbe di no. Infatti, il dibattito tra le forze politiche di maggioranza sui miliardi da spendere nel nostro Paese, e le scelte che sembrano essere scaturite, non cessano di riservare sorprese in quanto ad assenza di lungimiranza ed a prevalenza di interessi di bottega, che faranno di questo immenso “Piano Marshall” del terzo millennio un inefficace minestrone di misure economiche in salsa radical chic.

Ma andiamo con ordine. I 196 miliardi del Recovery Plan destinati all’Italia pioveranno su alcuni settori che, in teoria, sono tutti altamente strategici per il futuro di ogni paese: dalla digitalizzazione e innovazione alla “rivoluzione verde e transizione ecologica”, dal settore “infrastrutture per una mobilità sostenibile” al capitolo “istruzione e ricerca“, dalla “inclusione sociale” alla “salute”. Sulla carta, insomma, sei settori fondamentali, a ciascuno dei quali verrà assegnato un budget dei fondi previsti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – il Recovery Plan italiano – la cui bozza è all’esame del Consiglio dei Ministri e, una volta completata e approvata, sarà poi trasmessa alla Commissione Europea.

Relativamente alla digitalizzazione, a cui andranno 48,7 miliardi, emerge in tutta la sua grandezza quella della Giustizia, in relazione alla quale tutti i processi, civili e penali, dovranno passare dalla carta al computer. E’ previsto anche un aumento del numero dei giudici e del personale amministrativo, ed una profonda trasformazione del contenzioso civile, che si svolgerà con un solo rito (anziché i tre attuali) e darà maggiore spazio alla conciliazione.

Pertanto, sembra che si parta con il piede giusto, ma quando si arriva ai programmi relativi al rito penale si cambia rapidamente idea. Infatti, è previsto che i tre gradi di giudizio dovranno rispettare una durata massima per ogni step: tre anni in primo grado, due in appello, uno e mezzo in Cassazione. In totale, quindi, saranno “al massimo” 6 anni e mezzo: una vita, come adesso, con buona pace della certezza del Diritto; ed è quasi comico assistere al compiacimento delle Istituzioni che si accompagna a questa “grande novità”. Certo, la scure sui tempi di prescrizione dovrebbe restituire maggiore affidamento a chi vuol far valere le proprie ragioni in un tribunale, ma non si comprende per quale motivo non si debba investire nell’aumento adeguato del numero dei magistrati – che dovrebbero essere pari ad almeno il doppio degli attuali 11.000, meglio ancora il triplo – invece di tentare di accorciare i passaggi amministrativi senza ridurre gli anni di durata del processo. Del resto, il programma di spesa dei miliardi previsti dal Piano non sembrano prevedere nulla riguardo ad un capitolo fondamentale per la Giustizia italiana, e cioè quello della formazione di nuovi giudici, e questo la dice lunga sulle reali intenzioni di spesa: solo un cambiamento di facciata, una cosa “all’italiana”, insomma.

La “regina” del Recovery Plan in salsa radical chic è la “rivoluzione verde”, a cui vengono assegnati  ben 74,3 miliardi per le risorse idriche, la mobilità, l’economia circolare e la riqualificazione degli edifici, seguita dalle infrastrutture: alta velocità e manutenzione stradale (totale per 27,7 miliardi). L’intento è lodevole e gli obiettivi assolutamente di valore, ma sorprende l’enorme errore di valutazione – per non dire altro – alla base dell’assegnazione dei fondi: il settore delle infrastrutture offre opportunità di crescita occupazionale immediata e strutturale almeno pari (se non superiori) a quelle previste dalla c.d. rivoluzione verde, alla quale viene assegnata una cifra-monstre quasi tripla rispetto al settore infrastrutture, pur non avendo uguale ricaduta occupazionale nel breve periodo.

Infatti, la variabile più importante, come dichiarato nello stesso Piano, è l’effetto moltiplicativo degli investimenti pubblici, il quale aumenta all’aumentare dell’occupazione, e la sua velocità di propagazione nel breve periodo – che è ciò che serve oggi alla nostra economia – dipende dalla rapidità di messa in opera delle opere. Ebbene, non è un mistero che il settore delle infrastrutture, nel breve periodo, gioca un ruolo importante grazie alla consolidata prassi di apertura dei cantieri i quali, in relazione alla Alta Velocità ed alla manutenzione stradale, assicurerebbero una ricaduta occupazionale pressoché immediata (da 3 a 6 mesi, contro i 12-24 mesi della Mobilità, per esempio).

La vera e propria “perla” del Recovery Plan all’italiana va, comunque, alla fantasia dei governanti “radical”. Infatti, ci vuole grande fantasia per destinare 4,2 miliardi di euro alla c.d. Parità di Genere, obiettivo che nasce dalla più grande bugia che un coacervo di grandi interessi sta lentamente cercando di far prevalere sul buon senso: il concetto di “gender gap”, ossia il minor  tasso di occupazione femminile – che è un fatto vero – combinato con la minore retribuzione riservata alle donne nel mondo del lavoro – che è falso come una banconota da due euro. La strumentale concezione del gender gap promossa dai media accomodanti verso le istanze di certa parte della politica nazionale, infatti, utilizza come parametro di riferimento il minor reddito totale prodotto da TUTTE le donne italiane rispetto a quello prodotto da TUTTI gli uomini, facendo intendere così che le donne, prese singolarmente, vengano pagate meno degli uomini. Ci vuol poco a capire che si tratti di un falso tanto odioso quanto abominevole, dal momento che le leggi del nostro Ordinamento, a partire dalla nostra Costituzione, vietano la disparità di trattamento retributivo tra uomo e donna e, peraltro, vengono rigidamente osservate sia nel settore pubblico che in quello privato.

Eppure, con il Recovery Plan ed il suo bagaglio di miliardi a pioggia, si vuole favorire il raggiungimento della parità – che è cosa diversa dalle pari opportunità – in barba alla Meritocrazia, promuovendo l’occupazione femminile e riformando le politiche del lavoro per i giovani; tutto ciò al fine di far salire artificiosamente la percentuale di impiego femminile – oggi pari al 50,1% – a parità di posti di lavoro disponibili. Ciò significa che i giovani uomini italiani, grazie al Recovery Plan in salsa radical chic, saranno sfavoriti in futuro proprio in termini di opportunità lavorative, tanto più che si pensa anche di istituire un Sistema nazionale di certificazione sulla parità di genere per le imprese. In pratica, essere donna, in Italia, grazie a questo Recovery Plan ed al suo carico di miliardi equivarrà appartenere ad una c.d. Categoria Protetta, alla faccia dell’art. 3 della Costituzione.

Riserviamo per ultimo, poi, lo stanziamento previsto per la Sanità e gli ospedali, che sarà pari a 9 miliardi. Contro ogni logica, dopo aver imparato sulla nostra pelle che nel nostro Paese il sistema sanitario, vessato da decenni di continui tagli, è passato dall’essere un vanto del nostro sistema sociale all’essere una vergogna nazionale, e che tale stato di cose ha causato un aumento esponenziale del tasso di mortalità per via della pandemia e dello scarso numero di posti nelle terapie intensive, la maggioranza decide di destinare al settore non il 30-40% delle risorse, ma un misero 4,6%. E’ vero che, fino ad oggi, la spesa pubblica per la Sanità ha destinato dall’inizio dell’emergenza circa 12 miliardi di risorse finanziarie, ma la somma di questa cifra con quella destinata dai fondi europei è comunque pari ad un risicato 10%, nonostante a fine pandemia – terza ondata permettendo – il numero complessivo di morti italiani per Covid non sarà inferiore a 90.000.

Sui 9 miliardi previsti, peraltro, soltanto 4,8 sono destinati all’assistenza domiciliare e alla telemedicina, che hanno dimostrato, in tempo di pandemia, quanto siano efficaci per poter seguire i malati a casa.

Unica annotazione positiva, i 19,2 miliardi di euro di investimenti previsti per la modernizzazione dell’edilizia scolastica e la cablatura di tutti gli edifici, l’innovazione dell’istruzione universitaria in senso digitale, l’aumento delle borse di studio per gli studenti meritevoli o svantaggiati e l’estensione della “no tax area” per le famiglie a basso reddito.  Ma è ben poca cosa, viste le incredibili disparità adottate nelle decisioni di spesa in tutti gli altri settori.

La Finanza Comportamentale 3.1: pianificazione “spietata” associata a teorie sul carattere

Con gli studi di R. Thaler siamo giunti allo “stato dell’arte” della Finanza Comportamentale? No. Oggi, infatti, è possibile affermare con forza le basi di una nuova teoria, quella che consente di impostare la Consulenza come momento in cui creare una cornice di riferimento, utile al cliente per far evolvere la sua cultura finanziaria impedendogli di rimanere vittima delle sue distorsioni emotive.

Di Sabrina Pellegrini*

Negli anni ’30, John Maynard Keynes getta a terra i primi semi della Finanza Comportamentale, quando nella sua opera principale “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”, illustra il comportamento che motiva le persone verso iniziative imprenditoriali. Nel suo volume, senza aver effettuato analisi economiche e di mercato , egli mostra come le persone prendano decisioni poco razionali, ma non per questo con minor probabilità di successo. Il padre della Macroeconomia va anche molto oltre, portando l’attenzione su quei comportamenti di massa carichi di ottimismo e pessimismo, e spiega la crisi del 1929, nonché le azioni di intervento dello stato per guidare e/o correggere quelle stesse ondate emotive.

Daniel Khaneman

Negli anni ’50, Herbert A. Simon inizia a parlare di una razionalità limitata che interviene nel processo decisionale, accenna ad alcuni fattori che ostacolano delle decisioni efficienti (come le informazioni possedute, i limiti cognitivi, il tempo a disposizione per decidere, etc), ma i veri e propri germogli di Finanza Comportamentale cominciano a spuntare negli anni ’70, grazie agli studi pionieristici di Daniel Khaneman.

Il noto psicologo, Premio Nobel per l’Economia grazie alle sue ricerche, mette in luce concetti come quello dei bias cognitivi, ossia distorsioni emotive che intervengono nel rapporto con il denaro e con le decisioni connesse ad esso. Si può dire che con questi studi viene rilasciata la Finanza Comportamentale nella sua versione 1.0.

Richard Thaler

Un secondo upgrade – la versione 2.0 – viene impostata da Richard Thaler, e nasce con le ricerche sulle scelte finanziarie viste e considerate come i frutti di una architettura comportamentale che può essere corretta e/o guidata grazie alle c.d. “spinte gentili”.

La Finanza Comportamentale 3.0, infine, è quella di Michael M. Pompian, che successivamente a Thaler inizia ad abbinare le teorie sulla personalità alle scelte finanziarie del cliente, ponendo la c.d. Profilazione alla base delle raccomandazioni sui prodotti e delle scelte comunicative più efficaci per prestare Consulenza finanziaria.

Siamo così giunti allo “stato dell’arte” della Finanza Comportamentale? No. Oggi, infatti, è possibile affermare con forza le basi della versione 3.1, quella che pone quale cornice di riferimento la Pianificazione Finanziaria abbinata alle teorie sul carattere. Questo approccio, come vedremo, consente di impostare la Consulenza come momento in cui creare una cornice di riferimento, utile al cliente per far evolvere la sua cultura finanziaria, impedirgli che rimanga vittima delle sue distorsioni emotive, dei bias cognitivi e del suo stesso carattere, e infine fargli prendere le redini delle sue scelte di investimento.

Nel 2020 diversi indicatori sociali – alti tassi di disoccupazione che colpiscono soprattutto l’autonomia economica dei giovani, la Pandemia, le difficoltà mostrate dallo Stato nel garantire forme previdenziali adeguate – sono diventati il segnale di allarme di un’unica esigenza: occuparsi della propria Pianificazione Finanziaria. Imparare a programmare con largo anticipo – dall’istruzione dei figli all’acquisto della casa, dall’assistenza sanitaria all’età pensionabile, dalla creazione di una ricchezza personale alla sua trasmissione ai figli e amati – sono diventate competenze essenziali. Per guardare al presente e al futuro con una certa tranquillità e soddisfazione, occorre possedere un’adeguata cultura finanziaria ed acquisire un metodo per progettare la soddisfazione dei propri bisogni materiali e immateriali, e quindi imparare a pianificare le risorse finanziarie per esprimere se stessi. Infatti, ogni persona amministra la propria esistenza tenendo in equilibrio due diversi piani:

– la soddisfazione di istanze proprie del Mondo Interno, come la ricerca di affetto, appartenenza e stima di sé, dimensioni poetiche ricche di infinite sfumature;

– l’appagamento di esigenze proprie del Mondo Esterno, legate alla sopravvivenza nel proprio ambiente, in una dimensione molto concreta, ricca di limiti, stretta, da un lato, dal bisogno di guadagnare e, dall’altro, dalla volontà di avere eredi e un patrimonio da trasmettere.

Quando si tratta di denaro, molti drammi personali  si generano proprio a causa della confusione tra ciò che è Interno e ciò che è Esterno. Molte persone, di fronte alle questioni legate al denaro, perdono di vista il fatto che questo viaggia come un vagone ferroviario: per natura poggia su due binari che vanno in parallelo. Un consulente finanziario oggi non può limitarsi a parlare con il cliente dei modi in cui si può gestire il risparmio, ma deve riuscire a fargli mantenere la percezione di essere prezioso e di valore, deve ricordargli di aver diritto ad una vita intima ricca e piena (Mondo Interno), mentre nel mondo là fuori egli ha bisogno di sgomitare per avere un posto di lavoro adeguato alle aspettative, negoziare continuamente l’entità delle sue entrate, fare leva sulle proprie competenze per ottenere benefit e migliori condizioni di vita, proteggere i propri cari, avere i mezzi per onorare le sue responsabilità e gli impegni (Mondo Esterno).

Questo coacervo di sollecitazioni, così diverse tra Mondo Interno ed Esterno, al momento in cui si parla di denaro entrano in confusione tra loro, e l’unico strumento capace di coniugare l’individuazione dei propri bisogni interni e l’individuazione delle proprie necessità personali (e familiari) è la Pianificazione Finanziaria, e cioè quel delicato metodo razionale che mette in relazione il nostro Mondo Interno con quello Esterno.

Ogni anno, le ricerche in proposito sottolineano quanto delicato e complesso sia questo processo, tanto che la maggior parte degli italiani ha difficoltà, rinuncia o la evita. Secondo recenti studi della Consob, le persone difettano di metodi, strumenti, informazioni su come investire il proprio denaro, su come programmare le attività di guadagno e pianificare i risparmi, come difendere ed incrementare il patrimonio disponibile.

La Pianificazione Finanziaria risulta – per la maggior parte di noi – molto difficile da svolgere, poiché per sua natura costringe a fare il punto su come stiamo amministrando la nostra vita, e ci confronta su elementi molto difficili da sostenere, poiché implicitamente ci pone di fronte a delle questioni “scomode”. Si potrebbe dire che la Pianificazione finanziaria è necessaria ma dolorosa, e ci pone una domanda secca e diretta: “A che punto sei nella tua vita?”.

Sabrina Pellegrini

La Finanza Comportamentale 3.1, pertanto, ha l’obiettivo di indicare chiaramente la necessità di governare questo processo di attenta (e spietata) auto-analisi, imparando a dare uguale attenzione a tutte le competenze coinvolte nella Pianificazione. Per questo oggi la figura del Consulente Finanziario è assai distante da quella di un semplice venditore. Il Consulente Finanziario, nel 2020, è un professionista preparato e capace, in grado di accompagnare il risparmiatore nel creare quella roccia alla quale aggrapparsi, quando le onde del Mondo Interno del cliente diventano impetuose a causa di un mercato eccessivamente volatile, che può mettere in crisi speranze ed aspettative.

Il Consulente Finanziario, infine, è oggi un professionista in grado di sostenere la componente emotiva del cliente nel corso del processo di Pianificazione degli investimenti, durante il quale paure ed insicurezze possono essere di ostacolo, qualora non ben governate.

* Psicologa e Coach per consulenti finanziari, esperta di Finanza Comportamentale

Cresce la vulnerabilità delle famiglie italiane: il 30% non può affrontare un imprevisto da 1.000 euro

Secondo il Rapporto sulle scelte di investimento delle famiglie italiane pubblicato dalla Consob, dopo il Covid diminuisce la ricchezza degli italiani e aumenta il tasso risparmio. Crisi delle pensioni: solo uno su quattro ricorre alla previdenza complementare.

L’annuale rapporto della Consob, che fa il punto sulle conseguenze della pandemia sui risparmi e sugli investimenti degli italiani, ha rilevato che nel primo trimestre del 2020 la ricchezza delle famiglie è rimasta sostanzialmente stabile nell’Eurozona rispetto alla fine dell’anno precedente mentre sarebbe lievemente calata in Italia. Infatti, sul fronte delle passività le famiglie italiane continuano ad avere un più basso livello di indebitamento mentre il tasso di risparmio, dopo essersi attestato a un valore di poco superiore al 10% nel 2019, dovrebbe portarsi avanti di almeno 5 o 6 punti percentuali per via del c.d. movente precauzionale già manifestatosi in altri paesi europei e del mondo.

Di contro, con il Covid cresce di molto la vulnerabilità famiglie, tanto che una su due ha fatto debiti nel corso del 2020 per effetto della crisi innescata dalla pandemia. L’analisi da cui scaturiscono questi dati si basa un campione di 3.274 individui, secondo il quale circa il 30% degli intervistati dichiara di non essere in grado di fronteggiare una spesa inattesa di mille euro, e più del 30% dichiara di aver diminuito il proprio reddito nell’ultimo anno. In più, il 47% circa degli intervistati ha dovuto contrarre un debito (un mutuo nel 24% dei casi, e un prestito per coprire spese correnti nel restante 22% dei casi). 

Relativamente ai consumi, circa il 40% del campione Consob afferma di aver ridotto le proprie spese ed il 10% di aver intaccato i propri risparmi, mentre il 45% circa non ha modificato le proprie abitudini rispetto al passato. Tuttavia, si legge nel Rapporto, prevale un diffuso pessimismo rispetto al futuro ed aspettative di ripresa solo dopo il 2022. Per tale motivo prevale la propensione al risparmio, ed in particolare quello che non è legato ad obiettivi specifici, al c.d. “non si sa mai”. Infatti, più del 60% degli intervistati dichiara di accantonare risorse al fine di fronteggiare eventi inattesi (non si sa mai).

Altro capitolo delicato è quello relativo alla pensione. Infatti, pochi italiani hanno una chiara consapevolezza di come sarà la propria pensione, e meno del 20% degli intervistati dichiara di sapere (anche approssimativamente) quanti anni dovrà lavorare prima di poter andare in pensione, a quanto ammonterà la propria pensione mensile e quanto dovrebbe risparmiare per mantenere l’attuale tenore di vita. La mancanza di una chiara visione è più frequente tra coloro che si dicono insoddisfatti della propria situazione finanziaria e tra coloro che non risparmiano a sufficienza per finalità previdenziali.

E’ ormai noto che le pensioni saranno sempre più povere, con una progressiva riduzione del tasso di sostituzione percentuale. A questa conclusione è giunto uno studio recente realizzato da Progetica con la società Moneyfarm, che ha preso in esame il contributo che la pandemia di Covid e la crisi economica conseguente darà alle pensioni. Secondo lo studio, le pensioni saranno molto ridotte (mediamente al di sotto dei 1.400 euro mensili), e sarà sempre maggiore la necessità di ricorrere a un sistema integrativo che possa compensare gli importi derivanti dal calcolo totalmente contributivo dell’assegno.

Tuttavia, nonostante le pensioni in futuro dovranno essere integrate, solo un italiano su quattro ricorre oggi a quella complementare.

Mercato immobiliare Milano: i prezzi tengono, in primavera si torna a salire. Olimpiadi all’orizzonte

Nella prima parte del 2020, i valori immobiliari di Milano avevano messo a segno un +2%, ma i dati del secondo semestre sono previsti in calo, con un trend che potrebbe continuare fino a tutto il primo trimestre del 2021. Il mercato immobiliare milanese, però, sembra aver tenuto bene, e le prospettive di ripresa sono ottime.

L’arrivo della pandemia ha scosso anche il mercato immobiliare di Milano, che tuttavia ha visto una buona tenuta in tutte le aree ad eccezione di quelle interessate dai flussi turistici e dall’acquisto di casa ad uso investimento a destinazione turistica. La città ha anche sofferto il massiccio ricorso allo smart working e alla didattica a distanza negli atenei, con conseguente aumento dell’offerta di immobili in affitto e calo dei canoni di locazione. Le zone centrali hanno ben reagito, ma anche quelle periferiche si sono ben difese grazie ai prezzi più convenienti che hanno attirato la domanda di case più ampie o con spazi esterni con budget più contenuto.

Nella prima parte del 2020, rispetto al secondo semestre del 2019, i valori immobiliari di Milano avevano messo a segno un aumento del +2%, ma nel secondo semestre i dati sono in lieve calo, con un trend che potrebbe continuare fino a tutto il primo trimestre del 2021.

Il mercato immobiliare milanese, però, sembra aver tenuto bene nel suo complesso. L’Ufficio Studi di Tecnocasa ha individuato alcuni elementi su cui la città sta scommettendo, con grande energia, resilienza e anche dispiego non indifferente di risorse ed investimenti. Per esempio, Una macro-area che sta beneficiando dell’arrivo della linea 4 della metropolitana è quella di Vercelli – Lorenteggio, ma le aspettative legate ai migliorati collegamenti della metropolitana si avvertono anche nel quartiere di Tolstoj e in quello di Lorenteggio – Frattini. Quest’ultimo ha avuto un cambio generazionale e ha attirato acquirenti giovani alla ricerca di piccoli tagli, sia in acquisto sia in affitto.

Della stessa macro-area fa parte anche il quartiere di Solari-Foppa – che include buona parte dell’area di via Savona e via Tortona – il quale, negli ultimi anni, ha registrato un maggior appeal sugli investitori. In particolare, nell’area da piazza Bande Nere fino a Baggio si segnala già oggi un mercato decisamente simile a quello che c’era prima del lockdown, a parte l’aumento di domanda di case con maggiori spazi.

In corso XXII Marzo il mercato immobiliare segnala prezzi ancora in lieve aumento sia per la domanda elevata, sia per le attese legate all’arrivo della linea 4 della metropolitana e per via della nascita di aree verdi che dovrebbero sorgere non lontano dal complesso di Porta Vittoria.

Nell’area di NavigliFamagosta si apprezza il futuro arrivo della metropolitana 4, che impatterà in particolare sul tratto oltre piazzale Negrelli, dove nascerà un ponte ciclo pedonale tra i quartieri Lorenteggio e Ronchetto sul Naviglio. Le aspettative legate all’arrivo della metropolitana blu si stanno avvertendo anche nelle zone maggiormente periferiche come viale Forlanini.

I lavori di riqualificazione sul territorio hanno consentito una tenuta dei prezzi nella macro-area di Bovisa-Sempione, dove si continua a riqualificare le ex aree terziarie ed industriali.

I costruttori, attenti alle nuove esigenze abitative emerse durante il lockdown, stanno orientandosi sulla costruzione di tagli più ampi. L’intervento di riqualificazione di City Life così come le fermate della linea lilla fanno sentire i loro effetti, ed i prezzi continuano a salire in Piazza Firenze, via Giovanni da Procida e le zone limitrofe. Ottimo riscontro per le abitazioni più signorili presenti in via Alberti, via Giovanni da Procida e le strade limitrofe. Hanno quotazioni medie di 5000 € al mq. Prezzi simili anche in piazza VI Febbraio che beneficia della vicinanza del parco di City life.

Le aree più costose sono piazza Giulio Cesare e piazzale Baiamonti, dove si toccano prezzi di 7000 € al mq. Gli immobili posizionati in via Cenisio, nel tratto compreso tra piazza Firenze, piazza Diocleziano e piazza Gerusalemme, registrano sempre un buon appeal da quando hanno aperto la metropolitana. I valori immobiliari si aggirano intorno a 3500 € al mq. La riqualificazione dello Scalo di Porta Romana e l’arrivo di Symbiosis così come le attese per il Villaggio Olimpico stanno facendo sentire i suoi effetti sulla macro-area di Lodi-Corsica.

Le zone centrali della città, che avevano registrato nella prima parte dell’anno un incremento dei valori dell’1,8%, confermano oggi, nonostante la pandemia, una buona tenuta. Un lieve aumento dei prezzi ha interessato la zona di corso Genova e via De Amicis, dove si muove un target con ottima disponibilità di spesa e dove c’è sempre un’elevata domanda ma un’offerta decisamente contenuta. Qui si concentrano tipologie più signorili che, ristrutturate, raggiungono i valori più elevati: 7000-8000 € al mq.

Gli investitori da sempre interessati alla zona di corso Genova, via Torino, Sant’Agostino, viale Papiniano e Darsena, via Savona e via Tortona hanno rallentato. E questo ha stabilizzato i valori dell’area intorno a 5000 € al mq.

Relativamente a chi sceglie soluzioni di prestigio, resta la preferenza per le ampie metrature, spazi esterni e le aree più richieste sono quelle di via Quadronno, piazza Mondadori e limitrofe dove ci sono abitazioni di pregio che possono arrivare a 9000 € al mq, se in ottime condizioni e con spazi esterni o begli affacci (con punte di 10 mila € al mq per quelle nuove). Inoltre, gli investitori che acquistano tagli grandi da frazionare non si sono fermati.

Infine, ma non meno importante per gli effetti di lungo periodo, l’assegnazione delle Olimpiadi invernali 2026 a Milano-Cortina è un successo per queste realtà, e in generale per l’Italia. Sono diversi gli studi che hanno sancito l’impatto positivo che avrà l’evento sulle aree interessate in termini di Pil, occupazione, infrastrutture e turismo. Per Milano è un’occasione ulteriore dopo quella dell’Expo i cui frutti si raccolgono ancora oggi. I giochi potranno essere un volano per i lavori di riqualificazione che sono già in corso nel capoluogo lombardo che continuerà così sulla strada già intrapresa.

Saranno riqualificate strutture, saranno creati nuovi spazi per lo sport e per l’accoglienza delle persone coinvolte nell’evento. Questo porterà a migliorare interi quartieri e permetterà anche di attrarre capitale umano.

E’ un’occasione che la città può cogliere per migliorarsi ancora soprattutto se saprà gestire l’eredità post evento.

Boston Consulting: la vita media delle aziende S&P500 scenderà ancora. Colpa dell’Innovazione

Boston Consulting Group (BCG) ha stilato la lista delle società più innovative del 2020. Secondo questo studio, soltanto un quarto delle grandi aziende mondiali non sta “camminando” sulla strada dell’Innovazione. Nella speciale classifica, marchi molto noti e, fra questi, anche alcune “sorprese”.

Con l’esplosione della pandemia, il mondo delle grandi aziende sta attraversando, da un punto di vista storico-industriale, un periodo durissimo, e sopravvivere sul mercato sta diventando sempre più difficile. Però, la crisi scatenata dal Covid non è la causa principale del profondo cambiamento strutturale cui stiamo assistendo, ma solo un (pesante) elemento in più, che conferma e accelera una tendenza già in atto da molti anni.

Infatti, la durata media della vita delle società continua a diminuire. Secondo una ricerca statunitense (condotta da Innosight), la durata media di 33 anni rilevata tra le imprese facenti parte del paniere di S&P 500 nel 1964 si è ridotta a 24 anni nel 2018, e lo stesso studio prevede che entro il 2027 la durata media scenderà a soli 12 anni. Inoltre, i dati di borsa rivelano come stia aumentando il divario tra aziende concentrate sull’Innovazione e quelle in ritardo: le prime, alla prova della pandemia, hanno accresciuto ulteriormente il proprio valore al punto che il differenziale di capitalizzazione rispetto alle seconde, dal 2015 ad oggi, ha superato il 90%, quasi raddoppiando però in meno di un anno (da gennaio 2020), ossia dall’inizio dell’emergenza sanitaria.

Cosa è accaduto, per arrivare a tanto? Non si tratta, in realtà, di una “morte” definitiva delle aziende, ma molto più spesso di una loro trasformazione radicale a seguito dell’Innovazione, che trasforma le imprese di tutto il mondo con grande rapidità. Al resto, poi, ci pensano le operazioni di M&A, in seguito alle quali molti marchi mutano o, altrettanto gradualmente, spariscono per fare posto a quelli nuovi.

Nell’odierna economia “frenetica”, le aziende devono rimanere competitive per prosperare, e per vincere la concorrenza e rimanere rilevanti sul mercato esse devono innovare per sopravvivere. Non è un segreto, infatti, che la tecnologia abbia rivoluzionato il modo in cui lavora la maggior parte delle industrie. Per vincere nell’Innovazione, le aziende devono eliminare i confini dei loro team, ed essere sempre ricettive rispetto al lavoro di squadra ed alle nuove idee. In tal senso, Boston Consulting Group (BCG) e l’azienda americana Valuer hanno elaborato un metodo di classificazione delle aziende più innovative al mondo, ed hanno stilato la lista delle società più innovative del 2020. Secondo questo studio, soltanto un quarto delle grandi aziende mondiali non sta “camminando” sulla strada della strategia innovativa. Nella speciale classifica, marchi molto noti e, fra questi, anche alcune “sorprese”.

APPLE – Fondata 44 anni fa, Apple è l’azienda più valorizzata al mondo. Il gigante della tecnologia ha costruito la sua posizione su un’eredità di invenzioni che hanno trasformato la vita quotidiana delle persone. Dalla posizione di leader nella rivoluzione dei personal computer nel secolo scorso al recente boom degli smartphone, Apple ha creato alcuni dei dispositivi tecnologici più venduti. Inoltre, ha aperto le porte a nuovi mercati e innovazioni ed è diventata il ​​simbolo degli stili di vita moderni. Quest’anno le sue azioni sono aumentate di oltre il 44%, e secondo gli ultimi dati, il mondo ha oltre 1,5 miliardi di dispositivi Apple attivi.

ALFABETH – Fondata solo nel 2015, Alphabet è stata creata dai co-fondatori di Google Larry Page e Sergey Brin per supportare le proprietà web di Google. Larry Page si riferisce ad Alphabet come a una “raccolta di aziende”, dove la più grande è Google, e spiega che il modello dell’azienda è quello di avere un CEO forte per ogni azienda, con lui e Brin che li consigliano quando necessario.

Alphabet separa efficacemente le aziende Google più redditizie (come YouTube) dalle loro iniziative creative più rischiose, come quella dell’auto senza conducente.

AMAZON – E’ una delle aziende che hanno cambiato il mondo. Amazon ha sviluppato un elenco di linee guida e pratiche culturali attraverso sperimentazione, boom e crolli per mantenere in funzione il suo motore di crescita. Le sue migliori pratiche includono il coinvolgimento dei consumatori, l’eliminazione dei rivali uno per uno, l’appiattimento dei mercati aziendali e la trasformazione di un’industria dopo l’altra. L’azienda lo ha fatto con diversi settori, come l’editoria di libri, l’e-commerce, i dispositivi personali, l’infrastruttura cloud, le app sanitarie e molti altri. Nata in un garage di Seattle nel 1994, l’azienda guida le sue innovazioni dall’alto, custodisce le idee come risorse preziose, abbraccia i fallimenti e investe in studenti che aspirano a diventare innovatori.

SAMSUNG – E’ l’azienda leader in TV, tecnologia dello schermo, design dei chip, batterie, smartphone e molti altri settori. Con la sua serie Galaxy, l’azienda ha creato un ricco patrimonio tecnologico e ha influenzato l’esperienza mobile di centinaia di milioni di utenti in tutto il mondo. Samsung si sforza di brevettare le sue innovazioni, perseguendo brevetti in aree che sembravano impossibili. Una delle decisioni più critiche che ha portato l’azienda al successo è stata quella di progettare internamente, invece di assumere designer esterni. Questo ha creato un esercito di designer brillanti che hanno perseguito l’innovazione attraverso tre strumenti: empatia, visualizzazione e sperimentazione.

MICROSOFT – Grazie alla guida del CEO Satya Nadella, Microsoft si è trasformata su molti livelli fino a diventare molto di più dell’azienda che ha rivoluzionato l’uso del PC in passato. Microsoft ha ascoltato il mercato e ha iniziato ad adattarsi. Invece di girare solo intorno a Windows, l’azienda ha iniziato a sviluppare app sofisticate per iOS e Android. Inoltre, ha investito nell’IA (Intelligenza Artificiale) e promosso i bot come parte delle moderne pratiche di programmazione.

JD.com – E’ soprannominata l’Amazon cinese, ed ha iniziato come negozio fisico nel 1998. Oggi, l’azienda ha l’ambizione di diventare il più grande mercato di e-commerce del mondo. Il CEO, presidente e fondatore di JD, Richard Liu, è fiducioso che la sua azienda un giorno sarà completamente guidata da IA e robot, senza la necessità dell’intervento umano. La corsa tra JD e altri giganti rivenditori online come Amazon e Alibaba sta nella creazione dell’infrastruttura di e-commerce del futuro. La società sta lavorando ad un centro di ricerca basato sull’intelligenza artificiale, attraverso la quale sfruttare la tecnologia per creare una soluzione di e-commerce end-to-end che coprirà l’intero processo della catena di fornitura. L’azienda dispone già di magazzini automatizzati, robot che lavorano in oltre 500 magazzini, droni che consegnano prodotti in Cina e pagamenti controllati tramite riconoscimento facciale.

BOSH – Quando si parla di Bosch, la prima cosa che probabilmente viene in mente sono forse gli elettrodomestici di alta qualità o di utensili domestici. Tuttavia, il mercato principale di Bosch inizialmente era la produzione di componenti automobilistici. L’azienda continua il suo percorso in questa direzione, con l’innovazione nel settore automobilistico come uno dei suoi campi di interesse più significativi. 134 anni dopo la sua fondazione, l’azienda conta ora oltre 400.000 dipendenti e ha generato un fatturato di 77,7 miliardi di euro nel 2019. Tuttavia, questo successo non impedisce all’azienda di guardare al futuro e di perseguire una posizione in prima linea nelle innovazioni globali, come nella Realtà Aumentata e nella Realtà Virtuale.

ABB è una multinazionale svizzero-svedese con sede a Zurigo, Svizzera, e Stoccolma, Svezia. L’azienda opera principalmente nei settori della robotica, dell’energia, degli elettrodomestici pesanti e della tecnologia di automazione. ABB è stata inserita nell’elenco globale Fortune 500 da 24 anni ed è stata classificata 342ma nell’elenco Fortune Global 500. ABB ha il suo centro di ricerca e sviluppo fondato nel 2005 in Cina, uno dei sette centri di ricerca con leadership globale che opera nei materiali isolanti, nei robot di produzione di piccoli pezzi, nella tecnologia HVDC ibrida e nell’integrazione dell’energia sostenibile.

NOVARTIS – L’azienda farmaceutica internazionale svizzera Novartis è una delle più grandi società farmaceutiche mondiali, sia per fatturato che per capitalizzazione di mercato. Il CEO Dr. Vasant Narasimhan sta guidando l’azienda da 47,7 miliardi di dollari verso una significativa trasformazione strategica in cui vengono messe in luce piattaforme terapeutiche sofisticate e scienza dei dati. Novartis ha avviato il processo di trasformazione per diventare un’azienda completamente focalizzata sulla medicina, alimentata dalle tecnologie digitali. Il nuovo modello include nuove aree come le terapie geniche e cellulari.

HUAWEI è tra le aziende più innovative al mondo nel 2020, classificandosi al 6 ° posto nell’ultimo elenco di Boston Consulting Group. La posizione è frutto di un balzo di 42 posizioni rispetto allo stesso elenco nel 2019. Huawei era tradizionalmente meglio conosciuta per la fornitura di router e stazioni base in Cina. Tuttavia, la società ha sbalordito il mondo nell’estate del 2016, quando ha rivelato i suoi piani per superare Apple e Samsung e diventare il principale venditore di smartphone durante il periodo successivo.

Da allora le cose sono cambiate molto. Nonostante la pubblicità negativa che l’azienda ha avuto l’anno scorso, derivante dagli attacchi commerciali dell’amministrazione Trump, l’azienda sta recuperando velocemente tutte le posizioni. Gli investimenti della società in ricerca e sviluppo sono stati pari a 131.659 milioni di CNY nel 2019, pari al 15,3% del fatturato complessivo. Negli ultimi dieci anni, Huawei ha investito 4 miliardi di dollari, aprendo la sua strada come pioniere mondiale nelle tecnologie di prossima generazione.

Nell’ultimo decennio, le ambiziose innovazioni tecniche di Huawei hanno consentito all’organizzazione relativamente nuova di funzionare allo stesso livello di Apple, Google, Amazon, Microsoft e Samsung. Inoltre, la società ha già sconfitto Facebook, Alibaba, IBM e Sony in alcuni settori specifici.