Luglio 31, 2026
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Art investing, Milano piazza di talenti. Marco Fratini: con la penna Bic ho trovato la mia strada

Negli ultimi tre anni, alcuni artisti emergenti sono stati capaci di creare un sistema autonomo di diffusione al pubblico delle proprie opere, senza l’ausilio di gallerie e mostre personali, reinventandosi  come artisti-imprenditori di sé stessi e assicurando al pubblico prezzi di vendita più bassi  per via della catena distributiva più corta. 

In tema di investimenti alternativi, secondo una recente indagine (Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi), il 2,9 per cento degli intervistati si interessa alle opere d’arte. Ed è proprio l’Arte – insieme alle auto d’epoca, ai preziosi e agli orologi di pregio – a costituire l’ossatura di un mercato di investimenti alternativi – il c.d. passion investment, o investimento emozionale – che, a parte il blocco di Marzo e Aprile 2020, non ha mai smesso di generare un buon volume d’affari, con scambi online di un certo rilievo sebbene ancora inferiori (- 20% circa) rispetto al periodo pre-Covid.

I soldi, in ogni caso, non sono scomparsi, ma si sono concentrati nelle case d’asta più importanti, per via dell’affidabilità e della documentazione richiesta da chi vuole comprare un’opera d’arte “importante”. Al contrario, le fiere sono state cancellate tutte, e quelle che hanno tentato di trasformare la propria kermesse in evento digitale hanno avuto risultati deludenti. Le gallerie, poi, hanno sofferto un’annata molto negativa per via dell’assenza dei compratori internazionali.

In generale, chi può aspettare e non deve monetizzare immediatamente preferisce attendere tempi migliori, oppure dare attenzione agli artisti emergenti, molti dei quali presenti soprattutto nella piazza milanese, sui quali investire cifre abbordabili e scommettere su una crescita delle quotazioni nel lungo periodo. In particolare, ad emergere e dare continuità al proprio lavoro sono artisti molto originali e innovativi, capaci di creare un sistema autonomo di vendita delle proprie opere, senza l’ausilio di gallerie e/o mostre personali – bloccate dal Covid – e di reinventarsi quali artisti-imprenditori di sé stessi; tutto ciò, senza svilire il proprio apporto creativo e assicurando al pubblico una autentica produzione artistica originale ma a prezzi di vendita più bassi per il solo effetto della catena distributiva più corta. Uno di questi è certamente Marco Fratini, artista e pubblicitario siciliano che vive ed opera a Milano da circa trenta anni, il quale ha trovato la notorietà grazie ad una particolare tecnica riproduttiva che utilizza esclusivamente le celebri penne a sfera della Bic, l’azienda francese con  sede a Clichy, fondata nel 1945 dal barone di origine torinese Marcel Bich (da cui ha origine il marchio).

Moderatamente presente sui social, oggi riceve molte richieste dai privati ma i tempi di attesa, date le caratteristiche delle opere (tutte realizzate a mano libera) non sono brevi. A posteriori, la costruzione del valore di ogni singola opera di Fratini poggia su alcuni elementi che il mercato mostra di apprezzare. Il primo è l’originalità: ogni singola opera è unica, e nasce da un unico scatto fotografico che poi l’artista riproduce fedelmente con le Bic nere, nei minimi particolari, esaltando le parti più intense del soggetto. Il secondo è il tempo: ogni opera (50 x 70, e soprattutto quelle di formato 100 x 70) ne richiede moltissimo, e non c’è spazio per riproduzioni in serie. Il terzo è la paternità: non c’è alcuna “produzione di bottega”, ogni lavoro è realizzato dalla mano dell’artista.

Patrimoni&Finanza lo ha intervistato.

Per molti anni lei ha lavorato in Pubblicità. Quando ha capito che avrebbe voluto fare solo l’artista, e cosa ha determinato questa scelta?

Tutto è accaduto in maniera graduale , non è stata una scelta pensata e compiuta d’istinto. Ad un certo punto della mia vita mi sono ritrovato a preferire l’attività di artista, dopo aver lavorato per tanti anni in pubblicità come creativo nel campo grafico. Ma anche in quell’ambito ho sempre cercato di mettere arte e istinto, anche perché le regole della grafica pubblicitaria mi stavano un po’ strette.

Da giovane si è trasferito dalla Sicilia a Milano, come è stato l’impatto con il nuovo ambiente creativo?

Sono arrivato a Milano che ero un ragazzo, dopo aver frequentato il liceo artistico a Palermo, per cui ho affrontato tutto con la tipica leggerezza ed entusiasmo dettati dalla giovane età. All’inizio avevo in mente di lavorare in pubblicità, e così l’Accademia Milanese NABA mi ha formato in questo settore così bello, che mi ha dato tanto e che mi ha preparato per ciò che oggi sono.

Quando ha cominciato a creare opere con l’ausilio della sola penna Bic?

La penna è sempre stata sul mio tavolo da lavoro (scarabbocchiando vengono le idee migliori), la utilizzavo per preparare i bozzetti sui formati A4 dei lavori che poi sviluppavo con acrilici su grandi formati. Ed è così che ho iniziato a lavorare con la Bic sui formati A3, per poi passare al 50×70 e ai formati più grandi. Da allora è partito tutto. Era il Settembre del 2017, e la penna Bic, che al contrario di quanto si possa pensare è molto versatile, mi ha dato una certa notorietà in modo del tutto inaspettato.

Ha per caso un contratto di sponsorizzazione con la famosa casa produttrice di penne a sfera?

Assolutamente no (ride). Tantissimi amici ed estimatori hanno segnalato spontaneamente le mie opere alla sede della Bic, ma non ho mai avuto alcun contatto né prima, né dopo aver cominciato ad utilizzare esclusivamente le loro penne a sfera.

La fotografia che posto ha nella sua produzione artistica?

la fotografia è parte fondamentale del mio processo creativo. Parte tutto da li, scatto un soggetto che mi interessa per poi sintetizzarlo in bianco nero con la Bic nera su formati che oggi arrivano al 100 x 70.

Ha in programma, Covid permettendo, qualche uscita pubblica personale nel corso del 2021?

Per il 2021 ho solo tanto da lavorare per i privati, che mi commissionano dei lavori con una certa regolarità, anche se non riesco ad assicurare tempi di attesa brevissimi. Peraltro, realizzare con le Bic un’opera all’altezza delle aspettative richiede un lavoro attento e frenetico, che concede poche pause. Le mie giornate lavorative sono lunghissime, per cui ho poco tempo per pensare ad uscite pubbliche. Tutto si vedrà in seguito, pensiamo a far passare questo brutto periodo.

La MiFID e la “dissonanza cognitiva”. In che direzione va la professione di consulente finanziario?

Politica e Finanza dovrebbero viaggiare lungo due rette parallele, che per definizione non si incontrano mai. Nel caso della MiFID, invece, pare si siano incontrate, ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Anche se nessuno vuole vederli.

Di Alessio Cardinale

Con il documento di Action Plan verso la Capital Market Union (CMU), pubblicato lo scorso 24 Settembre, la Commissione Europea ha preparato il terreno per l’introduzione dell’obbligo di una certificazione europea per i consulenti finanziari, allo scopo di attestare il livello di conoscenza, di qualificazione e di formazione permanente di ciascuno di essi, e creare uno standard di qualificazione professionale per tutti i consulenti finanziari operanti nell’UE.

L’intento, come sappiamo, è quello di procedere verso un unico Albo europeo dei consulenti finanziari e, domani, di consentire ai professionisti che vorranno misurarsi con i mercati di altri paesi di prestare la propria opera in qualunque stato membro, diventando così “internazionali”. Pertanto, sembrerebbe a prima vista un evento di portata eccezionale per la categoria dei consulenti finanziari; approfondendo la questione, però, non sono poche le perplessità che si generano.

LO SPETTRO DELLO STANDARD. Qualunque professione fonda le proprie radici sulla indipendenza intellettuale di chi la esercita. E’ proprio grazie a questa autonomia, espressa all’interno di un corpus di regole uguali per tutti gli appartenenti, che la c.d. professione liberale si distingue dal lavoro dipendente. Di conseguenza, un elevato livello di standardizzazione dei processi di creazione dell’opera intellettuale svilisce e mortifica qualunque professione, che appunto si basa sulla indipendenza e ammette, al massimo, la sola standardizzazione delle procedure di trasmissione dell’opera a chi deve beneficiarne e, laddove occorre, agli enti di controllo amministrativo e vigilanza.

Questo percorso logico e chiaro a tutti, purtroppo, non è stato osservato per la categoria professionale dei consulenti finanziari, e qualunque percorso che portasse alla costituzione di un vero Ordine di professionisti, cui da più parti si vagheggiava, è stato interrotto a partire dal 2007, allorquando fu chiaro che la normativa MiFID fosse concepita politicamente per consentire al sistema finanziario europeo – fino al 2008 poco competitivo – di rivaleggiare con quello statunitense e – oggi più che mai – con quello asiatico-cinese, che sta muovendo velocemente i propri passi.

Sfortunatamente, a giudicare dalle cifre del portafoglio medio per consulente, siamo ancora ben lontani dalle medie USA, dove un professionista viene giudicato “appena discreto” al raggiungimento di un portafoglio di almeno 100 milioni di USD. Pertanto, delle due l’una: o il sistema MiFID europeo non ha raggiunto il suo obiettivo, riuscendo a replicare solo una brutta copia del sistema americano, oppure il percorso della MiFID – basato essenzialmente sull’aumento del portafoglio medio pro capite a discapito della qualità e del ricambio generazionale – non si è ancora completato e, per i prossimi 10-15 anni, prevede la continuazione di un processo di profonda trasformazione e “concentrazione” per mezzo dei seguenti passaggi:

– limitazione, in termini percentuali, del passaggio generazionale dei portafogli “da padre in figlio”, al fine di ridurre considerevolmente il numero di consulenti e, in virtù di un denominatore più basso (numero consulenti) a fronte di un numeratore (masse amministrate) superiore o anche uguale a quello di oggi, avvicinarsi alle vette americane;

– progressivo allontanamento, con modalità riservate e con incentivi, dei consulenti con portafogli inferiori a 15-20 milioni;

– selezione e formazione specifica di un numero limitato di risorse umane più giovani, provenienti dal mondo universitario, da finanziare tramite la riduzione dei costi derivante da quanto previsto al punto precedente, arrivando così al pensionamento dei consulenti over 55 con forze fresche, di età media 35 anni, a cui riassegnare le masse a fronte di margini provvigionali molto ridotti.

Nella mente degli “architetti” della MiFID, tutto questo dovrebbe migliorare il sistema, ma non tiene in conto della possibile evoluzione del sistema finanziario americano, ed anzi sembra assumere per scontato che la media USA di AUM (Asset Under Management) per consulente rimanga ferma.

Le variazioni della ricchezza amministrata dai consulenti finanziari, prendendo in esame il periodo 2008-2020, sono state notevoli, al pari delle riduzioni dei margini di guadagno per le reti, e ciò testimonia la tendenza in atto di cui parlavamo prima. Banca Generali, per esempio, ha più che quadruplicato la sua raccolta, seguita da Azimut (205%), Mediolanum (198%) e Fineco (173%), mentre l’incremento più contenuto è quello di Fideuram (+84%) che però partiva da 60,5 miliardi di masse amministrate già nel 2008. Se analizziamo il numero di consulenti, i dati cominciano ad essere contrastanti. Si va dalla crescita di Azimut (+68%) e di Banca Generali (+51%), alla cura dimagrante di Allianz Bank (-26%), Mediolanum (-19%) e Fineco (-5%). La diminuzione della forza vendite, naturalmente, ha determinato un deciso miglioramento della AUM media per consulente, eccetto Banca Generali che ha registrato una crescita record di AUM per consulente (+ 273%) pur avendo aumentato il numero di professionisti. Le altre reti, invece, hanno ridotto il numero di consulenti e, quindi, aumentato l’AUM media (Mediolanum + 268% e Allianz Bank +213%).

LA DISSONANZA COGNITIVA. A monte di tutto sembra predominare un piano mosso da una serie di luoghi comuni usati strumentalmente, più che dall’industria, dalla politica europea. La MiFID, infatti, ha inviato alcuni inaccettabili messaggi subliminali al sistema. Il primo è che la riduzione dei margini di ricavo seguiti all’introduzione delle due MiFID siano il “prezzo” che i consulenti finanziari debbano pagare per i presunti “eccessi” di una condotta professionale rivolta, più che alla qualità, alla ricerca di lucrose commissioni; la seconda è che i risparmiatori italiani siano tutti degli analfabeti funzionali, giacchè nel periodo considerato (2008-2020) hanno ricevuto puntualmente le comunicazioni sulle commissioni pagate, scritte nella loro lingua madre, e non le hanno capite.

Eppure, qualunque conferma di investimento, fin dagli albori della consulenza finanziaria – quando ancora non era stato codificato neanche il termine “promotore” – ha sempre recato in maniera chiara ed inequivocabile l’entità delle commissioni pagate. Pertanto, si fa strada la convinzione che, a rafforzare gli evidenti interessi politici – le banche e le reti non si sarebbero neanche sognate di mettere in campo le due MiFID – sia esistita una sorta di meccanismo manipolativo, a sua volta agito attraverso l’induzione di una c.d. “dissonanza cognitiva” (concetto introdotto da Leon Festinger nel 1957), ossia una contraddizione interna che porta qualcuno a parlare e a pensare in modo contrario a ciò che sente e percepisce, o a ciò che un ragionamento logico suggerirebbe. La sudditanza ad un sistema – economico o politico – implica sempre l’esistenza di una o più dissonanze cognitive, un pò come il prigioniero che vede un amico nel proprio carceriere, nonostante questi lo abbia privato della sua libertà.

Leon Festinger

La “ricetta” della manipolazione consta di alcuni passaggi chiave. Il più importante è la provenienza dei principi che spingono all’azione: se essi non provengono dalla “pancia” (i consumatori, ossia la Domanda), bensì “calati dall’alto” dal sistema stesso (l’Offerta), il rischio di dover utilizzare una manipolazione collettiva esiste sempre, e assicura il buon esito delle operazioni che il “manipolatore” si è prefissato di raggiungere.

Facciamo un esempio pratico. Ricordate il recente caso della modella di Gucci “non esattamente bella”, ma designata quale nuovo canone di bellezza “non convenzionale”? In sintesi, Gucci ha scelto come testimonial una donna che palesemente mostra un aspetto contrastante con il ruolo assegnatole nel campo della moda, dove le indossatrici – magrezza a parte – sono oggettivamente e mediamente belle o addirittura bellissime. Chiunque, vedendo la sua foto, ha sentito immediatamente che c’era qualcosa che non andava; però, contestualmente, quella sensazione di contrasto – e la reazione negativa che ne è seguita – è stata indicata dai media come “sbagliata”, al punto che chi non la pensava come Gucci veniva additato come individuo mediocre, per nulla aperto al progresso e capace solo di giudicare una donna per il suo aspetto “convenzionale“.

In pratica, con la minaccia di tale “punizione sociale”, ben veicolata dai media e dal marketing, si sono spinte le persone a pensare l’opposto di ciò che sentivano, e a “farsi piacere” la modella di Gucci. Trasponendo il concetto sulla MiFID, la possibile dissonanza cognitiva si potrebbe riassumere così: si dice ripetutamente che la trasparenza è importante, ma che fino ad oggi non è stata garantita ai risparmiatori; quindi, bisogna rivoluzionare tutto, e se non sei d’accordo passi per consulente avvezzo solo al business ed al tornaconto personale. Questo fa sentire immediatamente che c’è qualcosa che non va (dissonanza cognitiva), dal momento che i limiti ed i sacrifici economici – solo per i consulenti finanziari – dettati dalle due MiFID non sono mai piaciuti nè agli interessati nè alle mandanti, e la trasparenza, prima delle MiFID, c’era eccome: i clienti ricevevano puntualmente una comunicazione scritta, per posta, recante il resoconto dell’operazione effettuata, con evidenza delle spese sia in percentuale che in valore assoluto, mentre oggi, con le comunicazioni inviate quasi esclusivamente online (per chi ha l’home banking, e cioè quasi tutti, anziani compresi), solo una piccola parte della clientela le legge (si stima non più del 15%), per cui possiamo concludere che c’era più trasparenza prima della MiFID che oggi.

In definitiva, Politica e Finanza dovrebbero viaggiare lungo due rette parallele, che per definizione non si incontrano mai. Nel caso della MiFID, invece, pare si siano incontrate, ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Con buona pace del progresso e dell’indipendenza professionale.

Aste Alfa Romeo in Europa e USA, le aggiudicazioni più importanti di Ottobre e Novembre

I modelli Alfa Romeo d’epoca sono molto amati dai collezionisti e dagli investitori di tutto il mondo. Negli Stati Uniti e nel Regno Unito, in particolare, non c’è asta dove i modelli della famosa casa automobilistica italiana non siano presenti.

Il settore dei  passion investment (auto d’epoca, opere d’arte, orologi, preziosi  etc) non ha certamente chiuso i battenti durante la pandemia, ma si è solo riorganizzato a livello mondiale, potenziando il canale online che era già presente da tempo, sebbene limitato ad una percentuale più bassa di offerte e scambi. Così, a partire dal mese di Maggio le case d’asta hanno ripreso l’attività, limitando il calo del volume d’affari verificatosi durante la prima ondata di Covid-19 e mettendo le basi per dare continuità anche in piena seconda ondata.

Nel particolare mondo delle auto d’epoca, il marchio Alfa Romeo è da sempre molto apprezzato, e di recente è stato protagonista di alcune aste che si sono svolte durante i mesi di Ottobre e Novembre presso le case Silverstone Auction e RM Sotheby’s e che hanno fatto registrare aggiudicazioni importanti, sia per la rarità dei modelli, sia relativamente al prezzo realizzato. Ecco alcuni modelli messi all’asta online e passati di mano.  

1960 Alfa Romeo 2000 Spider Touring – £ 70,000 – Silverstone Auctions Online (UK, 13-14 Novembre 2020). Prodotta il 7 marzo 1960, questa gloriosa Alfa fu spedita alla Hoffman Motor Co. di New York il 25 luglio 1960, trovando infine la sua strada in Spagna negli anni successivi. È stata ritrovata nel 2010 in un fienile, in cattivo stato e bisognosa di un profondo restauro.

Pur essendo stata parzialmente restaurata, richiedeva un completamento, che è avvenuto grazie a Richard Hodson di RH Classics (Twyford, Leicestershire), che l’ha portata nel Regno Unito ed ha effettuato una ricostruzione completa del motore, inclusa la sostituzione dei carburatori, garantendo che tutte le parti fornite fossero originali per preservare l’integrità del veicolo.

Così presentato, questo pezzo di arte automobilistica combina un basso numero di vetture prodotte all’epoca con un corpo Touring e grandi dinamiche di guida, e assicura un investimento affidabile per qualunque collezionista ed appassionato.

1971 Alfa Romeo Montreal – $ 106,400 – RM Sotheby’s, the Elkhart Collection (Elkhart, USA) 23-24 Ottobre 2020. Alla fine del 1966 l’Alfa Romeo fu selezionata per creare una mostra concettuale dal titolo “L’aspirazione dell’uomo per l’automobile”, ospitata presso l’Esposizione Internazionale e Universale del 1967 a Montreal, in Canada. Marcello Gandini, famoso per la Lamborghini Miura, e il designer Bertone crearono un prototipo talmente originale che spinse  l’Alfa Romeo a sviluppare una versione di serie, basata sul telaio 105 con una lega di alluminio Tipo 33 modificata, V-8 a doppia camma con lubrificazione a carter secco. Tale versione fu chiamata “Montreal”, e fu prodotta in 3.925 esemplari tra il 1971 e il 1975, di cui forse 100 sono arrivati ​​negli Stati Uniti.

Quello battuto da RM Sotheby’s è di in un bellissimo colore rosso con interni in tessuto nero, con tappeti rossi a contrasto e con vernice e carrozzeria in ottime condizioni, mentre gli interni sembrano praticamente nuovi. Al momento della catalogazione, l’auto aveva registrato 71.146 miglia. Oggi la Montreal è considerata l’auto stradale più iconica dell’Alfa Romeo dell’epoca e uno dei più grandi progetti di Bertone e Gandini.

1953 Alfa Romeo 1900 Speciale – £ 166,500, Silverstone Auctions Online (UK, 13-14 November 2020). Questa bella Coupé sportiva alimentata manca di una ricostruzione storica completa, e potrebbe essere stata costruita da ATL (Autotecnica del Lario) nella città di Lecco a metà degli anni Sessanta. Sembra una delle sei auto ATL costruite nel periodo, e nonostante l’assenza di documentazione sufficiente per confermare la sua origine di fabbrica, il modello ha avuto un ottimo successo in asta.

Questa splendida vettura sembra essere stata sviluppata in gran parte sulla falsariga del prototipo Alfa Romeo 2000 Sportiva costruito dall’Alfa Romeo nei primi anni ‘50, con spunti stilistici da altre notevoli vetture Gran Turismo italiane degli anni ’50 e ’60. Il telaio è costituito da tubi in acciaio di diametro variabile con sezioni inscatolate, a cui sono fissati tutti gli accessori meccanici. La carrozzeria è stata realizzata secondo il metodo brevettato Touring Superleggera (Maserati 3500GT, Aston Martin DB Series), e il motore è il classico quattro cilindri 1900 bialbero a camme Alfa Romeo derivato dalla 6C. Il suo motore, abbinato alla struttura leggera, rende questa vettura particolarmente sportiva, ed il cambio a 5 marce lo rende adatto ad affrontare le strade tortuose in stile Targa Florio.

Offerta in asta con una stima realistica, questo modello è una vera e propria opera d’arte automobilistica, estremamente conveniente.

Alfa Romeo B.A.T. 5-7-9d- $ 14,840,000, RM Sotheby’s – Contemporary Art Evening Auction (New York, 28 October 2020). I modelli battuti in asta alla cifra-record complessiva di 14,84 milioni di dollari fanno parte della storia delle concept car costruite, come tutte le opere d’arte concettuali, da autori telentuosi rimasti nella storia. I tre esemplari unici “1953 Alfa Romeo B.A.T. 5” (Telaio n. AR1900 01396), “1954 Alfa Romeo B.A.T. 7” (Telaio n. AR1900C 01485) e “1955 Alfa Romeo B.A.T. 9d” (Telaio n. AR1900 01600) furono progettati dalla Carrozzeria Bertone con il design di Franco Scaglione.

Non vincolate dai limiti del budget, e dalle dure regole della produzione in serie, le concept car offrono ai designer di talento l’opportunità di esplorare le loro idee più innovative, reinventando il concetto stesso di automobile e rimanendo “attuali” anche dopo sessanta anni di produzione industriale e di nuovo design, come la serie Alfa Romeo Berlina Aerodinamica Tecnica di Franco Scaglione (B.A.T.).

Si tratta dell’unico vero trittico automobilistico mai prodotto, costruite a mano dalla leggendaria Carrozzeria Bertone di Torino e introdotte rispettivamente nel 1953, 1954 e 1955. Queste auto furono pioniere nell’uso dell’aerodinamica, con un’estetica sgargiante che riduce al minimo la resistenza aerodinamica per prestazioni ottimali, e che rende ognuno dei tre esemplari pura “scultura cinetica” mai prodotta prima di allora.

La Finanza delle abbreviazioni complica la vita. Dieci cose “difficili” spiegate in modo semplice

Certe notizie utili per tutti sembra siano destinate solo ad una fascia ristretta del pubblico, tanto sono piene di abbreviazioni o acronimi usati – e abusati – per indicare rapidamente alcune tipologie di investimento o alcune grandezze di natura economico-finanziaria.

Di Alfonso Selva

Chiunque frequenti quotidianamente i risparmiatori per motivi professionali,  sa bene che la Finanza e gli investimenti sono materie considerate difficili da capire, e i media specializzati – ed anche quelli definiti generalisti – di certo non aiutano a diffondere la giusta dose di Educazione Finanziaria.

Sembra quasi che certe notizie siano destinate solo ad una fascia ristretta del pubblico, tanto sono piene di abbreviazioni o acronimi, usati – e abusati – per indicare rapidamente alcune tipologie di investimento o alcune grandezze di natura economico-finanziaria (sono molto usate anche in Medicina, ma quella è un’altra storia…).

In realtà, gli acronimi sono nati per facilitare l’immediatezza della comprensione di un certo argomento, però dobbiamo riconoscere che spesso gli articoli mancano della loro spiegazione puntuale, complicando la lettura ed impedendo di fatto il sorgere dell’interesse verso questa materia così “noiosa” ma così utile alla vita di ciascuno di noi.

Per esempio, quanti lettori tra il pubblico indistinto conoscono esattamente i termini dell’acronimo ”PIL”? Non molti, nonostante questa parola – che, nella forma completa, sta per “Prodotto Interno Lordo”, ossia la misura della ricchezza complessiva prodotta da un paese in un anno – sia pronunciata ogni giorno migliaia di volte, anche in televisione.

Così, per quanto possa sembrare elementare per gli addetti ai lavori, prendiamo ad esempio dieci di queste famose abbreviazioni  e acronimi, ed a spiegarle in modo semplice ai “non addetti ai lavori”, ossia alla maggioranza dei clienti di banche e reti di consulenza.

B.O.T. – I Buoni Ordinari del Tesoro sono obbligazioni emesse e garantite dallo Stato Italiano e non hanno cedole. comprandoli, il risparmiatore diventa CREDITORE dello Stato, che diventa DEBITORE. Il loro rendimento, una volta, era rappresentato da un meccanismo molto semplice: io prestavo allo Stato 970 euro, e dopo al massimo un anno lo Stato me ne restituiva 1.000, con i 30 euro di differenza positiva che costituivano il mio rendimento. Oggi, invece, il loro rendimento è negativo, e ciò significa che, pur di comprare i BOT italiani, i risparmiatori – che non li comprano più – prestano 1.000 euro per averne restituiti 995 o giù di lì. In pratica, pagano lo Stato (che è Debitore) per avere i suoi titoli.

Come si sia arrivati a ciò non è immediatamente comprensibile per chi sta acquisendo adesso i primi rudimenti della Finanza Semplice, per cui rinviamo la spiegazione ad un articolo a sé stante.

B.T.P. – I Buoni del Tesoro Poliennali sono obbligazioni emesse dello Stato Italiano. Hanno una cedola fissa annuale, di solito divisa i due semestri. Lo Stato Italiano, in quanto Debitore, ti paga un interesse predeterminato in partenza e ti assicura alla scadenza, in unica soluzione, il rimborso della somma inizialmente prestata. La loro durata può variare da 3 anni a 50 anni.

C.C.T. – I Certificati di Credito del Tesoro sono obbligazioni emesse dello Stato Italiano, ma a differenza dei BTP sono a cedola variabile. Il tasso di interesse pagato dalla Stato – che anche in questo caso diventa Debitore – è “agganciato” al rendimento del BOT semestrale più un “premio” dello 0,15% (chiamato Spread, di cui avrete sentito parlare spesso in televisione, ma con una sfumatura negativa). Anche il CCT assicura alla scadenza, in unica soluzione, il rimborso della somma inizialmente prestata, e la durata massima è di 7 anni.

SPREAD – Il termine deriva dall’inglese, e letteralmente significa “differenziale”. Viene usato spesso per indicare la differenza di rendimento tra un BTP Italiano e uno tedesco (il c.d. BUND).

Perché questa parola è importante per i media? Da sempre la differenza tra BTP italiani e BUND germanici è a nostro sfavore, nel senso che il nostro BTP paga un tasso di interesse più elevato del BUND, dal momento che lo Stato Italiano, economicamente meno forte (e meno affidabile, in teoria) di quello tedesco, deve sostenere un costo più elevato per farsi prestare il denaro dai risparmiatori e finanziare parte della sua Spesa Pubblica con il Debito.

I.P.O. – Dall’inglese “Initial Public Offering” (Offerta Pubblica Iniziale) è un acronimo che si usa per indicare il momento in cui una società per azioni immette per la prima volta le proprie azioni nel mercato borsistico, allo scopo di raccogliere nuovi capitali (e nuovi soci). In questo caso, chi compra le azioni – durante o dopo l’I.P.O. – diventa SOCIO dell’azienda, e non più creditore, e quindi il valore del suo capitale investito segue le sorti dell’azienda: se essa si svilupperà costantemente, le azioni cresceranno nel lungo periodo, mentre scenderanno (fino ad azzerarsi, nei casi più estremi) se l’azienda verrà gestita male o andrà fallita.

Rapporto “Price/Earnings” –  deriva dalla lingua inglese, e vuol dire “rapporto Prezzo/Utile”. Si tratta di una grandezza numerica usata per valutare se il prezzo di una azione è conveniente o meno. In teoria, se il rapporto P/U (o P/E, in inglese) è inferiore a 15, l’azione è da comprare, mentre al disopra comincia ad essere sopravvalutata e, quindi, suscettibile di un calo del valore. Il numero generato da questo rapporto rappresenta gli anni che servono per ripagare l’investimento con gli utili (chiamati dividendi) deliberati ogni anno. Ad esempio, un P/E pari a 11,5 indica che serviranno 11 anni e mezzo di dividendi per realizzare un rendimento pari al prezzo pagato per comprare le azioni, nell’ipotesi (assai improbabile) che il valore dell’azione e del dividendo rimangano costanti.

P.I.C. e P.A.C.  – Il primo è l’acronimo di “Piano di Investimento di Capitale”, e si usa per indicare quando si investe un certo capitale in uno specifico strumento finanziario in unica soluzione. Il PAC, invece, è l’acronimo di Piano di Accumulo del Capitale”, e si usa quando si investe in un certo strumento finanziario “a rate”, di solito mensili. Il secondo è un metodo di investimento molto usato da chi ha paura di investire tutto e subito, oppure da chi non ha un capitale già formato e vuole costituirlo nel tempo.

P.I.R. – E’ l’acronimo di “Piano Individuale di Risparmio”, e indica uno strumento che nel 2017 il governo Italiano ha creato per incentivare gli investimenti nella piccola e media industria del nostro paese. Per farlo, ha usato la leva fiscale, concedendo ai sottoscrittori la totale esenzione del pagamento dell’imposta sugli utili ed esentando da imposte di successione e ogni altra tassa i capitali investiti nel PIR, a patto di non disinvestirli per almeno 5 anni.

E.S.G. – Dall’inglese Environmental Social Governance, e cioè “Politica di governo rivolta all’Ambiente ed al Sociale”, è un acronimo usato in ambito economico-finanziario per definire dei criteri di investimento che rispettano alcuni temi fondamentali: protezione dell’ambiente, limitazione dell’emissione di CO2, rispetto per la Biodiversità e per la sicurezza alimentare, rispetto per i diritti umani, le condizioni di lavoro, l’uguaglianza, ma anche attenzione alla qualità di chi amministra le società, all’equa remunerazione di amministratori e azionisti, al rispetto dei clienti. Il futuro degli investimenti finanziari è ormai diretto nel rispetto di questi criteri ESG, e le istituzioni finanziarie che non lo faranno, probabilmente, verranno tagliate fuori dalle migliori opportunità di mercato.

Se siete arrivati in fonda all’articolo, probabilmente siamo riusciti a rendere comprensibili alcuni concetti “complicati”. In realtà, è sufficiente spiegarli con semplicità, e usare gli acronimi solo quando siete sicuri che il vostro interlocutore abbia veramente compreso ciò di cui state parlando.

In un’epoca in cui trionfano gli inglesismi (selfie, screenshot, meeting, brunch etc), accorciare le distanze con la lingua italiana, specie in finanza, può fare la differenza.

Mercato immobiliare, lieve crescita nel III trimestre 2020. Previsioni dei grandi network per fine anno

Secondo i network immobiliari, le compravendite registrano un lieve miglioramento nel terzo trimestre 2020 rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso (+3,1%), e adesso il calo nei primi nove mesi dell’anno è pari al 13,9%. I dati migliori arrivano dai centri non capoluogo.

Mercato immobiliare in leggero rimbalzo (+3,1%) in relazione alle compravendite realizzate nel terzo trimestre. Il rimbalzo positivo, dopo il lockdown, era molto atteso dagli operatori del settore, vista la corsa all’acquisto della casa che si è realizzata a partire dal mese di Maggio, con compravendite concluse poi nei mesi successivi. La ripresa è proseguita pur nell’attesa degli effetti del secondo lockdown autunnale.

Interessante notare come il terzo trimestre metta in luce una performance migliore delle realtà non capoluogo rispetto alle città più grandi. Confermerebbe il trend, avuto dopo il primo lockdown, di un desiderio di acquisto di case più grandi o con aree verdi, più facili da trovare nelle realtà più piccole grazie anche ai prezzi più convenienti.

Alla luce dei dati attuali, i grandi network immobiliari hanno cominciato a comunicare le proprie previsioni per la fine dell’anno. L’Ufficio Studi del Gruppo Tecnocasa, per esempio, prevede compravendite comprese tra 500 e 550 mila (vedi grafico sopra).

Anche secondo l’Ufficio Studi Gabetti, nonostante la diminuzione nelle transazioni del 21,8% nel primo semestre, da settembre le attività di compravendita sono riprese in maniera positiva. Fondamentale l’innalzamento delle detrazioni dell’Ecobonus e del Sismabonus al 110%, che potrebbe conferire maggiore impulso al mercato.

L’adattamento alla pandemia ha prodotto alcuni cambiamenti nei metodi operativi dei grandi network, i quali hanno dotato le agenzie di affiliati di alcuni strumenti idonei al contatto a distanza con i clienti almeno nella fase pre-contrattuale. Si va dai c.d. virtual office ai “virtual tour”, oppure alle piattaforme che consentono l’acquisizione digitale dei mandati, fino alla navigazione delle mappe catastali.

In relazione ai dati di mercato, secondo le rilevazioni di Gabetti i prezzi immobiliari delle grandi città, nei primi nove mesi del 2020, hanno registrato una variazione del -1,1% rispetto all’anno precedente; in scala decrescente: Milano +0,2%, Napoli e Bologna -0,3%, Roma -0,7%, Firenze -1%, Genova -1,7%, Palermo -2,5% e Torino -2,7%.

Riguardo ai tempi di vendita, nelle grandi città sono rimasti complessivamente stabili, mentre gli sconti medi tra prezzo richiesto dal venditore e prezzo di chiusura si sono mantenuti su una media del 12%.

Mercati, le attese di Ethenea per i prossimi tre mesi: USA e Cina in tensione, ma volatilità sotto controllo

Previsioni del comitato investimenti di Ethenea: dal confronto Usa-Cina alle prospettive di azioni e obbligazioni in vista della chiusura del 2020 e l’avvio del 2021.

A breve, i rapporti Usa-Cina non miglioreranno, ma avremo meno volatilità (Andrea Siviero, Investment Strategist di Ethenea Independent Investors Sa). Le tensioni tra Stati Uniti e Cina, così come l’incremento dei dazi commerciali, hanno posto grossi problemi all’economia globale nel 2018. Non solo ha ridotto la crescita di Stati Uniti e Cina, ma hanno influito sulla crescita globale stravolgendo le value chain in tutto il mondo. Un’escalation di questa situazione, attualmente non prevista, metterebbe certamente a dura prova la debole e incerta ripresa globale nel 2021. 

Per il futuro, ci aspettiamo che l’amministrazione del presidente Joe Biden adotti un approccio più moderato e meno conflittuale alle relazioni internazionali. Tuttavia, dal momento che l’opposizione all’espansionismo cinese è stata una delle poche questioni (se non l’unica) a ricevere il sostegno bipartisan nel Congresso statunitense, non prevediamo un significativo cambiamento nell’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti della Cina, almeno non a breve termine. L’amministrazione Biden probabilmente si asterrà da azioni imprevedibili nei confronti della Cina, ma non sarà in grado di invertire facilmente la rotta intrapresa dall’amministrazione Trump. La fine della politica di Trump, a volte instabile e impulsiva, significherà in primo luogo meno volatilità e più sicurezza nella pianificazione

Mercato positivo per i prossimi tre-sei mesi (Michael Blümke, Senior Portfolio manager Ethenea). A nostro avviso, ci sono le condizioni per un mercato positivo per i prossimi tre-sei mesi.  Tuttavia, nessuno sa se ciò si rifletterà in un aumento dei prezzi alla fine dell’anno. L’incertezza legata alle elezioni americane è stata eliminata, ma un presidente democratico che opera con una Camera divisa non potrà cambiare né il sistema fiscale né il quadro normativo. Inoltre, con la prospettiva di un vaccino efficace nel 2021, molti operatori del mercato sono pronti a guardare oltre l’attuale situazione pandemica e alle misure di contenimento che sono state attuate, e con il sostegno di una politica della banca centrale ancora molto favorevole e di altri pacchetti fiscali, le prospettive degli utili delle imprese non solo dovrebbero stabilizzarsi l’anno prossimo, ma potrebbero anche riservare sorprese positive.

L’importanza di un’asset allocation strategica per controllare il rischio a lungo termine (Michael Blümke, Senior Portfolio manager Ethenea). Sia l’asset allocation a lungo termine sia la selezione di singoli titoli fungono da generatori di alfa nella costruzione delle performance. Si tratta di due approcci che non sono in competizione l’uno con l’altro, ma possono essere utilizzati in parallelo. Tuttavia, va da sé che l’asset allocation strategica ha di gran lunga il maggiore effetto leva, ed è lo strumento più efficace per avere rendimenti interessanti a rischio controllato nel lungo termine. Se l’obiettivo è generare questo tipo di rendimenti con un livello di rischio gestibile, diventa essenziale adottare questo tipo di approccio.

Obbligazioni ancora affidabili grazie ai piani di acquisti di BCE e Fed (Volker Schmidt, Senior Portfolio manager Ethenea). Durante la riunione di fine ottobre, la BCE ha chiaramente dichiarato di non avere alcuna intenzione di diventare più restrittiva. Gli acquisti effettuati durante il temporaneo Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP) continueranno almeno fino a giugno 2021. I principali pagamenti dei titoli in scadenza saranno reinvestiti in obbligazioni almeno fino a giugno 2022. I programmi di acquisto di importi inferiori continueranno anche fino a quando non saranno introdotte le misure della Banca centrale e l’inflazione non si avvicinerà al livello target.

La BCE ha inoltre annunciato ulteriori misure, che saranno adottate già a dicembre. Ciò mostra chiaramente che la BCE resterà un acquirente di obbligazioni per i prossimi 18 mesi almeno, e che non ha nessuna intenzione di vendere i titoli obbligazionari, se non eliminando gradualmente i suoi investimenti esistenti. Lo stesso vale per la Federal Reserve.

Negli Stati Uniti le discussioni circa ulteriori spese pubbliche per rilanciare l’economia americana sono in pieno svolgimento. Per quanto riguarda il rifinanziamento, è probabile che la Fed intensifichi nuovamente i suoi acquisti in Treasuries statunitensi.

Titoli growth a quello value? Come prepararsi al nuovo scenario dalla primavera 2021 (Christian Schmitt, Senior Portfolio manager Ethenea). Dal 2007 circa, abbiamo costantemente registrato una performance migliore dei titoli growth a rapida crescita rispetto ai titoli value low-rated. Questo sviluppo disomogeneo si è addirittura rafforzato negli ultimi tre anni e ancora di più nel 2020. Chi parte dal presupposto che nei prossimi anni ci sarà un’inversione di tendenza sostanziale, rimarrà deluso in questo senso. Per definizione, i titoli value sono caratterizzati da una bassa valutazione, ed il mercato dei capitali è in linea di massima efficiente. Pertanto nulla è economico senza motivo.

Sono tre le ragioni principali della bassa valutazione delle società in termini di valore. Da un lato, siamo di fronte a una mancanza di crescita strutturale. Dall’altro queste aziende devono confrontarsi con nuovi dirompenti concorrenti che guadagnano quote di mercato in modo aggressivo e vengono costantemente riforniti con nuovo capitale. Inoltre, i bassi tassi d’interesse mettono sotto pressione anche la valutazione dei titoli value. Dal nostro punto di vista, nessuno dei tre fattori menzionati si tradurrà in un cambio sostenibile a favore dei titoli value nel prossimo futuro. Pertanto, in termini assoluti, le prospettive da medio a lungo termine di molti titoli value possono essere classificate come piuttosto modeste. Nel lungo termine, la crescita strutturale delle aziende rimane un fattore decisivo e necessario per una performance azionaria positiva e duratura. Le ultime settimane, durante le quali ci sono state notizie positive riguardo i vaccini, hanno dimostrato agli investitori che anche la sovraperformance dei titoli growth rispetto ai titoli value non è una strada a senso unico.

Per fortuna, il mercato azionario non è solo bianco e nero – value o growth – ma offre una varietà di sfumature importanti e di fattori in grado di influenzarlo. Partendo da questo presupposto, è consigliabile spostare l’attenzione su quelle società che, pur subendo nel breve periodo gli effetti del lockdown, continuano a mostrare una crescita strutturale convincente a lungo termine.

Comprare casa ai tempi del Covid. Hinterland e provincia sempre più apprezzate

A seguito della pandemia vince il binomio prezzi convenienti-spazi esterni. I gusti si sono evoluti e gli acquirenti di abitazioni hanno mutato i propri desideri, spinti dall’esperienza vissuta in tutti questi mesi e dalla voglia di poter godere, durante i periodi di lockdown, di uno spazio esterno.

L’arrivo del Covid ha determinato una contrazione delle compravendite nei primi sei mesi del 2020: -21,8% rispetto allo stesso periodo del 2019. Ma subito dopo la riapertura c’è stata una voglia molto forte di acquistare un’abitazione con caratteristiche diverse da quelle in cui si è stati forzatamente chiusi durante i periodi di lockdown.

I bisogni si sono evoluti, e oggi c’è una maggiore richiesta di spazi esterni, giardini e terrazzi. Infatti, l’analisi sociodemografica effettuata dall’ufficio studi della rete Tecnocasa conferma questa tendenza: sono aumentati gli acquisti di prima casa, da parte di chi risiedeva in affitto in una grande città, nell’hinterland o in altre province della stessa regione. I grafici a supporto dell’analisi dimostrano come nel terzo trimestre del 2020 l’emergenza sanitaria abbia spinto più persone rispetto al solito a cercare la propria abitazione ideale fuori dai confini cittadini.

A Milano, per esempio, la percentuale di persone che hanno acquistato nell’hinterland ed in altre province è salita al 44,6% del totale, mentre nel terzo trimestre del 2019 si fermava al 38,2%. Il fenomeno è ancora più evidente a Roma, dove si passa dal 14,2% all’attuale 32,6% di acquisti nell’hinterland ed in altre province. Anche a Torino aumentano gli acquisti fuori città, nel terzo trimestre del 2020 infatti raggiungono il 36% contro il 27,8% dell’anno precedente.

In alcune province delle metropoli iniziano a registrarsi più richieste per soluzioni abitative più ampie. Ad esempio, nella zona dei Castelli Romani, in paesi come Velletri, Lanuvio, Genzano e Campoleone (ma anche Pomezia) le richieste aumentano sensibilmente.

Anche a nord della capitale, le aree di Monterotondo, Sacrofano e Campagnano sono molto apprezzate. In provincia di Torino si registrano richieste abbastanza diffuse sia in prima sia in seconda cintura per l’acquisto di spazi più ampi o con giardino, mentre a Milano i prezzi più contenuti hanno consentito l’acquisto di metrature più ampie, così come a Monza, Legnano e in generale nella prima cintura della città.

Uno spostamento, in parte, dettato anche dalla necessità di acquistare laddove i prezzi sono più contenuti e c’è più disponibilità di metrature più ampie, di case con giardino, di case di nuova costruzione e di soluzioni indipendenti. I grafici evidenziano come nel post-lockdown le compravendite di queste tipologie siano nettamente aumentate, passando da una media del 18-19% all’attuale 22-23%, complice proprio il flusso di acquirenti in uscita dalle grandi città.

L’Alfa GT di Pasolini esiste ma non si trova. Misteri e segreti dell’auto d’epoca più “attesa” d’Italia

A più di quarant’anni dalla sua morte, Pierpaolo Pasolini è ancora una figura “scomoda” e misteriosa. Anche la sua Alfa GT 2000, con cui fu ucciso, rimane circondata da profondo mistero.  L’Alfa, però,  sembra essere ancora tra noi, e qualcuno la custodisce gelosamente. Quanto varrebbe oggi, se venisse messa in vendita?

Idroscalo di Ostia, notte tra il 1° e il 2 Novembre 1975. Il poeta, scrittore e regista Pier Paolo Pasolini viene ucciso con la sua stessa auto da almeno cinque persone, mai punite per il delitto e probabilmente legate a mandanti occulti. La cronaca racconta che chi guida la sua Alfa Romeo Giulia 2000 GT Veloce, acquistata da Pasolini nell’Agosto del 1972, gli passa sopra due volte, uccidendolo.

Dopo il delitto, di cui viene accusato un diciassettenne (Pino Pelosi, reo confesso fino al 2005, quando ha raccontato pubblicamente la sua estraneità all’omicidio), l’auto viene tenuta sotto sequestro fino al 1983, e successivamente affidata all’attore Ninetto Davoli, amico intimo di Pasolini, che dichiara di averla rottamata nel 1987.

Dell’auto, quindi, si sarebbero perse le tracce da allora, ma pare che la demolizione non sia avvenuta veramente, ed il veicolo sarebbe rimasto integro nel deposito della ditta demolitrice a cui fu portato. Questo perché nel 1987 si poteva effettuare la demolizione della vettura esibendo al PRA solo le targhe, ed il demolitore avrebbe poi deciso cosa fare del veicolo. Ebbene, chi aveva ricevuto in deposito l’Alfa GT2000 di Pasolini, venuto a conoscenza dell’identità del proprietario, probabilmente preferì conservarla invece che demolirla. E così, al numero di targa RMK69996, fino al 2019, risultava ancora l’intestazione di proprietà di una Alfa GT 2000 Veloce a Pasolini Pier Paolo. Pertanto, fino ad allora, non c’erano stati dopo di lui altri proprietari, non risultava nessuna copertura assicurativa dal Novembre 1975, non risultava nessuna cancellazione dal PRA o cessata circolazione. Finchè nel 2019 qualcuno ha nuovamente immatricolato la targa, come risulta dalle visure.

Di conseguenza, pare che l’auto materialmente esista, ma dove si trova? Chi l’ha custodita fino ad oggi, e perché non si palesa o non la mette all’asta, oppure non la dona al museo intitolato al Poeta? Forse si trova ancora sotto sequestro giudiziario, in qualche deposito delle forze dell’ordine? Se è così, allora, perchè immatricolarla di nuovo?

Un bel mistero – non c’è che dire – che affascina il pubblico di babyboomers  che ha attraversato un’epoca dove le auto protagoniste dei peggiori fatti di sangue o attentati sono sempre state conservate ed esposte anche nei musei, a futura memoria. Un’auto del genere, peraltro, avrebbe un valore storico – e quindi di scambio – davvero notevole, slegato dal semplice modello o dalla categoria (vintage o d’epoca) ed elevato a potenza dall’appartenenza al suo celebre proprietario e dal mistero che avvolge tutta la sua fine.

Qualche anno fa, diversi ambienti culturali e cinematografici (“La Macchinazione”, 2016, regista David Grieco) hanno cominciato ad aprire squarci sulla cortina di segreti che impediscono di conoscere la verità, cercando di dare risposte ad alcune domande. Tra le più importanti, anche quella relativa alla scena del delitto: quante Alfa GT 2000 erano presenti quella notte all’Idroscalo di Ostia, una o due?  

Il mistero delle due Alfa GT – L’auto di Pasolini era stata ritrovata la notte dell’omicidio dalla polizia in una strada del quartiere Tiburtino, dove qualcuno l’aveva abbandonata. Dalle indagini, però, è emerso che, nelle stesse ore, la stessa auto – o meglio, un auto del tutto uguale – sarebbe stata avvistata a grandissima velocità e fermata a Ostia dai carabinieri con alla guida il presunto omicida, Pino Pelosi, che molto tempo dopo, prima di morire, ha raccontato pubblicamente la verità e la sua innocenza. Pertanto, sembra che sul luogo del delitto sarebbe stata presente un’altra Alfa uguale a quella di Pasolini, ed è lecito oggi dubitare se la Alfa GT immatricolata nel 2019 sia quella effettivamente acquistata dallo scrittore, oppure quella guidata dai suoi carnefici ed usata per eseguire materialmente l’omicidio. Secondo una testimonianza del 2010, infatti, la macchina che uccise Pasolini non era quella sua, e fu portata sporca di fango e sangue da due carrozzieri: il primo si rifiutò di lavorarci, il secondo accettò. Da lì in poi se ne sono perse le tracce. Pertanto, quale delle due Alfa GT è quella immatricolata nel 2019?

Questa, in sintesi, è la storia dell’auto che rimane al centro dell’attenzione e che ritenevamo doveroso trattare prima di occuparci del tema principale. Oggi, a distanza di 45 anni, numerosissimi i collezionisti italiani ed internazionali attendono di poter vedere – e sognano di poter far propria, a qualunque prezzo – l’Alfa GT di Pasolini. Sappiamo, infatti, che l’auto (o almeno una delle due usate per compiere il delitto) è ancora esistente, vista l’immatricolazione della sua targa nel 2019. Probabilmente, una indagine accurata, attraverso una visura, potrebbe darci ulteriori indicazioni, ma a noi interessa capire, a beneficio dei collezionisti nostri lettori, quale sarebbe il valore di questa Alfa GT 2000 così piena di fascino e mistero, e soprattutto se potrà mai arrivare ad essere battuta in un’asta di auto d’epoca dove, senza alcun dubbio, sarebbe la regina del mercato (anche in ambito internazionale).

Per arrivare ad una stima, comunque, servirebbe attribuire al numero di telaio di cui oggi si ha notizia l’esatta collocazione nella scena del delitto e, quindi, capire quale delle due Alfa presenti quella notte sia oggi effettivamente in circolazione: se quella effettivamente appartenuta a Pasolini, o quella che lo ha ucciso; servirebbe capire, soprattutto, se entrambe coincidono, come i rapporti dell’Autorità Giudiziaria hanno sempre riferito alla pubblica opinione, oppure no. Infatti, qualora si scoprisse che ad uccidere Pasolini sia stata “l’altra” Alfa GT 2000, quella dello scrittore avrebbe maggior valore e incontrerebbe il favore dei collezionisti, che non amano certamente possedere un auto usata per uccidere.

Non abbiamo notizie di aste precedenti, nel mondo, in occasione delle quali sia stata battuta un’auto usata per compiere un omicidio o un’auto appartenente ad una vittima celebre, uccisa al suo interno. Di solito, queste auto rimangono per un certo periodo (di solito lungo) a disposizione dell’Autorità Giudiziaria, come mezzo di prova, e raramente vengono restituite alla famiglia della vittima. In tal senso, averla affidata ad un caro amico di Pier Paolo Pasolini (l’attore Ninetto Davoli) è uno dei tanti misteri che rendono quest’auto così affascinante e “attesa”, in un certo qual modo, dal mondo del collezionismo. Il suo valore di aggiudicazione, in una ipotetica asta, a nostro avviso non sarebbe superiore a 100.000 euro, se chi la custodisce oggi non ha effettuato alcuna opera di restauro dopo 32 anni di immobilità (dal 1987, data della presunta rottamazione, al 2019). Sappiamo, però, che la targa è stata nuovamente immatricolata a Maggio del 2019, e quindi chi la detiene potrebbe nel frattempo aver effettuato un restauro conservativo (anche del blocco motore) tale da poterla presentare al mondo perfettamente funzionante. In questo caso, la sua base d’asta potrebbe variare tra 250.000 e 350.000 euro, ed il prezzo di aggiudicazione potrebbe raggiungere valori elevatissimi.

Antonino Auccello

Secondo Antonino Auccello, Presidente del Veteran Car Club Panormus (club che gestisce la kermesse annuale del celebre “Giro di Sicilia“), ““Oggi la passione per il motorismo storico genera un valore economico annuo di 2 miliardi e 200 milioni di euro, contro, ad esempio, i 22 miliardi del calcio e i 900 milioni dell’equitazione. Si tratta di un fenomeno che va oltre il semplice hobby e negli anni ha consentito di ottenere incrementi medi annui di valore del 6 – 7 % rispetto all’investimento iniziale, in relazione alla scelta della vettura restaurata. Ma le auto e le moto d’epoca non sono semplicemente begli oggetti da possedere e ammirare, bensì diretta espressione di creatività, libertà, velocità, dinamismo e soprattutto storia del nostro Paese, come nel caso della macchina di Pasolini. L’Alfa Romeo Giulia GT 2000 Veloce, se fosse appartenuta ad un qualsiasi proprietario e fosse in perfetto stato di conservazione, oggi avrebbe un valore compreso tra 40.000 e 50.000 euro; ma l’Alfa di Pasolini ha un valore incommensurabile, legato com’è alla nota vicenda, che ancora oggi aspetta delle valide risposte”.

Coronavirus, la scelta del vaccino vince su quella della terapia. Le teorie complottiste alla prova dei costi

Perché si è preferito concentrare gli sforzi sulla ricerca del vaccino, lasciando scoperta lo studio di un trattamento farmacologico specifico? E’ un quesito suggestivo, che merita una analisi puntuale e obiettiva dei costi e delle priorità. Con buona pace dei “teorici del complotto”.

I numerosi progetti di laboratorio per la preparazione di vaccini contro il virus SARS-CoV-2 vengono coordinati, a livello internazionale, dalla Coalition for Epidemic Preparedness and Innovations (CEPI), che ha lo scopo di promuovere lo sviluppo  di vaccini contro i microorganismi come il c.d. Covid-19, in grado di causare una pandemia o epidemie a carattere regionale e diffuso. I preparati di Pfizer, Moderna e Astrazeneca, pertanto, sono i primi – o i più celebri, da questa parte del mondo – ad aver tagliato il traguardo degli esperimenti sugli esseri umani e ad essere commercializzati e distribuiti. Ma altri seguiranno, spinti da un business prospettico di tutto rispetto e dall’esigenza di coprire i costi di ricerca sostenuti, soprattutto se la copertura dei vaccini sul corpo umano sarà limitata ad un periodo di protezione limitato nel tempo (generalmente compreso tra 4 e 8 mesi) e, quindi, se la vaccinazione dovrà essere ripetuta ogni anno.

Attualmente, i ricercatori stanno lavorando su tre tipologie di vaccini, quello a RNA, quello a DNA e quello Proteico. Il vaccino a RNA (da RiboNucleic Acid, Acido Ribonucleico) si basa su una sequenza di RNA sintetizzata in laboratorio che, una volta iniettata nell’organismo umano, induce le cellule a produrre una proteina simile a quella verso cui si vuole indurre la risposta immunitaria, producendo così gli anticorpi attivi contro il virus. Il vaccino a DNA (da DeoxyriboNucleic Acid, Acido Desossiribonucleico) ha un meccanismo simile a quello con RNA, dal momento che viene introdotto un frammento di DNA sintetizzato in laboratorio in grado d’indurre le cellule a sintetizzare una proteina simile a quella verso cui si vuole indurre la  risposta immunitaria. Il vaccino proteico, infine, utilizza in laboratorio la sequenza RNA del virus per sintetizzare proteine o frammenti di proteine dal capside virale, iniettandole successivamente nell’organismo umano in combinazione con sostanze che esaltano la risposta immunitaria.

La comunicazione dei media mondiali, fino ad oggi, è stata concorde nell’imputare ai vaccini il ruolo di “salvatori del mondo”, generando in tutti i paesi della Terra la sensazione – e la convinzione – che, una volta trovato il vaccino, il Covid sparirà. Ma è proprio così?

Non esattamente. Innanzitutto, per far sì che il vaccino (o i vaccini) determinino la scomparsa del virus, sarà necessario raggiungere l’immunità di gregge, e per farlo serve una copertura compresa tra il 70% e l’85% dell’intera popolazione di un paese (bambini inclusi). Impresa quasi impossibile, soprattutto se consideriamo la naturale dispersione che deriva dal dover iniettare due dosi di vaccino a testa a distanza di qualche giorno. Solo in Italia, per fare un esempio, si tratterebbe di 45 milioni di persone, e prima di avere in stock 90 milioni di dosi (45 x 2 volte) ci vorranno molti mesi e, probabilmente, altri periodi di lockdown e colorature di cartina geografica.

Allo stato attuale, quindi, possiamo ipotizzare di arrivare all’immunità di gregge in Europa non prima del 2022, mentre in USA le previsioni di un maggiore sforzo distributivo indicano in Luglio-Agosto 2021 il raggiungimento di questo traguardo. Da qui alla fine del prossimo anno, pertanto, è ipotizzabile che la curva dei contagi verrà sottoposta ad altre “ondate”, ed il mondo – sia quello c.d. occidentale che tutto il resto – conterà altri morti, dal momento che un protocollo di cura unico ancora non esiste.

Già, la cura. E’ lecito chiedersi perché non siano stati fatti passi avanti verso la scoperta di una terapia risolutiva per tutti, e si sia preferito concentrare gli sforzi verso il vaccino il quale, normalmente, necessiterebbe di una attività di ricerca lunga da 4 a 5 anni.  Ci si chiede, senza scadere nello sterile complottismo cui certi ambienti sono piuttosto avvezzi, se sia stata effettivamente ponderata la scelta di concentrare gli sforzi sul vaccino e non sul farmaco.

Probabilmente, la strada del vaccino si è rivelata più efficace per via dell’abbattimento dei tempi di ricerca, sperimentazione e distribuzione (da 60 a 15-16 mesi), e per via di una migliore organizzazione scientifica grazie alla quale la Ricerca sui vaccini aveva maggiori chance di successo, a differenza di quella del farmaco (che partiva quasi da zero, come vedremo in seguito).

Infatti, le terapie farmacologiche usate oggi per combattere il Covid sono “non specifiche”, e vengono somministrate in una combinazione di specialità proprie di altre patologie prima di ottenere dei risultati che, purtroppo, non sono ancora pienamente risolutivi, soprattutto nei casi più gravi. La Ricerca, già da qualche mese, si sta concentrando su un’altra classe di farmaci, già esistenti ma finora poco noti, che agisce per placare le infiammazioni “fuori controllo” – come è quella scatenata dal Covid-19 – e che lavora direttamente sul c.d. “Sistema del Complemento”, e cioè su un elemento del sistema immunitario, costituito da circa 30 proteine che circolano nel sangue, che gioca un ruolo fondamentale nella protezione contro le infezioni, uccidendo i batteri e avvertendo le cellule del sistema immunitario di entrare in azione.

In parole semplici, il Sistema del Complemento entra in azione quando è necessario sconfiggere un’infiammazione, e “si spegne” una volta che l’infezione è stata affrontata. Esistono casi, però, in cui il Complemento “non si spegne”, e dà vita ad una reazione a catena che sfugge al controllo, come nella Sepsi (la più famigerata Setticemia), causata da un’eccessiva risposta infiammatoria del Sistema. Ed è esattamente ciò che sembra avvenire anche nei casi più gravi di Covid-19, dove i casi più severi sono, appunto, causati dall’azione anti-infiammatoria del Sistema del Complemento andato fuori controllo. Pertanto, trovare un farmaco in grado di bloccare a piacimento l’azione del Complemento potrebbe essere un trattamento efficace per guarire i pazienti gravi di Covid-19.

C’è da dire che il Sistema del Complemento è un elemento fondamentale della nostra difesa contro tutti i batteri, per cui bloccare la sua azione potrebbe provocare il rischio di contrarre altre infezioni. Ma anche questo rischio potrebbe essere agevolmente gestito, associando una terapia antibiotica alla somministrazione dei farmaci inibitori del Complemento.

I farmaci appartenenti a questa classe – come dicevamo – esistono già, ma hanno costi altissimi, in quanto destinati alla cura di malattie rarissime e, quindi, generalmente a carico dello Stato (c.d. cura compassionevole, molto utilizzata in Italia). Quello dei costi insostenibili per una famiglia è certamente un altro dei motivi che dovrebbe scoraggiare i professionisti del complotto sanitario dal continuare a sostenere che si sia preferito impegnarsi nel vaccino per motivi di cartello, “perché i farmaci costano di meno”. Infatti, una singola dose del farmaco inibitore Ravulizumab (distribuito sotto il nome di Ultomiris), ad esempio, costa circa 5.400 euro, e siccome la sua azione è pari ad un mese, potrebbero essere necessarie due dosi, con un costo a paziente pari a quasi 11.000 euro interamente a carico dello Stato. Il vaccino, invece, costerà intorno ai 20 euro, rappresenta un costo più che sostenibile e sarà a carico dei pazienti.

Peraltro, i farmaci inibitori del Complemento sarebbero efficaci solo contro i casi gravi di Covid, mentre per i casi lievi rischierebbero di causare una eccessiva risposta immunitaria e, quindi, una infezione settica anche letale.

Il risultato, in sintesi, è che per la maggioranza dei pazienti affetti da Coronavirus – quelli non gravi – il farmaco specifico è ancora allo stadio di pura ipotesi, ed anche le molecole attualmente allo studio richiedono comunque almeno due anni di analisi di laboratorio e sperimentazione. Pertanto, la scoperta di una terapia specifica per il Covid avrebbe richiesto complessivamente più tempo del vaccino, con buona pace dei teorici del complotto.

Da Steve Jobs alla Realtà Aumentata, il progresso tecnologico viaggia sotto il segno del “tutto in uno”

Quello che accadrà tra dieci anni nel mondo dell’informatica è già stato deciso oggi, e noi accetteremo qualunque cambiamento ci verrà proposto. E’ questa la conclusione a cui si giunge osservando gli stili di consumo di tutte le generazioni , a partire da quella immediatamente successiva ai c.d. babyboomers. Chi investirà nel megatrend del “tutto in uno”, invece, farà fortuna.

Di Massimo Bonaventura

Sembrano lontanissimi i tempi in cui i gusti dei consumatori prevalevano sul marketing strategico, decretando il successo (o l’insuccesso) dei prodotti. Il caso più celebre – se qualcuno lo ricorda, tra i millennials, o ne ha sentito parlare – fu quello della Coca Cola, che il 23 aprile del 1985 lanciò la “New Coke” e interruppe la produzione e distribuzione della Coca Cola classica negli USA e in Canada. Ne seguì una sorta di sollevazione popolare dei consumatori che, trascinati dai media, organizzarono una tale protesta da convincere la Big Company a tornare sui propri passi e produrre la bevanda con il vecchio gusto.

Qualcuno, ancora oggi, ha il sospetto che quella della New Coke fu il più gigantesco marchingegno pubblicitario messo in atto da una grande azienda – che in quel periodo era scesa fino al 22% come quota di mercato delle bevande gassate nel mondo (dal 60% di venti anni prima) – ma non è questo il punto. Il punto è che, negli anni ’80, i consumatori sceglievano, e avevano “un potere contrattuale”, almeno fino a quando non è iniziata la Rivoluzione Digitale, che ha sovvertito dalle fondamenta i rapporti di forza tra produttori e consumatori di tecnologia.

Negli anni ’80, infatti, Steve Jobs ebbe la prima intuizione che cambiò il mondo: unire le schede elettroniche (i c.d. circuiti, via via ridotti fino alle nano-dimensioni di oggi), che all’inizio lui e i suoi soci avevano venduto separatamente, al suo contenitore, ossia un televisore. Tutto in uno, insomma: circuito elettrico (allora 10.000 volte più grande di quelli di oggi) più lo schermo.

Nacque così il Personal Computer, concepito per essere usato, nei decenni successivi, come un elettrodomestico alla portata di tutti, e dopo l’avvento della telefonia cellulare, la comparsa degli smartphone ha proseguito lo stesso schema di cambiamento tracciato trent’anni prima dalla Apple: personal computer più telefono cellulare, tutto in uno.

Oggi, mentre usiamo i nostri smartphone convinti che la vita sarà questa per chissà quanti altri anni, si profila una trasformazione epocale nel mondo dell’informatica, ispirata chiaramente alla matrice del “tutto in uno”, di cui è già in corso la progettazione del suo “veicolo di cambiamento”. Infatti, troverà applicazione commerciale entro cinque anni circa la combinazione “smartphone più occhiali” (o meglio, “visore oculare”), prodotto di punta di una vasta gamma facente parte della c.d. “Realtà Aumentata”. Questa consiste in una serie di dispositivi che «aumentano» la realtà attraverso uno smartphone, o un PC dotato di webcam o altri sensori, e alcuni dispositivi di visione (per es. occhiali a proiezione sulla retina), di ascolto (auricolari) e di manipolazione (guanti), i quali tutti aggiungono informazioni multimediali alla realtà già normalmente percepita.

La Realtà Aumentata altro non è che il terreno di coltura della futura tecnologia degli smartphone, che è già cominciata con le innovazioni tecnologiche degli AirPod di Apple e delle stazioni di ricarica wireless. Ma questo sembra essere solo l’inizio di una nuova era di progressi che porterà le tecnologie degli smartphone a un livello completamente nuovo, ed il 2020, con il suo carico di trasformazione nelle relazioni sociali, sta aumentando il tasso di velocità con cui questi progressi accadranno, anticipandoli di 3-5 anni. Infatti, non è un mistero che alcune aziende tecnologiche abbiano già definito la produzione e introduzione nel mercato di nuovi prodotti accessori agli smartphone; come Vivo, che sta lavorando a un nuovo smartphone con un pannello in vetro elettro-cromico che può cambiare colore con il semplice tocco di un pulsante. Il vetro elettro-cromico non è una nuova invenzione, ma Vivo sarà il primo a introdurre tale funzionalità negli smartphone.

Relativamente agli auricolari – che si sono affermati come un oggetto indispensabile – l’azienda Xiaomi ha depositato due brevetti con i quali gli auricolari saranno sempre con il proprietario dello smartphone, in quanto integrati in uno slot speciale dello smartphone stesso (anche qui, chiarissima ispirazione del “tutto in uno”). Inoltre, i dispositivi di Xiaomi fungeranno anche da altoparlanti se inseriti in due punti appositamente previsti sulla parte superiore del telefono.

Uno dei progressi più incisivi arriverà dalla trasmissione dati. La tecnologia wireless denominata  “LiFi” (fusione tra i termini Light e Fidelity), infatti, sarà 100 volte più veloce del WiFi, perché utilizza la luce per trasmettere i dati, anziché le frequenze radio. Sulla scorta di questa innovazione, la società Oppo sta lavorando per rendere i suoi smartphone compatibili con il LiFi, che peraltro funziona anche con la luce che appare spenta ad occhio nudo.

Pertanto, appare non tanto lontano il giorno in cui lo smartphone sparirà completamente. Del resto, prima di lui sono già spariti i cercapersone, i fax e i cellulari di prima generazione. Insieme alla sua sparizione, probabilmente, cambierà il modo in viviamo le nostre vite quotidiane, e saremo pronti alla prossima grande trasformazione determinata dalla strategia del “tutto in uno”. Infatti, se andate indietro nel tempo di soli dieci-quindici anni, vi accorgerete come gli smartphone abbiano semplificato la classica combinazione di mouse, tastiera e monitor propria di PC e portatili, riducendo il modello ad un solo componente, facilitando la funzionalità con la tecnologia touch e, molto presto, perfezionando l’accessibilità fino a controllare ogni singola funzione e app con la sola voce, senza alcun bisogno di far lavorare le dita. Tutto ciò grazie ai prodotti della Realtà Aumentata di aziende come Microsoft, Facebook, Google, e Magic Leap che stanno lavorando per costruire cuffie autonome per la realtà aumentata proiettanti immagini 3D dettagliate dritto negli occhi.

La Realtà Aumentata, pertanto, potrebbe sostituire contemporaneamente smartphone e televisore. In più, sono già una realtà i sistemi informatici che “rispondono” ai nostri comandi vocali, e presto potrebbero interferire con i nostri sensi, con vista e udito intermediati dalla tecnologia.

Ma la “scala dei progressi” non finisce qui, manca un passaggio finale, ossia quello che va dai gadget che si devono indossare (come i visori-occhiali per la Realtà Aumentata) alla tecnologia denominata “Stringa Neuronale”. Si tratta di una tecnologia da applicare direttamente nel corpo umano, sulla quale sta lavorando la Neuralink, una nuova società patrocinata da Musk che ha l’obiettivo di costruire micro-computer nel nostro cervello.

E’ il “tutto in uno” definitivo, nel quale l’umano e la macchina diventano, appunto, una sola cosa. 

Non sappiamo quando avverrà questa rivoluzione (dieci anni, venti anni?), ma a quel tempo non esisterà più, probabilmente, alcun rapporto di forza tra produttori e consumatori, i quali accetteranno qualunque innovazione con totale “sottomissione commerciale”, ed anzi lotteranno per essere “sottomessi”, esattamente come oggi fanno per assicurarsi l’ultimo modello di smartphone a prezzi incredibili (indebitandosi senza fine con il sistema rateale su carta di credito ed il continuo rinnovo tecnologico). Ma anche stavolta, non è questo il punto. Il punto è che la strategia – semplicissima ed efficace – del “tutto in uno” produrrà miliardi di utili per gli azionisti, sebbene probabilmente le aziende produttrici saranno sempre meno. Infatti, siamo da tempo entrati nell’era delle aziende “visionarie”, le uniche capaci di assicurare continuità al “tutto in uno” fino al punto di disintermediare persino il semplice possesso degli oggetti e, quindi, il concetto stesso di proprietà.

In tal senso, nemmeno Amazon è al sicuro.