I dati sul Pil Usa, sull’occupazione e sul paniere dell’inflazione degli ultimi mesi fanno storcere il naso a chi li sa leggere. Outlook 2023 suddiviso per eventi e asset class secondo l’asset manager di Lemanik.
Di Maurizio Novelli*
La probabile recessione di cui si parla da alcuni mesi potrebbe anche essere “poco profonda”, come si tende a far credere, ma l’esigenza di attenuare il panico dei mercati potrebbe richiedere l’adozione di un meccanismo di manipolazione dei dati. Infatti, i dati sul Pil Usa, sull’occupazione e sul paniere dell’inflazione degli ultimi mesi fanno storcere il naso a chi li sa leggere. Ma quello che può essere un vero problema è un eventuale scenario di stagnazione, compatibile con una situazione di Balance Sheet Recession. In questo caso si potrebbe delineare uno scenario “giapponese” per le economie occidentali, indipendentemente da quello che la Fed farà sui tassi d’interesse.
Premesso tutto questo, l’outlook per il 2023 potrebbe essere caratterizzato da questi eventi:
1) l’economia Usa subirà un significativo rallentamento dei consumi, provocato da un rialzo generalizzato dei costi di finanziamento del credito al consumo (mutui, carte di credito, auto loans e student loans) e per una perdita di potere d’acquisto a causa dell’inflazione. I consumi interni sono pari al 75% del Pil Usa e al 19% del Pil mondiale. Il 20% di tali consumi dipende dal debito;
2) l’economia, a causa di un cedimento dei consumi interni, entrerà in recessione o, nel migliore dei casi, in un contesto di crescita molto modesto e non sufficiente per sostenere il debito accumulato;
3) i profitti attesi delle società quotate sono destinati a significative revisioni negative. Le borse saranno dunque chiuse in una morsa di tassi più alti, crescita zero e profitti in calo;
4) i tassi d’interesse Usa sono vicini a un probabile picco intorno al 4,75%, ma rimarranno comunque su tali livelli e non scenderanno, salvo l’ingresso in recessione o evidenti rischi finanziari. Eventuali interventi di politica monetaria avranno solo un effetto temporaneo. Il moltiplicatore della moneta e del credito è in costante contrazione anche con la massa monetaria a livelli ancora giganteschi (si veda lo stock di Reverse Repo e l’eccesso di riserve delle banche presso la Fed);
5) l’area Euro sarà in recessione o avrà crescita zero, con inflazione più resistente perché dipendente dai prezzi energetici;
6) la Cina rimane esposta a problemi di deleverage nel settore immobiliare e a una congiuntura esterna non favorevole per l’export a causa del rallentamento mondiale;
7) l’intera economia mondiale rischia quindi di perdere i due motori di crescita, ovvero consumi Usa e forte crescita in Cina;
8) le continue politiche fiscali espansive implementate dal governo Usa (si veda il recente budget di stimolo da 1,7 trilioni di USD, pari al 7,7% del PIL) complicano la strategia della Fed di frenare l’inflazione.
Di conseguenza, ecco le principali previsioni 2023 per le asset class.
– SPX: 3900 è un area di vendita con target 3000/2500;
– US Treasury 10y: tassi a lunga in fase di inversione della curva con picco a 3,75% – 4%. Tassi a breve ancora in rialzo di max 0,50%. Il cedimento del ciclo e rischi di recessione fermeranno la Fed ma un eventuale ribasso dei tassi non sarà imminente, salvo l’avvio di una crisi sistemica;
– dollaro Usa: in evidente area di Top contro tutte le divise. Target 1,20 vs Euro nel corso del 2023. La Bank of Japan ha recentemente definito il limite al rialzo del dollaro modificando il corridoio della curva dei tassi. Ulteriori pressioni al rialzo sui tassi giapponesi sono possibili;

– oro in rialzo sopra 2000 per l’avvicinarsi del picco dei tassi in Usa. Eventuali rischi di stagnazione economica, tassi reali globali sempre negativi e top di dollaro, saranno elementi di supporto per i metalli preziosi nel 2023 e oltre;
– mercati obbligazionari mondiali in fase di bottom per rischi di recessione o forte rallentamento dell’economia. Eventuali eventi di risk off saranno di supporto a flussi di “fly to quality” a supporto dei bonds governativi, anche se i tassi reali rimarranno negativi;
– in scenario di stagnazione dell’economia occidentale gli emergenti sarebbero l’asset class vincente nel 2023, mentre in caso di scenario recessivo potrebbero subire ancora pressioni al ribasso.
In economia qualsiasi cosa che ti dicono che è gratis nasconde sempre un costo. L’esperimento monetario di creare ricchezza dal “nulla” stampando moneta si sta dimostrando fallimentare e, nonostante la fiducia riposta dai mercati in tali politiche, non ci sono mai stati dubbi sul risultato finale.
* Gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund



In Italia, il desiderio di essere proprietari di casa comincia fin dalla prima età adulta, e reincarna una eredità culturale che, riguardo all’abitazione, è tipicamente italiana. Nonostante le difficoltà economiche degli ultimi venti anni – periodo coincidente dall’ingresso del nostro Paese nell’Unione Monetaria Europea fino ad oggi – i giovani continuano a sognare di comprare casa, e molti under 35enni hanno fatto ricorso alle agevolazioni fiscali messe in campo dallo Stato per sostenere le spese di acquisto di una prima casa. L’età media dei giovani italiani tra i 18 e i 34 anni che vanno a vivere da soli è pari a 29,9 anni, secondo l’ultima rilevazione Eurostat, ed è oltre tre anni sopra la media Ue (26,5 anni). Peggio di noi fanno solo Grecia, Bulgaria, Slovacchia, Portogallo e Croazia. Il paragone con il passato è impietoso: nel 1983 la quota dei 18-34enni celibi o nubili che viveva in famiglia era del 49%, nel 2000 era al 60,2% e oggi i giovani che vivono in casa con i genitori sono 7 milioni, e cioè il 67,6% del totale.
Il 1° Rapporto Federproprietà-Censis (“Gli italiani e la casa – Come cambieranno valori e funzioni della casa nell’Italia post-pandemia”) racconta come, dopo la traumatica esperienza dell’emergenza sanitaria e delle misure restrittive di confinamento, nell’Italia del post-pandemia stanno cambiando i valori e le funzioni della casa. Emerge, soprattutto, che il valore sociale della casa non è mai stato così alto, malgrado le quotazioni siano scese rispetto al passato. Secondo il Rapporto Censis, il 90,4% dei 18-34enni proprietari di casa ha nella propria condizione un fattore
di rassicurazione per il proprio futuro. Tuttavia, non è semplice per i millennials trovare una abitazione adeguata alle proprie mutate aspettative (superficie non superiore in media a 80 mq e trasporto pubblico efficiente) e trovare un prezzo sostenibile, poiché il livello dei redditi in Italia è sceso vertiginosamente negli ultimi trenta anni – pesa l’assenza di un reddito minimo stabilito per legge, per cui la maggioranza dei giovani sconta redditi da fame – e il potere d’acquisto degli italiani si è progressivamente ridotto di più della metà, soprattutto a causa dei meccanismi rigidissimi dell’EU a guida tedesca.
Tale stato di cose oggi determina una forzosa permanenza degli ultra-trentenni presso l’abitazione dei genitori, più per “fare massa reddituale” (e condividere i costi dell’abitazione) che per effettive esigenze affettive e di prossimità, rinviando il momento in cui si possa dar vita ad un nuovo nucleo familiare. Ciò aggrava il deficit di natalità del nostro Paese, poiché il ritardo temporale di formazione di nuove famiglie, nonchè la scelta di queste ultime di fare un solo figlio per via delle difficili condizioni economiche, rallentano il ritmo di crescita della popolazione giovanile, la quale è costretta a confrontarsi con un mondo del lavoro che offre paghe umilianti, e sulla quale vengono scaricati maggiori costi previdenziali per le future pensioni (che si prevedono molto magre).
Dallo stesso rapporto Federproprietà-Censis emerge che il 5,9% delle famiglie italiane è in una condizione di deprivazione abitativa. Per i nuclei più giovani, oltre al disagio abitativo tradizionale sta aumentando la domanda di case percepite più come un servizio invece di un investimento di lungo periodo. Per soddisfare questa domanda, l’offerta immobiliare sta rispondendo con l’housing sociale, e cioè con quello strumento avviato nel 2009 con il Piano nazionale di edilizia abitativa e con la creazione del Sistema integrato di fondi immobiliari (SIF) con al suo centro un Fondo nazionale che verrà gestito da CDPI SGR, società di gestione del risparmio del Gruppo Cassa Depositi e Prestiti. L’obiettivo di questo fondo è investire circa 4 miliardi di euro sui territori, anche con la partecipazione di investitori terzi (fondazioni bancarie, enti pubblici e altri investitori privati del territorio), attraverso una trentina di fondi immobiliari locali che dovrebbero finanziare un totale di 20 mila alloggi e 7.500 posti letto in 110 comuni (tempo stimato: entro il 2026).

Al pari della FED, anche la BCE dice di voler continuare con altri rialzi, spaventando i mercati che vedono allontanarsi il picco dei rialzi da Marzo a Giugno-Luglio 2023. La scelta di mollare i propositi dei rialzi costanti e graduali, in tutta evidenza, è frutto di un imperdonabile pressappochismo che sarà faticoso da recuperare, soprattutto per i Paesi più indebitati, i quali dovranno fare i conti anche con il QT (quantitative tightening, il mancato rinnovo di titoli in scadenza) da 15 miliardi al mese. In verità, tale importo – che peraltro sarebbe limitato al periodo Marzo-Giugno 2023 – è una inezia rispetto al deficit complessivo dell’Unione Europea, ma è stato sufficiente per fare schizzare il Btp decennale italiano dall’1,2% di un anno fa all’attuale 4,5% circa, per via del timore di una continuazione del QT nei mesi successivi a Giugno.
Una politica meno aggressiva avrebbe potuto tranquillizzare gli animi agitati dai rischi di recessione, ma il “frugale” governatore della Banca centrale olandese ha dichiarato al Financial Times che la BCE continuerà ad alzare i tassi da qui a luglio 2023, dopo averli già aumentati di 200 punti base (bps) per contenere l’inflazione. Pertanto, solo un conclamato rallentamento del ritmo di rialzo dei tassi potrebbe risollevare il mercato obbligazionario, sul quale molti gestori puntano per recuperare le performance depresse da un 2022 da incubo. Tuttavia, gli economisti di Deutsche Bank vedono il tasso terminale al 3%, con rischi al rialzo. Per questo motivo l’asticella del picco si è alzata, non essendo ancora incoraggiante il primo rallentamento dell’inflazione generale a novembre dopo un anno e mezzo di rialzi.
Il prossimo dato di Dicembre ci dirà se si tratta di un trend apprezzabile, ma il tradizionale aumento dei consumi del periodo natalizio non fa ben sperare, e consiglia di rinviare questo momento ai dati di Gennaio 2023 (e quindi ai primi di Febbraio). In ogni caso, siamo lontanissimi dal target del 2%. Escludendo i beni alimentari, il carburante, l’alcol e il tabacco, l’inflazione è al 5%, e non accenna a diminuire. Per questo si sta facendo di tutto (soprattutto in Italia) per rinviare gli aumenti salariali e far diminuire violentemente i consumi per via di un potere d’acquisto che in Italia è ridotto ai minimi termini sia in valore nominale che reale.
La BCE, ad oggi, pensa che la recessione sarà poco profonda, e i dati in possesso indicherebbero solo una lieve recessione. In particolare, la previsione di crescita del 2023 della zona euro, comunicata a Settembre scorso (+ 0,9%), ha subito un downgrade significativo, e il QT certamente non aiuterà ad evitare brutte sorprese in corso d’opera. Per l’Italia, in particolare, è forte la paura che, con un debito elevato e il fatto che la banca centrale fermerà i suoi acquisti di obbligazioni, sarà difficile trovare acquirenti dei bond nazionali senza dover fronteggiare continui attacchi speculativi da parte degli hedge fund. Nel frattempo, sul fronte del petrolio, Brent e Wti galleggiano vicini agli 80 dollari al barile (ricordiamo che a Giugno si era intorno ai 120), mentre il gas è precipitato a 83 euro al megawattora (ad agosto era a 345) dopo l’accordo sul price cap. Sembrano segnali che l’inflazione potrebbe avere raggiunto il suo picco, per cui la stretta di Powell sui tassi, qualora fosse troppo serrata rispetto alle reali esigenze di controllo dell’inflazione, potrebbe generare una recessione più profonda, e gli errori di valutazione della FED (e della BCE…) commessi nel 2021 creano non poca incertezza.
Argentina-Francia, con il suo pesante carico di aspettative e ambizioni nazionali, è stata certamente una sfida sportiva dai risvolti travolgenti, ma è stato anche un confronto tra colossi commerciali che si sono contese una grossa fetta di ricavi derivanti dalla vittoria iridata. Infatti, oltre che a consegnare nelle mani di Lionel Messi la leggendaria coppa – ideata e disegnata dall’orafo e scultore italiano Silvio Gazzaniga, per la cronaca – la FIFA elargirà 42 milioni di dollari per la “Selección” argentina, che non vinceva la coppa più ambita dal 1986, quando Diego Armando Maradona lasciò il mondo a bocca aperta. Inoltre, la vittoria finale porta in dote numerosi benefit, anche indirettamente. Per esempio, l’accordo tra Argentina e Adidas (11 milioni di dollari all’anno), quest’ultima storico sponsor tecnico dei sudamericani, scade proprio alla fine di Dicembre, per cui la vittoria di questo mondiale garantisce all’AFA (Asociación del Fútbol Argentino) un potere contrattuale non indifferente in sede di rinnovo.
La sensazione è che l’Adidas abbia aspettato l’esito del torneo – forse con grave azzardo – per formulare alla federazione argentina la nuova proposta commerciale, che andrebbe a prolungare una partnership che inizia nel lontano 1974, quando i mondiali di calcio si tennero in Germania Ovest. Per restare sui sudamericani, c’è da menzionare anche l’accordo esclusivo che lega l’Argentina alla piattaforma di fan token Socios.com, che utilizza la blockchain di Chiliz (un CHZ vale circa 0,13 dollari). Attualmente, il gettone virtuale legato a Messi e compagni ($ARG) è il più prezioso tra le squadre di calcio dopo quello del Paris Saint Germain, che – non a caso – ha in rosa entrambi i numeri 10 che si sono sfidati domenica: Lionel Messi da una parte e Kylian Mbappé dall’altra. Il token dell’Argentina, infatti, ha un valore di base di 29,46 CHZ (circa 3,82 dollari), e sollevare al cielo la coppa iridata ha fatto lievitarne ulteriormente il valore.
Infine, la vittoria al mondiale fa lievitare sensibilmente la stima commerciale complessiva della rosa sudamericana, che Transfermarkt valuta in 645,20 milioni di euro, con Lautaro Martinez (75 milioni) a segnare la cifra più alta. Dall’altro lato c’è invece la Francia, che per un niente ha mancato un clamoroso bis mai riuscito a nessuna nazionale da quando in palio c’è la FIFA World Cup. Il valore dell’intera rosa francese è quasi il doppio di quella argentina (1,03 miliardi di euro), ed è proprio Mbappé, con i suoi 160 milioni di euro, il gioiello più prezioso. Nonostante l’impresa non sia riuscita al giovane fuoriclasse (nato nel 1998), il capocannoniere del mondiale può in qualche modo consolarsi guardando alle cifre del contratto che lo lega alla Nike, che paga attualmente Mbappé 16 milioni di euro all’anno per i diritti d’immagine e, in caso di trionfi importanti, potrebbe lievitare notevolmente e, probabilmente, generare un contratto a vita, com’è accaduto ai più grandi calciatori della storia (come Messi).
Per quanto riguarda gli asset digitali, la Francia, al contrario dell’Argentina, non riconosce alcun fan token ufficiale, ma può vantare un accordo commerciale ben più remunerativo rispetto ai rivali. Il contratto con Nike porta infatti alla FFF (Fédération Française de Football) un tesoretto annuo di 50,5 milioni di euro per un contratto che reca come scadenza il 2026, quando i mondiali si giocheranno in Canada, Stati Uniti e Messico. Il bis iridato avrebbe potuto comportare dei premi studiati ad hoc dalla multinazionale americana per blindare ulteriormente i transalpini al proprio portfolio, ma il mondiale è sfumato, e con esso anche la replica del boom di vendite, come quello seguìto alla vittoria di Russia 2018, grazie alla terza stella mondiale sulla maglia. Nel 2018, le maglie della nazionale francese andarono a ruba in poche settimane, e obbligarono la Nike a fare i salti mortali per sopperire alla domanda che superava nettamente l’offerta sul mercato.
Questi appena analizzati sono solo alcuni degli aspetti che derivano dalla vittoria mondiale da parte dell’Argentina. Ci sono infatti altri risvolti, difficilmente ponderabili in cifre, che toccano l’economia – fortemente inflazionata – del paese sudamericano. Come, ad esempio, l’incremento del turismo sportivo, maggiori sovvenzionamenti al sistema-calcio, più consistenti investimenti da parte delle squadre di club e – non in ultimo – la concreta possibilità di organizzare una delle prossime FIFA World Cup. A tal proposito, l’Argentina ha già presentato la propria candidatura ufficiale per i mondiali del 2030, e la vittoria di Messi e compagni rappresenta un ottimo sponsor per presentarsi al cospetto della federazione internazionale con un modello vincente.
Nel cercare similitudini tra le due vittorie mondiali dei sudamericani del 1986 e del 2022, è opportuno effettuare alcune distinzioni in merito ai rispettivi contesti in cui l’Argentina viveva in ciascun periodo. Infatti, a guardare i dati economici di oggi, la nazione sudamericana sembra essere tornata indietro al 1975, quando prima dell’avvento della dittatura del generale Videla il ministro dell’Economia Celestino Rogrigo firmò una manovra economica che scatenò una tempesta finanziaria e forti aumenti sui prezzi, in particolare energia elettrica (+75%) e carburanti (+180%), a cui si contrappose un sostanziale congelamento salariale. Come allora, anche oggi l’inflazione argentina corre sulle tre cifre, e il quadro non è certo dei più rassicuranti. Ora l’Argentina spera di ottenere da questo trionfo tanto atteso dei benefici economici simili a quelli che si sono verificati in tutta la Francia subito dopo la vittoria ai mondiali in Russia. Il Louvre, per esempio, nel 2018 registrò un’affluenza record con picchi del +25% rispetto all’anno precedente. Boom di turisti si ebbero anche per il Pantheon (+19%) e per Notre-Dame (+40%).
In definitiva, ora che è calato il sipario sull’edizione più controversa della storia recente dei mondiali, è tempo di comprendere come essa verrà giudicata negli anni a venire, anche dal punto di vista dell’etica sportiva. Si è trattata, infatti, di un’edizione dove mai come prima il vero protagonista, anziché il calcio, è stato il denaro: elargito, incassato, investito, conteso e persino offerto – in valigette o sacchi – con finalità oscure a personaggi senza scrupoli. Ombre dense si erano già stagliate, negli anni scorsi, sull’organizzazione del torneo, e i sospetti di corruzione dei massimi vertici della FIFA hanno condizionato non poco il clima di quello che, in teoria, dovrebbe essere esclusivamente un evento sportivo privo di interessi di parte, eccetto quello di consentire al team migliore di vincere sul campo una semplice partita di pallone.
I mercati hanno registrato un forte rimbalzo dall’inizio di ottobre, grazie all’estremo posizionamento ribassista e alla stabilizzazione dei rialzi dei tassi. Dopo il recente rimbalzo, il posizionamento degli investitori è ora meno estremo e invita a una maggiore cautela nel breve termine in assenza di segnali positivi sul fronte macroeconomico. I dati macro continuano a segnalare un deterioramento delle condizioni: negli Stati Uniti, l’indice PMI composito per il settore manifatturiero è sceso da 50,4 a 47,6 a novembre, mentre il settore dei servizi è sceso da 47,8 a 46,1. Soprattutto, i nuovi ordini del settore privato sono scesi al ritmo più veloce da maggio 2020, quando la prima ondata della pandemia Covid-19 ha colpito. In Europa, gli indici PMI sono stati complessivamente leggermente superiori alle attese, ma sono rimasti saldamente al di sotto della soglia dei 50 punti, ovvero la linea di demarcazione tra espansione economica e recessione economica.
Per quanto riguarda i tassi statunitensi, il rendimento del decennale Usa è sceso di -30 pb al 3,75%, così come l’inflazione attesa, scesa di -25 pb al 2,3%. L’inversione della curva dei tassi Usa 10Y-2Y è leggermente aumentata, segnalando così un aumento della probabilità di recessione. In Europa, il rendimento del bund tedesco si è ridotto di -18pb all’1,96%, mentre il rendimento del titolo decennale italiano è sceso di -42 pb al 3,9%, con un restringimento dello spread BTP-Bund. Inoltre, il rallentamento del ritmo dei rialzi dei tassi a breve termine sembra meno evidente grazie alla recente tenuta degli indici dei responsabili degli acquisti e a un’inflazione che si è dimostrata più resistente rispetto agli Stati Uniti. I commenti più recenti della Bce sembravano aprire la porta a un allentamento dei tassi a 50 pb nella riunione del 15 dicembre, anche se il membro del Consiglio direttivo Isabel Schnabel ha rimesso sul tavolo un rialzo di 75 pb. Anche la banca centrale svedese (Riksbank) ha aumentato i tassi di 75 pb la scorsa settimana con una mossa da falco, mentre è già in atto una pausa nelle banche centrali dei paesi CE3 (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria).
Negli USA, i verbali dell’ultima riunione del Federal Open Market Committee (FOMC) hanno rafforzato le aspettative che il Comitato intenda aumentare i tassi di 50 pb alla riunione del 14 dicembre (da 75 pb alla riunione di novembre). Nel complesso, se da un lato l’attesa riduzione della pressione sui tassi d’interesse è coerente con la stabilità dei multipli di mercato dopo il forte de-rating di inizio anno, dall’altro i fondamentali offrono ancora poco supporto, con una continua scarsa visibilità sull’entità e la durata dell’attuale rallentamento economico. Confermiamo la nostra opinione secondo cui la continuazione di questo rally è legata alle aspettative di un cambio di rotta della Fed.
Nel frattempo, però, l’attenzione deve essere rivolta agli utili societari e alla guidance che si terrà nel febbraio 2023, con i risultati del quarto trimestre. I rischi sono ancora inclinati verso il basso. “In un contesto macro e geopolitico ancora fragile e sulla scia del recente rimbalzo dei mercati azionari, abbiamo modificato parzialmente la nostra asset allocation”, evidenzia Scauri. “Abbiamo ridotto in modo sostanziale il nostro posizionamento sui titoli finanziari; le posizioni chiave del nostro portafoglio si concentrano invece su biotech, con Vivoryon che rimane una delle partecipazioni principali del nostro portafoglio; Green capex: con titoli come Danieli che beneficeranno di un ciclo di investimenti a lungo termine nei rispettivi settori; Difesa, con Thales che è a nostro avviso il nome migliore per sfruttare l’atteso aumento della spesa per investimenti nei paesi europei; Concessioni, con Getlink (Eurotunnel) che è stato ridotto e sostituito da Sacyr; Cybersecurity, un tema chiave in questo scenario”.
Rimanendo negli Stati Uniti, l’atteggiamento di Wall Street nei confronti del mercato azionario nel 2023 appare pertanto ribassista, ma secondo Bank of America potrebbe esserci più di un fattore rialzista a determinare un’inversione di tendenza nei prezzi delle azioni. Mentre un certo numero di analisti azionari (Morgan Stanley e Deutsche Bank) hanno suggerito che l’S&P 500 potrebbe scendere fino a 3.000 l’anno prossimo, con un potenziale calo di circa il 26% rispetto ai livelli attuali, Savita Subramanian di Bank of America ha affermato che l’S&P 500, al contrario della maggioranza delle opinioni, potrebbe salire del 13-14%,
a 4.600 punti, proprio sull’idea che Wall Street sia troppo ribassista. “Wall Street è troppo ribassista, il che è un segnale rialzista”, ha detto, indicando l’indicatore del sentiment Sell Side di BofA vicino a far lampeggiare un segnale di acquisto. “L’indicatore Sell Side – ha aggiunto l’analista di BofA – è sceso di oltre 6 punti percentuali da inizio anno, al 52,8%, più vicino a un segnale di acquisto che a un segnale di vendita, sebbene ancora in territorio neutral. Questo livello implicherebbe una possibile crescita dei prezzi fino al 16% nei prossimi 12 mesi”.
Nel dettaglio, un segnale decisamente “buy” verrebbe generato se l’indicatore Sell Side scendesse ancora di un ulteriore 1,3% dai livelli attuali, e cioè al 51,5%, e ciò potrebbe accadere già a gennaio se il ritmo intrapreso da inizio anno dovesse continuare. “Storicamente, quando l’indicatore Sell Side è stato ai livelli attuali o inferiori, i successivi rendimenti dello S&P 500 a 12 mesi sono stati positivi il 94% delle volte, e il rendimento medio a 12 mesi è stato del 22%”, ha affermato Subramanian.
Sono già evidenti, peraltro, i rischi di liquidità nel mercato dei Treasury statunitensi, e queste preoccupazioni probabilmente diventeranno più pronunciate il prossimo anno perché la Cina non acquista più nuove emissioni di buoni del Tesoro americani. Questo rischio di liquidità potrebbe ripercuotersi sulle azioni perché il mercato dei Treasury è una funzione chiave di determinazione del prezzo sia dei mercati del credito che di quelli azionari tramite il tasso privo di rischio. Man mano che gli acquirenti escono dal mercato dei Treasury aumenta il tasso privo di rischio, il che pone il finanziamento del debito societario su un terreno più instabile e genera uno sconto maggiore per i prezzi delle azioni.
Inoltre, la ormai scontata recessione che colpirà le economie il prossimo anno sarà molto diversa da quelle “normali”. Infatti, si entrerà in recessione con le imprese e i consumatori che godono di un bilancio solido e sono meno esposti al rischio di credito e alla leva finanziaria rispetto alle precedenti recessioni. Nel frattempo, le aziende hanno un grande incentivo a investire nelle loro attività per rimanere competitive, il che è positivo per l’economia. Pertanto, secondo Savita Subramanian “non sarà necessario alcun salvataggio come quello del 2008, per cui la Fed potrebbe pensare di impegnarsi in una stretta quantitativa temporalmente più lunga per frenare l’inflazione, generando ulteriore ribasso per le azioni”. “Il mercato in genere tocca il fondo sei mesi prima della fine di una recessione, quindi conviene scommettere – e quindi accumulare – sulla fine della recessione entro il terzo trimestre del 2023″, conclude Subramanian.

Il problema principale di un modello economico basato sul debito che finanzia la domanda (rispetto a quello basato sulla crescita dei redditi), è che non può permettersi il deleverage (termine che indica una riduzione del livello di indebitamento delle istituzioni finanziarie, ndr), dato che il motore della crescita è supportato dal debito e non dal reddito. Il modello di sviluppo, per mantenersi in equilibrio, necessita di una costante crescita dell’indebitamento, che consente ai consumatori di acquistare beni e servizi che non possono permettersi con il proprio reddito reale. Per questo motivo, la crescita del PIL può essere ottenuta prevalentemente grazie ad un crescente indebitamento, che però non può mai fermarsi. Il sistema innesca un elevato grado di sviluppo finanziario, inventando strumenti di debito speculativo finalizzati a fornire
credito a tutti i segmenti dell’economia (MBS, CLO, Leverage Loans, Private Credit, ecc). Quando il modello va in crisi, l’unico meccanismo d’intervento sono i “bailout” o salvataggi a carico del bilancio pubblico, mentre la Banca Centrale è obbligata ad intervenire con il QE per impedire un deleverage che il sistema non potrebbe reggere. Il ruolo delle banche d’investimento si modifica: da consulenti d’investimento diventano i motori della raccolta di denaro da canalizzare nel sistema per sostenere il leverage; questo rende il modello estremamente propenso alle creazione di bolle finanziarie (Real Estate, Borsa, Credito).
Le previsioni sugli scenari futuri elaborate da tali intermediari devono quindi essere sempre positive, per non interrompere i flussi di capitale necessari a sostenere il leverage e indurre i risparmiatori a non vendere. Dal momento che un sistema di crescita basato sul debito richiede politiche monetarie sempre espansive, le Banche Centrali perdono lentamente la loro indipendenza. Questo è il principale motivo per il quale oggi assistiamo ad una crisi di credibilità delle Banche Centrali e ad una totale confusione sulle strategie di politica monetaria, dove la lotta all’inflazione appare più teorica che effettiva, dato che nessuna
Banca Centrale è in grado di ridurre il bilancio o portare i tassi reali in territorio positivo. Il collasso del modello “debt driven” viene innescato quando, per vari motivi: 1) il sistema privato non può più, o non riesce più, ad aumentare il suo indebitamento, che è vitale per il sostentamento del meccanismo di crescita, 2) il reddito reale perde sempre più potere d’acquisto, che il nuovo debito non riesce più a compensare, 3) eventuali fattori esogeni (inflazione o shock di offerta e domanda) non possono essere efficacemente contrastati da vere politiche monetarie o fiscali che rischiano di compromettere leverage e domanda finanziata. Allo stato attuale mi sembra che i punti 1, 2 e 3 siano già tutti presenti nel sistema.
A questo punto è altamente probabile che il paradigma sia completamente cambiato e nulla sarà più come prima. Mi aspetto quindi un lungo bear market e una lunga fase di deleverage che avrà un duraturo impatto sulla crescita dell’economia. Le uniche politiche efficaci per sostenere il ciclo saranno solo quelle fiscali, dato che quelle monetarie non avranno più lo stesso effetto di prima, poichè il sistema, oberato da un eccesso di debito, è esposto ad una balance sheet recession come già accaduto in Giappone negli anni 90. Il cedimento del Dollaro costituirà l’ultimo capitolo di questa fase complicata ed avverrà in concomitanza con una probabile recessione USA nel 2023, o quando la FED dovrà necessariamente prendere atto che una Debt Driven Economy non
regge i tassi necessari a contrastare l’inflazione in corso. Per ripartire si dovrebbe agire su un rilancio dei redditi reali ma, in un contesto inflazionistico, tale strategia rischia di creare ulteriori problemi. In realtà, negli ultimi 15 anni abbiamo implementato politiche di QE per reflazionare l’economia quando sarebbe bastato rivalutare i redditi reali per farlo. Il risultato è che queste politiche hanno solo creato bolle speculative ed un eccesso di debito nel sistema. La crisi delle Banche Centrali (BoE, BoJ, FED e ECB), che alzano i tassi ma stampano moneta, evidenzia la fine di un esperimento fallimentare implementato senza mai pensare ad una exit strategy, proprio perché il modello fa perdere l’indipendenza dei policy maker, che diventano schiavi delle bolle che hanno alimentato.
I tentativi di sostenere le borse con le tattiche di “short squeeze”, che servono ad innescare rally puramente tecnici dovuti a ricoperture, non fanno che rimandare la vera liquidazione delle posizioni ed evidenziano continui meccanismi di manipolazione. Nel frattempo, le posizioni rialziste degli investitori rimangono vicine ai massimi storici, in attesa di un imminente cedimento della FED e un ritorno al QE per evitare una crisi. Si è così innescato un braccio di ferro tra mercati e FED, che rischia di finire male per tutti e due. Se dovessero vincere i mercati, ripristinando condizioni finanziarie espansive tramite restringimento degli spreads e ritorno al credito speculativo, l’inflazione non si fermerebbe e ripartirebbe al rialzo, costringendo la FED a rafforzare politiche monetarie anticicliche. La lotta all’inflazione è dunque complicata dal fatto che i mercati finanziari possono innescare condizioni finanziarie meno restrittive di quelle che vorrebbe avere la Banca Centrale. Non credo che la FED possa permettersi di correre questo rischio, la view sui mercati azionari rimane dunque negativa fino a quando non si cominceranno ad evidenziare chiari segnali di recessione e cedimento del mercato del lavoro USA.
Innanzitutto l’inflazione. Secondo le ultime stime dell’ISTAT, nel mese di ottobre l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, ha registrato un aumento del 3,5% su base mensile e dell’11,9% su base annua, con un salto notevole dal +8,9% del mese precedente. L’inflazione di fondo, ossia quella calcolata al netto degli energetici e degli alimentari freschi, è pari al +5,3%, e quella al netto dei soli beni energetici al +5,8%. Nel dettaglio, prezzi per abitazione, acqua, elettricità, combustibili
registrano +58,8%; cibo e bevande analcoliche +13,5%; trasporti +8,0%; servizi ricettivi e di ristorazione +7,5%; mobili, articoli e servizi per la casa +7,1%; abbigliamento e calzature +3,0%; alcolici e tabacchi +2,3%; ricreazione, spettacoli e cultura +1,7%; istruzione +1,0%; servizi sanitari e spese per la salute +0,8%. Per trovare una rilevazione dei prezzi in controtendenza dobbiamo arrivare a quelli per le comunicazioni (-2,5%), che comunque rappresentano un settore piuttosto importante per il paniere di spesa.
È necessario risalire a giugno 1983, quando si registrò una variazione tendenziale del +13%, per trovare una crescita dei prezzi su base annua superiore a quella di ottobre scorso, segnala l’Istat. Con questi dati, e con 7,7 milioni di dipendenti privati con il contratto scaduto (e lo stipendio non aggiornato all’inflazione) si calcola che la perdita di potere reale d’acquisto potrebbe essere pari a 100 euro ogni 1.000 di reddito. Questo dato diminuirà sensibilmente il livello medio dei redditi reali, che vedono l’Italia fanalino di coda in Europa e nel mondo occidentale con una crescita negativa negli ultimi trent’anni.
Inoltre, l’inflazione sta riducendo i risparmi cumulati, perché per mantenere i consumi già questa estate molti italiani hanno fatto ricorso alle proprie riserve oppure hanno richiesto piccoli prestiti. Secondo l’indagine “Gli italiani e il risparmio” (Acri/Ipsos), più di un terzo (37%) degli italiani preferisce tenere liquido gran parte del risparmio che mette da parte, attribuendo agli investimenti il ruolo di scelta non prioritaria, per cui nel 2023 si prevede un aumento della liquidità detenuta in conto corrente, e sarà un fenomeno difficilmente “governabile” con il marketing finanziario e le sollecitazioni ad investire per “compensare” il danno da inflazione in termini reali.
Tutto qui? Naturalmente no, perché allo scenario di guerra/pace c’è da aggiungere un elemento che in molti fanno finta di dimenticare, e cioè la politica del “contagio zero” portata avanti dalla Cina fin da Aprile 2020 e i continui lockdown che bloccano l’economia cinese e le sue esportazioni. Pertanto, non si tratta soltanto di una inflazione da guerra, ma anche di uno shock di offerta determinato dalla interruzione delle catene di approvvigionamento delle materie prime provenienti dalla Cina. Se la guerra cessa in breve tempo sul campo militare oppure al tavolo delle
trattative, quindi, il problema dell’inflazione non è risolto del tutto. Infatti, se da un lato il commercio internazionale si rimetterà in moto e i prezzi delle materie prime cominceranno a scendere, servirà che la Cina ponga fine a questa politica suicida per avere effetti strutturali, e questo potrebbe non accadere in tempi brevi, limitando o rendendo difficile il recupero sul potere d’acquisto. Lo scenario più plausibile, di conseguenza, è che la caduta del reddito reale sarà definitiva e ridurrà permanentemente la spesa delle famiglie, ma l’inflazione tornerà ai livelli normali.
La survey, che ha coinvolto 12 Paesi e territori fra Europa, America, Asia e Pacifico
Si tratta comunque di un dato elevato, più alto rispetto a quanto espresso a livello globale (6,5). Inoltre, gli intervistati italiani attribuiscono la massima importanza all’impegno delle aziende sulle questioni riguardanti la sostenibilità (8,1) e affermano che le loro decisioni d’acquisto quotidiane sono comunque influenzate dalle azioni delle imprese (6,9) in ambito ESG. Se dunque le esigenze personali immediate, come il prezzo, la qualità e la convenienza, si rafforzano rispetto a valori e priorità più altruistici, restano ancora elevate le aspettative sulle azioni di cui imprese e governi devono farsi carico in merito alle questioni ambientali, sociali e di governance. Le aziende, perciò, dovranno stare molto attente a non scaricare sui consumatori costi non necessari e a privilegiare le iniziative volte a sostenere realmente le categorie più vulnerabili.
“La congiuntura macroeconomica e geopolitica che ha caratterizzato lo scenario mondiale nell’ultimo anno sta portando in secondo piano le tematiche della sostenibilità rispetto all’aumento del costo della vita”, osserva Fiorenzo Tagliabue (nella foto), CEO e fondatore di SEC Newgate. “Ciononostante, l’azione di aziende e governi in tema ambientale e – soprattutto in questa fase storica – sociale, rimane rilevante nel determinarne la reputazione. Come evidenzia il SEC Newgate ESG Monitor, è necessario accompagnare ad azioni concrete una comunicazione trasparente, chiara e coerente per creare un rapporto di fiducia con le persone, che ad oggi rimangono scettiche rispetto al reale impegno di imprese e istituzioni sulle problematiche ESG. È in questo contesto che il ruolo della consulenza strategica relativamente a politiche e scelte legate alla sostenibilità risulta fondamentale per proteggere e incrementare la reputazione e il business delle organizzazioni, ponendosi al crocevia fra mercato, politica e società”.
I dati dell’Italia – Entrando nel merito dei temi ESG, quello che gli italiani reputano più importante per le aziende sono la tutela dell’ambiente (19%), la lotta ai cambiamenti climatici (15%) e i diritti dei lavoratori (15%). Le questioni ambientali sono considerate dal 62% degli intervistati uno dei principali problemi di cui le aziende dovrebbero occuparsi, a fronte del dato globale del 46%. Severo il giudizio degli italiani sulle azioni del governo in ambito ESG (5,0 punti su 10), sensibilmente più basso rispetto al 5,5 del 2021, mentre le organizzazioni no profit si confermano al primo posto per le azioni ESG
con un voto medio di 5,9. Insufficienti anche le valutazioni delle imprese: le grandi aziende si posizionano in fondo alla classifica (5,4 punti su 10), seguite dalle PMI (5,7) e dal consumatore in generale (5,6). Quanto ai singoli settori, i più apprezzati per l’impegno ESG sono grande distribuzione organizzata, agricoltura e tecnologia e telecomunicazioni, mentre il settore delle bevande alcoliche, quello chimico e quello del trasporto aereo hanno ricevuto il punteggio più basso. Qui le valutazioni italiane, oltre ad aver registrato cali significativi, sono state generalmente inferiori rispetto alla media globale.
Lo scenario globale: pandemia e guerra in Ucraina modificano le priorità in tutto il mondo
Questo non toglie che le persone continuano ad aspettarsi un impegno attivo in materia di ESG da parte delle aziende: il 78% afferma che le imprese abbiano la responsabilità di monitorare il loro impatto sulle persone e sul pianeta; mentre il 71% dichiara che le aziende dovrebbero agire attivamente in tema di sostenibilità. Inoltre, i cittadini-consumatori sono pronti a reagire a ciò che le imprese fanno – o non fanno – nell’ambito della sostenibilità: il 62% si dice d’accordo sul penalizzare le aziende in caso di mancata azione sulle principali questioni ESG, ma, il 69% è disposto a dare una seconda occasione a un’organizzazione, se questa è trasparente sui propri errori e dimostra di voler migliorare in futuro.
Tom Parker (nella foto), Deputy CEO di SEC Newgate Group, ha dichiarato: “Nonostante la scarsa conoscenza del termine ESG, gli europei hanno chiaramente a cuore la sostenibilità, in particolare le questioni legate all’ambiente, e sono più critici nei confronti delle performance aziendali rispetto ad altre parti del mondo. Questo è un campanello d’allarme per le aziende che operano in Europa. Non solo devono fare meglio sul fronte della sostenibilità, ma devono anche migliorare la loro comunicazione”.
Per quasi tre decenni, i governi che si sono succeduti non hanno messo mano ad una riforma seria, preoccupati com’erano di non scontentare chi viveva di generosissime baby-pensioni, con il risultato che, come in quel breve periodo di tempo in cui gli ultimi uomini di Neanderthal hanno convissuto con i Sapiens, oggi in Italia vivono contemporaneamente due specie di “Homo Quiescens”: quella con pensioni al 90-100% dell’ultima retribuzione (più una pletora di decine di migliaia di privilegiati con vitalizi e super
Sebbene la prima sia destinata ad estinguersi nel giro di pochi decenni, le cose non andranno affatto meglio per la specie sopravvivente, come invece prevedrebbe qualunque processo evoluzionistico. Infatti, coloro che sopravvivono ai “pensionati neanderthaliani” saranno segnati da un divario economico inaccettabile rispetto ai “pensionati antenati” e da un futuro tenore di vita inadeguato, al quale vengono abituati subito, in età lavorativa, attraverso l’assenza di un salario minimo obbligatorio e conseguenti redditi medi da fame. Il fatto è che, nel caso dei “pensionati di Neanderthal”, essi rappresentano la specie che si estinguerà mantenendo fino all’ultimo giorno un migliore tenore di vita rispetto ai “pensionati Sapiens”, i quali invece sono destinati, stando così le cose, a peggiorare le proprie condizioni di vita in nome di una grottesca inversione dell’evoluzione economica della specie.
Al momento, l’Italia è il primo tra i 34 membri dell’OCSE per spesa per le pensioni. Un terzo del nostro stipendio serve ad alimentare il bacino delle
Del resto, un sistema pensionistico che consente al genere più longevo – quello femminile, che ha una aspettativa di vita maggiore – di entrare in pensione prima di quello che ha una aspettativa di vita inferiore, spiega la follia irrazionale che puntualmente si ripercuote sui conti dell’INPS. Equiparare l’età pensionabile dovrebbe essere la prima misura da prendere, ma una scelta del genere verrebbe fatta pagare cara a chi la prende, poiché il voto femminile è il tesoro nascosto di ogni partito politico italiano. E così, anche nel 2023 i requisiti per andare in pensione sono quelli previsti dalla
Dopo questa doverosa premessa, torniamo a parlare di
Pertanto, non si comprende come un popolo così preparato all’accantonamento non sia stato negli anni “educato” al risparmio previdenziale massivo, se non con la suicida ostinazione della classe politica di voler tenere in piedi un sistema pensionistico destinato a morire non solo per via del calo demografico – che negli anni potrebbe anche subire una inversione positiva, se solo si mettessero in piedi le politiche sociali adatte – ma soprattutto per l’uso delle casse dell’INPS per finalità che, sia pure di stampo assistenziale, servono a risolvere problemi di temporanea improduttività di reddito del singolo lavoratore, e nulla hanno a che vedere con il trattamento pensionistico propriamente detto, che invece è uno strumento di stabilità finanziaria personale dell’ex lavoratore a beneficio della sua vecchiaia.
Sembra che il prossimo Governo lavorerà ad una serie di strumenti di rilancio della
erogazione della pensione integrativa: la ritenuta a titolo d’imposta del 15% (aliquota massima) dovrebbe essere ridotta al 6% fin dal primo anno, e non solo dal quindicesimo anno in poi, quando scatta lo sconto dello 0,30%. Ma il provvedimento più importante del nuovo Governo dovrebbe essere quello di “ubriacare” gli italiani con una campagna di comunicazione costante e continua, come quella che si è stati capaci di mettere in piedi per la vaccinazione contro il Covid-19. Infatti, da una recente ricerca (Nicola Ronchetti di Finer) è scaturito che il 72% dei clienti di banche e consulenti finanziari non ha mai toccato il tema previdenziale, e ancora oggi quasi il 40% di essi pensa che la pensione non sia un problema che lo riguardi.
In base all’ultimo rilevamento Covip, le risorse accumulate dalle forme pensionistiche complementari si attestano a oltre 220 miliardi di euro, in costante aumento rispetto agli anni precedenti, e sugli orizzonti temporali lunghi – si prenda ad esempio il decennio 2011-2021 – il rendimento medio annuo composto degli strumenti di previdenza integrativa è assai soddisfacente: fondi negoziali 4,1%, fondi aperti 4,6%, PIP unit linked 5% e PIP gestioni separate 2,2%. Nello stesso periodo, il tasso di rivalutazione medio annuo del TFR è stato del 1,9%, per cui nel lunghissimo periodo – tipico degli accantonamenti previdenziali, che durano alcuni decenni – il risultato in termini di integrazione dell’assegno pensionistico potrebbe essere sensibilmente più adeguato alle esigenze della vecchiaia.








