I mercati temevano un rialzo di 75 bps, ma Powell questa volta ha impersonato il ruolo del poliziotto buono. La borsa americana festeggia, ma per quanto?
La Federal Reserve ha alzato i tassi di riferimento sui Fed Funds dello 0,50%, portandoli all’interno di una forchetta compresa tra lo 0,75 e l’1%, ed ha annunciato che avvierà la riduzione del proprio bilancio a partire da giugno. Il ritocco di mezzo punto, più che atteso era ormai “sperato”, poiché forti erano i timori di un rialzo a sorpresa – e neanche tanto – dello 0,75%, come paventato da alcuni funzionari della Fed nelle scorse settimane. Tuttavia Powell e il suo board, questa volta, hanno impersonato il ruolo del poliziotto buono. Quelli che hanno scelto il ruolo dei “cattivi” rimangono i presidenti Fed di alcuni stati, che in un alternarsi di rumorose uscite pubbliche da gregari e di studiato silenzio del “general chairmain” hanno lasciato nell’incertezza gli operatori di mercato in nome della più classica delle tattiche della banca centrale americana.
Wall Street ha festeggiato la notizia, chiudendo in netto rialzo. Il Dow Jones ha guadagnato il 2,82% a 34.061 punti, l’S&P 500 il 2,97% a 4.299 e il Nasdaq il 3,19% a 12.964. Non è chiaro se si tratti di una inversione del sentiment di mercato, ma si propende per il no. Il rialzo dei listini americani e probabilmente, sulla scia, di quelli europei, potrebbe durare un paio di settimane, giusto il tempo di risollevare le quotazioni delle Big Tech e dei titoli industriali più colpiti dai rallentamenti nelle catene di approvvigionamento di materie prime e semilavorati; dopo di che l’attuale congiuntura, in costanza di conflitto armato in Ucraina, finirà con il riportare gli indici verso una certa debolezza, peraltro tipica dei mesi estivi.
Nonostante l’aumento di mezzo punto sia stato deciso all’unanimità, la Fed ha atteso fino all’ultimo per giocarsi eventualmente la carta del rialzo-monstre, qualora gli ultimi dati ne avessero motivato il ricorso, poiché a marzo l’inflazione è schizzata all’8,5%, una roba che non si vedeva dagli anni ’80. L’ipotesi di un rialzo maggiore, comunque, rimane sul tavolo, anche se Powell si è limitato ad annunciare in conferenza stampa che l’inflazione va ridotta “speditamente” e che ulteriori aumenti dello 0,50% del costo del denaro verranno valutati anche in occasione dei prossimi due direttivi (metà giugno e fine luglio). Questo fa capire che in almeno uno dei due appuntamenti il ritocco dei tassi ci sarà, resta da capire se il mercato azionario sconterà nelle prossime sedute due rialzi o uno soltanto. Si propende per la seconda ipotesi, poiché gli indici americani sono volati sulla scia della dichiarazione di Powell secondo cui per il momento la Fed “non sta attivamente considerando” un rialzo dello 0,75%; il che vuol dire tutto e niente allo stesso tempo.
Ma se vogliamo dare credito alla teoria del “poliziotto buono e poliziotto cattivo”, il presidente della Fed ora sta impersonando il primo carattere con inusuale anticipo “cinematografico”, e questo potrebbe significare che nei prossimi mesi rialzi maggiori di mezzo punto non siano affatto da escludere. Infatti, la Fed, di fronte ad un eventuale ulteriore aumento dell’indice dei prezzi al consumo, potrebbe considerare l’adozione di una misura più efficace – cioè un aumento dello 0,75% o addirittura dell’1% – una volta sola tra giugno e fine luglio, anziché due aumenti consecutivi di 50 bps. Del resto, la guerra in Ucraina e i nuovi lokdown imposti dalle autorità cinesi per contrastare il contagio sono rischi concreti per il perdurare della inflazione elevata, per cui non è certo che la Fed abbia – come dichiarato dal buon Powell – “gli strumenti adeguati per riportare il costo della vita sotto controllo e (soprattutto) senza provocare una recessione“.
Probabilmente Powell, più che le capacità della banca centrale, deve ringraziare gli americani e la loro sfrenata tendenza a consumare anche il denaro preso a prestito, grazie alla quale l’economia a stelle e strisce oggi è forte e, nonostante il calo del Pil dell’1,4% registrato nel primo trimestre su base annua (trimestre su trimestre), le spese dei consumatori e gli investimenti fissi delle aziende sono rimasti robusti, così come i progressi del mercato del lavoro. Nel fare riferimento agli strumenti a disposizione della banca centrale, Powell certamente fa più affidamento nel programma di riduzione del bilancio dell’istituto, volato a 9.000 miliardi di dollari per sostenere l’economia durante la pandemia. La stretta sarà pari a 47,5 miliardi di dollari al mese a giugno, luglio e agosto e accelererà a 95 miliardi da settembre.



In breve, gli operatori di mercato cominciano a scontare una durata lunga sia della guerra – subito trasformata in una “guerra per procura” tra la NATO per mezzo dell’Ucraina e la Federazione Russa – sia dell’inflazione, la quale ci metterà parecchio prima di arretrare verso un tasso più sostenibile per via delle prolungate tensioni sul prezzo delle materie prime energetiche (che stanno arricchendo i paesi produttori e impoverendo quelli importatori netti). Persino gli analisti più inclini a comparsate nei Tg economici e nelle interviste sui media che si occupano di finanza oggi stanno cautamente defilati nel nome di uno dei più famosi motti di Warren Buffet: “In finanza è meglio non dire nulla che dire sciocchezze”. In tal senso, anche il silenzio dell’oracolo di Omaha rivela il fatto che, questa volta, neanche lui ha una vaga idea di come uscire da due fenomeni profondamente diversi per natura e cause ma con medesimi effetti sui mercati, accomunati come sono da un tempismo diabolico.
L’inflazione, infatti, è figlia di uno degli effetti principali della pandemia, ossia il blocco della produzione nei mesi di marzo, aprile e maggio 2020 ed il forte rallentamento delle rotte di distribuzione causato dalle restrizioni imposte dal contagio; la guerra scatenata da Putin, invece, è un atto ostile contro l’umanità – ogni guerra lo è, anche se geograficamente localizzata in una data regione del mondo – cui tutti noi non eravamo abituati ad assistere così vicino a casa, e verso la quale abbiamo una evidente impreparazione psicologica da quando è caduta la Germania nazista di Hitler (al contrario degli Stati Uniti, che non hanno mai smesso di fare guerre proprio a partire da quel momento).
“Quanto tempo durerà la guerra?“
“L’inflazione rimarrà elevata per molto tempo?“
“I fondamentali economici dei paesi sono tali da giustificare per lungo tempo una inflazione elevata?“
“Quali saranno gli effetti sul potere d’acquisto e sui risparmi nel breve e nel lungo periodo?“
“La compressione forzosa verso il basso dei tassi di interessi, nonostante l’alta inflazione, rischia di appiattire il corso dei titoli obbligazionari per molto tempo?“
Con un budget inferiore a 200mila euro si può optare per un piccolo taglio nelle grandi città, puntando su aree dove sono in corso lavori di riqualificazione o potenziamento dei collegamenti. Restano sempre un ottimo investimento le aree universitarie in grado di garantire interessanti rendimenti (soprattutto se si affitta il posto letto) e quelle che concentrano la presenza di aziende con lavoratori fuori sede. A Milano, per esempio, si potrebbe valutare l’acquisto di un bilocale in alcune zone emergenti come Lodovico il Moro, Ripamonti, San Cristoforo, oppure puntare sulla Bovisa che gode della presenza del polo universitario. Nella Capitale, invece, potrebbe rendere bene un monolocale di 30 mq, posizionato in zona universitaria, dove una soluzione in buono stato si può acquistare sotto i 200mila euro. A Torino ci sono diversi quartieri che si stanno affermando negli ultimi anni, per servizi offerti o per migliorie in atto, tra questi Cit Turin dove con un budget di questo tipo si può acquistare un taglio fino a 50 mq.
Sempre tra le grandi città, si possono annoverare Bari e Genova (che negli ultimi anni ha subito maggiormente il ribasso dei prezzi). Per entrambe le realtà c’è molta attesa per la riqualificazione del waterfront che potrebbe offrire, a livello turistico, una maggiore attrattiva. A Bari, nella zona di Murat, una soluzione ristrutturata può costare mediamente intorno a 3.000 euro al mq, e quindi si può puntare su una metratura di 55 mq da affittare anche per uso turistico. Nel capoluogo ligure, la zona Foce è interessata dai lavori di riqualificazione e ha costi medi di 2.600 euro al mq. Un capoluogo di provincia che si sta rivalutando in modo importante è Trieste, città caratterizzata da un mix di stili e culture che può contare sicuramente su una università storica e su interventi di rigenerazione urbana. Nelle zone centrali, una soluzione nuova può avere un prezzo medio di 2.200 euro al mq; quindi con un budget iniziale di 200mila euro si può acquistare una buona metratura.
Un’ulteriore alternativa sono le zone turistiche che, negli ultimi due anni e soprattutto dopo il primo lockdown, sono state selezionate da chi cerca la casa vacanza. Scegliendo località meno “di tendenza” si possono acquistare piccoli tagli, come Bordighera, dove sarà ufficialmente presentata la ciclovia Bicknell: un itinerario di circa 100 km, fruibile da tutti gli appassionati di mountain bike di ogni livello. Una soluzione in buono stato si aggira intorno a 2.500 euro al mq per cui si possono acquistare tagli fino a 80 mq. In spolvero anche le località di mare venete, dove i prezzi stanno recuperando negli ultimi tempi e si stanno realizzando numerosi interventi urbanistici. A Jesolo, per esempio, da anni va avanti un importante sviluppo edilizio e si sono realizzate opere per migliorare il lungomare. Una soluzione in buono stato si scambia a prezzi medi di 3.550 euro al mq, per cui si può acquistare un piccolo bilocale da 50 mq.
Per chi ha la possibilità di budget più alti, le opportunità aumentano. Con una disponibilità fino a 500mila euro, nelle metropoli è possibile acquistare un taglio medio anche nelle zone centrali. Si potrebbe anche prendere in considerazione l’idea di acquistare due appartamenti in posizioni meno centrali o in località di provincia, mentre se si preferisce il segmento turistico potrebbe valere la pena acquistare nelle località più di tendenza come la Costiera Amalfitana, la Sardegna o il lago di Garda che, soprattutto sulla sponda veronese, sta dando ormai da anni ottimi risultati. A Torri del Benaco, una delle cittadine più apprezzate sul lago di Garda, con un budget di 500mila euro si può acquistare un bilocale fino a 70 mq. Spostandosi verso il mare del Sud, invece, occorre accontentarsi di 10 mq in meno ad Amalfi, dove i prezzi si aggirano intorno a 7.500 euro al mq. Per il fronte mare (8.000 euro al mq), il budget non è più sufficiente e occorre mettere in conto altri 28mila euro circa.
Con oltre 500mila euro, poi, ci si può spingere verso le tipologie centrali signorili oppure su soluzioni indipendenti che, negli ultimi semestri, hanno visto crescere notevolmente l’interesse dei potenziali acquirenti. In tal caso, spesso si acquista per uso personale ma si potrebbe pensare di diversificare l’investimento e di acquistare più tagli piccoli, oppure un immobile in città e un altro in una località turistica. Infine, con in capitale superiore a un milione di euro si può acquistare in centro a Milano una soluzione signorile nuova (che può arrivare tranquillamente a 15mila euro al mq) non superiore a 100 mq, ma se si compra per investimento e per mettere a reddito l’immobile è certamente più profittevole l’acquisto di piccoli tagli da affittare, oppure da ristrutturare o rivendere.
Al di là del risultato del singolo titolo, la notizia fa ben sperare per i giganti cinesi quotati all’estero, anche perché i loro utili aziendali sono abbastanza resistenti ai grandi shock economici e molte aziende hanno già trasferito sui prezzi al pubblico i costi di materie prime e di produzione in aumento per mantenere inalterati i margini di profitto e gli utili futuri. Nel frattempo, l’ufficio statistico dell’Unione Europea ha affermato che il PIL è aumentato dello 0,2% su base trimestrale, mentre gli economisti intervistati da Reuters si aspettavano una crescita dello 0,3%. Tuttavia, i titoli tecnologici sono aumentati del 2,2%. I fornitori Apple, tra cui ST Microelectronics, AMS e ASM International, sono tutti aumentati di circa il 2% ciascuno dopo che il produttore di iPhone ha registrato profitti e vendite record, mentre gli analisti prevedono che l’utile delle società STOXX 600 crescerà del 27,1% nel primo trimestre e del 13,7% nel secondo trimestre, con il maggiore impulso proveniente dalle società energetiche.
Negli USA Il sentiment è appesantito dalla delusione per la stagione delle trimestrali Usa, che vede alcune Big Tech mostrare atteggiamenti improntati alla cautela. Inoltre, pesano i risultati di bilancio di Amazon, che perde in Borsa oltre il 12% dopo aver riportato nel primo trimestre la prima perdita dal 2015 per via del pessimo investimento (loss di 3,8 miliardi di USD) effettuato nel produttore di auto elettriche Rivian. Amazon ha poi comunicato di stimare per il trimestre attuale una perdita operativa compresa tra 1 e 3 miliardi di USD, ma ciò che spaventa di più è che la crescita del fatturato è stata di appena il 7% nel primo trimestre, rispetto al boom +44% del primo trimestre del 2021. Sul fronte obbligazionario, la spirale di forte inflazione ha determinato una risalita dei tassi sui Treasuries Usa a scadenza decennale (2,864%).
A Wall Street qualcuno già parla – forse un pò frettolosamente – di “ciclo del FOMC”. Infatti, dalla fine del 2021 le riunioni del FOMC sono state seguite da ottimi rialzi dello S&P 500, mentre i verbali del FOMC hanno dato la stura a forti cali di mercato. Pertanto, potrebbero esserci buone possibilità che questo mini-ciclo continui con lo S&P 500 in rialzo dopo l’incontro. Anche l’indice VIX è generalmente scambiato a livelli più bassi quando escono i verbali del FOMC, a livelli più alti prima della riunione del FOMC, ed oggi il VIX scambia a livelli elevati in vista della riunione del FOMC. Tuttavia, è probabile che qualsiasi rally sia di breve durata, perché i fondamentali sottostanti dello S&P 500 e il mercato azionario in generale si stanno deteriorando: quando i tassi di interesse più elevati si comprimono, il rapporto P/E e gli utili generalmente diminuiscono.
Due problemi tra tutti scuotono gli operatori. L’aumento dei rendimenti reali è il problema più grande che il mercato azionario deve affrontare, ed anche i dividendi reali sono impoveriti dalla inflazione elevata. Già nelle ultime settimane si è osservata una certa compressione del rapporto P/E, sceso a 17,5 rispetto alla media storica di 16,1 rilevata dal 2002. Ma va riconosciuto che tra la primavera del 2020 e la fine del 2021 il rapporto P/E dello S&P 500 era storicamente molto alto. L’altro problema è che le stime degli utili per lo S&P 500 potrebbero ora iniziare a subire pressioni. Il NASDAQ 100 e il NASDAQ Composite hanno già iniziato a vedere diminuire le stime degli utili per il 2022. Pertanto, sembra difficile immaginare che le stime degli utili dello S&P 500 reggeranno, poiché il NASDAQ 100 di solito anticipa le stime di utili rispetto allo S&P 500.
Su tutto, la Fed ha chiarito che le politiche monetarie si debbano inasprire, e le azioni non hanno mai avuto buoni risultati in tali occasioni, subendo forti ribassi. Questa volta non è probabile che sia diverso, perché la politica monetaria deve inasprirsi ancora un po’ prima di raggiungere un livello neutrale. Lo S&P 500 vedrà probabilmente un notevole rimbalzo dopo la riunione del FOMC, ma i dati fondamentali negativi sono troppo forti per non riprendere il sopravvento verso la fine di maggio, quando il mercato conoscerà i verbali del FOMC e vivrà la consueta debolezza estiva.
La Yellen, inoltre, ha detto che l’inflazione potrebbe aver raggiunto il picco negli Usa, ma ha messo in guardia i cittadini sul fatto che i prezzi potrebbero restare elevati “un po’ più a lungo”. Nel frattempo, la fiducia è stata presa a pugni e gli esperti finanziari non fanno altro che raccomandare agli investitori di non farsi prendere dal panico, ma di pensare invece a strategie a lungo termine, molto più adeguate per gestire momenti come questo ed un sentiment generale sceso sotto i piedi, con un significativo 44% delle persone convinti che il mercato si stia muovendo in una direzione ribassista. Negli Stati Uniti, per esempio, l’ultimo indicatore settimanale dell’American Association of Individual Investors segna quasi 14 punti percentuali al di sopra della media storica del 30,5% sul sentiment ribassista, e solo il 19% ha dichiarato di essere rialzista, ma questo accadeva lo scorso 20 aprile. Non accadeva dal mese di Maggio 2016 che il sentiment rialzista non superasse il 20% per due settimane consecutive.
Nel frattempo, sei investitori su 10 prevedono un ulteriore aumento della volatilità del mercato, e sette su 10 affermano di essere preoccupati per una recessione, secondo un sondaggio Nationwide pubblicato pochi giorni fa. Nello stesso sondaggio, circa quattro investitori su 10 (44%) hanno affermato di sentirsi più fiduciosi nella propria capacità di proteggere le proprie finanze in caso di imminente recessione, e il 38% ha affermato di sentirsi fiducioso nella propria capacità di investire nel mercato azionario.
Gli investitori al dettaglio continuano a non avere alcuna visione strategica del mercato, soprattutto i clienti millennials che hanno una elevata propensione al rischio, padronanza della tecnologia digitale ma poco tempo a disposizione per dedicarsi agli investimenti azionari con la dovuta attenzione. Sembrano essere loro i maggiori responsabili del deflusso di circa 17,5 miliardi di dollari dalle azioni globali durante la scorsa settimana, sia in via diretta che attraverso gli strumenti di risparmio gestito. Da lì si è generato il ribasso degli indici americani, e in Europa i deflussi dai mercati azionari sono stati di poco inferiori, sebbene attribuibili quasi interamente ai fondi per via delle richieste di riscatto maggiori del solito.
Il problema è che i nuovi investitori regolari venuti fuori nel periodo della pandemia, per lo più millennials di fascia d’età più bassa (30 anni), hanno guadagnato molto con i titoli tecnologici e di e-commerce nel periodo Maggio 2020 – Maggio 2021, e nel periodo successivo hanno mostrato di non avere la stessa tolleranza al rischio rispetto agli investitori più sofisticati o agli investitori istituzionali. Soprattutto mostrano di non avere nessuna visione di lungo termine, che tipicamente entra a far parte del bagaglio personale di esperienza dell’investitore solo dopo qualche decennio di pratica oppure quando qualcuno o qualcosa ti ha instradato verso i rudimenti dell’educazione finanziaria di base, nel nome della quale, in momenti come questo, è necessario prendere fiato ed evitare di fare qualcosa di drastico.
Soprattutto, evitare di ragionare sugli effetti – mercato che scende, volatilità etc – e concentrarsi sulle cause. O meglio, sulla “causa regina”, l’inflazione, che continua ad essere sostenuta e costringe la Fed ad essere più aggressiva, rappresentando un rischio per l’economia e per i mercati finanziari. Tuttavia, una recessione nei prossimi 12 mesi non sembra essere considerata da nessun analista. Secondo Solita Marcelli, chief investment officer Americas di UBS Global Wealth Management, l’economia può crescere anche con la serie di aumenti dei tassi a cui gli investitori si stanno preparando, anche perchè i risultati degli utili del primo trimestre sono stati generalmente buoni, al netto delle eccezioni come Netflix, che la scorsa settimana ha riportato una perdita secca di 200.000 abbonati quando gli analisti avevano previsto una crescita di 2,5 milioni di abbonamenti.
Nelle fasi come quella che stiamo vivendo, con la triade pandemia-guerra-inflazione che non smette di fare danni, gli investitori dovrebbero privilegiare l’ottica di lungo termine, anche perché gli attacchi di volatilità non sono certamente finiti, e le obbligazioni continuano a perdere terreno e ad aumentare i rendimenti. Ciò dovrebbe sollecitare una modifica al portafoglio, riconsiderando le allocazioni, realizzando perdite per raccogliere il minus fiscale.
Pertanto, la Cina fa i conti con il costo della sua politica zero-Covid, e cioè quella politica che era stata celebrata – e invidiata – in tutto il mondo come la più efficace contro il Coronavirus e che adesso sta rivelando le sue debolezze derivanti dalla volontà del governo cinese di non importare i vaccini dai paesi occidentali e affidarsi ai propri, evidentemente meno efficaci contro la variante Omicron altamente trasmissibile. I diversi focolai simultanei in diverse regioni del territorio hanno dato vita alla seconda ondata pandemica (in Occidente siamo alla quinta …), e il conteggio dei casi è salito a livelli senza precedenti, guidato da grandi focolai nella provincia nord-orientale di Jilin, e decine di città cinesi sono andate automaticamente in blocco totale o parziale fermando dalla sera alla mattina – letteralmente – le attività di una popolazione pari a quella degli Stati Uniti, spesso limitando l’accesso a cibo e cure mediche.
Tra le città in lockdown, Shanghai ha ricevuto più attenzione per via della sua importanza strategica e finanziaria. Infatti, i 39 nuovi decessi tra i pazienti segnano un record e generano i blocchi e le quarantene forzate che a Shanghai hanno suscitato rabbia e disperazione tra i cittadini. Sebbene la città abbia in qualche modo allentato le regole di quarantena questa settimana, circa 4,5 milioni di persone rimangono confinate nelle loro case e circa 7,9 milioni possono lasciare le loro case ma devono rimanere nei loro quartieri.
Per via dei blocchi, la popolazione cinese coinvolta (circa 320 milioni di persone su un totale di 1,4 miliardi) sta lentamente prosciugando i propri risparmi a un livello al quale sono obbligati a ridurre anche la spesa. La responsabilità di tutto questo ricade sull’orgoglio nazionale di questo paese, che ha impedito alla Cina di approvare vaccini mRNA stranieri, lasciando le persone ai vaccini meno efficaci sviluppati dalle aziende nazionali. Per cui, nonostante un tasso di vaccinazione impressionante (l’88% delle persone ha avuto due vaccinazioni), si
ritiene che gli anziani in particolare siano ancora a rischio reale di coronavirus. È vero che Pechino ha sollecitato lo sviluppo di vaccini mRNA nostrani – due dei quali sono ora entrati in studi clinici – ma la Cina deve agire ora con rapidità. Dovrebbe ingoiare il suo orgoglio e approvare immediatamente le importazioni di massa di vaccini mRNA stranieri, consentendo così di tracciare una via d’uscita dalla sua politica draconiana zero-Covid e allentare i blocchi che stanno imponendo un enorme tributo economico e psicologico.
Ma la crisi a Shanghai e in altre città non è solo umanitaria. È decisamente un problema economico e, in una certa misura, anche politico. Il FMI ha ridotto le previsioni di crescita del PIL dal 4,8% al 4,4% per l’intero anno, una contrazione particolarmente marcata rispetto all’8,1% registrato lo scorso anno, danneggiando sia la Cina che l’economia globale. La crisi sembra destinata ad essere particolarmente pronunciata ad aprile. Ting Lu, capo economista cinese di Nomura, prevede che la crescita del PIL nel secondo trimestre di quest’anno crollerà all’1,8%, in calo rispetto all’effettivo 4,8% visto nel primo trimestre.
Nonostante la scorsa settimana sia stata caratterizzata da vendite diffuse e indici in netto ribasso, il presidente Xi Jinping ha difeso l’approccio della Cina per combattere la pandemia, ma il benchmark ha ora cancellato quasi tutto il suo rally di metà marzo che era stato innescato da una serie di promesse politiche del vicepremier Liu He per stabilizzare i mercati. un segno che le autorità sono desiderose che la correzione del mercato azionario finisca, la China Securities Regulatory Commission ha affermato che giovedì ha incontrato investitori istituzionali come il National Social Security Fund, banche e assicuratori per chiedere loro di aumentare i loro investimenti azionari.
Nel frattempo, i blocchi nelle principali città del paese, insieme ai rischi di deflusso di capitali da quando la Federal Reserve ha aumentato i tassi, hanno smorzato il sentiment nei confronti delle azioni cinesi locali. Gli investitori, che si aspettavano che le autorità aumentassero gli stimoli, sono stati delusi dalla decisione di mercoledì delle banche di mantenere invariati i tassi sui prestiti. “Il mercato è inondato di pessimismo”, ha affermato Wu Wei, fund manager di Beijing Win Integrity Investment Management Co. “Sebbene ci siano state alcune buone scelte, il peso maggiore nella mente delle persone ora è il virus. Nessuno può indovinare con precisione il fondo. A giudicare dalla situazione del virus, potremmo ancora vedere un’ulteriore discesa”.
Pertanto, sembra che il
Tengono le soluzioni posizionate nel centro della città, che hanno registrato un incremento dello 0,2%. Lieve recupero dei valori per gli immobili in Campo dei Fiori dove si sono venduti soprattutto piccoli tagli, difficili da trovare in zona. Numerosi immobili sono ritenuti più appetibili grazie alle migliorie ottenute con il bonus facciate. Si muovono prevalentemente
Chi cerca la prima casa, quasi sempre si orienta su tipologie di ampia metratura, possibilmente con spazi esterni e affacci su piazze storiche. Importante, in questi casi, la presenza dell’ascensore, la panoramicità, lo spazio esterno e la luminosità. Sul segmento di pregio comprano sia italiani sia stranieri. Prezzi più contenuti si registrano in via XX Settembre, perché più vicina alla Stazione Termini ma apprezzata per assenza di ZTL. In zona Prati sono presenti soluzioni in stile umbertino e il mercato è prevalentemente residenziale, con quotazioni di 6.000-7.000 euro al mq. Chi vende lo fa con l’intenzione di avere metrature più ampie o più ridotte sempre nello stesso
quartiere, oppure per trasferirsi fuori
La macroarea che ha segnalato l’aumento più importante dei valori è quella di Monteverde-Aurelio, con +1,4%. Particolarmente positivo il trend della zona di Monteverde Nuovo che ha messo in evidenza un leggero aumento soprattutto sui
Mercato con prezzi in lieve recupero alla Magliana, dove si registra una buona domanda da parte di acquirenti under 36 ma anche di
Nella macroarea di San Giovanni-Roma est i valori degli immobili sono aumentati dell’1%. Nei quartieri di Tuscolana e Appio Claudio il mercato è molto veloce sia a ridosso del parco della Caffarella sia intorno al parco degli Acquedotti. In quest’area, vista l’offerta più signorile, si muovono prevalentemente persone con budget importanti e alla ricerca di soluzioni di qualità. Sono infatti presenti immobili di ampia metratura, tra cui attici a volte con vista parco che possono toccare i 4.000 euro al mq. Meno costosi e più accessibili i valori degli immobili a Cinecittà est, grazie ai prezzi più competitivi rispetto ad altri quartieri, alla presenza di servizi e di aree verdi oltre che all’offerta immobiliare di recente costruzione. La vicinanza di due fermate della metropolitana è, anche per questo quartiere, un altro aspetto molto apprezzato. I prezzi per un
buon usato sono in media di 3.000 euro al mq. Mercato con prezzi in salita anche nel quartiere Don Bosco, dove ad attirare sono anche i prezzi più bassi rispetto ai quartieri limitrofi e la presenza di servizi. La vicinanza di ben tre fermate della metropolitana della “linea A” è un altro aspetto apprezzato. I prezzi per un buon usato sono in media di 3.000 euro al mq. Non lontano, verso la zona di Appio Claudio, prevalgono le soluzioni più signorili risalenti agli anni ’70 e acquistabili a prezzi medi di 4.000-4.500 euro al mq. Da segnalare la nascita di piste ciclabili in via Appio Claudio e lungo la Tuscolana.
Buon andamento per il quartiere Alessandrino, i cui prezzi sono leggermente più elevati, 1.800-2.000 euro al mq, perché sorge all’interno del GRA. I quartieri sono serviti dalla metropolitana C e questo è uno dei motivi per cui sono scelti anche da chi lavora in centro per spostarsi con facilità. Prezzi in leggero aumento per le case di Tor Sapienza, quartiere alla periferia della città, dove negli ultimi tempi la carente offerta non è riuscita a compensare la maggiore domanda alimentata prevalentemente da famiglie del quartiere alla ricerca di tagli più ampi e che approfittano dei mutui più vantaggiosi per acquistare. La maggior parte degli immobili risale agli anni ’60, poche le costruzioni più recenti. I prezzi medi si aggirano intorno a 2.000 euro al mq. Si è notato un aumento della domanda di trilocali, possibilmente dotati di spazi esterni mentre si è fortemente ridimensionata la richiesta di monolocali e bilocali.
Un aumento dei valori dello 0,4% si segnala per la macroarea di Roma Sud, in particolare nei quartieri di Tre Fontane-Tintoretto e di Serafico. I quartieri di Tre Fontane e Tintoretto hanno valori ancora contenuti e questo consente l’acquisto prevalentemente da parte di acquirenti giovani. La zona è servita da metropolitane e bus, e i prezzi medi si aggirano intorno a 3.500 euro al mq. Invece, nella macroarea Villa Ada-Montesacro lo sviluppo immobiliare di soluzioni con spazi esterni (terrazzi, balconi), particolarmente ricercati dopo il lockdown, ha reso interessante anche il quartiere Bufalotta, che essendo vicino al GRA e al centro commerciale di Porta di Roma attira soprattutto famiglie. I prezzi medi si aggirano intorno a 3.500-4.000 euro al mq. Lo sviluppo immobiliare continua e, in futuro, si prevede l’arrivo della fermata della metropolitana B1 (tratto Jonio-Bufalotta). La restante offerta immobiliare del quartiere risale agli anni ’60: prezzi medi di 2.700-3.000 euro al mq. Non lontano sorge il quartiere Cinquina, i cui valori si aggirano intorno a 2.300-2.500 euro al mq, che attira prevalentemente acquirenti giovani. Ville importanti dal valore superiore al milione di euro sorgono nel Parco della Marcigliana.
L’invasione russa dell’Ucraina ha scioccato il mondo, inflitto enormi sofferenze alla popolazione ucraina e danneggiato l’economia globale. La guerra ha complicato ulteriormente uno scenario già di per sé difficile, caratterizzato da un’inflazione persistentemente elevata e dal ritiro delle politiche monetarie accomodanti delle banche centrali. Le incertezze e i rischi di ribasso sono fortemente aumentati. La guerra e le conseguenti sanzioni imposte da Stati Uniti ed Europa hanno fatto schizzare verso l’alto i prezzi di energia e materie prime. Il rincaro duraturo di energia e commodity aumenta le pressioni sui prezzi e costituisce un notevole rischio che l’inflazione rimanga a lungo elevata e che si consolidi, innescando effetti secondari più persistenti.
Davanti a questa nuova realtà, le autorità finanziarie e monetarie riesamineranno attentamente i piani di inasprimento delle rispettive politiche. Con l’acuirsi delle incertezze, il mix delle politiche macroeconomiche diventa un fattore cruciale per tenere sotto controllo l’inflazione senza spingere nuovamente le economie globali in recessione. Le banche centrali continueranno a perseguire i propri piani di normalizzazione per ridurre le aspettative di inflazione e impedire che si consolidino. La politica fiscale continuerà a offrire sostegno all’economia al fine di evitare una contestuale stretta monetaria e finanziaria che potrebbe scatenare una nuova recessione.
a inasprire la propria politica. L’erogazione dei fondi previsti nel quadro del pacchetto Ue a sostegno dell’economia, la riforma del Patto di stabilità e crescita, la possibile introduzione di ulteriori misure per contenere gli effetti dell’aumento dei prezzi energetici e incrementare le spese per la difesa faranno sì che la politica fiscale rimanga espansiva. In Cina, ancora alle prese con le ripercussioni della pandemia di Covid-19, la politica macroeconomica rimarrà fortemente espansiva per favorire il raggiungimento dell’obiettivo di crescita del Pil del 5,5% fissato dal Congresso nazionale del popolo per il 2022.
“Una rapida risoluzione del conflitto in Ucraina sembra costituire un fattore decisivo per ridurre i rischi di stagflazione”, conclude Siviero. “Un soft landing richiede un mix appropriato di politiche economiche che comprenda una graduale normalizzazione della politica monetaria e il sostegno della politica fiscale in modo da offrire alle banche centrali il margine di manovra necessario per ritirare le misure accomodanti senza causare una recessione. Sarà fondamentale evitare passi falsi, il che nell’attuale contesto è sempre più difficile. Infine, la risoluzione globale della crisi pandemica resta la chiave per eliminare le strozzature nelle catene di approvvigionamento, ridurre le pressioni inflazionistiche e sostenere la ripresa globale. Il nostro scenario di riferimento non prevede una recessione “double dip”, ma l’auspicato soft landing potrebbe divenire un’ipotesi sempre più remota”.
L’azionario statunitense è in rialzo grazie a una serie di trimestrali positive, che hanno messo in secondo piano i timori sugli aumenti “aggressivi” dei tassi di interesse e le delusioni per l’aumento dei rendimenti delle obbligazioni. Tesla è salita dell’8,69%, dopo aver battuto le aspettative di Wall Street sugli utili ottenuti applicando prezzi più alti e compensando così i maggiori costi di produzione e le minori vendite dovute ai rallentamenti nelle catene di approvvigionamento. United Airlines e American Airlines sono salite rispettivamente del 12% e del 6,23% a seguito dell’annunciato ritorno all’utile nel trimestre in corso per via della domanda di viaggi schizzata in su.
Da notare che queste impennate sono arrivate nonostante sia la Banca mondiale che il Fondo monetario internazionale abbiano ridotto le loro prospettive economiche globali per il 2022 di quasi un intero punto percentuale, citando le turbolenze derivanti dall’invasione russa dell’Ucraina e la battaglia campale delle banche centrali di tutto il mondo per frenare l’inflazione. In particolare, la Federal Reserve sembra destinata ad aumentare il suo tasso di interesse di 50 punti base quando si riunirà il mese prossimo, e un aumento di 75 punti base non è stato escluso dai funzionari della Fed. Sul punto, La presidente della
Fed di San Francisco, Mary Daly, ha detto di essere favorevole ad un aumento del target dei tassi overnight al 2,5% entro la fine di quest’anno, ma ciò dipenderà da quanto accadrà in materia di inflazione e di mercato del lavoro. Riguardo a quest’ultimo punto, gli ultimi dati hanno mostrato un moderato calo nel numero di americani che durante la scorsa settimana hanno presentato nuove richieste di sussidi di disoccupazione, per cui è evidente che il mese di aprile sarà nel complesso un altro mese di forte crescita del lavoro.
Pertanto, la Fed potrebbe aumentare i tassi di mezzo punto percentuale in occasione dei prossimi due meeting, ma nessuno si sbilancia al momento sul ritmo esatto degli aumenti. In ogni caso, non mancano i “falchi” tra i massimi dirigenti della Fed: il presidente della Federal Reserve di St. Louis, James Bullard, ha ribadito la sua tesi per un aumento dei tassi al 3,5% entro la fine dell’anno. “C’è una crescente speculazione che la Federal Reserve cercherà di aumentare il tasso di inasprimento della sua politica monetaria”, ha affermato David Madden, analista di mercato di Equity Capital. “I rendimenti obbligazionari statunitensi stanno salendo rapidamente”. Ed infatti il rendimento del Treasury a 10 anni è stato pari al 2,942%, in leggero calo dopo aver raggiunto i livelli più alti degli ultimi tre anni.







