Luglio 31, 2026
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Ethenea, elezioni USA e strategie di investimento: conta più il distacco tra candidati che il nome del vincitore

Una chiara vittoria di Biden con maggioranza democratica sia alla Camera sia al Senato favorirebbe l’approvazione di un nuovo pacchetto di stimoli e avrebbe effetti positivi sui mercati azionari. Una vittoria di Trump, ma con il Congresso diviso, aumenterebbe l’incertezza sulle misure di stimolo fiscale e potrebbe influenzare negativamente la Borsa nel breve termine. 

“Fare previsioni sulle imminenti elezioni americane è difficile e rischioso, ma è possibile analizzare i probabili scenari e adeguare di conseguenza le scelte di investimento”, spiega Andrea Siviero, Investment Strategist di Ethenea Independent Investors. “Negli ultimi decenni abbiamo osservato che l’avvicendamento delle amministrazioni americane può avere un impatto sui mercati nel breve termine – nota Siviero – ma generalmente non incide sul funzionamento né sulla performance dell’economia statunitense. Il principale driver dei prezzi degli asset Usa è sempre stata la politica monetaria.

Dollaro poco sensibile al voto – A medio termine, è più importante il distacco tra i candidati che il nome del vincitore. Una chiara vittoria di Biden, accompagnata da una maggioranza democratica sia alla Camera sia al Senato, la cosiddetta “Onda blu”, aumenterebbe le possibilità di una rapida approvazione di un nuovo pacchetto di stimoli, con effetti positivi per i mercati azionari e per altre attività di rischio, come il credito alle imprese e le obbligazioni high yield. E comporterebbe anche una maggiore prospettiva di deficit e, di conseguenza, un aumento dei rendimenti dei titoli di Stato Usa. Tuttavia, nel medio termine il piano di Biden di aumentare le imposte sulle società e di attuare severe misure antitrust e norme più radicali avrebbe probabilmente un impatto negativo sull’economia e sui mercati azionari.

Dall’altra parte, una vittoria di Trump, ma con il Congresso diviso, avrebbe probabilmente scarse ripercussioni sui mercati, anche se l’incertezza sulle ulteriori misure di stimolo fiscale potrebbe influenzare negativamente la Borsa nel breve termine. Mentre con l’andare del tempo, potrebbe proseguire il clima sostanzialmente favorevole al sistema delle imprese, con ulteriori tagli fiscali in cantiere, e anche al mercato azionario. Bisogna temer conto però di un possibile aumento degli attriti commerciali con la Cina e con l’Unione Europea, in uno scenario non positivo per l’economia globale.

Per quanto riguarda il dollaro, è probabile che i maggiori effetti sul cambio verranno dalla pandemia da Coronavirus e dalla politica economica globale, piuttosto che dall’esito delle elezioni presidenziali. Le ultime settimane hanno comunque dimostrato che il dollaro rimane uno dei beni rifugio più rilevanti in tempi di crisi e di incertezza.

Per prepararsi ad affrontare questo contesto di grande incertezza, Ethenea ha individuato tre strategie di investimento per posizionare i portafogli in vista delle elezioni americane: una strategia difensiva, una strategia bilanciata a breve medio termine e una terza strategia bilanciata a medio lungo termine.

Strategia difensiva – La strategia più prudente è quella implementata dal fondo Ethna-DEFENSIV, che è attualmente posizionato in modo conservativo e, per tutto il periodo che precede le elezioni Usa, non si è esposto all’investimento azionario. Il portafoglio obbligazionario rappresenta l’85% del portafoglio totale e si concentra su obbligazioni societarie. Il portafoglio è disegnato con una quota di investimento in oro e posizioni valutarie in franchi svizzeri e yen giapponesi, che hanno lo scopo di contribuire a stabilizzare il fondo in caso di scenario negativo, e cioè quello in cui i risultati elettorali venissero contestati in tribunale.

Andrea Siviero

Strategia bilanciata a breve-medio termine – Data la varietà dei possibili esiti elettorali, è opportuno abbassare il livello di rischio per poter intervenire con flessibilità quando le condizioni lo permettono. Questa è la strategia adottata per il fondo Ethna-AKTIV, allo scopo di utilizzare le “battute d’arresto” del mercato per approfittare dei livelli di entrata più interessanti e per incrementare la quota in azioni, eventualmente facendo acquisti in un contesto di mercato in crescita. Le posizioni in valuta e in oro, anche in questo caso, hanno una funzione stabilizzatrice prima delle elezioni.

Strategia bilanciata di medio-lungo termine – Dal momento che gli effetti a lungo termine delle elezioni saranno relativamente limitati, è possibile disegnare un’asset allocation strategica indipendente dal risultato elettorale. Questa è la strategia adottata con il fondo l’Ethna-DYNAMISCH, nel quale la selezione dei singoli titoli avviene ponendo attenzione ai fondamentali delle aziende, riducendo al minimo la possibile influenza di decisioni politiche ed evitando così di essere costretti ad un adeguamento immediato. Le imminenti elezioni sono solo uno dei tanti fattori che influenzeranno il processo decisionale a breve termine, ma finora non ci sono state grandi evidenze che abbiano richiesto un adeguamento dell’attuale posizionamento di medio lungo periodo.

Consulenti finanziari senza confini. Claudio Candotti: credo negli studi associati e nella consulenza globale

I consulenti finanziari “senza confini” sono professionisti di lungo corso, molto richiesti da una clientela di alto livello per via della competenza acquisita negli anni. Patrimoni&Finanza ha intervistato Claudio Candotti, il “pioniere” della Consulenza Patrimoniale in Italia, chiedendogli di raccontare la sua storia professionale.

Intervista di Alessio Cardinale

Quella del consulente finanziario, fin dagli inizi, è sempre stata una professione molto dinamica, fatta di incontri e relazioni al di fuori dell’ufficio, ma negli ultimi 10 anni consulenti e clienti si siano abituati ad incontrarsi presso le filiali (o centri finanziari), sulle quali le banche-reti hanno investito molto per fidelizzare sia gli uni che gli altri. Tra i professionisti, però, resiste una nutrita schiera che preferisce incontrare i clienti presso la loro abitazione o la sede dell’impresa, anche se queste dovessero trovarsi a mille chilometri di distanza. Si tratta dei “consulenti finanziari senza confini geografici”, e cioè di quei professionisti della consulenza patrimoniale che hanno fatto dell’auto, del treno e/o dell’aereo il proprio mezzo ordinario di collegamento con il proprio portafoglio clienti.

Patrimoni&Finanza ha intervistato alcuni di loro, chiedendo di raccontare la propria esperienza a beneficio dei colleghi più giovani – i c.d. MiFID advisers – e, perché no, di quelli meno giovani ma desiderosi di conoscere la loro storia. Abbiamo incontrato Claudio Candotti, classe 1968, iscritto all’albo (oggi Organismo Unico) dei consulenti finanziari dal 1993, che in 27 anni di carriera ha costruito un proprio modello di business – è l’antesignano in Italia della c.d. Consulenza Patrimoniale “in rete”, ossia quella effettuata in team con gli altri professionisti del patrimonio – capace di fargli raggiungere risultati ai massimi livelli (se non il più alto, in Italia) in relazione al valore del portafoglio clienti. Il suo segreto è stato quello di lavorare in partnership con i più importanti studi professionali e di consulenza aziendale d’Italia.

Claudio, che ricordi ha dell’epoca in cui ha cominciato ad occuparsi di Consulenza Finanziaria?

Ho iniziato questa attività nel 1993. I risparmi erano appannaggio delle banche tradizionali, che attraverso i borsini collocavano prodotti finanziari come titoli di Stato, P/T, obbligazioni bancarie. La consulenza finanziaria era chiamata Promozione finanziaria, e i promotori finanziari erano meri collocatori di prodotti, identificati dal mercato e da molti clienti come i venditori di quelle attività di investimento buone per ricercare alto rendimento e finalità speculative. La concorrenza era spietata, e c’era una vera caccia grossa al cliente ricco e spregiudicato, a cui molti colleghi impreparati o scorretti facevano false promesse. Ma c’erano anche i clienti senza alcuna competenza ed esperienza finanziaria, che venivano spesso circuiti per l’acquisto di prodotti ad alte commissioni di sottoscrizione e poco valore gestionale. La cultura della consulenza apparteneva a pochi promotori, e non veniva percepita quasi da nessuno come un valore aggiunto. Per fortuna, però, sul mercato c’erano delle eccezioni, ovvero delle banche o delle Sim che avevano istituito delle accademy, e che formavano risorse (con o senza laurea) con spiccate attitudini alla relazione ed alla cura del cliente, gettando così le basi per quella che oggi, indiscutibilmente, è diventata la vera Consulenza Finanziaria.

Cosa le manca di quel periodo?

La forte effervescenza che animava il settore e le tantissime idee innovative di business, di prodotto e di mercato che, se sapute cogliere e sfruttare, potevano fare la differenza per coloro che le avessero cavalcate.

Ha avuto dei modelli da seguire, dei colleghi che l’hanno ispirata, oppure ha imparato gradualmente dai propri errori?

Ho capito fin da subito che bisognava avere dei benchmark di assoluto valore a cui tendere. Ho individuato i migliori due consulenti della Sim per la quale ho iniziato a lavorare e mi sono messo al loro servizio come autista, segretario e portaborse, ricevendo in cambio la possibilità ed il privilegio di poter presenziare come loro “assistente” agli incontri con i più importanti clienti. In questo modo, ho appreso quali sono le esigenze e gli obiettivi dei clienti più patrimonializzati, di quelli Istituzionali, di professionisti e manager d’azienda; ho imparato a differenziare la comunicazione e le offerte per soddisfare clienti molto diversi tra loro.

Quali sono stati i punti di svolta della sua carriera?

Avere capito, grazie a queste bellissime esperienze, che bisognava investire e canalizzare tutte le energie professionali su un target di clientela molto alto, per diventare più velocemente un consulente importante e di successo.

Quando ha cominciato a sviluppare clientela al di fuori della sua città, e come è avvenuto (volontà, il caso, la fortuna, le referenze di un amico…)?

Ho cominciato ad incontrare clientela di altre città lavorando come advisor finanziario di alcuni blasonati studi legali/fiscali romani che accompagnavano importanti aziende italiane in attività di internazionalizzazione produttiva e commerciale. Curavo per loro la parte finanziaria del business plan che servivano per ottenere finanziamenti ed agevolazioni pubbliche. Ho così conosciuto imprenditori e professionisti che operavano in tutta Italia, che poi mi hanno richiesto in modo diretto consulenze per loro o per i loro importanti clienti nell’ambito della gestione di patrimoni, nella gestione di tesorerie aziendali o di investimento delle immobilizzazioni finanziarie.

In quali città è presente oggi la sua clientela?

Un alto numero. Le città principali sono Milano, Torino, Venezia, Napoli e Bari.

Lei è un pioniere della c.d. Consulenza Patrimoniale, quella che si occupa di tutto il patrimonio dei clienti, e non solo delle loro disponibilità finanziarie. Può raccontarci come ha costruito il suo personale modello di business?

Ho studiato ed acquisito nel tempo competenze distintive in ambiti diversi: corporate, fiduciarie, fiscali, assicurative, legate a leggi agevolative o contributive su investimenti o attività di internazionalizzazione, sulla clientela Istituzionale. Queste competenze mi hanno permesso di essere, in ogni ambito, un punto di riferimento dei miei clienti, i quali mi hanno tenuto al loro fianco ogni qualvolta dovessero intraprendere o gestire attività che riguardavano le loro famiglie e le loro imprese.

Il periodo che stiamo attraversando ha messo a dura prova la tenuta delle relazioni con i clienti durante il lockdown. Lei come si è attrezzato?

Ho avuto la fortuna e l’abilità di far uscire tutti i miei clienti dagli investimenti azionari tra gennaio e febbraio, perché pensavo che i mercati fossero cari. Quindi, con molta liquidità a disposizione, ho chiamato di mia iniziativa ogni cliente durante la fase più critica della caduta dei mercati condividendo e pianificando con loro una strategia di forti acquisti a prezzi molto convenienti. Questo è stato il principale, e direi sostanziale modo per essere vicino ai  miei clienti.

Che posto ha la tecnologia nella sua professione?

Lavoro per Banca Widiba, che ha fatto della tecnologia il suo valore distintivo. Ho imparato ad usarla e a sfruttarla a vantaggio del mio business e dei miei clienti. Penso che sia ormai uno strumento fondamentale e insostituibile per la professione di un consulente finanziario.

Come vede la sua professione tra dieci anni, e come si vede lei?

Penso che questa professione subirà nuove profonde trasformazioni. Credo negli studi associati tra consulenti finanziari e tra questi e professionisti di altri settori, avvocati, fiscalisti, notai, agenti immobiliari. Credo nella consulenza globale e nel cross selling sulla clientela. Credo nel wealth management, nelle specializzazioni professionali in attività di consulenza di nicchia, ad alto valore aggiunto, che possano essere remunerate a parcella. Spero che mi venga permesso di lavorare in questo nuovo contesto per massimizzare le mie esperienze e competenze e metterle al servizio anche di altri.

Easy Corporate, gli strumenti di Consultique per la consulenza finanziaria aziendale

Quello aziendale e quello della Consulenza Finanziaria, fino a qualche anno fa, sembravano due mondi senza alcun punto di contatto: banche tradizionali da una parte, e banche-reti dall’altra. Non così il mondo dei  consulenti finanziari indipendenti, che da più tempo lavorano a fianco degli imprenditori, sviluppando specifiche competenze.

Negli ultimi anni, anche nel mondo della consulenza finanziaria, si è fatto strada il desiderio di adattare sempre più l’offerta di servizio al mondo delle imprese – ed in particolar modo all’imprenditore come capofamiglia – allo scopo di aprire nuovi mercati e opportunità di gestione del risparmio prima di allora riservate quasi esclusivamente alle banche tradizionali. L’impresa, infatti, necessita di una serie di interventi (credito e servizi di pagamento/incasso, soprattutto, ma non solo) che fanno parte del core business degli istituti di credito e che, generalmente, non sono alla portata dei consulenti finanziari, i quali invece desiderano acquisire in gestione gli attivi della famiglia dell’imprenditore non riconducibili all’attività d’impresa

Luca Mainò (Consultique)

Quello aziendale e quello strettamente finanziario, pertanto, sembravano due mondi senza alcun punto di contatto: imprese (e banche tradizionali) da una parte, e consulenti finanziari (e banche-reti) dall’altra. Non così il mondo dei consulenti finanziari indipendenti, che rispetto ai professionisti non autonomi (quelli con mandato) hanno cominciato a lavorare a fianco degli imprenditori già da una ventina d’anni, spesso in team con avvocati e commercialisti, sviluppando specifiche competenze anche di matrice tipicamente aziendale. Consultique, per esempio, già dal 2000 presta consulenza ad imprenditori, artigiani e commercianti. Ai servizi tradizionali di gestione del patrimonio, l’azienda veronese guidata da Luca Mainò ha aggiunto nel tempo servizi mirati che, da un lato, permettono al consulente di aiutare in maniera tangibile le imprese impreparate ad occuparsi adeguatamente dei rapporti con gli istituti di credito e, dall’altro, consentono all’utente finale – l’imprenditore – di costruire un metodo efficiente, per esempio, sui seguenti temi:

– come valutare efficienza e solidità delle banche e metterle in competizione tra loro;

– come aumentare il potere contrattuale delle imprese e migliorare le loro condizioni bancarie;

– come rendere efficiente la gestione della liquidità aziendale e utilizzare i fidi in maniera intelligente;

– come organizzare il piano welfare.

Questi appena elencati sono solo alcuni dei temi che ogni giorno un imprenditore deve affrontare, spesso senza avere le informazioni per trovare le risposte. Per trasferire queste competenze esclusive ai consulenti finanziari che lavorano a fianco delle aziende (c.d. consulenti finanziari corporate), Consultique ha creato “Easy Corporate”, un percorso composto da 12 ore di webinar operativi, due software unici ed un team di esperti con i quali interagire via telefono e e-mail.

Il metodo acquisito tramite questo sistema di formazione permette al professionista che presta consulenza all’imprenditore di poter costruire analisi chiare e specifiche sulle reali necessità finanziarie del cliente-azienda, fidelizzando il cliente-imprenditore

OBIETTIVI E FINALITÀ – Le finalità sono quelle di trasferire alle PMI il know-how in termini sia teorici che pratici: gestire efficacemente le posizioni bancarie delle aziende, affrontare le crisi d’impresa, gestire le trattative bancarie per migliorare le condizioni contrattuali del credito, pianificare il welfare e la previdenza in azienda.

COSA COMPRENDE IL SERVIZIO “Easy Corporate” – Un software completo per il calcolo del merito creditizio, degli indicatori della crisi d’impresa e l’analisi della centrale rischi; contrattualistica e documenti utili per la consulenza; supporto su casi pratici, pre-analisi gratuite su finanziamenti, conti correnti, fideiussioni e derivati; webinar relativi a metodologie e contenuti della consulenza indipendente corporate.

A CHI SI RIVOLGE – Il servizio può essere acquistato da consulenti finanziari e professionisti che vogliono dare valore aggiunto alla propria consulenza.

COME PARTECIPARE? Per adesioni e informazioni scrivere a formazione@consultique.com

Tassi d’interesse, indici ai minimi storici e rate di mutuo mai così convenienti

In questo momento le proposte di mutuo delle banche sono interessanti come non mai, soprattutto per quel che riguarda i tassi fissi. Questo potrà agevolare non solo chi vuole acquistare una nuova abitazione, ma anche chi è interessato a sostituire il proprio finanziamento.

Di Renato Landoni*

Nell’attuale congiuntura socio-economica, tenuto conto dell’emergenza sanitaria che sta impattando in maniera importante sul PIL europeo, la Bce porrà in essere ogni azione possibile per mantenere i tassi agli attuali livelli. Ha già annunciato che, se necessario, continuerà ad immettere liquidità nel sistema bancario in modo che gli istituti di credito possano concedere mutui e prestiti a tassi molto bassi. Alla luce poi della raggiunta intesa da parte dei leader europei riguardo allo straordinario pacchetto di misure economiche per contrastare gli effetti della pandemia, è questo lo scenario che dovremo attenderci almeno fino alla fine del 2020.

In questo momento le proposte di mutuo delle banche sono interessanti come non mai, soprattutto per quel che riguarda i tassi fissi. Esaminiamo singolarmente gli indici di riferimento.

EURIBOR (indicizzazione mutui a tasso variabile) – Dai massimi di Luglio 2011 (1,60%), il tasso Euribor (3 mesi) ha iniziato una parabola discendente che lo ha portato a quota 0,19% (Dicembre 2012), per attestarsi poco sopra lo 0,20% per tutto il 2013 e il 2014.  Ha virato sottozero col mese di Maggio 2015 e dopo, a metà marzo 2020, ha registrato il suo minimo storico sfiorando -0,50%. L’ultima rilevazione, riferita a Settembre 2020, ha segnato un tasso del -0,49%.

EURIRS (indicizzazione mutui a tasso fisso) – Dopo aver mantenuto una media intorno al 3,4% nel 2011, l’Eurirs (25 anni) è sceso a Giugno 2012 a quota 2,13% per poi tornare a crescere fino a 2,75% a Settembre 2013. Da allora ha iniziato una fase discendente di lungo periodo che si è accentuata a Luglio 2019. Ha toccato il minimo storico a Luglio 2020 segnando 0,04%. L’ultima rilevazione del mese di Settembre 2020 ha fatto registrare 0,06%, livello che permette oggi di trovare sul mercato mutui a tasso fisso che raramente abbiamo visto in precedenza.

­­UN ESEMPIO PRATICO – Si è calcolato l’importo della rata mensile di un mutuo ipotecario del valore di 110.000 euro per una durata di 25 anni, ipotizzando che l’immobile valga 160.000 € e che lo spread medio di mercato si attesti all’ 1% sia per il tasso fisso che per il tasso variabile. Con un mutuo a tasso fisso, sosterremmo una rata di 418 euro, circa 26 euro in più rispetto a quanto dovremmo sostenere se scegliessimo un mutuo a tasso variabile (in quanto la sua rata ammonta a 392 euro). Ciò, naturalmente, qualora i tassi rimanessero sempre agli attuali livelli, cosa che è difficilmente verificabile in un orizzonte temporale così lungo. Volendo optare per la situazione di maggior risparmio, ovvero quella del mutuo a tasso variabile, è fondamentale capire quanto il reddito del nucleo familiare sia in grado di sopportare eventuali aumenti di rata, sia in termini di capacità di rimborso sia in termini di sostenibilità del tenore di vita che si è abituati ad avere.

Alcuni esempi utili a capire la differenza tra tasso fisso e tasso variabile:

CONCLUSIONI – È chiaro che gli impatti dell’emergenza sanitaria dovuta al Coronavirus andranno ad influenzare il mercato del credito alla famiglia. Di contro, la buona notizia è che ad oggi i tassi bancari legati alle operazioni di mutuo permetteranno di accedere ai finanziamenti per la casa a condizioni costantemente vantaggiose. Questo potrà agevolare non solo chi vuole acquistare una nuova abitazione, ma anche chi è interessato a sostituire il proprio finanziamento.

* Presidente Kìron Partner SpA

I sindacati degli agenti di commercio al premier Conte: ricavi in caduta libera, si attivi il Decreto Ristori

Anche le sigle sindacali storicamente vicine agli agenti di commercio intervengono con una lettera aperta al Governo Conte, chiedendo di includere gli iscritti ad Enasarco nel c.d. Decreto Ristori.

Usarci, Uiltucs, Fnaarc, CGIL-Filcams, Fisascat e UGL Terziario hanno scritto una lettera aperta al Presidente del Consiglio dei Ministri Conte, al Ministro dell’Economia Gualtieri, al Ministro dello Sviluppo Economico Patuanelli ed al Ministro del Lavoro Catalfo, per chiedere di intervenire in favore degli agenti di commercio attraverso il c.d. Decreto Ristori.

“In rappresentanza degli agenti e rappresentanti di commercio di tutta Italia, reiteriamo le istanze contenute nelle precedenti comunicazioni del 24 giugno e del 9 settembre 2020”, esordisce la lettera. “Non riteniamo più procrastinabile l’adozione di provvedimenti a sostegno di questa categoria di lavoratori che, ogni anno, intermedia più del 70% del Pil del nostro Paese”.

In occasione della seconda ondata in corso, la situazione complessiva degli agenti di commercio è allarmante, considerato che l’obbligo di chiusura di numerose attività commerciali e turistiche comporta l’impossibilità anche per gli agenti che operano con queste categorie a svolgere il proprio lavoro e, pertanto, a dover subire un calo vistoso dei ricavi per la seconda volta nello stesso anno.

“Riteniamo che sia fondamentale inserire tra i beneficiari del nuovo Decreto Ristori anche gli agenti di commercio coinvolti indirettamente dalle chiusure previste dal DPCM (facilmente individuabili attraverso gli specifici codici ATECO) che vedranno notevolmente diminuire, se non azzerare completamente, le vendite con i clienti delle categorie coinvolte. Ciò, peraltro, trova fondamento nello stesso Decreto Ristori che, all’art. 1, comma 2, prevede che possano essere individuati ulteriori codici ATECO riferiti a settori economici aventi diritto al contributo, ulteriori rispetto a quelli riportati nell’Allegato 1 del decreto”, aggiungono i sindacati nella lettera.  

“In alternativa al Decreto Ristori, auspichiamo che il Governo voglia applicare i benefici derivanti dal Fondo Perduto anche agli agenti di commercio”, conclude la lettera al Governo.

Manlio Marucci

Sul punto, Manlio Marucci afferma che “In un contesto generale di difficoltà, in cui tutte le categorie economiche subiscono una drastica diminuzione dei ricavi senza intravedere ancora il superamento dell’emergenza sanitaria, si diffondono sentimenti generalizzati di paura e frustrazione che – indipendentemente dalla natura dei provvedimenti adottati dal Governo – possono generare comportamenti socialmente non più controllabili. Esiste, quindi, una oggettiva esigenza di dare aspettative concrete alle categorie più danneggiate, tra le quali gli agenti di commercio detengono un triste primato”. “Servono risposte coerenti all’evolversi della situazione – continua Marucci – e interventi più incisivi dal lato dell’offerta di welfare ai soggetti oggi più esposti alla crisi, come, appunto agenti di commercio e consulenti finanziari”. “Vorrei ricordare – aggiunge il Segretario di Federpromm-Uiltucs -che queste categorie di professionisti determinano una gran parte del PIL italiano, e che l’assenza prolungata di un vero sostegno economico, rapido e a fondo perduto, non consentirebbe a decine di migliaia di loro di superare né la seconda ondata in corso, né una eventuale ondata successiva, dando così il colpo di grazia alla fragile economia del Paese”.

“Il Governo – conclude Marucci – nell’adottare le proprie decisioni non può più prescindere dalla cosiddetta variabile umana, senza la quale il recupero di stabilità economica e sicurezza del sistema sociale, a pandemia finalmente terminata, sarà quasi impossibile”.

Anasf, Federagenti e Fiarc al Governo Conte: il decreto ristoro riguardi anche agenti e consulenti

Le tre sigle chiedono al Governo Conte di includere le categorie rappresentate all’interno dei nuovi provvedimenti di supporto economico in considerazione del calo del fatturato già subito e di quello che si prevede a seguito degli imminenti lockdown.

Anasf, Fiarc e Federagenti, le principali associazioni degli agenti di commercio e dei consulenti finanziari italiani, chiedono al Governo Conte che “i nuovi contributi a fondo perduto in favore di partite IVA e PMI, previsti nel c.d. ‘Decreto Ristoro‘ siano indirizzati anche alle categorie rappresentate”.

Come noto l’esecutivo intende aiutare con nuova liquidità imprese in grave crisi, partendo da quei settori che recentemente sono stati oggetto di provvedimenti di chiusura (palestre, piscine, ecc.) o di forti limitazioni (ristoranti, pub, impianti sciistici, agenti del turismo, ecc.), individuandoli sulla base dei codici Ateco.

“Chiediamo di essere coinvolti e ascoltati a livello istituzionale – dicono le tre sigle, rappresentative di decine e decine di migliaia di iscritti e professionisti – per avere le giuste risposte per agenti di commercio, consulenti finanziari e intermediari finanziari che, ricordiamo, intermediano circa il 70% del PIL italiano e che secondo recenti stime hanno visto ridursi i propri guadagni di circa il 40% solo nell’ultimo anno. Crediamo che tali figure, individuate in base ai codici Ateco, rientrino a pieno titolo tra i soggetti beneficiari del nuovo provvedimento e che maggior tutela sia offerta a quelle imprese che hanno come clientela imprenditori che operano nei settori oggetto di chiusura totale o parziale”.

Anasf, Federagenti e Fiarc ritengono inoltre che “il meccanismo ideato in precedenza – che non considerava il fatto che nella stragrande maggioranza dei casi le provvigioni non sono immediate, ma vengono riconosciute a distanza di mesi – vada profondamente rivisto per evitare di tagliare fuori dai sostegni moltissimi imprenditori in grande difficoltà, come purtroppo già avvenuto nei mesi scorsi”.

Le tre sigle, recentemente presentatesi insieme nelle elezioni per il rinnovo dell’Assemblea dei Delegati in Enasarco (conseguendo oltre il 44% dei voti), chiedono di essere convocate: “Ci  dichiariamo ancora una volta disponibili a dare immediatamente il nostro contributo, per evitare che tali imprese – già duramente colpite dalla crisi economico-finanziaria che negli ultimi 10 anni ha costretto a chiudere l’attività a circa 50.000 tra agenti di commercio e intermediari finanziari – non vengano affossate definitivamente dall’emergenza epidemiologica in atto”.

Consulenti finanziari, al via il sondaggio conoscitivo di Federpromm sulle istanze della categoria

E’ in rete il primo sondaggio Federpromm sui consulenti finanziari, finalizzato a raccogliere esigenze ed istanze dei professionisti della finanza in Italia. Obiettivo: garantire maggiore trasparenza e rappresentatività alla categoria.

Federpromm, la federazione dei consulenti finanziari, del credito e delle assicurazioni, lancia il suo primo sondaggio conoscitivo sui consulenti finanziari italiani. Ideato e progettato da Nicola Scambia, delegato Federpromm, l’indagine – cui è possibile partecipare anche in perfetto anonimato – ha l’obiettivo di garantire maggiore trasparenza e rappresentatività alle istanze dei professionisti della Finanza.

“Sappiamo bene che non è il primo sondaggio sui consulenti finanziari”, spiega Nicola Scambia, “ma è la prima volta che le informazioni sono destinate ai consulenti stessi, e non restano riservate alla dirigenza di banche e reti». “L’obiettivo è quello di favorire il confronto interno alla categoria, ma anche di raccogliere le esigenze e le preoccupazioni reali di chi svolge questa professione, affinché Federpromm possa fornire un apporto motivato e costruttivo nella gestione delle vertenze e delle revisioni contrattuali”.

Il sondaggio contiene 10 domande sul livello di soddisfazione dei consulenti, sulle condizioni di lavoro e sulle aspettative economiche e professionali. Per garantire la riservatezza delle informazioni, le risposte saranno elaborate in maniera aggregata e anonima.

L’indagine, a cui è possibile accedere a questo link, terminerà il prossimo 6 Dicembre, ed i risultati saranno condivisi individualmente con tutti i partecipanti al sondaggio che lo richiederanno. Federpromm si farà carico di inviare i risultati sintetici agli amministratori delegati delle reti che ne faranno richiesta.

Secondo Manlio Marucci, Segretario di Federpromm, “In un contesto di ampia trasformazione, che sta coinvolgendo tutto il settore dell’Intermediazione creditizia e finanziaria, il ruolo dei consulenti finanziari viene molto spesso condizionato dalle incertezze sul futuro e dall’assenza di nuove prospettive. Pertanto, Federpromm ha ritenuto di dare spazio al sondaggio ideato dal nostro delegato Nicola Scambia, e di aprire alle riflessioni dei colleghi che desiderano esprimere idee ed opinioni, augurandoci che siano tanti. Rnicola scambia, reti, professionisti, trasparenza, rappresentanza,icordiamo che Federpromm è un sindacato, non una semplice associazione, e si batte fin dalla sua fondazione per la tutela soggettiva dei professionisti del risparmio e del patrimonio delle famiglie italiane. Questo sondaggio è utile per rafforzare il potere di rappresentanza delle loro istanze”.

Dal “sogno d’impresa” dei fondatori alla nuova leadership familiare. Strumenti a confronto

A prescindere dagli strumenti giuridici idonei alla trasmissione dell’azienda familiare ai figli, l’imprenditore che decide di passare il testimone è chiamato ad esercitare una scelta fondamentale per il futuro stesso dell’impresa. Per farlo, serve una notevole dose di realismo e l’accantonamento di qualunque criterio di ripartizione di natura affettiva.

Con il graduale avvicendamento storico tra la generazione dei c.d. babyboomers e quella dei millennials, il passaggio generazionale dell’impresa familiare è un fenomeno che, nel prossimo decennio, interesserà in Italia migliaia di aziende a conduzione familistica. A tal proposito, il nostro Ordinamento mette a disposizione alcuni strumenti utili per il trasferimento in vita delle quote aziendali ai futuri eredi.

Lo status giuridico effettivo di erede legittimo del patrimonio aziendale diventa effettivo e “staticamente” produttivo di effetti solo al momento del trapasso dell’imprenditore; se questi decide di perfezionare in vita il passaggio del patrimonio aziendale a figli e nipoti, dovrà tener in buon conto le caratteristiche peculiari (personalità, competenza, esperienza, talento etc) di ciascuno di essi, da valutare esattamente come un candidato esterno alla famiglia che, in base al proprio curriculum, aspira a ricoprire un ruolo chiave nell’impresa o, magari, ad averne la sua leadership.

Patrimonials e Millennials

In tutta evidenza, si tratta di una scelta molto difficile, che può suscitare potenziali attriti in seno alla famiglia e che richiede fermezza da parte dell’imprenditore, nonché una certa abilità nello scegliere, tra i figli, il nuovo leader e i suoi dirigenti. Ci possono volere decenni per far sviluppare ed affermare un’azienda nel mercato, ma basta anche un solo anno di scontri e disaccordi per affondarla. 

L’affetto genitoriale ed il desiderio di accontentare tutti in parti uguali, nella trasmissione della leadership, sono molto ingannevoli. L’azienda familiare, infatti, non si guida con intenti democratici e di equa distribuzione dei poteri e delle deleghe, ma con decisioni “autoritarie” (e autorevoli), e ciò è nella sua stessa natura di avere un leader assoluto al comando. In generale, un leader ha bisogno di una certa base di consenso per “governare” un’azienda nel migliore dei modi possibili. Nel caso di un estraneo alla famiglia, per lui parlerà il suo curriculum ed il carisma conferito dai risultati già ottenuti in precedenti incarichi – un esempio celebre è quello di Sergio Marchionne per la famiglia Agnelli, e in precedenza quello di Cesare Romiti ai tempi di Giovanni Agnelli – ma se la scelta ricade necessariamente (per tradizione, opportunità, continuità etc) su uno dei componenti della famiglia, bisognerà tenere in conto i principi basilari delle relazioni all’interno della gerarchia aziendale. Il leader, infatti, è colui che si adopera per innovare e sperimentare nuove politiche e guidare la direzione del business con una certa dose di coraggio. E’ colui che detta le tendenze, mentre i manager/dirigenti sono quelli che seguono queste tendenze, credendo, sostenendo ed abbracciando  completamente le linee guida dettate dal proprio leader. Pertanto, se si vuole assicurare continuità di successo al di là delle generazioni, ogni “vecchio” leader dovrà individuare un “nuovo” leader con le stesse caratteristiche appena descritte.

Orbene, in una famiglia imprenditoriale dove possono esistere vecchi rancori, invidie e gelosie, è necessario instaurare tra i familiari una collaborazione profonda nel nome della continuità aziendale e del benessere di tutti. Infatti, i manager possono essere considerati come i più indispensabili e “simbiotici” facilitatori della visione di un leader, ed il loro ruolo prevede che che tutti i dipendenti, manager compresi, la seguano. Nell’ambito di una successione aziendale, pertanto, l’imprenditore uscente dovrà assicurare all’impresa una struttura di comando elaborata secondo i medesimi criteri, anche a costo di estromettere dai ruoli manageriali i familiari stretti che non ritiene ancora idonei, rivolgendosi temporaneamente a risorse esterne alla famiglia.

Peraltro, mentre il trasferimento delle quote aziendali può avvenire giuridicamente in vari modi (testamento, donazione, usufrutto di partecipazioni, patti parasociali, patto di famiglia, trust), la trasmissione dell’insieme di valori che costituiscono la c.d. leadership non è attuabile attraverso le regole dei codici. In particolare, il testamento e il patto di famiglia non sembrano adeguati all’obiettivo. Il patto di famiglia, per esempio, permette ad un imprenditore di trasferire l’impresa familiare ai suoi eredi per atto pubblico, ma è gravato dall’incombente di poter essere perfezionato solo se c’è un accordo dell’imprenditore (futuro de cuius) con tutti gli eredi, e della necessità di dover riconoscere, da parte di coloro che ricevono l’azienda o le partecipazioni societarie, una liquidazione compensativa di varia natura (denaro, immobili, veicoli, preziosi etc) agli altri familiari che non prenderanno parte alla compagine societaria. Qualora percorribile, però, il patto di famiglia è un istituto estremamente vantaggioso in quanto ad aspetti fiscali. Infatti, la legge prevede per esso l’esenzione dall’imposta di donazione, l’esenzione dall’imposta di trascrizione per le eventuali formalità relative e l’esenzione dall’imposta catastale per le eventuali volture.

Il testamento – così come il legato testamentario, che ha per oggetto la proprietà o l’usufrutto dell’azienda o di un ramo di essa – è parimenti sconsigliabile sia per la possibile lesione della legittima, sia per via della sua natura di istituto giuridico “non dinamico”, dal quale è impossibile far derivare la continuità della gestione aziendale.

Solitamente, l’imprenditore sceglie metodi alternativi per il passaggio generazionale dell’impresa, come ad esempio la costituzione di newco a partecipazione degli eredi, oppure la costituzione di trust o altri strumenti utili al trasferimento agli eredi della propria azienda. Le criticità già viste per il testamento ed il patto di famiglia rendono l’istituto del trust e l’usufrutto di partecipazioni gli strumenti più frequentemente utilizzati per il passaggio generazionale dell’azienda. Infatti, il Trust da un punto di vista pratico consentirebbe di salvaguardare l’azienda e il suo patrimonio mediante un atto unilaterale, e quindi senza dover concordare un accordo con gli eredi. Il Trust, inoltre, “neutralizza” la fase successoria attraverso la segregazione dei beni conferiti e consente alla gestione aziendale continuità e stabilità. In caso di presunta violazione della legittima, poi, il Trust potrebbe subire soltanto un’azione di riduzione da parte degli eredi pretermessi, ma non sarebbe mai sottoposto ad alcuna ipotesi di invalidità dell’atto.

Relativamente all’Usufrutto di partecipazioni, sarà bene fare una premessa. Il testo unico sulle imposte di successione e donazione (Dlgs n. 346/1990, articolo 3, comma 4-ter) stabilisce una particolare agevolazione fiscale al passaggio generazionale delle aziende. Con tale disposizione, i trasferimenti di aziende, rami di aziende, quote e azioni sociali a favore dei discendenti e del coniuge, in presenza di determinate condizioni, non sono soggetti all’imposta sulle successioni e donazioni. Tali condizioni riguardano il potere di controllo afferente alle quote sociali, e più precisamente: a) l’acquirente a titolo gratuito di azioni di SpA, per usufruire del beneficio, deve conservare il controllo della società per almeno 5 anni; b) l’acquirente a titolo gratuito di quote di società di persone deve proseguire l’esercizio dell’attività per almeno 5 anni e c) qualora sia ceduta un’azienda o un ramo di azienda, è necessario che l’acquirente a titolo gratuito prosegua l’esercizio dell’attività per almeno 5 anni. 

Il beneficio della non applicazione dell’imposta sulle successioni e donazioni si applica anche nel caso in cui i beni trasferiti abbiano un valore superiore a quello delle franchigie previste, e nel caso in cui l’azienda oggetto del trasferimento contenga beni immobili, non saranno applicate neanche le imposte ipotecarie e catastali (Dlgs n. 347/1990).

Gli strumenti esaminati – in maniera succinta, per motivi di spazio e facilità di lettura – hanno lo scopo di consentire all’imprenditore o a coloro che detengono una partecipazione societaria di poter pianificare “in anticipo” la propria successione, e soprattutto di individuare, tra i suoi familiari, il miglior candidato a garantire una leadership forte, in grado di conferire continuità allo svolgimento dell’attività, evitando così il pericolo di frammentare il controllo dell’azienda tra eredi potenzialmente “litigiosi” o, comunque, in disaccordo.

Sono tante, infatti, le aziende familiari che, dopo aver prosperato durante la prima generazione di imprenditori, “si spengono” una volta arrivati alla seconda o, al massimo, alla terza generazione. Quando accade, non è solo la ricchezza ad essere distrutta, ma soprattutto il sogno d’impresa di chi ha dato inizio a tutto.

Top Management, anche nelle aziende lo spettro della parità forzosa di genere. E la meritocrazia?

Che fine sta facendo la meritocrazia in azienda e nelle professioni? Perché oggi si rende quasi imprescindibile imporre anche alle imprese il credo della parità forzosa tra genere femminile e maschile? Quali sono le tecniche di comunicazione dei media che favoriscono questo pericoloso cambio di passo?

Editoriale di Alessio Cardinale*

C’era una volta il principio di pari opportunità tra uomini e donne. Fu salutato, a suo tempo, come una giusta conquista di civiltà, grazie alla quale anche le donne avrebbero potuto godere, in tutti gli ambiti della Società Civile, delle stesse prerogative legislative e regolamentari per ambire, esattamente come gli uomini, ad un lavoro soddisfacente, ad una posizione di carriera e ad un identico trattamento economico, a tutti i livelli. Per arrivarci c’è voluto un po’ di tempo, ma l’obiettivo è stato raggiunto, ed oggi possiamo già annoverare tantissime donne in posizioni apicali e di vera leadership in economia, in politica e nei media (per non dire dei magistrati donna, che sono il 53% del totale in Italia).

Qual è il comune denominatore che ha portato queste donne ai vertici della carriera? Semplice: un mix di qualità personali, competenza, esperienza, ambizione, impegno e un pizzico di fortuna. In poche parole, lo hanno meritato. Si tratta di donne che si sono messe in gioco, si sono impegnate senza pensare neanche per un attimo di poter avere una corsia preferenziale. Di più, nessuna di loro avrebbe mai sopportato l’umiliazione derivante da una sorta di “raccomandazione di genere“.

Il principio di meritocrazia, pertanto, associato a quello delle pari opportunità, ha consentito di raggiungere questo risultato che si è consolidato negli anni, e di fronte al quale le continue rivendicazioni di genere – alimentate da una certa politica  senza troppi scrupoli e molto attenta a fidelizzare il voto femminile – dovrebbero finalmente avere un termine.

La normalità, oggi, dovrebbe essere quella di una civile competizione tra professionisti – non distinguendo affatto per il loro genere – senza che nessuno di essi vada a ricercare delle scorciatoie per ottenere dei privilegi. Invece, in Italia si sta andando pericolosamente oltre il concetto di meritocrazia. Dopo l’affermazione dei principi di pari opportunità, infatti, a molti fu chiaro che qualcosa non aveva funzionato benissimo nel tradurre gli enunciati di principio in ordini di realtà. Infatti, l’Italia si è ritrovata con una pletora di commissioni P.O. costituite in ogni anfratto della Società Civile e delle attività produttive, composte ope legis solo da donne, in evidente contrasto con la più elementare delle regole costituzionali, quella che vieta espressamente anche la discriminazione per genere. Successivamente, è arrivato il turno delle “quote rosa” in politica, e lì fu subito chiaro che il corposo universo che sostiene questo modo di intendere le relazioni uomo-donna non puntava all’affermazione delle “antiquate” pari opportunità di genere, ma ad un arbitrario e ingannevole superamento di esse, individuabile nel concetto di “Parità Forzosa”.

Cosa intendiamo per “parità forzosa”? Per renderla più simpatica, gli illuminati della (dis)informazione la chiamano “diversity“, ma il suo vero nome dovrebbe essere “shortcut” (scorciatoia). Per chiarire meglio, facciamo un esempio: se una donna studia, si impegna, prende la laurea, frequenta con successo un master, fa la giusta gavetta, mostra di essere brava ed avere “i numeri” per ricoprire un certo ruolo, e lo ottiene, questo è frutto delle pari opportunità; se una donna ottiene il ruolo solo “in quota”, e cioè in virtù della sua appartenenza al genere femminile, senza aver prima dimostrato di avere studiato, di essersi impegnata, di avere una laurea, di aver frequentato un master, di aver fatto la gavetta, di essere brava ed avere i numeri, questo è frutto della parità forzosa, ed è quello che sta succedendo in Italia anche nel mondo aziendale (in politica nazionale e regionale ormai è la norma).

In pratica, il criterio della meritocrazia, che nei secoli dalla rivoluzione industriale ha fatto andare avanti il mondo, viene sostituito dal criterio di raggiungimento della parità forzosa in tutti gli ambiti della Società Civile, nel nome di un evidente “diritto alla scorciatoia e al privilegio” di cui TUTTE le donne – anche quelle senza arte né parte – dovrebbero beneficiare. Nella pratica, ciò equivale alla creazione di una immensa categoria protetta il cui “handicap” sarebbe quello di essere donna e che, in relazione alle sue proporzioni, non può che sopraffare l’opposto genere condannato, invece, alla “normalità”.   

Gli esempi di quanto sopra si trovano a decine, ogni giorno, sui media, grazie ad un elevatissimo livello di omologazione cui l’informazione in Italia si presta volentieri sul tema. Di solito, la notizia viene data con le seguenti modalità: “…Ancora bassa la percentuale di donne tra i dirigenti d’azienda nel settore farmaceutico…”, oppure “….Solo il 12% di donne tra la classe arbitrale nel mondo del calcio…”, oppure ancora “….soltanto 10 donne su 100 sono a capo di una filiale bancaria…” (ed altre, che replicano il medesimo stile). Peraltro, anche il settore della Consulenza Finanziaria non è esente da questa modalità di narrazione. Non è raro, infatti, leggere titoli come “Consulenti finanziari, solo il 25% è donna“. In pratica, la “notizia” è che sarebbero poche, in determinati settori, le donne in posizione di rilievo, ma quali siano le cause di queste percentuali non viene minimamente detto, facendo però intendere il lettore che tutto ciò sia il risultato di una forma di discriminazione ai danni delle pari opportunità delle donne, per cui è necessario imporre il modello della “parità forzosa”, con buona pace della meritocrazia.

Capovolgendo l’esempio al maschile, e facendo riferimento a statistiche autentiche riguardanti il mondo del lavoro, avete mai letto una notizia dal titolo “Solo 15 uomini su 100 svolgono il lavoro di insegnante“? Ovvio che no, così come scommetto che nessuno di voi abbia mai letto una notizia che dica “Quasi nulla la percentuale di donne presenti nell’industria estrattiva e nei trasporti di lunga percorrenza“. Nel primo caso, nessun uomo grida allo scandalo, nè si sente discriminato; quella statistica è frutto di scelte, non di una discriminazione verso il genere maschile nel mondo della Scuola. Relativamente al secondo titolo ipotetico – quello del lavoro in miniera o su un TIR – ci si chiede perchè le donne, in termini di genere, rivendicano (legittimamente) posizioni di vertice nelle aziende, ma non si ritengono idonee a svolgere lavori pesanti. Anche questo, mi pare, è tutto frutto di una scelta.

I comunicati stampa, poi, ci danno esempi di rara bellezza stilistica su questo tipo di informazione strumentale. Lo scorso 7 Ottobre, per esempio, Askanews usciva con questa agenzia: “…In Esselunga solo il 15% dei dirigenti sono donne: in pratica su un totale di 80, le dirigenti sono appena 12. E’ quanto emerso durante la conferenza stampa di Esselunga, che ha per presidente proprio una donna, Marina Caprotti, organizzata in occasione della presentazione, tutta al maschile, del primo bilancio di sostenibilità aziendale…”. Per chi studia la materia della comunicazione – ivi compresa quella che si genuflette al politicamente corretto e agli ordini di scuderia – questo comunicato è oro colato. Peraltro, Luca Lattuada, chief Human resources office di Esselunga, ci teneva a precisare che “…Noi siamo una azienda di circa 25mila persone, che per circa il 50% è fatta da donne, ma ci sono aree dove i ruoli di responsabilità dati alle donne, come quelle degli store, sono sicuramente da migliorare. Abbiamo avviato un percorso di formazione e sviluppo della leadership femminile per fare crescere questa quota“.

Ebbene, chi ha pronunciato questo virgolettato –e stiamo parlando di un top manager, mica poco – si è semplicemente limitato a ripetere senza riflettere il mantra della parità forzosa e delle quote (rosa), ma non sa neanche il motivo per cui si renderebbe necessario un “miglioramento”. Del resto, come potrebbe mai spiegare la questione, se non essendo costretto ad affermare la priorità di assegnare ruoli decisionali alle donne solo per la circostanza di essere tali, in barba al millenario principio di meritocrazia che ha sempre dominato le dinamiche ed il successo delle aziende?

C’è da dire che nel 2019 Esselunga ha registrato un aumento di donne nei ruoli chiave pari al 17% rispetto all’anno precedente. A questo punto, verrebbe da chiedersi se queste manager, quel ruolo, lo abbiano meritato davvero, oppure lo abbiano ricevuto in base al criterio della parità forzosa, e cioè per via della propria appartenenza al genere femminile. “Questo non è un cambiamento che si fa nel breve” – ha sottolineato Lattuada – “In questo percorso di cambiamento si inseriscono iniziative che prevedono workshop aziendali e interaziendali per superare gli stereotipi e creare organizzazioni più inclusive…”.

Forse la meritocrazia in azienda, secondo il top manager Lattuada, è diventata un vecchio stereotipo ormai superato e privo di valore? Così, per capire.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, dice la nostra Costituzione all’art. 3. Forse è il caso che questo concetto venga fatto proprio dai CdA delle grandi aziende, affinchè se ne ricordino prima di far celebrare l’elogio della parità forzosa ai propri top manager.

* Direttore editoriale di Patrimoni&Finanza

Locazioni, in contrazione quelle a canone libero, in aumento quelle con canone transitorio

Tutti coloro che avevano acquistato una casa da destinare all’affitto turistico, e che hanno deciso di collocarla nel settore residenziale, hanno optato per la formula del contratto transitorio per non vincolare l’immobile.

Nel primo semestre del 2020 i canoni di locazione sono in diminuzione dello 0,2% sui monolocali e dello 0,9% per i bilocali e i trilocali. L’effetto della pandemia si è fatto sentire su questo segmento di mercato che dal 2015 non conosceva crisi. Il boom delle locazioni turistiche, infatti, aveva determinato in questi anni una contrazione dell’offerta residenziale e, di conseguenza, i canoni hanno continuato progressivamente a crescere, fino al 2020 quando il Covid ha messo in stand by il turismo, mandato in smart working i lavoratori e costretto le università alla didattica a distanza. Tutto questo ha fatto contrarre la domanda di immobili in affitto aumentando l’offerta.

Nel primo semestre del 2020, il 74,7% ha cercato casa come scelta abitativa, con un lieve aumento rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, quando la percentuale era del 71,4%. In questa categoria rientrano coloro che non riescono ad acquistare o volutamente scelgono l’affitto. Come ci aspettavamo c’è una contrazione della domanda di chi cerca per motivi di lavoro che passa da 25,9% a 22,6%. I lavoratori la cui azienda ha optato per lo smart working hanno deciso di non rinnovare il contratto di affitto in attesa di nuove disposizioni.

Abbastanza invariata la percentuale degli studenti, molto probabilmente perché l’analisi è riferita alla prima parte dell’anno mentre questo target si muove in genere a settembre. Verosimilmente gli effetti della contrazione su questa categoria di inquilini si vedrà nel secondo semestre del 2020. 

La città in cui è più alta la percentuale di chi cerca per motivi di lavoro è Milano, anche se rispetto ad un anno fa si registra un calo che sfiora il 10%. La motivazione è proprio il massiccio ricorso allo smart working nel capoluogo lombardo che ha comportato anche una contrazione dei single che affittano. Questi, rispetto ad un anno fa, passano da 54,5% a 53,8%.

I dati sui contratti stipulati nella prima parte del 2020 registrano una contrazione di quelli a canone libero (in un anno da 55,1% a 52,0%) ed un aumento del concordato (da 29,5% a 31,4%) e del contratto transitorio che passa da 15,4% a 16,6%. Questo dato, molto interessante, evidenzia una delle conseguenze della pandemia e cioè l’aumento del ricorso al canone transitorio: tutti coloro che avevano acquistato una casa da destinare all’affitto turistico e che hanno deciso di collocarlo sul settore residenziale hanno optato per la formula del contratto transitorio per non vincolare l’immobile per troppo tempo e riaverlo a disposizione per ritornare agilmente allo short rent in caso di un’inversione di trend dei flussi turistici.

Interessante anche i dati sul contratto a canone concordato che potrebbe rivelarsi una buona soluzione per inquilini timorosi degli effetti del lockdown e proprietari che ottengono un vantaggio fiscale e una maggiore possibilità di “sostenibilità” del contratto stesso grazie ai canoni calmierati.

L’analisi delle grandi città vede a Milano una netta prevalenza del contratto a canone libero. A Napoli è interessante sottolineare l’incremento del contratto transitorio che è quasi raddoppiato passando da 8,1% a 15,1%. Napoli è una città che negli ultimi anni ha registrato un consistente numero di compravendite immobiliari per motivi turistici che adesso si affittano con la modalità transitoria. A Roma c’è un balzo del contratto a canone concordato che aumenta di un 10% rispetto ad un anno fa.

La tipologia più affittata è il bilocale, con il 39,1%, seguita dal trilocale con il 30,9%.