Luglio 31, 2026
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Lagarde: niente illusioni, l’economia va traghettata fino all’arrivo del vaccino. Tempi lunghi

Secondo il numero uno della Bce, la pandemia ha prodotto una recessione “insolita” e la ripresa sarà “instabile”. L’Eurotower pronta a “ricalibrare gli strumenti” per fronteggiare la crisi. Attenti all’effetto “spiazzamento” della spesa privata.

Lunedì 9 novembre Pfizer ha annunciato che l’efficacia del vaccino contro il Coronavirus è superiore al 90%. In base alle proiezioni attuali, Pfizer e BioNTech prevedono di produrre fino a 50 milioni di dosi di vaccino nel 2020, e fino a 1,3 miliardi di dosi nel 2021. Il vaccino richiede la somministrazione di due dosi per persona. Sia Pfizer che BionTech avevano siglato a luglio un accordo con il governo Usa, del valore di quasi $2 miliardi, per la fornitura di 100 milioni di dosi.

“La pandemia ha prodotto una recessione insolita e probabilmente genererà una ripresa instabile”. Cosi il numero uno della Bce, Christine Lagarde, ha definito la situazione dell’Eurozona al Forum (virtuale) di Sintra, ricordando che il direttivo è pronto a “ricalibrare i propri strumenti”, al prossimo direttivo di dicembre e che la sfida che la banca centrale si trova di fronte “sarà traghettare l’economia” compensando i gap produttivi fino a quando vaccini saranno ben sviluppati e la ripresa potrà guadagnare slancio”.

Lagarde ha gettato acqua sul fuoco sui facili ottimisti che sembrano aver contagiato i mercati alla notizia dei progressi del vaccino Pfizer. “Anche se le ultime notizie su un vaccino sembrano incoraggianti – ha detto – potremmo ancora dover affrontare cicli ricorrenti di accelerazione della diffusione virale e di restringimento delle restrizioni fino al raggiungimento di un’immunità diffusa”. “Quindi – ha aggiunto – il recupero potrebbe non essere lineare, ma piuttosto instabile”.

Simili sono state le dichiarazioni rilasciate alla Cnbc da Klass Knot, esponente del Consiglio direttivo della Bce: “Quella sul vaccino è una notizia assolutamente positiva, ma il concretizzarsi dell’impatto economico della buona notizia potrebbe richiedere un po’ di tempo e, comunque, non avverrà nell’arco di una notte. La vaccinazione di massa comporterà un ammontare significativo di tempo, e ciò significa che l’outlook economico per il 2021 continuerà a essere irregolare per molto tempo, fino a quando gli effetti benigni del vaccino diventeranno finalmente disponibili a pieno”.

Lagarde mette in guardia dal rischio di “crowding-out”, ovvero di “spiazzamento“, col quale gli economisti intendono la riduzione della spesa privata (sia di investimento sia di consumo) a seguito di un aumento della spesa pubblica. “In primo luogo, mentre la politica fiscale è attiva nel sostenere l’economia, la politica monetaria deve ridurre al minimo gli effetti di ‘spiazzamento‘ che potrebbero creare ricadute negative per famiglie e imprese“, ha detto Lagarde, entrando poi nel merito di questi rischi: “Le famiglie potrebbero avere più paura per il futuro e aumentare il loro risparmio precauzionale. Le imprese che sono sopravvissute fino ad ora aumentando l’indebitamento potrebbero decidere che rimanere aperte non ha più senso per gli affari”.

Tutto ciò “potrebbe innescare un ‘moltiplicatore di uscita delle imprese‘, in cui la chiusura di attività commerciali soggette a restrizioni sanitarie riduca la domanda di attività complementari, provocando a sua volta una riduzione della produzione di tali imprese“. Per evitare questi rischi, in vista del direttivo di dicembre, Lagarde chiarisce che “tutti i settori dell’economia devono avere fiducia che le condizioni di finanziamento rimarranno eccezionalmente favorevoli per tutto il tempo necessario, soprattutto perché l’impatto economico della pandemia si estenderà ora fino al prossimo anno”. “Attualmente – precisa Lagarde – esistono tutte le condizioni affinché il settore pubblico e quello privato adottino le misure necessarie. La curva dei rendimenti sovrani ponderata per il Pil è in territorio negativo fino alla scadenza di dieci anni. Ma è importante garantire – spiega ancora Lagarde – che le condizioni di finanziamento rimangano favorevoli”.

Alla domanda sulla possibilità che i tassi vengano ulteriormente ridotti, Knot ha risposto: “Non vogliamo escludere nessuna misura, riguardo al meeting di dicembre”. Lagarde dal canto suo ha fatto la precisione: “Sebbene tutte le opzioni siano sul tavolo, il PEPP (Pandemic Emergency Purchase Program) e le operazioni di TLTRO hanno mostrato la loro efficacia in questo contesto, e possono essere aggiustati in modo dinamico per reagire all’evoluzione della pandemia. E’ dunque probabile che rimangano i principali strumenti di aggiustamento della politica monetaria”.

A proposito di “……due tribù indiane avversarie, ciascuna dalla propria riva del fiume….”

Il segretario di Fedepromm-Uiltucs replica all’editoriale di Alessio Cardinale del 8 Novembre scorso, che conteneva una critica aperta alla mancanza di unità, in questo delicatissimo momento storico della nostra Economia, tra le varie organizzazioni a tutela delle categorie professionali degli agenti di commercio e dei consulenti finanziari, entrambe contribuenti di Enasarco.

Egregio direttore,

Ho avuto modo di leggere con molto interesse e direi anche con un certo senso di autocritica quanto correttamente sviluppato nell’editoriale di “Patrimoni&Finanza” dell’8 Novembre scorso, circa le osservazioni avanzate sul piano politico e riguardanti la crisi di identità che, nelle organizzazioni sindacali di rappresentanza di agenti di commercio e consulenti finanziari, causa una certa difficoltà nel portare avanti  strategie unitarie verso alcune rivendicazioni che coinvolgono entrambe le categorie, recentemente discriminate dai provvedimenti governativi  che hanno stabilito dei “ristori” economici ai soggetti colpiti dal blocco della attività conseguente al ritorno dell’emergenza sanitaria. 

Piccanti critiche, che manifestano una reale situazione di imbarazzo e disagio per chi, come Federpromm-Uiltucs, ama la chiarezza dei comportamenti,  ma soprattutto ama avere la visione complessiva dei problemi  reali – in un contesto macrosociale  –  che coinvolgono le storie di vita delle persone rappresentate, delle quali rivendichiamo con coerenza  i reali interessi.

Ci sarebbe da dire “nessuno si salva da solo”, e le infuocate critiche avanzate dall’autore dell’articolo manifestano una certa inconsapevolezza circa la portata politica dei problemi esistenti, che governano i reali processi  interni  di alcune associazioni talmente “di tendenza” da apparire addirittura commoventi o, meglio ancora, dilettanti allo sbaraglio.

Manlio Marucci

E’ risaputo che lo sviluppo di azioni unitarie da parte dei sindacati di categoria è stato considerato sempre una specie di miraggio, ma l’ancoraggio delle organizzazioni sindacali confederali alla condivisione dei problemi reali dei lavoratori e dei pensionati di queste categorie – come delle altre – non è mai mancato. In mancanza di una strategia e di una visione ermeneutica dei problemi, le considerazioni teoriche esposte non possono  che far scaturire una reale presa di coscienza comune, anche al fine di non far apparire – giustamente – le circostanze come una caricatura atroce della democrazia. 

E’ molto più comodo – affermava M. Weber  – vivere nell’obbedienza rispetto alla piena consapevolezza di sé. 

Manlio Marucci

Zest Global Opportunities, Simion: il cloud software è la vena d’oro nel settore tecnologico

La trasformazione digitale per le PMI fa crescere il settore del 23% l’anno e consente alle aziende di accedere a servizi prima riservati alle grandi aziende. In dieci anni, il volume d’affari supererà i 1.000 miliardi di dollari.

“Tra i macrotemi che guidano la trasformazione digitale, quello del software per i sistemi cloud sta diventando decisamente il più robusto, e si è rafforzato nel corso della crisi pandemica. Nei prossimi cinque anni, il settore crescerà a un tasso del 23% annuo ed entro il 2030 si prevede che il mercato quintuplicherà i volumi di fatturato, dagli attuali 200 miliardi di dollari a oltre 1.000 miliardi”. E’ l’analisi di Marco Simion, gestore del fondo bilanciato Zest Global Opportunities di Zest, società svizzera di gestione indipendente.

Il profondo cambiamento di attività e processi organizzativi in corso, per sfruttare le opportunità offerte dalle nuove tecnologie digitali, resta il macrotema più visibile dell’economia occidentale, ed è stato suddiviso in otto aree all’interno del portafoglio del fondo Zest Global Opportunitiescloud software, Covid19 (farma/smartworking/e-commerce), Fang, semiconduttori e 5G, pagamenti elettronici, biotech, Esg, salute.

“Tra questitemi, tutti in forte crescita, il software sembra essere quello con lo sviluppo più sostenuto, grazie in particolare alla rivoluzione del Cloud Computing e al fatto che il software è ovunque e coinvolge ogni processo del cambiamento aziendale, dalle operations interne sino alla distribuzione di prodotti e servizi”, spiega Simion.

I c.d. “software in cloud” rientrano nell’insieme tecnologico del Cloud Computing, con il quale si individua il mercato di erogazione di risorse informatiche (archiviazione dati, in particolare) “on demand”, sfruttando la potenzialità della Rete. In pratica, il Cloud Computing mette a disposizione delle imprese che non vogliono (o non possono) investire in tecnologia “proprietaria” gli stessi servizi di cui necessita, ma senza possedere direttamente le soluzioni informatiche. Questo settore, per le imprese medio-piccole, presenta molti vantaggi. Il primo è certamente la riduzione del costo sull’acquisto, installazione e manutenzione. Il secondo è la possibilità di scegliere il pacchetto di servizi adatto alle proprie esigenze e pagare solo per quello, passando a “pacchetti” più ampi in caso di crescita delle esigenze. Il terzo è la possibilità di accedere ai dati e alle applicazioni in totale mobilità, senza limiti spazio-temporali, sia da pc che da mobile. Infine, i software in cloud consentono di poter usufruire di servizi che prima erano usati solo dalle grandi aziende, e i dati, essendo in cloud, non possono andare persi, eliminando del tutto la possibilità di sottrazione fisica di materiale informatico.

Marco Simion (Zest)

Insomma, si tratta di una vera “rivoluzione”, grazie alla quale il fondo Zest Global Opportunities, che punta fortemente alle aziende operanti in questo settore, ha fatto segnare una performance a 12 mesi pari a +40,28% (dato al 6 Novembre 2020).

“Negli ultimi 20 anni, le software house sono passate da un modello di business a licenza d’uso ad uno basato sugli abbonamenti e sul Software as a Service, in cui le applicazioni presenti in rete diventano a loro volta un servizio disponibile sulla rete stessa e i fornitori mettono a disposizione online determinate risorse, che possono essere vere e proprie applicazioni oppure risorse fisiche, come CPU o dischi fissi per l’archiviazione. Seguendo questa tendenza, il settore del cloud software rappresenta oggi il 20% della componente azionaria nel fondo”.

Agenti di commercio e consulenti finanziari: le organizzazioni chiedono più tutele, ma in ordine sparso

Anasf, Assopam, Federagenti e Fiarc, da un lato, e Federpromm più Anaaf, dall’altro, chiedono al Governo maggiori tutele per le categorie rappresentate. Lo fanno, però, in ordine sparso, come due tribù indiane avversarie, ciascuna dalla propria riva del fiume di un Italia che, serenamente, va in pezzi.

 Editoriale di Alessio Cardinale

Sebbene con due documenti separati, i due maggiori raggruppamenti associativi e sindacali a sostegno delle “categorie Enasarco” degli agenti di commercio e dei consulenti finanziari intervengono, a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro, per chiedere al Governo maggiori tutele di fronte al nuovo periodo di lockdown delle attività.

Infatti, come sappiamo, il nuovo DPCM introduce fino al 3 dicembre 2020 regole più restrittive rispetto al decreto del 24 ottobre, dividendo l’Italia in tre aree a seconda del rischio. A seconda dei casi e con differenti modalità, sono previste la chiusura degli esercizi commerciali e la limitazione della mobilità sia per il trasporto pubblico che per quello privato, con evidente nocumento per le due categorie degli agenti di commercio e dei consulenti finanziari, che proprio della mobilità costruiscono, giorno per giorno, la propria attività anche in territori posti al di fuori del proprio comune e, spesso, della propria regione.

Per questo motivo, la scorsa settimana abbiamo visto insorgere le sigle ANASF, ASSOPAM, Federagenti e FIARC le quali, in una nota congiunta, comunicavano come dalle stime previsionali fosse emerso che “….agenti di commercio, consulenti finanziari, agenti in attività finanziaria e aziende mandanti saranno costrette a pagare il prezzo più alto, con inevitabili fallimenti o la cessazione di migliaia attività, trattandosi di professionisti dell’intermediazione che per lo più, hanno come clientela imprenditori che operano nei settori oggetto di chiusura totale o parziale”. E poi “….chiudere un esercizio commerciale significa colpire tutta la filiera, e limitare la mobilità significa complicare l’attività comprimendo in modo drammatico le provvigioni. Migliaia di colleghi hanno già chiuso per sempre. Nonostante i nostri continui appelli, ancora una volta dobbiamo segnalare la totale mancanza di attenzione da parte delle Istituzioni verso più di 200.000 imprese dell’intermediazione operanti sul territorio”.

Alla luce delle circostanze, pertanto, le quattro sigle chiedevano al Governo di “garantire i necessari ristori di Sopravvivenza anche alle categorie rappresentate”, dal momento che le stesse non godono di alcun ammortizzatore sociale e non devono essere considerate “categorie di serie B”.

Quasi contemporaneamente, Federpromm  e Anaaf chiedevano, con una propria nota al Governo, l’estensione dei benefici economici legati all’emergenza epidemiologica da COVID-19  anche per gli agenti finanziari che operano come società, aggiungendo un ulteriore tassello al precedente grido di allarme e rafforzando, forse involontariamente, l’azione di moral suasion delle altre sigle. “Con le recenti modifiche apportate al decreto-legge dell’8 aprile 2020,n,23 convertito con modificazioni dalla legge 5 giugno 2020,n.40 relativo agli interventi pubblici volti a mitigare gli effetti economici dell’emergenza epidemiologica derivanti dal coronavirus in cui sono stati inseriti anche le persone fisiche esercenti attività di cui alla sezione K del codice ATECO, escludendo di fatto gli agenti in attività finanziaria che esercitano la propria attività come persone giuridiche, Federpromm-Uiltucs  unitariamente all’Associazione di categoria Anaaf, (quest’ultima recentemente costituita  in rappresentanza  degli agenti) hanno ritenuto di avanzare alle forze politiche un emendamento  al  testo in discussione al Senato (c.d. Decreto Ristoro, art.13,comma 1),volto ad inserire  anche gli “agenti in attività finanziaria che operano come persone giuridiche“, recita la nota.

Tutto giusto, bello e sacrosanto, direbbe qualcuno. Ci si chiede, però, per quale motivo tutte queste sigle (ed anche tutte le altre, ognuna con pe proprie note in ordine sparso), evidentemente divise fino a qualche settimana fa dai toni aspri della tornata elettorale in Enasarco, non siano state capaci di ritrovare la via del dialogo in una circostanza così grave, con una pandemia che non accenna a diminuire ed anzi, rispetto alla scorsa primavera, mostra maggiore aggressività ed un bel carico di morti tra la Società Civile e tutti i ceti produttivi del Paese.

Unire le forze, in questo frangente, avrebbe conferito maggiore fiducia proprio agli iscritti di Enasarco. Questi ultimi, oggettivamente, non ne possono più di vedere due fazioni che,  come tribù indiane avversarie, si combattono e poi mal si sopportano, ognuna dalla opposta riva del fiume di un Italia che, serenamente, va in pezzi.

Consulenti finanziari, clienti e offerta fuori sede: la Cassazione interviene sul diritto di recesso

Una interessante vicenda giudiziaria ci ricorda come il diritto di recesso sia uno strumento importantissimo per gli investitori in caso di investimento effettuato fuori sede, e costituisca una necessaria fonte di tutela anche per lo stesso consulente, che certamente non può ritenersi responsabile dell’insuccesso di un investimento qualora abbia agito rispettando i criteri di scelta e la propensione al rischio del cliente.

La c.d. Offerta fuori sede, che dà anche il nome ad una delle categorie di consulenti finanziari (quelli “abilitati ai servizi fuori sede”, appunto), non è solo una modalità di svolgimento della professione, ma anche – e soprattutto – una fattispecie che attribuisce al cliente particolari tutele giuridiche. La più importante, certamente, è quella che assicura il diritto di recesso, entro un termine ben preciso, dagli effetti del contratto sottoscritto “fuori sede” (art. 30 TUF).

Sul punto, c’è da dire che la normativa sull’offerta fuori sede tutela l’investitore, in quanto si presume che le decisioni assunte in quel contesto siano frutto della “sollecitazione” del consulente e non di una sua scelta autonoma. Rimane, quindi, da capire quando una operazione può considerarsi “in sede”, e quando “fuori sede”, qualora sorgano delle controversie sulle operazioni mobiliari eseguite – o, come meglio vedremo, “promosse” – negli uffici di un promotore-consulente.

Sul tema, è recentemente intervenuta la Corte di Cassazione, che con l’ordinanza 7 luglio – 27 ottobre 2020 n. 23569 si è occupata di una vicenda in cui è applicabile la disciplina relativa all’offerta fuori sede, reclamata dal cliente di una banca in relazione ad un acquisto di titoli avvenuto nell’ufficio del promotore (la vicenda origina in un periodo antecedente al cambio di denominazione). In particolare, i giudici di legittimità rispondono che, per escludere la fattispecie dell’acquisto fuori sede, non è sufficiente che la promozione e il collocamento degli strumenti finanziari si attuino in un luogo di pertinenza del promotore finanziario, ma è necessario che tale attività si perfezioni presso la sede legale dell’intermediario o presso una dipendenza-filiale dello stesso.

Come raccontato nel sito di “Altalex”, un risparmiatore aveva acquistato nel 2008, presso gli uffici dell’allora promotore finanziario, 380.000 euro di titoli emessi da una prima società (la società emittente) e collocati da una seconda (la rete degli allora promotori). Secondo il risparmiatore, l’operazione finanziaria doveva considerarsi nulla, in quanto il contratto di negoziazione non comprendeva la clausola di recesso (ex art. 30 TUF) che, date le circostanze, doveva essere presente in virtù dell’acquisto concluso fuori sede.

I giudici di merito, in primo e secondo grado, rigettavano il reclamo sostenendo la mancanza del requisito di “negozio avvenuto fuori sede”, dal momento che gli uffici del promotore erano segnalati al pubblico tramite un’apposita insegna e, pertanto, l’investitore era nella piena consapevolezza di essersi recato da un professionista preposto al collocamento di strumenti finanziari.

L’investitore non si dava per vinto, e ricorreva in Cassazione, dolendosi del fatto che i giudici di merito non avessero considerato come la negoziazione del titolo fosse avvenuta nell’ufficio privato del promotore che, secondo le difese del risparmiatore, non può certo considerarsi come la sede legale dell’intermediario o filiale di essa.

Al fine di esaminare la questione, la Suprema Corte percorre una strada fatta di necessarie premesse. Innanzitutto, nell’attività di perfezionamento di un contratto di investimento bisogna tener presente tre momenti fondamentali: pubblicità, promozione (oggi consulenza) e collocamento. In particolare, la pubblicità persegue uno scopo meramente informativo, mentre l’attività di promozione consiste nel sollecitare il cliente a sottoscrivere l’investimento in determinati strumenti finanziari o servizi. Si tratta, in merito alla Promozione, di un’attività prodromica alla conclusione della successiva fase del collocamento, la quale invece coincide con il “negozio” vero e proprio, ossia con il trasferimento dello strumento finanziario nella disponibilità del cliente (nel dossier titoli, oppure in un deposito accentrato).

Inoltre, l’intermediario è solitamente un istituto di credito o una società, che si occupa di strumenti di investimento (c.d. “soggetto abilitato”); mentre il promotore finanziario (oggi consulente) è il mandatario dell’intermediario, ed il suo compito consiste nel proporre gli strumenti finanziari che la società mandante ha in portafoglio. Il vincolo di esclusiva, poi, non può che costituire un legame diretto con la mandante, legame che, in tutta evidenza, deve aver fatto cadere in errore i giudici di merito che si sono occupati della vicenda. La Cassazione, invece, afferma che “….occorre verificare se il luogo (l’ufficio del consulente, ndr) si trovi ubicato all’interno della sede legale o sia parte di una dipendenza del soggetto abilitato….”.

Ai fini del diritto di recesso, il legislatore ha previsto per l’investitore una forma di tutela che prevede come ogni operazione di collocamento di strumenti finanziari conclusa al di fuori dei locali della sede legale della banca “debba presumersi non costituisca il frutto di una premeditata decisione dell’investitore, quanto, piuttosto, di una sollecitazione proveniente dai promotori di cui l’intermediario si avvale” (come già precisato da Cassazione a S.U. n. 13905/2013). Pertanto, nell’odierna decisione, i giudici di legittimità intervengono in senso contrario a quelli di merito, stabilendo che “Per escludere l’applicabilità della disciplina relativa all’offerta fuori sede di cui all’art. 30 TUF, nella vigenza del reg. Consob n. 16190/2007, non è sufficiente che la promozione e il collocamento di strumenti finanziari si attuino in luogo di pertinenza del promotore finanziario, ma è necessario che tali attività si perfezionino presso la sede legale dell’intermediario autorizzato, ovvero presso una dipendenza dello stesso, per tale dovendosi intendere l’unità locale costituita da una stabile organizzazione di mezzi e di persone, aperta al pubblico, dotata di autonomia tecnica e decisionale, che presta in via continuativa servizi e attività di investimento”.

Questa ordinanza, se non altro, ci suggerisce come il diritto di recesso sia uno strumento importantissimo per gli investitori in caso di investimento effettuato fuori sede, e costituisca una necessaria fonte di tutela anche per lo stesso consulente, che certamente non può ritenersi responsabile dell’insuccesso di un investimento – soprattutto se appartenente alla categoria del c.d. risparmio gestito – qualora egli abbia agito osservando preventivamente anche i criteri di scelta più corretti in relazione alla propensione al rischio del cliente.

Con gli art fund ed il Crowfunding il collezionismo d’arte diventa partecipativo e meno elitario

Con gli art fund ed il Crowfunding l’investimento in Arte diventa partecipativo, e segna il confine tra un mercato riservato a pochi eletti ed uno accessibile a tutti.

Le leggi dell’economia regolano le contrattazioni di tutti i beni scambiabili sui rispettivi mercati, e così vale anche per l’Arte, settore dotato di un proprio mercato e di leggi – soprattutto “non scritte” – che ne disciplinano gli scambi al suo interno. Nonostante la pandemia in corso, il mercato dell’Arte si è rapidamente adattato alle circostanze, potenziando lo strumento delle aste online – già presenti prima del Covid – e gli scambi delle opere minori sui circuiti web più affidabili.

Dal punto di vista economico, quindi, l’opera d’arte è del tutto simile ad un prodotto qualsiasi, ma nel suo caso bisogna osservare alcuni passaggi fondamentali per arrivare alla formazione del prezzo di scambio e del suo valore futuro. In particolare, la filiera produttiva e distributiva delle opere d’arte contempla un insieme di ruoli  e azioni che si svolgono in questo ordine di successione:

– l’artista crea l’opera d’arte,

– il critico d’arte esamina il suo valore artistico,

– il gallerista la espone,

– il mercante la  vende,

– il collezionista la compra e fa accrescere il suo valore,

– il museo la consacra,

– i media la celebrano,

– il pubblico, infine, la contempla.

Pertanto, ogni artista, ad inizio carriera, ha di fronte a sé un lungo percorso in cui, oltre alla produzione personale e alla speranza di un mecenate che lo sostenga, deve trovare recensione all’interno di testi critici, monografie, bibliografie, cataloghi, mostre prestigiose, fiere, fino ad arrivare ai musei e, prima ancora, al contatto con i collezionisti più importanti. Solo a più di metà di questo cammino l’artista troverà finalmente quotazioni ufficiali certificate da esperti, e potrà essere scambiato nelle aste e nelle gallerie che contano in base al suo “coefficiente di quotazione”.

Gli investitori in arte, peraltro, scelgono di acquistare solo opere di particolare pregio, per le quali gli esperti preannunciano ottime possibilità di rivalutazione nel tempo. Oppure, per i più facoltosi, è sufficiente acquistare le opere dei “grandi” (Picasso, Monet etc), le quali subiscono oscillazioni anche notevoli di prezzo, ma rappresentano un vero e proprio “assegno circolare” che non conosce crisi.

Il vero collezionista, quello che concilia passione per l’Arte con l’attenzione al valore, si specializza su un determinato periodo o su uno specifico artista, diventando egli stesso il gestore di una sorta di Art Fund personale.

Con gli Art fund, l’investimento in Arte diventa condiviso, e oltrepassa il confine tra un mercato riservato a pochi eletti ed uno accessibile a tutti. Si tratta di strumenti collettivi di investimento indiretto su opere od oggetti d’arte, costituiti sotto la forma giuridica del Private Equity, non regolamentati e operativi soprattutto in arte figurativa. Inoltre, gli Art Fund non richiedono particolari conoscenze tecniche sulle opere da acquistare, ed è sufficiente acquistare delle quote, accedendo tramite una soglia minima che si aggira tra i 250.000 e i 500.000 euro.

Gli Art Fund funzionano come dei normalissimi fondi chiusi riservati agli appassionati del settore: le quote sono vincolate per un determinato numero di anni, per via della non rapida liquidabilità delle opere acquistate, e possono essere regolate temporalmente a 5 o 10 anni, durante i quali i gestori cercano opere d’arte che possiedono interessanti margini di rivalutazione. Una volta trascorso il tempo di durata dell’investimento, le opere vengono rivendute e il ricavato suddiviso tra i partecipanti.

Con il Crowdfunding, il carattere partecipativo dell’investimento in Arte diventa ancora più percepibile. Infatti, chi partecipa è essenzialmente un soggetto che investe in un vero e proprio progetto artistico, con l’ambizione di diventare collezionista delle opere – generalmente di artisti c.d. emergenti – sulle quali sta puntando. Il pregio del Crowfunding è quello di rendere più trasparenti le dinamiche dell’intera catena creativa e finanziaria dell’Arte, rendendola slegata dal possesso fisico. Questa modalità di investimento coinvolge molto le classi più giovani e ponendo le basi per una crescita del mercato stesso, appiattito com’era dagli scambi tra “pochi eletti” e diventato terreno fertile per miti e leggende.

Rispetto al Crowfunding, però, gli Art Fund sembrano avere migliori chance in termini di cartolarizzazione. Per Cartolarizzazione di una o più opere d’arte si intende l’offerta della propria collezione (o di parte di essa) in garanzia ad una banca allo scopo di aprire una linea di credito, mediante la quale realizzare altri investimenti – ad esempio sulle opere di un artista le cui quotazioni sono scese temporaneamente – in grado di ripagare il costo della linea stessa, oppure liquidare le quote di un investitore senza dover vendere le opere.

In buona sostanza, con la cartolarizzazione si mettono a reddito i beni posseduti realizzando una vera e propria leva finanziaria, esattamente come accade nel mondo degli strumenti finanziari. Peraltro, per tutta la durata della linea di credito le opere verranno trasferite presso il caveau della banca, per cui l’operazione è utile anche a “metterle in sicurezza” in una struttura diversa dalla propria abitazione.  

Così lontani, così vicini. Commercialisti e consulenti finanziari alla prova dell’imprenditore

Quello dell’imprenditore, fino a qualche anno fa, sembrava un mondo  inavvicinabile per i consulenti, così come la gestione dei suoi risparmi era materia di poco interesse per i commercialisti. A cambiare le cose ci ha pensato la seconda MiFID, e soprattutto il suo portato di grande apertura verso la Consulenza Indipendente.

Di Massimo Bonaventura

Mentre il modello di business delle reti di consulenza finanziaria non autonoma continua la sua marcia verso un inesorabile declino (complice l’assenza di ricambio generazionale), la distanza tra la categoria dei commercialisti e i contenuti della professione di consulente finanziario si fa sempre più sottile, quanto meno dal punto di vista delle intenzioni che gli organismi di categoria lasciano intravedere.

Si tratta di un “avvicinamento lento”, in considerazione del basso numero di professionisti della consulenza aziendale che hanno già iniziato ad occuparsi di Consulenza Finanziaria (con tanto di esame sostenuto e superato), ma a giudicare dalle dichiarazioni di intenti sembra che il Cndcec (Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili) faccia sul serio, e ci vuol poco per presagire, in caso di sviluppo delle strategie, l’inizio di una possibile competizione con i consulenti finanziari sull’unico terreno che oggi li può accomunare: l’imprenditore, con tutto il suo mondo fatto di logiche e regole aziendali (appannaggio dei commercialisti) e di attivi e risparmio (sui quali lavorano i consulenti finanziari).

L’imprenditore, fino a qualche anno fa, sembrava inavvicinabile per i consulenti, così come la gestione dei suoi risparmi era materia di poco interesse per i commercialisti. A cambiare le cose ci ha pensato la seconda MiFID, e soprattutto il suo portato di grande apertura – che molti, dal mondo dei consulenti non autonomi, non hanno ancora compreso – verso la Consulenza Indipendente e, tramite questa, verso i commercialisti, visti dalle organizzazioni di consulenti autonomi come un “serbatoio” di ottima professionalità da adattare, con i dovuti accorgimenti, alla finanza stretta e, in questo modo, ingrossare anche le loro fila, puntando alla qualità.

A questa visione strategica corrisponde anche un modello di business completamente differente da quello delle banche-reti. Il modello a cui il Cndcec  si ispira, infatti, sembra essere quello americano, dove i Certified public account (Cpa) sono circa 400mila e, di questi, circa 120mila erogano anche servizi di pianificazione finanziaria, cioè svolgono un’attività di consulenza finanziaria definita “generica”. Tra questi ultimi, poi, esiste un altro sottogruppo, che arriva a circa 40.000 unità, di Certified Financial Advisers, che nel nostro sistema corrispondono ai consulenti finanziari indipendenti.

Il modello proposto dai commercialisti è basato sulla persona, e prende in considerazione gli obiettivi di vita, non solo quelli finanziari, pensando all’individuo come se fosse un’azienda, per la quale ricercare l’equilibrio finanziario migliore. Del resto, in Italia la maggioranza delle aziende di piccole e media dimensioni sono di proprietà di famiglie, e questo approccio verso la famiglia-azienda risulta essere, in prospettiva, vincente.

Sul punto, il mondo delle reti mostra di essere molto indietro, soprattutto in quanto a competenze distintive. Anche i commercialisti che vogliono avvicinarsi alla consulenza finanziaria, naturalmente, hanno molto da imparare, ma la sensazione è che, per loro, le distanze in termini di formazione siano più corte rispetto a quelle che separano i consulenti finanziari dalle competenze di natura aziendale (dai principi di contabilità ai bilanci, dai business plan al controllo di gestione), tanto più che le società mandanti – sia di natura prettamente bancaria che quelle nate a servizio dei consulenti – stanno facendo ben poco per la formazione in senso aziendalista del consulente finanziario e per adeguare l’offerta di servizi agli imprenditori.

Probabilmente, siamo di fronte ad un c.d. collo di bottiglia: le reti di consulenza finanziaria sono di proprietà delle grandi banche, le quali da decenni si occupano di servizi all’impresa che, in tutta evidenza, non possono essere allargati anche ai consulenti finanziari senza creare una sorta di competizione interna tra fattori della produzione. Pertanto, è un problema difficilmente risolvibile, però si sente sempre di più, tra le fila dei consulenti non autonomi, la mancanza di una nuova figura, quella del Consulente Finanziario Corporate, che potrebbe prosperare – e far prosperare le società mandanti, grazie alla loro fortissima inclinazione commerciale – all’interno del mercato riservato fino ad oggi alle grandi banche, le quali fidelizzano l’imprenditore con un cross selling di servizi all’impresa di cui i consulenti non sono dotati. Sono questi servizi, infatti, che attraggono anche la gestione delle soluzioni di investimento dell’imprenditore e della sua famiglia, e “chiudono” oggi le opportunità ai consulenti finanziari tradizionali.

Eppure, non c’è campagna commerciale, oggi, che non includa nelle strategie delle reti di consulenza l’approccio alle necessità dell’imprenditore, per raggiungere il quale, però, è necessario, oltre ad avere servizi adeguati, “parlare la sua stessa lingua”. Senza formazione di stampo aziendalista, però, sarà difficile fare breccia, senza contare che molti imprenditori diventati negli anni clienti dei consulenti finanziari gestiscono, di contro, relazioni professionali di lunga data con i propri commercialisti, i quali non faticherebbero molto a diventare anche i loro consulenti finanziari nel momento in cui dovessero decidere di occuparsi professionalmente anche di soluzioni di investimento mobiliare.

In sintesi, i consulenti finanziari devono cercarseli, gli imprenditori, mentre i commercialisti ce li hanno già in portafoglio clienti.   

Già lo scorso mese di Giugno 2020 il Cndcec era uscito con una nota ufficiale, nella quale affermava l’obiettivo di “….ampliare le opportunità di lavoro per i commercialisti iscritti all’Albo, sviluppare nuove professionalità e diffondere l’educazione finanziaria tra consumatori e investitori”. Il documento evidenziava “le potenzialità connesse all’ampliamento della consulenza finanziaria indipendente in Italia, sulla base delle caratteristiche quantitative e qualitative del risparmio nel nostro Paese…”, e descriveva “….le possibili modalità di erogazione delle prestazioni da parte degli studi professionali dei commercialisti, sia per le prestazioni ritenute libere sia per quelle riservate…”. Il presidente del Consiglio nazionale Massimo Miani, inoltre, sottolineava l’importanza di “…identificare nuovi ambiti di lavoro e nell’ampliamento di nuove professionalità per i commercialisti, valorizzando le conoscenze che solo un commercialista ha dell’imprenditore e della sua situazione patrimoniale e familiare complessiva”.

L’organizzazione dei commercialisti, pertanto, sembra avere le idee chiare riguardo a nuove aree di intervento e opportunità di reddito. Quella dei consulenti finanziari non autonomi, in considerazione del suo “lungo sonno” in materia di ricambio generazionale e nuove competenze, pare di no.

Consiglieresti a tuo figlio di svolgere la tua professione? Due consulenti finanziari su tre rispondono di sì

Un interessante sondaggio su un campione significativo di consulenti finanziari svela la passione per il proprio lavoro ed il desiderio di trasmetterlo ai figli. Nicola Scambia: “indagine utile in questa fase di forte incertezza e di grandi cambiamenti, che inevitabilmente toccano da vicino sia i consulenti che i clienti”.

Due consulenti finanziari su tre consiglierebbero la propria professione ai figli, mentre sette su dieci investono di tasca propria per la formazione professionale. Sono i risultati del sondaggio creato da Nicola Scambia*, consulente finanziario, scrittore e delegato sindacale di Federpromm, la federazione dei consulenti finanziari, del credito e delle assicurazioni.

L’indagine è stata condotta su una piattaforma online e, come premio di partecipazione, Scambia ha ideato un calendario 2021 incentrato sulla professione del consulente finanziario, raccogliendo un campione di 300 professionisti della finanza che hanno risposto alle dieci domante del questionario (a metà strada tra il personale e il professionale).

Il quadro complessivo che emerge è confortante: il 97% dei partecipanti sostiene di riuscire sempre a fare quello che interessa ai clienti, evitando accuratamente ciò che più “conviene” alle loro tasche, il 96% di avere il coraggio delle proprie scelte e il 90% di suggerire gli strumenti finanziari migliori in circolazione. Inoltre, il 95% di essi ha sempre il coraggio di affrontare le “note dolenti”, ossia gli investimenti rivelatisi meno redditizi tra quelli effettuati nell’interesse dei propri clienti.

Andando sul personale, ed in particolare nel bilanciamento tra lavoro e famiglia, il 78% dei consulenti interpellati dichiara che non rinuncerebbe mai ad una cena fissata con la propria compagna in cambio di una convocazione imprevista del proprio direttore commerciale, e il 67% afferma convintamente che farebbe fare volentieri il proprio lavoro ai figli.

Relativamente alla formazione, il 74% degli intervistati dichiara di investire di tasca propria, il 19% di farlo soltanto in qualche occasione e il 7% di affidarsi unicamente ai corsi gratuiti proposti dalle società mandanti e/o dalle associazioni di categoria.

“Ho sempre investito molto nella relazione con i colleghi”, spiega Scambia, “e l’approccio ludico, rappresentato dal connubio tra sondaggio e calendario, è stata una buona idea per tastare il polso ai consulenti finanziari in questa fase di forte incertezza e di grandi cambiamenti che inevitabilmente toccano da vicino sia loro che i clienti. Il calendario, autofinanziato interamente dal sottoscritto,  è un piccolo compendio di “dritte” e di consigli pratici, frutto della mia esperienza trentennale nel settore,  ed i 300 consulenti finanziari che hanno partecipato al sondaggio lo riceveranno direttamente a casa, mentre chiunque potrà riceverne una copia digitale scrivendo a ns@nicolascambia.net (precisando l’oggetto: richiesta Calendario JACKFLY). 

* Autore di “Jackfly”, primo romanzo di successo sui consulenti finanziari, e di un tascabile “Guadagnare in fondi oggi”

La “finanza delle catastrofi” guida il PIL in Europa e USA. Cina pronta a dominare il mondo

Sebbene la seconda ondata di Covid-19 sia ancora in corso, i dati del PIL del terzo trimestre di Europa e USA mostrano una rassicurante capacità di ripresa dai guasti generati dalla pandemia. Il vaccino è ormai  realtà, e così il primo trimestre del 2021 dovrebbe rappresentare il periodo più proficuo per anticipare i trend di economia reale del prossimo anno. La Cina, intanto, va per conto suo.

I recenti dati sul PIL dei paesi europei e degli Stati Uniti fanno ben sperare sulla capacità di ripresa del modello economico occidentale di fronte al più grave evento del terzo millennio. Comunque la si racconti, la c.d. Finanza delle Catastrofi ha prodotto effetti notevoli sul PIL che, a pandemia terminata, dovranno ripetersi (non senza i dovuti “aggiustamenti” in corso d’opera) per confermare il rilancio generalizzato dell’Economia in tutti i settori della produzione e distribuzione.

In estrema sintesi, se ciò che stiamo vivendo fosse la rappresentazione di un film giallo, le indagini si indirizzerebbero verso la Cina, ossia verso l’unico Paese che, dalla pandemia, ricaverà vantaggi enormi, con buona pace degli USA.

Ma procediamo per gradi, ed esaminiamo i dati paese per paese. In Italia, il PIL cresce più delle attese (+16,1% nel terzo trimestre 2020, rispetto al trimestre precedente), riportandoci ai livelli del 2015. Su base annua, però, il dato rimane negativo (-4,7%), ma il Ministro Gualtieri fa notare che il balzo “è superiore a tutte le stime (persino quelle del Governo, ndr) e testimonia la capacità di risposta della nostra economia e l’efficacia delle misure intraprese”.

Anche la Germania ha registrato un terzo trimestre da record (+8,2%), ed ha battuto le previsioni (che davano un + 7,3%) degli economisti in un recente sondaggio della Reuters. Il rimbalzo del PIL tedesco è stato determinato grazie all’aumento dei consumi privati e degli investimenti nei macchinari; a questi si è aggiunto un forte aumento nelle esportazioni, tanto da spingere il governo tedesco a rivedere al rialzo la stima per il PIL di quest’anno (dal -5,8 al -5,5%). Per il 2021, invece, Berlino prevede l’economia in crescita del 4,4%.

La Francia, dal canto suo, ha visto il suo PIL crescere del 18,2% nel terzo trimestre (dopo un calo del 13,7% nel secondo), contro le previsioni degli analisti che avevano previsto una espansione del 15%. Il ministro dell’Economia francese (Le Maire) prevede una contrazione del PIL dell’11% nel 2020, un dato peggiore delle precedenti stime (-10%), Ma non si è “lanciato” ancora nelle stime di crescita del 2021.

In Spagna i dati confermano la tendenza degli altri Paesi, con il PIL su del 16,7% sul trimestre precedente, che supera le previsioni di un + 13,5%. Su base annuale, la contrazione è dell’8,7%, ben al di sotto delle stime che davano un -12,2%.

Relativamente al Regno Unito, la situazione è differente, in termini previsionali, per via di una possibile Brexit senza accordo. Il Fondo monetario internazionale ha rivisto al ribasso le previsioni per l’economia, con un calo del 10,4% del PIL nel 2020 e una crescita del 5,7% nel 2021, ma se la “questione Brexit” dovesse essere definita senza un accordo tra Londra e Bruxelles, agli effetti della pandemia dovranno aggiungersi quelli derivanti dall’uscita hard dall’Unione Europea.

Andando oltreoceano, nel terzo trimestre dell’anno il PIL Usa è balzato del 33,1%, sopra le attese degli analisti che avevano previsto un +31% (nel secondo trimestre il PIL era crollato del 31,4%). Si tratta della maggiore espansione di sempre del PIL americano, e sembra di buon auspicio per la campagna elettorale del presidente Trump, in affanno sullo sfidante Biden ed incerto fino all’ultimo sulla sua rielezione.

In Giappone, la Bank of Japan (BoJ) ha lasciato invariata la propria politica monetaria, rivedendo contestualmente al ribasso le stime sul Pil dell’anno fiscale 2020/21. Lo scenario del PIL reale relativo all’anno fiscale 2020/2021 è stato tagliato dal -4,7% al -5,5%, mentre il PIL reale per il periodo 2021/2022 è stato rivisto al rialzo del +3,6% (+1,6% nel 2022-2023).

Un capitolo a parte spetta alla Cina, che si candida ad essere sempre più – e più degli Stati Uniti – l’economia di traino della crescita mondiale. Infatti, la ripresa economica cinese è molto vigorosa in tutti i settori produttivi: i risultati del terzo trimestre del 2020 hanno determinato il rientro in positivo del PIL annuale, balzato al + 0,7 per cento nei primi nove mesi dell’anno rispetto allo stesso periodo del 2019. Le previsioni adesso vedono una chiusura dell’anno a +2,1% e una crescita del + 7,6 per cento nel 2021.

Pertanto, l’economia cinese passerà indenne l’anno disastroso del Covid, e ciò determinerà enormi vantaggi per il futuro. Del resto, mentre in Europa e USA si profila un secondo lockdown generalizzato, le immagini che arrivano dalla Cina ci raccontano di strade e negozi affollati, poche mascherine, attività a pieno ritmo e normalità. Nel frattempo, il Governo cinese ha già sviluppato una politica che favorisca, nei prossimi cinque anni, la forte crescita dei consumi interni, che sosterranno il PIL aggiungendo “benzina” al tradizionale motore delle esportazioni e, in tutta probabilità, metteranno nell’angolo i sogni di continuità egemonica degli Stati Uniti.

Neanche l’India, devastata dalla pandemia, potrà contrastare questa tendenza. Infatti, per il 2020 si prevede una contrazione della sua economia pari al 9 per cento, e i primi segnali di ripresa non arriveranno prima del 2021.

In definitiva, il vaccino rimane l’unico driver possibile per consentire ad Europa e USA di “tendere l’arco”, e prepararsi a scoccare la freccia della ripresa nel 2021.

La Cina, intanto, ha già scagliato la sua freccia e il suo dominio commerciale, grazie al progetto di distribuire rapidamente (e gratuitamente) un miliardo di dosi del suo vaccino, appare ormai incontrastabile.

Novelli, Lemanik: Cina ed emergenti banchettano sulla crisi irreversibile del modello Occidentale

Analisi magistrale di Maurizio Novelli (Lemanik). “La crescita economica occidentale del dopo Covid-19 sarà modesta, ci avviamo verso la fine della leadership del monopolio del dollaro come divisa di riserva mondiale”.

“L’impatto strutturale della pandemia è un evento “malthusiano” che determina un cambiamento significativo e amplifica la portata di alcuni mutamenti già in corso prima di questa crisi. L’economia mondiale sarà caratterizzata da alcuni trend che finiscono e altri che cominciano in un intreccio di distruzione e creazione di nuovo valore, che sarà distribuito geograficamente e socialmente in modo decisamente diverso rispetto a oggi. Per il prossimo futuro, siamo negativi sulle prospettive di performance degli asset finanziari occidentali rispetto a quelli emergenti e siamo negativi sul dollaro e rialzisti su renminbi e divise emergenti“. È questa la sintesi del pensiero di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy.

La cosiddetta ripresa a V si sta spegnendo gradualmente sotto la minaccia del trend di fallimenti e dall’indomabile diffusione dei contagi in Europa e sulla costa occidentale americana. Gli Stati Uniti hanno rimosso il blocco dei pagamenti delle rate sui mutui e sul credito al consumo, e solo da questo momento si riuscirà a capire la reale dimensione delle insolvenze che ci attendono. Nel frattempo, il sistema bancario si è preparato al peggio, accantonando decine di miliardi di dollari a fronte di future perdite sui crediti.

Il consensus continua a essere focalizzato sulle trattative per lo stimolo fiscale e sulle prospettive di un vaccino anti Covid; tuttavia, non saranno questi elementi a condizionare il cambiamento strutturale dell’economia mondiale che ha già iniziato a materializzarsi in questi mesi. Se vogliamo veramente capire cosa ci attende, bisogna avere la capacità di guardare oltre l’orizzonte temporale dei prossimi due/tre mesi, ignorando il rumore di breve termine.

“Il quadro attuale – sottolinea Novelli – evidenzia una serie di fattori. In primis, un’economia occidentale ormai dipendente dalle politiche fiscali e dall’intervento pubblico. In secondo luogo, uno stimolo fiscale di dimensioni mai viste ma prevalentemente assorbito dalle esigenze di sopravvivenza e non per sostenere un rilancio economico. Poi, un tasso di disoccupazione che rimarrà elevato per almeno due anni o più. Infine, l’intero settore privato posizionato in modalità sopravvivenza e determinato a difendere cash flow e solvibilità”. “La crescita economica occidentale del dopo Covid, interrotta da ricadute in recessione alquanto probabili, sarà modesta dopo le ampie oscillazioni del Pil che avranno caratterizzato i vari trimestri dell’intero anno 2020″.

Secondo Novelli, pertanto, tutto questo decreterà la fine del modello di crescita Usa basato sulla leva finanziaria esasperata. Infatti, le attuali politiche delle banche centrali sono necessarie a sostenere un sistema sempre meno solvibile ed esposto in ogni crisi al default sistematico anche se il debito costa molto poco. Esasperare il profitto a breve per essere salvati dal default a ogni crisi è diventato troppo oneroso per il sistema e non più socialmente accettabile.

Inoltre, questo scenario determinerà anche la fine del privilegio fiscale goduto dal capitale rispetto al reddito da lavoro. Infatti, le aziende americane hanno potuto finora beneficiare di aliquote fiscali decisamente ridotte grazie a un sistema fiscale morbido e propenso a concedere ogni sorta di privilegio alla redditività del capitale. Questo meccanismo è ora insostenibile per la dimensione degli interventi di salvataggio richiesti dal sistema finanziario e per il livello raggiunto dal debito pubblico a causa di tali interventi.

Ma non basta. Andiamo incontro anche alla fine del modello orientato alla “deregulation and free markets”. La maggiore presenza dello stato nell’economia comporterà una maggiore invasione e controlli nella corporate governance e sui mercati finanziari. A uscirne favorita sarà la Cina, poiché già ora ha un’economia che opera sotto questo regime da tempo. In ultimo, assisteremo alla fine della leadership del monopolio del dollaro come divisa di riserva mondiale. Infatti, la continua esigenza di sostenere l’economia con l’intervento fiscale obbliga la Fed a stampare moneta a tempo indefinito per sottoscrivere le emissioni di debito pubblico Usa mentre, nel frattempo, gli investitori internazionali vendono Treasuries. Il recente rafforzamento del renminbi conferma che i flussi di capitale hanno iniziato a indirizzarsi verso la Cina.

Da questo contesto deriveranno diverse novità:

1) In primo luogo, l’inizio della riorganizzazione della global value chain. Molte aziende globali hanno iniziato a spostare fuori dalla Cina una buona parte della produzione di beni e prodotti non destinati al mercato cinese. India e Messico saranno tra i paesi favoriti in questo processo di diversificazione della delocalizzazione, e anche alcuni paesi satelliti dell’area Euro potranno intercettare questo trend. Si tratta di una strategia orientata a costruire aree economiche integrate con la propria value chain, al fine di ridurre i rischi produttivi e geopolitici. Questo meccanismo sarà uno dei prossimi motori della crescita economica globale e produrrà benefici a tutte le aree coinvolte. Anche se la Cina non avrà più il monopolio di questi investimenti globali, riuscirà a compensare questo meccanismo negativo grazie a un aumento dei consumi interni che dovrebbero costituire il futuro elemento trainante dell’economia mondiale.

2) In secondo luogo, l’inizio del decoupling dell’Asia dall’economia Usa e l’aggancio alla crescita cinese. La leadership della Cina in Asia si gioca sulla capacità di superare velocemente l’attuale crisi globale e ribilanciare la crescita sui consumi interni, in modo da diventare il principale cliente delle economie asiatiche. Già oggi l’interscambio cinese con l’Asia coinvolge quasi il 40% del commercio nella regione ed è destinato a crescere grazie alla rapidità con la quale la Cina ha superato l’impatto del Covid mentre gli Stati Uniti e l’Europa sono ancora in piena crisi economica.

3) In terzo luogo, l’inizio del ruolo del renminbi come divisa di scambio commerciale e l’avvio del processo di diversificazione delle riserve valutarie mondiali. I cinesi hanno iniziato ad acquistare massicciamente titoli di stato giapponesi in yen e hanno frenato sugli acquisti di Treasuries. È plausibile che tale diversificazione dal dollaro sia destinata ad accentuarsi procurando un comportamento imitativo da parte di altre banche centrali in Asia. I cinesi non puntano a sostituire il dollaro come divisa di riserva ma ne ridimensioneranno il ruolo. È altamente probabile che i flussi di capitale verso gli Stati Uniti, oggi al record di tutti i tempi, siano destinati a ridimensionarsi.

Maurizio Novelli

“Alla luce di tali considerazioni, confermiamo la nostra view molto rialzista su equity e credito emergente dell’Asia, ma rimaniamo piuttosto negativi sulle prospettive dei mercati finanziari occidentali. Europa e Stati Uniti si apprestano a fronteggiare una situazione particolarmente difficile e destinata a durare a lungo. La ripresa dei contagi preannuncia un inverno piuttosto complicato e non privo di rischi per la stabilità sociale”, conclude Novelli. “L’allocazione rialzista del fondo Global Strategy si concentra dunque su equity Cina e Asia, mentre siamo short su SPX e DAX. Siamo sempre long di Oro e short di dollaro vs euro. Abbiamo chiuso le posizioni long sui Treasuries a 10/30y, dopo il lungo bull market e data la forte compressione dei tassi Usa, e siamo ora long sui bond governativi cinesi in Renminbi“.