Giugno 18, 2026
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INVESTITORI

Il consulente finanziario sostenibile è un professionista “di famiglia”. Poca forma, molta sostanza

La naturale collocazione del consulente finanziario tra le professioni intellettuali  è quella secondo la quale egli opera professionalmente per trovare il giusto equilibrio tra il ciclo di vita della famiglia ed il mantenimento del tenore di vita di tutti i componenti, fino ad arrivare al trasferimento di cose e mezzi alle generazioni future come punto di arrivo del proprio modello di consulenza.

Di Maurizio Nicosia*

Molti di noi, nel momento in cui hanno sentito parlare per la prima volta di frutta biologica, hanno provato una certa diffidenza sulla base del fatto che non è possibile verificare in prima persona il processo di produzione, e che per la maggior parte delle persone è difficile percepire la differenza tra prodotto biologico e prodotto non biologico. Eppure, le norme sulla certificazione della qualità sono nate proprio per concepire tutti i passaggi del perfetto processo Biologico di produzione dei prodotti della terra. Nonostante questo, la nostra indole ed esperienza di vita ci inducono ad avere comunque dei dubbi; quegli stessi dubbi che, allo stesso modo, molti di noi hanno sentito parlare per la prima volta di “finanza sostenibile”.

In particolare, la domanda che i più smaliziati si sono posti riguarda il perché le società di gestione del risparmio dovrebbero gravarsi di costi ulteriori per raggiungere la c.d. sostenibilità finanziaria, rinunciando al profitto. In parole povere, si tratta davvero del desiderio di rispettare la sensibilità dei clienti e delle nuove generazioni verso il tema della sostenibilità ambientale e sociale, o soltanto di una “moda” per consentire alle banche di conquistare ulteriori fette di mercato?

Il Regolamento UE 2019/2088, appena introdotto, nasce per dare una mano agli investitori nella scelta degli strumenti di finanza sostenibile, ma è difficile che un regolamento, da solo, possa fare crescere il livello di etica del prodotto all’interno di un sistema traballante. Quello della sostenibilità, infatti, è un tema vecchio quanto il mondo. E’ il classico terreno di coltura nel quale si chiede di sciogliere il dilemma secondo cui “è meglio l’uovo oggi o la gallina domani”. Ma non è questo il punto. Il punto è che le conseguenze delle nostre scelte odierne si ripercuoteranno ineluttabilmente sul nostro domani.

Nel caso della consulenza finanziaria, poi, il dilemma raddoppia la sua portata, dal momento che è necessario – ora più che mai – parlare sia della sostenibilità futura del ruolo di consulente che della sostenibilità del ciclo di vita finanziario del cliente. Infatti, la storia della gestione del risparmio, fin dai suoi albori, ci racconta dell’eterno prevalere del mero interesse commerciale alla vendita da parte delle banche tradizionali che, per favorire il continuo pushing commerciale, variano costantemente gli attori all’interno delle strutture di filiale per evitare che il rafforzamento della relazione ponga dei dubbi etici nei dipendenti chiamati di volta in volta a gestire il processo di vendita. La nascita dei promotori e la successiva evoluzione verso la consulenza finanziaria ha negli anni fatto maturare una coscienza diversa, secondo la quale il rispetto delle esigenze e degli obiettivi del cliente diventa il fulcro per la “sopravvivenza” professionale del consulente. L’esigenza di preservare e far prosperare le risorse del cliente diventano il veicolo per una relazione stabile con il consulente ed una crescita esterna del professionista, grazie alla pubblicità positiva che deriva dalla responsabilità con cui egli approccia la professione.

Il consulente diventa etico e “sostenibile” perché esserlo è la base della sua prosperità. Uno degli ambiti in cui si esplica la sua eticità è quello del supporto all’azienda-famiglia, che dal Dopoguerra ad oggi ha prodotto in Italia risorse importanti per il benessere delle generazioni successive. In questa ottica, il consulente finanziario sembra aver trovato la sua naturale collocazione tra le professioni intellettuali, ossia quella di operare professionalmente per trovare il giusto equilibrio tra il ciclo di vita della famiglia ed il mantenimento (o miglioramento) del tenore di vita di tutti i componenti, fino ad arrivare al trasferimento di cose e mezzi alle generazioni future come punto di arrivo del proprio modello di consulenza.

Siamo sicuri che tutti gli attori del processo descritto – famiglie, consulenti ed intermediari – siano pronti per mettere in pratica questo approccio di continuità e prosperità nel tempo?

In merito alle famiglie, il compito a prima vista sembra meno difficile: sarebbe sufficiente attivarsi sistematicamente quali educatori finanziari per far crescere la loro consapevolezza in un mondo, quello della Finanza, che sta cambiando di pari passo con la Società. Questo, però, sarebbe possibile realizzarlo in un “sistema finanziario perfetto” dal quale siamo ben lontani. Presto, infatti, le certezze su cui si è sempre basata la generazione dei babyboomers – mattone e pensioni – cominceranno a vacillare per i millennials, portando sempre di più la formazione del risparmio verso il rispetto degli obiettivi di integrazione previdenziale idonei a conservare un buon tenore di vita. Pertanto, oggi le famiglie stanno sottovalutando pericolosamente l’incertezza futura illudendosi di poter vivere all’infinito in un mondo che, invece, sta scomparendo.

Relativamente agli intermediari, si ha come la sensazione che, per loro, la forma prevalga sulla sostanza, nel senso che le stringenti norme legislative imposte dall’esterno fanno prevalere l’esigenza di tutelare se stessi su quella di perseguire il bene e la prosperità collettiva.

Infine, riguardo ai consulenti, essi oggi hanno sulle spalle la necessità di educare le famiglie, difendere i clienti dai comportamenti autolesionisti, e di non farsi coinvolgere dalle dinamiche commerciali e dai conflitti di interesse. La consulenza pura basata su esigenze e obiettivi è ancora una strada in salita molto ripida.

Tornando al dilemma dell’uovo-gallina, pertanto, sembra più rassicurante puntare “all’uovo oggi”, perché la “gallina domani” richiede la sopportazione di diversi sacrifici. Però, se ciascuno di noi si domanda quali sono state le più grandi soddisfazioni avute in carriera, torneranno in mente i clienti che ci hanno ringraziati per essere riusciti a programmare l’acquisto di un immobile o l’integrazione al proprio reddito, oppure quel giorno in cui ci siamo sentiti parte di una famiglia che, a parte quella di origine, non sapevamo di avere.

In definitiva, la relazione è tutto nella nostra professione. Essa non serve soltanto a conoscere i clienti nel profondo e ad orientare i loro investimenti nel modo giusto, ma diventa un pezzo importante della sostenibilità del nostro ruolo e, soprattutto, della sostenibilità del rapporto con il cliente nel tempo.

* Manager di area di un importante rete di consulenza finanziaria italiana

Trend compravendite immobiliari in Italia. Analisi per province e regioni

Diversi fattori incidono sull’andamento delle compravendite di immobili nel nostro paese. Ecco il trend a febbraio 2021, verificato su base regionale grazie ai dati analizzati da caseinvendita360.com.

L’attuale trend delle compravendite immobiliari non dipende esclusivamente la legge della domanda e offerta, ma anche diversi fattori esogeni strettamente legati allo stato di salute economiche delle singole aree geografiche da analizzare. L’andamento di mercato del mese di febbraio 2021 mostra un aumento dei prezzi delle case diffuso in diverse regioni e province dal Nord fino al Sud Italia. In misura minore, altre province registrano un trend leggermente negativo.

Prendendo a modello di analisi un appartamento di 50 metri quadrati, nel Nord Italia spicca la provincia di Belluno con un +6,54% ed un prezzo medio di vendita pari a 70.241 euro. Poi Milano, con un +4,16% ed prezzo medio di vendita pari a 216.521 euro.

Nel Centro Italia, invece, le più alte percentuali d’aumento dei prezzi si sono evidenziate nella provincia di Isernia (+8,94%, prezzo medio di vendita pari a 51.626 euro), Pescara (+6,34%, prezzo medio di vendita pari a 97.195 euro), Perugia (+4,80%, prezzo medio di vendita pari a 65.752 euro), Macerata (+4,79%, prezzo medio di vendita pari a 65,745 euro) e Oristano (+3,72%, prezzo medio di vendita pari a 71.264 euro).

Infine, per quanto riguarda le regioni del Sud Italia bisogna fare particolare attenzione alla Campania, che vede sia Napoli (+4,26%, prezzo medio di vendita pari a 136.908 euro) che Caserta (+3,66%, prezzo medio di vendita pari a 79.926 euro) sugli scudi.

La crisi da Covid-19 ha certamente avuto il suo impatto negativo, anche nel mese di Febbraio, sul mercato immobiliare di alcune province. Fattori esogeni, come la crisi a livello economico e lavorativo, ha determinato una flessione dei prezzi e una restrizione dell’accesso ai mutui.

Su tutto, le aree in cui si è registrata una diminuzione dei prezzi sono quelle in cui l’offerta è talmente abbondante rispetto alla domanda da annullare l’effetto positivo della riorganizzazione economica del tessuto produttivo delle regioni interessate e dalla ripresa delle attività.

Considerando questi fattori, nel Nord Italia si distinguono Cuneo, che segna un -7,38% e ha un prezzo medio di vendita pari a 90.789 euro; Bologna, con un trend negativo del -2,39% e un prezzo medio di vendita pari a 154.380 euro; Genova, con una riduzione percentuale pari al -1,72% e un prezzo medio di vendita pari a 84.509 euro.

Nel Centro Italia, troviamo una forte diminuzione della percentuale dei prezzi ad Ancona, che segna un -6,70% con un prezzo medio di vendita pari a 79.703 euro; Latina, con una riduzione di -2,53% e un prezzo medio di vendita pari a 91.503 euro; Sassari, che segna un -5,50% e un prezzo medio di vendita pari a 57.664 euro.

Infine, nel Sud Italia il trend negativo è stato più contenuto: Ragusa (-2,53%, prezzo medio di vendita pari a 57.664 euro); Agrigento (-1,92%, prezzo medio di vendita pari a 50.854 euro); Siracusa (-1,92%, prezzo medio di vendita pari a 56.047 euro).

In alcune regioni dove si è registrato un trend negativo, il mercato immobiliare ha visto una diminuzione dei prezzi anche a fronte della scelta di aumentare i risparmi mobiliari, trainati dall’incertezza che si sta vivendo. In altre regioni, invece, questo effetto è stato più contenuto; come in Friuli-Venezia Giulia, dove l’aumento percentuale dei prezzi è stato del 19,58%, con un costo medio per un appartamento di 50 mq pari a 84.328 euro. Al contrario, il trend ribassista ha colpito più duramente la Basilicata, che segna a febbraio 2021 un -9,54%, con un prezzo medio per unità immobiliare (50 mq) pari a 64.332 euro.

Relativamente alle altre regioni, l’andamento dei prezzi – sia la rialzo che al ribasso – si è manifestato con valori più contenuti:

– +4,16% in Lombardia, con un prezzo medio di 216.521 euro;
– +0,15% in Piemonte, con un prezzo medio di 91.999 euro;
– +0,68% in Toscana, con un prezzo medio di 138.465 euro;
– +0,65% in Valle D’Aosta,  con un prezzo medio di 111.971 euro; 
– +0,39% in Trentino Alto Adige, con un prezzo medio di 137.542 euro;
– -0,82% in Emilia Romagna , con un prezzo medio di 76.874 euro;
– -1,72% in Liguria, con prezzo medio di 84.509 euro;
– -0.98% in Veneto, con un prezzo medio pari a 55.786 euro.
– -6,70% nelle Marche, con un costo medio di 79,703 euro;
– -0,95% in Sardegna, con un costo medio di 106.756 euro;
– +0,70% in Umbria, con un prezzo medio di 63.411 euro;
– +3,57% in Molise, con un prezzo medio di 62,688 euro;
– -2,08% in Calabria, con un costo medio di 44.113 euro;
– -0,28% in Campania, con un costo medio di 101.645 euro;
– +0,67% in Puglia, con un costo medio di 98.578 euro;
– +1,06% in Sicilia, con un costo medio di 68.128 euro.

Dubbi sul Bitcoin. Antonio Mazzone: stop alle ipocrisie, la moneta virtuale non rispetta i criteri ESG

Se all’improvviso scomparissero tutte le cripto-valute, l’intera comunità mondiale ne ricaverebbe un vantaggio. I miners sottraggono allo sviluppo di intere comunità e nazioni ingenti risorse naturali e fonti energetiche indispensabili.

La storia recente di Bitcoin è nota. Con lo scoppio della pandemia, l’interesse verso le cripto-valute è cresciuto a dismisura, determinando anche un furioso aumento delle quotazioni. E così, Bitcoin ha superato la quota “psicologica” dei 50.000 dollari USA (portando il suo massimo fino a quasi 60.000) ed oggi, dopo una correzione ampiamente prevista, mentre scriviamo vale circa 42.400 euro (51.000 dollari circa), avendo raddoppiato il suo valore in meno di tre mesi e portando la sua capitalizzazione di mercato a quasi 900 miliardi di dollari (+400% in 12 mesi).

Per molti operatori, la sensazione è quella di trovarsi in un contesto simile a quello del 2017, quando ai record della moneta virtuale seguì un crollo verticale del 75%. Secondo le stime recentemente riportate dal Wall Street Journal, rispetto all’offerta di Bitcoin “di fresco conio” pari a 150.000 nell’ultimo quadrimestre del 2020, la domanda nello stesso periodo è stata di circa 360.000 unità, stabilendo uno squilibrio che, da solo, anticipava con chiarezza la rapidissima crescita di valore dei primi mesi del 2021.

C’è da dire che, oltre ai Bitcoin già in circolazione, ogni giorno una (modica) quantità di nuovi bitcoin viene immessa sul mercato grazie al protocollo denominato Blockchain, che permette di far funzionare un particolare processo di estrazione digitale (circa 900 nuove monete digitali al giorno).

Su questo fenomeno – a metà strada tra la finanza innovativa ed il marketing puro – molti esperti si sono pronunciati nell’ultimo periodo, determinando un dibattito piuttosto acceso tra i fedeli sostenitori dell’Economia Reale e quelli della finanza “a tutti i costi”. Warren Buffett, per esempio, già nel corso dell’assemblea annuale dei soci del 2018 di Berkshire Hathaway aveva affermato che il Bitcoin è “veleno per topi al quadrato”, mentre per il suo socio storico Charlie Munger si tratterebbe di “demenza finanziaria”. Buffett, che non è affatto avverso alla tecnologia (lo dimostra il suo corposo investimento in azioni Apple) motiva il suo giudizio spietato sulla base del fatto che il Bitcoin è “un asset che di per sé non sta creando nulla. Quando si comprano asset non produttivi, tutto quello su cui si conta è che ci sia qualcuno che paghi di più perché è ancora più entusiasta di chi lo ha acquistato prima di lui”. Micheal Burry, analista finanziario famoso per essere stato interpretato al cinema nel cult-movie “The Big Short” (La Grande Scommessa) dall’attore Christian Bale, da mesi sta mettendo tutti in guardia dal rischio di una enorme bolla speculativa legata alle cripto-valute.

Sembra essere stato toccato, quindi, un punto altamente critico, nel quale, da una lato, il Bitcoin riceve attestati di stima dalle grandi banche internazionali, da investitori c.d. “visionari” (Elon Musk, per esempio, ci ha investito parecchio) da colossi dei pagamenti digitali e dagli hedge fund e, dall’altro, sussiste il rischio di una rigida regolamentazione che è già stata sollecitata dal segretario al Tesoro USA, Janet Yellen, e dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Inoltre, grava l’accusa secondo la quale le attività di mining non siano ecosostenibili, perché determinano un enorme consumo di energia elettrica e una elevatissima produzione di CO2 all’interno di un contesto dominato dai criteri ESG.

Non mancano anche in Italia le voci fuori dal coro di chi osanna l’investimento in Bitcoin. Secondo Antonio Mazzone, fondatore di Bancadvice.it, “è venuto il momento di chiudere tutte le posizioni attive su azioni Tesla e wallet in cripto-valute. Recentemente ho avuto un flashback: mi è sembrato di rivivere il periodo 1999-2000, dove all’euforia successe presto lo “sboom” delle dot.com”. Secondo Mazzone, oggi è bene porsi tre domande sul Bitcoin, e darsi immediatamente delle risposte prima di soccombere:

1) “relativamente a Tesla, una azienda automobilistica che commercializza solo mezzo milione di vetture, e fa utili solo da attività di trading in bitcoin, può capitalizzare quanto l’intero settore auto mondiale ed avere un P/E (indice price/earnings) superiore a 1.000? Per me NO”.

2) “L’intera popolazione dei miners produce in un mese un quantitativo di CO2 pari a quello prodotto in un intero anno da un paese come la Giordania, e consuma energia elettrica in un mese quanto l’Argentina in un anno. E’ un sistema sostenibile? Per me NO”.

3) “Se all’improvviso scomparissero tutte le cripto-valute, l’intera comunità mondiale se ne accorgerebbe e ne avrebbe un danno significativo? Per me, assolutamente NO. Anzi, ne ricaverebbe un vantaggio. Infatti, il numero dei miners negli ultimi 18 mesi è cresciuto di nk-volte rispetto al periodo precedente, seguendo una progressione simile a quella logaritmica. Sono state così sottratte allo sviluppo di intere comunità e nazioni ingenti risorse naturali e fonti energetiche indispensabili, senza avere in cambio alcuna partecipazione su larga scala ai profitti di queste nuove “miniere”.

Antonio Mazzone

“Solo a febbraio e solo in Iran – prosegue Mazzone – sono stati disconnessi dalla rete elettrica locale oltre 1.600 nuovi miners dopo aver procurato diversi blackout”. “Diventa evidente – conclude Mazzone – il contrasto paradossale, al limite dell’ipocrisia, tra la diffusione di investimenti con criteri ESG, l’attenzione sulla riduzione dei gas serra e sul disastro climatico e la corsa a proteggerci da eventuali nuove pandemie con le sollecitazioni di big Financial corporation (JPM, Citi, Bayerische L., per citarne alcune) e blasonati miliardari che consigliano investimenti sulle cripto-valute, la cui attività estrattiva è tra le più energivore ed inquinanti del pianeta”.

Michael Blumke: l’effetto Draghi stabilizza il settore bancario a breve termine

C’è spazio di crescita sui titoli bancari, ma il modello di business di molte banche rimane critico nel lungo periodo.

“L’elezione di Mario Draghi e l’auspicata stabilizzazione politica in Italia elimineranno uno scenario negativo a breve termine per il settore bancario. Oltre a questo, vi sono diversi fattori a sostegno dell’investimento nelle banche europee, ma l’incertezza sul settore è ancora elevata. Per questo motivo i titoli bancari attualmente non ricoprono una posizione strategica nel portafoglio di Ethna-AKTIV, ma tattica”. È l’analisi di Michael Blümke, Senior Portfolio manager Ethenea.

Nonostante le incertezze, ci sono diverse ragioni in questo momento per guardare alla banche europee. Oltre a fattori più tecnici, come un ampio sotto-investimento e il fatto che i recenti minimi di consolidamento sono stati mantenuti, sono soprattutto le ragioni strutturali ad avere peso. Benché il modello di business di molte banche rimanga critico nel lungo periodo, esse dovrebbero trarre un doppio profitto dallo scenario atteso, in quanto sono risultate vincitrici sia della riapertura dell’economia sia del meccanismo di reflazione.

Michael Blumke

Il contributo migliorativo della trasformazione delle scadenze, dovuto al leggero aumento dei tassi d’interesse, non dovrebbe essere sopravvalutato in questo contesto, ma fornisce comunque un certo ottimismo in termini di prezzo per un settore che ha partecipato in misura inferiore alla media alla ripresa dei prezzi degli ultimi 12 mesi.

Il trend del settore bancario si inserisce in una prospettiva di ulteriore potenziale di rivalutazione per i mercati azionari in generale.

Budget 200.000 euro: quanti mq si possono acquistare nelle grandi città e nelle località turistiche

Con un budget di 200 mila euro per l’acquisto di un’abitazione che cosa si potrebbe acquistare agli attuali prezzi di mercato in città come Milano, Roma e Napoli e in alcune delle località turistiche?

Quando si deve affrontare una spesa “importante”, come l’acquisto di un immobile, il budget diventa la nostra guida fondamentale e, a seconda della città in cui ci troviamo, esso subisce una variazione, anche piuttosto sensibile, nonostante la casa da acquistare sia la stessa.  Questo fa del settore immobiliare un mondo a sé stante, perché risente di alcune variabili che in altri settori (vacanze, auto e moto nuove, abbigliamento etc) non sono affatto rilevanti, se non in minima parte.

Secondo l’analisi dell’Ufficio Studi Gruppo Tecnocasa, con un budget pari a 200.000 euro è davvero difficile trovare possibilità di acquisto omogenee sia da una grande città all’altra che da una località di vacanze all’altra. Lo studio ha preso in considerazione una tipologia di immobile medio usata e medio nuova.

MILANO – Partendo dal capoluogo lombardo, i cui prezzi hanno tenuto nonostante la pandemia abbia messo un freno alla crescita poderosa, con 200.000 euro si possono acquistare in media 55 mq. Si devono sacrificare 5 mq di abitazione se si decide di acquistare una tipologia ristrutturata o di nuova costruzione. In centro città si può ambire ad un appartamento usato di appena 30 mq.

ROMA – Più economica la Capitale, che negli ultimi anni non ha vissuto la stessa crescita di Milano e dove i prezzi sono decisamente più contenuti. Infatti, con lo stesso budget si acquistano 70 mq di tipologia usata e 58 mq nuova. C’è poi chi ama le zone centrali della città eterna, ma in quel caso potrà al massimo aspirare ad un appartamento usato di 38 mq e di 34 mq ristrutturato.

NAPOLI – Si guadagna qualche metro quadro in più nel capoluogo campano, dove le metrature aumentano decisamente e si portano a 89 mq per una tipologia usata. Si potranno acquistare 11 mq in meno di una tipologia nuova. 

E se invece si decidesse di acquistare una casa in una località turistica, un’idea sempre più accarezzata da tanti alla luce della possibilità di svolgere il lavoro in remoto? In questo caso, lo studio di Tecnocasa ipotizza una soluzione già ristrutturata o comunque che non necessiti di lavori aggiuntivi, tipologia preferita da chi compra al mare, montagna o lago.

MONTAGNA – Per gli amanti della montagna, a Bardonecchia con 200.000 euro si possono acquistare 62 mq, a Canazei quasi 41 mq mentre a Roccaraso (74 mq) o a Cogne (73) aumentano i metri quadri acquistabili.

MARE – Per chi invece ama il mare, soprattutto località più giovani e “movimentate”, a Milano Marittima con 200.000 euro ci si può assicurare mediamente una casa di 47 mq, mentre a Riccione ci si potrà permettere 10 mq in più.  In Liguria, ad Alassio, si possono acquistare 39 mq.

In costiera amalfitana, il budget consente l’acquisto di 42 mq ad Amalfi. Nelle isole, in Sicilia (a Scopello) si potrebbero acquistare 73 mq e a Villasimius, in Sardegna, 60 mq. 

LAGO – Decisamente più economico il lago di Garda: sia a Salò che a Peschiera si può ambire, mediamente, ad un immobile in buono stato di 80 mq, metratura destinata a scendere notevolmente se si vuole la vista lago o il fronte lago. Se poi si preferisce il lago di Iseo o il lago Maggiore, si potrebbero acquistare quasi 100 mq, mentre a Sesto Calende solo 67 mq.

Cresce il numero delle startup “unicorno”. Luigi Capello: l’Italia segua la strada della Francia

La chiave del successo dell’industria francese del Venture Capital è stata la costituzione di un Fondo da 10 miliardi e la semplificazione della normativa per la costituzione delle startup, creando un’agenzia nazionale per la promozione delle imprese innovative e incentivi per attrarre talenti e investitori sul piano internazionale. L’Italia di recente ha compiuto passi avanti.

Da qualche tempo, un nuovo mito circola tra i giovani imprenditori e gli addetti ai lavori. Si tratta delle startup “unicorno”, ossia nuove aziende operanti in settori fortemente innovativi, non quotate in borsa, il cui valore supera a un miliardo di dollari. Se sono rare le aziende unicorno (“uni” sta per un solo miliardo di valore), ancora più rare sono quella “deca-corni”, e cioè dal valore di 10 miliardi di dollari, e rarissime quelle “etto-corni” (come Alphabet Inc. di Google e Facebook Inc), che avevano  i 100 miliardi di dollari di valore prima delle rispettive offerte pubbliche iniziali (IPO).

C’è da dire che il numero complessivo di aziende unicorno nel mondo è cresciuto notevolmente nel giro di pochi anni. Erano 39 nel 2013, 220 nel 2018, 362 nel 2019 e oggi, Secondo i dati di CB Insight di Dicembre 2020, sono 510 le startup che rientrano nella definizione di unicorno, attive soprattutto nel Fintech e nell’Healthcare e cresciute rapidamente con lo scoppio della pandemia.

Nel 2020, quindi, la consacrazione di questo trend in continuo aumento, con USA e Cina a dominare la scena. La società che controlla TikTok (ByteDance) è valutata 140 miliardi di dollari, mentre Didi Chuxingstartup del settore trasporti che possiede oltre 20 app – “appena” 62 miliardi. SpaceX, del visionario Elon Musk, vale 46 miliardi. Nessuna unicorno europea tra le prime dieci, mentre si distingue l’indiana l’indiana Paytm all’ottavo posto.

Le ex-unicorno AirBnb, Palantir e DoorDash sono uscite dalla classifica ad agosto 2020, avendo completato il percorso di quotazione in Borsa.

In Europa, «con il round di investimento da 178 milioni di euro concluso a inizio settimana dalla startup Vestiaire Collective, sono oggi 11 gli “unicorni” francesi, vale a dire aziende con una valutazione superiore al miliardo di euro. Lo ha reso noto proprio il Presidente della Repubblica Francese Macron, congratulandosi con i founder della startup in un post su LinkedIn. Un risultato straordinario, che traccia la strada da percorrere anche per il nostro Paese nella creazione di nuovi campioni nazionali». È quanto dichiara Luigi Capello, Chief Executive Officer di LVenture Group, holding leader negli investimenti in startup digitali.

Luigi Capello

«Nel 2012 le dimensioni del mercato francese del Venture Capital erano paragonabili a quelle del mercato italiano, con investimenti che sfioravano i 200 milioni di euro. Nel biennio 2014-2016, con Macron Ministro dell’Economia, c’è stato un balzo significativo, e un’ulteriore accelerazione è avvenuta con la Presidenza Macron, basti pensare che nel 2020 gli investimenti in startup in Francia hanno superato i 6 miliardi di euro rispetto ai 600 milioni di euro investiti in Italia. La chiave del successo dell’industria francese del Venture Capital è stata proprio l’aver messo al centro delle politiche economiche l’innovazione e la creazione di nuovi modelli di business. Ciò è avvenuto costituendo un Fondo da 10 miliardi con funzione di “snow-ball” del mercato, semplificando la normativa per la costituzione delle startup, creando un’agenzia nazionale per la promozione delle imprese innovative e incentivi per attrarre talenti e investitori sul piano internazionale».

«Negli ultimi mesi l’Italia ha compiuto decisi passi avanti sul sostegno alla nuova impresa digitale, con l’avvio delle operazioni di CDP Venture Capital. Per generare nuova occupazione, sviluppo economico e, conseguentemente, nuova ricchezza, l’Italia segua fino in fondo la strada della Francia – conclude Capello – puntando in maniera decisa sull’innovazione digitale e quindi sulle startup».

Accelerazione economica e inflazione sotto controllo premiano i subordinati bancari

Secondo Alessandro Cameroni (Lemanik), l’accelerazione economica e l’inflazione sotto controllo potrebbero premiare i titoli subordinati con emittente bancario. Bilanci delle banche in miglioramento e pronti a gestire l’aumento dei crediti deteriorati.

“Lo scenario di ripresa in rafforzamento ha fra i maggiori beneficiari i titoli finanziari subordinati, strettamente legati all’evoluzione macroeconomica. L’irripidimento delle curve avvantaggia la reddititività”: è l’analisi di Alessandro Cameroni, gestore del fondo Lemanik Selected Bond.  “Il rapido sell-off dei governativi riflette il miglioramento delle previsioni macroeconomiche e delle aspettative inflazionistiche. Accelerazione economica, ritorno dell’inflazione e politiche espansive da parte delle banche centrali sono i fattori chiave in questa fase per il premio al rischio e sono tutti favorevoli per il credito a spread, mentre soffrono le componenti a basso rendimento”.

Per tutta la durata della crisi, i titoli finanziari sono stati oggetto di eccessivo pessimismo, legato sia alla qualità dei bilanci sia ai timori che il regolatore presentasse il conto alle banche. Le banche, al contrario, si stanno rivelando parte attiva della soluzione, grazie a solidi livelli di capitale, agli allentamenti regolamentari e allo scudo di moratorie e aiuti di Stato. La capacità di resistenza è stata elevata in ogni fase della crisi e sia gli stress test sia le ultime trimestrali hanno certificato un quadro ben più roseo delle aspettative, con qualità dei bilanci in miglioramento e la conseguente capacità di gestire un aumento dei crediti deteriorati. 

Il premio al rischio è ancora molto generoso sul rischio di estensione, quando è ormai evidente che la maggior parte degli emittenti privilegiano un atteggiamento market-friendly, come riscontrato anche nelle fasi più difficili di marzo 2020. La solidità del capitale progredisce con la qualità del business e del suo ri-orientamento. In diversi casi procede spedita, puntando a riorganizzarsi sulle attività a maggiore redditività.

A sostegno dell’appetito per il rischio, si aggiungono i temi specifici, come l’accelerazione attesa sull’M&A a livello domestico, per accrescere l’efficienza del sistema sfruttando le agevolazioni concesse dal regolatore sui livelli di capitale necessari.

Alessandro Cameroni

“Le valutazioni rischio/rendimento dei subordinati finanziari sono attraenti in particolare sulle componenti a maggior subordinazione”, aggiunge ancora Cameroni: “gli Additional Tier1 in euro non hanno ancora chiuso gli spread pre-Covid e sono in grado di assorbire un ulteriore balzo dei governativi, il carry elevato offre uno sfogo di qualità all’ampia liquidità in circolazione”.

“Specifiche opportunità – conclude Cameroni – sussistono ancora sui subordinati di vecchia generazione, quelli emessi prima del 2013, ma sono legate a tematiche normative ormai quasi definite e che esulano  dalle oscillazioni di mercato”. 

Gli immobili di prestigio resistono alla pandemia. Al top quelli con spazi relax e fitness room condominiali

Se c’è un segmento immobiliare che ha subito meno l’impatto della pandemia è quello degli immobili di prestigio, che interessa un target di acquirenti con un’elevata disponibilità di spesa.

Anche nel settore degli immobili di prestigio c’è oggi maggiore prudenza rispetto al periodo pre-pandemia, che ha portato a realizzare meno operazioni con finalità di investimento. Restano invece vivaci gli acquisti di prima casa, ora più di prima indirizzati su tagli grandi (almeno 180-200 mq) con spazi esterni, questi ultimi da sempre un must per chi acquista queste tipologie.

Gli elementi che accrescono l’interesse verso le abitazioni di prestigio sono la privacy e i sistemi di sicurezza. Aspetti curati nei minimi particolari soprattutto nelle nuove costruzioni, per le quali si considera, oltre al contesto, la tecnologia all’avanguardia, la classe energetica e le amenities condominiali, come ad esempio gli spazi dedicati al relax e al benessere, come le fitness room, il servizio di portierato e i locali multifunzionali. Le richieste si focalizzano essenzialmente sugli immobili con ampie zone giorno, saloni di rappresentanza e grandi cucine, oppure con la master bedroom e cabine armadio. Gli immobili d’epoca più richiesti sono quelli con affreschi, travi a vista e scalinate importanti. Anche sul segmento degli affitti si registrano tendenze simili.

MILANO – Nella zona di corso Genova e via De Amicis, dove si muove un target con ottima disponibilità di spesa e dove c’è sempre un’elevata domanda ma un’offerta decisamente contenuta, si concentrano tipologie più signorili che, ristrutturate, raggiungono i valori di 7000-8000 € al mq. Nel quartiere di Porta Romana-Crocetta ci sono soluzioni di pregio che possono arrivare a 9000 € al mq se in ottime condizioni e con spazi esterni o begli affacci. Punte di 10 mila € al mq sono toccate dalle tipologie nuove.

Nel tratto di corso Sempione le aree più costose sono piazza Giulio Cesare e piazzale Baiamonti, dove si toccano prezzi di 7000 € al mq. Nella macro-area di Città Studi-Indipendenza c’è un’ottima offerta di immobili di prestigio con top price di 6500 € al mq che si affacciano su piazza Grandi (lato Fontana-Bunker), mentre nella zona di Fiera-San Siro le quotazioni si aggirano intorno 4000-5000€ al mq.

ROMA – Nel Centro storico si registra una buona richiesta di immobili di prestigio da parte di famiglie. Fondamentale la presenza dell’ascensore, la panoramicità, lo spazio esterno e la luminosità. Per questi immobili si possono toccare anche top prices di 14-15 mila € al mq raggiungibili, ad esempio, in piazza Di Spagna. In piazza del Popolo e in via del Babbuino le quotazioni toccano gli 8000-9000 € al mq.

NAPOLI – In via Toledo, zona commerciale della città, si trovano palazzi signorili dei primi anni del 1900, spesso con affreschi, travi a vista e portineria che hanno quotazioni intorno a 3000 € al mq con punte di 4000 € al mq. La zona più prestigiosa si sviluppa tra via Mario Fiori e piazza degli Artisti, dove sono presenti stabili dei primi del ‘900, che si valutano circa 4000 € al mq. Soluzioni prestigiose si trovano anche nella zona di Colli Aminei, dove ci sono condomini medio signorili a 3000 € al mq, con punte di 4000 € al mq per le abitazioni con terrazzo sul piano. Il nuovo costa intorno a 5000 € al mq. Sostanzialmente stabili i prezzi nella macroarea di Posillipo-Chiaia (-0,8%) dove hanno tenuto i quartieri più prestigiosi.

In genere chi cerca questi immobili chiede quasi sempre lo spazio esterno (terrazzo o giardino), la vista panoramica ed il box/posto auto. Con queste caratteristiche si toccano punte di 7500-8000 € al mq. Ad acquistare sono quasi sempre professionisti o imprenditori di Napoli oppure della provincia.

TORINO – Nel centro della città, in particolare in Via Lagrange, via Carlo Alberto e via Roma, sono tra le strade più prestigiose della città. Via Lagrange è conosciuta per lo shopping, qui infatti sono presenti i brand nazionali ed internazionali più importanti. In questa area della città si possono acquistare abitazioni risalenti alla fine del ‘700 e anche soluzioni costruite nei primi decenni del ‘900: per una tipologia signorile ristrutturata la spesa si attesta da 4000 a 4500 € al mq. Anche nell’area di via Della Rocca è possibile comprare abitazioni di fine ‘700. In questa zona è facile trovare case signorili con soffitti a cassettoni oppure a botte e con mattoni a vista.

Tra le vie più apprezzate da segnalare corso Galileo Ferraris, corso De Gasperi e corso Duca degli Abruzzi, dove si trovano soluzioni signorili e dove un buon usato si acquista con una spesa media di 2500-2700 € al mq.

FIRENZE – Sul mercato del prestigio si muovono in particolare coloro che sono alla ricerca di soluzioni di ampia metratura, possibilmente con caratteristiche come spazi esterni, travi a vista, piani alti con ascensore, vista su monumenti e piazze storiche. Queste caratteristiche si ritrovano nelle abitazioni posizionate su corso Italia con valori, per una soluzione ristrutturata, di circa 5000 € al mq. Per le soluzioni signorili ristrutturate in Borgo Ognissanti i valori si attestano a 4000-5000 € al mq.

BOLOGNA – Le aree centrali della città i prezzi diminuiscono di poco (-1,6%). Chi cerca soluzioni signorili si orienta in questa zona, dove se ne trovano sia degli anni ’50-’70 sia del XV secolo. Più esclusiva e con prezzi più elevati è quella che si sviluppa sotto le due Torri e che può toccare punte di 5000 € al mq. Alcuni palazzi del centro sono interessati da importanti interventi di ristrutturazione che riguardano la parte esterna sia la parte interna che viene completamente rinnovata, frazionata e ridistribuita: si tratta quindi di abitazioni nuove che non costano meno di 4000 € al mq.

GENOVA – A Foce, quartiere centrale della città che si sviluppa intorno alla stazione di Brignole e non lontano da piazza Ferraris, il mercato è dinamico. Qui si trovano anche immobili d’epoca di prestigio con vista mare e che, in ottimo stato, possono arrivare a 3000 € al mq. Quotazioni simili si registrano per le tipologie limitrofe alle strade dello shopping: via XX Settembre, via san Vincenzo, piazza Ferraris.

VERONA – Il mercato della prima casa nel Centro storico vede per lo più famiglie in cerca di soluzioni di prestigio, dal taglio superiore a 200 mq, ai piani alti, con terrazzo o attici. Le soluzioni più costose sono quelle che affacciano su piazza delle Erbe e piazza Duomo, molte delle quali spesso sottoposte a vincoli delle Belle Arti. Se l’immobile gode dell’affaccio su piazza può raggiungere anche 5000 € al mq.

Conviene investire nel mattone e metterlo a reddito, o in un fondo comune con cedola?

L’investimento immobiliare non rende più come una volta, e la pandemia ha accelerato un profondo mutamento del mercato e delle abitudini di acquisto, presenti e future. Pertanto, è venuto il momento di essere realisti, sfatare il “mito immobiliare italiano” e parlare più concretamente degli svantaggi derivanti dall’investimento in case da mettere a reddito.

Di Alfonso Selva

Per gli Italiani, l’amore per il “mattone” viene da lontano, è un fatto culturale che nasce nel secondo Dopoguerra, in occasione della c.d. Ricostruzione – durante la quale non si andava troppo per il sottile con i permessi edilizi – e riflette pienamente quella esigenza sociale generalizzata di voler possedere, più che abitare, una casa come sinonimo di ritrovata agiatezza.  Grazie al Piano Marshall, l’Italia in quel tempo si popola di gru che costruiscono creando nuovi quartieri ed attività commerciali, e gli italiani si lanciano nell’acquisto, snobbando il contratto di locazione che diventa “roba da poveri”.

Questo scenario, ben noto ai babyboomers italiani e ai loro genitori, determina una crescita costante dei prezzi che diventa “legge non scritta” dell’investimento immobiliare e si ferma solo nel 2008, in occasione della crisi dei mutui subprime. Tra il 1960 e il 2008 i prezzi delle case sono cresciuti grazie all’inflazione a due cifre, che in un paio d’anni era arrivata al 20%, creando anche un ulteriore “mito”, quello delle rate di mutuo a tasso fisso che, dopo 4-5 anni dalla stipula, diventavano irrisorie grazie alla c.d. Scala Mobile che adeguava i redditi all’inflazione, ma non il debito (che si svalutava rapidamente).

In definitiva, esiste in Italia – e persiste ancora oggi, nel pensiero di moltissime persone – la memoria storica del “mito immobiliare”, lungo ormai 50 anni, che ha attraversato diverse generazioni e ha visto i prezzi delle case sempre in crescita. Gli ultimi 12 anni, però, hanno determinato una chiara inversione di tendenza, ed il 2020, con la pandemia, ha accelerato un profondo mutamento del mercato e delle abitudini di acquisto, presenti e future. Pertanto, è venuto il momento di essere realisti, “sfatare il mito” e parlare più concretamente di vantaggi e svantaggi derivanti dall’investimento immobiliare. Per farlo, cerchiamo di analizzare il contesto che stiamo vivendo:

1) la popolazione Italiana è in decrescita;
2) l’inflazione è bassissima, e non si prevede in tempi brevi una risalita sensibile;
3) investire in una casa per metterla a reddito è rischioso: è difficile sfrattare un inquilino che non paga;
4) le imposte sulla seconda casa sono alte, e abbattono notevolmente il rendimento netto che deriva dall’affitto;
5) è ormai in dirittura d’arrivo, in Parlamento, la riforma del catasto, che aumenterà il valore catastale (adeguandolo a quello commerciale) e innalzerà l’importo dell’imposta di registro sulle seconde case;
6) allo stesso modo, il Parlamento presto adotterà una riforma delle aliquote di tassazione delle successioni;
7) una casa non è un bene liquido, nel senso che se hai bisogno di soldi non ne puoi vendere un pezzetto, ma devi venderla tutta, e ci vuole tempo;
8) le spese sostenute al momento dell’acquisto (rogito notarile ed imposte) sono elevate, e si ammortizzano solo dopo almeno due anni;
9) i contratti di affitto lunghi (4+4 o 8+8) non consentono alcuna rivalutazione dell’importo percepito;
10) gestire gli incassi dell’affitto e provvedere alle spese straordinarie è stressante e dispendioso.

In considerazione di tutto questo, sembra che l’unico vero investimento – in quanto a benessere, realizzazione sociale e familiare – sia quello di comprare la casa dove vivere con la propria famiglia, e dirigere i risparmi in qualcosa che non dia gli stessi problemi di un immobile “da investimento”. La scelta, tra un investimento in beni mobiliari e uno in immobili, non può che ricadere in un fondo comune d’investimento che, al pari di una casa, dia un reddito, e cioè un fondo comune a distribuzione (annuale, semestrale, persino mensile) dei proventi. Certo, si potrebbe optare per un titolo obbligazionario, ma tra tassi di interesse a zero ed il rischio emittente (o valutario) l’opzione è da scartare.

Per aiutarci nella scelta, facciamo un esempio concreto, e ipotizziamo di comprare un monolocale a Milano, zona Porta Romana, che oggi ha un costo medio pari a circa 235.000 euro. Se lo affittiamo, potremmo ricavare un reddito lordo (affitto) pari a 850 euro mensili e a 10.200 euro annuali, generando un rendimento lordo del 4,34%. Per determinare il rendimento netto, dobbiamo detrarre dal ricavo lordo l’importo dell’imposta “Cedolare Secca” (2.142 euro, pari al 21%), l’IMU sulla seconda casa (760 euro, pari al 7,5%), la TASI (63 euro, pari allo 0,62%), ottenendo un rendimento netto del 3,08% (7.235 euro annuali). Sembra conveniente, tutto sommato, ma da questo risultato dobbiamo detrarre l’ammortamento annuale di tutte le spese iniziali, e cioè:

a) imposta di Registro Seconda Casa, pari a 5.488 euro,
b) imposta catastale, pari a 50 euro,
c) spese notarili, pari a circa 2.200 euro,
d) eventuali costi di agenzia, pari a 8.600 euro (3% più IVA),

determinando una spesa totale di 16.338, e cioè il 6,95% dell’importo investito. Nell’ipotesi di volerlo ammortizzare in 10 anni, dobbiamo detrarre dal rendimento netto di 7.235 euro ulteriori 1.634 euro, ottenendo così un “super-netto finanziario” di 5.601 euro, pari al 2,38%.

Rispetto al 4,34% iniziale, un bel salto indietro di quasi la metà. In più, dobbiamo calcolare i costi “umani” dell’investimento immobiliare: gestione dell’incasso degli affitti, manutenzione straordinaria degli immobili che, in Italia, hanno una età media di 60 anni dalla data di costruzione (in 10 anni, statisticamente, la probabilità di dover sostenere costi straordinari è elevata), più l’eventuale morosità, che può arrivare anche per gli inquilini inizialmente più affidabili ed in buona fede.

Relativamente alla nostra alternativa, e cioè il Fondo Comune a distribuzione dei proventi (detti impropriamente “cedole”, ma non si tratta di “interessi”, bensì di utili distribuiti), nel mercato Italiano esistono moltissimi fondi ben gestiti che danno un provento annuale variabile dal 2% al 6%, a seconda del tipo di fondo. Diversificando tra molti di essi, il rendimento degli anni passati è stato del 3% al netto delle commissioni di gestione e dell’imposta sui redditi da capitale (26%); tutto questo senza dover gestire lo stress che richiede l’investimento immobiliare e le sue problematiche (a causa del Covid gli sfratti sono bloccati fino al 30 giugno 2021, e lo sono da Marzo dello scorso anno, fate un po’ i conti…).

In sintesi, ecco il confronto finale:

1) il fondo comune è un bene più liquido di una casa, e garantisce prontezza e disponibilità di denaro (anche l’intero valore dell’investimento) in caso di emergenza, in pochi giorni e senza spese;
2) il fondo comune ha una tassazione certa e meno soggetta a cambi legislativi;
3) il fondo comune paga regolarmente i proventi, mentre l’incasso dell’affitto è per definizione aleatorio e irregolare;
4) il fondo comune è sottoscrivibile anche con spese iniziali pari a zero.

Per gli investitori indecisi, c’è altro da aggiungere?

Torna l’interesse sui titoli di banche e assicurazioni. Scauri: probabili dividendi dal secondo semestre

Assicurazioni e banche trattano con sconti fino al 25% rispetto ai competitor europei. Draghi attrae i grandi fondi di investimento sul mercato italiano, che è destinato a sovra-performare, mentre le utilities sono a rischio in caso di ritorno dell’inflazione.

 “Finora ci siamo tenuti a distanza dal comparto finanziario, a causa della sua alta volatilità, ma ora che la volatilità è in diminuzione e c’è la prospettiva concreta che assicurazioni e banche possano tornare a pagare dividendi nella seconda metà dell’anno, grazie a maggiori riserve di capitale rispetto al 2020, riteniamo che sia il momento di tornare sui titoli del settore”. È l’analisi di Andrea Scauri, gestore azionario Italia di Lemanik.

Con il nuovo anno abbiamo assistito a un approccio molto più soft del regolatore rispetto al 2020 e questo potrebbe comportare un effetto di re-rating dei multipli sottostanti i titoli finanziari, con la possibilità di un incremento degli utili legato ai minori accantonamenti resi possibili dai vincoli regolatori meno stringenti. Soprattutto nel caso italiano, questo potrebbe essere un elemento molto forte per il 2021, grazie anche alla nomina a premier di Mario Draghi.

Il governo Draghi, infatti, potrebbe rappresentare un forte catalizzatore per i flussi esteri, riportando il mercato italiano all’interno delle asset allocation dei grandi fondi di investimento. In una prima fase, ne beneficeranno soprattutto le large cap, poiché i flussi arriveranno attraverso futures ed ETF, mentre in una seconda fase, quando la selezione dei titoli si sposterà verso equity stories di qualità meno conosciute, ci sarà più attività su small e mid cap.

“In questo momento il mercato italiano tratta con uno sconto del 10-15 per cento rispetto al mercato europeo e questo fa presupporre una generale sovra-performance dell’Italia in termini di indici”, sottolinea Scauri. “Sui finanziari, il gap aumenta fino al 20-25 per cento”.

Per questo, a livello settoriale, la preferenza va ai titoli assicurativi e bancari. Le banche più piccole hanno un beta più elevato, quindi una possibilità di avere una rivalutazione più importante trattando multipli più contenuti rispetto alle banche più grandi.

Resta poi l’interesse per i titoli ciclici, come il settore auto, che sta tornando a essere investibile, e le materie prime. Mentre per quanto riguarda la componente Esg (Environmental, social e governance), il focus è soprattutto su equity stories interessanti nel settore delle rinnovabili e della transizione ecologica.

“Il settore che ci piace meno in questa fase è quello delle utilities regolamentate”, conclude Scauri, “dal momento che tratta a premi molto elevati, elemento che lo rende vulnerabile in caso di ritorno dell’inflazione”.