Giugno 18, 2026
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INVESTITORI

Nicola Scambia: un checkup finanziario per mettere in sicurezza i risparmi di una vita

Quando ci viene fatta un’otturazione dentale, chi può dirci se è stato fatto un buon lavoro se non un altro dentista? Allo stesso modo, relativamente ai fondi, chi può essere la persona migliore nel valutarli se non un altro consulente finanziario?

Proteggere i propri investimenti, renderli profittevoli, scegliere un buon consulente finanziario e vivere questa esperienza di relazione – che va ben oltre gli aspetti tipicamente professionali – con serenità e fiducia: è questo ciò che chiede, mediamente, ogni investitore, nel momento in cui cerca una guida affidabile che gli consenta di orientarsi nel mondo degli investimenti senza compiere troppi errori.

Su tutto, la necessità dei risparmiatori di essere “educati” finanziariamente dal proprio consulente, la cui scelta, pertanto, diventa fondamentale per comprendere cosa si sta facendo con il proprio denaro, e dove si è diretti.

Ne abbiamo parlato con Nicola Scambia, consulente finanziario “di lungo corso”, delegato sindacale di Federpromm, autore del libro “Guadagnare in fondi” e del romanzo “Jackfly

Dottor Scambia, cosa ne pensa di questo anno 2020 appena concluso ?
Il 2020 è stato un anno angosciante, che ha cambiato i nostri punti di riferimento, le nostre abitudini ed il modo di gestire i rapporti interpersonali, eppure mediaticamente sta passando il messaggio che si possono realizzare guadagni facili in Borsa, e che possono farlo tutti. Ogni giorno, come molti italiani, ricevo proposte per investire sul Forex e in Borsa, con l’esplicita promessa di realizzare guadagni facili. Tutto questo è inaccettabile, e mi ha fatto sentire il bisogno di fare qualcosa di utile, di concreto, per chi desidera sapere se i propri risparmi sono al sicuro, soprattutto in previsione di possibili oscillazioni dei mercati. L’ho sentito come un dovere professionale, e da lì è nata l’idea del Checkup, che gestisco con un team eterogeneo di esperti, tutti affiatati e operativi presso la stessa banca digitale, una delle più solide in Europa.

Che caratteristiche ha il Checkup di cui parla?
Quando ci viene fatta un’otturazione dentale, chi può dirci se è stato fatto un buon lavoro se non un altro dentista? Allo stesso modo, relativamente all’universo di fondi comuni e sicav, chi può essere la persona migliore nel valutarli se non un altro consulente finanziario? Insieme al team che ho costituito, segnaliamo se i fondi in portafoglio (per max 5 fondi) sono tra i migliori della categoria di appartenenza, grazie ad un nostro rating proprietario. Per ogni fondo, calcoliamo la performance e diversi altri parametri di rischio, come la volatilità, la massima perdita, il comportamento nelle fasi di rialzo e in quelle di ribasso. 

Come funziona il Checkup?
Chiunque abbia sottoscritto fondi comuni ci manda i dati dei fondi, senza nemmeno indicarne il controvalore né tantomeno l’identità della banca o del consulente, e riceverà un elaborato che contiene il confronto con i migliori fondi delle rispettive categorie. Se vorrà, avrà anche la possibilità di seguirne l’andamento accedendo ad una piattaforma informatica.

In questo periodo difficile, che consigli si sente di dare agli investitori?
Di dedicare il tempo che serve, con il proprio consulente, a progettare un buon portafoglio. Il patrimonio personale e familiare, costruito in una o più vite, è qualcosa di importante, cui va dedicato il tempo necessario per assicurare la sua protezione, la sua crescita e la trasmissibilità nel tempo.

Se fosse un risparmiatore, sceglierebbe un consulente finanziario abilitato all’offerta fuori sede o un consulente indipendente?
Nulla togliendo all’innegabile valore dei consulenti indipendenti, personalmente sceglierei un consulente finanziario abilitato all’offerta fuori sede, perché assicura l’esecuzione diretta e immediata delle operazioni finanziarie all’interno della banca per cui lavora.

C’è un criterio per valutare se e quando cambiare consulente finanziario?
La scelta di un consulente è il risultato di un’attenta selezione, anche mettendone alla prova diversi. Bisogna sapere tutto di loro: cosa leggono, dove si documentano, come costruiscono le proposte di investimento. E non basta certo che lavorino in una grande banca, perché è la persona che fa la differenza. E non bisogna avere timore di rivolgersi altrove quando la persona a cui abbiamo affidato la gestione dei nostri soldi non dà più la giusta serenità.

Si dice che il cliente abbia sempre ragione. Qual è il suo punto di vista?
I clienti sono, giustamente, esigenti, ma spesso tendono a leggere il mercato con il senno di poi, il che porta a non tollerare mai le perdite e a non accontentarsi mai dei guadagni. In realtà, si tratta di un “difetto di educazione finanziaria” che li porta inconsapevolmente a giudicare la bontà di un investimento esclusivamente dal suo rendimento e in un periodo breve, trascurando l’insieme (adeguatezza al profilo di rischio, rispondenza degli strumenti agli obiettivi dichiarati, protezione e sicurezza del portafoglio, influenza degli avvenimenti esterni di geo-politica etc). Proprio per questo motivo il consulente finanziario deve costruire con loro un dialogo formativo, e non semplicemente informativo, con i propri clienti, e deve poter aggiornare il portafoglio in modo tale da consentire una buona partecipazione ai guadagni di un mercato in crescita, e una riduzione delle perdite se il mercato va giù. Per arrivare a questo livello di dialogo, occorre capire profondamente i bisogni del cliente e assicurargli serenità. Credo che debba essere questo il ruolo del consulente finanziario.

Come è possibile evitare di sbagliare nella scelta del consulente finanziario? 
Ho sempre sentito che per ridurre il rischio bisogna diversificare. Il mio consiglio è quello di dividere il patrimonio in tre parti uguali, e affidarne ciascuno a un consulente diverso. Ad una certa scadenza si potranno tirare le somme, ed il cliente potrà effettuare le proprie scelte in base ai risultati ottenuti anche e non solo in termini di rendimento, magari interrompendo il rapporto con il professionista che avrà giudicato meno idoneo, all’interno di una comparazione immediata. Facendo così si riduce il rischio di affidare l’intero patrimonio a chi non ha la competenza per poterlo gestire, anche se è un amico o un parente.

Zest lancia il primo fondo alternativo che investe sulle SPAC americane

Il fondo disinveste sempre prima della c.d. business combination. Dall’inizio del 2021, 8 IPO su 10 negli USA sono passate per una SPAC.

Zest ha lanciato di recente il primo fondo comune di investimento alternativo focalizzato esclusivamente sulle SPAC (Special Purpose Acquisition Company) quotate sulle borse americane. Il fondo, denominato Zest US Spac Fund, ha l’obiettivo di sfruttare la rivalutazione dei titoli di queste società-veicolo quotate al Nasdaq o al New York Stock Exchange, disinvestendo sistematicamente prima del completamento della “business combination”, cioè la fusione tra la SPAC e la società acquisita, che, per effetto dell’incorporazione, si ritrova automaticamente quotata in Borsa.

«Dall’inizio del 2021, sono passate per una SPAC circa l’80% delle nuove quotazioni negli Stati Uniti, dove oggi si contano 400 SPAC attive, per una capitalizzazione complessiva di circa 125 miliardi di dollari. E altre 69 SPAC sono in fase di registrazione entro la fine del primo semestre, per ulteriori 17 miliardi», spiega Antonio Midolo, ideatore e gestore del fondo Zest US Spac.

Le SPAC sono società che raccolgono capitali tra gli investitori privati e istituzionali al fine di quotarsi in Borsa e, successivamente, individuare un’azienda non quotata da acquisire. In questo modo la società acquisita, una volta fusa con la SPAC attraverso la cosiddetta business combination, si ritrova automaticamente quotata in Borsa, senza passare per il lungo e costoso iter di quotazione o IPO (Initial public offering). Il fondo Zest US Spac si propone come soluzione d’investimento innovativa per la liquidità, mirando, da un lato, a conservare il capitale e, dall’altro, a generare ritorni caratterizzati da bassa volatilità e de-correlazione dai mercati.

La conservazione del capitale è legata al meccanismo di finanziamento delle SPAC: il capitale raccolto è custodito in un conto segregato (escrow account) e viene investito in titoli di Stato Usa a breve termine (3/6 mesi), in quanto non può essere intaccato fino alla business combination. Gli azionisti di ogni SPAC possono chiedere il rimborso dell’intero capitale investito in sede di assemblea generale, una volta che questa è chiamata ad autorizzare la business combination proposta. L’extra rendimento è legato all’ulteriore possibilità, per gli azionisti delle SPAC, di vendere le proprie azioni sul mercato, quando il loro valore supera il valore di rimborso: nel 2020, le SPAC americane in cerca di una società da acquisire hanno offerto rendimenti medi intorno al 4% annui, mentre quelle che hanno annunciato la business combination hanno registrato un apprezzamento superiore al 30% rispetto al prezzo di collocamento delle quote delle SPAC

«L’obiettivo del fondo è quello di diversificare i propri investimenti in un paniere equi-pesato di SPAC quotate, con l’obiettivo di uscire sempre prima della business combination», aggiunge Midolo. «Quando il valore delle posizioni sarà superiore a quello di rimborso, le azioni delle SPAC saranno vendute sul mercato. Mentre in caso di andamento del titolo piatto o negativo, il fondo chiederà il rimborso del capitale investito più gli interessi maturati nel conto segregato».  

Il fondo Zest US Spac non investirà in SPAC europee, ma unicamente in società quotate negli Stati Uniti, dove negli ultimi due anni il 45% delle nuove quotazioni sono passate per una SPAC, a testimonianza dei benefici sostanziali di una quotazione tramite SPAC rispetto alla quotazione tradizionale. Il fondo Zest US Spac è un fondo lussemburghese, qualificato come Raif (Reserved Alternative Investment Fund), destinato esclusivamente, per legge e per natura, a un pubblico di investitori istituzionali e qualificati (i così definiti well-informed investors).

Antonio Midolo

Caratteristiche del fondo:

– Valore della quota (Nav – Net Asset Value) calcolato e pubblicato settimanalmente,
– Fondo denominato in USD, classi (hedged) in EUR e in CHF, 
– Investimento Minimo 125.000 USD/EUR/CHF,
– Commissione di gestione annua pari all’1,2%,
– Commissione di performance dell’15% con “high water mark”, quindi calcolata e realizzata solo al superamento del massimo di un nuovo valore massimo raggiunto.

 

Le informazioni e le opinioni contenute nel presente articolo non costituiscono un’offerta o una sollecitazione all’investimento, e non costituiscono una raccomandazione o consiglio, o un’offerta, finalizzate all’investimento, e non devono in alcun caso essere interpretate come tali. Prima di ogni investimento, richiedere sempre alla propria banca o al proprio consulente una descrizione dettagliata delle caratteristiche, dei rischi e degli oneri connessi.

La speculazione sui listini Usa può diventare un boomerang. Cribari: valutazioni esagerate

Difesa, sicurezza, tecnologia innovativa, farmaceutica, biotecnologia, nuovo consumo e sostenibilità ambientale i settore più interessanti. Illusorio sperare in una piccola correzione sull’ordine del 5%.

“A livello assoluto si può parlare di valutazioni esagerate solo per i listini americani, mentre quelli di altri paesi restano a livelli più abbordabili. È dunque prevedibile un periodo di sovra-performance delle azioni non americane, quindi dei settori più ciclici e value. Illudersi tuttavia che una presa di profitto sul mercato Usa lasci immuni gli altri listini è irrealistico, anzi è probabile che nella correzione la sovra-performance eventuale venga poi rimangiata”. È l’analisi di Mario Cribari, Partner e responsabile della strategia e ricerca di BlueStar Investment Managers.

Il mercato sta già prezzando la fine di ogni incertezza (pandemica, economica, sociale, degli utili, geopolitica) e guarda solo al mondo perfetto di crescita forte/tassi bassi/nessuna inflazione/debiti sostenibili/valute stabili. Che l’economia nel 2021 tornerà a crescere in maniera robusta è ormai assodato, se non altro per un semplice effetto base, considerando che l’anno scorso abbiamo assistito alla peggiore recessione degli ultimi 80 anni. Le stime di crescita già robuste per l’anno in corso, tuttavia, estrapolano la stessa tendenza anche per il 2022 nonostante l’effetto base meno favorevole e dando per scontato lo scenario ideale di un mondo che torna perfettamente alla normalità.

Molte cose possono andare storte, e per di più nell’equazione non si tiene conto dell’esplosione dei debiti occidentali e delle pericolose dinamiche in atto sul debito americano ed europeo e sul dollaro. Molti inoltre non danno alcun credito alla possibilità di un ritorno dell’inflazione.

“Oggi vi sono alcuni elementi positivi che nascondono anche un’altra faccia della medaglia”, sottolinea Cribari. “A differenza del 2000, la tecnologia non è tutta in bolla, e anzi nel settore troviamo molte delle società dalle prospettive più interessanti. È indubbio però che vi siano sacche speculative assolutamente esagerate, come testimonia la proliferazione delle SPAC (Special Purpose Acquisition Companies) o delle IPO (Offerta pubblica iniziale), molte delle quali esplose nel primo giorno di quotazione”.

Negli Usa, la manipolazione verso il basso dei tassi di interesse ha contribuito a creare un nuovo culto per le azioni. Esistono certamente delle tematiche con interessanti prospettive di crescita di lungo termine, tra cui le più calde riferite ad esempio all’elettrificazione, all’idrogeno, alle energie pulite. Immaginare, però, di poter giustificare ancora i rialzi di questi settori è ambizioso. Le fiammate recenti sui mercati azionari (e non solo) stanno generando quell’andamento esponenziale che in genere non finisce bene. Allo stesso tempo è illusorio sperare in una piccola correzione sull’ordine del 5%, dove si è tutti pronti a rientrare e poi vedere nuovi massimi. Qualunque mini-correzione verrebbe immediatamente comprata, come successo negli ultimi mesi. Ma se avvenisse qualcosa di più serio e di più strutturale, e la negativa dinamica di mercato fosse in grado di bucare al ribasso quel fatidico 5-7%, c’è il rischio di un effetto panico con volatilità in rialzo e smontaggio di posizioni a leva che potrebbe poi fermarsi solo ben oltre quel livello.

Mario Cribari

“In questo contesto è opportuno mantenere un approccio bilanciato tra ciclici e difensivi, con strategie dinamiche di copertura dirette e indirette e con estrema selettività bottom up”, conclude Cribari. “Restiamo investiti in maniera convinta in macro-tematiche di lungo termine quali: la difesa, la sicurezza, la tecnologia innovativa, la farmaceutica e biotecnologia, il nuovo consumo (asiatico ed occidentale), la sostenibilità ambientale, i settori favoriti da tassi bassi, alcuni settori ciclici. Stiamo continuando ad aumentare la componente di real asset che includono materie prime, infrastrutture, oro e miners. Sul fronte valutario, restiamo ben diversificati tra valute risk on e risk off, avendo aumentato queste ultime per rafforzare gli hedge di portafoglio”.

Ethenea: inflazione verso il 3% negli Usa. Più bassa in Europa causa apprezzamento dell’euro

Petrolio, carbon tax e ripristino delle aliquote Iva tagliate nel 2020 spingeranno i prezzi al rialzo. Un parziale bilanciamento verrà dalla minor pressione sugli affitti e dall’invecchiamento demografico.

“Nei prossimi mesi le pressioni inflazionistiche potrebbero aumentare significativamente e riteniamo realistico un aumento dei prezzi al consumo del 3% circa nel breve termine, almeno negli Usa. In Europa, l’apprezzamento dell’euro sul dollaro favorirà l’importazione di beni a basso costo, pertanto l’aumento sarà decisamente più moderato”. È l’analisi di Volker Schmidt, Senior Portfolio Manager di Ethenea Independent Investors.

Secondo Schmidt, nel breve periodo diversi segnali sembrano preannunciare un aumento dei prezzi al consumo. Innanzitutto il prezzo del petrolio, che a marzo e aprile 2020 è sceso a minimi mai raggiunti prima. Da allora ha recuperato quota, ma il tasso d’inflazione è calcolato come variazione percentuale dei prezzi rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, quindi il semplice dato matematico eserciterà notevoli pressioni inflazionistiche. Poi, a metà dello scorso anno, molti paesi hanno ridotto l’Iva per dare impulso ai consumi, ma con il ritorno alle precedenti aliquote avvenuto a inizio d’anno i prezzi al consumo sono destinati a risalire. Terzo punto, la tassazione delle emissioni di Co2: a partire dal 2021 a produttori e distributori di beni e servizi si applica un’imposta di 25 euro per ogni tonnellata di biossido di carbonio prodotta tramite la combustione di diesel, benzina, gasolio e gas naturale. La trasmissione di questi costi aggiuntivi agli acquirenti renderebbe più costosi beni e servizi nocivi per il clima, facendo salire i prezzi. Infine, il graduale aumento del salario minimo legale nel breve termine eserciterà un impatto positivo sull’andamento dell’inflazione.

A questi fattori si aggiunge la spinta generata dall’orientamento espansivo della politica fiscale e monetaria. Solo negli Usa, da marzo a novembre 2020 la riserva monetaria è aumentata del 25%. A ciò si aggiungono stimoli provenienti dalla politica fiscale di entità senza precedenti, il nuovo pacchetto di aiuti da 1.900 miliardi di dollari promesso dal presidente Joe Biden e l’innalzamento da 600 a 2 mila dollari degli aiuti finanziari diretti a milioni di cittadini statunitensi.

Volker Schmidt

“Finora l’impatto sui prezzi di queste manovre è stato contenuto, perché l’inflazione non dipende soltanto dalla massa monetaria, ma anche dalla rapidità di circolazione del denaro, ovvero dalla frequenza con cui la moneta viene utilizzata per acquistare beni e servizi”, sottolinea Schmidt, “e anche grazie a una serie di trend strutturali, come il rallentamento dei rincari sugli affitti, causa pandemia e smart working, e il cambiamento demografico. Un tipico esempio al riguardo è rappresentato dal Giappone, da anni alle prese con tassi di natalità in calo e con l’invecchiamento della popolazione: poiché la popolazione in età lavorativa è determinante ai fini della crescita del prodotto interno lordo, le aziende riducono i costi e tagliano i salari per sostenere la domanda di beni e servizi, con effetti deflazionistici”.

“Questi fenomeni proseguiranno, anche perché l’economia si sta riprendendo con lentezza, tuttavia mei prossimi mesi le pressioni inflazionistiche potrebbero aumentare significativamente, soprattutto negli Usa”, conclude Schmidt.

Mercato immobiliare post Covid. Frazionare gli appartamenti più grandi e guadagnarci

I dati sul mercato immobiliare del 2020 hanno rivelato come la preferenza sia andata sempre più verso gli immobili medio-piccoli, sia per abitarci dentro che per investimento. Chi possiede immobili di ampia quadratura oggi pensa al frazionamento, per renderli più appetibili a potenziali compratori e inquilini.

La pandemia, com’è noto, ha determinato la “fuga” di acquirenti dagli appartamenti più ampi e la ricerca di abitazioni medio-piccole, considerate più accessibili dalle nuove generazioni. Pertanto, la soluzione del frazionamento delle case più ampie (da 150 mq a salire) ultimamente sembra prendere piede, perché assicura una maggiore redditività – o un ricavo complessivo, in caso di vendita – a fronte di una spesa iniziale tutto sommato contenuta.

Frazionare un immobile, oggi, è meno complicato rispetto al passato. Infatti, grazie alla legge 164/2014 (c.d. Sblocca Italia), le procedure relative al frazionamento di unità immobiliari sono state semplificate, al pari di quelle previste per gli accorpamenti, e tutto ciò è possibile senza doversi rivolgere al Comune per ottenere permessi specifici. Uniche condizioni: non si deve aumentare la volumetria complessiva né il numero di stanze di un immobile.

Tradizionalmente, l’esigenza di frazionare una casa nasce per via di una successione ereditaria – es. due o più eredi possono utilizzare una parte dell’immobile per evitare che le rispettive quote debbano essere vendute ad uno solo di loro – oppure per mettere a reddito solo una parte di essa e continuare ad abitare in quella rimanente. L’operazione mira anche all’aumento del valore da conseguire prima di una eventuale vendita, dal momento che gli appartamenti più piccoli vengono venduti con minore difficoltà o affittati più facilmente.

A meno che non siate architetti o ingegneri, frazionare un appartamento non è roba per tutti, e richiede l’intervento di almeno un professionista che difenda il proprietario da tutti i possibili (e costosi) errori, soprattutto sui preventivi e sugli imprevisti; però, non è certo una iniziativa proibitiva, ed è alla portata di tutti. L’importante è affrontarla con spirito “imprenditoriale”: dividere in due (o in tre) una grande abitazione comporta la creazione di diversi “prodotti” immobiliari attraenti, che devono generare un buon reddito dalla loro locazione o un profittevole ricavo dalla loro vendita.

La procedura richiede alcuni passaggi amministrativi, e dipende dal Piano Regolatore Generale (PRG), dal regolamento edilizio e, come vedremo, anche dal regolamento condominiale. Va innanzitutto verificata la documentazione esistente, e controllata la conformità urbanistica-edilizia e catastale. La pratica edilizia va presentata al Comune tramite la SCIA (segnalazione certificata di inizio attività) o la CILA (comunicazione inizio lavori asseverata), con le quali il frazionamento viene autorizzato dal punto di vista amministrativo ed urbanistico,  nonché mediante una presentazione dell’aggiornamento catastale al Catasto.

Relativamente alla richiesta di autorizzazione al condominio, essa è necessaria per tutti gli interventi che comportano la modifica delle parti comuni oppure dei nuovi allacci per elettricità o gas, diversamente non occorre. Quanto alle parti comuni condominiali, esse possono “entrare in gioco” riguardo alla realizzazione dell’accesso ai nuovi appartamenti derivanti dal frazionamento. Infatti, se si apre una nuova porta sul pianerottolo condominiale è indispensabile avere l’autorizzazione dell’assemblea di condominio. In generale, però, chi fraziona preferisce realizzare, all’interno dello spazio del vecchio appartamento, una piccola area di distribuzione – una sorta di saletta di anti-ingresso, data in comunione ai nuovi proprietari  -in cui si troveranno due nuove porte indipendenti, ed in questo caso il condominio non può rivalersi in alcun modo (non viene modificato il c.d. “decoro architettonico” del pianerottolo).

Esistono casi in cui non è possibile realizzare il frazionamento di un immobile. Ad esempio, se nel regolamento condominiale è espressamente vietata la possibilità di frazionare una singola unità immobiliare, questo può creare difficoltà e possibili levate di scudi da parte dei condòmini più “intolleranti ai cambiamenti altrui”. Ma non tutto è perso; infatti, il divieto assoluto al frazionamento scatta solo se il regolamento è stato approvato all’unanimità da tutti i condòmini. In caso contrario, non potrà esserci alcuna restrizione alle operazioni edilizie effettuate all’interno delle singole abitazioni..

Riguardo ai costi, bisogna tenere in considerazione diverse variabili, per cui calcolarli con esattezza potrebbe non essere tanto facile. A questi, poi, bisogna aggiungere gli onorari dei professionisti, dal quello del tecnico che ha seguito la pratica urbanistica, impiantistica, energetica e catastale a quello di chi ha diretto i lavori assicurando che tutto si sia svolto nel pieno rispetto delle norme di sicurezza. Poi vanno pagati i diritti di segreteria, gli oneri di urbanizzazione e l’allaccio di nuove utenze.

Interessante è, su tutto, il profilo delle agevolazioni fiscali, perché una operazione di frazionamento può beneficiare della detrazione del 50% su un massimale di spesa di 96.000 euro (Testo Unico delle Imposte sui redditi), e tale detrazione potrà essere fruita in dieci rate annuali, oppure ceduta tramite lo sconto in fattura all’impresa che realizza gli interventi o alle banche ed intermediari finanziari.

Questa agevolazione fiscale, a ben vedere, aumenta il rendimento complessivo dell’operazione di frazionamento, il quale oggi si basa essenzialmente su due circostanze: 1) la capacità di acquisto delle persone è diminuita notevolmente; 2) il credito da parte delle banche si restringe continuamente dal 2008. La pandemia si è solo aggiunta a questa tendenza già conclamata prima del 2020, accelerandone gli effetti e cambiando totalmente il volto al mercato immobiliare. L’operazione di frazionamento è la risposta più naturale a questo cambiamento, perché consente di realizzare un reddito da locazione o un ricavo complessivo da vendita più alti rispetto all’immobile nel suo stato originario, perché gli appartamenti più piccoli sono adesso molto richiesti dal mercato e sono rivendibili più velocemente e a prezzo superiore.

Il fenomeno del mini farming nelle megalopoli. Nel 2050 1,3 miliardi di bocche in più da sfamare

In alcuni Paesi, il mini farming nelle megalopoli è una sperimentazione già in atto, e potrebbe rappresentare una risposta alle sfide che abbiamo davanti. Nel 2050 avremo bisogno di aumentare del 25% la produzione di cibo, e l’80% del consumo sarà concentrato nelle città.

Di Giulia Maria Moschen Bracho

La popolazione mondiale sta crescendo, e per l’anno 2050 avremo bisogno di aumentare del 25% la produzione di cibo. Inoltre, si stima che l’80% del consumo sarà concentrato nelle città. Singapore, per esempio, ha una delle densità di popolazione tra le più alte al mondo: circa 6500 persone per km quadrato. La terra scarseggia, e c’è un’elevata dipendenza dall’importazione di cibo. Quindi l’agricoltura urbana sta diventando una nuova normalità. 

Le aree residenziali, così come quelle commerciali, stanno dedicando spazi all’agricoltura urbana. Così, serve una risposta alla necessità di produrre cibo in modo alternativo, ma anche una soluzione pratica per qualsiasi famiglia. Allo stesso modo per il mondo della ristorazione.

Edible Garden City è una società di consulenza di Singapore che opera nel campo dell’agricoltura urbana e del futuro del mini farming nelle megalopoli. Guida un movimento per sensibilizzare la coltivazione del proprio cibo a Singapore. Negli ultimi 7 anni ha costruito 200 mini farms (fattorie mini) in zone urbane: tetti dei ristoranti, scuole, residenze e ogni spazio che si possa adattare ad un giardino. Ogni quadrato verde da ornamentale diventa una piccola, ma produttiva, fattoria di verdura o frutta.

Sotto la supervisione di Edible Garden CityNoka (un ristorante di Singapore)  ha creato un mini farm sul suo tetto, coltivando alcuni degli ingredienti utilizzati nella loro cucina. Questo progetto, non solo serve a portare a tavola ingredienti freschi e sicuri, ma funge anche da spazio pubblico, visitabile da chiunque. Questo concetto affronta contemporaneamente diversi aspetti interessanti: 

– l’importanza dell’autosufficienza alimentare
– la tracciabilità dei prodotti che portiamo a tavola, 
– l’uso di spazi pubblici ed il loro scopo educativo, 
– la maggiore vivibilità delle città, grazie all’impatto delle aree verdi.

MINI FARMING IN EUROPA – Conosciuto con il nome di CAP – “Common Agricultural Policy”, ossia Politica Agricola Comune – supporta circa 10 milioni di aziende agricole dell’EU; si stima che circa 22 milioni di persone lavorino in questo settore. E’ la voce, nell’agenda dell’UE, con il programma d’aiuto economico all’agricoltura più grande al mondo.

Il modo di concepire l’agricoltura sta cambiando già da anni, ed è nata una nuova generazione di agricoltori che lavora su piccoli orti innovativi nelle aree rurali, periurbane e urbane di tutta Europa. Gli agricoltori e le aziende che hanno deciso di intraprendere questo cammino lavorano su superfici relativamente piccole: dagli 0,01 ai 5 ettari. Spesso di tratta di policolture che arrivano a produrre fino a 100 varietà diverse nell’arco di un anno. Queste piccole policulture e micro fattorie biologiche stanno dando risultati positivi, e sono sostenibili sia dal punto di vista ambientale che economico. Inoltre, esse hanno una impatto positivo anche sulla comunità dove esse si trovano. Tuttavia è necessario continuare la ricerca per capire le opportunità ma anche le difficoltà di questo approccio all’agricoltura

LA ROBOTICA E L’AGRICOLTURAROMI, acronimo di Robotics for Microfarms,  è un progetto open-source che mira a sviluppare una piattaforma robotica leggera per piccole fattorie intensive. ROMI mira ad aiutare la riduzione di piante infestanti, a monitorare la coltura e quindi a ridurre il lavoro manuale. L’obiettivo finale è aiutare gli agricoltori a risparmiare il 25% del tempo dedicato a certe mansioni quotidiane. ROMI, inoltre, potrà acquisire informazioni dettagliate sulle piante e, lavorando con l’ausilio di un drone, riuscirà ad elaborare l’informazione globale sulle coltivazioni che potranno essere studiate, aiutando a capire come migliorare questo tipo di coltivazioni

Il progetto coinvolge un consorzio interdisciplinare formato da sette stakeholders e finanziato dai fondi dell’UE Horizon 2020 di ricerca ed innovazione, per un totale di 3.868.186,25 euro. Trattandosi di un progetto che mira a migliorare le condizioni di lavoro delle comunità di agricoltori, tutti i risultati ottenuti sono presenti nel sito, così come la bibliografia e le altre informazioni utili. 

LE SFIDE FUTURE DELL’AGRICOLTURA – Se nel 2050 avremo bisogno di dare da mangiare a circa 1,3 miliardi di persone in più rispetto ad oggi, è chiaro che i modelli di produzione, trasporto e consumo sono da rivedere e reinventare. Inoltre, i trend climatici ed ambientali avranno un impatto sia sulla capacità di produzione che sul trasporto. C’è da considerare, poi, l’aspetto di gestione dei rifiuti del cibo ed il suo spreco, che solo in parte l’economia circolare ci potrà aiutare ad affrontare e risolvere.

Le proiezioni dicono che per il 2050, nel Vecchio Continente, il livello di urbanizzazione crescerà del 87%. E in Italia, sempre secondo le previsioni dell’UE, si vedrà la crescita maggiore di zone urbanizzate di tutta l’Europa. Rimane chiaro che il futuro del mini farming nelle megalopoli (ed anche nelle zone periurbane) avrà un ruolo centrare per garantire una distribuzione equa di cibo.

In un futuro, non molto lontano, sarà responsabilità di tutti produrre alimenti per la comunità dove si vive.

ARTICLE REFERENCE: https://www.investireneimegatrend.it/il-futuro-del-mini-farming-nelle-megalopoli/

Ciclo economico a rischio nel primo semestre 2021. Il futuro del dollaro è il carry trade

Secondo Maurizio Novelli (Lemanik), il tasso di risparmio delle famiglie Usa è falsato dalla sospensione delle rate di mutui e credito al consumo. Gli Stati Uniti rischiano una “balance-sheet recession”. Prospettive positive per Renmimbi e dollaro neozelandese. Il recupero del dollaro è un’occasione di vendita.

“Se, come è probabile, il contesto macroeconomico rimarrà fragile ed esposto a ricadute, il grande problema che il sistema economico Usa si appresta a fronteggiare è una balance-sheet recession. L’eccesso di debito contratto dal settore privato diventa poco sostenibile in un contesto di bassa crescita e quindi la leva finanziaria deve essere ridimensionata. Questo fenomeno è lo stesso che ha caratterizzato l’economia del Giappone dopo la crisi da eccesso di debito degli anni Novanta”. È l’analisi di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund.

Le ottimistiche previsioni di recupero dell’economia si stanno rivelando meno affidabili ora che i lockdown prodotti dalla seconda ondata pandemica si stanno intensificando. Il ciclo dell’economia mondiale è in cedimento e il primo semestre del 2021 rischia di compromettere gli obiettivi di recupero attesi per l’anno. A questo si aggiunge il ritardo nella programmazione delle vaccinazioni a causa dei problemi di fornitura e le incertezze provocate dalle nuove varianti del Covid.

In Europa e negli Stati Uniti il ciclo di ripresa dell’economia si è interrotto già da novembre. Le attese di una ripresa a V iniziano a cedere e l’amministrazione Usa deve intervenire di nuovo con un altro pacchetto fiscale per impedire l’avvitamento dell’economia. I 10 trilioni di dollari erogati sono finora serviti a impedire i default e non sono dunque da interpretare come “stimoli” ma come “aiuti”. Lo stimolo fiscale è denaro in più messo a disposizione per investire e spendere, l’aiuto fiscale è finalizzato a fornire invece il denaro che manca per rimanere solvibile. Questa differenza impatta in modo sostanziale sulle dinamiche del moltiplicatore fiscale e monetario e suggerisce che le aspettative di crescita proiettate dalle case d’investimento di Wall Street potrebbero essere decisamente sopravvalutate. Anche le analisi che circolano sull’enorme risparmio accumulato dai privati cittadini americani sono del tutto utopistiche: una parte molto importante di tale risparmio, infatti, dipende dal fatto che il governo Usa ha fatto sospendere i pagamenti di tutte le rate sui mutui, sul credito al consumo, sui prestiti auto, sui prestiti studenteschi e sui versamenti fiscali. Quanto risparmio rimarrà disponibile per i consumi quando saranno stati pagati tutti questi debiti in sospeso?

“Se l’economia non recupera secondo le attese “fabbricate ad arte” dagli analisti di Wall Street, il recupero della domanda interna potrebbe non essere tale da compensare un eventuale ridimensionamento nel tempo delle politiche fiscali, dato che fare spesa pubblica a ritmi del 25% del Pil all’anno è insostenibile”, sottolinea Novelli. “Il risultato sarebbe una doppia caduta e una nuova recessione, nella quale la politica monetaria dei tassi a zero non avrebbe più alcuna efficacia. Da questo momento ogni ridimensionamento della politica fiscale avrà un impatto negativo sulla crescita”.

Quella a cui rischiano di andare incontro gli Stati Uniti è una “balance-sheet recession” simile a quella verificatasi in Giappone negli anni Novanta, quando il settore privato, avendo accumulato una grande quantità di debiti, comincia a tagliare le spese, determinando un crollo della domanda e degli investimenti privati e spingendo l’economia in recessione. Nella “balance-sheet recession” il problema è la deflazione, e non l’inflazione. Infatti, mentre da un lato vi sono le forze reflazionistiche messe in atto dal settore pubblico (Quantitative easing e politica fiscale), dall’altro lato agiscono le forze deflazionistiche messe in atto dal settore privato (riduzione del debito) che si contrappongono alle prime. Il risultato è che l’economia ristagna e l’inflazione non riparte più. Perché ciò avvenga, occorre cancellare il debito.

Oggi Cina e Giappone hanno iniziato a ridimensionare la loro partecipazione al finanziamento del debito pubblico Usa e la Fed deve stampare sempre più moneta per acquistare treasuries che prima venivano acquistati dall’estero. Il ruolo del dollaro come divisa di riserva valutaria appare ancora in fase di netto ridimensionamento.

Maurizio Novelli

La traiettoria del debito americano e le politiche della Fed confermeranno tassi reali negativi sul dollaro per molto tempo e, a lungo andare, questa situazione trasformerà il dollaro in una divisa di carry trade, un destino già vissuto dallo Yen negli ultimi 15 anni. Questa soluzione è certamente positiva per il ciclo reflazionistico mondiale, ma i maggiori beneficiari di questo scenario saranno certamente le economie emergenti e non quelle occidentali. Il Pil delle economie emergenti è infatti inversamente correlato all’andamento del dollaro: quando il dollaro scende lo stock di liquidità nelle economie emergenti aumenta e la crescita economica si rafforza. Il motivo dell’aumento della liquidità nel sistema emergente è dovuto al fenomeno dei carry trade, cioè la vendita di dollari e l’acquisto di asset finanziari emergenti, e al fatto che la pressione al rialzo sulle divise emergenti induce le banche centrali di questi paesi ad allentare la politica monetaria per frenare la rivalutazione del cambio.

“In questo contesto, le nostre posizioni valutarie long si concentrano su Renminbi e dollaro neozelandese, mentre rimane negativa la view di lungo termine su dollaro americano e sterlina, dove rimaniamo short”, conclude Novelli. “Ogni possibile recupero del dollaro rimane per noi un’opportunità di vendita e non di acquisto, quindi la strategia di allocazione valutaria è quella di ampliare o ridurre le posizioni short con eventuali rafforzamenti e fasi di debolezza del dollaro”.

Game Stop, ovvero la “rivoluzione dei piccoli investitori” contro i grandi speculatori

La vicenda di borsa di Game Stop contiene in sé un atto rivoluzionario contro la grande speculazione, agito dai piccoli investitori attraverso il mezzo più “democratico” che esista: il Web. Vale la pena ricostruire il caso e trarre gli insegnamenti.

Di Alfonso Selva

Game Stop è il nome di quei negozi dove i nostri figli adolescenti  si recavano, fino a poco tempo fa, per comprare i videogames, le console di gioco (PS4 di Sony o XBOX di Microsoft) e tutti gli accessori di serie. Negli ultimi due anni, la società Game Stop Corp.  è andata in difficoltà finanziaria, con un bel peso di negozi su strada mentre tutti i giochi – ed anche le console – adesso si possono ordinare online su Amazon o Mediaword e ricevere comodamente a casa.

In buona sostanza, Game Stop sta facendo un la fine di Blockbuster, la famosa (un tempo) catena di negozi di video cassette andata in crisi e poi fallita con l’avvento di internet, dello streaming e di fenomeni come Netflix o Sky.

La vicenda di Game Stop e i suoi attori si svolge all’interno dei mercati finanziari, dove esistono e prosperano i c.d. hedge fund, ossia quei fondi speculativi che studiano le società quotate in borsa e cercano di realizzare enormi guadagni speculando, appunto, sul futuro andamento dei vari titoli, comprando e/o vendendo allo scoperto e usando la c.d. leva finanziaria. Essi non si limitano a comprare le azioni di aziende che saliranno in futuro, ma cercano di realizzare profitti anche su quelle azioni quotate che prevedono in discesa. Game Stop era una di queste, e molti hedge fund e anche altri traders di borsa avevano puntato al ribasso delle sue azioni.

In che senso al ribasso? Nel senso che, data la cattiva situazione finanziaria in cui versava l’azienda, e in considerazione delle previsioni di mercato negative per il suo modello business (basato sugli ormai fallimentari negozi su strada), pensavano che sarebbe fallita di lì a poco. Così, gli hedge fund e altri operatori di borsa  hanno venduto allo scoperto le azioni Game Stop sul mercato con la quasi certezza di ricomprarle ad un prezzo più basso dopo qualche settimana.

Ma che succede se, invece di scendere, le azioni salgono? Succede che si perde, e se punti al ribasso e l’azione sale, la perdita può essere teoricamente infinita. Fino ad oggi i grandi speculatori di Wall Street hanno sempre avuto la meglio, sia perché hanno a disposizione ingenti capitali, sia perché hanno analisti che studiano le società quotate; di contro, i piccoli investitori non si sono mai uniti per cercare di contrastarli, essendo frammentati in milioni di individui che non entrano quasi mai in contatto tra loro.

Quasi mai, appunto. Ebbene, anche se di solito nessuno cerca di andare contro i grandi hedge fund che scommettono al ribasso – “shortano” sulle azioni, come si suole dire – in questo caso è successo.

Infatti, dopo l’inizio della pandemia le persone hanno molto più tempo per stare davanti al computer, e moltissimi hanno iniziato a provare a fare trading in borsa, massimamente con scarsi successi. Inoltre, è diffusa la sensazione che i grandi investitori come gli hedge fund guadagnino sulle spalle dei piccoli, e questo ha portato ad un diffuso sentimento di “rivalsa popolare” e profonda riprovazione sociale verso di essi, alimentando la voglia di rivincita sociale da parte di una moltitudine di piccoli risparmiatori, che hanno trovato unità d’intenti sul social network Reddit (molto usato negli USA) e hanno iniziato a concertare l’acquisto di azioni Game Stop per farle salire di prezzo e contrastare, così la speculazione.

A ben vedere, si è trattato di un vero e proprio atto “rivoluzionario”, partito dalla base, come non se ne vedevano da decenni. Un sentimento di ribellione – trainato da qualcuno in cima, senza dubbio – che ha trovato una sintesi in due obiettivi condivisi da tutti i “rivoltosi”: guadagnare sull’azione che avevano acquistato (o recuperare la perdita realizzata per colpa della speculazione degli hedge fund), e mettere in pesante difficoltà finanziaria gli hedge fund, i quali avevano puntato sul fallimento di Game Stop.

Grazie a questa azione coordinata tra milioni di piccoli investitori, la quotazione di Game Stop è rapidamente salita da 20 dollari a 347 dollari, con un guadagno di quasi il 2.000%, determinando il quasi fallimento di uno degli hedge fund che avevano puntato sul crac dell’azione.

Esiste, però, un rovescio della medaglia. Infatti, oggi l’azione è tornata a circa 60 dollari, facendo perdere moltissimi soldi a coloro che, spinti da performance giornaliere da capogiro ed elevata eco mediatica, sono entrati poco prima dello scoppio della bolla. L’hedge fund “punito dal popolo”, dal canto suo, è stato costretto ad una ricapitalizzazione di quasi 3,5 miliardi di dollari per coprire le perdite.

Quali sono gli insegnamenti da apprendere da questa storia così avvincente?

La prima – e non così scontata come sembra – è che fare il trading online improvvisandosi pirati di borsa è piuttosto pericoloso e può portare a perdere molti soldi. La seconda, e più importante, è che nessuno è sopra le parti, anche se dispone di capitali ingenti e può perdere una scommessa che sembrava vinta in partenza.

Alfonso Selva

Sfortunatamente – ed in teoria – il fatto che milioni di persone si siano messe d’accordo su quale azione comprare per farla salire è un reato che tutte le autorità di borsa proibiscono. Infatti, i grandi fondi hanno protestato con la SEC (autorità americana che controlla la borsa) per questa azione coordinata, e nelle prossime settimane è probabile che arrivino dei provvedimenti legali contro i responsabili (i “capipopolo”) che hanno scoccato la scintilla della “rivoluzione” e l’hanno perseguita trainando le folle dei piccoli investitori. Certamente la SEC non potrà multare o arrestare milioni di persone, ma i promotori di questa azione saranno molto probabilmente perseguiti.

Ma volete mettere la soddisfazione?

Investimenti alternativi. Champagne: bollicine, passione e rendimento di lungo periodo

Al pari dell’investimento nel vino di pregio, lo Champagne può fare ottenere ottimi rendimenti. Negli ultimi dieci anni l’indice LIV-EX Champagne 50 ha conseguito un rendimento di +170%, superiore a quello del vino di pregio (+143%).

Lo champagne “in quanto tale” (Appellation d’origine controlee – AOC) è un vino spumante che viene prodotto solo nella regione dello Champagne, in Francia (circa 150 km da Parigi). Qualunque spumante, pertanto, non potrà essere chiamato Champagne se non proviene da questa regione, caratterizzata da una temperatura media annuale 10,2°C – al di sotto dei 9,6° l’uva fatica a maturare – e da un clima in cui si alternano gelate invernali ed estati calde e assolate. Queste caratteristiche climatiche sono alla base della stessa esistenza dello Champagne, dal momento che, se la temperatura esterna si abbassa repentinamente mentre i mosti sono ancora in fermentazione, quest’ultima si interrompe e non riesce a trasformare tutti gli zuccheri in alcol, salvo poi riprendere in primavera, quando le temperature ricominciano a salire. E’ proprio in questa fase che l’anidride carbonica si scioglie nel vino e provoca la c.d. “presa di spuma” (le bollicine).

Attualmente, i migliori collezionisti acquistano sia le bottiglie dei marchi affermati (Dom Perignon, Cristal, Krug e Salon), sia quelle dei marchi “emergenti”, come lo champagne Armand De Brignac (noto anche come Ace of Spades), reso famoso più per l’investimento effettuato dal produttore Jay-Z – diventato distributore esclusivo per gli Stati Uniti – che per le sue indiscusse qualità.

Secondo Scott Assemakis, uno dei fondatori di European Fine Wines, gli investitori devono tenere presente che lo Champagne è un investimento alternativo di lungo termine, e l’orizzonte temporale tipico va dai sei ai dieci anni prima della maturazione. C’è da dire che, a differenza del classico investimento in un marchio di vino affermato – ad esempio un buon Bordeaux d’annata – lo Champagne è stato tradizionalmente visto come qualcosa da bere, e non proprio come un investimento. Ciò significa che l’idea dello Champagne come investimento è recente rispetto all’idea tradizionale di investire nel vino, e che le bottiglie rare in circolazione, in proporzione alla produzione, sono di gran lunga inferiori a quelle che vengono consumate.

Detto questo, oggi alcune delle annate ideali per investire nei migliori marchi di Champagne sono quelle che vanno dai primi alla metà degli anni novanta e, in misura inferiore, quelli prodotti verso la metà del 2000. Per chi vuole iniziare a diversificare nei marchi più affidabili e con somme meno impegnative, invece, il periodo più performante è quello compreso tra il 2014 ed il 2015. Nella gamma di prezzo più bassa si trovano bottiglie del valore di mille euro circa, per poi salire rapidamente alle migliaia superiori. Per esempio, uno dei migliori Champagne è il Krug Clos d’Ambonnay, prodotto nel 1995. Questa bottiglia ha un prezzo di circa 4.000 euro, ma prima di essere imbottigliato era già invecchiato per quindici anni.

Armand de Brignac Brut Gold è lo champagne più venduto di questa etichetta. È composto da un mix equilibrato di Pinot Nero, Pinot Meunier e Chardonnay, e costa circa 6.500 euro.

Dom Pérignon Rosé di David Lynch è prodotto dalla più grande etichetta di champagne in Francia, Moët et Chandon. Questa bottiglia è stata delineata e progettata dal regista di Hollywood David Lynch, ed è stata prodotta in soli 10 esemplari, ognuno al costo di 11.000 euro circa.

Oggi esiste un ampio mercato dello Champagne, dove investitori privati, ​​insieme a collezionisti e case d’aste, possono effettuare i propri scambi. Le autorità francesi regolano la produzione tutelandone l’originalità e la provenienza, limitandone di fatto gli stock disponibili e tenendo alti i prezzi dei marchi più prestigiosi, i quali “comandano” il prezzo e sono in grado di mantenere il loro valore nel corso degli anni.

Queste bottiglie di grande prestigio hanno bisogno di un luogo sicuro per invecchiare, prima di arrivare alla vendita. Lo champagne deve essere conservato a temperature che vanno dai 45 ai 55 gradi Fahrenheit. Deve essere collocato in una stanza buia e non esposto alla luce per ridurre al minimo qualsiasi danno alla luce, e il livello di umidità deve rimanere intorno al settanta percento.

In alternativa alla cantina personale, ci si può servire di magazzini di stoccaggio creati e gestiti appositamente allo scopo di proteggere al meglio il proprio Champagne, grazie agli accurati controlli della climatizzazione umidificazione. Questa soluzione consente all’investitore di non sostenere i costi di una cantina personale, ma non permette di soddisfare l’aspetto “emozionale” dell’investimento, e pertanto essa viene scelta dai veri appassionati solo per la corretta logistica associata ad operazioni di scambio e/o vendita.

Relativamente ai rendimenti attesi, lo champagne è un ottimo punto di partenza per i collezionisti che decidono di diversificare nel vino di pregio e nei suoi derivati. La domanda è in crescita, e neanche la pandemia ha frenato l’interesse degli investitori. I Vintage Champagnes, in particolare, hanno visto un aumento medio di circa il 10% annuo dal 2014 ad oggi (come il Krug Brut del ’96) e l’indice Liv-Ex Champagne 50 è molto seguito dai collezionisti (rendimento ultimo anno: +8.36%). Negli ultimi dieci anni, poi, l’indice Champagne 50 ha superato l’indice Liv-ex Fine Wine 1000 in quanto a performance complessiva, conseguendo un +170% rispetto al +143% del vino pregiato.

Lo Champagne offre agli investitori alcuni vantaggi. Il primo è il basso punto di ingresso, dal momento che una bottiglia di pregio vale mediamente3-4 volte meno di un Borgogna d’annata. Con l’obiettivo di diversificare i propri portafogli, gli investitori dei mercati asiatici stanno diventando sempre più interessati ai vini e agli champagne pregiati, e questo fa prevedere un aumento del valore nel medio-lungo termine.

Ultimamente, le case di produzione dello champagne (come Dom Pérignon) hanno iniziato a diffondere le campagne di “pre-release”, ossia la possibilità per gli appassionati di acquistare il proprio champagne un paio di anni prima ancora che venga imbottigliato, spuntando un prezzo inferiore. Si tratta, a ben vedere, di una iniziativa rivolta agli investitori puri, che in tal modo possono assicurarsi – a seconda delle annate, naturalmente – un rendimento maggiore alla media in cambio della fidelizzazione al marchio del produttore.

Box e posti auto, il mercato si ridimensiona. Meglio comprare solo nelle zone con presenza di uffici

Secondo le analisi dell’Ufficio Studi Tecnocasa, i valori immobiliari dei box e dei posti auto hanno registrato nel 2020 una contrazione. Compravendite in calo del 21,3% a livello nazionale e del 24,8% nelle metropoli.

Nelle località più grandi, popolose o turistiche riuscire a trovare un posto auto o almeno un parcheggio dove lasciare la propria auto senza problemi e soprattutto senza il timore di non trovarla più può risultare una vera impresa. Questo vale soprattutto nelle zone più centrali o importanti di tali località.

Se in alcuni casi le difficoltà di trovare un box auto non sono poche, dal punto di vista dei loro prezzi, come vedremo, l’andamento risulta essere costantemente al ribasso, anche se esiste qualche timido segnale di ripresa in questi ultimi mesi.

I dati complessivi dell’ultimo triennio 2017-20 non sono stati positivi. Negli ultimi anni il settore immobiliare ha visto un notevole ribasso dei prezzi. Questo, però, non ha interessato solamente le case, e questa condizione di crisi si è estesa anche ai prezzi relativi all’acquisto dei box auto. Questo trend, quindi, sembra rispecchiare quello che sta accadendo sul mercato delle abitazioni. I dati dell’Agenzia delle Entrate, infatti, segnalano nello stesso arco temporale una diminuzione delle compravendite dei box del 21,3% a livello nazionale e del 24,8% nelle metropoli.  

Segmentando i dati di compravendita, il 68,2% delle operazioni sono state finalizzate all’acquisto, mentre il 31,8 % riguardano operazioni di locazione. La discreta percentuale di chi decide di affittare un box, pertanto, si contrappone in modo equilibrato a quella relativa agli acquirenti (48,6%) che acquistano con la finalità di mettere a reddito l’immobile (anche se prevale l’utilizzo proprio).

Tra i vantaggi del box, c’è sicuramente una maggiore facilità di gestione rispetto all’abitazione, e gli importi investiti risultano generalmente per tutte le tasche. Quando non servono più per un proprio utilizzo, si affittano a terzi ricavando un reddito variabile a seconda della zona, esattamente come per le abitazioni. In ogni caso, nel caso si trovasse un’interessante opportunità per un acquisto, è bene valutare alcuni elementi utili ad effettuare una scelta ponderata. In tal modo, non solo si acquisirà un bene di valore, ma tale valore nel corso del tempo potrà anche accrescersi considerevolmente. In primis, sarà necessario tenere in considerazione la zona e avviare l’investimento in quelle aree dove le possibilità di parcheggio scarseggiano e nelle quali c’è una presenza più bassa di box rispetto alle abitazioni, come accade per esempio nelle aree centrali o semicentrali delle città più grandi. Invece, sono da escludere quelle zone che hanno recentemente vissuto uno sviluppo urbanistico negli ultimi anni in quanto, sicuramente, saranno presenti un numero di box sufficienti a soddisfare la richiesta e le aree in cui sono stati costruiti oppure introdotti nuovi parcheggi per residenti.

Da tenere in considerazione, soprattutto, le zone che hanno un’alta presenza di uffici, specialmente se non sono collegate ottimamente con i mezzi di pubblici e non vi sono molti parcheggi disponibili. Infine, bisogna tenere conto degli oneri di gestione e delle spese condominiali dei box, anche se queste sono generalmente contenute.

Indicativamente, lo spazio di 5 x 2,4 metri è sufficiente per parcheggiare la macchina e muoversi all’interno del box. I box doppi, capaci cioè di parcheggiare due auto (e non auto più motorino), devono essere di almeno 5 x 4 metri. I box, infatti, si vendono secondo il criterio di posti auto disponibili più che per la loro metratura. Quindi, è molto importante il controllo di persona prima di effettuare l’acquisto, allo scopo di valutare se le dimensioni corrispondono a quelle dichiarate nell’annuncio di vendita.

Relativamente al condominio in cui si trova il box, uno sguardo al soffitto può rivelare macchie d’umido che potrebbero diventare un problema, idem per pavimento e muri. Inoltre, sarà bene controllare l’accesso al box e le possibilità di manovrare all’interno dell’area dei box, se si tratta di uno spazio condominiale.

Infine, è bene sapere che l’acquisto di un posto auto o di un box può beneficiare di una agevolazione del 50%, che è riconosciuta:
– Sull’acquisto dei box e dei posti auto pertinenziali che sono già realizzati (soltanto per gli oneri imputabili alla loro costruzione);
– Sulla costruzione delle autorimesse o dei posti auto, anche di proprietà comune (basta che sia presente un vincolo di pertinenzialità fra esso e l’unità immobiliare abitativa).