Giugno 16, 2026
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INVESTITORI

“Intelligenza patrimoniale”: l’esperienza dei family office per governare il patrimonio familiare

E’ uscito il nuovo libro di Giovanni Cuniberti, che svela ai detentori di patrimonio come proteggere, gestire e far crescere la propria ricchezza nel tempo grazie a nuove competenze e ai Family Office.

Oltre 10 mila miliardi è la ricchezza privata degli italiani, quasi quattro volte il debito pubblico nazionale e cinque volte il PIL. Lo studio della Banca d’Italia e dell’Istat del 2023 denominato “La ricchezza dei settori istituzionali in Italia” mostra come le famiglie italiane dispongono della ricchezza netta più alta in Europa con un rapporto di 8,7 volte il reddito disponibile.

Il “tesoro” delle famiglie italiane è il frutto della cultura contadina italiana, in particolare di quelle generazioni che nell’immediato dopoguerra hanno saputo ricostruire e rilanciare il Paese avendo una naturale propensione al sacrificio e al risparmio e mantenendo comportamenti più parsimoniosi di quelli attuali, con una forte vocazione verso l’immobiliare, sempre preferito ad altre tipologie di investimento (il 60% dei patrimoni degli italiani viene infatti investito in immobili, con poca liquidità disponibile). Allo stesso tempo, l’Italia è l’unico Paese europeo che dagli anni ’90 ha visto diminuire il reddito medio: solo negli ultimi dieci anni, lo sviluppo della ricchezza degli italiani è cresciuta del 30% in meno rispetto a quella americana. Questo perché la ricchezza non genera altra ricchezza se il capitale rimane fermo, e pertanto un approccio passivo sul proprio patrimonio non è mai una soluzione redditizia.

Consulenza patrimoniale

Per comprendere meglio lo scenario italiano, basti pensare al concetto di inflazione, ossia al costante aumento dei prezzi che determina la riduzione del potere di acquisto della moneta: quando l’inflazione cresce, il valore reale di tutte le grandezze monetarie diminuisce. Questo significa che mantenere la liquidità ferma per un certo periodo porta con buona probabilità a impoverirsi. Invece, per gestire il patrimonio nella sua interezza è fondamentale che il risparmiatore possa essere consigliato nelle scelte in modo trasversale, ovvero su diversi livelli, mobiliare, immobiliare e gestione dei rischi.

Analizzare approfonditamente il proprio patrimonio, affrontare e superare la paura di perdere tutto, pianificare e impostare le priorità, creare un bilancio patrimoniale complessivo, conoscere gli strumenti che servono per raggiungere gli obiettivi, diversificare il rischio, proteggere la ricchezza e far prosperare il capitale, trovarsi preparati davanti a un potenziale “cigno nero” ed essere in grado di cavalcarlo, limitare al minimo l’azzardo morale, considerare i quattro asset su cui operano i gestori (beni reali, azioni, obbligazioni, liquidità) analizzandone al meglio rischi e benefici. Sono alcune delle nozioni e delle teorie sviluppate nel nuovo libro del Prof. Giovanni CunibertiIntelligenza Patrimoniale. I principi per governare il patrimonio famigliare” (180 pagine, Ediz. Libri d’Impresa), che intende fare riflettere sull’importanza di curarsi del proprio patrimonio e stimolare una presa di coscienza che includa comportamenti opportuni, nuove competenze, ma soprattutto la riscoperta di valori familiari, con l’obiettivo di raggiungere un maggior controllo sulla propria ricchezza e di saper scegliere come gestire il patrimonio familiare, magari costruito con abnegazione e fatica da più generazioni.

Intelligenza Patrimoniale” significa muoversi ragionando sulla diversificazione e sulla consapevolezza delle scelte di gestione, adottando pertanto un approccio sistemico, più contemporaneo, alla gestione del denaro che fa leva su aspetti multidisciplinari, dalla psicologia fino all’intelligenza artificiale. Sono le competenze messe a frutto nei c.d. Family Office, strutture olistiche e indipendenti che gestiscono i patrimoni abbracciando l’intera area della governance, garantendo ai nuclei familiari il pieno controllo. In Italia è un modello adottato principalmente dalle grandi famiglie imprenditoriali, e se ne contano circa 200 tra Single Family Office (strutture organizzate per la gestione di una singola famiglia), Multi Family Office (organizzati per la gestione di un gruppo definito di famiglie) o studi consulenziali composti da pool di professionisti che offrono i loro servizi a diverse famiglie patrimonializzate.

Dal punto di vista storico, il primo Family Office della storia risale al 1882, quando John D. Rockefeller decise di creare una società di professionisti con il compito di gestire e amministrare le operazioni imprenditoriali e le crescenti necessità di investimento della sua famiglia. A oggi, si stima che negli Stati Uniti esistano oltre 4.000 Family Office che gestiscono circa 1.000 miliardi di dollari. L’Europa, con una quota di mercato del 20% (contro il 75% degli Stati Uniti), accusa un certo ritardo principalmente legato a ragioni culturali.

Lemanik: sempre più vicino il picco sui tassi di interesse

Elevata appetibilità dei rendimenti obbligazionari, in particolare sui finanziari. La forte reazione dei mercati al sell-off di settembre è un forte indizio che il picco sui tassi possa essere già stato raggiunto.

Di Alessandro Cameroni, gestore obbligazionario di Lemanik
 
Mercati obbligazionari sulle montagne russe nelle ultime settimane. Pertanto, come interpretare il significativo sell-off di settembre, seguito dal veemente rimbalzo di inizio ottobre?

L’incertezza dei mercati è dovuta ai dubbi sul comportamento che le Banche Centrali, Fed in testa, adotterebbero in caso di persistenza inflattiva accompagnata da un sensibile indebolimento della crescita. Per quanto gli scenari macro siano sfidanti il favorevole andamento di queste due variabili, con spinte deflattive in corso e crescita che mantiene elevati livelli di resistenza, potrebbe rendere superfluo scoprire le carte. La forte reazione dei mercati al sell-off di settembre è un forte indizio che il picco sui tassi possa essere già stato raggiunto. Le stesse Banche Centrali, dopo aver enfatizzato la necessità di dover tenere i tassi alti per un lungo periodo di tempo (per quanto ce lo dirà l’andamento dell’inflazione) stanno già “ammorbidendo” il tenore dei loro messaggi prendendo tempo per valutare gli effetti della stretta.

Alessandro Cameroni

Con cosa si confronta l’investitore? Nel contesto macro, che grazie anche ad un mercato del lavoro in piena occupazione resta favorevole, il livello di appetibilità dei tassi è non solo molto elevato, ma accompagnato da tassi reali positivi che non vedevamo da lunghissimo tempo. L’opportunità di investimento è molto interessante sia sui governativi, ma anche sulle componenti di credito, che abbinano elevati carry alla qualità del rendimento offerto. In particolare i subordinati finanziari sono espressione del settore che più beneficia della fase di tassi elevati, come evidenziato dalla solidità delle metriche e dalla generazione di utili; rendimenti attraenti sono accompagnati da spazi di compressione del premio al rischio, con potenzialità di ritorni interessanti. In particolare il focus è sulle principali  realtà bancarie europee che, sotto l’attento controllo della BCE, stanno mantenendo livelli di capitalizzazione molto elevati e prossimi ai massimi, con crediti deteriorati invece ancora vicini ai minimi storici.

Eurovita, a giorni il passaggio delle polizze a Cronos Vita. Ecco i dettagli per i titolari

Il passaggio del portafoglio polizze di Eurovita alle cinque compagnie assicurative che ne hanno permesso il salvataggio avverrà in due fasi.

Dopo gli alterni sviluppi dei mesi scorsi, che hanno tenuto i titolari delle polizze di Eurovita con il fiato sospeso, a fine ottobre è atteso il completamento della cessione del ramo di azienda di Eurovita S.p.A. a Cronos Vita Assicurazioni; quest’ultima, com’è noto, è una compagnia assicurativa costituta dalle cinque principali compagnie di assicurazione italiane, ossia Generali, Unipol-Sai, Poste Vita, Intesa San Paolo Vita ed Allianz. Tale passaggio, necessario per ristabilire i parametri di solidità patrimoniale previsti e perseguiti dalle autorità di vigilanza con grande tempismo, è volta a salvaguardare i diritti dei clienti che detengono oggi polizze di Eurovita e che, finalmente, potranno riscattare il capitale maturato dopo il blocco deciso dal provvedimento IVASS nr. 159483/23 del 30 giugno 2023.

Cronos Vita Assicurazioni, tuttavia, è solo il veicolo utilizzato dalle cinque compagnie per gestire, in primissima battuta, il probabile flusso straordinario di richieste di riscatto, ottimizzando le tempistiche di acquisizione e soprattutto le modalità di lavorazione degli ordini, che non sarà priva di possibili complicazioni amministrative. Infatti, a decorrere dal 1° novembre non potrà più essere accettata modulistica Eurovita, ma dovrà essere utilizzata esclusivamente la modulistica Cronos Vita, che sarà resa pubblica sul sito e sui vari portali della compagnia contestualmente all’avvio dell’attività della Newco. La documentazione Eurovita potrà essere accettata, entro e non oltre il 30 novembre, solo per gli ordini e le richieste che erano già pervenute alla compagnia prima della cessione del ramo d’azienda, e che hanno finalità di integrazione a completamento delle pratiche.

Contestualmente al ripristino della facoltà di riscatto, verranno a decadere le deroghe relative alla sospensione del pagamento dei premi ricorrenti. Pertanto, i clienti potranno versare in un’unica soluzione le rate di premio non corrisposte durante il periodo di blocco dei riscatti, però senza l’applicazione di interessi di ritardato pagamento. Invece, allo scopo di snellire le procedure interne durante la delicata fase di passaggio e di consentire ai titolari dei contratti una maggiore elasticità, le procedure di messa in insolvenza e riduzione, nonché le relative comunicazioni di sollecito arretrati, verranno ripristinate a partire da gennaio 2024.

La nuova società sarà detenuta da Generali Italia, Intesa Sanpaolo Vita, Poste Vita e Unipol-Sai ciascuna per il 22,5% e da Allianz per il restante 10%. Essa acquisirà l’intero portafoglio polizze di Eurovita, senza alcuna modifica contrattuale, e gestirà il portafoglio per ritrasferirlo entro due anni alle imprese azioniste. In questa prima fase, per evitare complicazioni amministrative e tempi di attesa lunghi per i clienti, le procedure operative e i sistemi utilizzati per lo svolgimento dell’operatività ordinaria non cambieranno rispetto a quelli in uso oggi, e le uniche modifiche apportate saranno esclusivamente quelle relative al cambio del brand – c.d. Rebranding – e della modulistica. Pertanto, il Sito Eurovita e i portali myinsurance, myportfolio, myEurovita e myFrontEnd verranno chiusi il 31 ottobre per manutenzione e torneranno ad essere raggiungibili il 1° novembre, mentre il portale myacademy sarà chiuso la mattina del 31 ottobre e verrà riaperto il 2 novembre.

Alla riapertura, tutti i portali così “rebrandizzati” torneranno ad essere raggiungibili tramite il nuovo sito internet www.cronosvita.it, con le credenziali per l’accesso alla Home Insurance che resteranno immutate. Il sito www.eurovita.it resterà attivo come pagina informativa dell’operazione realizzata e come rinvio al sito istituzionale della newco (le email saranno tutte modificate cambiando il dominio da “eurovita.it” a “cronosvita.it, così come gli indirizzi pec). Invece, i riferimenti IBAN utilizzati per l’operatività potrebbero subire modifiche in ragione del cambio societario, mentre i riferimenti postali dei service utilizzati dalla Compagnia non subiranno cambiamenti, eccetto il destinatario che risulterà Cronos Vita Assicurazioni S.p.A, la quale sarà tenuta a trasmettere a tutti i clienti, entro 10 giorni dalla cessione del ramo d’azienda, la comunicazione recante il completamento dell’operazione.

Contesto di medio periodo positivo per i mercati azionari e obbligazionari USA

Vista la tendenza disinflazionistica Usa in corso, vi è un’alta possibilità che i tassi di interesse si trovino al picco. Nel contesto attuale in portafoglio puntiamo sul settore finanziario, industriale e chimico.

Di Filippo Garbarino*

Negli USA si conferma la tendenza disinflazionistica in corso, essendo l’inflazione scesa dal 9% al 3% (e quindi non lontana dal target del 2% della Federal Reserve); per cui c’è meno urgenza di ulteriori interventi monetari restrittivi, e vi è un’alta possibilità che sia il Federal Funds Rate che i tassi di interesse di mercato siano vicini ad un picco. Tali fattori contribuiscono a creare un contesto di medio periodo positivo per i mercati azionari e obbligazionari.

La recente volatilità dei mercati (sia azionari che obbligazionari) è stata determinata principalmente dal forte aumento dei tassi di interesse dei bond governativi USA, incrementati di circa 75bps nel corso del terzo trimestre (bond decennale), attestandosi ai livelli più alti degli ultimi 16 anni. La tendenza al rialzo dei tassi ha tre cause: in primis la resilienza dell’economia USA, confermata da Pil in crescita, livelli di occupazione che si mantengono elevati e vendite al dettaglio che denotano ottimismo da parte dei consumatori, fattori che potrebbero costringere la Federal Reserve a mantenere tassi alti per un lungo periodo. In secondo luogo, dal prezzo del petrolio in aumento, che potrebbe generare inflazione. Infine, da aspettative di elevati deficit fiscali Usa, i quali aumenterebbero l’offerta di bond governativi sui mercati.

L’aumento dei tassi di interesse, oltre a causare una correzione dei mercati azionari e obbligazionari, ha anche rafforzato il dollaro USA. Il movimento dei tassi potrebbe però essere alle battute finali, poiché solitamente i tassi di interesse dei bond governativi raggiungono il loro picco in concomitanza con l’ultimo intervento al rialzo della Federal Reserve. E questo potrebbe favorire i mercati azionari e obbligazionari. Durante l’ultimo trimestre, nel fondo abbiamo aperto nuove posizioni in Mettler Toledo (sanità), Rollins (servizi per le imprese) e LVMH (beni di consumo). A livello settoriale, il portafoglio non ha banche e petroliferi, settori considerati troppo rischiosi. Il portafoglio è sovrappeso sul settore finanziario, industriale e chimico. I tecnologici sono leggermente sottopesati, con nessuna esposizione sul settore hardware.

*Filippo Garbarino (nella foto), gestore del fondo Lemanik Global Equity Opportunities

Conflitto Gaza-Israele: evitare il panic selling sull’azionario

È troppo presto per fare ipotesi e previsioni a seguito del conflitto Gaza-Israele. Da evitare il panic selling sull’azionario, poichè le battute d’arresto sono opportunità di acquisto.

Di Michael Blümke, Portfolio Manager di Ethenea

Relativamente all’ultimo trimestre del 2023, il comportamento dei mercati azionari potrebbe non essere affatto scontato. Infatti, il contesto macroeconomico non appare così negativo come si crede attualmente. Certo, ci sono dei rischi, come il possibile contagio legato al debito nel settore immobiliare cinese o il rallentamento della crescita. Tuttavia, i problemi della Cina sono ancora sotto controllo da parte delle autorità locali, mentre il rallentamento della crescita potrebbe essere vicino al suo minimo, secondo i vari indicatori anticipatori.

Tenendo conto della natura anticipatrice del mercato azionario e della stagionalità solitamente positiva di fine anno, ci aspettiamo un ultimo trimestre 2023 più conciliante, soprattutto in considerazione del consolidamento in corso. I rischi sembrano però elevati a causa dei tassi di interesse ancora in crescita e dei segnali di indebolimento dell’economia. Riteniamo di essere vicini alla fine del rialzo dei tassi d’interesse sia a breve che a lungo termine, e né il contesto inflazionistico atteso né la crescita moderata che ci aspettiamo per il 2024 giustificano ulteriori forti aumenti dei tassi d’interesse, a prescindere dal dibattito sul costo del finanziamento dell’attuale debito pubblico (che comunque riemergerà). Proprio questa divergenza tra la percezione di rischi elevati, che è fisiologica nelle fasi di aggiustamento, e la nostra visione meno pessimistica costituisce per noi un’opportunità. L’asimmetria sul fronte dei tassi di interesse è la più evidente. Ad esempio, riteniamo molto più probabile che i tassi Usa a 10 anni possano scendere di 100-150 punti base, invece di salire nella stessa misura. Analogamente, sconsigliamo il panic selling sull’azionario, e consideriamo le battute d’arresto come opportunità di acquisto.

Nell’attuale contesto, in cui pesa soprattutto l’incertezza sul fronte dei tassi d’interesse, sottopesiamo decisamente il settore finanziario. Mentre continuiamo a credere nella forza dell’Information technology e siamo sovrappesati anche nel farmaceutico, settori che storicamente presentano le caratteristiche di crescita strutturale più forti. Le attuali valutazioni del mercato azionario sono dove sono e, se non si trovano agli estremi storici, sono poco utili come strumento di timing. Sulla base delle valutazioni attuali, è più opportuno chiedersi quale sarà il driver del prossimo movimento positivo dei prezzi: la crescita degli utili o l’espansione dei multipli? Non saremmo sorpresi di vedere i multipli espandersi, nel contesto di una potenziale inversione di tendenza dei tassi di interesse.

Andranno meglio Wall Street, l’Europa oppure i mercati emergenti? Abbiamo un’opinione molto chiara al riguardo: Wall Street. Né l’Europa né i mercati emergenti possono essere attualmente considerati come motori della crescita, né sono esenti da problemi politici interni. Le buone aziende di queste regioni vanno regolarmente in difficoltà in tempi di crisi, nonostante le vendite globali. Per questo motivo, la nostra allocazione strategica si concentra esclusivamente sulle società Usa: è da lì che vengono i leader di mercato e i motori dell’innovazione per le tecnologie del futuro. Nel caso di portafogli di investimento più focalizzati sull’Europa, invece, suggeriamo una buona diversificazione.

I “guru” delle cripto valute cadono uno dietro l’altro

Sam Bankman-Fried è l’ultimo ”guru” delle  cripto valute ad essere accusato di aver distratto i soldi dei clienti. 8 miliardi spesi in contributi politici, proprietà immobiliari, donazioni e investimenti personali.

Nel cripto-mondo nato dall’idea del celebre – o famigerato? – Satoshi Nakamoto, le piattaforme (c.d. exchange), concepite per essere un sistema decentralizzato e privo di intermediari, sono diventati presto i peggiori luoghi virtuali dove detenere i cripto-risparmi, e quello di Ftx è solo l’ultimo caso di società che operano senza una idonea regolamentazione e senza osservare le più elementari forme di trasparenza.

Dal 2019 ad oggi, sono circa 300 le piattaforme nate, fallite per vari motivi o scomparse da un giorno all’altro, alcune con il servizio che improvvisamente non risultava più accessibile o beffardamente “in manutenzione”. Non sono state poche quelle dissolte nel nulla lasciandosi dietro una scia di creditori e di risparmiatori truffati. Ftx, per esempio, deve solo ai maggiori 50 creditori circa 3,1 miliardi di dollari, ma dietro di questi c’è un milione di altri clienti e investitori, per i quali il recupero delle somme investite appare solo parzialmente possibile, e non in tempi brevi.

Il CEO di Ftx, Sam Bankman-Fried, in pratica, si è reso responsabile di un fallimento totale dei controlli aziendali e di un’assenza totale di informazioni finanziarie affidabili, tanto da far definire Ftx come la “Lehman Brothers delle cripto”. Eppure, già nel 2014 il fallimento della piattaforma Mt.Gox – che nel momento di massimo fulgore concentrava il 70% delle transazioni in Bitcoin – fece scalpore per via di quello che a quel tempo era un crac di dimensioni enormi per le cripto valute: “evaporarono” 850.000 Bitcoin, ritrovati solo in parte, che allora valevano 450 milioni di dollari, mentre oggi il loro valore sarebbe di circa 14 miliardi; questo spiega il perché i creditori stanno ancora provando a recuperare i propri soldi, otto anni dopo.

Nel processo a Sam Bankman-Fried, 31 anni, di Stanford (California), è accusato anche di aver mentito a società e istituti che hanno prestato soldi a Ftx e adesso rischia una pena di 110 anni di carcere. Lo schema è venuto alla luce quando i depositi della compagnia sono andati in collasso: più di otto miliardi di dollari versati dai clienti erano letteralmente spariti, spesi in contributi politici, proprietà immobiliari, donazioni e investimenti personali. La “grande menzogna” di Bankman-Fried venne fuori per via di un rapporto pubblicato dal sito specializzato in cripto valute CoinDesk, che aveva messo in dubbio la salute della società sorella di Ftx, Alameda Research; questo ha scatenato le richieste di ritiro del denaro da parte dei clienti dell’exchange, ma Ftx non è riuscita a far fronte ai prelievi, e ha presentato istanza di fallimento. Un mese dopo, Bankman-Fried è stato arrestato alle Bahamas, dove aveva sede Ftx, ed estradato negli Stati Uniti.

Il problema, per i clienti di Ftx, era che depositavano i propri soldi non in un conto regolamentato di una banca – o presso una banca depositaria, come accade per il risparmio gestito – bensì nelle casse di Ftx, e poi li usavano per acquistare o vendere Bitcoin, Ethereum o centinaia di altre monete digitali, e i ricavi venivano accumulati nei “conti” aperti nella piattaforma, i quali però non costituivano “patrimonio separato” da quello di Ftx. Da qui la possibilità, per il CEO di Ftx, di manovrare queste enormi masse di denaro per finalità diverse da quelle per cui erano state accumulate dai clienti. Tra i clienti c’era Alameda, una società di scambi che, grazie a Bankman-Fried, ha potuto avere prestiti smisurati e finanziamenti per progetti andati in fumo. Ora, il processo potrebbe influenzare il destino dell’industria delle cripto valute. Infatti, la brusca caduta di Ftx ha provocato un’onda d’urto e una diffusa preoccupazione sulla sicurezza e l’affidabilità delle altre piattaforme Exchange, generando un effetto domino che ha coinvolto molte altre importanti istituzioni. Ma non è tutto. Dal quasi scontato verdetto di colpevolezza potrebbero derivare l’aumento delle preoccupazioni per le attività fraudolente e la conseguente richiesta di una maggiore regolamentazione degli scambi sulle cripto valute, scoraggiando l’afflusso di capitali nelle società di settore.

Mercato azionario USA: il gap tra “narrazione” e realtà continua ad ampliarsi

Un tempo gli investitori selettivi cercavano di allocare il capitale verso chi lo meritava e lo toglievano a chi era meno affidabile. Quegli stessi investitori non avrebbero mai sostenuto un sistema come quello attuale.

Di Maurizio Novelli*

In linea generale, tutti noi siamo stati abituati a considerare i mercati finanziari come una forma di canale di finanziamento all’economia. Il ruolo dei mercati e degli investitori è sempre stato quello di selezionare chi meritava il denaro che il sistema metteva a disposizione e chi non lo meritava. Da oltre dieci anni, con l’esplosione degli ETF e delle gestioni passive, questo meccanismo di selezione è stato cancellato. Infatti, il mercato finanzia sia le società che guadagnano sia quelle che perdono, e favorisce un sistema che non produce più ricchezza in modo diffuso, ma solo in modo sempre più concentrato.

Sebbene il 25% delle società quotate negli Stati Uniti sia nel segmento “zombies” – società i cui profitti non coprono nemmeno i costi di finanziamento dell’operatività corrente – i flussi di capitale verso tali società sono comunque garantiti dalla gestione passiva. Questo è anche uno dei motivi che ha portato la capitalizzazione della borsa Usa al 150% del PIL. Le principali società di asset management USA, che hanno ormai l’unico scopo di sostenere un sistema in crisi, spingono per favorire questo fenomeno, dato che sono i principali players su ETF di ogni tipo, in un meccanismo che potrebbe ravvisare un conflitto di interessi con il ruolo di portfolio manager: con la mano destra dici di selezionare gli investimenti secondo certi criteri, mentre con la sinistra (che è grande quanto la destra) compri qualsiasi cosa.

Le politiche di tassi a zero per 14 anni delle banche centrali hanno favorito la canalizzazione di ingenti risorse finanziarie su mercati che non avevano più il ruolo di selezionare “il grano dalla paglia”. La strategia mirata ad eliminare mercati selettivi è finalizzata esclusivamente a cercare di sostenere ad oltranza un sistema in crisi ormai da tempo, e che dalla crisi non riesce comunque ad uscire. E quindi selezionare non deve essere più remunerativo, mentre chi non seleziona viene premiato rispetto a chi lo fa. Infatti, se dovessimo applicare una selezione degli investimenti in base a criteri basati sulle valutazioni e profittabilità del business, il 90% del mercato azionario americano sarebbe da vendere, trascinando al ribasso tutti i mercati azionari mondiali.

Recentemente Morgan Stanley e JP Morgan hanno pubblicato alcune note sul mercato azionario USA in relazione alla “qualità degli utili”. Queste analisi mettevano in guardia gli investitori sul fatto che numerose aziende americane evidenziano oggi cash flows in contrazione ma utili in rialzo. Questo fenomeno mostra un peggioramento della redditività, mascherato da artifici contabili. Queste pubblicazioni non fanno che confermare che la situazione reale è molto diversa da quella che appare in superficie, e il gap tra “narrazione ufficiale” e realtà continua ad ampliarsi. Anche il modo di focalizzare le notizie sul fatto che le società “battono le stime” fa perdere completamente il focus sull’andamento reale dei profitti. Tutti enfatizzano il fatto che la società “batte le stime”, ma non viene evidenziato dai media se i profitti salgono o scendono.

I mercati selettivi, dove gli investitori cercavano di allocare il capitale verso chi lo meritava e lo toglievano a chi non lo utilizzava in modo remunerativo, non avrebbero mai sostenuto un sistema come quello attuale. L’interesse delle autorità è dunque quello di fare in modo che il denaro continui a confluire in modo indiscriminato verso un sistema che non produce più ricchezza (se non in modo concentrato) e sostenga un modello nato 15 anni fa sul QE, che ora è sull’orlo dell’insolvenza. Il motivo per il quale il mercato non deve essere selettivo è dunque evidente, dato che, nel momento in cui dovesse fare la distinzione tra “il grano e la paglia”, la situazione inizierebbe a degenerare in tempi molto rapidi. Questa è la reale situazione nella quale ci troviamo attualmente e che cerchiamo in tutti i modi di nascondere.

Comunque sia, dato che in economia nulla è gratis e il conto da pagare arriva sempre, l’allocazione di ingenti risorse finanziarie verso attività in perdita o non remunerative, che per di più non possono fallire perché rischiano di innescare effetti sistemici, procurerà nel migliore scenario possibile la stagnazione di lungo periodo, dato che una crescente percentuale delle risorse finanziarie a disposizione devono servire a puntellare società insolventi che non producono reddito. In questo scenario la redditività del capitale, che ha beneficiato di ritorni fuori dalla media negli ultimi dieci anni grazie a fenomeni straordinari, è destinata a subire (purtroppo) un netto ridimensionamento. È inoltre inevitabile che il long landing, procurato da una crisi strisciante del colossale debito speculativo contratto nell’era del QE, prima o poi, si trasformerà in un hard landing (“how did you go bankrupt? Two ways. Gradually, then suddenly” – Ernest Hemingway, The Sun Also Rises).

I Climate Bond per la transizione energetica non sono investiti in maniera efficiente

Lo studio di Marcella Lucchetta della Università Ca’ Foscari Venezia evidenzia come i Climate Bond siano sottoutilizzati proprio nelle aree con un maggiore utilizzo pro capite di combustibili fossili.

I Climate Bond, strumenti finanziari a reddito fisso emessi per raccogliere finanziamenti per il cambiamento climatico, stanno realmente funzionando? Ci stanno effettivamente aiutando a raggiungere lo scopo di ridurre le emissioni? Se lo è chiesto uno studio condotto da Marcella Lucchetta, docente del Dipartimento di Economia dell’Università Ca’ Foscari Venezia pubblicato sulla rivista Journal of Environmental Management dal titolo “Climate bonds: Are they invested efficiently?”, che ha rivelato come non siano efficienti come ci si aspettava nel raggiungere lo scopo prefissato.

Il raggiungimento dell’obiettivo Net-Zero, definito dalle Nazioni Unite come la “riduzione delle emissioni di gas a effetto serra il più vicino possibile allo zero, con il riassorbimento delle emissioni rimanenti dall’atmosfera, dagli oceani e dalle foreste”, dipende fortemente dalla transizione verso metodi ecologici, rendendolo una priorità assoluta. La transizione richiede organizzazione globale e soprattutto ingenti investimenti. Per questo sono stati creati i green bond, ed in particolare i Climate Bond che sono obbligazioni la cui emissione è legata a progetti che hanno un impatto positivo sull’ambiente.

La ricerca condotta da Marcella Lucchetta (nella foto), utilizzando un rigoroso metodo statistico con dati Mondiali dal 2014 al 2022 divisi per aree geografiche e controllando per il reddito pro-capite, ha rilevato che ciascun continente dovrebbe investire almeno il 2% in più pro-capite ogni anno in Climate Bond, per raggiungere gli obiettivi climatici essenziali al raggiungimento del Net-Zero. In particolare i risultati mostrano che, a livello mondiale i Climate Bond sono sottoutilizzati nelle aree con un maggiore utilizzo pro-capite di combustibili fossili e i paesi ad alto reddito stanno gradualmente riducendo la loro dipendenza dai combustibili fossili, mentre i paesi a basso reddito ne hanno sempre utilizzato molto poco (ma con una previsione di crescita futura). 

L’allocazione delle risorse finanziarie sotto forma di Climate Bond per la transizione verde dovrebbe considerare l’uso pro capite di combustibili fossili, nonché l’eterogeneità della crescita demografica e il diverso sviluppo economico macro-regionale. I paesi in via di sviluppo, con le loro grandi popolazioni, avranno bisogno in futuro di maggiori risorse finanziarie per una transizione verde accettabile. I risultati e le conseguenze della ricerca sono importanti perchè dimostrano investimenti per la sostenibilità elevati nelle aree sviluppate dove vi è relativamente meno bisogno (es. paesi del nord Europa) e molto bassi, quasi insignificanti nei paesi emergenti ed in via di sviluppo che utilizzano maggior quantità di combustibili fossili.

In sintesi, se i regolatori, i policy maker, vogliono raggiungere la riduzione delle emissioni e l’obiettivo Net-Zero attraverso i Green e Climate Bond, devono sapere che ci collochiamo al di sotto del 2% rispetto alle previsioni.

C’è da rilevare che il 2% pro-capite è una media: ovvero i paesi emergenti dovrebbero avere una percentuale matematicamente più alta pro-capite che non sono in grado di investire. L’India ha più volte cercato di “ammorbidire” le richieste per il raggiungimento degli obiettivi ambientali: un paese con oltre 1,4 miliardi di abitanti che attualmente ha le maggiori emissioni di combustibili fossili. “Contiamo di proseguire questo filone di ricerca. Ora che i risultati mettono in evidenza la necessità di utilizzare meglio le risorse economiche – spiega Marcella Lucchetta – sarà importante studiare come coordinare la transizione verde nei paesi più poveri. I paesi in via di sviluppo, con le loro grandi popolazioni, avranno bisogno in futuro di maggiori risorse finanziarie per una transizione verde eticamente accettabile”.

Mercato casa, tagli piccoli e trilocali i più richiesti. Immobili di prestigio: la crescita dei prezzi rallenta

Il mercato immobiliare italiano è molto variegato  anche nelle grandi città, dove spesso convivono immobili “ordinari” e edifici di prestigio. Ecco una analisi Milano-Roma-Napoli.

Secondo le analisi di Tecnocasa, la domanda nelle grandi città a Luglio 2023 appare oggi concentrata prevalentemente sul trilocale, che raccoglie il 40,0% delle richieste. A seguire il bilocale con il 25,1% e il quattro locali con il 22,7%. Il medio-piccolo taglio, quindi, vede un aumento della concentrazione di richieste a conferma, in parte, del ritorno degli investitori che in genere scelgono questa tipologia. Si nota, al contrario, una diminuzione della concentrazione della domanda sui quattro locali (trend confermato ormai da tre semestri), come conseguenza dell’aumento dei prezzi che sta interessando le metropoli e dell’esaurirsi della spinta data dalla pandemia alla ricerca di abitazioni più ampie.  

Se il trilocale prevale a livello italiano è il bilocale la tipologia più ricercata a Milano (47,5%), unica tra le grandi città a fare eccezione per la presenza importante di investitori e single tra gli acquirenti, e per essere la città più costosa d’Italia, con un prezzo medio di 4.219 euro al mq per una tipologia usata e 5.036 euro al mq per il nuovo. Il quattro locali prevale a Genova (44,4%), città dove i prezzi sono decisamente più contenuti e si aggirano intorno a 1.114 euro al mq per la tipologia usata e 1.510 euro al mq per quelle di nuova costruzione. Nei capoluoghi di regione che non sono grandi città, la domanda conferma il trilocale come tipologia più ricercata, con il 52,6%, seguito dal quattro locali (21,5%) e infine dal bilocale che raccoglie il 21,3%.  In queste realtà si segnala un aumento della percentuale di richieste sui cinque locali (da 1,9% a 2,9%), grazie ai prezzi più bassi.

Relativamente al segmento degli immobili di prestigio, chi ha a disposizione un’elevata disponibilità di spesa continua a cercare questa tipologia soprattutto come soluzione migliorativa di quella esistente (c.d. upgrade abitativo), ma si vanno diradando gli investitori, che attualmente sono più cauti nelle operazioni. Si tratta di un segmento di mercato di nicchia, con bassa offerta anche se, negli ultimi anni, sono aumentati gli interventi di nuova costruzione di pregio: non solo nelle metropoli, dove si contano sempre più operazioni di recupero, ma anche nelle località turistiche, dove è in aumento la percentuale di stranieri che acquistano e che sono interessati anche a queste tipologie abitative di lusso.

Chi cerca una soluzione di pregio ambisce ad ampi spazi (metrature di almeno 180-200 mq), affacci panoramici, meglio se da attici o terrazzi. Aspetti sempre più imprescindibili, soprattutto sulle nuove costruzioni, oltre alla location e alla qualità dell’abitazione, sono la sicurezza garantita da dispositivi tecnologici all’avanguardia e la progettazione degli ambienti, attenta alle esigenze di comfort e ottimizzazione degli spazi. Nelle zone centrali sono apprezzati gli immobili d’epoca, ancora di più se con caratteristiche architettoniche particolari. La carenza di spazi nelle aree centrali e la bassa offerta stanno portando in alcune città, tra cui Roma e Milano, alla realizzazione di nuove costruzioni anche nelle zone più periferiche ed esterne, hinterland incluso.

A Milano il segmento di pregio tiene, anche se la crescita dei prezzi è più contenuta rispetto a quanto registrato nei semestri precedenti. Queste tipologie immobiliari sono ricercate in zona Moscova, dove si toccano valori di 17.000 euro al mq per il nuovo, di taglio grande (oltre 200 mq), possibilmente in edifici di nuova o recentissima costruzione con servizi di portineria h24, accesso diretto ai garage auto e locali comuni come la palestra. Permane comunque l’interesse per gli stabili d’epoca, preferibilmente con balconi abitabili, almeno tre camere da letto e due bagni, meglio se posizionati dal terzo piano in poi. Negli ultimi tempi, poi, è sempre più importante la presenza di box auto di grandi dimensioni e con possibilità di caricare l’auto elettrica. Nella prestigiosa piazza Mondadori e strade limitrofe si toccano punte di 10.000 euro al mq, mentre i valori più elevati, oltre 10.000 euro al mq, si toccano per le soluzioni d’epoca in via Mascheroni. Seguono corso Vercelli con 9.000 euro al mq, piazza Wagner e via Buonarroti con top prices di 8.000 euro al mq, City Life con 7.000 euro al mq, via Sanzio e via Colonna con abitazioni degli anni ’70 a 6.000 euro al mq.

A Roma i valori degli immobili di pregio sono rimasti sostanzialmente stabili (+ 0,1%). Chi cerca questi ultimi si orienta su tagli superiori a 200 mq, dotati di terrazzo e ascensore. Le famiglie prediligono Porta Pia e via Veneto, dove prevalgono gli acquisti dei residenti oppure di chi si sposta dai quartieri limitrofi e si segnalano soluzioni a 7.000 euro al mq. I prezzi scendono a 5.000 euro al mq in via XX Settembre, perché più vicina alla Stazione Termini. Qui si segnalano anche investitori che impiegano 500-600.000 euro per realizzare case vacanza. Chi è interessato al segmento di pregio si orienta su piazza Navona, Campo dei Fiori e Fontana di Trevi. Bene l’andamento delle case in piazza del Popolo, dove si toccano punte di 10.000 euro al mq. L’acquisto dell’abitazione principale interessa soprattutto la zona di Prati, compresa tra piazza Cavour e piazza Risorgimento. I prezzi lì arrivano a 6.500 euro al mq, con punte di 7.000 euro per le soluzioni che godono della vista sul Tevere. Prezzi simili anche intorno a Porta Pia dove ci sono soluzioni più signorili, soprattutto a ridosso di piazza Ungheria e piazza Verdi, vicino a Villa Borghese.

A Napoli, i valori immobiliari si sono stabilizzati nei quartieri di Manzoni, Caravaggio e Petrarca–Orazio, dopo i rialzi che si erano registrati nei mesi scorsi. Ci sono abitazioni con affacci panoramici sul Golfo di Napoli, per i quali la richiesta arriva da imprenditori e professionisti di Napoli e della provincia, alla ricerca di metrature generose, oltre i 200 mq, con spazi esterni, in contesti condominiali di prestigio e con portineria h24. Per chi si avvicina a queste case, tassativa è la vista panoramica sul Golfo, che fa lievitare i prezzi fino a 7.000-8.000 euro al mq.

Beneficiare dei dividendi con gli ETF, stabilizzando il portafoglio

Perché è possibile stabilizzare il portafoglio con gli ETF sui dividendi, e quali sono i fattori determinanti per selezionarli.

A cura di Simone Rosti*

Chi acquista azioni si concentra spesso sulle opportunità legate al prezzo. Tuttavia, spesso si dimentica che le azioni hanno anche un’altra componente di rendimento da offrire. Stiamo parlando del dividendo. Il dividendo è pagato agli azionisti come partecipazione agli utili dell’azienda, ma mentre i prezzi delle azioni possono fluttuare in base al sentiment e alle notizie di mercato, i dividendi sono relativamente affidabili e possono stabilizzare il portafoglio. Vi sono comunque alcuni fattori importanti da considerare nella scelta dei prodotti più adeguati.

Gli investitori possono beneficiare dei dividendi in due modi. In primo luogo, è stato dimostrato che la distribuzione di dividendi contribuisce alla performance dei titoli. In media, tra il 25 e il 35% del rendimento totale delle azioni nel lungo periodo deriva dai dividendi. L’altro punto è che le società hanno generalmente un certo interesse a distribuire dividendi in modo affidabile. È vero che i dividendi possono essere ridotti o annullati a causa di cali degli utili o perdite, ma l’esperienza passata ha dimostrato che i cali degli utili di solito non incidono integralmente sui dividendi. In questo modo, il dividendo contribuisce a rendere il portafoglio azionario più “resistente alle intemperie”: quando il sole splende sul mercato azionario, il dividendo fornisce un gradito ritorno aggiuntivo. Nei momenti di tempesta, con un andamento negativo dei prezzi, i dividendi contribuiscono a stabilizzare il portafoglio.

Cosa sono gli ETF sui dividendi? L’obiettivo di un ETF è generalmente quello di replicare il più fedelmente possibile un indice di riferimento sottostante. Si parla di ETF sui dividendi se l’indice è un portafoglio di cosiddetti titoli con dividendo. In pratica, si tratta soprattutto di titoli che hanno un dividend yield superiore alla media. Ad esempio, il FTSE All-World High Dividend Yield Index è un indice su dividendi globale e molto diversificato che, attraverso una riclassificazione periodica, include quei titoli dell’indice FTSE All-World che si prevede abbiano i dividend yield più elevati in base alle stime sui dividendi e non in base al loro storico dei pagamenti.

Il dividend yield misura l’entità delle distribuzioni annuali (attese) rispetto al prezzo corrente dell’azione. Un’azione con un dividend yield del 4%, ad esempio, offre all’investitore un ritorno di tutto rispetto anche in caso di prezzi statici. Un’azione con un dividend yield di appena l’1%, invece, dovrebbe salire di prezzo del 3% per ottenere lo stesso ritorno totale. Un’altra considerazione è che molte – anche se non tutte – le società con alti dividend yield hanno bilanci sani, sono ben dotate di capitale proprio e hanno un andamento relativamente stabile delle vendite e degli utili.

A cosa devono prestare attenzione gli investitori quando scelgono gli ETF sui dividendi. Innanzitutto, gli ETF sui dividendi orientati in modo eccessivo verso una nicchia di mercato e quindi concentrati su pochi titoli andrebbero valutati in modo critico. Questo perché un’eccessiva concentrazione contraddice l’idea di diversificazione. In linea di massima, più i rischi sono distribuiti tra regioni, paesi e settori, più un indice è “stabile”. Occorre inoltre fare attenzione che l’indice di riferimento su cui si basa l’ETF abbia un livello interessante in termini di dividend yield. Questo perché entrambi gli elementi, ossia diversificazione e dividend yield, come già detto contribuiscono in larga misura a rendere interessanti gli investimenti in dividendi, perchè consentono di ottenere un reddito aggiuntivo e, allo stesso tempo, di stabilizzare il portafoglio.

In tale contesto, gli ETF che replicano indici su dividendi ampiamente diversificati a livello globale possono essere una buona scelta. A titolo di esempio, va citato ancora una volta l’indice FTSE All-World High Dividend Yield. Attualmente include 1.826 titoli con dividendi provenienti da 49 Paesi e 20 settori. Nessun altro indice su dividendi presenta al momento una diversificazione più ampia tra mercati industrializzati ed emergenti. L’indice FTSE All-World High Dividend Yield presenta inoltre un andamento positivo in termini di dividend yield, che oggi è superiore al 4%. In termini comparativi, il dividend yield del mercato azionario globale (senza focus sui dividendi) è pari al 2,1%, solo la metà.

La qualità e i costi sono importanti. Ci sono altri criteri importanti da considerare nella scelta di un prodotto, come la competenza e l’esperienza del provider di ETF. La qualità di un ETF si misura altresì in base alla capacità di replicare un indice nel lungo periodo. Se questo obiettivo è raggiunto in maniera non adeguata, possono verificarsi deviazioni indesiderate tra l’andamento dell’indice e quello dell’ETF. La cosiddetta tracking difference fornisce informazioni sull’entità di tali scostamenti. I costi dell’ETF sono un altro importante criterio di selezione. Le informazioni al riguardo sono fornite dal total expense ratio – o TER. Per gli ETF su dividendi, il TER è solitamente compreso tra lo 0,25 e lo 0,5% all’anno.

Gli ETF sui dividendi possono essere utilizzati per perseguire diversi obiettivi di investimento. Sono adatti sia per essere integrati tatticamente nel portafoglio sia per investimenti di lungo termine come i piani di risparmio. L’obiettivo può anche essere quello di generare un rendimento aggiuntivo regolare. In questo caso, l’ETF dovrebbe essere disponibile anche nella versione a distribuzione. Ciò significa che i dividendi e gli altri rendimenti generati sono regolarmente versati all’investitore e non reinvestiti come nel caso dei cosiddetti ETF ad accumulazione.

* Nella foto Simone Rosti, responsabile per l’Italia e Sud Europa di Vanguard