Perché è possibile stabilizzare il portafoglio con gli ETF sui dividendi, e quali sono i fattori determinanti per selezionarli.
A cura di Simone Rosti*
Chi acquista azioni si concentra spesso sulle opportunità legate al prezzo. Tuttavia, spesso si dimentica che le azioni hanno anche un’altra componente di rendimento da offrire. Stiamo parlando del dividendo. Il dividendo è pagato agli azionisti come partecipazione agli utili dell’azienda, ma mentre i prezzi delle azioni possono fluttuare in base al sentiment e alle notizie di mercato, i dividendi sono relativamente affidabili e possono stabilizzare il portafoglio. Vi sono comunque alcuni fattori importanti da considerare nella scelta dei prodotti più adeguati.
Gli investitori possono beneficiare dei dividendi in due modi. In primo luogo, è stato dimostrato che la distribuzione di dividendi contribuisce alla performance dei titoli. In media, tra il 25 e il 35% del rendimento totale delle azioni nel lungo periodo deriva dai dividendi. L’altro punto è che le società hanno generalmente un certo interesse a distribuire dividendi in modo affidabile. È vero che i dividendi possono essere ridotti o annullati a causa di cali degli utili o perdite, ma l’esperienza passata ha dimostrato che i cali degli utili di solito non incidono integralmente sui dividendi. In questo modo, il dividendo contribuisce a rendere il portafoglio azionario più “resistente alle intemperie”: quando il sole splende sul mercato azionario, il dividendo fornisce un gradito ritorno aggiuntivo. Nei momenti di tempesta, con un andamento negativo dei prezzi, i dividendi contribuiscono a stabilizzare il portafoglio.
Cosa sono gli ETF sui dividendi? L’obiettivo di un ETF è generalmente quello di replicare il più fedelmente possibile un indice di riferimento sottostante. Si parla di ETF sui dividendi se l’indice è un portafoglio di cosiddetti titoli con dividendo. In pratica, si tratta soprattutto di titoli che hanno un dividend yield superiore alla media. Ad esempio, il FTSE All-World High Dividend Yield Index è un indice su dividendi globale e molto diversificato che, attraverso una riclassificazione periodica, include quei titoli dell’indice FTSE All-World che si prevede abbiano i dividend yield più elevati in base alle stime sui dividendi e non in base al loro storico dei pagamenti.
Il dividend yield misura l’entità delle distribuzioni annuali (attese) rispetto al prezzo corrente dell’azione. Un’azione con un dividend yield del 4%, ad esempio, offre all’investitore un ritorno di tutto rispetto anche in caso di prezzi statici. Un’azione con un dividend yield di appena l’1%, invece, dovrebbe salire di prezzo del 3% per ottenere lo stesso ritorno totale. Un’altra considerazione è che molte – anche se non tutte – le società con alti dividend yield hanno bilanci sani, sono ben dotate di capitale proprio e hanno un andamento relativamente stabile delle vendite e degli utili.
A cosa devono prestare attenzione gli investitori quando scelgono gli ETF sui dividendi. Innanzitutto, gli ETF sui dividendi orientati in modo eccessivo verso una nicchia di mercato e quindi concentrati su pochi titoli andrebbero valutati in modo critico. Questo perché un’eccessiva concentrazione contraddice l’idea di diversificazione. In linea di massima, più i rischi sono distribuiti tra regioni, paesi e settori, più un indice è “stabile”. Occorre inoltre fare attenzione che l’indice di riferimento su cui si basa l’ETF abbia un livello interessante in termini di dividend yield. Questo perché entrambi gli elementi, ossia diversificazione e dividend yield, come già detto contribuiscono in larga misura a rendere interessanti gli investimenti in dividendi, perchè consentono di ottenere un reddito aggiuntivo e, allo stesso tempo, di stabilizzare il portafoglio.
In tale contesto, gli ETF che replicano indici su dividendi ampiamente diversificati a livello globale possono essere una buona scelta. A titolo di esempio, va citato ancora una volta l’indice FTSE All-World High Dividend Yield. Attualmente include 1.826 titoli con dividendi provenienti da 49 Paesi e 20 settori. Nessun altro indice su dividendi presenta al momento una diversificazione più ampia tra mercati industrializzati ed emergenti. L’indice FTSE All-World High Dividend Yield presenta inoltre un andamento positivo in termini di dividend yield, che oggi è superiore al 4%. In termini comparativi, il dividend yield del mercato azionario globale (senza focus sui dividendi) è pari al 2,1%, solo la metà.
La qualità e i costi sono importanti. Ci sono altri criteri importanti da considerare nella scelta di un prodotto, come la competenza e l’esperienza del provider di ETF. La qualità di un ETF si misura altresì in base alla capacità di replicare un indice nel lungo periodo. Se questo obiettivo è raggiunto in maniera non adeguata, possono verificarsi deviazioni indesiderate tra l’andamento dell’indice e quello dell’ETF. La cosiddetta tracking difference fornisce informazioni sull’entità di tali scostamenti. I costi dell’ETF sono un altro importante criterio di selezione. Le informazioni al riguardo sono fornite dal total expense ratio – o TER. Per gli ETF su dividendi, il TER è solitamente compreso tra lo 0,25 e lo 0,5% all’anno.

Gli ETF sui dividendi possono essere utilizzati per perseguire diversi obiettivi di investimento. Sono adatti sia per essere integrati tatticamente nel portafoglio sia per investimenti di lungo termine come i piani di risparmio. L’obiettivo può anche essere quello di generare un rendimento aggiuntivo regolare. In questo caso, l’ETF dovrebbe essere disponibile anche nella versione a distribuzione. Ciò significa che i dividendi e gli altri rendimenti generati sono regolarmente versati all’investitore e non reinvestiti come nel caso dei cosiddetti ETF ad accumulazione.
* Nella foto Simone Rosti, responsabile per l’Italia e Sud Europa di Vanguard



Tale confusione tra Ramo I e Ramo III, pertanto, è oggi sotto accusa, e rivela come la ricerca spasmodica di notizie e contatti online porta sempre più spesso i giornalisti (e le redazioni) a non approfondire gli argomenti da trattare, rimanendo colpevolmente in superficie. Sulla vicenda è intervenuta Federpromm con una sua nota, con la quale Manlio Marucci ha esortato la stampa a fare un minimo di chiarezza interpretativa, senza provocare un effetto alone negativo che rischia di incrinare strutturalmente il rapporto fiduciario dei clienti con la nuova compagnia Cronos Vita.
Una interpretazione corretta delle situazione contabile sulle perdite registrate dal Commissario straordinario Panizza infatti è stata data dal
sostanza – come si legge nel sito di Borsa italiana – “il bilancio 2022 della compagnia è stato redatto in assenza del presupposto della continuità aziendale e dunque tutte le minusvalenze, accumulate sul comparto obbligazionario (principalmente su titoli di Stato italiani ed europei), sono state portate a conto economico”. Ed ancora: “In ogni caso, a fronte del processo di salvataggio in atto della società e dei principi utilizzati per il computo delle minusvalenze, i numeri del bilancio 2022 non devono destare preoccupazioni tra la platea dei risparmiatori che hanno sottoscritto polizze Eurovita, i cui riscatti sono comunque sospesi fino a fine ottobre”.
“Su Eurovita-Cronos – aggiunge Marucci (nella foto) – l’incontro previsto per il prossimo 26 settembre in IVASS con le varie rappresentanze delle associazioni dei consumatori è un buon segnale che manifesta un valido impegno da parte dell’autority del settore di voler accelerare le procedure tecnico-giuridiche affinché i titolari delle polizze possano capire, prima della scadenza del 31 ottobre prossimo, a quale delle compagnia all’interno della società Cronos siano assegnate le loro polizze, ma anche come avanzare sul piano formale le eventuali richieste di liquidazione o mantenimento del proprio investimento”. “In ultima analisi- conclude la nota di Federpromm – è necessario che le compagnie, le banche e gli organi di controllo definiscano senza più indugiare l’assetto del nuovo veicolo Cronos e il trasferimento delle polizze Eurovita a “prezzo di mercato”, provvedendo così a ridare fiducia a tutto il settore assicurativo ed in particolare ai 353.000 clienti di Eurovita, oggi fortemente condizionati dalla vicenda, che domani potrebbero trovarsi ad essere sottoscrittori di polizze con Intesa Vita, Generali, Unipol, PosteVita o Allianz”. 
Sicuramente – afferma Manlio Marucci (nella foto) – l’incontro previsto per il prossimo 26 settembre presso IVASS con le varie rappresentanze delle associazioni dei consumatori è un buon segnale, che manifesta un valido impegno da parte dell’Autority del settore di voler accelerare le procedure tecnico giuridiche affinché i titolari delle polizze, prima della scadenza del 31 ottobre prossimo, possano capire a quali delle compagnie all’interno della società Cronos siano assegnate le proprie polizze, ed anche come avanzare sul piano formale le eventuali richieste di liquidazione o mantenimento del proprio investimento.
Da parte nostra – conclude la nota di Federpromm – attraverso i nostri legali abbiamo già avanzato una richiesta di incontro al nuovo board di Cronos Vita, al fine di avere precise risposte sui vari quesiti che interessano direttamente il quadro delle problematiche presenti nell’assegnazione delle polizze della compagine già di Eurovita alle varie realtà assicurative rappresentate in Cronos, ed anche per capire quali responsabilità dirette dovessero ricadere sui precedenti collocatori e, infine, se la nuova Compagnia ha intenzione di caricare sulle attuali reti distributive compiti che potrebbero contrastare con gli obblighi di comportamento o generare conflitti di interessi. 
Queste lobbies, peraltro, sono molto attive in tutta Europa e anche fuori dal continente. Infatti, da Amsterdam a San Francisco, da Barcellona a Parigi, sono sempre di più le metropoli che hanno messo un limite agli affitti turistici e alle piattaforme più conosciute, come Airbnb o Booking. Dallo scorso 5 settembre, per esempio, a New York è scattata una legge in base alla quale potranno essere dati in affitto breve solo gli appartamenti dove i proprietari (o gli affittuari che possono sub-affittare) risiedono in prima persona e sono effettivamente presenti. Si tratta di una limitazione che escluderà di fatto dal mercato migliaia di case di proprietà di famiglie o imprese professionali, al fine di permettere un rientro di quegli immobili sul mercato degli affitti residenziali, aumentare l’offerta e far abbassare i prezzi: a luglio scorso il prezzo mediano di un affitto da 50 mq a Manhattan è arrivato a 4.400 dollari al mese, a Brooklyn 4.000 e al Queens 3.600.
Tutto questo, evidentemente, dovrebbe scoraggiare del tutto le ipotesi di limitazione delle attività di Bed & Breakfast, dal momento che il mercato specifico dà lavoro in Italia a più di un milione di persone, tra gestione diretta e indotto, e realizza un fatturato annuo superiore a dieci miliardi, con un gettito fiscale diretto superiore a due miliardi. Eppure, le lobbies operanti in Parlamento sono riuscite a far passare il messaggio secondo cui, a causa del boom degli appartamenti adibiti a B&B, l’offerta di immobili in locazione si sarebbe ristretta fino al punto di generare un (inesistente) fenomeno del “caro-affitti”. Invece, gli aumenti dei canoni sono tutto sommato contenuti, in misura inferiore al 10% nel periodo di maggiore inflazione (2022-2023 I semestre), e sono stati determinati quasi interamente dall’aumento dell’indice dei prezzi al consumo, che il mercato degli affitti brevi subisce, e non contribuisce certo ad aumentare.

Il lancio del nuovo iPhone 15 è avvenuto in un momento in cui l’economia globale è in bilico, rifuggendo dalla recessione, nell’era delle tese relazioni Washington-Pechino. Pertanto, ci si chiede se la diffusione del nuovo modello si rivelerà un altro successo commerciale per l’azienda, oppure se questa assenza di soluzioni innovative è un segnale che si tradurrà a Wall Street in un punto di flesso. Dopotutto, se qualcosa non può durare per sempre, prima o poi deve finire, pertanto mai come adesso, per Apple, è stata in vista una vera turbolenza dopo un decennio e mezzo di crescita ininterrotta. Infatti, fino ad oggi Apple ha combinato le misure di un’azienda in crescita in quanto a vendite e profitti ma anche in costante attenzione alla qualità del prodotto e ai vantaggi competitivi; se viene a mancare anche uno solo dei questi fattori, il “credito” di mercato potrebbe diminuire sensibilmente, e con esso il prezzo delle azioni.
Il valore fondamentale del marchio Apple nel mondo degli investitori, oggi, è sottolineato oltre ogni altro elemento di valutazione dal fatto che le sue azioni costituiscono più della metà del portafoglio del veicolo di investimento di Berkshire Hathaway (Warren Buffett). Una costante espansione della quota di mercato, con l’acquisizione di clienti fedeli lungo il percorso, ha reso Apple un business in crescita, anche in periodi di elevata inflazione. Gestione sapiente, programmi di riacquisto di azioni proprie e moltiplicatori in aumento, poi, hanno generato ottimi risultati, insieme alla produzione “a buon mercato” in Asia, che ha sostenuto i suoi margini netti. Il software iOS, infine, è diventato per molti il punto di riferimento in termini di intuitività e qualità, ed il mercato si è fermamente convinto che questa crescita continuerà per molto tempo, forse anche per sempre. Ma è davvero così ovvio?
Naturalmente no, e non sono in pochi ad ipotizzare l’esistenza di una “bolla Apple”, pronta ad esplodere qualora i progressi nel campo della innovazione tecnologica dovessero rallentare, come abbiamo visto in occasione del lancio dell’iPhone 15, o addirittura fermarsi per fisiologica carenza di innovazione nei metodi di produzione e/o nei vantaggi competitivi per gli utenti. Inoltre, fino ad oggi i concorrenti come Samsung sono stati sottovalutati, e continuare su questa scorta a fissare un livello di prezzo delle azioni sempre più alto crea il potenziale per una delusione. Come in una corsa ad ostacoli, in cui l’atleta supera un ostacolo dopo l’altro ma ad ogni ostacolo successivo perde un po’ di forza, Apple sembra perdere la sua forza propulsiva, e l’atterraggio potrebbe essere tutt’altro che morbido.
La soluzione innovativa dei fondatori di MintWatch sfrutta la tecnologia blockchain e si concretizza nella Security Token Offering (STO), che consente così agli stakeholders sia di investire nell’attività commerciale dell’azienda e nella sua crescita, sia di partecipare ai ricavi della gestione del sottostante. “Consideriamo ogni investitore come un partner che condivide la nostra vision e crede nella nostra proposizione di valore”, affermano gli amministratori dell’azienda. “Con MintWatch, intendiamo creare un ponte tra il mondo reale e quello digitale degli investimenti in orologi di lusso”.
La STO di MintWatch è ipotizzata per il prossimo autunno e sarà ospitata su Blockinvest, piattaforma istituzionale rinomata per la sua competenza e autorevolezza nella tokenizzazione e nell’emissione di asset digitali. “MintWatch rappresenta l’incarnazione dell’innovazione finanziaria. Il nostro approccio è rigoroso e basato sui dati, impiega intelligenza artificiale e modelli statistici per comprendere e anticipare i macro-trend e guidare le strategie di acquisto e di costruzione del portafoglio“, ha dichiarato Matteo Melegari, CEO e fondatore di MintWatch. “Ci finanziamo attraverso STO (Security Token Offering) per acquistare orologi, costituire portafogli, fare trading e distribuire ricavi agli investitori. Il nostro modello ibrido trading-value è più performante e sostenibile di un modello statico on-hold, tipico invece dei fondi a gestione passiva, che acquistano passivamente asset per tenerli “fermi”. Inoltre, il modello ibrido consente di beneficiare di una decorrelazione dal mercato di riferimento.
L’attività di trading effettuata grazie al capitale investito è finalizzata a generare consistenti flussi di cassa che soddisfano il fabbisogno finanziario della società e che, attraverso il loro reinvestimento, fanno crescere le masse in gestione. In questo modo si assimila un’attività reale ad un’attività finanziaria che eroga dividendi e li ricapitalizza. La componente value punta invece a cogliere la fisiologica tendenza ad apprezzarsi, nel medio periodo, di referenze rare e prestigiose. “Strategicamente, per massimizzare i profitti per la società e gli investitori è quindi fondamentale far ruotare il capitale a disposizione più volte nel corso dell’anno. Ci aspettiamo di intercettare l’interesse di investitori desiderosi di diversificare i propri portafogli con strumenti finanziari solidi e alternativi, di partecipare ai profitti derivanti dal trading attivo di orologi e dell’apprezzamento di modelli rari e prestigiosi nel medio-lungo termine”, aggiunge Matteo Melegari. 
Le regole per mettere su una iniziativa del genere sono più o meno note, un po’ meno i dettagli amministrativi. Innanzitutto, il proprietario dell’immobile destinato a B&B deve avere al suo interno (o nelle immediate vicinanze) la sua residenza o il domicilio durante il periodo di apertura dell’attività, e questa è una delle prime caratteristiche che differenzia un B&B da un attività ricettiva di tipo imprenditoriale. Il bed and breakfast, infatti, è una struttura considerata “extralberghiera”, e può comprendere al massimo l’alloggio e la prima colazione. Qualunque altro servizio relativo ai pasti non è compreso, sebbene le strutture a conduzione familiare più ampie, sempre più frequentemente, assicurano agli ospiti anche pasti non regolari fatti arrivare da fornitori esterni.
In generale, il numero di camere di un B&B non deve superare una certa soglia (fino a 6, a seconda della località), con alcune regioni che stabiliscono limiti di stanze e posti letto anche in base alla forma imprenditoriale o non imprenditoriale. Relativamente ai giorni di permanenza, gli ospiti di un B&B non possono soggiornare più di un certo periodo, cosa che non accade per le attività ricettive imprenditoriali. La disciplina di settore è rappresentata dalla legge quadro n° 135 del 29 marzo 2001, che delega alle regioni il numero di posti letto (che va da 6 a 20), il numero di camere (da 3 a 6), e i giorni massimi di permanenza degli ospiti.
L’investimento iniziale per aprire un B&B è di solito l’argomento che segna il confine tra il “fare” e il “non fare”. Infatti, la clientela che si rivolge a queste strutture predilige camere ampie, dotate di tutti i comfort (servizio con box doccia, TV, WiFi, frigobar) e con arredamento moderno – niente armadio e cassettiera della bis-bis-nonna, per intenderci – per cui i costi di ristrutturazione possono oscillare dai 30.000 ai 50.000 euro. A questi vanno aggiunti i costi necessari per le pratiche burocratiche e le consulenze tecniche, nonché i costi previsti per le attività di promozione del B&B. Dal punto di vista fiscale, i redditi derivanti dai contratti di locazione breve (art. 3 del decreto legislativo 14 marzo 2011, n. 23) sono gravati da imposta cedolare secca, con aliquota del 21%, e se l’attività è occasionale il ricavato concorre a tassazione fra i redditi diversi (art. 67, c. 1, lett. i) del Tuir). L’attività stabile di B&B, invece, configura l’esercizio di una attività imprenditoriale a tutti gli effetti, con obbligo di apertura della partita IVA.
I proprietari – o i gestori , figura molto diffusa soprattutto con chi ha investito in numerose unità immobiliari – che svolgono attività senza partita IVA e che utilizzano le piattaforme di intermediazione e di prenotazione online, subiscono la trattenuta del 21% se il pagamento pattuito viene incassato direttamente dal portale (Booking, Air B&B, Trivago etc). In questo caso, il proprietario/gestore riceve il compenso al netto di commissioni dovute alla piattaforma e di imposte; quest’ultime vengono versate all’Erario dalla stessa piattaforma entro il giorno 16 del mese successivo a quello in cui è effettuata la ritenuta. In alternativa alla cedolare secca, si può optare per il regime fiscale ordinario, e i ricavi generati dall’affitto breve, al netto dei costi documentati, graveranno sull’imponibile IRPEF. Tuttavia, dal momento che lo scaglione IRPEF più basso è del 23%, la cedolare secca del 21% risulterebbe già più conveniente della sommatoria di IRPEF e addizionali regionali e comunali (che al minimo scaglione IRPEF è già pari a circa il 25%); di conseguenza, più cresce lo scaglione IRPEF più la cedolare secca diventa conveniente (vedi tabella).
Relativamente al reddito prospettico, questo è strettamente collegato all’investimento iniziale. Infatti, per calcolare il rendimento annuale dell’investimento è bene ricomprendere tutti i costi eventualmente nella ristrutturazione dell’immobile, oltre all’eventuale prezzo pagato per acquistarlo. In ogni caso, anche se l’abitazione è già di proprietà della famiglia – come accade nel 70-80% dei casi – il metodo di calcolo più corretto prevede necessariamente la sommatoria tra valore dell’immobile alla data antecedente alla ristrutturazione più i costi sostenuti. Per i “puristi” del rendimento, la base di calcolo dovrebbe essere il valore dell’immobile alla data di completamento dei lavori, lievitato per via delle migliorie e delle nuove rifiniture, ma è naturale che coloro che già possiedono l’immobile da tanti anni tenderanno a non aggiungere la stima del suo valore al calcolo del rendimento, e la cosa è perfettamente comprensibile finchè si rimane proprietari. In caso di vendita della struttura, però, il metodo di calcolo sarà ineluttabilmente quello descritto (puristi o meno).
Dal punto di vista amministrativo, per aprire un B&B familiare è necessario procedere alla c.d. SCIA (segnalazione certificata di inizio attività), allegando una documentazione di rito, accessibile a tutte le famiglie (planimetria dell’abitazione, visura catastale, contratto di proprietà etc), e la ricevuta di pagamento della spese di segreteria e delle imposte. Inoltre, entro l’1 Ottobre di ogni anno si dovrà comunicare all’Ufficio Provinciale i prezzi minimi e massimi applicati, nonchè il periodo di apertura dal 1° gennaio dell’anno successivo (dal 1° Dicembre per le zone montane). Una volta presentata la documentazione, il B&B può immediatamente iniziare a funzionare.
Ancora, i cibi e le bevande devono essere preconfezionate e senza possibilità di alterazione o manipolazione, i prezzi esposti all’interno del B&B e comunicati all’ufficio competente della Regione, le generalità dei clienti registrate e comunicate alla Questura. Infine, la detenzione di televisori all’interno di una struttura ricettiva obbliga il titolare al pagamento di un canone speciale e agevolato, calcolato in base al numero dei televisori posseduti. In definitiva, in alcune regioni, città e località italiane i flussi turistici assicurano un livello di occupazione dei B&B di buona qualità vicino ai 150 giorni/anno, equivalenti a circa 21 settimane per ogni anno. L’aumento dei prezzi delle materie prime occorso negli ultimi due anni, a causa dell’inflazione elevata, ha aumentato il costo delle ristrutturazioni di circa il 35%, ma il reddito prospettico è mediamente molto elevato, e offre adeguata copertura finanziaria all’attuale livello dei prezzi delle materie prime che, ormai, sono “acquisiti” dal mercato e difficilmente suscettibili di scendere in futuro. In ogni caso, il settore degli affitti brevi/brevissimi, per sua stessa natura, elimina il c.d. rischio-inquilino, elevatissimo nel settore degli affitti medio-lunghi, dove in alcune regioni d’Italia si arriva anche al 50% di inquilini morosi. 

Nonostante i molti segnali di recessione, gli asset rischiosi sembrano pensarla diversamente. Guardando alle previsioni di consenso sugli utili, le aspettative, pur essendo in calo del 2-5%, non sono compatibili con una tipica recessione, che vorrebbe un calo di almeno il 10-30%. In un ciclo tradizionale, di solito i mercati azionari toccano un minimo solo dopo gli utili societari. Le aziende stanno suggerendo di essere in grado di proteggere i margini nonostante il probabile rallentamento dell’economia. Tuttavia, credo che le imprese non sappiano che aspetto assumerà la crescita e, in prospettiva, ritengo che gli utili non abbiano ancora toccato il fondo.
Questo ciclo sarà diverso da quello che lo ha preceduto, e creerà un contesto in cui la gestione attiva farà la differenza. Decenni di tassi d’interesse in calo hanno sospinto utili e profitti. La quota del lavoro sul prodotto interno lordo (PIL) è diminuita e gli investimenti sono crollati. Questi fattori hanno contribuito ad accrescere i margini, che restano vicini ai massimi storici. Lo scenario degli ultimi 10-12 anni si è invertito. L’inflazione sarà più elevata e le banche centrali non saranno in grado di abbassare i tassi rapidamente. Forti degli insegnamenti tratti dalla pandemia, le aziende stanno rimpatriando le catene di fornitura, e ciò creerà costi aggiuntivi.
Dopo la crisi finanziaria globale, la spesa per investimenti è stata dirottata su dividendi, riacquisti azionari e asset intangibili. Oggi in molte aziende l’intensità di capitale proprio è già aumentata per via degli investimenti in impianti e attrezzature, ed anche per ridurre il livello di carbonio bisogna mettere a frutto più capitale. L’aspetto positivo della spesa per investimenti è che crea un potenziale di crescita nel tempo, e su questa crescita è possibile generare un rendimento. I costi del lavoro sono in aumento, in quanto le aziende mantengono e assumono dipendenti. Gli investimenti nella diversità e nell’uguaglianza della forza lavoro, nonostante i buoni propositi, potrebbero penalizzare i margini. Per tutti questi motivi, la situazione sul fronte dei costi aziendali muterà radicalmente e i picchi dei multipli e dei margini sono ormai acqua passata. Anche in questo caso, si tratta di un contesto in cui la gestione attiva può fare la differenza, in quanto riesce a individuare le aziende con un solido posizionamento competitivo, pricing power e cash flow in grado di fornire una parziale protezione degli utili.
Veniamo da un contesto in cui le banche centrali hanno azzerato i tassi e soppresso la volatilità. Ogni volta che succedeva qualcosa di brutto, la Fed interveniva e forniva liquidità. Quei tempi sono finiti: oggi si prospetta una volatilità più elevata, che darà luogo a una significativa dispersione e a grandi opportunità per i gestori attivi. Credo che l’era del Beta a buon mercato nella gestione passiva sia ormai alle nostre spalle. La differenziazione conta, e avere un vantaggio in termini di orizzonte temporale fa la differenza. Oggi abbiamo un sovraccarico di informazioni, ma siamo affamati di conoscenza. La capacità di escludere il “rumore di fondo” di breve termine e di individuare le leve del valore a lungo termine è un chiaro vantaggio nelle attuali condizioni di mercato, che sta tornando a valutare le aziende sulla base dei cash flow.
In generale, siamo un po’ scettici sul fatto che l’inflazione possa tornare agli obiettivi dichiarati della banca centrale (2.0%) in assenza di un rallentamento più significativo. Ciò significa semplicemente che, in assenza di dati più deboli, ci si può aspettare che i tassi salgano più a lungo, e che questo abbia un effetto negativo. Per quanto sopra, nel breve termine non sembra che questo punto di inflessione sia stato raggiunto, e che nelle prossime settimane il recente ottimismo potrebbe svanire a causa di eventi che, al momento, non è possibile prevedere.
Del resto, dopo l’aumento dei tassi di 25 punti base da parte del FOMC, la Fed non ha modificato troppo il proprio linguaggio, limitandosi a sottolineare che il rafforzamento dei mercati del credito, l’aumento delle azioni e l’indebolimento del dollaro stiano contribuendo ad allentare le condizioni finanziarie degli Stati Uniti. Al contrario, nell’Eurozona i commenti di Knot della BCE hanno messo in dubbio la necessità di un rialzo dei tassi a settembre, portando a una riduzione delle aspettative sui tassi massimi, dopo il recente aumento del tasso di deposito al 3,75%. Tuttavia, la sensazione è che i tassi sembrino vicini al picco nella zona, dato che i dati sull’inflazione iniziano a migliorare. Inoltre, l’impulso dei passati pacchetti di spesa fiscale per le infrastrutture può sostenere la produzione economica durante l’estate, ma i consumi sottostanti non sono così forti come negli Stati Uniti.
Dall’altra parte della Manica, i policymaker britannici hanno accolto con sollievo un rapporto CPI più morbido, che ha attenuato i timori che l’inflazione del Regno Unito sia ancora fuori controllo, anche se il contesto migliora altrove. L’aumento mensile dello 0,1% ha portato il CPI al di sotto dell’8%, mentre i prezzi core sono scesi al 6,9%. L’inflazione britannica rimane elevata rispetto alle altre economie sviluppate, ma con la BoE preoccupata per i ritardi della politica monetaria e per il potenziale danno al mercato immobiliare britannico e all’economia in generale, i timori per un rialzo di 50 punti si sono rivelati infondati, ma ci si attendono altri due rialzi nei prossimi appuntamenti della banca centrale inglese. Infatti, i mercati scontano ancora tassi di liquidità britannici vicini al 6% entro la fine dell’anno, ed il rialzo di 25 bps preannuncerebbe questo scenario.
La Bank oj Japan (BOJ) ha sorpreso i mercati con un’operazione di acquisto di bond per 300 mld di yen, non programmata, con l’obiettivo di contenere i tassi dopo l’annuncio di voler adottare una maggiore flessibilità e consentire così un aumento dei rendimenti fino all’1%. La banca centrale giapponese, in questo modo, ha inteso mantenere una politica monetaria accomodante al fine di portare l’inflazione a un livello sostenibile. Lo stesso vicegovernatore della Bank of Japan, Shinichi Uchida, ha dichiarato di non prevedere una uscita dalla politica di allentamento monetario, nonostante la decisione di operare un controllo più flessibile della curva dei rendimenti, poiché ancora non si ritiene sostenibile l’obiettivo di un livello di inflazione al 2%.
I mercati emergenti hanno continuato a registrare un andamento nel complesso positivo, sebbene i dati sulla crescita in Cina abbiano continuato a deludere, innescando un ulteriore allentamento delle politiche. Tuttavia, riteniamo che i consumi interni rimarranno probabilmente contenuti, ma continuiamo a essere relativamente ottimisti sulle prospettive economiche cinesi sia a breve che a medio termine.
Per quanto riguarda i titoli azionari, abbiamo osservato che gli investitori hanno chiuso ampiamente le operazioni ribassiste, non avendo più pazienza di aspettare che rendano. Di conseguenza, gli indicatori di rischio hanno continuato a muoversi più esplicitamente nel territorio dell'”avidità”. Storicamente parlando, a volte abbiamo visto i mercati girare al ribasso solo dopo che l’ultimo dei ribassisti profondamente convinti è stato spinto a capitolare. Si può discutere se ciò si ripeterà, ma per il momento l’azione dei prezzi sembra essere quella di un mercato felice di superare il “muro della preoccupazione”, anche se l’ampiezza del mercato è stata molto limitata nel movimento verso l’alto.
Guardando al futuro, continuiamo a vedere molta volatilità macro davanti a noi, dati gli elevati livelli di incertezza sugli esiti futuri. Nutriamo alcune perplessità circa la possibilità di ulteriori rialzi per il mercato azionario nella seconda metà dell’anno. Con le Borse che hanno raggiunto nuovi massimi storici, la stagione delle trimestrali un po’ in chiaroscuro e i dati macroeconomici più deboli, si ritiene che gli indici azionari rimarranno vicini ai livelli attuali fino a buona parte del 2024, e in uno scenario di sostanziale stallo nell’arco dei prossimi sei mesi. C’è da dire che, da gennaio ad oggi, l’indice S&P 500 è cresciuto di circa il 18%, ma in molti non hanno beneficiato di questo rally. Pertanto, entrare adesso nel mercato azionario, per chi non vi è già dentro, potrebbe non essere la mossa più corretta.
In tale quadro di incertezza, ancora in fase di perfezionamento, Federpromm ha ritenuto di avanzare alcune osservazioni critiche – proprio a difesa dei molteplici clienti che si sono rivolti per le loro tutele all’Organizzazione – che riguardano nello specifico:
– i criteri di selezione e le priorità nel nuovo organigramma aziendale della newco Cronos nell’assegnare ai vari player, compagnie big del mercato (Allianz, Generali, Intesa Sanpaolo Vita, Poste Vita, Unipol) la gestione dei portafogli di Eurovita;
– come saranno affrontate – nel rispetto della trasparenza informativa al cliente e al mercato – le questioni relative alle commissioni di retrocessione per chi ha maturato contrattualmente i diritti derivanti dalle condizioni contrattuali sottoscritte;








