Luglio 31, 2026
Home Archive by category In primo piano (Page 104)

In primo piano

Atradius: la crisi allunga i tempi di pagamento nel B2B in Europa. PIL mondiale a -4%, insolvenze a +26%

Attesa una contrazione di oltre il 4% del PIL mondiale nel 2020 e insolvenze aziendali a +26%. Mentre sono quasi raddoppiati i tempi medi di attesa per l’incasso delle fatture, il 45% delle aziende europee pensa alla ripresa, anche se in tempi non brevissimi. I più ottimisti in Italia e Germania. 

Il PIL mondiale in contrazione di oltre il 4% nel 2020 produrrà in Europa una crescita delle insolvenze aziendali del 26%. Aumentano le aziende che concedono credito ai propri clienti e si allungano i tempi di pagamento delle fatture; inoltre cresce il numero delle imprese che si cautelano assicurando i propri crediti ma, alla fine, sono più numerosi gli imprenditori ottimisti sul futuro dell’economia che quelli che vedono nero. Sono questi, in sintesi, i principali risultati del sondaggio condotto durante la pandemia da Atradius su un campione di aziende dell’Europa occidentale. I risultati del sondaggio sono pubblicati nel “Barometro Atradius sui comportamenti di pagamento” – edizione novembre 2020.

Poiché gli effetti dei blocchi alle attività si sono fatti sentire dappertutto, molte aziende hanno usato il credito commerciale per incoraggiare le vendite, in particolare sul mercato domestico. A livello europeo lo ha fatto il 53% delle aziende, con punte del 72% in Francia, 65% nel Regno Unito, 61% in Irlanda e Italia. Se la maggior parte delle aziende (66%) ha però fissato il limite di pagamento delle fatture a 30 giorni, le altre hanno concesso dilazioni più lunghe e ben l’11% oltre i 90 giorni. In Italia, rispetto lo scorso anno, il numero di imprese che ha concesso dilazioni superiori ai 90 giorni è quasi raddoppiato (dall’8% del 2019 al 15% nel 2020). In totale le dilazioni medie di pagamento concesse in Europa sono salite da 34 giorni del 2019 ai 46 giorni attuali.

A prescindere dal limite di tempo concesso, le fatture scadute sono aumentate notevolmente durante la pandemia: nel 2019 il valore delle fatture non pagate alla scadenza nell’Europa occidentale è stato del 29% del valore totale delle vendite a credito tra aziende, nel 2020 ha raggiunto il 47% (in Italia il dato sale al 55%) pari a un aumento annuo del 62%. E ancora, nel 2019 la proporzione dei crediti inesigibili si è fermata al 2% del valore delle fatture, mentre quest’anno la stessa percentuale ha ripreso la corsa, arrivando al 7%. Lo studio condotto da Atradius ha evidenziato che i tempi medi di incasso delle fatture per le aziende dell’Europa occidentale è aumentato del 94%. 

Causa principale del ritardo nei pagamenti delle fatture per operazioni commerciali tra aziende è la crisi di liquidità, lamentata dal 43% delle imprese. Di converso, il 37% ha dichiarato di aver speso più tempo e risorse di prima della pandemia per gestire le criticità relative alle fatture non pagate (in Italia la percentuale scende leggermente al 33%). Per tutelarsi, molte imprese hanno deciso di fare ricorso all’autoassicurazione: erano il 56% prima della crisi economica, oggi salite all’82%. Un terzo delle aziende europee (34%) ha invece aumentato il ricorso all’assicurazione tradizionale dei propri crediti commerciali (in Italia circa il 20%).

Andreas Tesch

Nonostante la situazione attuale, il 45% delle aziende ritiene che l’economia globale migliorerà nei prossimi sei mesi, con punte del 50% in Germania e Italia, mentre il 35% pensa che si deteriorerà. Per quanto riguarda le prospettive del commercio mondiale, il 49% delle imprese dell’Europa occidentale pensa che miglioreranno, il 35% si dice più pessimista.

Massimo Mancini

Andreas Tesch, Chief Market Officer di Atradius, ha dichiarato: “Il commercio mondiale dovrebbe subire una contrazione di circa il 15% quest’anno. I ritardi di pagamento su fatture tra aziende sono aumentati in media di due terzi rispetto ai dati pre-pandemici. Nei prossimi anni molte economie dovranno far fronte agli effetti di questa crisi, che ci si attende abbia un forte impatto sulle insolvenze aziendali. Guardando al 2021, fa ben sperare il fatto che molte aziende intendano continuare ad utilizzare l’assicurazione del credito, restando ottimiste sul futuro”.

Massimo Mancini, Country Director di Atradius per l’Italia, ha aggiunto: “Come per il resto d’Europa, la crisi economica innescata dalla pandemia ha avuto un impatto devastante sul tessuto imprenditoriale italiano. Proteggere il proprio business dal rischio d’insolvenza dei clienti appare oggi per molte aziende una scelta obbligata. Questo trova conferma nel fatto che molti imprenditori abbiano modificato le proprie strategie di business attraverso un maggior ricorso a tutele di carattere strategico, come appunto l’assicurazione del credito commerciale. Il nostro auspicio è che questa tendenza si rafforzi, soprattutto alla luce dell’ottimismo espresso dal business nei confronti di una ripresa, ancorché in tempi non brevissimi, delle principali componenti di mercati ed economie”.

Covid, la stagione 2020 presenta il conto ad alberghi e B&B. In soli tre mesi quasi 10 miliardi in meno

In Italia oltre 200 mila esercizi extra-alberghieri e circa 32 mila alberghi. Una attività economica che ammonta ad oltre 90 miliardi di euro all’anno. Una “industria” da oltre 5 milioni di posti letto e decine di migliaia di addetti, colpita pesantemente dalla pandemia.

Di Mauro Alcamisi

L’Italia è al primo posto in Europa per quantità di esercizi ricettivi. Un dato che la porta a più del 30% del totale UE. Ed è un dato in costante crescita. Ad aumentare i numeri di questa percentuale, negli ultimi anni, è intervenuta una moltitudine di strutture extra-alberghiere di media e piccola dimensione. Cosa che ha portato il numero complessivo ad oltre 200 mila esercizi extra-alberghieri che si sommano ai circa 32 mila alberghi, in leggero calo.

Una attività economica che, calcolata in percentuali sull’intero sistema produttivo italiano, ammonta ad oltre il 6% del valore aggiunto, pari a circa 90 miliardi di euro all’anno.

Questo è il quadro economico che viene fuori dai dati presentati nell’ultimo CST, il Conto Satellite del Turismo, lo strumento più autorevole per valutare la dimensione economica dell’industria turistica. Tale conto considera esclusivamente le attività produttive caratterizzate dal turismo quali alberghi, pubblici esercizi, trasporti, agenzie di viaggio, servizi ricreativi e culturali, commercio al dettaglio, servizi abitativi e case vacanza. Ed è lo strumento usato anche a fini statistici dall’Istat, l’Istituto nazionale di statistica, nella elaborazione dei report annuali. Il CST è uno strumento abbastanza preciso, in quanto include indici e dati esclusivamente afferenti all’impatto diretto delle attività turistiche e non tiene conto né di quello indiretto né dell’indotto.

Così, l’ultimo rapporto utilizzabile ai fini analitici è quello che fotografa l’anno 2018 nel suo complesso, che identifica una quantità di posti letto complessivi che oltrepassa i 5 milioni e 113 mila, divisi tra alberghi (2 milioni e 260 mila) e strutture extra alberghiere (2 milioni e 852 mila). Queste ultime ancora in crescita nel 2019.

I posti letto sul territorio nazionale sono quindi solo per il 44,2% nelle stanze d’albergo, concentrati soprattutto nel nord e nel Lazio (15,4% in Veneto, 11,1% in Toscana, 9% in Emilia-Romagna, 7,6% in Lazio e 7,3% in Lombardia. E sono molto frequentati dai turisti stranieri.

L’Italia, infatti, è in cima alla classifica europea per quota di presenze straniere, preceduta solo dalla Spagna, rispetto al totale delle presenze turistiche, ovvero sommando anche i numeri del turismo domestico. Se ne desume che il settore, dopo gli anni difficili a cavallo tra il 2008 ed il 2009, è tornato a trainare anche un consistente indotto.

Nel solo 2019 il settore turismo ha fatto registrare 130,2 milioni di arrivi e 434,7 milioni di presenze nelle strutture ricettive. Numeri in crescita, che è stata trainata dal settore extra-alberghiero. Tuttavia gli alberghi e le catene alberghiere mantengono il primato quanto a presenze con il 64% del totale. Gli ospiti stranieri sono la componente maggiore presso tutte le strutture con un 50,6% assestato nel 2019 e con un ritmo di crescita quasi doppio negli ultimi tre anni. Il Veneto guida la graduatoria con il 16% del totale degli stranieri in Italia mentre nella parte meridionale della penisole e nelle isole, l’unica regione a raggiungere il 5% è la Campania.

Effetto covid-19 – uno stop drastico nel periodo di ripartenza. Ciò che è successo nel corso di quest’anno si può paragonare, per i primi mesi di sviluppo della pandemia, che hanno coinciso con i primi mesi di profitto del settore ricettivo per la stagione 2020, ed a seguito delle misure di contenimento dei contagi e del lock-down generalizzato, ad un vero e proprio azzeramento dell’attività turistica che proprio nel trimestre marzo-maggio ha la sua fase di rilancio annuale e stagionale. La dimensione della perdita direttamente collegabile a questo periodo del 2020 può essere calcolata facendo riferimento allo stesso periodo dello scorso anno e paragonando i numeri.

Nel trimestre marzo-maggio del 2019 in Italia si sono registrati 81 milioni di turisti, una cifra che corrisponde al 18,5% del totale annuale. Nello stesso trimestre la media europea è leggermente superiore (20,9%) perché tiene conto delle percentuali, sempre più alte rispetto all’Italia, di Germania, Regno Unito e Spagna, legate alla differente distribuzione del turismo nell’arco di tutto l’anno.

Dunque in primavera la fotografia dell’Istat mostra il 56% di turisti esteri che prenotano per il 70% in strutture alberghiere, a scapito di case vacanza e B&B. Così nel periodo si concentra il 20% del totale delle presenze annuali negli alberghi. Le strutture a 4 e 5 stelle raggiungono in questo periodo la quota più elevata di presenze rispetto a tutto il resto dell’anno con oltre il 22% contrariamente alle strutture extra alberghiere che non vanno oltre l’11% e 19% per B&B e affittacamere. Un trimestre estremamente importante per l’economia del turismo italiano.

Ed è stato proprio questo il periodo maggiormente colpito dalle restrizioni durante il 2020. Era impossibile muoversi da regione a regione, i confini con molti stati esteri erano chiusi, si stavano attivando periodi di quarantena per chi doveva necessariamente viaggiare e molte altre difficoltà, oltre, naturalmente al fattore umano, la paura del contagio. Tutto ciò ha, di fatto, azzerato le entrate turistiche di uno dei periodi più favorevoli dell’anno, ed il danno economico può facilmente essere quantificato grazie ad uno studio sul turismo internazionale commissionato dalla Banca d’Italia per il 2019.

L’anno scorso, infatti, la spesa complessiva dei viaggiatori stranieri in Italia ammonta a circa 44,3 miliardi di euro, dei quali circa 22 miliardi sono stati destinati ai servizi di alloggio, poi la ristorazione, con circa un quinto del totale ed infine lo shopping ed il trasporto. Considerando il solo trimestre marzo-maggio questa componente nel 2019 ammontava complessivamente a circa 9,4 miliardi di euro. Cifra che che, nel 2020, è stata praticamente azzerata dalle condizioni imposte dalla pandemia.

Mauro Alcamisi

Mancano quindi, nel bilancio del turismo, quasi 10 miliardi di euro per il solo trimestre in esame. Ulteriori dati saranno disponibili nei primi mesi del 2021. E l’importanza del contributo alle entrate effettuato dalla clientela straniera è confermata anche dai dati di flusso della spesa turistica annua del periodo pre-crisi che mostrano, tra marzo e maggio, una incidenza della componente straniera significativamente più elevata (21,4%) di quella domestica.

Purtroppo l’attuale crisi è destinata a perdurare e peserà enormemente negli investimenti futuri per il turismo considerato che il settore ricettivo fattura mediamente 26 miliardi di euro con le sue oltre 52 mila imprese, delle quali 24 mila alberghiere e 27 mila extra. Un insieme di imprese che conta 283 mila addetti e che adesso rischia di vedere vanificati gli sforzi di crescita ed i capitali investiti negli ultimi 5 o 6 anni.

Mercato immobiliare Milano. Ottima performance nel primo semestre, prezzi in discesa in autunno

Nella prima parte del 2020, i valori immobiliari di Milano hanno messo a segno un aumento del +2%, che fanno della città meneghina la metropoli che ha avuto la performance migliore tra le grandi città. Prezzi in lieve diminuzione nel secondo semestre.

Come sta andando il mercato immobiliare milanese, alla luce del fatto che la Lombardia resta purtroppo una delle regioni italiane maggiormente colpite dalla pandemia di Coronavirus? Secondo i dati provenienti dalla rete Tecnocasa, nei primi sei mesi del 2020 le compravendite residenziali a Milano città sono state 10.138, con una diminuzione del 23,2% rispetto allo stesso periodo del 2019.

Tempi di vendita – I tempi di vendita sono di 56 giorni, e piazzano Milano al primo posto per velocità di vendita.

Nuovi interventi ediliziMilano ha retto meglio di altre città alla pandemia, questo grazie agli interventi di riqualificazione che si stanno facendo in città, in particolare abbiamo visto una buona tenuta nelle aree semiperiferiche interessate dal futuro arrivo della metropolitana. Buono anche il riscontro per le zone interessate dalla riqualificazione dell’ex scalo di Porta Romana e Scalo Farini. Fermento anche in Bovisa, dove proseguono i lavori di riqualificazione su ex aree terziarie ed industriali e per il recupero della Goccia.

ANALISI DELLE MACROAREE

Zone centrali – Il centro ha registrato un incremento dei valori dell’1,8% confermando, nonostante la pandemia, una buona tenuta. Le tipologie più signorili, ristrutturate, raggiungono i valori più elevati: 7000-8000 € al mq.

Porta Romana–Crocetta  – I valori sono invariati. Il segmento alto del residenziale non ha avuto, almeno per il momento, impatti legati al Covid. Il mercato è vivace soprattutto sulla prima casa, mentre sono fermi gli investitori che acquistavano per mettere a reddito, visto il rallentamento delle locazioni.

Zona Isola – si registra un buon movimento sulla prima casa da parte di single alla ricerca di bilocali più ampi. Rallentano le nuove costruzioni, e il lockdown costringe ad allontanare il momento della consegna degli appartamenti.

Bonola–Trenno – In questo comprensorio c’è un aumento di domanda di tagli più grandi, trilocali e quattro locali. Meno presenti gli investitori. La sensazione è che il mercato sia in una fase di attesa, ed infatti i tempi di vendita stanno rallentando. C’è ancora timore per cosa potrà accadere. Gli investitori stimolati dal super-bonus si stanno orientando verso soluzioni da ristrutturare e rivendere. Si ricercano sempre più abitazioni con spazio esterno e metrature ampie.

Vercelli–Lorenteggio – Incremento dell’1,9% nella macro area, che include alcuni quartieri in cui si iniziano ad avvertire i segnali positivi per l’arrivo della linea 4 della metropolitana. La presenza di prezzi più contenuti rispetto alle vicine zone di Savona e Tortona ha determinato una maggiore domanda negli ultimi anni. Della stessa macro area fa parte anche il quartiere di Solari-Foppa, che ormai da alcuni semestri registra valori in aumento, grazie ad acquisti di prima casa e ad investimenti. Ricercate le soluzioni indipendenti, difficili da trovare e che per questo motivo si vendono a qualcosa in più.

Fiera-San Siro – in questa area i valori immobiliari hanno registrato un aumento dell’1%. Tra i quartieri che hanno segnalato un lieve incremento dei prezzi c’è Fiera-Monterosa e Domodossola. Entrambi beneficiano della vicinanza di City Life che ha trascinato al rialzo le quotazioni delle aree circostanti. Il mercato registra una buona tenuta grazie ad una domanda sostenuta ed un’offerta ridotta.  Le quotazioni più elevate si raggiungono per le abitazioni presenti in via Monterosa e strade limitrofe e via Dominichino, dove si concentrano prevalentemente immobili signorili costruiti tra gli anni ’60 e gli anni ’70.

Navigli–Famagosta – Si segnala un mercato vivace, ma si è fatto sentire il rallentamento della domanda ad uso investimento che, dopo un boom degli anni scorsi, sembra essere in leggera contrazione. Stanno comprando giovani coppie e single. Il mercato appare più dinamico su via Ludovico il Moro, in cui l’offerta immobiliare include case con balconi abitabili o vivibili. In più si apprezza il futuro arrivo della metropolitana 4.

Città Studi–Indipendenza –  In diminuzione dello 0,4% i prezzi immobiliari in questa area. In corso XXII Marzo il mercato immobiliare segnala prezzi ancora in lieve aumento sia per la domanda elevata e sia per le attese legate all’arrivo della linea 4 della metropolitana e alla nascita di aree verdi che dovrebbero sorgere non lontano dal complesso di Porta Vittoria. Si sono realizzati soprattutto acquisti di prima casa visto che è in atto un ricambio generazionale in zona che vede molti giovani acquistare, quasi sempre residenti in zona.

Relativamente al secondo semestre, un recente report della startup Maiora Solutions ha analizzato l’andamento dei prezzi delle case in vendita a Milano, basandosi sui prezzi degli annunci di vendita – e non su quelli effettivi di compravendita, come nel report del primo semestre di Tecnocasa – pubblicati sui principali portali immobiliari fino a settembre, osservando 35 quartieri del capoluogo. Un primo dato interessante che emerge è quello che vede alcune tipologie di immobili reggere meglio rispetto ad altre, per via dell’emergenza sanitaria della seconda ondata di Covid.

In linea generale, i prezzi degli immobili sono leggermente diminuiti, con eccezione delle abitazioni di piccola metratura situate in centro, le quali mantengono un andamento più competitivo rispetto a quelle simili situate in periferia: il prezzo medio dei monolocali e dei bilocali ha registrato un decremento dell’1% durante l’autunno 2020. In particolare, soffrono soprattutto i monolocali, che dalla fine del primo lockdown a oggi hanno visto una variazione negativa pari al 14,2%.

Pertanto, nel secondo semestre 2020 si sta assistendo a una lieve discesa dei prezzi, senza differenze particolari a seconda dei diversi quartieri. Il mercato, infatti, si sta muovendo in maniera piuttosto omogenea in tutta la città. Attualmente, secondo le ultime rilevazioni (Ottobre 2020), il prezzo medio per gli immobili in vendita a Milano è di 4.731 €/m², con oscillazioni da 2.358 €/m² e fino 9.478 €/m² medi a seconda delle aree prese in considerazione.

Nessun crollo, quindi, ma solo un assestamento dei prezzi da attribuire al particolare periodo che il mercato sta vivendo.

Mercato abitazioni a Roma per macro aree. Prezzi in lieve diminuzione fino al 2021, ma più stabilità

Le quotazioni del mercato immobiliare della Capitale mostrano dati non troppo negativi lungo tutto il corso dell’anno. Il mercato dei B&B e degli affittacamere si rivela come il segmento in maggiore sofferenza, sul quale si registrano chiusure e dismissioni. I dati parziali del secondo semestre, nonostante la seconda ondata di pandemia, mostrano un ulteriore discesa dei prezzi ma una maggiore stabilità, che conferisce buone aspettative sulle compravendite del 2021.

Relativamente alle abitazioni, alcuni studi di mercato ci aiutano a capire come sono andate le cose nel corso di questo annus horribilis per la Società Civile, durante il quale anche gli operatori immobiliari hanno dovuto affrontare la propria percentuale di sacrificio.

L’analisi di Tecnocasa sulla città di Roma, per esempio, prende in considerazione alcune macro aree, ed è stata condotta sulla base di una metodologia specifica. Innanzitutto, i prezzi indicati si riferiscono ai valori medi delle vendite effettivamente avvenute, e non a quelli richiesti dei proprietari. Esse incorporano, quindi, la trattativa con gli eventuali ribassi. Inoltre, le quotazioni si riferiscono a tagli di 80-90 mq; pertanto, in caso di immobili di metratura inferiore devono essere applicati i correttivi al rialzo.

I valori, poi, sono riferiti ad immobili diversi per vetustà (nuovo e usato) e per tipologia (signorile, medio ed economico).

Naturalmente, trattandosi di prezzi medi, essi saranno orientativi, non ricomprendendo le peculiarità e le specifiche caratteristiche di ogni immobile e i suoi eventuali scostamenti di prezzo dalla media. Lo studio, però, fornisce una guida efficace tra le quotazioni delle diverse aree, grazie alla capillarità delle agenzie affiliate.

Prezzi – Nella prima parte del 2020, rispetto al secondo semestre del 2019, i valori immobiliari di Roma sono diminuiti dell’1,5%, mentre la media delle grandi città ha visto prezzi in aumento dell’1%.

Compravendite – Nei primi sei mesi del 2020 le compravendite residenziali a Roma città sono state 13461, con una diminuzione del 19,3% rispetto allo stesso periodo del 2019. 

Tempi di vendita – per vendere l’abitazione nella capitale occorrono in media 107 gg..

Domanda e disponibilità di spesa – La domanda si focalizza prevalentemente sui trilocali con il 46,9% delle richieste, a seguire i bilocali che compongono il 29,9% della domanda. La disponibilità di spesa dei potenziali acquirenti è compresa tra 250 e 349 mila € nel 24,4% dei casi e tra 170 e 249 mila € nel 22,8% dei casi. Rispetto allo scorso semestre da segnalare un lieve aumento della percentuale di acquirenti con disponibilità superiore a 250 mila €.

ANALISI DELLE MACROAREE

Le aree centrali della città chiudono il semestre con un ribasso dei valori dell’1,3%. Mercato sempre dinamico quello del Centro storico, anche post lockdown. Le richieste di acquisto e di locazione sono sempre numerose ed i venditori sembrano anche più risoluti nell’accettare le proposte dei potenziali acquirenti. Le quotazioni medie risultano comunque invariate rispetto ai primi mesi del 2020. L’emergenza sanitaria ha determinato però uno stop della domanda per investimento, che in questa area della città era spesso focalizzata sulla realizzazione di B&B ed affittacamere. Non si registrano infine variazioni significative dei tempi medi di vendita, che si mantengono sostanzialmente ai livelli pre-Covid.

Chi acquista nel Centro storico raramente si avvale di un mutuo, ma anche sul fronte del credito non si segnalano difficoltà di erogazione. Inoltre, nel Centro storico, si registra una buona richiesta di immobili di prestigio da parte di famiglie. Per questi immobili si possono toccare anche top prices di 14-15 mila € al mq raggiungibili, ad esempio, in Piazza Di Spagna. In piazza del Popolo e in via del Babuino, le quotazioni toccano gli 8000-9000 € al mq. Nelle altre zone del centro di Roma i prezzi scendono mediamente a 5000-6000 € al mq, per raggiungere valori di 7000-8000 € al mq per quelle posizionate in via Veneto, Fontana di Trevi e piazza Navona.

Intorno al Pantheon e nel Ghetto Ebraico non si superano gli 8000 € al mq per le soluzioni da ristrutturare, con punte di 10 mila € al mq per le abitazioni in buono stato. La domanda di prima casa è concentrata in parte anche in zona Prati, in particolare su via Cola di Rienzo dove si segnalano prezzi medi di 5000-7000 € al mq.

Sono in aumento le quotazioni nell’area dell’Esquilino, Santa Croce in Gerusalemme, viale Manzoni e piazza Vittorio Emanuele. L’area che si sviluppa a ridosso della stazione ha quotazioni medie di 2500-3000 € al mq.

Una lieve contrazione delle quotazioni ha interessato il quartiere di corso Trieste – Villa Torlonia – Coppedè. La domanda è sempre molto sostenuta, tuttavia l’offerta è più abbondante e questo sta determinando un lieve ribasso dei valori. Sono tanti quelli che vendono per realizzare un acquisto migliorativo. Piacciono gli stabili in stile liberty che si trovano all’interno del quartiere Coppedè, dove si raggiungono punte di 9000 € al mq, mentre in zona Villa Torlonia si scende a 7000 € al mq.

Il ribasso più importante dei prezzi nel primo semestre (-2,7%) si è registrato nella macro area di Roma Sud. Hanno sofferto maggiormente i quartieri più periferici della città, tuttavia anche nella zona Eur il post lockdown vede un mercato che riparte ma a rilento. Diminuisce infatti il numero di richieste e le proposte di acquisto dei potenziali acquirenti sono spesso in forte ribasso rispetto al prezzo richiesto, e questo ha portato ad una leggera contrazione dei valori. I valori per un medio usato sono di 4000 € al mq, con punte di 4200 € al mq per le tipologie in buono stato presenti su viale Europa e viale Aereonautica.

Il periodo di fermo ha leggermente aumentato la richiesta di immobili con spazi esterni, ed in particolare chi ha una disponibilità di spesa superiore a 350 mila € ritiene indispensabile la presenza di almeno un terrazzo-balcone abitabile.

Diminuiscono dell’1,7% i valori immobiliari della macro area di Villa Ada – Monte Sacro. Tra i quartieri in calo c’è Montesacro – Ossola dove hanno subito un ribasso soprattutto le soluzioni da ristrutturare. La macro area di Monteverde – Aurelio, allo stesso modo, registra un ridimensionamento dei prezzi dell’1,5%. Ha tenuto l’area intorno a via Gregorio VII. Non si registrano infatti particolari ripercussioni dovute all’emergenza Covid. Le quotazioni non hanno subito variazioni e le compravendite, finito il periodo di lockdown, sono ripartite allo stesso ritmo di inizio anno.

Un discorso a parte va fatto per il mercato dei B&B e degli affittacamere, segmento in sofferenza sul quale si registrano chiusure e dismissioni un po’ in tutte le macro aree. Alcuni imprenditori, infatti, stanno mettendo in vendita gli immobili utilizzati per queste attività, e sono scomparse dal mercato le richieste di acquisto per abitazioni da adibire a questo tipo di strutture ricettive.

Sul fronte della concessione del credito, fortunatamente, non si segnalano particolari variazioni, e le banche stanno erogando come prima. Anche le tempistiche non sembrano essere cambiate. Nonostante questo, i dati parziali sul secondo semestre del 2020 rivelano una ulteriore flessione dei prezzi degli immobili in tutta Italia, e quindi anche a Roma. Ce lo dice un sondaggio condotto da Banca d’Italia, che ha coinvolto 1.403 agenti immobiliari. Il calo che emerge dai dati è significativo, ma c’è anche un aspetto positivo. Infatti, sembrano essere migliorate le condizioni complessive della domanda e l’andamento dei mandati a vendere, mentre i tempi di vendita e gli sconti medi sui prezzi richiesti dai venditori hanno raggiunto una certa stabilità intorno ai valori medi, senza troppi scostamenti  tipicamente speculativi.

In ogni caso, la crisi economica innescata dalla pandemia lascerà i suoi pesanti strascichi anche nel primo semestre del 2021, ma la diminuzione dei prezzi e la maggiore stabilità dovrebbero costituire le basi per una buona ripresa nella seconda parte del prossimo anno.

C’è troppo ottimismo sui vaccini. Mario Cribari: esiste il rischio di un Double Dip

I titoli governativi occidentali annaspano a causa del debito elevato, tassi bassissimi e bassa crescita economica. Consigliamo un approccio bilanciato tra settori difensivi/growth e settori ciclici/value.

“Le elezioni presidenziali americane e l’annuncio dei risultati di efficacia dei vaccini in corso di sperimentazione sono stati indubbiamente i due eventi più importanti dell’ultimo mese. I mercati hanno reagito in maniera estremamente positiva a entrambi, ma la sensazione è che si stiano portando troppo avanti con l’ottimismo. I contagi accelerano in maniera esponenziale e la seconda ondata si sta dimostrando molto più pesante della prima. Molti governi stanno intraprendendo la strada di nuovi lockdown, mentre il vaccino nella migliore delle ipotesi sarà un game changer solo a partire dal 2022”, sottolinea Mario Cribari, Partner e responsabile della strategia e ricerca di BlueStar Investment Managers

“Dal punto di vista strettamente economico, temiamo che non si sia ancora usciti dall’occhio del ciclone. Un double dip, e cioè una nuova ricaduta dopo il picco non è impossibile, anzi”.

Il risultato delle elezioni presidenziali sarebbe stato considerato un disastro ex-ante: la vittoria di Biden, l’uomo delle tasse, e un’elezione contestata. Ex-post, invece, è stato trasformato in uno dei rally più forti della storia. Evidentemente il mercato ha voluto guardare al bicchiere mezzo pieno, con la messa da parte di un personaggio imprevedibile come Trump e allo stesso tempo un congresso diviso, che implica nessuna nuova tassa e nessuna possibilità per la politica di fare troppi danni. In realtà, mai come adesso gli Usa avrebbero avuto invece bisogno di uno shock positivo. Detto ciò, poteva andare anche peggio, e gli Usa hanno ora l’ultima opportunità per frenare la loro discesa verso il baratro.

Biden, intanto, già dalle primissime ore si sta dimostrando un presidente più conciliante, costruttivo e non divisivo. Fino a gennaio, come minimo, vi sono però scarse possibilità di un nuovo fiscal stimulus, se mai ve ne sarà uno di una certa rilevanza. La politica monetaria ha fatto quello che doveva e si trova con poche cartucce rimaste. La fantasia dei banchieri centrali è infinita, ma l’efficacia marginale va riducendosi significativamente. Le aspettative sugli utili migliorano ma i prezzi sono saliti pure di più, provocando un rialzo importante delle valutazioni, soprattutto su alcuni mercati e settori.

Il rischio pandemico, intanto, non è ancora concluso. Per quanto sia totalmente ignorato dal mercato, i numeri sono drammatici e stanno tornando numerose restrizioni. È logico quindi immaginare un impatto economico negativo nel prossimo futuro. “Dopo aver criticato ferocemente Trump per la gestione della pandemia, ci meraviglieremmo se Biden usasse il medesimo approccio in caso di ulteriore aumento dei contagi in Usa, cosi come sta già effettivamente avvenendo”, sottolinea Cribari. “Temiamo che il peggio non sia finito, e che il periodo natalizio, che rappresenta per molti settori la gran parte del fatturato, possa risultare molto deludente. E anche se si decidesse di “salvare il Natale” il problema sarebbe solo rimandato, con gli interessi, al primo trimestre 2021”.

Oggi la vera novità non è il vaccino, ma l’introduzione di nuovi lockdown, che tutti ritenevamo scongiurati. Per costituire effettivamente un game changer, cioè per provare a raggiungere la cosiddetta immunità di gregge, dovremo aspettare non prima del 2022, nella migliore delle ipotesi. Questo per evidenti problemi logistici ed organizzativi a livello vaccinale. Non è detto, inoltre, che gran parte della popolazione accetti di farsi vaccinare. Il mercato già sconta, invece, il migliore degli scenari: un vaccino già approvato, sicuro, distribuito, accettato e inoculato. 

Ammettiamo che il mercato possa scegliere ancora di chiudere un occhio e guardare avanti, ma tale atto di fede ha un prezzo che agli attuali livelli di valutazione sembra come uno sparo nel buio. Il valore attuale del S&P500 sconta un multiplo di ben 21 volte gli utili 2021, in crescita del 25% rispetto al 2020 (supponendo che tutta sia finito già l’anno prossimo). Entrambi i numeri appaiono abbondanti, per lo meno a giustificare altre sorprese positive.

Mario Cribari

“In questo contesto, continuiamo a consigliare un portafoglio bilanciato tra titoli difensivi/growth, beneficiari di nuove situazioni di rischio, e ciclici/value, che invece rappresentano valore in un’ottica di 12 mesi. Per evitare di farsi male con i ciclici, nel caso in cui le nostre preoccupazioni di breve si realizzino, occorre selezionare titoli di elevata qualità dal punto di vista di bilancio, management e posizionamento di mercato”, sottolinea Cribari. “A livello settoriale, restano intatte le tendenze positive su difesa, sicurezza, tecnologia innovativa, cyber-sicurezza, robotica, fintech, farmaceutica, biotecnologia, nuovo consumo (asiatico ed occidentale), sostenibilità ambientale, settori favoriti da tassi bassi, alcuni settori ciclici, infrastrutture. Abbiamo anche recentemente investito su un basket di titoli nell’industria del 5G. Nel comparto obbligazionario restiamo invece pesantemente sotto ponderati, in particolare sui governativi occidentali, intrappolati tra debito elevato, tassi bassissimi e bassa crescita economica, come mostra il caso italiano”. 

RCEP Asia, Europa favorita dal nuovo accordo. Zimmermann: una grande opportunità commerciale

Secondo Marcel Zimmermann di Lemanik, il RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership) consente di diversificare le catene delle forniture e di ridurre l’esposizione ai rischi geopolitici. Cresceranno gli investimenti diretti nell’area, ma anche le importazioni cinesi.

“L’accordo commerciale siglato il 15 novembre dalla Cina con 14 paesi asiatici rappresenta una grande opportunità commerciale per le imprese europee, fin qui penalizzate dalla guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti”, sostiene Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity. “Il Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) offre infatti una piattaforma regionale che consente alle imprese europee di diversificare la catena delle forniture, mantenendo aperto l’accesso sia ai paesi RCEP sia al mercato americano. Inoltre, riduce il rischio geopolitico legato all’internazionalizzazione”.

L’accordo siglato tra la Cina e gli altri 14 paesi asiatici sembra favorire le aziende europee che hanno intrapreso da tempo un percorso di qualità. “In questo contesto, vediamo una potenziale rivalutazione delle società europee”, aggiunge Zimmerman, “dato che è ragionevole aspettarsi la fine del processo di de-globalizzazione delle supply-chain cinesi, causata dallo scontro con gli Stati Uniti. Inoltre, l’ulteriore crescita della classe media asiatica si trasformerà in un aumento della domanda per i prodotti europei di qualità”. 

L’accordo RCEP copre il 30% dell’economia globale, con 26,2 triliardi di dollari, e il 30% della popolazione mondiale, con oltre 2,2 miliardi di consumatori. L’eliminazione delle tariffe all’interno del blocco commerciale che include i dieci paesi dell’associazione Sud-Est Asiatica (Asean)  più Giappone, Cina, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda dovrebbe toccare il 90% delle merci scambiate.

Marcel Zimmermann

Gli effetti di queste riduzioni tariffarie saranno naturalmente meno importanti all’interno della zona Asean, che già costituiva un blocco commerciale integrato. Tuttavia, nel contesto dell’accordo RCEP, aumenterà il flusso di investimenti diretti verso questi paesi. Una tendenza che si era già parzialmente verificata a seguito della guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti. I dazi saranno invece azzerati tra Giappone, Corea del Sud e Cina e questo metterà sotto pressione le aziende domestiche cinesi e comporterà sicuramente un aumento delle importazioni per la Cina. Quest’ultima, forte della sua importanza all’interno del gruppo, beneficerà della maggiore integrazione della regione nella nuova Via della Seta, promossa dal governo cinese.

La regolamentazione di tematiche di crescente rilevanza negli scambi commerciali, come diritti d’autore, e-commerce e servizi finanziari, sono altri fattori che rendono questo patto attrattivo. “Già prima di questo accordo, l’Asia era il motore principale della crescita globale. La regione ha gestito la pandemia in maniera più efficace del resto del mondo e la ripresa sta avanzando, come mostrano gli ultimi dati sulla produzione industriale e gli indici PMI e prevediamo un’accelerazione degli investimenti diretti verso il sud-est asiatico, non soltanto a livello regionale, ma anche da parte di Europa e Stati Uniti”, conclude Zimmermann.

Italia a buon mercato per gli appetiti stranieri. Immobili e redditi, siamo il nuovo Est Europa

Le statistiche rivelano  come l’Italia si trovi, più che in passato, nelle  condizioni per essere aggredita economicamente dalle potenze straniere. Il reddito pro-capite ed i prezzi del patrimonio immobiliare privato sono talmente bassi da far gola al Nord Europa, e  la voglia di shopping di Francia, Olanda e Germania potrebbe coinvolgere diffusamente  anche le nostre PMI migliori.

Di Alessio Cardinale

L’Italia è sempre stata un terra di conquista delle potenze straniere, e raramente nella sua storia unitaria si è posta essa stessa come “potenza”. Quando lo ha fatto, poi, sappiamo bene come è andata a finire.

Dal secondo Dopoguerra, le geografie mondiali sono mutate spesso, ma attraverso lunghi periodi di stabilità. Ciò che non viene evidenziato mai dalla cartine geografiche tradizionali, però, sono le mutazioni degli assetti geo-economici, che invece mutano continuamente, fino ad oggi, senza bisogno di ricorrere a conflitti armati e trovando nei “conflitti imprenditoriali” il proprio campo di battaglia, con tanto di virtuali – ma efficaci, se si vuole – trincee.

Esiste, infatti, un livello di “attaccabilità” delle aziende di un paese, di cui imprenditori di altri paesi possono avvantaggiarsi in particolari situazioni congiunturali. Esistono, anche, alcuni indicatori di riferimento che ci aiutano a capire quanto le nostre migliori aziende siano acquistabili o “scalabili” da parte di mani straniere, e che ci aiutano a comprendere, di conseguenza, quanto possa essere fragile il nostro tessuto economico in un determinato momento storico. In particolare, il mercato immobiliare – e i suoi segnali in termini di Domanda e Offerta – ed il reddito medio rappresentano due termometri infallibili per qualunque economia.

Relativamente alle quotazioni immobiliari, la speciale classifica delle città europee secondo il costo a mq vede al primo posto Parigi con 12.900 euro/mq, seguita da Londra con 11.200 euro/mq e Monaco di Baviera con 7.800 euro/mq. In Italia, Milano è ben distante a quota 3.650 euro/mq, Roma 3.300 euro/mq e Torino 1.950 euro/mq. Relativamente al prezzo medio al metro quadrato per l’affitto degli immobili residenziali, Parigi sempre in testa con un valore di 27,8 euro/mq, seguita da Oslo con 25,3 euro/mq. In Italia, invece, è Roma al primo posto con 13,4 euro/mq, seguita da Milano con 12,9 euro/mq e Torino 6,9 euro/mq.

Nel meridione d’Italia, a Napoli e Palermo, quotazioni ancora più basse pur riguardando città di grande interesse storico e con notevoli contesti architettonici.

Connesso a questo primo indicatore c’è il secondo, non meno importante, relativo al reddito. In particolare, se analizziamo quanti stipendi lordi medi annui servono per acquistare un immobile residenziale di 70mq, vediamo che i cittadini di Italia, Norvegia, Germania e Austria impiegano tra 5 (Germania) e 6,2 (Italia) stipendi lordi annui per coprire l’acquisto.

Se analizziamo i dati aggregati per aree geografiche e risaliamo fino ai livelli del 1980, le differenze rispetto alla media europea sono abbastanza evidenti: il blocco del Nord Europa resta ampiamente in vetta, con un reddito del 50 per cento più alto di quello della media europea (mentre alla metà degli anni novanta la differenza era solo del 25 per cento); quello occidentale è più alto del 25 per cento rispetto a quello orientale; quello del Sud è sceso sotto la media europea  a seguito della grande crisi del 2008 (- 10 per cento) e quello dell’Est resta al 35 per cento sotto la media, ma viaggia a ritmi di PIL talmente superiori a quelli italiani che, tra i paesi un tempo ambiti dagli emigranti dall’Europa Orientale (Albania, in primis), c’è stato una sorta di avvicinamento da parte di alcuni di loro: non sono pochi gli italiani che emigrano oggi in Albania o In Croazia, attratti dal fisco leggero e dalla burocrazia snella.

Tra il 2004 e il 2018, la distanza tra i nostri salari e quelli degli sloveni, dei cechi, degli estoni, degli slovacchi, dei lettoni, si è ridotta notevolmente, grazie anche all’effetto combinato di decenni di declino italiano e di boom economico a Est. Infatti, il reddito netto disponibile degli italiani – escluse tasse e contributi – non è ancora tornato ai livelli pre-crisi, e resta ancora oggi al livello di vent’anni fa. 

Pertanto, l’Italia sembra sempre più somigliare, in quanto a parametri economici e grado di “attaccabilità” (o scalabilità) da parte dei paesi più ricchi, ai paesi dell’Est Europa. Ecco perché, a livello immobiliare, e soprattutto relativamente agli immobili di pregio (sia nelle grandi città che nelle zone pregiate di campagna), lo shopping del Nord Europa è continuato senza sosta, anche nel periodo immediatamente successivo al primo lockdown.

Inoltre, dallo scoppio della pandemia è cresciuto il timore di acquisizione delle nostre migliori aziende da parte dei nostri partner europei, sempre attenti in passato a non permettere a mani italiane di scalare le loro grandi imprese, ma sempre lesti ad acquisire le nostre (da Parmalat a Mediaset, passando per decine di altri marchi molto noti). Buona parte dei colossi italiani, infatti, ha diminuito sensibilmente il proprio valore in Borsa, ed i nostri servizi segreti, allertati dal Governo in merito a potenziali appetiti sulle nostre grandi aziende, oggi guardano soprattutto all’Olanda e alla Francia. In ambito petrolifero, ad esempio, l’italiana Eni rischia di essere “predata” dai Paesi Bassi con la Shell, o dalla Francia con la Total. Shell ha perso il 47% da inizio d’anno, ma in Borsa vale 108 miliardi contro i 29 dell’Eni (che ha perso il 42% nello stesso periodo); la francese Total invece vale 91 miliardi, più di tre volte l’Eni.

Ma se relativamente alle grandi aziende il Governo Conte ha aumentato, lo scorso Aprile, la loro “blindatura” ampliando il cosiddetto Golden Power – che permette di bloccare acquisizioni estere anche da parte di aziende con sede Ue ma controllate da soggetti extracomunitari – nessun controllo potrà essere effettuato riguardo le possibili acquisizioni delle nostre migliori PMI non quotate che, com’è noto, costituiscono l’ossatura dell’apparato imprenditoriale italiano.

Settori di eccellenza come quelli della produzione alimentare e vinicola, oppure della logistica e della moda, oggi valgono molto meno di nove mesi fa, e diversi imprenditori con tradizioni secolari e di medie dimensioni, alla luce delle difficoltà emerse con la pandemia, potrebbero essere tentati di cedere a mani straniere le proprie quote di maggioranza.

In particolare, le più colpite potrebbero essere quelle dove risulta difficile – o impossibile – attuare un ricambio generazionale che non interrompa la continuità nelle conduzione familiare dell’azienda.

Prede facili, di questi tempi.

Come sta il mercato immobiliare italiano? Vive, ma è molto malato

Dal sogno del mattone all’incubo dei prezzi in discesa ormai da anni, è evidente che in Italia esiste un problema di offerta abbondante, che non può essere assorbita agli attuali livelli di reddito e da un numero inadeguato  di “non proprietari”. Le crisi del 2008 ed il Coronavirus, poi, hanno fatto il resto.

Di Massimo Bonaventura

L’attuale condizione del mercato immobiliare italiano ha origini antiche. La crisi del 2008 e quella scatenata nell’anno in corso dalla pandemia di Coronavirus, infatti, sono solo gli ultimi due capitoli di una “malattia” che è nata e si è sviluppata nel nostro Paese fin dagli anni sessanta, grazie al Boom Economico, all’aumento del reddito disponibile ed alla svalutazione della Lira (che abbatteva il valore dell’indebitamento già dopo 4 o 5 anni dalla erogazione del mutuo fondiario).

Oggi, con la complicità del Covid-19, nel 2020 il settore del Real Estate dovrebbe subire una flessione di almeno venti punti percentuali, con una contrazione del prezzo medio delle abitazioni stimata da Nomisma intorno al 2,5%.

Le origini del male, dicevamo. Sembra evidente che le quotazioni immobiliari si siano gonfiate negli anni precedenti attraverso l’andamento tipico delle c.d. bolle speculative. Il mito del “mattone che cresce sempre di valore”, infatti, ha sostenuto per decenni un mercato che adesso è saturo, con una percentuale “pazzesca” – il 75% delle famiglie – di italiani diventati proprietari di casa (o di più case) ed un’altra, il rimanente 25% di “non proprietari”, che non lo diventerà mai per i più disparati motivi (anziani con pensione al minimo, giovani disoccupati, famiglie sotto la soglia di povertà).

E così, in molti comuni italiani si segnala la classica situazione in cui tanti proprietari di immobili non riescono a venderli per assenza di compratori, oppure per via del troppo elevato, richiesto al momento della immissione in mercato, che ritarda i tempi della compravendita.

Su tutto, l’offerta delle case in vendita è il doppio rispetto alla domanda, e la qualità degli immobili – moltissimi dei quali costruiti tra gli anni ’60 e ’80 – è scadente. Prova ne sia che il 74% delle abitazioni in Italia rientra tra le classe energetiche più basse (G, F, E).

Pertanto, tra i c.d. millennials si è già fatta strada una concezione del patrimonio immobiliare totalmente opposta a quella dei c.d. patrimonials, ossia di coloro che appartengono alla generazione dei babyboomers e che hanno fatto la fortuna della nostra Economia nei decenni scorsi. I millennials hanno una visione della casa più pragmatica, quella secondo la quale gli immobili rispondono all’esigenza primaria di viverci (comodamente) dentro. Basta all’acquisto di immobili “per investimento”, e stop alle seconde case, passate in secondo piano rispetto ai viaggi lunghi ed alle locazioni brevi.

Dal punto di vista patrimoniale, il mercato immobiliare aveva sempre costituito una asset class importante. dove allocare i propri risparmi. Il motivo che ha spinto negli anni gli italiani ad investire nel mercato immobiliare risiedeva nella sua stabilità. La crescita demografica nei grandi centri urbani aveva sostenuto i prezzi in maniera quasi ininterrotta dal secondo Dopoguerra ad oggi, ed acquistare una casa aveva coniugato il sogno di qualunque investitore: “vivere” e “toccare con mano” il proprio investimento ed ottenere un rendimento sicuro nel medio e nel lungo periodo. Oggi, con il rischio di un crollo generalizzato dei prezzi delle case, la sua importanza è scesa vertiginosamente, e sono molti gli indicatori che rivelano l’esistenza di una “bolla” nelle principali città dell’Europa.

La bolla sembra essere più imponente in Europa. Nel 2020, infatti, in molti paesi europei il prezzo degli immobili è salito di oltre il 15%, contro un 5% registrato negli Stati Uniti, e le nuove misure restrittive a cui tutti i paesi industrializzati andranno incontro stanno già determinando una sorta di esodo dalla città alla campagna da parte di molti proprietari. Ad esempio, circa il 20% degli abitanti di Parigi si sta trasferendo nelle residenze di campagna, e questo comporterà già nel biennio 2021-2022 un crollo del valore degli immobili.

Relativamente al mercato delle locazioni, la riduzione delle attività economiche nelle grandi città ha causato la conseguente contrazione delle locazioni commerciali, ed il numero degli studenti fuori sede – così come quello dei lavoratori fuori sede – è crollato a seguito della pandemia, causando un tangibile calo dei prezzi degli affitti in tutta Europa.

La miccia di una possibile esplosione potrebbe essere individuata nei mutui, soprattutto quelli erogati per l’acquisto di immobili commerciali. Infatti, alle restrizioni imposte dai governi per fronteggiare la pandemia corrisponde un aumento delle insolvenze di aziende commerciali in gravissima crisi. Poi, probabilmente, sarà la volta degli asset immobiliari appartenenti alle famiglie più colpite dalla crisi innescata dal Covid-19. Tutto ciò porterà inevitabilmente ad un ulteriore aumento dell’offerta – già oggi eccessivamente elevata rispetto alla domanda – e ad un ulteriore crollo dei prezzi delle abitazioni.

Il mercato immobiliare, pertanto, vive ancora. Ma è molto malato.

Coronavirus: Big Pharma spinge sul vaccino, ma il problema è la terapia. Fatturati da capogiro

Moderna dichiara di poter arrivare, entro fine 2021, a produrre fino ad un miliardo di dosi, per un fatturato complessivo pari a circa 25 miliardi. Pfizer-Biontech dichiarano una produzione pari a 1,3 miliardi di dosi entro il prossimo anno, per un fatturato pari a circa 26 miliardi. Azioni previste in rialzo anche nel lungo periodo se gli anticorpi non saranno permanenti.

Nel pieno di una gravissima seconda ondata che molti, fino a meno di due mesi fa, bollavano come previsione estrema, tutti gli occhi rimangono puntati sui diversi vaccini ormai in dirittura d’arrivo e sui quali i mercati finanziari ci hanno regalato, metaforicamente parlando, belle giornate di sole. Nell’attesa che Pfizer, Moderna ed altre case farmaceutiche comincino la produzione e la distribuzione del vaccino su vasta scala, purtroppo non si sono ancora individuati i farmaci idonei alla terapia più efficace e standardizzata, ed il tasso di mortalità rimane ancora elevato.

Dal momento che i fatti umani sono spesso guidati da scelte di natura prettamente economica, il motivo – o i motivi – per cui si sia preferito indirizzare gli sforzi della ricerca mondiale verso tale strategia (prima il vaccino, poi la cura) sono sempre meno misteriosi. Del resto, non si comprende la logica attraverso la quale fiumi di denaro – quasi un miliardo di euro di finanziamenti governativi, ad oggi – siano arrivati alle varie equipe di Big Pharma (Pfizer e Moderna, soprattutto) per aiutare chi ancora il Covid-19 non l’ha contratto, mentre sulla possibile cura le cifre impiegate, al confronto, rimangono irrisorie. Infatti, sul versante della terapia, si è preferito prestare attenzione a farmaci già esistenti ed in circolazione – o ad una combinazione di essi – e non a molecole nuove, in grado di guarire in tempi rapidi, e con meno complicanze possibili, chi il Covid-19 l’ha già contratto e rischia la vita.

Lo sviluppo del vaccino è un processo più lungo, che normalmente richiede circa 5 anni e molti test da effettuare su migliaia di persone. Data l’attuale emergenza, però, è stato proposto un periodo di tempo più ristretto, compreso tra 12 e 18 mesi, e trattandosi di un’emergenza sanitaria che interessa tutto il mondo la capacità di produzione dovrebbe essere garantita prima del termine degli studi clinici e ripartita globalmente per garantire anche un’equa distribuzione in tutti i paesi del mondo. 

Sulla scia di questa strategia preferenziale verso il vaccino, circolano numerose informazioni che sollecitano una visione favorevole al concetto di “vaccinazione di massa”, l’unica che possa bloccare il virus per sempre. L’ipotesi è corretta, ma c’è da dire che lo stesso risultato si potrebbe raggiungere trovando la cura più efficace, che consentirebbe, a costi più bassi, di affrontare il Coronavirus con serenità, conducendo una vita normale senza pensare di poter morire da un momento all’altro. Unica controindicazione della strategia pro-cura (prima la cura, poi il vaccino) è quella che il Covid-19 potrebbe rimanere in circolazione per maggiore tempo, dal momento che molte persone, sicure di potersi curare rapidamente in caso di contagio, non ricorrerebbero al vaccino. Anche questa ipotesi è corretta, ma è altrettanto corretto prevedere che sarà molto difficile attuare una vaccinazione di massa come è accaduto, ad esempio, per il Morbillo, che necessitava di una copertura pari al 95% della popolazione. Secondo un sondaggio recente, negli Stati Uniti solo il 50% dei cittadini intervistati si è dischiarato disposto a fare il vaccino.  

Su tutto, però, non è stato chiarito un punto fondamentale, e cioè se i vaccini di imminente distribuzione proteggono solo dallo sviluppo della malattia da Covid-19 vera e propria, o se tengono il virus del tutto fuori dal corpo. Il secondo caso sarebbe quello più auspicabile, dal momento che scongiurerebbe la trasmissione del virus da persona a persona, accelerando la fine della pandemia.

Tornando ai nostri temi, lo scorso 9 Novembre Pfizer ha annunciato che il suo vaccino sperimentale contro il Coronavirus, sviluppato dalla tedesca BioNTech, si è rivelato molto più efficace del previsto nell’ultima fase di test su esseri umani. La notizia è stata accolta da grande ottimismo sia tra gli operatori che tra gli investitori in Borsa, ed ha generato ordini per miliardi di dollari da parte dei governi. Eppure, i tempi per distribuire il vaccino alle masse saranno piuttosto lunghi, per via delle procedure di autorizzazione da parte delle autorità sanitarie e della capacità di Pfizer di produrre materialmente i vaccini per alcuni miliardi di persone e distribuirlo in tutto il pianeta.

L’annuncio, comunque, ha fatto salire sensibilmente sia le azioni Pfizer, cresciute del 10% nella prima seduta, e di Biontech, salite del 15%. La tedesca Biontech, da sola, oggi vale 25 miliardi di dollari, nonostante un fatturato 2019 pari a 110 milioni di euro e perdite a bilancio per 180 milioni.

Il clima euforico di borsa, naturalmente, ha trascinato al rialzo anche le azioni dell’azienda americana Moderna, che già stipulato accordi anche con l’Unione Europea per 300 milioni di dosi.

Qual è il giro d’affari immediato che scaturisce per Pfizer e Moderna, grazie a questi accordi? Il vaccino Moderna costerà intorno ai 25 euro, mentre quello di Pfizer-Biontech poco sotto i 20 dollari. Pertanto, la commessa di Moderna con l’UE porterebbe all’azienda americana un fatturato di 7,5 miliardi, e le proiezioni per la Pfizer non sono da meno.

Un pò in sordina, c’è anche il vaccino di Astrazeneca, messo a punto dall’Università di Oxford e dall’Italiana Irbm, che sta per concludere i test di fase III ed è già allo studio dell’Ema. Il farmaco è basato sull’azione di un Adenovirus e richiede una sola somministrazione; in più, costerebbe solo  4-5 euro ed , entro gennaio 2021 la società inizierà la commercializzazione, per cui si prevede una domanda sostenuta, soprattutto da parte dei paesi più poveri (ai quali sarà garantita la diffusione anche gratuita a carico dei paesi più ricchi).

Nel frattempo, il marketing istituzionale delle diverse aziende operative nel campo del vaccino anti-Covid ha cominciato a diffondere i suoi messaggi “promozionali”, soprattutto attraverso i media, scatenando una specie di gara al rialzo sul grado di efficacia di ciascun vaccino. E così, Pfizer-Biontech, che aveva inizialmente annunciato un’efficacia di poco superiore al 90%, dopo l’annuncio di Moderna (efficacia al 94,5%) ha comunicato una percentuale del 95%. La Russia, dal canto suo, ha sbandierato un notevole 92%.

Ma la battaglia si combatte anche – e soprattutto – sulle proprietà in base alle quali la distribuzione di ciascun vaccino potrà essere più o meno difficoltosa. il vaccino Pfizer-Biontech, per esempio, necessita di temperature pari a -75°C (tra i -70°C e i -80°C), e solo negli ultimi giorni prima dell’iniezione può essere portato in un normale frigorifero ad una temperatura di 4°C (dove può resistere per cinque giorni). Il vaccino Moderna, invece, può essere conservato a -20°C anche per sei mesi di stoccaggio, e poi deve restare conservata tra i 2°C e gli 8°C fino a trenta giorni (e persino a temperatura ambiente per mezza giornata).

Relativamente alle previsioni di produzione, Moderna dichiara di poter arrivare, entro fine 2021, a produrre fino ad un miliardo di dosi, per un fatturato complessivo pari a circa 25 miliardi. Pfizer-Biontech dichiarano una produzione pari a 1,3 miliardi di dosi entro il prossimo anno, per un fatturato pari a circa 26 miliardi.

Cifre da capogiro, soprattutto se consideriamo la possibilità che gli anticorpi sviluppati non siano permanenti, e quindi saranno destinati a scomparire nel giro di pochi mesi. In questo caso, il fatturato sarebbe da replicare per “enne anni”, con indubbi benefici economici strutturali per Big Pharma e per i suoi azionisti, grandi e piccoli.

Compravendita abitazioni, in calo la percentuale degli acquisti per investimento

Dallo studio del Gruppo Tecnocasa sulle compravendite effettuate in Italia emerge un calo della percentuale di chi acquista per investimento. La tendenza è confermata anche nel secondo semestre, ma aumenta l’interesse degli investitori per via delle quotazioni di mercato più basse.

Dopo anni di crescita, nel primo semestre 2020 la percentuale di acquisti per investimento registrava un ribasso dai picchi del 2018 e del 2019 (16,8% contro il 17,9% degli anni precedenti), attestandosi ai livelli del 2016. La frenata, naturalmente, è legata all’incertezza generata dall’emergenza sanitaria ancora in corso, che ha rallentato sia le compravendite di tipologie da mettere in affitto sia gli acquisti di soluzioni per realizzare B&B ed affittacamere.

La tipologia più scambiata da chi vuole mettere a reddito rimaneva il bilocale, con il 35,0% delle preferenze, a seguire i trilocali (28,2%). Anche nel primo semestre del 2019 si registravano percentuali simili.

Nel primo semestre del 2020 il rendimento annuo lordo nelle grandi città si attestava sul 5,1%, in leggera crescita rispetto al primo ed al secondo semestre del 2019 quando si fermava al 5,0%.

Focalizzando l’attenzione su chi ha comprato per mettere a reddito, il 30,2% degli investitori ha un’età compresa tra 45 e 54 anni, seguiti dai soggetti tra 35 e 44 anni (22,7%) e da coloro con età compresa tra 55 e 64 anni (22,2%). Tale composizione sembra confermata, con piccoli scostamenti, nella seconda parte del 2020.

Per questo specifico segmento di acquirenti, buona parte degli acquisti si conclude senza l’ausilio degli istituti di credito (81,7%), e solo il 18,3% degli investitori ricorre al mutuo bancario (un anno fa era al 15,7%).

Il 75,2% degli investitori sono coppie e coppie con figli, mentre il 24,8% è single (celibi/nubili, separati, divorziati e vedovi). In lieve calo, rispetto al primo semestre del 2019, la percentuale di investitori single che si attestava al 25,5% contro il 24,8% attuale.

Relativamente alla estrazione professionale degli investitori, a comprare per investimento sono soprattutto lavoratori dipendenti (41,9%), imprenditori e liberi professionisti (40,2%), e a seguire i pensionati con una percentuale del 9,4%.

Naturalmente, il calo delle compravendite che si sta verificando lungo il secondo semestre dell’anno – e che si è manifestato soprattutto da Settembre in poi – sta coinvolgendo sensibilmente le compravendite per investimento, soprattutto nelle grandi città. Roma, per esempio, sta vivendo un ribasso notevole di acquisti tradizionalmente destinati alla progettazione di B&B e di attività di affittacamere. L’unico aspetto positivo è rappresentato da timidi segnali di interesse per il settore, per via delle quotazioni più basse e della tendenza alla decrescita anche per il primo semestre 2021.