Giugno 16, 2026
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INVESTITORI

Ethenea: cinque titoli azionari per tutte le stagioni

Ci sono titoli azionari capaci di difendere il capitale e di crescere sia nelle fasi di crisi sia in quelle di ripresa e crescita dell’inflazione. Ecco cinque esempi, da Bunzl a Vontier, alla danese Coloplast fino a Paylocity e TJX.
 
“Anche all’interno di una strategia di gestione che tenta di interpretare le macro dinamiche del mercato, è necessario saper individuare quei titoli che meglio si prestano a sostenere il rendimento del proprio portafoglio nel tempo. Al di là dei grandi marchi, ci sono numerose aziende di nicchia capaci di offrire questo tipo di ritorni: ne abbiamo selezionate cinque su diversi listini, che, a nostro parere, presentano caratteristiche molto interessanti: sono Bunzl, Vontier, Coloplast, Paylocity e TJX“, spiega Christian Schmitt, senior portfolio manager di Ethenea Independent Investors.
 
Bunzl, quotata a Londra, con una capitalizzazione di mercato di circa 12 miliardi di euro, si colloca nella seconda fascia delle azioni europee in termini di dimensioni. Tuttavia, in termini di performance del prezzo di Borsa negli ultimi 25 anni, Bunzl sta indubbiamente giocando nella Champions League e ha superato molti dei principali titoli degli indici più noti. Bunzl si concentra sulla distribuzione di beni di consumo a clienti industriali (B2B), come per esempio la fornitura di articoli di uso quotidiano a grandi ospedali, alberghi o catene di ristoranti. Poiché si tratta di articoli con un basso costo medio, come gli asciugamani di carta, Bunzl fonda il suo successo sulla distribuzione di beni prodotti in grandi quantità e questo le consente di realizzare economie di scala e di mantenere a distanza i concorrenti. Bunzl ha una strategia coerente e la capacità comprovata di sviluppare l’attività attraverso una combinazione di crescita organica, miglioramenti operativi e acquisizioni. Ha beneficiato sia della fase pandemica (prodotti per l’igiene) sia della successiva riapertura e sia della crescita dell’inflazione: in pratica, un grande titolo per stagioni diverse.
 
Vontier è un’azienda industriale statunitense che fa parte dei cosiddetti “cash compounder“, quei titoli che hanno marchi forti, ritorni sul capitale elevati e bassa leva finanziaria. Vontier acquisisce aziende con vantaggi competitivi sostenibili (principalmente in mercati oligopolistici), fa crescere i loro margini operativi e reinveste i flussi di cassa per promuovere un’ulteriore crescita per vie esterne. È uno spin-off di Danaher/Fortive (altri due compunder statunitensi, da cui Vontier ha ereditato la strategia operativa) e verosimilmente ha operato sottotraccia fin da quando è diventata un’entità indipendente, nell’ottobre 2020. Il suo focus tematico è sulle tecnologie per la mobilità (come i software per la ricarica dei veicoli elettrici) e sulle tecnologie per la riparazione e la diagnostica (come per esempio le attrezzature per la manutenzione di ruote e pneumatici).
 
Paylocity è un fornitore di soluzioni software su cloud per la gestione delle risorse umane e delle buste paga. Finora l’azienda ha conquistato soltanto una minima quota a cifra singola di un mercato potenziale enorme e questo conferisce a Paylocity un grande margine di crescita. L’azienda sta crescendo rivoluzionando i modelli di business tradizionali del settore, entrando in segmenti di mercato adiacenti e ampliando la propria offerta di servizi. Sebbene Paylocity faccia segnare i tassi di crescita tipici di una giovane società tecnologica disruptive, mostra una redditività paragonabile ai margini di profitto di un’azienda matura del cloud computing. Inoltre, Paylocity beneficia del contesto di tassi d’interesse in aumento – cosa piuttosto insolita per un titolo growth – poiché investe i fondi amministrati per conto dei clienti in titoli overnight, quindi negoziati a cavallo della chiusura dei mercati e, di conseguenza, qualsiasi aumento dei tassi avrà un impatto positivo sul bilancio di Paylocity.
 
Coloplast è un’azienda danese di tecnologia medicali nelle aree della gestione dei pazienti stomizzati e della cura dell’incontinenza. In altre parole, produce dispositivi per la raccolta e lo smaltimento esterno dei rifiuti corporei, per i pazienti con questo tipo di problematiche. Coloplast è leader di categoria in questo mercato non ciclico, la cui crescita è trainata dalle tendenze demografiche e dalla crescente copertura sanitaria nei mercati emergenti. Coloplast ha una reale cultura dell’innovazione, grazie anche a rapporti diretti con gli utenti finali, i cui feedback costituiscono la base per il miglioramento dei prodotti. L’azienda mostra un tasso di crescita organica superiore alla media e un margine operativo di circa il 30%. Coloplast può essere avvicinata ai titoli cosiddetti “dividend aristocrats“, che generalmente appartengono a settori difensivi e offrono dividendi elevati.
 
TJX è il principale rivenditore di abbigliamento e articoli per la casa a prezzi scontati negli Stati Uniti e sta espandendo costantemente la sua presenza nel resto del mondo. In Europa, opera principalmente attraverso i negozi TK Maxx e ha molte opportunità di crescita futura. L’azienda è uscita rafforzata dalla pandemia COVID-19 e oggi sta beneficiando del contesto inflazionistico, poiché i marchi scontati di TJX attraggono i consumatori sensibili ai prezzi dei beni. Inoltre, TJX ha un’eccellente politica di allocazione del capitale, con continui riacquisti delle azioni proprie e un costante incremento dei dividendi da oltre 25 anni (escluso il 2020).

 

DISCLAIMER: Le informazioni e le opinioni contenute in questo articolo non costituiscono un’offerta o una sollecitazione all’investimento e non costituiscono una raccomandazione o consiglio, anche di carattere fiscale, o un’offerta, finalizzate all’investimento, e non devono in alcun caso essere interpretate come tali. Prima di ogni investimento, per una descrizione dettagliata delle caratteristiche, dei rischi e degli oneri connessi, si raccomanda di esaminare la documentazione fornita dalle fonti ufficiali e/o dagli organi di controllo che vigilano sulla commercializzazione in Italia, nonché la relazione annuale o semestrale e lo Statuto, disponibili presso i collocatori. Infatti, l’investimento in prodotti finanziari o in partecipazioni societarie è soggetto a fluttuazioni anche di grande entità, con conseguente variazione al rialzo o al ribasso dei prezzi e del valore dell’investimento, ed è possibile che non si riesca a recuperare l’importo originariamente investito.

Comparto delle aste immobiliari, -20% gli incanti. Settore in assestamento

Nonostante il contesto poco favorevole al comparto, i dati delle aste rimangono comunque incoraggianti, e confermano la tendenza positiva osservata nel 2022.

Di Luca Olivieri*

Il mercato delle aste giudiziarie immobiliari in Italia sta vivendo un periodo di assestamento in linea con gli altri comparti del mercato immobiliare. Tale assestamento era ampiamente previsto a seguito del cambiamento della politica monetaria della BCE, a partire dal secondo semestre del 2022, e dopo anni di ripresa successivi alla pandemia l’attuale contesto macroeconomico rende l’investimento immobiliare meno attraente rispetto al passato.

In generale, si osserva una riduzione del 20% del numero degli incanti rispetto al 2022, ma il risultato negativo è in parte fisiologico per via dell’elevato numero di aggiudicazioni avvenute nel 2021 e 2022. Nonostante il contesto poco favorevole al comparto, i dati delle aste rimangono comunque incoraggianti, e confermano la tendenza positiva osservata nel 2022. I servizi di prossimità altamente specializzati offerti tramite le reti di intermediazione immobiliare sono il fattore determinante per il successo delle strategie. Considerando che circa il 90% degli incanti parte da un valore base inferiore ad Euro 250.000, la presenza fisica sul territorio di reti con migliaia di affiliati è elemento determinante per l’implementazione di strategie mirate di pubblicizzazione e di assistenza ai potenziali acquirenti. Il presidio fornito dalle strutture centrali, poi, permette di introdurre attività di marketing su tutto il territorio nazionale e su qualunque tipologia di immobili, permettendo di offrire servizi personalizzati e calibrati sull’effettiva appetibilità dei beni.

Nonostante un primo trimestre 2023 caratterizzato da una riduzione dell’attività giudiziale inerente alle procedure esecutive immobiliari, rimane elevato l’interesse sul comparto da parte di potenziali acquirenti. Non abbiamo notato infatti flessioni statisticamente rilevanti nei prezzi o nella partecipazione alle aste a riprova della maturità raggiunta da questo settore negli ultimi anni. Rimane fondamentale nella strategia di vivacizzazione delle aste la sinergia con altre politiche di gestione del credito. Sempre più evidenti sono i risultati ottenuti con una parallelizzazione dell’attività di gestione stragiudiziale del credito e/o l’attività potenziale di una REOCO (acronimo dall’inglese Real Estate Owned Company, che in italiano significa letteralmente “società proprietaria di beni immobili” – ndr). Su questo tema, RES Credit Management sta lavorando per implementare strategie integrate per l’ottimizzazione della valorizzazione degli immobili anche nei contesti più complessi. La valorizzazione di una garanzia ipotecaria deve quindi essere considerata come un processo complesso che, se ben integrato, può portare a benefici, anche sistemici, molto rilevanti.

In conclusione, la complessità dell’attività di vivacizzazione sta aumentando significativamente in un contesto non favorevole. Proprio per questi motivi continueremo ad investire in tecnologia e ad aprire nuovi canali per raggiungere potenziali acquirenti. Non dimentichiamo però l’aspetto locale ed umano dell’attività di marketing che viene richiesta. In tal senso, il coinvolgimento di Tecnocasa rimane parte fondamentale della nostra strategia di lungo termine. Continuiamo anche l’integrazione con il Gruppo Frascino, una realtà che offre servizi finanziari ed immobiliari in svariati settori con oltre Eur 3.7bn di masse gestite, nell’ambito delle costruzioni e dei servizi immobiliari che possono essere un valore aggiunto per le attività commerciali delle reti locali.

* Amministratore Delegato RES Credit Management, società partecipata dal Gruppo Tecnocasa

Lemanik: ripresa del mercato azionario cinese nel medio termine

In portafoglio aumenta la ponderazione verso i titoli industriali e di consumo. Sovrappeso anche per Sud-Est asiatico e Corea del Sud.
 
Nel contesto attuale, in portafoglio manteniamo il sovrappeso nel Sud-Est asiatico e nella Corea del Sud. La nostra esposizione alla Cina rimane sottopesata, poiché vorremmo vedere segnali più forti di sostegno da parte del governo e della Bank of China. Tuttavia, le valutazioni dei titoli cinesi rimangono molto interessanti nel medio termine”. È l’analisi di Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity.

A giugno il Giappone ha registrato una forte performance, e la Cina/Hong Kong si è finalmente ripresa dopo due mesi negativi. Le prese di profitto nel segmento tecnologico in Asia hanno portato a una sovraperformance del segmento value rispetto a quello growth. Il Sud-Est asiatico è rimasto stabile, a eccezione della Tailandia. Le azioni di Stark Corp sono crollate sul mercato azionario thailandese a seguito di uno scandalo contabile e di falsi in bilancio, influenzando negativamente il sentiment degli investitori. Nel frattempo, la crescita economica in Asia continua a essere in leggero indebolimento. Gli indici PMI a maggio sono rimasti al di sotto della linea di espansione in Corea del Sud, Vietnam e Taiwan, ma si sono spostati al di sopra in Cina. L’indice dei prezzi al consumo è sceso nuovamente a maggio nella regione. Nel corso del mese la Bank of China ha abbassato il tasso di riferimento di 10 punti base. Prevediamo ulteriori tagli nel secondo semestre del 2023. Il paniere valutario asiatico è sceso ai minimi annuali a causa dell’aumento dei tassi statunitensi a breve termine che ne erodono il valore. L’inversione della curva dei rendimenti negli Stati Uniti è tornata ai livelli precedenti la crisi della Silicon Valley Bank/Credit Suisse. Ciò sta chiaramente mettendo sotto pressione le aziende con un elevato livello di indebitamento.

Il quadro geopolitico della regione rimane instabile. La visita in Cina del Segretario di Stato americano Anthony Blinken è chiaramente un segnale della volontà di entrambe le parti di migliorare nuovamente il dialogo. Tuttavia, il commento successivo del Presidente Biden che ha definito Xi Jinping un “dittatore” non è stato d’aiuto. L’inaspettata marcia verso Mosca del Gruppo Wagner, poi bruscamente annullata dal suo leader Yevgeny Prigozhin, ha chiaramente rivelato la debolezza dell’attuale struttura politica. È comunque troppo presto per trarre conclusioni. “A giugno i settori che hanno registrato le migliori performance all’interno del portafoglio sono stati l’healthcare, la tecnologia e i materiali di base, mentre il settore immobiliare, l’energia e i beni di prima necessità sono rimasti indietro”, conclude Zimmermann. “Abbiamo preso parzialmente profitto nel segmento tecnologico, ma abbiamo aumentato la ponderazione verso i titoli industriali e di consumo”.

Schmitt, ETHENEA: le valutazioni dei titoli IA sono difficilmente sostenibili

La trimestrale di Nvidia è stata straordinaria, ma la contrazione potenziale è troppo elevata. Vanno seguite le aziende IA che crescono senza clamore, con una solida crescita fondamentale e valutazioni interessanti.

“Non vogliamo sottovalutare il fatto che l’intelligenza artificiale abbia il potenziale per cambiare molte cose, dai guadagni di efficienza ai nuovi prodotti e servizi, ma siamo scettici rispetto alla convinzione diffusa che ciò possa avvenire in modo così rapido, come suggeriscono le recenti performance di alcuni titoli già molto noti”. È l’opinione di Christian Schmitt, portfolio manager di Ethenea Independent Investors.

Sebbene l’intelligenza artificiale (IA) non sia una novità, l’argomento sembra essere arrivato al grande pubblico soltanto con l’applicazione ChatGPT. Non passa quasi giorno senza che un’altra azienda pubblicizzi le proprie soluzioni e capacità di intelligenza artificiale, e l’argomento sta prendendo piede anche nel mercato azionario. L’IA non è tutta fantasia e in qualche modo è già realtà: gli ultimi risultati trimestrali di Nvdia sono stati in ogni caso straordinari. Questo sviluppo fondamentale è ovviamente impressionante. Per essere considerata un investimento, tuttavia, anche la valutazione deve essere corretta. La parola d’ordine è: “crescita a un prezzo ragionevole“. In ogni caso, con un rapporto prezzo-utile atteso di circa 50, il potenziale di contrazione è troppo elevato, e il rischio di contrattempi è troppo grande se le elevate aspettative di crescita non venissero soddisfatte.

L’esperienza ci insegna che i temi e i titoli particolarmente pubblicizzati, inondati di afflussi nelle strutture di fondi attivi o passivi, hanno difficoltà a mantenere le aspettative – e quindi i livelli di valutazione – nel tempo. È vero che la valutazione gioca un ruolo sempre più secondario con un orizzonte temporale più lungo, a condizione, però, che lo sviluppo fondamentale sia corretto. Il passato ha anche dimostrato che è molto difficile individuare subito i vincitori a lungo termine nelle rivoluzioni tecniche, anche se a posteriori sembra abbastanza ovvio. In ogni caso, fino alla grande ondata di popolarità di ChatGPT di Microsoft, era Alphabet a essere considerato il leader nel campo dei modelli linguistici di intelligenza artificiale.

La concorrenza è molto dinamica. “Quindi, dal punto di vista delle scelte di asset allocation, nel fondo ETHNA-DYNAMISCH abbiamo già investito in alcune società che operano nello spazio dell’IA“, sottolinea Schmitt. “anche se non è stata questa la base della nostra decisione di investimento iniziale. Nella nostra watch list ci sono anche alcuni titoli rilevanti e non esiteremo a investire quando si presenteranno le opportunità. Fino ad allora, tuttavia, preferiamo le aziende che stanno prosperando al di fuori del clamore. Quelle con una solida crescita fondamentale, preferibilmente con una buona visibilità, e valutazioni interessanti, ovvero i titoli orientati alla crescita con multipli prezzo/utili (P/E) relativamente bassi, i cosiddetti Garp (Growth at a reasonable price)”.

Quanto peserà la vicenda Eurovita sul futuro del modello della “bancassicurazione”?

Il business model della bancassicurazione già trent’anni, eppure è bastata una sola compagnia in difficoltà finanziaria per spezzare la catena di fiducia che vedeva nelle assicurazioni l’ultimo baluardo del “capitale garantito”.

Da quando il “caso Eurovita” è ufficialmente scoppiato, in molti hanno rilevato come questa vicenda possa generare effetti spiacevoli a tutto il modello di business della c.d Bancassicurazione. Per bancassicurazione si intende la pratica degli istituti bancari di vendere e promuovere prodotti assicurativi che hanno caratteristiche di investimento, come le assicurazioni sulla vita nelle varianti di polizza index linked e soprattutto di polizza unit linked. Fanno parte di questo business model anche i prodotti assicurativi legati ai mutui, ossia quelle polizze “a capitale assicurato decrescente” che consentono a chi stipula un mutuo di rendere possibile ai propri familiari l’estinzione del debito anche in caso di sua dipartita, oppure di proteggere la casa da incendi, scoppio e danni vari. Non rientra nella bancassicurazione, invece, la stipula di polizze RC Auto, che ancora fanno parte del portafoglio prodotti degli assicuratori e ormai sono appannaggio delle compagnie assicurative che le distribuiscono online a costi più bassi.

Nonostante la finalità di sottoscrivere una polizza vita sia quella previdenziale e non esattamente quella finanziaria pura, anche le polizze vita “a gestione separata” vengono spesso considerate da chi le sottoscrive – e spesso anche da chi gliele consiglia – delle vere e proprie forme di gestione del risparmio, anche perché la somma pagata viene effettivamente investita dalla compagnia in titoli di Stato o strumenti finanziari diversi, ma sempre con basso profilo di rischio in modo da garantire a scadenza il capitale e un rendimento minimo. Le polizze vita con finalità di investimento sono le unit linked, nelle quali le somme versate verranno impiegate in un paniere di attività che segue l’andamento dei mercati finanziari di riferimento (azionari, obbligazionari, etc), e che possono quindi generare o meno un rendimento positivo.

La collaborazione tra banche e compagnie assicurative per la distribuzione di prodotti assicurativi è nata in Italia nei primi anni ’90, e traeva spunto dall’esperienza francese dei primi anni ‘70. L’inizio di questa collaborazione stretta è databile nel 1989 con la seconda Direttiva Europea sulle banche, grazie alla quale le nuove regole di libero insediamento delle banche all’interno del territorio europeo accresceva il livello di concorrenzialità del settore. Con tale direttiva, la linea netta di separazione tra il settore assicurativo e bancario scompare, e si diffondono le partecipazioni reciproche tra banche e imprese del settore assicurativo. Questo processo di “globalizzazione finanziaria” spinge alla nascita di nuove sinergie, nuovi prodotti e contratti innovativi. Da qui, la spinta di banche e compagnie assicurative verso la “bancassicurazione”, che compensava con nuove fonti di ricavo il calo del margine d’interesse.

In questo contesto sono nati, anche nel mercato italiano, prodotti assicurativi ad alto contenuto finanziario, che a loro volta hanno spinto verso la crescita di alcuni modelli di bancassicurazione, tra i quali quello maggiormente diffuso è basato su una semplice partnership; questa permette alle banche di vendere prodotti assicurativi tramite i loro sportelli, collaborando con una o più imprese assicurative idonee a costruire una offerta diversificata e completa, nella più totale autonomia gestionale da parte della imprese coinvolte. E’ proprio sotto l’egida di questo modello distributivo che la compagnia Eurovita ha operato e si è sviluppata negli anni, stringendo importanti accordi commerciali con numerose reti di consulenza finanziaria e con decine di banche regionali e nazionali.

Non è un caso, pertanto, che allo scoppio della “questione Eurovita” il mondo della consulenza finanziaria è andato in fibrillazione, poichè i clienti coinvolti erano decine di migliaia, e a molti di questi le polizze a gestione separata, e cioè quelle che più rischiano da una eventuale messa in liquidazione della compagnia, erano state “vendute” come strumenti di investimento ultra sicuri e privi di ogni rischio sul capitale. Con la crisi di Eurovita, pertanto, c’è il forte timore di una possibile prossima crisi di fiducia da parte dei consumatori verso l’intero settore assicurativo. Non a caso nel corso del 2023 i riscatti delle polizze vita stanno aumentando a livelli mai visti prima, ed è facile prevedere che, non appena terminerà il periodo di congelamento dei riscatti delle polizze Eurovita (previsto per il 30 Giugno ma probabilmente prorogato al prossimo 30 Settembre), assisteremo ad una corsa al disinvestimento che solo l’acquisizione della compagnia da parte di gruppi bancari super-solidi potrà mitigare.

Serve, pertanto, rassicurare il pubblico dei risparmiatori con una strategia che, accanto ad un ultimo rinvio dello sblocco dei riscatti, preveda una soluzione immediata da parte dei gruppi bancari che acquisiranno le quote di attività di Eurovita, in modo tale da avere un periodo di tempo sufficiente per rassicurare gli assicurati-investitori, uno per uno, sulla riconquistata sicurezza del proprio capitale di polizza. Il tempo trascorso dal primo blocco dei riscatti, infatti, è già stato troppo lungo per non gettare un ombra sul settore assicurativo e per non convincere gli investitori che il conto corrente e/o i titoli di stato siano gli strumenti più idonei, in questo momento storico di grandi incertezze economiche, per rifugiarsi nella eterna illusione del “capitale garantito”, che garantito non è mai.

 

Dematerializzazione delle quote di SRL: una rivoluzione per PMI, start-up e investitori

Il “DDL Capitali” prevede la dematerializzazione delle quote di SRL, con la quale per le PMI e le startup diventa più facile raccogliere capitali e per gli investitori privati investire nell’economia reale.

Mentre si discute ogni giorno di inflazione e del futuro andamento dei tassi di interesse, una rivoluzione è alle porte nei mercati finanziari. Il testo del c.d. DDL Capitali (“disegno di legge sulla competitività dei capitali”), infatti, prevede la dematerializzazione delle quote di SRL, ossia della forma giuridica societaria più diffusa nell’economia reale italiana ed europea.

Il DDL Capitali è una riforma che di fatto semplifica i vincoli burocratici e incentiva le operazioni di quotazione societaria. All’art 3 c’è la previsione relativa alla possibilità (quindi su base volontaria e non obbligatoria) di dematerializzare le quote delle Srl, come già previsto per altri strumenti finanziari. Pertanto, le quote delle Srl potranno assumere forma scritturale e la società emittente potrà richiedere l’assegnazione del codice Isin – il codice internazionale che identifica in maniera univoca gli strumenti finanziari – con conseguente inserimento dello strumento finanziario nel conto titoli detenuto dai singoli investitori presso i propri Istituti di credito. La semplificazione nella circolazione dello strumento finanziario favorisce anche la creazione di un mercato secondario – su piattaforme debitamente autorizzate dall’Autorità Finanziaria – e conseguentemente la “liquidabilità” dell’investimento.

La nuova norma contiene una serie di importanti misure a sostegno del mercato dei capitali in un momento davvero critico, nel quale le PMI incontrano grandi difficoltà di accesso al credito per vie della stretta creditizia e, di conseguenza, hanno bisogno di nuove strade per attuare il finanziamento tramite una maggiore partecipazione esterna di terzi soggetti (gli investitori) al capitale di rischio. E così, con questa rivoluzionaria previsione normativa – che mentre scriviamo si trova a circa metà strada nel suo iter di approvazione – si creerebbe ope legis un nuovo mercato secondario che fa delle quote di Srl una vera e propria asset class da introdurre nei portafogli degli investitori più evoluti, con l’effetto implicito di realizzare un maggior livello di “democratizzazione” degli investimenti e una spinta verso nuovi programmi di educazione finanziaria. Quest’ultima, infatti, è la risorsa imprescindibile per attribuire consapevolezza sul rischio connesso e per far sì che l’investimento nella economia reale – di per sé molto più rischioso di quello in capitale di rischio di grandi aziende – non crei un esercito di investitori scontenti.

L’aspetto del rischio potrebbe essere mitigato dal Risparmio Gestito, che sulla dematerializzazione delle quote di Srl troverebbe nuova linfa e, allo stesso tempo, darebbe all’investimento in economia reale quella implicita sicurezza derivante dalla polverizzazione del rischio, risparmiando al risparmiatore-investitore l’onere di scegliere dove investire senza avere la necessaria preparazione e conoscenza delle aziende su cui investire.

Secondo Antonella Grassigli (nella foto), CEO e Co-Founder di Doorway, “l’entrata in vigore di questo provvedimento rappresenta un’occasione irripetibile per veicolare parte dei 2.000 miliardi di euro dormienti sui conti correnti degli italiani verso l’economia reale, restituendo alla finanza il suo ruolo originario e nobile”. Nella pratica – prosegue Grassigli – gli effetti della dematerializzazione sono dirompenti: il 60% del risparmio italiano è ancora governato all’interno del classico circuito bancario, e le operazioni di acquisto e scambio di quote societarie sono gestite da consulenti finanziari che registrano le operazioni sul conto titoli. Per poter passare attraverso il conto titoli è però necessario che le azioni dispongano di un codice Isin: di fatto con la dematerializzazione le quote delle Srl entreranno per la prima volta nel circuito bancario. Inoltre, finora per PMI e startup la possibilità di scambio delle quote era regolamentata attraverso operazioni autenticate da notai o commercialisti, con relativi costi per il deposito dell’atto di acquisto e la certificazione del passaggio di titoli e azioni. Anche questo passaggio viene eliminato”. “Su tutto – conclude Antonella Grassigli – sarà importante poi scegliere le piattaforme che garantiscano rigorosa selezione delle opportunità d’investimento da parte di operatori in grado di valutare il potenziale di crescita dell’azienda e sostenibilità del suo modello di business, in modo da ridurre il rischio di execution: informazioni che devono essere disponibili per l’investitore, rese di facile lettura e comprensione per favorire un investimento informato e consapevole. La formazione, attraverso la disintermediazione guidata, è quindi un pilastro fondamentale per far crescere i singoli e l’ecosistema in generale”.

Ethenea: borsa USA “ristretta”. Apple capitalizza più dell’intero indice Russell 2000

Un quarto dell’S&P 500 è concentrato in cinque titoli (Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon e NVIDIA). La sola Apple ha una capitalizzazione maggiore dell’intero indice Russell 2000.
 
“L’aumento degli squilibri è stato particolarmente evidente negli ultimi tempi sui mercati azionari. In particolare negli Stati Uniti si è visto che l’andamento del mercato è stato influenzato solo da poche importanti azioni. È facile rilevare tali squilibri confrontando il noto indice S&P 500, ponderato per la capitalizzazione di mercato, con la sua variante equiponderata meno nota. Quest’ultima è rimasta da inizio anno in prossimità dello zero, mentre l’S&P 500 ha registrato rialzi a tratti anche a due cifre. Il titolo azionario medio non riesce dunque a decollare, mentre l’S&P 500 ha registrato plusvalenze. Questo fenomeno viene occasionalmente definito “scarsa ampiezza del mercato“. È l’analisi di Christian Schmitt, portfolio manager di Ethenea Independent Investors.
 
Il peso dei cinque titoli con la maggiore capitalizzazione di mercato (Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon e NVIDIA) costituisce quasi un quarto della capitalizzazione dell’indice. Già Apple, da sola, ha raggiunto una capitalizzazione di oltre 2,5 trilioni di euro, superando addirittura leggermente l’intera capitalizzazione del Russel 2000 (un indice azionario di small cap statunitensi rinomato su scala mondiale). Ulteriori esempi della riduzione dell’ampiezza del mercato sono riscontrabili anch’essi soprattutto negli Usa. Ad esempio, in seguito alla recente crisi del mercato bancario, la capitalizzazione di mercato della più grande banca statunitense, J.P. Morgan, ha superato nettamente quella aggregata delle 143 banche regionali comprese nell’S&P Regional Banks Index.
 
Lo scorso anno anche la performance del titolo della casa automobilistica statunitense Tesla ha riflesso questi sviluppi nel confronto con il resto del mercato globale di tutti i produttori di automobili. Un simile andamento si osserva, al di là delle differenze accessorie, in due delle cinque principali azioni dell’S&P 500, Amazon e il produttore di chip NVIDIA. La capitalizzazione di mercato di quest’ultimo è attualmente pari a quasi 30 volte il fatturato (non l’utile) dello scorso anno. “L’evoluzione fondamentale per lo più ottima di tutti i singoli titoli menzionati sopra potrebbe sicuramente continuare e gli squilibri del mercato potrebbero pertanto ulteriormente rafforzarsi”, sottolinea Christian Schmitt. “Inoltre, le aree del mercato che finora hanno sottoperformato potrebbero recuperare terreno – le quotazioni offrono margini in tal senso – con conseguente riduzione degli squilibri. In ogni caso è importante essere a conoscenza di questi sviluppi e seguirne l’andamento”.

Gli investitori istituzionali vanno via dal mercato, e quelli retail ne occupano il vuoto

Le grandi istituzioni hanno gradualmente abbandonato il mercato azionario Usa già da qualche anno. L’indice SPX resiste solo grazie a 10 titoli, e cosi la concentrazione del portafoglio è ormai tale che solo un investitore retail può accettarla.

Di Maurizio Novelli*

Una recente analisi di Morgan Stanley evidenzia come i grandi investitori privati (il top 1% più ricco) abbiano liquidato le loro posizioni, mentre le fasce più retail (il bottom 90%-80%) sia entrata nel mercato. Ciò è dimostrato anche dal fatto che il ticket medio di transazione è drasticamente calato nei mesi recenti di rialzo del mercato ed i volumi medi degli ultimi 30 gg sono inferiori del 40% a quelli di un mese fa. Pertanto, negli ultimi mesi abbiamo assistito a un’anomala fase di rialzo delle borse mentre i tassi salgono, l’economia rallenta, i profitti scendono e le banche falliscono

L’attività di trading effettuata tramite algoritmi si è intensificata moltissimo negli ultimi mesi, facendo salire artificiosamente un mercato che era invece esposto al rischio di scendere. E così i retail investors (ora il 10% di tutti volumi) hanno occupato il vuoto lasciato dagli investitori istituzionali (fondi pensione, hedge funds, fondi sovrani, family office, ecc.), i quali in realtà hanno gradualmente abbandonato il mercato azionario Usa già da qualche anno – in particolare tra il 2016 e il 2019 (BofA Global Research) – a causa delle valutazioni non più favorevoli, della scarsa trasparenza dei bilanci e dell’intensa attività di buy back, fatta in molti casi per manipolare al rialzo gli EPS e sostenere i prezzi. All’interno di questo scenario, i retail investors si sono fatti strada grazie alla creazione di piattaforme di trading con commissioni “zero” (Robinhood, Charles Schwab, Ameritrade, Interactive Brokers, ecc), le quali vengono compensate dai profitti sui tassi d’interesse applicati sul leverage utilizzato dagli investitori privati americani (che di norma operano a leva 2/3 volte sul capitale investito).

Risulta poi abbastanza sospetto che, mentre negli ultimi mesi i buy back sono saliti al record di sempre, i CEO delle società vendano azioni a ritmi record (CDT Capital management Insider Sentiment Ratio, Aprile 2023). È un’ulteriore conferma della scarsa appetibilità del mercato Usa, la recente newsletter di Berkshire Hathaway sulla chiusura del bilancio annuale della società di Warren Buffet, che evidenzia la mancanza di opportunità per veri investitori, al punto da indurre Buffet a migrare in Giappone (per la prima volta) alla ricerca di alternative. La “migrazione” dei capitali dei grandi investitori (Real Money) è in realtà iniziata già dal 2013/2014, con un deflusso medio di 1,5 trilioni di dollari all’anno, al punto tale che oltre 9 trilioni di dollari sono entrati nei Private Markets.                           

Questo fenomeno ha portato successivamente alla creazione del grande boom degli IPO, dato che gli investitori professionali hanno capito che era meglio acquistare le società non quotate a basse valutazioni, per poi venderle in borsa ai retail investors e ai mutual funds (che sono sempre espressione di denaro retail) a valutazioni stratosferiche, scatenando così la mania per gli “unicorni“, società la cui profittabilità era scritta nelle favole. Purtroppo la “migrazione” dagli asset liquidi verso quelli illiquidi ha creato di fatto un’ulteriore bolla speculativa anche sui Private Markets, e ora ci troviamo nella paradossale situazione che gli investitori istituzionali, per sfuggire alle elevate valutazioni dei mercati azionari e obbligazionari, si sono inchiodati su asset illiquidi ad alte valutazioni e (per ora) a bassa redditività.

Il fallimento di SVB evidenzia di fatto questa situazione, dato che la banca è saltata sulle perdite dei MBS e Treasuries, ma in realtà erano le società di Venture Capital finanziate che bruciavano cassa e dovevano essere supportate all’infinito dal credito bancario che SVB non era più in grado di espandere. Oggi invece l’attività continua a concentrarsi solo sui principali titoli delle grandi società che, operando in un contesto di oligopolio o monopolio, riescono ad evidenziare una tenuta dei profitti migliore rispetto al resto del mercato, ma comunque in contrazione. L’indice SPX resiste solo grazie a 10 titoli, e la concentrazione del portafoglio è tale che solo un investitore retail può accettarla, imponendo agli investitori professionali una diversificazione che produce sistematicamente under performance rispetto agli indici.

La grande attività degli algoritmi (70% dei volumi) facilita la manipolazione degli indici nel breve termine ed evidenzia la fragilità strutturale del mercato e non la sua forza (come molti credono). Prendiamo il caso della notizia sul tetto del debito USA, di cui si è discusso nelle scorse due settimane in tutti i media del mondo. La “creazione del consenso” riguardo a una view è generalmente fatta dai media e dalla ricerca delle case d’investimento, che si focalizzano su una notizia che viene trattata con uno spazio molto più importante rispetto ad altre (es. fallimenti bancari e dei futuri problemi sul credito all’economia). Ebbene, il focus delle informazioni sul tetto del debito porta l’attenzione degli algoritmi sulla probabilità degli eventi conseguenti positivi o negativi. Poiché la probabilità di un default Usa era molto bassa mentre quella di trovare un accordo è decisamente più alta, lo spostamento del focus del mercato su un evento ad alta probabilità positiva crea un bias positivo degli algoritmi sul mercato.

E così, l’impatto congiunto di banche d’investimento, media finanziari e algoritmi riesce a spostare il focus di breve termine su notizie che possono avere una distribuzione statistica di eventi positivi favorevoli (sempre nel breve termine), mettendo in secondo piano eventi che hanno invece risultati statistici più negativi al 90% (restrizione del credito). Pertanto, per generare un bias positivo degli algoritmi basta spostare il focus delle notizie e delle analisi da una notizia di mercato che poteva essere destabilizzante a qualcosa che ha elevate probabilità di non esserlo. Nel frattempo però i fondamentali sottostanti continuano a deteriorarsi, ma ovviamente l’algoritmo non se ne può accorgere, dato che la strategia è quella di dargli in pasto eventi di breve termine per tenerlo occupato su fenomeni ad alta probabilità di evento positivo.

* Gestore del fondo Lemanik Global Strategy

Equity americano in balia degli algoritmi “stupidi”. I bond tornano a competere con le azioni

L’algoritmo è programmato per interrompere la sua attività nel momento in cui “non capisce” alcuni spostamenti di prezzo innescati da eventi esterni. Istruzioni: long bonds e short equity.

Di Maurizio Novelli*

Negli ultimi mesi abbiamo assistito a un’anomala fase di rialzo delle borse mentre i tassi salgono, l’economia rallenta, i profitti scendono e le banche falliscono. In questa fase di elevata incertezza negativa, l’attività di trading “algo” (effettuata con gli algoritmi, ndr) si è intensificata ai massimi degli ultimi nove anni, facendo salire un mercato che era invece esposto al rischio di scendere.

Il mercato finanziario americano, pertanto, è ormai manipolato dagli algoritmi, che fanno circa il 70% dei volumi giornalieri del mercato azionario. Le “macchine” comprano mentre gli “umani” vendono. Fa molto riflettere l’articolo apparso sul Financial Times del 14 maggio – Algorithms prop up the market as fretful humans sit out the uncertainty – che descrive un’intensa attività “contrarian” da parte degli algoritmi, in una fase in cui il mercato azionario americano si è esposto ad elevati rischi di ribasso.  In pratica, quando si manifestano eventi improvvisi negativi non prevedibili dagli algoritmi, il mercato cade nel vuoto perché l’algoritmo è programmato per interrompere la sua attività nel momento in cui “non capisce” alcuni spostamenti di prezzo innescati da eventi esterni.

Si verificano così le cadute verticali del mercato, dove è praticamente impossibile vendere, e gli algoritmi, sorpresi da eventi non “programmati in anticipo”, si spengono e interrompono l’operatività abbandonando il mercato. La struttura attuale del mercato azionario americano sembra studiata per evitare impatti negativi provocati dalle “mini crisi”, ma non può impedire il deterioramento inesorabile e ormai costante dei fondamentali, che procureranno comunque la crisi del sistema. È ovvio che tutto quello che viene fatto attraverso questi meccanismi di manipolazione serve a fare in modo che gli asset investiti rimangano focalizzati di volta in volta sugli eventi di breve periodo, cercando di far perdere importanza alle dinamiche fondamentali.

I fallimenti bancari non sono un indicatore di un economia solida e prospera. È comunque evidente che questo sistema non convince quasi più nessuno, dato che in questi anni abbiamo assistito a vari tentativi di “fuga dal sistema” finiti anche male. Trilioni sui Private Markets, centinaia di miliardi sulle criptovalute, e recentemente fughe di capitali sull’Oro (con le Banche centrali di tutto il mondo in prima fila in questo flusso). I bond di breve termine ad alto rating creditizio attirano capitali a ritmi molto più elevati dei mercati azionari, dato che i flussi di acquisto sui Titoli di Stato continuano nonostante i tassi reali su tali investimenti siano sempre negativi. Anche questo flusso è una conferma di una minore propensione al rischio. Molti sentono puzza di bruciato se anche Warren Buffet aumenta il cash in portafoglio.

È ovvio che questi tentativi di manipolazione non potranno modificare comunque i fondamentali sottostanti, che continueranno a peggiorare inevitabilmente e metteranno il sistema finanziario americano in una posizione di insostenibilità sia fiscale che finanziaria (oggi il debito estero Usa è il 90% del Pil vs il 45% del 2008). Il cedimento dei consumi è già iniziato e, guarda caso, la lotta sul tetto del debito si concentra sui sussidi ai cittadini americani che non riescono ad arrivare a fine mese, sussidi pubblici che hanno finora sostenuto i pagamenti delle rate sul debito privato contratto in questi anni e hanno impedito l’impennata dei default sul credito durante e dopo il Covid.

Le banche hanno iniziato ad aumentare gli accantonamenti sui crediti, proprio in attesa di una netta riduzione di sussidi e una fine delle moratorie sui debiti (student loans in particolare), che stanno giungendo a scadenza proprio a giugno, guarda caso con il raggiungimento del tetto sul debito. L’accordo sul tetto del debito Usa avrà comunque un impatto restrittivo sulla politica fiscale, proprio mentre quella monetaria sarà ancora più restrittiva, a causa della contrazione del credito bancario dovuto alla crisi delle banche e mentre gli effetti del rialzo dei tassi iniziano solo ora a farsi sentire. Infatti un accordo è possibile solo se si riducono le spese e il deficit che, per erogare sussidi e aiuti di stato, è in una traiettoria insostenibile.

I problemi dell’economia Usa erano già molto evidenti a fine 2019 e l’evento Covid è stato un grande “colpo di fortuna” per mascherarli con il più grande intervento di salvataggio della storia, che ha permesso così di salvare i segmenti del credito più speculativo che erano già in crisi, ma che ha ulteriormente ingigantito la sua dimensione e il suo peso sull’economia. Dal 2021 a oggi abbiamo fatto solo un colossale rollover di un eccesso di debito privato speculativo non rimborsabile (Subprime, High Yield, Leverage Loans, Private Debt) e non sostenibile, dato che per sostenerlo il settore privato americano ha attinto a piene mani dai sussidi di stato.                       

A un certo punto, il sistema capitalistico americano ha chiesto l’intervento statale per mantenersi e riuscire a pagare il debito fatto per sostenere consumi e Pil. L’indice del mercato azionario è rimbalzato su tali interventi (insostenibili) ma rimane tuttora solo un fuorviante indicatore per far credere che sia tutto ok. Gli algoritmi non possono cambiare un sistema in crisi, possono solo aiutare, nel breve periodo, a manipolare un mercato che non è più sostenuto dai fondamentali. Cercare di sostenere a oltranza un mercato su livelli poco difendibili, mentre i fondamentali sono già in evidente cedimento da tempo, aumenta gli spazi di downside e peggiora la situazione, dato che la tenuta del mercato dipende sempre meno dagli investitori e sempre più dalla speculazione di breve termine.

Al momento nessuna economia (Cina, Usa, Europa) sembra nelle condizioni di poter contrastare il cedimento innescato dalla fine degli stimoli fiscali e monetari post Covid, gli unici fattori che hanno sostenuto il rimbalzo del ciclo negli ultimi 12/18 mesi. È evidente che gli algoritmi non possono cancellare la macroeconomia che, in modo sempre più pronunciato, fa emergere fondamentali in netto e progressivo peggioramento in tutte le principali economie (il consenso creato sul China reopening è un flop). Nel frattempo, le aspettative di una imminente inversione della traiettoria dei tassi d’interesse (Fed Pivot), si stanno decisamente ridimensionando, mentre i bond sono tornati ad essere il competitor degli investimenti in equity dopo 14 anni di Qe. Questo evento è strutturale e conferma la nostra view strategica: long bonds e short equity.

* Gestore del fondo Lemanik Global Strategy

Comprare casa nelle località Bandiera Blu 2023: i prezzi di trilocali e bilocali

Casa.it ha analizzato le ricerche di appartamenti in vendita effettuate nei Comuni Bandiera Blu 2023 e i prezzi medi di vendita dei trilocali e dei bilocali nelle zone dove si trovano le spiagge premiate.

Quest’anno 226 comuni italiani, per un totale di 458 spiagge, sono stati premiati con la Bandiera Blu 2023, l’ambito riconoscimento destinato alle località balneari d’eccellenza, assegnato dalla FEE (Foundation for Environmental Education). Casa.it ha analizzato le ricerche di appartamenti in vendita effettuate in questi comuni nei primi quattro mesi del 2023 e ha rilevato i prezzi medi di vendita dei trilocali e dei bilocali a maggio 2023 nelle zone dove si trovano le spiagge premiate.

I dieci comuni Bandiera Blu 2023 che nei primi quattro mesi dell’anno hanno registrato i volumi più elevati di ricerche di appartamenti in vendita sul sito e sull’app di Casa.it sono Venezia, Livorno, Pescara, Savona, Sanremo, Ancona, Grosseto, Pisa, Latina e Ravenna. A Venezia, che è stata premiata con la Bandiera Blu 2023 per due spiagge, quella del Lido e quella degli Alberoni, a maggio 2023 i trilocali hanno un prezzo medio di vendita di 342.000 euro, mentre i bilocali di 295.000 euro. A Livorno, che ha ottenuto la Bandiera Blu 2023 per le spiagge dei Bagni Rex, Cala Quercianella, Parco Marina del Boccale, Rogiolo e Bagni Roma, a maggio 2023 i trilocali costano mediamente 411.000 euro, mentre i bilocali 223.000 euro; nella zona Quercianella e Montenero, il prezzo medio dei trilocali è 276.000 euro, quello dei bilocali 221.000 euro.

A Pescara, che ha ottenuto la Bandiera Blu 2023 per la Riviera Nord e Riviera Sud ed è già stata Bandiera Blu nel 2021 e nel 2022, il prezzo medio dei trilocali è di 209.000 euro, mentre quello dei bilocali di 190.000 euro; nella Riviera Sud, invece, i trilocali costano mediamente 192.000 euro, mentre i bilocali 121.000 euro. Per quanto riguarda la Riviera Centrale, per i trilocali in zona centro la richiesta media è di 233.000 euro, mentre per i bilocali di 168.000 euro. A Savona, che è stata premiata con la Bandiera Blu 2023 per la spiaggia delle Fornaci, nella zona Legino, Zinola, Fornaci i trilocali costano mediamente 175.000 euro, mentre i bilocali 131.000 euro.

A Sanremo, che ha avuto la Bandiera Blu 2023 per le spiagge Tre Ponti, Imperatrice, Bussana, Baia Capo Pino e Tiro a Volo, il prezzo medio dei trilocali è 282.000 euro, quello dei bilocali 184.000 euro; nella zona Corso degli Inglesi, San Bartolomeo, dove si trova la spiaggia Imperatrice, i trilocali hanno un prezzo medio di 248.000 euro, mentre i bilocali di 163.000 euro; nella zona Bussana-Poggio, dove si trova la spiaggia Bussana, i trilocali costano mediamente 155.000 euro, mentre i bilocali 146.000 euro; nella zona Foce-Semeria, Solaro, dove si trovano le spiagge Baia Capo Pino e Tiro a Volo, i trilocali hanno un prezzo medio di 275.000 euro, mentre i bilocali di 177.000 euro.

Ad Ancona, che ha ottenuto la Bandiera Blu 2023 per la spiaggia di Portonovo, il prezzo medio dei trilocali è 138.000 euro, mentre quello dei bilocali 106.000 euro. Mentre a Grosseto, che ha ottenuto la Bandiera Blu 2023 per le spiagge di Marina di Grosseto e Principina a Mare, troviamo i trilocali con un prezzo medio di 197.000 euro (Marina di Grosseto) e di 203.000 euro (Principina a Mare); i bilocali hanno un prezzo medio di 193.000 euro a Marina di Grosseto e 175.000 euro a Principina a Mare.

Pisa è stata premiata con la Bandiera Blu 2023 per le spiagge di Calambrone/Tirrenia e di Marina di Pisa, nella zona Marina Di Pisa, Tirrenia, Calambrone. Lì i trilocali costano mediamente 251.000 euro, mentre i bilocali 195.000 euro. A Latina, che ha avuto la Bandiera Blu 2023 per la spiaggia di Latina Mare, nella zona Latina Lido, Fogliano e Borgo Sabotino, i trilocali costano mediamente 118.000 euro, mentre i bilocali 83.000 euro. A Ravenna, che ha conquistato la Bandiera Blu 2023 per le spiagge di Marina Romea/Porto Corsini, Marina di Ravenna/Punta Marina Terme/ Lido Adriano, Lido di Savio, Lido di Dante/ Lido di Classe e Casal Borsetti, il prezzo medio dei trilocali è 181.000 euro, quello dei bilocali 115.000 euro; a Porto Corsini i trilocali costano mediamente 136.000 euro; a Marina di Ravenna la richiesta media per i trilocali è 223.000 euro, mentre per i bilocali 179.000 euro.