Giugno 16, 2026
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INVESTITORI

Guerra in Europa, volatilità garantita. Si teme una nuova Cecenia, ma niente recessione

Le sanzioni comminate alla Russia dall’Unione Europea e dagli altri paesi occidentali tradiscono la previsione di un conflitto dagli effetti durevoli. I mercati finanziari dovranno adattarsi rapidamente, sopportando il ritorno della volatilità.

Di Massimo Bonaventura

“L’aggressione della Russia verso l’Ucraina sarà una nuova Cecenia”? E’ questa la domanda che tutti gli analisti, in buona compagnia dei gestori di asset management, si stanno facendo in queste ore, e la sensazione che siamo di fronte ad un conflitto dagli effetti durevoli sull’economia mondiale è sempre più viva, tanto da far intravedere lo spettro di uno scontro bellico simile a quello che la Russia ha portato avanti per un decennio (1999-2009) contro i separatisti ceceni. Del resto, lo stile della propaganda russa per giustificare un atto vile come la guerra è identico a quello usato a fine millennio: gli ucraini, come i ceceni, definiti “terroristi e neonazisti”, e via con le bombe.

Pertanto, solo tra qualche mese sapremo quanto avrà avuto da perdere la Russia, e quanto il resto del mondo da questa aggressione che, se ci fosse stato un briciolo di buona fede politica da parte di Putin, avrebbe trovato migliore – e pacifico – contenitore nella Assemblea della Nazioni Unite. Nel frattempo, gli stati occidentali si chiedono in che modo poter ovviare alle probabili ritorsioni che la Russia indirizzerà ai paesi europei attraverso le forniture di gas. L’Europa, infatti, ha fatto sapere (tramite la Von Der Leyen) che fornirà armi all’Ucraina, ma contestualmente, con un sofisticato atteggiamento diplomatico, ha tenuto fuori alcune banche russe dallo “spegnimento” del canale bancario internazionale Swift per consentire i pagamenti del gas, quasi a voler comunicare allo zar Putin che le porte non si sono chiuse del tutto, e che al gas russo l’Europa non può rinunciare.

C’è da dire che, al momento, l’UE importa circa il 40% del suo gas dalla Russia. Questo Putin lo sa bene, e certamente un tale livello di dipendenza energetica dell’Europa  – la vera forza strategica della Russia, più efficace di qualunque missile  intercontinentale – permetterà il perpetrarsi di un ricatto potenziale contro le sanzioni economiche imposte dall’Occidente. Peraltro, da quando il Cremlino ha ridotto del 25 per cento le forniture i prezzi del gas nell’Unione europea sono quadruplicati, facendo impennare anche i prezzi dell’energia elettrica che viene prodotta attraverso il gas naturale.

Pertanto, la vera incognita non è la guerra in sé, bensì la durata del suo proseguimento e il grado di coinvolgimento degli altri paesi – dall’Europa al Giappone, passando dall’Australia – che in queste ore stanno manifestando la volontà di sostenere in tutti i modi l’Ucraina, che Putin vorrebbe annessa alla Russia. Ebbene, se la guerra dovesse rimanere confinata in Ucraina, è probabile che i mercati finanziari abbiano già scontato tale scenario nelle quotazioni; ma se così non fosse, la situazione si farebbe grave, e la sommatoria di alta inflazione, inasprimento della politica monetaria di Bce e Fed, i problemi sulle filiere di approvvigionamento delle materie prime e semilavorati, e la pandemia che non accenna a finire sono tutti elementi che mettono paura ai mercati.

Tuttavia, nonostante l’aggressione russa sia più estesa del previsto e le sue richieste per un cessate il fuoco addirittura improponibili, sembra improbabile che tutto ciò possa causare una recessione, dal momento che le ripercussioni sul commercio e le attività sarebbero ampiamente compensate dai fondamentali economici molto solidi e dalla ripresa economica ancora in atto, che genera la attuale crescita significativa del reddito da lavoro. Nel breve periodo, però, l’instabilità dei mercati è garantita, poiché gli scambi azionari basati sull’ipotesi di una guerra lampo e di una soluzione rapida del conflitto lasceranno il posto, nei prossimi giorni, ad una serie di notizie contraddittorie che vanno dalla esclusione della banca centrale russa dai circuiti internazionali all’alert nucleare. Inoltre, la violenza della correzione della Borsa russa e il crollo del rublo sono segnali importanti, e senza l’apertura di una trattativa concreta il mercato rimarrà vulnerabile.

In una situazione del genere, molto dipende dall’atteggiamento delle banche centrali, che potrebbero passare dalle politiche restrittive a nuovi scenari temporaneamente accomodanti. Infatti, Christine Lagarde ha già annunciato che la Bce metterà a disposizione la liquidità necessaria per far fronte ai costi della crisi, e i bond dovrebbero festeggiare. Ma per quanto?

Ethenea: la guerra in Ucraina espone l’Europa al rischio stagflazione

Le autorità fiscali e monetarie dovranno probabilmente rivalutare attentamente i loro piani di normalizzazione. Le politiche di inasprimento già scontate dai mercati potrebbero dover essere riviste al ribasso e adattate alla nuova realtà. 

“Il conflitto in Ucraina, insieme alle conseguenti sanzioni statunitensi ed europee, aumenta la pressione sui prezzi delle materie prime e dell’energia, e causerà una crescita economica più lenta. L’economia globale è colpita da uno shock combinato di domanda e offerta che indebolirà la crescita economica e intensificherà ulteriormente le pressioni inflazionistiche”. È l’analisi di Andrea Siviero, Investment strategist di Ethenea Independent Investors.

L’economia globale si trova in una circostanza particolarmente pericolosa. L’eccezionale sostegno politico messo in atto dai responsabili politici di tutto il mondo ha aiutato l’economia globale a uscire dalla recessione indotta dalla pandemia del 2020. La ripresa economica è stata insolitamente rapida e particolarmente solida, e non è stato possibile far corrispondere il forte aumento della domanda aggregata a un’offerta non abbinata. L’inflazione è aumentata a livello globale nel 2021 e le banche centrali nelle economie avanzate hanno recentemente segnalato un brusco cambio di orientamento hawkish e accelerato l’allentamento del loro sostegno politico pandemico. L’ambiente di persistente alta inflazione e il rallentamento della crescita economica è tuttavia particolarmente preoccupante e ha suscitato ipotesi secondo cui l’economia globale potrebbe presto entrare in un periodo di stagflazione economica.

La decisione di Vladimir Putin di attaccare lUcraina non solo causerà un danno immenso al popolo ucraino e all’economia ucraina e potrebbe innescare lo scoppio di un conflitto armato ampio e distruttivo in Europa, ma aumenterà enormemente i rischi al ribasso per l’economia globale e la pressione inflazionistica. La regione coinvolta nel conflitto è una delle principali fonti di materie prime di ogni tipo: petrolio, gas, grano, minerali, metalli, ecc. Un’impennata sostenuta dei prezzi dell’energia e delle materie prime alimenterà le pressioni sui prezzi con un rischio considerevole che l’inflazione si radichi, innescando effetti secondari più duraturi.

Con l’inflazione ostinatamente alta, l’indebolimento dello slancio economico e i responsabili politici che iniziano a ritirare il loro sostegno, uno shock stagflazionistico esogeno di questo tipo è particolarmente preoccupante ed estremamente impegnativo per i responsabili politici che cercano di iniziare il loro processo di normalizzazione. Rappresenta un ostacolo importante per l’economia globale equivalente a una significativa tassa estera sulla crescita per le economie occidentali.

Come reagiranno i politici? “Mentre la situazione è eterogenea tra le varie regioni e potrebbe essere troppo presto per trarre conclusioni, le autorità fiscali e monetarie dovranno probabilmente rivalutare attentamente i loro piani di normalizzazione”, conclude Siviero. “Le politiche aggressive di inasprimento attualmente scontate dai mercati potrebbero dover essere riviste al ribasso e adattate alla nuova realtà. La strada verso un atterraggio morbido dell’economia nelle economie avanzate è ancora aperta, ma i rischi sono aumentati considerevolmente”.

Certificazione etica CEI-Nummus.info per due fondi Lemanik

Secondo la CEI, ogni azienda deve fondare la propria attività sui principi di sostenibilità ambientale, sociale e di governante (ESG). Due i fondi di Lemanik Asset Management recentemente certificati da Nummus SpA.

Con l’affermarsi dei principi di Sostenibilità e Governance degli investimenti (ESG e SRI), si è fatta strada anche la necessità di una certificazione esterna alle società di gestione che confermasse il rispetto di questi criteri. E così, negli ultimi due anni si è fatto sempre più ricorso alla Certificazione di Conformità alle linee guida della CEI (Conferenza Episcopale Italiana), che affianca agli obiettivi di Investimento Sostenibile anche le finalità di protezione della vita, della dignità umana in tutte le sue forme, del sostegno della famiglia, della riduzione della produzione di armi e dell’incoraggiamento della responsabilità aziendale.

Pertanto, secondo la CEI, ogni azienda deve fondare la propria attività sui principi di sostenibilità ambientale, sociale e di governance (ESG). Su questa base, la certificazione di conformità alle linee guida per gli investimenti della CEI – che sono state pubblicate nel febbraio 2020 – è affidata a Nummus SpA, che analizza in particolare gli strumenti finanziari, i processi di investimento, le restrizioni e le esclusioni, e aggiorna ogni sei mesi il grado di coerenza alle linee guida di ogni azienda certificata.

Recentemente Lemanik Asset Management, società lussemburghese per la gestione del risparmio, ha annunciato che il fondo azionario Global Equity Opportunities e il fondo obbligazionario Selected Bond hanno ottenuto la certificazione Nummus.Info per la conformità alle linee guida per gli investimenti sostenibili ed etici della Conferenza Episcopale Italiana (CEI). In particolare, la certificazione rilasciata da Nummus.Info integra i principi per gli investimenti responsabili dell’Onu (UN-PRI), la normativa europea SFDR (Sustainable Finance Disclosure Regulation) e i principi etici identificati dalla CEI nel documento “La Chiesa cattolica e la gestione delle risorse finanziarie con criteri etici di responsabilità sociale, ambientale e di governance“.

Lemanik Global Equity Opportunities, gestito da Filippo Garbarino (nella foto), è un fondo caratterizzato da una strategia azionaria globale long-only e si confronta con l’indice Msci World. Il portafoglio è altamente concentrato ed investito in titoli azionari quotati a livello globale; gli investimenti vengono detenuti nel lungo periodo, di conseguenza il portafoglio ha una rotazione contenuta. L’approccio d’investimento è di tipo bottom-up, vengono preferite società con alta generazione di cassa e modelli di crescita sostenibili ponendo particolare attenzione alla longevità del business model. Dal lancio avvenuto il 1 gennaio 2015 al 31 gennaio 2022, il fondo ha generato un ritorno annuale medio del 10.3% (classe retail) e un ritorno in eccesso rispetto al benchmark di riferimento del 3.53%.

Lemanik Selected Bond, gestito da Alessandro Cameroni (nella foto), è un fondo obbligazionario caratterizzato da un focus sui subordinati finanziari europei. Vengono selezionate obbligazioni di emittenti ad alta affidabilità creditizia, con duration to call contenuta, tra 2 e tre anni. Il prodotto è caratterizzato da un approccio total return a gestione attiva volto ad ottimizzare il profilo rischio paese/rendimento/duration/emittente. Dal lancio della strategia, avvenuto a gennaio del 2012, al 31 gennaio 2022 il fondo ha generato un ritorno annuale medio del 6.6% (classe retail).

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DISCLAIMER: Le informazioni e le opinioni contenute in questo articolo non costituiscono un’offerta o una sollecitazione all’investimento e non costituiscono una raccomandazione o consiglio, anche di carattere fiscale, o un’offerta, finalizzate all’investimento, e non devono in alcun caso essere interpretate come tali.Prima di ogni investimento, per una descrizione dettagliata delle caratteristiche, dei rischi e degli oneri connessi, si raccomanda di esaminare la documentazione fornita dalle fonti ufficiali e/o dagli organi di controllo che vigilano sulla commercializzazione in Italia, nonché la relazione annuale o semestrale e lo Statuto, disponibili presso i collocatori. Infatti, l’investimento in prodotti finanziari o in partecipazioni societarie è soggetto a fluttuazioni anche di grande entità, con conseguente variazione al rialzo o al ribasso dei prezzi e del valore dell’investimento, ed è possibile che non si riesca a recuperare l’importo originariamente investito.

 

Il “premio Covid” mette a rischio alcuni settori del mercato azionario

Secondo Christian Schmitt di Ethenea, le valutazioni assolute di alcune classi di azioni sono tutt’altro che convenienti in termini storici e soggette a forti oscillazioni di prezzo.

“In un contesto caratterizzato dall’aumento dell’inflazione e dal rialzo dei tassi di interesse, le azioni restano la soluzione di investimento più interessante. Tuttavia, in molti segmenti del mercato azionario, a partire dal Nasdaq, ravvisiamo un significativo potenziale di rischio latente”. È l’analisi di Christian Schmitt, portfolio manager di Ethenea e gestore del fondo Ethna-Dynamisch.

Sul mercato dei capitali, il nuovo anno è iniziato all’insegna di flessioni talvolta drastiche, sia sul fronte azionario sia su quello obbligazionario. Se in termini economici gran parte delle società continua a evidenziare un ottimo andamento, l’inflazione persistentemente alta, soprattutto negli Stati Uniti, sta mettendo sotto pressione la Federal Reserve, inducendola ad aumentare rapidamente i tassi di riferimento e se fino a settembre 2021 le stime di consenso indicavano che il primo intervento sui tassi non sarebbe avvenuto prima del 2023, oggi il mercato sconta già ben cinque rialzi nel solo 2022.

Dal punto di vista dei mercati azionari, gli sviluppi sul fronte dei tassi e in particolare dei rendimenti delle obbligazioni a lunga scadenza sono importanti, in quanto hanno un impatto diretto sulle quotazioni di tutte le asset class. “Le valutazioni assolute delle azioni sono tutt’altro che convenienti in termini storici”, spiega Schmitt, “e le occasioni degne di nota sono pressoché inesistenti. Inoltre, la vera attrattiva delle azioni deriva dalle allettanti valutazioni relative, ossia dal confronto con altre alternative d’investimento. Qualsiasi scostamento potenzialmente duraturo dall’attuale contesto di tassi bassi mette quindi alla prova i livelli di valutazione prevalenti e può generare forti oscillazioni di prezzo”.

Già un anno fa abbiamo notato eccessi in singoli segmenti di mercato, come quello del “non-profitable tech”, aziende tecnologiche giovani, dirompenti, spesso ad alto contenuto tecnologico, che presentano un potenziale di mercato significativo ma che non sono ancora remunerative e, nei casi più estremi, non generano alcun reddito. I prezzi azionari di molte di queste aziende hanno raggiunto i massimi nella primavera del 2021 e da allora hanno subito un brusco calo. Nonostante le perdite, molti di questi titoli presentano tutt’ora quotazioni elevate, eppure, se si prendono come riferimento gli afflussi degli Etf e dei fondi azionari corrispondenti, a differenza di quanto osservato in passato in situazioni analoghe, oggi quasi nessun investitore ha reagito alle pesanti perdite finora subite con vendite indiscriminate. Alla luce di ciò, in questo segmento di mercato continuiamo a ravvisare un potenziale di rischio latente, e situazioni analoghe stanno emergendo anche in altre aree del mercato.

“Molti di questi titoli si trovano all’interno del Nasdaq, dove molte aziende godono di un sostanzioso “premio Covid”, con valutazioni superiori o molto superiori al loro intervallo di valutazione pre-Covid, con un peso sproporzionato all’interno dei portafogli e degli indici”, prosegue Schmitt. “Si va dalle mega cap come Alphabet alle large cap come la tedesca SAP e alle mid cap statunitensi come Dynatrace o Paycom Software. Ma anche in altri settori si trovano società che vengono scambiate al di sopra delle loro medie storiche, come per esempio la farmaceutica svizzera Roche e gli asset manager statunitensi BlackRock e Charles Schwab. L’investimento in ciascuno di questi titoli può avere senso in una logica di investimento bottom-up, ma occorre non si possono ignorare i rischi top-down associati nell’attuale contesto di mercato. Per questo motivo, nel fondo Ethna-DYNAMISCH abbiamo ridotto significativamente le posizioni su questa tipologia di titoli, ma non li abbiamo liquidati completamente”.

La Cina del 2022 sarà una “stand alone asset class”?

Nonostante gli interventi governativi del 2021, il mercato azionario cinese oggi appare più solido e sostenibile, e la Cina potrebbe diventare nel 2022 un asset class quasi impermeabile agli eventi del resto del mondo.

Di UBS A.M. Italia

Sui mercati azionario e obbligazionario cinese dell’Anno della Tigre cominciano ad affermarsi le caratteristiche atipiche rispetto a quelle che negli ultimi venti anni la c.d. globalizzazione economica e produttiva ha determinato in capo alle borse mondiali. Tanto è vero che, mentre nel mondo occidentale si cerca di dare soluzione alla minaccia dell’inflazione durevole alzando i tassi di interesse, in Cina succede l’esatto contrario, con la banca centrale intenta a confermare la politica monetaria accomodante e a non escludere ulteriori limature dei tassi per sostenere ancora l’economia.

Questa decorrelazione così evidente, però, non è inizia certo in epoca di pandemia. Infatti, negli ultimi cinque anni c’è stata una grande accelerazione del numero di asset allocator che hanno iniziato a studiare la Cina come un’asset class separata dai mercati emergenti. Il mercato cinese è secondo solo agli Stati Uniti in termini di dimensioni e può recuperare il ritardo se si continua ad assistere a nuove aziende, IPO e ad una crescita costante. Inoltre, c’è stata una grande correzione del mercato, e ora dovrebbero presentarsi opportunità in determinati settori, in particolare quelli con aziende che puntano alla crescita del reddito medio.

Facendo un passo indietro di qualche mese, se da un lato l’incisiva regolamentazione governativa aveva fatto sorgere un periodo di incertezza e portato ad una sostanziale riduzione del livello dei prezzi, dall’altro il perseguimento del disegno politico della c.d. Common Prosperity cinese ha creato le basi per un mercato più solido e sostenibile per gli anni a venire. In poche parole, si tratta di una nuova era per la Cina, e questo può rappresentare una vera opportunità per gli investimenti. Infatti, la sua caratteristica di “stand alone asset class” è in grado di influenzare anche il suo stesso posizionamento all’interno dei portafogli.

In tal senso, sono quattro i principali motivi per aumentare il peso di questa asset class. Il primo riguarda il c.d. “baricentro della crescita”, che negli ultimi anni si è spostato in Asia e qui rimarrà secondo le stime del FMI. Il secondo è relativo all’ampiezza del mercato cinese, sia azionario che obbligazionario, che rappresentano oggi il secondo mercato al mondo dopo quello degli Stati Uniti ma che non si rispecchia nella giusta proporzione all’interno dei portafogli, dove abbiamo ancora una allocazione residuale. Il terzo motivo riguarda l’apertura dei mercati cinesi nei principali indici globali, che renderà questa asset class sempre più liquida. Ultimo, ma non meno importante, il posizionamento strategico di questa nazione, destinatario di grandi progetti nazionali ed internazionali e sorretto dal piano quinquennale di Xi Jinping incentrato sulla tecnologia e sulla crescita del consumo interno sono tutti segnali di come la Cina voglia pianificare il proprio futuro da protagonista.

Ecco perché la Cina era e sarà sempre di più una stand alone asset class, e continuerà a crescere di importanza tra gli asset allocator.

Relativamente al mercato obbligazionario cinese, il 2021 è stato un anno fenomenale in termini di allocazione nominale su base stand alone, e la domanda di bond è arrivata prima dagli asset manager dell’Europa, poi da altri paesi che hanno gradualmente aumentato la propria esposizione e si sono staccati dalla classica allocazione proporzionale che vedeva la Cina tra i c.d. paesi emergenti. Nonostante ciò, il livello di allocazione di mercato delle obbligazioni cinesi è al 5 o 6% oggi, e rispetto alla percentuale di contribuzione della Cina al PIL mondiale, che è del 20%, lo spazio di crescita è enorme. L’offerta complessiva di credito al mercato probabilmente toccherà il punto di minimo nel primo o nel secondo trimestre del 2022, e poi inizierà a risalire. Probabilmente bisognerebbe essere un po’ più ribassisti sulle obbligazioni nel secondo semestre dell’anno, dato che c’è sempre un ritardo di circa 10 mesi una volta raggiunto il punto minimo dell’impulso creditizio.

Relativamente al mercato azionario, la sensibile correzione dei mesi scorsi ha creato delle opportunità, soprattutto per via dell’obiettivo del governo cinese di far crescere il reddito della classe media. Si ritiene pertanto che potranno crescere le quotazioni delle aziende quotate che si avvantaggeranno dell’aumento del reddito dei consumatori e della domanda di consumi, come quelle di produzione degli elettrodomestici, di quelle finanziarie, di quelle che si occupano di assistenza sanitaria e di beni di largo consumo. Le aziende produttrici di semiconduttori sono probabilmente costose, per cui bisognerà fare attenzione a cosa comprare, mentre relativamente alle aziende di servizi finanziari è necessario distinguere quelle che si occupano di credito, poco convenienti per via dell’alto livello di credito già esistente, da quelle di gestione patrimoniale e di servizi assicurativi, che invece sono sottodimensionate.

Fondamentale, comunque, è concentrarsi in ogni caso sullo stock picking anziché sul beta del mercato in generale. Inoltre, in termini di High Yeld, gli spazi di crescita ed alcuni indicatori suggeriscono che sarebbe conveniente passare dall’high yeld dei mercati emergenti all’high yeld cinese.

La crisi Ucraina affonda i listini mondiali. In caso di guerra recupero in breve tempo

Secondo alcuni analisti, in caso di guerra in Ucraina i mercati recupererebbero le perdite in poco tempo, in linea con le statistiche storiche, riportando i valori in linea con la congiuntura economica mondiale.

Mentre ora dopo ora sale la tensione al confine ucraino e il rischio di un’invasione della Russia si fa più concreta, analisti e gestori si interrogano sul “dopo”. Infatti, nonostante il lavoro febbrile delle diplomazie, la situazione sembra ormai precipitare verso una occupazione territoriale come non se ne vedevano dagli anni ’70, e l’unica speranza di evitare la strada dell’aggressione militare è adesso legata all’accettazione, da parte del governo ucraino e dei maggiori Paesi dello scacchiere mondiale, di una “resa anticipata” nel nome di superiori interessi economici e di un ingresso ufficiale dell’Ucraina nella sfera di influenza economica della Russia.

Del resto, da quando è salito al potere Putin non ha mai fatto mistero che l’Ucraina, per via della sua importanza strategica, fosse una specie di “regione ribelle” della Russia, mai veramente uscita da quella che una volta era l’URSS. Un po’ come Taiwan per il governo cinese, con i dovuti distinguo.

I mercati mondiali, naturalmente, risentono dell’acutizzarsi di queste tensioni, con il prezzo del petrolio che decolla e l’oro che sta a guardare dopo una bella corsa durata otto anni (+100%). Le circostanze, in ogni caso, consigliano prudenza agli investitori in azioni non mediate dal risparmio gestito, suggerendo un alleggerimento delle posizioni sostituendo con titoli di Stato a breve termine o valute rifugio come dollari e yen. Mentre scriviamo, a Piazza Affari il Ftse Mib cede il 3,57%, in linea con Francoforte (-3,53%) e Madrid (-2,92%). Male anche Parigi (-3,34%) e Amsterdam (-2,72%). In particolare, in Italia il rischio di una guerra colpisce soprattutto i titoli bancari, poiché una delle prime sanzioni che verrà applicata dall’Unione Europea alla Russia in caso di aggressione militare sarà la chiusura totale delle operazioni interbancarie verso le banche russe, che verranno isolate finanziariamente facendo cessare di colpo le attività economiche tra Russia e UE.

Secondo alcuni analisti, tuttavia, in caso di guerra in Ucraina i mercati dopo un breve periodo di tensione generalizzata recupererebbero le perdite in poco tempo, in linea con le statistiche storiche che vedono le borse arretrare pesantemente solo nelle prime due settimane, per poi recuperare rapidamente (o meno) a seconda della congiuntura mondiale, che in questo momento è lanciata verso la continuazione della crescita economica dell’area Euro, USA e Giappone, sia pur all’interno di un quadro inflattivo da tenere sotto controllo. Per esempio, la storia dei crolli di borsa degli Stati Uniti in concomitanza con eventi bellici del secolo scorso ci racconta che l’episodio più vistoso corrisponde alla Prima Guerra del Golfo, quando l’Iraq invase incautamente il Kuwait e lo S&P500 fece -16,9%. Al secondo posto l’attacco alle torri gemelle (-11,6%).

Per trovare un crollo più grave, bisogna andare a ritroso all’attacco a Pearl Harbor del 1941, che fece scendere la borsa americana del 19,8%. In tutti gli altri casi le perdite sono state molto più contenute, facendo assestare la media complessiva su un modesto -4,6%. Inoltre, sembra che l’Ucraina sia intenzionata  a rinunciare all’adesione alla Nato allo scopo di evitare una guerra con la Russia ed evitare perdite militari, civili ed economiche. Ciò permetterebbe la creazione di una sorta di “stato neutrale”, sul modello svizzero, che potrebbe rappresentare al momento il miglior risultato possibile.

Azionario Asia, ruotare i portafogli: meno tecnologia e più finanza

Secondo Marcel Zimmermann, le borse asiatiche hanno pagato l’accelerazione della Fed sui tassi d’interesse, ma le prospettive restano positive. La volatilità di questi mercati diminuirà dopo il primo rialzo dei tassi a marzo.

“Nel mese di gennaio, in tutta l’Asia soltanto Singapore, Hong Kong e Thailandia hanno avuto una performance positiva, mentre Corea del Sud, Giappone e Cina hanno fatto segnare le performance peggiori. Tuttavia le prospettive economiche dell’area restano positive, con una previsione di crescita del Pil nel 2022 pari al 5,3% secondo l’Asian Development Bank. Ma l’espansione regionale è legata alla capacità della Cina di contenere le crisi immobiliari, dato che è il più grande mercato di esportazione della regione”. È l’analisi di Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity.

Il sentiment positivo registrato nei mercati asiatici durante i primi giorni dell’anno è diventato negativo dopo la pubblicazione delle minute della riunione di dicembre della Fed, da cui è emerso un quadro ben più aggressivo di quanto gli operatori di mercato si aspettassero. La Federal Reserve ha chiaramente indicato la sua disponibilità a ridurre il sostegno politico in modo deciso. L’inflazione è ora considerata con grande preoccupazione e la piena occupazione potrebbe esacerbare ulteriormente questa tendenza.

Nel mese di gennaio, i rendimenti governativi sono aumentati in tutto il mondo, a eccezione della Cina, dove governo e banca centrale sono impegnati a contenere le ricadute della crisi immobiliare, che sta minando i prezzi e la ricchezza delle persone. Per la prima volta dalla crisi del Covid nel marzo 2020, l’indice Caixin China Manufacturing PMI è sceso sotto il livello di espansione. Mentre i dati sull’inflazione regionale sono relativamente stabili, dato che i colli di bottiglia nella logistica e nel processo di approvvigionamento industriale migliorano. A complicare il quadro, i due principali rischi geopolitici, Ucraina e Taiwan, che non si sono sgonfiati, e la ripresa dei test missilistici da parte della Corea del Nord. Nel prossimo autunno, il Congresso del Partito Nazionale Cinese dovrebbe rieleggere Xi Jinping come segretario generale e la nomina annullerebbe ufficialmente l’attuale meccanismo di successione che concentra un immenso potere su Xi. Mentre negli Stati Uniti, sempre in autunno, a novembre, si terranno le elezioni di metà mandato che decideranno il controllo di Senato e Camera.

“In questo contesto, abbiamo abbassato l’esposizione del fondo ai settori healthcare, tecnologia ed energia a favore dei titoli finanziari e industriali, da cui ci attendiamo una sovraperformance nella parte finale del ciclo economico”, spiega Zimmermann. “L’esposizione alla Cina è leggermente aumentata, ma rimane al di sotto del benchmark a causa della situazione di incertezza del Paese. Mentre è scesa sotto al benchmark anche l’allocazione paese in Corea del Sud, come conseguenza della riduzione dell’esposizione alla tecnologia. Continuiamo invece a sovrappesare il Giappone e il Sud-est asiatico. In generale, riteniamo che le valutazioni nella regione asiatica siano interessanti e ci aspettiamo una minore volatilità dei mercati azionari dopo il primo rialzo dei tassi di interesse a marzo”.

Mercato immobiliare vivace per il comparto commerciale. Tiene ancora il negozio di vicinato

Gli Italiani hanno il desiderio di acquistare nei negozi e di tornare allo shopping fisico da cui trarre emozioni e benessere. Pertanto la tendenza dei consumatori sarà quella di combinare canali fisici e online.

In base ai dati sulle compravendite commerciali diramati dall’Agenzia delle Entrate elaborati da Tecnocasa, i primi nove mesi del 2021 hanno visto un aumento del 47,3% delle transazioni rispetto al 2020 e del 15,5% rispetto al 2019. Significativo che, in molte grandi città, le compravendite siano in aumento anche rispetto al 2019, periodo pre-pandemia, a testimonianza di un mercato vivace. Fanno eccezione Bologna, Firenze e Milano dove ancora non si sono recuperati i volumi del 2019.

Relativamente al mercato dei negozi, i prezzi e i canoni sono ancora in ribasso nel 2021 e, dopo le difficoltà importanti che il mercato ha registrato durante il lockdown, sembrano esserci ora spiragli di ripresa. Le informazioni congiunturali più recenti segnalano un’ulteriore forte espansione dei consumi, favorita dall’allentamento delle restrizioni (associato ai progressi nella campagna di vaccinazione). Infatti, il clima di fiducia delle famiglie è a livelli elevati, e gli ultimi dati sui consumi diffusi da Censis e Confimprese fanno ben sperare: sono 4,5 milioni gli Italiani pronti a spendere, più di quanto facessero nel periodo pre-Covid, e nel 2021 i consumi si sono ripresi del 14,2% rispetto al 2020, invertendo così la tendenza registrata nella prima parte dell’anno.

È importante sottolineare che, da molte indagini, risulta che gli Italiani hanno il desiderio di acquistare nei negozi e di tornare allo shopping fisico da cui trarre emozioni e benessere: perciò la tendenza sarà quella di procedere ad una combinazione di canali fisici e online. La ristorazione, particolarmente colpita, anche in seguito al forte ridimensionamento dei flussi turistici, è in parte sopravvissuta grazie al delivery e alla possibilità, nei mesi estivi, di occupare le aree esterne. Nelle top location si sono liberati spazi, e questo sta spingendo le operazioni di riposizionamento, reso possibile dal fatto che si ricorre sempre meno al pagamento delle key money e che, in molti casi, sono stati rinegoziati i canoni di locazione. Quando la rinegoziazione non è stata possibile, le attività che non necessitano di visibilità si sono spostate dal centro verso la periferia per pagare canoni più contenuti.

Si conferma la tenuta del negozio di vicinato, in particolare nelle zone più periferiche dove aprono ancora minimarket. Le catene della distribuzione organizzata continuano a cercare spazi da destinare all’apertura di supermercati di prossimità, anche in zone centrali. Maggiori difficoltà per le posizioni di minor passaggio occupate da attività che ricorrono esclusivamente all’e-commerce e da chi eroga servizi a persone e imprese (è il caso dell’ufficio su strada). C’è interesse da parte degli investitori, che restano prudenti, alla ricerca di immobili spesso già locati da tempo ad inquilini affidabili e con rendimenti che possono superare anche il 10% annuo lordo, soprattutto per le posizioni più periferiche e rischiose.

Quasi la metà di chi ha acquistato un negozio lo ha fatto con finalità di investimento. Anche in questo caso il ribasso dei prezzi che ha interessato questo asset immobiliare ha incentivato l’acquisto: negli ultimi dieci anni i valori sono diminuiti del 38% nelle vie di passaggio e del 42,5% nelle vie non di passaggio, i canoni di locazione hanno registrato una contrazione del 36% sulle vie non di passaggio e del 37,8% nelle vie di passaggio. Il taglio più scelto dei locali commerciali in base all’ampiezza non supera i 100 mq sia per quanto riguarda l’acquisto che per la locazione.

Lemanik: gestibile un rialzo dei tassi di 50 punti base in Europa

Il 2022 sarà ancora rialzista per l’azionario europeo, nonostante la maggiore volatilità. Portafogli da riposizionare sui titoli value come finanziari e materie prime.

“La Bce seguirà la Fed e aumenterà i tassi di interesse. Tuttavia un incremento di 50 punti base nel 2022, come si attende il mercato, è ampiamente gestibile attraverso rotazioni settoriali e aggiustamenti di portafoglio che consentano di cavalcare un mercato ancora decisamente rialzista nel 2022”. È l’opinione espressa da Andrea Scauri, gestore azionario Italia ed Europa di Lemanik, intervistato da Class Cnbc. 

Dopo aver tenuto una linea molto ferma fino a non più tardi di due settimane fa, con un atteggiamento molto accomodante che si leggeva nelle parole di Christine Lagarde, nella riunione del 3 febbraio la Bce ha capitolato ­– spiega Scauri – lasciando intendere un possibile rialzo dei tassi di interesse, che il mercato ha già prezzato in almeno 50 punti base nel corso del 2022. Alla base, probabilmente, c’è stata una spinta da parte dei paesi nordici ad abbandonare l’atteggiamento ultra-espansivo tenuto finora dalla Bce. In ogni caso, in un contesto di crescita come quello attuale, con le società che stanno riportando utili molto forti per il 2021, un aumento dei tassi di questa entità è assolutamente controllabile da parte del mercato azionario europeo, che può ancora contare su stimoli fiscali importanti, legati alla messa a terra del Recovery fund. Mentre, al contrario, gli Usa hanno già beneficiato degli importanti incentivi fiscali generati negli ultimi due anni.

Quindi la Bce seguirà la Fed nel ritoccare i tassi di interesse, anche se con un ritmo probabilmente meno forte: bisognerà quindi verificare se la domanda continuerà a essere sostenuta per far crescere gli utili nel 2022. “Alla luce di questa situazione”, prosegue il gestore, “abbiamo venduto tutta la componente industriale growth del nostro portafoglio azionario e ci siamo riposizionati in maniera decisa sulla componente value, che si traduce principalmente in banche, assicurazioni e materie prime, che in un mercato ancora molto volatile dovrebbero vedere una revisione dei multipli, legata alle aspettative di risalita dei tassi di interesse, sovraperformando i titoli growth”. “Ci aspetta una volatilità nettamente più alta rispetto al 2021, ma attraverso le rotazioni settoriali e gli opportuni aggiustamenti di portafoglio è possibile andare a trovare quelle opportunità che potranno beneficiare ancora di un bull market europeo nel 2022”.

Restano due elementi di criticità. Da un lato, il tema geopolitco legato alle tensioni tra Russia e Stati Uniti sull’Ucraina, che in caso di escalation colpirà soprattutto l’Europa, e, dall’altro lato, il possibile ulteriore de-rating dei titoli tecnologici, che, trattando a multipli molto elevati, sono più esposti all’irripidimento della curva dei tassi, come sta avvenendo negli Usa con il Treasury.

Mercati, il sentiment della settimana. Strette monetarie sempre più vicine

Mentre la fiducia degli investitori sale nella zona Euro, le vendite piovono sui titoli di stato europei. Secondo alcuni analisti, il mercato sta prezzando troppo la sua scommessa sui tassi. In USA scontati cinque rialzi nel 2022.

Titoli di Stato funestati da forti vendite in questo inizio settimana per via di attese che vedono la Bce più aggressiva nel contrastare l’inflazione, con un conseguente anticipo temporale nel rialzo dei tassi di interesse. E così, il rendimento del Bund decennale è salito stamattina fino allo 0,24%, e i rendimenti del Btp decennale italiano sono arrivati all’1,89%.

A pesare sul sentiment generale sono i timori di una brusca stretta monetaria da parte della Bce e di una riduzione delle misure di protezione adottate dalla banca centrale sul debito della zona euro. Tutto questo, pertanto, oltre a ridurre lo slancio dell’economia farebbe riemergere la differente “qualità” del debito di Italia e Spagna rispetto a quello dei c.d. frugali. In più, in Italia si avverte un senso di incertezza sulla tenuta della maggioranza e soprattutto sulla permanenza di Mario Draghi alla guida del governo. Ne è ampia dimostrazione lo spread Btp-Bund, che nel frattempo si è allargato a ben 165 pb, trainato anche dalle dichiarazioni di Klaas Knot, presidente della Banca centrale olandese e membro del consiglio direttivo della Bce, che ha manifestato pubblicamente le sue aspettative per un primo aumento dei tassi di interesse già a Settembre, e per un secondo aumento nella primavera del 2023. Knot ha aggiunto che l’inflazione dell’area euro, arrivata al record del 5,1% lo scorso mese, è in gran parte “esogena” e ciò confermerebbe che il mercato sta scontando troppo i rialzi, prezzando già oggi 50 punti base entro la fine dell’anno.

Nonostante ciò, la fiducia degli investitori della zona euro è salita in questo primo scorcio di Febbraio, grazie alla maggiore stabilità della situazione economica mondiale, ma si comincia a sentire una certa mancanza di slancio che alla lunga evidenzierà la carenza di aspettative di miglioramento.

Negli Stati Uniti, il protagonista di questa settimana è l’indice dei prezzi al consumo del mese di Gennaio, che sarà pubblicato dal dipartimento del Lavoro Usa il prossimo 10 febbraio e costituisce un oracolo per la determinazione dell’andamento dell’inflazione. Secondo le anticipazioni, il dato sarebbe salito di più del 7% su base annua (come mai si vedeva da febbraio 1982). Sembra però che, anche in USA, il mercato abbia scontato più strette monetarie di quelle che molti analisti hanno previsto per il 2022 (si parla di cinque interventi), e al momento stia già dando probabile un aumento di 50 punti base già nella riunione di marzo, anche per via dei dati sfavillanti del report occupazionale Usa di gennaio, che ha evidenziato una crescita dei nuovi posti di lavoro (467.000 unità) di gran lunga maggiore del dato previsionale di 150.000.