Secondo il numero uno della Bce, la pandemia ha prodotto una recessione “insolita” e la ripresa sarà “instabile”. L’Eurotower pronta a “ricalibrare gli strumenti” per fronteggiare la crisi. Attenti all’effetto “spiazzamento” della spesa privata.
Lunedì 9 novembre Pfizer ha annunciato che l’efficacia del vaccino contro il Coronavirus è superiore al 90%. In base alle proiezioni attuali, Pfizer e BioNTech prevedono di produrre fino a 50 milioni di dosi di vaccino nel 2020, e fino a 1,3 miliardi di dosi nel 2021. Il vaccino richiede la somministrazione di due dosi per persona. Sia Pfizer che BionTech avevano siglato a luglio un accordo con il governo Usa, del valore di quasi $2 miliardi, per la fornitura di 100 milioni di dosi.
“La pandemia ha prodotto una recessione insolita e probabilmente genererà una ripresa instabile”. Cosi il numero uno della Bce, Christine Lagarde, ha definito la situazione dell’Eurozona al Forum (virtuale) di Sintra, ricordando che il direttivo è pronto a “ricalibrare i propri strumenti”, al prossimo direttivo di dicembre e che la sfida che la banca centrale si trova di fronte “sarà traghettare l’economia” compensando i gap produttivi fino a quando vaccini saranno ben sviluppati e la ripresa potrà guadagnare slancio”.
Lagarde ha gettato acqua sul fuoco sui facili ottimisti che sembrano aver contagiato i mercati alla notizia dei progressi del vaccino Pfizer. “Anche se le ultime notizie su un vaccino sembrano incoraggianti – ha detto – potremmo ancora dover affrontare cicli ricorrenti di accelerazione della diffusione virale e di restringimento delle restrizioni fino al raggiungimento di un’immunità diffusa”. “Quindi – ha aggiunto – il recupero potrebbe non essere lineare, ma piuttosto instabile”.
Simili sono state le dichiarazioni rilasciate alla Cnbc da Klass Knot, esponente del Consiglio direttivo della Bce: “Quella sul vaccino è una notizia assolutamente positiva, ma il concretizzarsi dell’impatto economico della buona notizia potrebbe richiedere un po’ di tempo e, comunque, non avverrà nell’arco di una notte. La vaccinazione di massa comporterà un ammontare significativo di tempo, e ciò significa che l’outlook economico per il 2021 continuerà a essere irregolare per molto tempo, fino a quando gli effetti benigni del vaccino diventeranno finalmente disponibili a pieno”.
Lagarde mette in guardia dal rischio di “crowding-out”, ovvero di “spiazzamento“, col quale gli economisti intendono la riduzione della spesa privata (sia di investimento sia di consumo) a seguito di un aumento della spesa pubblica. “In primo luogo, mentre la politica fiscale è attiva nel sostenere l’economia, la politica monetaria deve ridurre al minimo gli effetti di ‘spiazzamento‘ che potrebbero creare ricadute negative per famiglie e imprese“, ha detto Lagarde, entrando poi nel merito di questi rischi: “Le famiglie potrebbero avere più paura per il futuro e aumentare il loro risparmio precauzionale. Le imprese che sono sopravvissute fino ad ora aumentando l’indebitamento potrebbero decidere che rimanere aperte non ha più senso per gli affari”.
Tutto ciò “potrebbe innescare un ‘moltiplicatore di uscita delle imprese‘, in cui la chiusura di attività commerciali soggette a restrizioni sanitarie riduca la domanda di attività complementari, provocando a sua volta una riduzione della produzione di tali imprese“. Per evitare questi rischi, in vista del direttivo di dicembre, Lagarde chiarisce che “tutti i settori dell’economia devono avere fiducia che le condizioni di finanziamento rimarranno eccezionalmente favorevoli per tutto il tempo necessario, soprattutto perché l’impatto economico della pandemia si estenderà ora fino al prossimo anno”. “Attualmente – precisa Lagarde – esistono tutte le condizioni affinché il settore pubblico e quello privato adottino le misure necessarie. La curva dei rendimenti sovrani ponderata per il Pil è in territorio negativo fino alla scadenza di dieci anni. Ma è importante garantire – spiega ancora Lagarde – che le condizioni di finanziamento rimangano favorevoli”.
Alla domanda sulla possibilità che i tassi vengano ulteriormente ridotti, Knot ha risposto: “Non vogliamo escludere nessuna misura, riguardo al meeting di dicembre”. Lagarde dal canto suo ha fatto la precisione: “Sebbene tutte le opzioni siano sul tavolo, il PEPP (Pandemic Emergency Purchase Program) e le operazioni di TLTRO hanno mostrato la loro efficacia in questo contesto, e possono essere aggiustati in modo dinamico per reagire all’evoluzione della pandemia. E’ dunque probabile che rimangano i principali strumenti di aggiustamento della politica monetaria”.





“Tra questitemi, tutti in forte crescita, il software sembra essere quello con lo sviluppo più sostenuto, grazie in particolare alla rivoluzione del Cloud Computing e al fatto che il software è ovunque e coinvolge ogni processo del cambiamento aziendale, dalle operations interne sino alla distribuzione di prodotti e servizi”, spiega Simion.

Per questo motivo, la scorsa settimana abbiamo visto insorgere le sigle ANASF, ASSOPAM, Federagenti e FIARC le quali, in una nota congiunta, comunicavano come dalle stime previsionali fosse emerso che “….agenti di commercio, consulenti finanziari, agenti in attività finanziaria e aziende mandanti saranno costrette a pagare il prezzo più alto, con inevitabili fallimenti o la cessazione di migliaia attività, trattandosi di professionisti dell’intermediazione che per lo più, hanno come clientela imprenditori che operano nei settori oggetto di chiusura totale o parziale”. E poi “….chiudere un esercizio commerciale significa colpire tutta la filiera, e limitare la mobilità significa complicare l’attività comprimendo in modo drammatico le provvigioni. Migliaia di colleghi hanno già chiuso per sempre. Nonostante i nostri continui appelli, ancora una volta dobbiamo segnalare la totale mancanza di attenzione da parte delle Istituzioni verso più di 200.000 imprese dell’intermediazione operanti sul territorio”.
Quasi contemporaneamente, Federpromm e Anaaf chiedevano, con una propria nota al Governo, l’estensione dei benefici economici legati all’emergenza epidemiologica da COVID-19 anche per gli agenti finanziari che operano come società, aggiungendo un ulteriore tassello al precedente grido di allarme e rafforzando, forse involontariamente, l’azione di moral suasion delle altre sigle. “Con le recenti modifiche apportate al decreto-legge dell’8 aprile 2020,n,23 convertito con modificazioni dalla legge 5 giugno 2020,n.40 relativo agli interventi pubblici volti a mitigare gli effetti economici dell’emergenza epidemiologica derivanti dal coronavirus in cui sono stati inseriti anche le persone fisiche esercenti attività di cui alla sezione K del codice ATECO, escludendo di fatto gli agenti in attività finanziaria che esercitano la propria attività come persone giuridiche, Federpromm-Uiltucs unitariamente all’Associazione di categoria Anaaf, (quest’ultima recentemente costituita in rappresentanza degli agenti) hanno ritenuto di avanzare alle forze politiche un emendamento al testo in discussione al Senato (c.d. Decreto Ristoro, art.13,comma 1),volto ad inserire anche gli “agenti in attività finanziaria che operano come persone giuridiche“, recita la nota.
Tutto giusto, bello e sacrosanto, direbbe qualcuno. Ci si chiede, però, per quale motivo tutte queste sigle (ed anche tutte le altre, ognuna con pe proprie note in ordine sparso), evidentemente divise fino a qualche settimana fa dai toni aspri della tornata elettorale in Enasarco, non siano state capaci di ritrovare la via del dialogo in una circostanza così grave, con una pandemia che non accenna a diminuire ed anzi, rispetto alla scorsa primavera, mostra maggiore aggressività ed un bel carico di morti tra la Società Civile e tutti i ceti produttivi del Paese.
ottobre 2020 n. 23569 si è occupata di una vicenda in cui è applicabile la disciplina relativa all’offerta fuori sede, reclamata dal cliente di una banca in relazione ad un acquisto di titoli avvenuto nell’ufficio del promotore (la vicenda origina in un periodo antecedente al cambio di denominazione). In particolare, i giudici di legittimità rispondono che, per escludere la fattispecie dell’acquisto fuori sede, non è sufficiente che la promozione e il collocamento degli strumenti finanziari si attuino in un luogo di pertinenza del promotore finanziario, ma è necessario che tale attività si perfezioni presso la sede legale dell’intermediario o presso una dipendenza-filiale dello stesso.
L’investitore non si dava per vinto, e ricorreva in Cassazione, dolendosi del fatto che i giudici di merito non avessero considerato come la negoziazione del titolo fosse avvenuta nell’ufficio privato del promotore che, secondo le difese del risparmiatore, non può certo considerarsi come la sede legale dell’intermediario o filiale di essa.
Ai fini del diritto di recesso, il legislatore ha previsto per l’investitore una forma di tutela che prevede come ogni operazione di collocamento di strumenti finanziari conclusa al di fuori dei locali della sede legale della banca “debba presumersi non costituisca il frutto di una premeditata decisione dell’investitore, quanto, piuttosto, di una sollecitazione proveniente dai promotori di cui l’intermediario si avvale” (come già precisato da Cassazione a S.U. n. 13905/2013). Pertanto, nell’odierna decisione, i giudici di legittimità intervengono in senso contrario a quelli di merito, stabilendo che “Per escludere l’applicabilità della disciplina relativa all’offerta fuori sede di cui all’art. 30 TUF, nella vigenza del reg. Consob n. 16190/2007, non è sufficiente che la promozione e il collocamento di strumenti finanziari si attuino in luogo di pertinenza del promotore finanziario, ma è necessario che tali attività si perfezionino presso la sede legale dell’intermediario autorizzato, ovvero presso una dipendenza dello stesso, per tale dovendosi intendere l’unità locale costituita da una stabile organizzazione di mezzi e di persone, aperta al pubblico, dotata di autonomia tecnica e decisionale, che presta in via continuativa servizi e attività di investimento”.
Dal punto di vista economico, quindi, l’opera d’arte è del tutto simile ad un prodotto qualsiasi, ma nel suo caso bisogna osservare alcuni passaggi fondamentali per arrivare alla formazione del prezzo di scambio e del suo valore futuro. In particolare, la filiera produttiva e distributiva delle opere d’arte contempla un insieme di ruoli e azioni che si svolgono in questo ordine di successione:
Pertanto, ogni artista, ad inizio carriera, ha di fronte a sé un lungo percorso in cui, oltre alla produzione personale e alla speranza di un mecenate che lo sostenga, deve trovare recensione all’interno di testi critici, monografie, bibliografie, cataloghi, mostre prestigiose, fiere, fino ad arrivare ai musei e, prima ancora, al contatto con i collezionisti più importanti. Solo a più di metà di questo cammino l’artista troverà finalmente quotazioni ufficiali certificate da esperti, e potrà essere scambiato nelle aste e nelle gallerie che contano in base al suo “coefficiente di quotazione”.
Il vero collezionista, quello che concilia passione per l’Arte con l’attenzione al valore, si specializza su un determinato periodo o su uno specifico artista, diventando egli stesso il gestore di una sorta di Art Fund personale.
Con il Crowdfunding, il carattere partecipativo dell’investimento in Arte diventa ancora più percepibile. Infatti, chi partecipa è essenzialmente un soggetto che investe in un vero e proprio progetto artistico, con l’ambizione di diventare collezionista delle opere – generalmente di artisti c.d. emergenti – sulle quali sta puntando. Il pregio del Crowfunding è quello di rendere più trasparenti le dinamiche dell’intera catena creativa e finanziaria dell’Arte, rendendola slegata dal possesso fisico. Questa modalità di investimento coinvolge molto le classi più giovani e ponendo le basi per una crescita del mercato stesso, appiattito com’era dagli scambi tra “pochi eletti” e diventato terreno fertile per miti e leggende.
L’imprenditore, fino a qualche anno fa, sembrava inavvicinabile per i consulenti, così come la gestione dei suoi risparmi era materia di poco interesse per i commercialisti. A cambiare le cose ci ha pensato la seconda MiFID, e soprattutto il suo portato di grande apertura – che molti, dal mondo dei consulenti non autonomi, non hanno ancora compreso – verso la Consulenza Indipendente e, tramite questa, verso i commercialisti, visti dalle organizzazioni di consulenti autonomi come un “serbatoio” di ottima professionalità da adattare, con i dovuti accorgimenti, alla finanza stretta e, in questo modo, ingrossare anche le loro fila, puntando alla qualità.
Il modello proposto dai commercialisti è basato sulla persona, e prende in considerazione gli obiettivi di vita, non solo quelli finanziari, pensando all’individuo come se fosse un’azienda, per la quale ricercare l’equilibrio finanziario migliore. Del resto, in Italia la maggioranza delle aziende di piccole e media dimensioni sono di proprietà di famiglie, e questo approccio verso la famiglia-azienda risulta essere, in prospettiva, vincente.
essere allargati anche ai consulenti finanziari senza creare una sorta di competizione interna tra fattori della produzione. Pertanto, è un problema difficilmente risolvibile, però si sente sempre di più, tra le fila dei consulenti non autonomi, la mancanza di una nuova figura, quella del Consulente Finanziario Corporate, che potrebbe prosperare – e far prosperare le società mandanti, grazie alla loro fortissima inclinazione commerciale – all’interno del mercato riservato fino ad oggi alle grandi banche, le quali fidelizzano l’imprenditore con un cross selling di servizi all’impresa di cui i consulenti non sono dotati. Sono questi servizi, infatti, che attraggono anche la gestione delle soluzioni di investimento dell’imprenditore e della sua famiglia, e “chiudono” oggi le opportunità ai consulenti finanziari tradizionali.
Eppure, non c’è campagna commerciale, oggi, che non includa nelle strategie delle reti di consulenza l’approccio alle necessità dell’imprenditore, per raggiungere il quale, però, è necessario, oltre ad avere servizi adeguati, “parlare la sua stessa lingua”. Senza formazione di stampo aziendalista, però, sarà difficile fare breccia, senza contare che molti imprenditori diventati negli anni clienti dei consulenti finanziari gestiscono, di contro, relazioni professionali di lunga data con i propri commercialisti, i quali non faticherebbero molto a diventare anche i loro consulenti finanziari nel momento in cui dovessero decidere di occuparsi professionalmente anche di soluzioni di investimento mobiliare.
Già lo scorso mese di Giugno 2020 il Cndcec era uscito con una nota ufficiale, nella quale affermava l’obiettivo di “….ampliare le opportunità di lavoro per i commercialisti iscritti all’Albo, sviluppare nuove professionalità e diffondere l’educazione finanziaria tra consumatori e investitori”. Il documento evidenziava “le potenzialità connesse all’ampliamento della consulenza finanziaria indipendente in Italia, sulla base delle caratteristiche quantitative e qualitative del risparmio nel nostro Paese…”, e descriveva “….le possibili modalità di erogazione delle prestazioni da parte degli studi professionali dei commercialisti, sia per le prestazioni ritenute libere sia per quelle riservate…”. Il presidente del Consiglio nazionale Massimo Miani, inoltre, sottolineava l’importanza di “…identificare nuovi ambiti di lavoro e nell’ampliamento di nuove professionalità per i commercialisti, valorizzando le conoscenze che solo un commercialista ha dell’imprenditore e della sua situazione patrimoniale e familiare complessiva”.
Il quadro complessivo che emerge è confortante: il 97% dei partecipanti sostiene di riuscire sempre a fare quello che interessa ai clienti, evitando accuratamente ciò che più “conviene” alle loro tasche, il 96% di avere il coraggio delle proprie scelte e il 90% di suggerire gli strumenti finanziari migliori in circolazione. Inoltre, il 95% di essi ha sempre il coraggio di affrontare le “note dolenti”, ossia gli investimenti rivelatisi meno redditizi tra quelli effettuati nell’interesse dei propri clienti.
Relativamente alla formazione, il 74% degli intervistati dichiara di investire di tasca propria, il 19% di farlo soltanto in qualche occasione e il 7% di affidarsi unicamente ai corsi gratuiti proposti dalle società mandanti e/o dalle associazioni di categoria.
Ma procediamo per gradi, ed esaminiamo i dati paese per paese. In Italia, il PIL cresce più delle attese (+16,1% nel terzo trimestre 2020, rispetto al trimestre precedente), riportandoci ai livelli del 2015. Su base annua, però, il dato rimane negativo (-4,7%), ma il Ministro Gualtieri fa notare che il balzo “è superiore a tutte le stime (persino quelle del Governo, ndr) e testimonia la capacità di risposta della nostra economia e l’efficacia delle misure intraprese”.
La Francia, dal canto suo, ha visto il suo PIL crescere del 18,2% nel terzo trimestre (dopo un calo del 13,7% nel secondo), contro le previsioni degli analisti che avevano previsto una espansione del 15%. Il ministro dell’Economia francese (Le Maire) prevede una contrazione del PIL dell’11% nel 2020, un dato peggiore delle precedenti stime (-10%), Ma non si è “lanciato” ancora nelle stime di crescita del 2021.
Andando oltreoceano, nel terzo trimestre dell’anno il PIL Usa è balzato del 33,1%, sopra le attese degli analisti che avevano previsto un +31% (nel secondo trimestre il PIL era crollato del 31,4%). Si tratta della maggiore espansione di sempre del PIL americano, e sembra di buon auspicio per la campagna elettorale del presidente Trump, in affanno sullo sfidante Biden ed incerto fino all’ultimo sulla sua rielezione.
Pertanto, l’economia cinese passerà indenne l’anno disastroso del Covid, e ciò determinerà enormi vantaggi per il futuro. Del resto, mentre in Europa e USA si profila un secondo lockdown generalizzato, le immagini che arrivano dalla Cina ci raccontano di strade e negozi affollati, poche mascherine, attività a pieno ritmo e normalità. Nel frattempo, il Governo cinese ha già sviluppato una politica che favorisca, nei prossimi cinque anni, la forte crescita dei consumi interni, che sosterranno il PIL aggiungendo “benzina” al tradizionale motore delle esportazioni e, in tutta probabilità, metteranno nell’angolo i sogni di continuità egemonica degli Stati Uniti.
Il consensus continua a essere focalizzato sulle trattative per lo stimolo fiscale e sulle prospettive di un vaccino anti Covid; tuttavia, non saranno questi elementi a condizionare il cambiamento strutturale dell’economia mondiale che ha già iniziato a materializzarsi in questi mesi. Se vogliamo veramente capire cosa ci attende, bisogna avere la capacità di guardare oltre l’orizzonte temporale dei prossimi due/tre mesi, ignorando il rumore di breve termine.
Secondo Novelli, pertanto, tutto questo decreterà la fine del modello di crescita Usa basato sulla leva finanziaria esasperata. Infatti, le attuali politiche delle banche centrali sono necessarie a sostenere un sistema sempre meno solvibile ed esposto in ogni crisi al default sistematico anche se il debito costa molto poco. Esasperare il profitto a breve per essere salvati dal default a ogni crisi è diventato troppo oneroso per il sistema e non più socialmente accettabile.
questo regime da tempo. In ultimo, assisteremo alla fine della leadership del monopolio del dollaro come divisa di riserva mondiale. Infatti, la continua esigenza di sostenere l’economia con l’intervento fiscale obbliga la Fed a stampare moneta a tempo indefinito per sottoscrivere le emissioni di debito pubblico Usa mentre, nel frattempo, gli investitori internazionali vendono Treasuries. Il recente rafforzamento del renminbi conferma che i flussi di capitale hanno iniziato a indirizzarsi verso la Cina.
2) In secondo luogo, l’inizio del decoupling dell’Asia dall’economia Usa e l’aggancio alla crescita cinese. La leadership della Cina in Asia si gioca sulla capacità di superare velocemente l’attuale crisi globale e ribilanciare la crescita sui consumi interni, in modo da diventare il principale cliente delle economie asiatiche. Già oggi l’interscambio cinese con l’Asia coinvolge quasi il 40% del commercio nella regione ed è destinato a crescere grazie alla rapidità con la quale la Cina ha superato l’impatto del Covid mentre gli Stati Uniti e l’Europa sono ancora in piena crisi economica.









