Giugno 14, 2026
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Politica Economica

La crisi energetica può causare una discesa del Pil europeo del 5%

Secondo Alberto Conca, a metà 2023 la recessione potrebbe trasformarsi in stagflazione, e la bilancia commerciale europea potrebbe restare in deficit per diversi anni.

“Le conseguenze della crisi energetica in Europa stanno avendo e avranno un impatto devastante sull’economia di tutti i paesi del vecchio Continente. La recessione in Europa è teoricamente certa: dai dati di questo trimestre, l’ultimo del 2022, dovremmo iniziare a osservare una discesa in termini di Pil, che nel migliore dei casi sarà circa dell’1%, mentre se la situazione dovesse continuare ad aggravarsi potrebbe raggiungere addirittura il 5%”. È l’analisi di Alberto Conca, gestore del fondo Zest Quantamental Equity.

La crisi energetica in corso ha già ampiamente eroso i margini di interi settori, soprattutto quelli in cui l’energia è un input fondamentale, come i produttori chimici, le acciaierie e i produttori d’auto. I governi per supportare cittadini e le imprese hanno implementato misure e proposte per alleggerire il peso dei costi energetici. Questi aiuti, finanziati da nuovo debito degli Stati, si inseriscono in un contesto in cui la bilancia commerciale dell’Eurozona ha visto bruciarsi tutto il surplus strutturale che aveva in pochi mesi a causa della crisi energetica. Questa variazione, legata principalmente al costo dell’energia, potrebbe perdurare a lungo, mantenendo la bilancia europea in deficit per diversi anni.

In questo contesto, sono tre gli scenari di contrazione del Pil per l’Europa. Il primo caso riporta una contrazione del Pil pari allo 0.9% ed è basato a sua volta su due condizioni: i paesi dell’Unione Europea implementeranno piani di risparmio energetico efficaci che riusciranno a limitare il consumo domestico di gas e quindi la produzione industriale soffrirà di meno; la Russia continuerà a rifornire l’Europa con gli ultimi flussi di gas rimasti attivi (10% rispetto al 2021). Detto ciò, rimane sempre la variabile principiale e soprattutto non stimabile legata alle temperature di questo inverno che potrebbero alleggerire o peggiorare la situazione.

Il secondo scenario, invece, assume due variabili e potrebbe portare a una contrazione del Pil pari al 2.6%: l’inverno sarà molto rigido e di conseguenza gli sforzi introdotti dall’Europa per risparmiare sui consumi saranno stati vani; la Russia interromperà del tutto i flussi di gas, chiudendo anche l’ultimo gasdotto che attraversa l’Ucraina.

Infine lo scenario peggiore, che significa profonda recessione per l’Europa, fissa la contrazione del Pil intorno al 5%. Alle assunzioni del caso precedente si aggiunge la frammentazione del mercato europeo del gas e quindi divergenze tra i prezzi degli Stati membri dell’Ue. Questa variabile creerebbe concorrenza interna e con molta probabilità i prezzi del gas schizzeranno a livelli mai visti prima. Bloomberg stima che in questo scenario il prezzo medio potrebbe aggirarsi intorno a 428 euro per MWh. Inoltre, la situazione rischierebbe di minare la coesione che finora ha contraddistinto l’Unione Europea. “L’Europa si trova in una grave situazione che molto probabilmente la porterà ad una recessione nel breve periodo”, conclude Conca. “Da metà 2023, quando verrà ristabilito un “equilibrio”, la recessione potrebbe trasformarsi in stagflazione in seguito a un tasso d’inflazione che persisterà per almeno due anni parallelamente a una crescita stagnante”.

Armi, gas e petrolio, il trinomio perfetto che illude (e inganna) il mondo

La storia economica del mondo si evolve da sempre attraverso ere di produzione di materie prime fondamentali e fasi di conflitto internazionale che nascono dal loro sfruttamento e producono in ogni tempo effetti collaterali per l’economia mondiale.

Appena un anno fa, i banchieri centrali facevano a gara nel dichiarare quotidianamente che l’inflazione più alta del solito – a quel tempo si viaggiava attorno al 3,5% – era un fenomeno temporaneo, destinato a rientrare con l’attenuarsi delle restrizioni causate dalla pandemia. A distanza di pochi mesi, ci troviamo nel bel mezzo di una guerra di logoramento che, grazie all’attivismo militare – in casa d’altri – dell’amministrazione Biden, potrebbe durare anche degli anni. Inoltre, combattiamo con armi spuntate un tasso di inflazione triplo rispetto a quello dell’anno scorso. Infine, sia il mercato azionario che quello obbligazionario sono crollati miseramente sotto il peso di una politica monetaria mondiale che, nell’intento di combattere gli effetti economici potenzialmente disastrosi della pandemia, ha dovuto prolungare la fase espansiva in modo “innaturale”, al punto che al primo segnale di rialzo dei tassi di interesse da parte delle banche centrali quella che doveva essere una ordinaria correzione si è presto trasformata in un crollo verticale, con un “effetto reset” rapido e doloroso. In più, lo spettro di una recessione globale si fa sempre più visibile.

Papa Francesco, che sta finalmente cercando di dare una parvenza di legalità alla ricchissima finanza vaticana mettendola al riparo da rischi incontrollabili e accentrandone la gestione, ha definito la guerra come una “follia” e la corsa agli armamenti come una “piaga”, poiché destinando più risorse alle armi proprio in questo momento, si tolgono risorse finanziarie da altri ambiti sociali importanti, determinando un grave malcontento nella popolazione in relazione al costo degli alimenti e di altri beni di prima necessità.

Oggettivamente, il Papa non ha tutti i torti, e i profitti che in questo momento i produttori di armi (Italia compresa) stanno realizzando copiosamente rappresentano un grandissimo ostacolo al trionfo della diplomazia internazionale ed al cessate il fuoco

Nel frattempo, le sanzioni che avrebbero dovuto convincere la Russia a ritirare le proprie truppe dall’Ucraina non stanno avendo l’effetto sperato, e l’economia russa sta resistendo molto meglio delle attese, mentre in Italia il governo che verrà dovrà fare i conti con i risultati di un sondaggio secondo il quale il 94% degli italiani si oppone all’invio di armi in Ucraina. Ci vuol poco a concludere che nell’attuale crisi finanziaria europea e italiana la responsabilità dell’amministrazione Biden sia elevata, e ad essa si è aggiunta quella di una Unione Europea che ha rivelato tutta l’inadeguatezza del modello pseudo-federativo di “moneta unica” di fronte alle grandi questioni internazionali ed al conseguente bisogno di una propria forza politica continentale, che non abbia ancora bisogno, come nel Secondo Dopoguerra, di ricorrere all’aiuto (o al ricatto economico e militare) delle potenze d’Oltreoceano.

Intendiamoci: quella che si sta combattendo è una guerra per il predominio sulle materie prime per eccellenza – gas e petrolio, ma non solo – e gli effetti li stiamo pagando noi attraverso un aumento a tratti inspiegabile delle bollette energetiche, cresciute in modo troppo elevato rispetto agli eventi che ne avrebbero determinato la crescita. Ed infatti, solo da qualche settimana si è scoperto che l’aumento esponenziale del prezzo del gas non è avvenuto a causa della interruzione dei gasdotti russi, ma per via delle speculazioni sull’indice Title Transfer Facility (TTF), ossia il mercato olandese dove vengono scambiati volumi fisici di gas per l’intero continente europeo.

Il prezzo che si forma al TTF è oggi l’indice a cui tutti i contratti di fornitura sono legati, ma risulta esposto ad alcuni fattori che ne determinano l’estrema inaffidabilità e la facilità con cui può essere manipolato dagli speculatori.

Innanzitutto, i volumi scambiati sono troppo sottili rispetto ai volumi di gas consumati in Europa tutti i giorni. Con quantitativi minimi, pertanto, per gli speculatori è possibile influenzare tutti i mercati d’Europa. Inoltre, sul mercato TTF non c’è un sistema di sospensione delle contrattazioni in presenza di alta volatilità, e il prezzo può oscillare anche del 50% in una stessa giornata. Infine, sul TTF l’offerta è limitata ai gasdotti di Norvegia, Russia e Nord Africa, mentre l’Europa, essendo un consumatore netto, può solo comprare. Ciò significa che il meccanismo della domanda e dell’offerta non funziona, perché non esiste offerta addizionale che possa far scendere i prezzi quando diventano troppo alti, e se si elimina il gas russo i prezzi possono salire all’infinito.

Relativamente al petrolio, il livello di dipendenza energetica dell’Europa dai paesi produttori non è seconda a quella del gas, ma mai come in questo caso il prezzo al barile così elevato ha messo d’accordo tutti gli stati che lo producono. Infatti, il costo di estrazione e raffinazione è diverso da un paese all’altro, e varia dai 9 dollari a barile dell’Arabia Saudita ai 23 dollari al barile del petrolio americano prodotto da Scisto (c.d. Shale Oil), per arrivare ai 44 dollari del petrolio inglese.

E’ evidente che, con un prezzo medio che ha superato per lunghi mesi i 100 dollari al barile (al momento oscilla tra 88 e 84 dollari), i produttori di petrolio non hanno un grande interesse a che il prezzo si abbassi, ed è proprio questa diversità di obiettivi a determinare oggi lo scollamento tra le azioni dei governanti americano e europei, intese ad armare l’Ucraina, e l’opinione prevalente dei cittadini americani ed europei che respingono fermamente l’idea del conflitto armato come strumento di risoluzione delle controversie internazionali.

Per gli stessi motivi, sono tanti gli ostacoli che stanno impedendo di trovare un accordo all’introduzione di un price cap (tetto al prezzo) sul gas per contenere gli effetti della speculazione sulle bollette energetiche delle famiglie, poiché ogni paese produttore è guidato, esattamente come per il petrolio, dall’interesse a mantenere prezzi alti di fronte alla necessità di quei paesi che, essendone importatori netti, hanno la necessità di rimpiazzare il gas russo a qualunque prezzo. Infatti, dopo la chiusura del gasdotto russo Nord Stream 1 il primo fornitore dell’UE è diventata la Norvegia, che è un paese Nato ma non è membro dell’Unione Europea. Ebbene, il premier norvegese Jonas Gahr Store ha apertamente dichiarato a Ursula von der Leyen di non essere convinto che un tetto al prezzo del gas risolverebbe i problemi di approvvigionamento dell’Europa. Non vorremmo essere eccessivamente maliziosi, ma la perplessità del premier norvegese sembra parecchio influenzata dal fatto che nei primi sette mesi dell’anno l’export di gas norvegese sia aumentato del 303% rispetto allo stesso periodo del 2021. Idem per l’Olanda, paese che ospita la famigerata “borsa” del gas, il quale si è detto “incerto” sulla validità del tetto al prezzo. Anche in questo caso, si fa fatica a non attribuire la titubanza del paese (famoso per i coffee shop e per la sua “frugalità politica”) all’aumento dei prezzi del gas, visto che ha miracolosamente raddoppiato il proprio surplus commerciale grazie alle esportazioni di questa preziosa materia prima.

Oltreoceano, anche gli USA stanno guadagnando parecchio da questa situazione internazionale, poiché sono diventati i primi esportatori di GNL, e all’Unione europea è stato destinato il 45% delle esportazioni statunitensi. Emblematiche, in tal senso, le  parole di Emma Marcegaglia, che ha detto: “la situazione è tale che gli imprenditori americani pagano oggi l’elettricità sette volte meno di quanto facciano gli italiani. E questo nonostante il fatto che i promotori delle sanzioni siano seduti dall’altra parte dell’oceano. Di fatto le sanzioni sono diventate uno strumento di concorrenza sleale per i produttori italiani”.

In definitiva, la storia economica del mondo si è sempre voluta attraverso cicli secolari di produzione di materie prime fondamentali e fasi di conflitto internazionale che nascono dal loro sfruttamento e producono in ogni tempo effetti collaterali per l’economia mondiale. Ciò che stiamo vivendo oggi è, appunto, uno degli effetti collaterali del trinomio perfetto – ma diabolico – petrolio/gas/armi, e i sacrifici a cui pare stiamo ineluttabilmente andando incontro altro non sono che il prezzo economico della guerra scaricato sui cittadini europei, che in questo modo ne diventano effettivi finanziatori. E per far pagare loro questo tributo, è sufficiente inviargli una semplice fattura nella cassetta della posta.

Ci dobbiamo solo adattare”, dicono, “… meglio così che vedere le bombe vere piovere sulle nostre città …”, aggiungono. Gentilmente, lo dicano anche agli ucraini.

Come evitare il terzo conflitto mondiale? Ridistribuire il reddito e far rinascere la classe media

Troviamo più “istintivo” farci la guerra invece di concederci dei compromessi. Il lungo periodo di pace successivo al 1945 è stato permesso dalla iniziale ridistribuzione del reddito a beneficio della classe media.

Per molti teorici delle scienze umane, una società fondata sulla pace mondiale è un obiettivo irrealizzabile, poiché l’uomo sarebbe dotato di un istinto primordiale alla risoluzione delle controversie attraverso la conflittualità, a tutti i livelli e in tutte le sue forme. Dallo scontro verbale a quello fisico, da quello individuale e disorganizzato a quello di gruppo e organizzato, da quello reale a quello virtuale, da quello di coppia a quello familiare, è innegabile che troviamo più “istintivo” farci la guerra invece di concederci dei compromessi. Eppure, tutti noi conosciamo fin da piccoli la guerra, la studiamo persino a scuola e ne conosciamo gli effetti devastanti grazie anche ad una copiosa produzione cinematografica ed editoriale.

Per i sociologi e gli antropologi, improntare la relazione sull’utilizzo sistematico di strumenti pacifici e di mediazione comporta una forzatura non sostenibile per l’individuo, dominato com’è, in chiave istintiva, dalla conflittualità come modalità di azione-reazione, e caratterizzato com’è da una scarsa propensione ad accettare l’affievolimento delle proprie prerogative individuali (non solo economiche) a vantaggio del c.d. bene comune. Si potrebbe parlare, pertanto, di un “istinto all’individualità” che, insieme all’istinto di conservazione, dà del filo da torcere ad un altro istinto fondamentale – quello di aggregazione sociale, sorto circa 1,9 milioni di anni fa – e guida i rapporti con gli altri prevalendo sulla “tendenza al bene comune”, la quale è un prodotto della società umana antropologicamente ancora troppo giovane per essere innalzato al rango di “istinto”. Il c.d. interesse collettivo, quindi, altro non è che un insieme di azioni “non istintive”, che trovano fondamento nell’esperienza contemporanea dei nostri antenati, capaci di scoprire la “convenienza” di accettare le regole imposte dal vivere in comunità, che gradualmente si sviluppavano e si trasformavano in sistemi più complessi, governati da regole sempre più complesse. Grazie a queste, l’istinto all’individualità viene in qualche modo affievolito, ma continua a dominare le azioni dell’uomo ogni qual volta l’istinto prevale sul ragionamento, come nella guerra.

Fortunatamente, oggi conosciamo chi ha scatenato il conflitto armato in Ucraina, e per quanto la decisione di invaderla sia stata pianificata, preavvisata a livello diplomatico e poi minacciata apertamente, essa rimane comunque una scelta dominata dall’istinto di un individuo. Infatti, sfrondando la questione da tutte le schermature concettuali della dialettica internazionale, e traducendo tutto in chiave sociologica-antropologica, si tratta comunque del trionfo della conflittualità come metodo di risoluzione di un problema, a tutela di inconfessabili interessi privati  che prevalgono sulla tendenza al bene comune. E così, tra paese aggressore e paesi difensori dell’aggredito – che erano già pronti da mesi all’invio di armi e denaro – qualche decina di persone nei ruoli apicali dell’economia e della politica internazionale oggi decide sul benessere di circa otto miliardi di individui.

Sebbene se ne parli poco sui media, il conflitto armato non vede confrontarsi solo tra Ucraina e Russia, ma la NATO (guidata dagli Stati Uniti) e il presidente Putin, padrone della finta democrazia Russa da circa un ventennio; e se il massiccio invio di armi leggere e pesanti dai paesi NATO all’esercito di Zelensky, effettuato alla luce del sole, non ha ancora generato l’allargamento degli scenari di guerra al di fuori del territorio ucraino, è solo perché non è stata ancora lanciata una sola bomba all’interno di quello russo. Ove ciò accadesse, anche per errore, si passerebbe immediatamente dall’aiutare l’Ucraina a difendersi da sola dall’aggressore – cosa che non permette formalmente di definire quella della NATO come una “partecipazione diretta” al conflitto – all’aiuto ad offendere la sovranità della Russia, che a quel punto si sentirebbe in diritto di reagire con forza, magari invadendo, per esempio, Moldavia e Romania, e scatenando di fatto il terzo conflitto mondiale.

Quello appena delineato è uno scenario tutt’altro che fantasioso, poichè ci troviamo davvero nella fase immediatamente precedente a quella della escalation. Tuttavia, difficilmente un tale scenario si potrà verificare, e non certo per un improvviso riverbero delle coscienze civili, ma perché la guerra totale  determinerebbe l’impossibilità di tutelare proprio quegli inconfessabili interessi economici privati – il patrimonio personale di Putin, la vendita di armi dagli USA e dall’Europa, il mantenimento dell’attuale livello del prezzo del gas e del petrolio, solo a titolo di esempio – di tutti gli attori del conflitto, aggressori e difensori, poiché un lungo e logorante confronto bellico costa moltissimo, e rischia di annullare gli enormi profitti già conseguiti. E così, le potenze in guerra si trovano in una fase di stallo, da cui è difficile uscire senza usare la diplomazia internazionale per garantire la conservazione di quegli interessi, sotto l’egida di nuovi equilibri territoriali.

Così è sempre stato, da quando l’uomo ha inventato le armi. Chi ha studiato la Storia Moderna sa bene che l’uso organizzato delle armi è sempre stato il modo in cui il mondo dominato dai regimi autoritari e centralizzati ha preteso di risolvere le controversie tra gli stati. Con l’avvento delle democrazie, e soprattutto grazie al benessere generale permesso dal progresso industriale e tecnologico, l’umanità ha scoperto che in tempo di pace si può prosperare in tanti, senza il pericolo di dover affrontare lunghe e inutili guerre. Lo ha imparato l’Europa, che durante gli ultimi otto decenni di pace si è del tutto disabituata alla stessa idea del conflitto armato, avendo continuato a prosperare – con i dovuti distinguo – in modo pacifico. Non così Gli Stati Uniti e la Russia, che non hanno mai perso l’abitudine all’uso delle armi – dentro fuori del proprio territorio – e questo fa paura agli europei.

Ma siamo sicuri di poter addossare tutte le colpe ai “cattivi” Stati Uniti e Russia, e alleggerire l’Europa di qualunque responsabilità? Paradossalmente, la nascita dell’Unione monetaria europea ha affievolito (e di molto) i modelli democratici venuti fuori nel secondo Dopoguerra, creando un modello “semi-autoritario” di Europa, plasmato ad immagine e somiglianza di alcuni paesi e a discapito di altri. Una simile architettura, così ostinatamente priva di equilibrio, ha già determinato il progressivo accentramento della ricchezza nelle mani di un numero esiguo di persone in rapporto alla popolazione, nonché l’impoverimento della classe media, tradizionale ossatura di ogni vera democrazia. Ebbene, se guardiamo ai decenni trascorsi dopo il 1945, ci accorgiamo che il lungo periodo di pace che ne è seguito ha eretto le sue fondamenta nella iniziale ridistribuzione del reddito a beneficio della classe media, avvenuta fino a tutti gli anni ’80. Pertanto, il legame tra guerra e cattiva distribuzione del reddito – o se vogliamo il legame tra pace e maggiore equità nella redistribuzione dei redditi – conferma la sua validità anche oggi. La stessa Russia è un paese dove pochissimi ultra-ricchi, tutti alla corte del re Putin, dominano una società fondamentalmente povera, dove la classe media è molto sottile.

In sintesi, la guerra in corso, ufficialmente ancora ristretta a livello locale, ci rivela in tutta la sua chiarezza che ci si sta pericolosamente avvicinando alla stessa situazione internazionale che ha generato il primo e il secondo conflitto mondiale: classe media inesistente o ridotta ai minimi termini, ricchezza concentrata nelle mani di una minima percentuale della popolazione, classe politica alla ricerca di privilegi e completamente scollata dalle istanze della popolazione, inflazione elevata e tendente all’aumento, con l’aggiunta del fenomeno moderno – del tutto conseguenziale – della scarsa partecipazione al voto. Non ci sono più i monarchi assoluti e i dittatori in uniforme militare, ma in compenso il costo della guerra continua a pagarlo la popolazione, esattamente come nella prima e seconda guerra mondiale. Le bollette energetiche quintuplicate e l’inflazione al 10% hanno sostituito, in quanto a finanziamento del conflitto, la donazione allo stato delle fedi nunziali e le obbligazioni di guerra.

Un piano della Commissione Europea contro il caro energia. In Italia le bollette al centro del dibattito elettorale

Mentre Ursula Von Der Leyen annuncia un piano europeo per staccare il prezzo del gas da quello dell’elettricità, in Italia i partiti concentrano la propria campagna elettorale sul caro energia, evocando l’intervento dello Stato.

(ITALPRESS) – Un progetto per staccare il prezzo del gas da quello dell’elettricità. E’ questo l’annuncio fatto dal presidente della Commissione europea durante una conferenza stampa in Slovenia. L’Unione europea sta preparando un intervento una riforma strutturale del mercato dell’energia” ha annunciato Ursula von der Leyen. Quasi a far eco a queste parole c’è stato il ribasso del prezzo del gas tornato sotto quota trecento euro. Un calo che sembra soprattutto una pausa per riprendere fiato prima di un altro strappo verso l’alto.

A conferma della delicatezza del momento c’è l’annuncio della Francia che si prepara al razionamento. “Purtroppo, dobbiamo prepararci al razionamento dell’elettricità alle imprese”, ha detto la premier francese, Elisabeth Borne, parlando davanti al Congresso del Medef, la Confindustria d’Oltralpe. Da qui l’urgenza di un piano europeo per l’energia. “L’impennata dei prezzi dell’elettricità mostra chiaramente i limiti dell’attuale funzionamento del mercato che era stato concepito in un contesto molto diverso”, ha spiegato la Von der Leyen. Il tema della continua impennata dei prezzi del gas e della necessità di una riforma del mercato sarà oggetto di discussione nella riunione di emergenza dei ministri dell’Energia dell’Ue che si terrà a Praga il 9 settembre.

Difficile, per il momento ottenere un tetto al prezzo del gas come ha chiesto l’Italia anche se, in queste ore anche il Belgio sembra interessato alla proposta. Le resistenze della Germania e dell’Olanda però non sembrano superabili. Più semplice arrivare al disaccoppiamento delle rinnovabili dal prezzo del gas, ipotesi già esaminata più volte nel corso degli scorsi anni che non ha mai trovato applicazione per l’opposizione di diversi paesi. Ora però potrebbe essere il momento di ripensarci considerando, per esempio, che i costi di produzione delle centrali idro-elettriche sono molto più bassi di quello del gas. “Abbiamo bisogno – ha detto la presidente della Commissione – di un nuovo modello di mercato per l’elettricità che funzioni davvero e ci riporti in equilibrio”.

In Italia, la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, nel suo intervento alla manifestazione di FdI di Catania con il presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci e il candidato presidente del Centrodestra alle Regionali, Renato Schifani, ha dichiarato “Io sono per le utenze di cittadinanza, non per il reddito. Perchè i cittadini non possono restare senza energia a casa. Chiamiamo tutti a raccolta e mettiamo a confronto tutte le nostre idee. Domani sono pronta ad andare in Parlamento per discutere del taglio del costo delle bollette. Lo Stato può tagliare le imposte sulle bollette per esempio…”. Invece secondo il leader di Italia Viva Matteo Renzi, intervenuto alla presentazione dei candidati di Azione e Italia Viva in Lombardia, “La Russia sta gestendo questa vicenda con abilità malevola nei confronti dell’Europa” ed è chiaro che “sta utilizzando la questione energetica come elemento di pressione politica e quasi militare. E’ un pezzo della propria strategia”. Per questo “noi siamo d’accordo a fermarci e metterci attorno a un tavolo” con il presidente Mario Draghi e le altre forze politiche così come proposto da Carlo Calenda. Renzi registra “ieri i primi segnali di apertura rispetto alla proposta avanzata da Carlo”, accogliendoli con favore dato che “questo è il tema vero dei prossimi 12 mesi”. Dopodichè si scaglia contro chi, da “ipocrita”, “oggi chiede a Draghi di risolvere il problema dopo averlo mandato a casa”. Renzi infine ribadisce la posizione del terzo polo: “L’unico modo per affrontare il tetto al costo gas è europeo” perciò “l’Europa deve darsi svegliata”. Certo, conclude, “se avessimo Draghi al tavolo sarebbe stata un’altra storia”.

“Abbiamo due tsunami che arrivano contemporaneamente: quello energetico e quello finanziario”. Lo dice, in un’intervista al Corriere della sera, il leader di Azione Carlo Calenda. Il segretario di Azione sottolinea che “la Fed continuerà ad alzare i tassi per combattere l’inflazione e ciò porterà ad una revisione della politica della Bce. Saremo meno protetti”. Sul fronte dell’energia, Calenda dice che “sarebbe meglio non fare un nuovo scostamento di bilancio, ma mi rendo conto che i margini di manovra sono limitatissimi. Per dimezzare il costo delle bollette e aiutare le imprese serve sganciare il prezzo delle rinnovabili non contrattualizzate dal prezzo del gas, serve un obbligo di legge del Gse. Bisogna anche sospendere i certificati Ets sulle emissioni di Co2 e mettere dieci miliardi su imprese e gasivore ed energivore”, aggiunge Calenda.

Giancarlo Giorgetti, in una intervista al Corriere della Sera , afferma “Essere in carica per gli affari correnti non significa non avere poteri. Credo di essere stato il primo a sollevare il problema dell’energia più di un anno fa. Oggi bisogna rispondere senza aspettare i due mesi che serviranno per avere un nuovo governo. Sarebbe un disastro economico e sociale”. “Mi pare che Matteo Salvini – aggiunge – abbia visto giusto nel chiedere un armistizio in campagna elettorale. Tutti devono porsi il problema di come affrontare questo frangente”. “Abbiamo dichiarato una guerra commerciale alla Russia – afferma Giorgetti – con le sanzioni, usando meccanismi economici con un obiettivo politico sacrosanto: difendere la libertà. Intanto però, di fronte alla risposta russa alle nostre sanzioni, continuiamo a usare meccanismi strettamente di mercato. Non capiamo che quei meccanismi sono utili in tempo di pace, ma falliscono in tempo di guerra”. Oggi “il prezzo del gas è legato al Ttf di Amsterdam, un piccolo mercato speculativo che Vladimir Putin si diverte a far impazzire. Questo è un finto sistema di mercato, così come lo è l’ostinazione in Europa nel tenere il prezzo dell’elettricità agganciato a quello del gas benchè tanta energia elettrica sia prodotta da altre fonti molto meno costose. Questi sono sistemi concepiti per funzionare in tempo di pace, non di guerra. Perciò l’Italia chiede un tetto europeo al prezzo del gas e di sganciare quest’ultimo dalle tariffe elettriche”.

Secondo il vicepresidente e coordinatore unico di Forza Italia, Antonio Tajani, nel corso di una intervista a “Non Stop News” su RTL 102.5, un’idea per contenere gli aumenti del costo dell’energia “potrebbe essere quella di far pagare le bollette come l’anno scorso, con il sovrapprezzo a carico dello Stato. Bisogna valutare se si può fare senza fare altro debito, se si possano trovare fondi in altro modo”, altrimenti “uno scostamento di bilancio potrebbe essere necessario”. “In questo momento così difficile tutte le famiglie sono in difficoltà, non solo quelle meno abbienti, anche quelle del ceto medio. E dobbiamo assolutamente impedire che le imprese chiudano. Non è una questione che può essere rimandata al prossimo governo”. (ITALPRESS)

Dall’Italia alla Grecia, solo andata. Serve un “upgrade” per l’Unione Europea

In caso di recessione, l’Italia rischia di fare la fine della Grecia? L’Unione Europea è un sottoprodotto di federazione tra stati, destinata al fallimento senza un necessario “upgrade”. Gli investimenti nel Meridione, da soli, potrebbero risollevare il Pil italiano nel lungo periodo.

Di Massimo Bonaventura

Quali vantaggi ha tratto l’Italia dal suo ingresso nell’Unione Europea? In un contesto socio-politico aspro come il nostro, dove non esistono più le “aree grigie” su cui si sono sempre costruiti i compromessi e le riflessioni, questa domanda, da sola, è capace di accendere un confronto esplosivo tra coloro che sostengono la validità della nostra entrata nell’Unione Monetaria e quanti, invece, affermano la necessità di uscirne alla svelta. C’è anche un terzo schieramento, composto da coloro che vorrebbero stare dentro la UE, ma non con le attuali caratteristiche, oggettivamente penalizzanti per l’Italia fin dall’inizio. Quest’ultima posizione, la meno dibattuta, per essere perseguita fino in fondo prevede che alla guida del nostro Paese ci siano dei fuoriclasse, persone autorevoli riconosciute come tali anche all’estero. Ne avevamo uno, di questi, ma ce lo siamo persi per strada, un pò per la sua evidente incompatibilità con la pessima classe politica da cui era circondato, un pò per la sua insofferenza verso i ruoli esclusivamente politici.

Qualunque sia la causa che ha innescato la volontà di Mario Draghi di cedere alla crisi di governo e farci piombare  in una campagna elettorale fuori stagione, prima di prendere una posizione – tra quelle elencate prima – forse è meglio riflettere su ciò che sta accadendo nel Regno Unito, le cui problematiche post-Brexit dovrebbero convincere i più accesi sostenitori della “Italexit” che, per gli italiani, uscire dall’UE sarebbe un evento piuttosto difficile da gestire, soprattutto se a gestirlo dovrebbe pensarci una classe dirigente che finora è stata cronicamente incapace di riformare in profondità le nostre istituzioni sociali ed economiche. Pertanto, se l’ingresso nell’unione monetaria alle condizioni stabilite dal Trattato in vigore può ritenersi, a ragion veduta (ma con il senno del poi), una scelta scellerata, altrettanto scellerato sarebbe pretendere di uscirne pensando che in fondo il sistema economico italiano non è poi così diverso da quello del Regno Unito, e senza aver prima tentato di cambiare le cose dall’interno, chiedendo con forza di rinnovare i termini del Trattato e di abbandonare l’ottica della supremazia del Nord Europa sui paesi del Sud Europa, che tanto piace ai c.d. paesi frugali.

Il principio alla base di questo approccio è indubbiamente bello, come tutti i principi positivi: una vera unione dei popoli europei, sotto forma di unico sistema politico, sociale e fiscale, rafforzerebbe tutti gli stati aderenti, che ancora oggi compongono un semplice agglomerato di stati divisi tra loro da confini sociali ed economici invalicabili. Il principio, tuttavia, oggi si scontra con la realtà. Provate, per esempio, a pronunciare ad alta voce i termini “spirito europeo”, oppure “civiltà europea” o meglio ancora “popolo europeo”, e vi renderete conto all’istante che si tratta di una terminologia per nulla familiare, inusuale, mai letta nei quotidiani né ascoltata dagli speaker dei media di qualunque canale. Al contrario, “popolo americano”, “civiltà americana” e “spirito americano” suonano molto familiari persino a noi che americani non siamo mai stati, poiché il legame federativo che lega gli Stati Uniti è conosciuto in tutto il mondo. Ciò accade perché il popolo americano esiste davvero, mentre il “popolo europeo” no, frammentato com’è in millenni di storia da lingue e tradizioni profondamente diverse tra loro. Una integrazione, però, sarebbe possibile – con lo stesso principio si è “fatta l’Italia”, terra ancora oggi dai mille idiomi – ma non si fa nulla per cercarla, poiché non è nei piani di chi ha concepito questo sottoprodotto di federazione tra stati, svantaggiosa per molti paesi aderenti e destinata al fallimento senza il necessario “upgrade” verso una unione che sia anche fiscale e soprattutto popolare.

Qualcuno potrebbe obiettare che il metro di paragone utilizzato, e cioè la civiltà americana come la conosciamo oggi, poggia le fondamenta della sua nascita sull’annientamento della civiltà dei nativi, trucidati a decine di migliaia dai coloni spagnoli in Sudamerica e dai discendenti di quelli inglesi in Nordamerica, nonchè sulla tratta degli schiavi; in Europa, invece, i discendenti dei nativi vivono ancora oggi, rinnovando salde tradizioni familiari e sociali. Eppure, anche noi abbiamo avuto il nostro sterminio, portato avanti con crudeltà ottanta anni fa proprio da chi oggi guida le sorti dell’Unione Europea e dell’Italia, in conseguenza di un beffardo “ricorso storico” – pacifico, questa volta – assolutamente incidentale, ma che fa riflettere. Infatti, l’Europa di oggi è basata sulla evidente supremazia dei paesi c.d. frugaliGermania in primis – ed è innegabile che un sistema economico fragile – come lo è una Unione semplicemente monetaria – non può durare se è basato sulla supremazia di alcuni aderenti a svantaggio di altri; e se lo si vuole far durare, quel sistema deve essere modificato periodicamente nelle sue fondamenta.

Diversamente, paesi come l’Italia e la Spagna, per fare un esempio, corrono il rischio costante di subire il medesimo trattamento riservato alla Grecia, di cui nei giorni scorsi si è fatto un gran parlare. La Grecia, infatti, è finalmente uscita (lo scorso 20 agosto) dal programma di sorveglianza rafforzata della Commissione Europea, operativo da dodici anni per vigilare sulle riforme adottate dopo il piano di “salvataggio” da parte dei creditori internazionali. Qualcuno avrà notato i toni trionfalistici che hanno accompagnato i comunicati stampa provenienti dagli ambienti della Bce e della Commissione europea. C’è chi ha parlato di ”giornata storica” e di “percorso dolorosamente necessario, adottato per evitare l’isolamento del Paese in Europa”, e chi, come il commissario europeo Paolo Gentiloni, che ha affermato ”…. dobbiamo mostrare la stessa solidarietà e unità mentre navighiamo nelle acque agitate in cui stanno entrando le nostre economie”.

Peccato che agli ellenici non fu offerta alcuna solidarietà, ma solo un cinico aut-aut per pagare i debiti alle banche ed evitare così un default in stile Argentina. Infatti, i 241 miliardi dei tre piani di prestiti alla Grecia – dal 2010 al 2018 – sono serviti a salvaguardare gli investimenti delle banche francesi e tedesche (l’esposizione di quelle italiane era minima), che una uscita della Grecia dall’Unione Europea avrebbe ridotto quasi a zero. Solo 9,7 miliardi di euro sono stati messi a bilancio dal governo greco a beneficio dei cittadini, mentre 86,9 miliardi di euro sono stati utilizzati per rimborsare vecchi debiti, 52,3 miliardi per il pagamento degli interessi e 37,3 miliardi per la ricapitalizzazione delle banche elleniche.

Oggi, chi è tornato in Grecia dopo un po’ di tempo dalla prima volta, non può fare a meno di accorgersi dell’inesorabile declino di un paese umiliato e depredato.  Qualche dato può aiutare a capire meglio la situazione. La disoccupazione, dopo aver raggiunto il picco del 27,5% nel 2013, sfiora oggi il 13%, il più alto tra i paesi dell’Unione Europea (dove la media è al 6,5%). Circa il 40% dei giovani sotto i 24 anni non ha un lavoro, e lo stipendio medio di un dipendente del settore privato non supera i 900 euro; la contrattazione collettiva è stata abolita per legge, e la media delle pensioni attuali è inferiore ai 700 euro mensili, con un calo medio del 45% dal 2010. 

Il potere d’acquisto delle famiglie greche è diminuito del 25% nello stesso periodo, e la povertà è talmente diffusa che migliaia di persone rinunciano ogni anno ad ereditare gli immobili dei genitori perché non possono permettersi di pagare sia le tasse di successione che quelle annuali gravanti sulle case. Chi poteva, in Grecia, è fuggito all’estero: oltre 500.000 greci – su un totale di circa 11 milioni, ossia il 4,5% della popolazione – sono emigrati, soprattutto giovani e laureati, prevalentemente in Australia, Russia, Cina e persino in Iran. Il debito della Grecia viaggia al 200% del Pil, la spesa pubblica è diminuita del 25%; c’è anche la fuga dei medici dagli ospedali, e il sistema sanitario non potrebbe sopravvivere senza gli sforzi dei volontari, come nei campi profughi del Terzo Mondo. A causa della corruzione dilagante, i posti letto negli ospedali pubblici greci si “vendono” a tremila o quattromila euro, sennò si può anche morire durante un’attesa che dura diversi mesi.

A ben vedere, quasi tutte le regioni italiane del Meridione hanno diversi punti in comune con la Grecia di oggi, in quanto a povertà, migrazione giovanile, corruzione e Sanità allo sfascio, e molte famiglie riescono a vivere solo grazie al reddito di cittadinanza. L’aumento dei prezzi al consumo, poi, sta colpendo proprio queste fasce disagiate della popolazione, soprattutto al Sud. La soluzione al problema italiano, pertanto, passerebbe certamente dalle riforme strutturali non ancora fatte, ma anche dal riscatto economico delle regioni del Sud Italia, bisognose di investimenti nelle infrastrutture – dalla rete autostradale all’alta velocità – nelle scuole e soprattutto negli ospedali, dove mancano migliaia di posti letto e dove morire di malasanità è una circostanza che tutti mettono in conto al momento in cui varcano la soglia di un pronto soccorso. L’aumento del Pil derivante dagli investimenti massicci nel Sud Italia, da solo, sarebbe capace di risollevare la domanda interna e i consumi nel lungo periodo, sostenendo la produzione industriale. Sfortunatamente, le menti illuminate che guidano l’Italia fin dall’ingresso nell’UE hanno preferito fare del nostro Paese un semplice mercato di sbocco, unito alla Grecia da un viaggio di sola andata.

L’inflazione mette a nudo la dipendenza energetica dell’Italia. Gli USA vedono il picco?

L’interruzione delle catene di approvvigionamento generate dalla pandemia e il conflitto armato in Ucraina hanno messo a nudo i problemi italiani di dipendenza energetica dall’estero. In Usa si intravede il picco dell’inflazione, nel Regno Unito la recessione.

Mentre i dati sul tasso di inflazione in Europa non accennano a diminuire nel secondo semestre – come invece era stato predetto nei mesi scorsi dai più autorevoli analisti – l’indice dei prezzi al consumo rivela in tutta la sua gravità i problemi di dipendenza energetica dell’Italia e di altri paesi europei.

Secondo Eurostat il tasso di inflazione annuale dell’Eurozona si è attestato all’8,9% a Luglio, ed è in aumento rispetto all’8,6% di Giugno (l’anno scorso era del 2,5%), mentre nell’area Euro l’indice è al 9,8%. In Italia, l’inflazione armonizzata a Luglio cala all’8,4% dall’8,5% di Giugno, e rimane sotto la media dell’Eurozona (8,9%), ma tassi annualizzati più bassi sono già riscontrabili in Francia e Malta (entrambi con il 6,8%), mentre i più alti sono stati registrati in Estonia (23,2%), Lettonia (21,3%) e Lituania (20,9%). La stessa Bce, per bocca del comitato esecutivo, vede un quadro in peggioramento per la crescita nell’area euro e non esclude la possibilità di entrare in una recessione tecnica; e se anche entrassimo in recessione, secondo la Bce sarebbe abbastanza improbabile che le pressioni inflazionistiche scendano da sole, poiché lo shock da offerta sta rallentando la crescita, ma la minore domanda di beni derivante da tale rallentamento non è sufficiente a indebolire l’inflazione.

Il bilancio mese su mese, comunque è negativo: rispetto a giugno, l’inflazione è diminuita in sei Stati membri, è stabile in tre ma è aumentata in diciotto. Questo accade perché le economie di ogni paese membro reagiscono in modo diverso a seconda del proprio livello di dipendenza energetica. L’Italia, in tal senso, sconta la miopia della pessima classe politica degli ultimi trent’anni anni, che ha snobbato completamente il problema, favorendo di fatto gli interessi degli altri paesi europei, come la Francia, in campo petrolifero. Infatti, storicamente Parigi vanta uno strapotere nell’area nordafricana per via del colonialismo, ed è opinione ampiamente condivisa che senza il volere del governo francese di quell’epoca il leader libico Muammar Gheddafi non sarebbe mai stato deposto, anche perché quest’ultimo ha pagato soprattutto il rifiuto di eseguire diversi contratti d’affari che aveva stipulato proprio con la Francia. Da qui l’intervento diretto manu militari di Sarkozy e il caos in cui versa il paese nordafricano dopo la sua mancata rielezione alla presidenza. Dopo la deposizione di Gheddafi, comunque, i giganti energetici Gdf-Suez (oggi ENGIE) e Total si sono fatti largo – come era prevedibile – a suon di acquisizioni e partecipazioni societarie, che hanno consentito alla Francia di raggiungere una produzione di oltre 400mila barili al giorno, superando l’italiana ENI, anch’essa titolare di contratti petroliferi in Libia.

Questa serie di circostanze, aggravate prima dalla interruzione delle catene di approvvigionamento generata dalla pandemia e poi dal conflitto armato NATO/Ucraina/Russia, ha messo a nudo i problemi dell’Italia, che è uno dei Paesi europei con la più alta dipendenza energetica dall’estero: nel 2021, infatti, le importazioni da altri Paesi di combustibili fossili, ovvero petrolio, gas e carbone, hanno coperto ben il 77% del fabbisogno nazionale, a fronte del 23% soddisfatto dalla produzione nazionale (per la maggior parte costituita da fonti rinnovabili). Proprio la Russia, da sola, copre il 25% del nostro fabbisogno, con il 40% delle importazioni di gas, il 12% di quelle di petrolio e ben il 52% di quelle di carbone. A seguire, l’Algeria contribuisce con il 15%, l’Azerbaigian con il 13%, la Libia con il 9%, l’Iraq con il 6%, il Qatar e l’Arabia Saudita con il 4%, gli Usa con il 3% e la Nigeria con il 2%. A ben vedere, si tratta di Paesi con regimi autoritari, oppure con problemi di instabilità politica o addirittura di guerre civili interne, per cui c’è poco da stare allegri sull’affidabilità nel tempo dei contratti di fornitura.

Relativamente agli USA – che di guerre se ne intende parecchio – dalle minute della Fed è emerso che il mantenimento della massima occupazione e l’abbassamento del tasso di inflazione al 2% potrebbe comportare ulteriori rialzi dei tassi, il cui ammontare dipenderà dai dati macro. Queste affermazioni lasciano un certo spazio ad un rallentamento del ritmo di crescita dei tassi, anche perché la Federal Reserve è già intervenuta ritoccando verso l’alto i tassi con una certa enfasi, che ha permesso di registrare una lieve contrazione dell’inflazione. Un altro rialzo di 75 punti base vede il favore di alcuni presidenti regionali della Fed, ed anche i più cauti si pronunciano per nuovi incrementi che non vanno al di sotto di 50 punti base, riferendosi ad eventuali aumenti di 75 bps come “ragionevoli”. La Fed, infatti, deve raffreddare on solo i consumi, ma anche il mercato del lavoro, dal momento che oggi ci sono quasi due posti di lavoro per ogni lavoratore disponibile.

In ogni caso, l’inflazione statunitense – sia “headline” che “core” – si è ridimensionata nel mese di luglio, e il mese di giugno segnerà probabilmente il picco del tasso di inflazione globale su base annua. Pertanto, il fatto che l’inflazione si modererà è dato per scontato da qualunque sondaggio, come quello condotto dal Wall Street Journal fra 75 economisti, i quali – tutti e 75 – prevedono un’attenuazione dell’inflazione rispetto al livello attuale, ma c’è disaccordo sulla misura di tale attenuazione. Infatti, l’intervallo delle previsioni per il 2023 va dallo 0,0% al 5,3%, mentre per il 2024 l’intervallo è compreso tra lo 0,3% e il 4,1%. Anche i sondaggi dell’Università del Michigan e della Fed di New York sulle aspettative di inflazione registrano un intervallo così ampio tra le opinioni degli economisti intervistati. Il problema è che le aspettative di inflazione misurate dai sondaggi possono rivelare dati distorti e confusi poichè fortemente influenzati dalla volatilità dei prezzi dei prodotti alimentari e dell’energia, ossia i due principali contributori dell’indice dei prezzi al consumo di ogni paese.

Nel frattempo, gli effetti nefasti della Brexit si fanno sentire nel Regno Unito, dove l’inflazione sta mettendo in ginocchio gli inglesi e non accenna a rallentare. Secondo la Banca d’Inghilterra, il picco inflattivo sarà registrato ad ottobre, e il timore di una recessione profonda sono molti. L’economia inglese, infatti, è appesantita anche dall’aumento del prezzo dei generi alimentari, generato dalla loro produzione – il Regno Unito importa moltissime derrate alimentari dall’estero – e soprattutto dal loro approvvigionamento per via del divorzio dall’UE. E così, le cassandre che avevano annunciato le conseguenze nefaste della Brexit possono finalmente cantare vittoria, ma relativamente alle materie prime energetiche gli inglesi detengono un buon livello di indipendenza – grazie alla British Petroleum – e non sono quindi importatori netti. Pertanto, pare che nel continente europeo l’Inghilterra sarà la prima ad entrare in recessione reale (non solo tecnica), e probabilmente la prima a uscirne. Tuttavia, l’inflazione potrebbe stabilizzarsi a livelli medio-alti per lungo tempo, e questo costringe gli inglesi a rivedere i programmi di finanza pubblica adattandosi a circostanze che non si vedevano da decenni.

La “rivoluzione del credito” cambia (in peggio) il tessuto industriale italiano

La chiusura indiscriminata di sportelli bancari non è solo un fenomeno occupazionale di settore, ma il frutto di una vera e propria rivoluzione che concentra il credito sulle aziende medio-grandi, cambia il tessuto produttivo del nostro Paese e lo rende economicamente instabile.

E’ di qualche giorno fa il comunicato della FABI che, con grande preoccupazione, ha sciorinato i dati sulla chiusura generalizzata degli sportelli bancari che, in meno di 10 anni, sono diminuiti di 11.231 unità (da 32.881 a fine 2012 a 21.650 a fine 2021). In particolare, tra il 2020 e il 2021 le chiusure sono state pari a 1.830 in un solo anno. E’ sceso anche il numero delle banche, che sono passate da 706 del 2012 a 456 nel 2021 per via della progressiva aggregazione tra grandi gruppi e banche più piccole, e naturalmente il personale, passato da 315.238 risorse umane di fine 2012 a 269.625 di fine 2021, con una riduzione complessiva di 45.613 unità.

Sono numeri preoccupanti, comunicati quasi con rassegnazione, ma è sbagliato attribuire a questo fenomeno una natura squisitamente occupazionale, poiché esso rappresenta un abbrivio socio-economico che nessuno è stato in grado di controllare, e che produrrà i suoi effetti per decenni sul tessuto industriale dell’economia italiana, rivoltandolo come un calzino. Infatti, attraverso un progressivo disimpegno sui territori e il mancato rinnovo delle risorse umane in età pensionabile, le banche stanno facendo mancare soprattutto il fondamentale ruolo di impulso sociale ed economico che gli viene universalmente riconosciuto dalle leggi nazionali ed internazionali, e questo argomento non può essere sottovaluto dalla comunità finanziaria mascherando le chiusure indiscriminate di sportelli bancari da “esigenze di riorganizzazione industriale di settore”.

Provate ad andare in un piccolo centro, dove l’unico sportello presente è stato appena chiuso, e troverete utenti presi da profondo smarrimento e disagio personale. La riduzione delle filiali, in particolare, è un evento che produce effetti negativi alla clientela più in avanti con l’età, che ha scarsa dimestichezza con gli strumenti digitali e con l’accesso ad Internet. Inoltre, il cambiamento del modello di business delle banche, oggi incentrato quasi esclusivamente sulla vendita di prodotti finanziari e assicurativi e poco o niente sul credito in generale, agisce pesantemente sul sistema produttivo italiano, poiché fa venir meno il supporto funzionale che nei decenni passati aveva permesso al tessuto di piccole e medie imprese di crescere e dare struttura stabile e robusta all’imprenditoria nostrana.

Pertanto, è anche responsabilità del settore bancario – e non solo della pessima classe dirigente espressa dalla nostra politica dagli anni ’90 del secolo scorso in poi – se l’economia italiana ha fatto enormi passi indietro negli ultimi trent’anni, e soprattutto dopo la grande crisi del 2008 partita dagli USA. Ciò che è accaduto, infatti, non è una semplice e ciclica “stretta creditizia”, ma una vera e propria “Rivoluzione del credito”, di cui nessuno parla ma che tutte le famiglie e molte piccole aziende sentono sulla propria pelle, vittime come sono di un sistema bancario che non stimola l’economia ma si concentra esclusivamente sui percettori di redditi medio-alti e sulle grandi imprese.

Si tratta, in sintesi, di un circolo vizioso: maggiore sarà l’attenzione che le banche dedicheranno al settore dei risparmi, maggiore sarà la “stretta creditizia” su prestiti alle aziende e alle famiglie (sempre più indebitate), e minore sarà il reddito complessivo derivante dagli occupati nelle attività produttive medio-piccole, molte delle quali nel frattempo chiuderanno i battenti.  Solo una inversione di questo “circuito” potrebbe evitare di far trasformare definitivamente il sistema industriale del nostro Paese in una economia dominata dalle grandi corporation, dove le piccole aziende, un tempo floride proprio grazie al credito bancario, gradualmente scompaiono. In tal senso, la chiusura di sportelli bancari dai piccoli centri – soprattutto del Sud Italia – allontana sia le imprese che le famiglie dal circuito della finanza e del credito, spingendole spesso tra le braccia della criminalità organizzata; quest’ultima, infatti, vive e si arricchisce grazie alle attività finanziarie illegali mascherate da imprese legali che hanno una “storia” nel territorio e sono state acquisite dalla criminalità una volta cadute in bassa fortuna, per motivi di pura sussistenza.

Russia, Cina e India mai così vicine economicamente. Gli USA trascinano l’Europa verso anni bui

Russia e Cina non erano mai state così vicine nemmeno ai tempi di Stalin e Mao, e adesso sono pronte a rafforzarsi reciprocamente all’interno di un asse politico e commerciale che vede anche l’India sullo sfondo.

Di Massimo Bonaventura

Se esistesse  un premio speciale per i più grandi fallimenti di politica internazionale, quello del 2022 andrebbe assegnato di diritto agli Stati Uniti e all’Europa. A pensarci bene, ai “difensori del mondo” a stelle e strisce – unico paese al mondo che è riuscito per decenni a far passare l’assassinio del proprio presidente per l’atto isolato di un solo omicida – andrebbe assegnato anche il premio alla carriera, in considerazione dei continui atti di ingerenza che l’Americana ha svolto nella politica interna delle più disparate aree geografiche del pianeta, e in relazione ai fallimenti che sono seguiti- Vietnam e Cuba, a puro titolo di esempio – e di cui già oggi si comincia a parlare anche nei libri di storia.

Anche all’Unione Europea, nel caso della guerra scatenata dai russi in Ucraina, va un premio particolare, quello del peggior attore non protagonista. Il conflitto tra NATO/Ucraina e Russia, infatti, vede prevalere la linea degli USA, che in fatto di guerre fanno sempre da padroni in casa d’altri, com’è loro stile. Solo che questo atto di invadenza internazionale rivela in modo spietato l’estrema debolezza di una Europa che, con l’attuale configurazione non è “né carne né pesce”, e adesso ha bisogno come l’aria di trovare quella identità unitaria che in questi frangenti avrebbe permesso di non lasciare il campo libero a chi, da oltreoceano, deve pagare dazio all’industria degli armamenti e al peggiore dei business che la mente umana potesse concepire dopo la tratta degli schiavi.

Il mercato delle armi, sotto certi aspetti, ha caratteristiche molto simili a quello delle scorte di cibo a lunga conservazione e di medicine che ogni paese deve stivare nei magazzini della Protezione Civile, in caso di emergenza alimentare derivante, ad esempio, da una calamità naturale. Allo stesso modo, ogni paese del mondo spende una percentuale variabile del proprio PIL per gli armamenti, stipati nei depositi militari allo scopo di approntare una difesa del territorio in caso di emergenza militare, come quella di dover fronteggiare un’aggressione da parte di un altro paese. Pertanto, sia le scorte di cibo che le scorte di armi vengono accantonate rispondendo al principio di prudenza, nella speranza di non doverle usare mai, e non in base al “principio di belligeranza”, che la totalità degli abitanti del pianeta ha imparato nel tempo a conoscere e a rifiutare.

Per quanto detto sopra, va da sé che nessun paese può permettersi né di provocare una carestia o una calamità naturale, né di provocare un conflitto armato, dovendosi affidare alla diplomazia e al compromesso, senza dare sfogo agli interessi privati di chi vorrebbe vendere agli stati sempre più scorte di cibo e sempre più armi. Questi principi – talmente semplici che li capirebbe anche un bambino di prima elementare – sembrano essere stati traditi del tutto sia da chi ha materialmente scatenato il conflitto sul campo – che non coincide esattamente con la guerra, cominciata prima – sia dai paesi che hanno appoggiato con singolare prontezza la donazione di armi all’Ucraina e, in tal modo, hanno consentito di allungare i tempi del conflitto e di aumentare il numero delle vittime civili, evidentemente ritenute “sacrificabili” in nome di oscuri – nemmeno tanto – interessi di bottega.

E così, mentre all’ONU si continua ipocritamente a parlare di “applicazione dei criteri ESG in ogni ambito della Società Umana” e di “Sostenibilità”, questo scenario di guerra si sta verificando alle porte di una crisi energetica che si sarebbe potuto evitare semplicemente anteponendo la ragionevolezza e il compromesso – materia a cui gli Stati Uniti non sono avvezzi – invece di dare seguito alle mire espansionistiche della NATO a guida americana. Tutti gli attori apicali, infatti, conoscevano bene il livello di spregiudicatezza politica e cinismo militare di Putin, per cui l’invasione dell’Ucraina non è stata certo una sorpresa. L’adozione ed il rispetto dei criteri di sostenibilità, invece, avrebbero comportato la supremazia della via diplomatica, che in questo caso è scandalosamente mancata, e questo dà l’idea di come la strada del conflitto armato fosse non solo prevista, ma addirittura incoraggiata.

Il risultato di questo gravissimo fallimento è sotto gli occhi di tutti: la Russia non è stata messa in ginocchio dalle sanzioni economiche di USA ed Europa, e sta rafforzando come non mai l’interscambio commerciale con la Cina, che è bisognosa delle sue materie prime e rispetta i contratti. Di contro, mentre gli Stati Uniti non hanno perso la propria indipendenza energetica, l’Europa rischia di rimanere con il cerino acceso tra le dita, essendo la vittima predestinata delle ritorsioni russe su gas e petrolio per via della sua cronica dipendenza di materie prime dai paesi posti di fuori del continente.

Del resto, già con la crisi ucraina del 2014 Cina e Russia avevano riscoperto una comune agenda politica ed economica, nonché la necessità di contenere l’invadenza americana nei paesi della ex cortina di ferro. La cosiddetta “primavera ucraina” aveva portato alla luce la collaborazione tra Pechino e Mosca rimasta un pò nell’ombra, consistente nella cooperazione militare, nello scambio di materie prime energetiche e nel commercio. In quella occasione, peraltro, i rapporti di collaborazione nel campo della politica internazionale svelavano una chiara convergenza su Iran, Palestina e Corea del Nord. In più, i rispettivi sistemi economici di Cina e Russia sono accomunati dal fatto che lo stato controlla sia la finanza che i settori strategici come i giacimenti di gas e petrolio. L’interscambio commerciale tra i due paesi è destinato a un’ulteriore accelerazione con l’import cinese di gas siberiano previsto nei prossimi anni, ma la Cina è già oggi il primo partner commerciale della Russia, e quest’ultima è il primo esportatore di energia in Cina.

A breve, per completare il quadro dei fallimenti americani (ed europei) di politica internazionale, sarà il turno dell’India, che con i suoi 1,4 miliardi di abitanti – e altri cinquanta milioni sparsi per il mondo – rappresenta un mercato di sbocco troppo importante anche per la Russia. Infatti, per via del conflitto scatenato in Ucraina, l’Unione Europea nel prossimo futuro non importerà più combustibili provenienti dai giacimenti siberiani. In risposta a ciò, il Cremlino ha deciso di puntare anche sull’India, nazione più popolosa del mondo e partner strategico di vecchia data. In tal modo, si profila tra Mosca e Nuova Delhi una più intensa collaborazione energetica, che rinsalderà i rapporti esistenti fin dai tempi dell’Unione Sovietica.

In definitiva, Russia e Cina non erano mai state economicamente così vicine nemmeno ai tempi di Stalin e Mao, e con l’aggiunta dell’India a fare da linea mediana le due potenze sono pronte a rafforzarsi come reciproci mercati di sbocco privilegiati anche per le materie prime energetiche, che andranno sempre meno verso l’Europa. Quest’ultima, trascinata dagli USA nel buco nero degli aiuti militari all’Ucraina, è ormai disperatamente bisognosa di una propria identità internazionale, senza la quale ci aspettano anni bui.

Bce, nuove misure sul clima nella politica monetaria

Il Consiglio direttivo della Bce ha deciso di adottare misure specifiche per integrare il cambiamento climatico nell’assetto di politica monetaria dell’Eurosistema. L’Economia italiana si dimostra resiliente rispetto alle avversità di questo periodo.

(ITALPRESS) Il Consiglio direttivo della Bce ha deciso di adeguare le consistenze di obbligazioni societarie nei portafogli detenuti per finalità di politica monetaria e il sistema delle garanzie dell’Eurosistema, di introdurre obblighi di informativa relativi al clima e di migliorare le prassi di gestione dei rischi. Queste misure sono concepite in piena compatibilità con l’obiettivo primario dell’Eurosistema di mantenere la stabilità dei prezzi. Mirano a tenere in maggiore considerazione il rischio finanziario connesso al clima nel bilancio dell’Eurosistema e a sostenere la transizione verde dell’economia in linea con gli obiettivi di neutralità climatica dell’UE.

Le misure intendono anche incentivare le imprese e le istituzioni finanziarie ad accrescere la trasparenza in merito alle loro emissioni di carbonio e a ridurle. “Con queste decisioni traduciamo il nostro impegno per la lotta al cambiamento climatico in un’azione tangibile”, dichiara la presidente della Bce Christine Lagarde. “Nell’ambito del nostro mandato, stiamo compiendo passi concreti per integrare il cambiamento climatico nelle operazioni di politica monetaria. E seguiranno altre iniziative, nel quadro della nostra agenda per il clima in divenire, per allineare le nostre attività agli obiettivi dell’Accordo di Parigi“, aggiunge.

L’Eurosistema mira a decarbonizzare gradualmente le proprie consistenze di obbligazioni societarie, seguendo un percorso in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Al tal fine, l’Eurosistema orienterà queste consistenze in favore di emittenti con migliori risultati sul piano climatico reinvestendo i considerevoli rimborsi attesi nei prossimi anni. Migliori risultati dal punto di vista climatico saranno misurati in termini di minori emissioni di gas serra, obiettivi di riduzione del carbonio più ambiziosi e una migliore informativa in relazione al clima. La Bce si attende che le misure siano applicate a partire da ottobre 2022; poco prima saranno comunicati maggiori dettagli. Inoltre, dal primo trimestre del 2023 la Bce inizierà a pubblicare con cadenza regolare informazioni di carattere climatico sulle consistenze di obbligazioni societarie.

L’Eurosistema limiterà la quota di attività emesse da soggetti con un’impronta di carbonio elevata che possono essere stanziate a garanzia dalle singole controparti nelle operazioni di rifinanziamento dell’Eurosistema. Il nuovo regime di limiti è inteso a ridurre i rischi finanziari connessi al clima in tali operazioni. Questa misura sarà applicata secondo le attese prima della fine del 2024, purchè sussistano i presupposti tecnici necessari. Per incoraggiare le banche e le altre controparti a prepararsi per tempo, l’Eurosistema sottoporrà a test il regime di limiti prima della sua effettiva applicazione. In aggiunta, a partire da quest’anno l’Eurosistema terrà conto dei rischi climatici nel riesame degli scarti applicati alle obbligazioni societarie stanziate a garanzia. L’Eurosistema accetterà in garanzia per le proprie operazioni di rifinanziamento soltanto attività negoziabili e crediti di imprese e debitori conformi alla direttiva relativa alla comunicazione societaria sulla sostenibilità (CSRD), una volta attuata pienamente.

Poichè il recepimento della CSDR (Central Securities Depository Regulation, n.d.r.) ha subito ritardi, i nuovi criteri di idoneità dovrebbero applicarsi a partire dal 2026. L’Eurosistema affinerà ulteriormente i propri strumenti e le proprie capacità di valutazione per cogliere meglio i rischi climatici. Ha inoltre stabilito una serie di standard minimi comuni su come i sistemi di valutazione interni delle banche centrali nazionali dovrebbero integrare i rischi climatici nei loro rating. Questi standard entreranno in vigore alla fine del 2024.

Relativamente all’economia italiana, i dati ci dicono che si sta dimostrando resiliente alla guerra in Ucraina, alle strozzature dell’offerta e all’aumento dei prezzi delle materie prime, e dovrebbe continuare a crescere nel primo trimestre del 2023 dopo i dati “rassicuranti” del Pil del secondo trimestre. Lo ha detto il direttore generale della Banca d’Italia, Luigi Federico Signorini, in un’intervista a Mni-Market News. “Dal 2021, i dati consuntivi tendono a sorprendere positivamente rispetto alle previsioni degli analisti, confermando la buona performance complessiva dell’economia italiana in questi tempi difficili”, ha detto Signorini, indicando i dati pubblicati la scorsa settimana che confermano la crescita del Pil all’1% nel secondo trimestre rispetto al primo. Signorini si è detto fiducioso che la crescita dovrebbe continuare nel 2023, in linea con le recenti previsioni della Commissione Europea e del Fondo Monetario Internazionale. (ITALPRESS).

L’Italia, l’Europa e il peccato originale

Molti si chiedono cosa potrà succedere in autunno al potere d’acquisto degli italiani, ma molti dimenticano che la situazione attuale è il risultato di un “suicidio internazionale”  istigato da chi ci governava negli anni ’90.

Di Alessio Cardinale

Cosa potrebbe succedere in autunno ai prezzi dell’energia? I russi taglieranno la fornitura di gas e non potremo più riscaldare per bene le nostre case? Subiremo un razionamento? A che livello sarà l’inflazione? Queste sono le domande più frequenti che oggi vengono indotte dai media italiani quotidianamente, quasi a prepararci a sacrifici simili a quelli raccontati dai nostri genitori quando molti di noi erano bambini e che nessuno di noi aveva mai pensato di dover fare. Contestualmente, gli amanti della teoria del complotto potrebbero pensare che una tale concentrazione dei mezzi di informazione su scenari così funesti sia un tantino allarmistica, e serva in realtà per “anestetizzare” il ricordo dei guasti che gli italiani stanno vivendo da circa venti anni, da quando, cioè, la Moneta Unica ha preso ufficialmente il sopravvento sulla Lira, e il regolamento della Bce ha relegato la Banca D’Italia a naturale gregario di un board a guida tedesca.

Oggi esistono sostanzialmente tre scuole di pensiero riguardo l’Unione Europea: a) i perennemente soddisfatti di starvi dentro, che prima erano addirittura entusiasti e oggi approvano per principio qualunque decisione dei massimi organi europei, anche quelle più penalizzanti per l’Italia; b) gli scontenti, che prima erano molto contenti, i quali si sentono traditi dall’Unione Europea dove vorrebbero continuare a stare, ma non più a queste condizioni; c) gli incazzati neri, che prima erano persino felici di entrare in Europa e che da tempo si sentono vittime di un inganno della banda Prodi & Co. Ad alimentare queste tre principali scuole di pensiero, una pletora di correnti minoritarie dove sentimenti negativi e finalità politiche si mischiano tra posizioni estreme o del tutto agnostiche.

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Tutti costoro, tuttavia, hanno smesso di farsi la domanda fondamentale da cui dipende il “peccato originale” dell’ingresso in Europa: “a cosa serve l’Unione Europea?”.  E’ una domanda semplice, ma se provate a darvi oggi una risposta tecnicamente lucida – al bando i sentimenti per una decina di minuti – non lo troverete affatto facile. Personalmente, ho condotto un breve sondaggio tra alcune delle mie decine di conoscenze qualificate e meno qualificate, sottoponendo una “batteria” di possibili risposte e chiedendo di sceglierne al massimo tre. Il terzetto che ha avuto il maggior numero di preferenze è stato quello formato da “a essere tutti più ricchi”, “ad avere un futuro migliore” e “a dare opportunità lavorative ai nostri figli”. In sintesi, l’Europa servirebbe essenzialmente a migliorare la propria posizione in termini di ricchezza/capitale e di opportunità/lavoro. Su tutte le risposte, aleggia il fantasma della povertà, che determina a sua volta il desiderio di migliorare.

Povertà, capitale e lavoro altro non sono che i principali elementi di base di qualunque modello macroeconomico. Quello dell’Unione Europea è il modello liberista/capitalista: uguaglianza di fronte alla legge e pari opportunità dell’individuo in tutti gli ambiti della Società, riconoscimento del valore della proprietà privata, della libertà d’impresa e delle diversità economiche nella popolazione. Questo modello, a ben vedere, non prevede l’assenza di povertà, ma fa sì che chi è meno abbiente possa “scalare posizioni” e raggiungere i livelli sociali superiori, aumentando il proprio benessere e, sopra ogni cosa, auto-realizzandosi. Questo accade perché il modello liberista/capitalista si basa sulla differente condizione economica della società civile, facendone un punto di forza e centro vitale delle aspirazioni individuali. Ed è su questo concetto di diversità economica come occasione di crescita che si regge anche l’Unione Europea, al cui interno coesistono paesi più ricchi e paesi più poveri, ognuno dei quali rimane “diverso”, ma condivide una moneta, rinunciando per questo alla propria sovranità monetaria.

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Dall’Unione Europea, pertanto, ci si attenderebbe che le fasce meno abbienti diventino “meno meno abbienti”, che le fasce medie possano aspirare a diventare benestanti e così via, fino a scalare quante più posizioni possibili – anche dall’ultima alla prima – secondo il criterio meritocratico. E se da questa successione di pari opportunità deve derivare la cessione di sovranità sulla politica monetaria, ben venga, ma il meccanismo descritto non può e non deve prevedere il condizionamento della politica interna dei singoli stati al di fuori di ciò che è previsto dai Regolamenti Europei, peraltro senza dare nulla in cambio in termini di benessere generale e sicurezza sociale. Al contrario, l’Italia fin dal suo ingresso nell’UE ha subito una gravissima ingerenza dell’Europa nelle politiche interne e, in venti anni, l’economia del nostro Paese ha fatto talmente tanti passi indietro da fare rimpiangere a molti la Lira e i bei tempi andati.

Pertanto, ci si chiede per quale motivo la speculazione sui nostri titoli di stato continui a ripresentarsi periodicamente, visto che l’EU è sorta proprio per rafforzare la moneta comune ed evitare gli assalti della speculazione. Se l’Unione Europea è nata per difendere, collateralmente, le singole economie degli stati aderenti, come è possibile che dopo solo venti anni si sia già arrivati ad una “questione meridionale europea”, talmente conclamata da diventare un caso di scuola studiato dagli economisti nelle più importanti università americane? Il problema risiede nel “peccato originale”, commesso nel periodo antecedente alla adesione ufficiale dell’Italia alla Moneta Unica, durante il quale chi ci governava ha diffuso consapevolmente una propaganda ingannevole sui benefici derivanti dall’ingresso nell’Euro.

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E così, sulla scia di questo peccato originale, si è arrivati ai giorni nostri e allo scudo anti-spread, che si è rivelato come l’ennesima prova dell’uso politico della Moneta Unica da parte dei Paesi del Nord Europa, pur non essendo l’UE una unione politica e fiscale. Per averne la dimostrazione, basta leggere le condizioni più preoccupanti imposte per l’entrata in funzione dello Scudo: 1) la decisione su quali titoli acquistare, e di quale stato emittente, sarà presa discrezionalmente dal Consiglio Direttivo Europeo in base ad una valutazione “accurata e severa”; 2) il Paese destinatario non deve trovarsi in condizione di elevato disavanzo e non essere sottoposto a procedura di infrazione per eccessivi squilibri macroeconomici; 3) il suo debito pubblico deve essere sostenibile, e la valutazione di tale sostenibilità sarà a cura della Bce, di concerto con la Commissione europea, il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) e il FMI (Fondo Monetario Internazionale); 4) La Bce deve vedere segnali di panico sui mercati obbligazionari per attivare il meccanismo anti-frammentazione.

Il punto n. 1 sancisce il principio della indeterminatezza dell’intervento, che viene così lasciato alla discrezionalità dei Paesi frugali, e cioè quelli che non perdono mai l’occasione (neanche in pandemia) di effettuare “valutazioni accurate e severe” su tutto ciò che riguarda il Sud dell’Europa, salvo glissare sul proprio livello effettivo di tassazione delle imprese che li pone in regime di concorrenza sleale verso gli altri Paesi UE. Il punto n. 2 è talmente rischioso per l’Italia – per via dei suoi “regolari” squilibri economici – da risultare persino minaccioso. Questa sensazione aumenta leggendo il punto n. 3, che traccia in modo lucido lo scenario da “sindrome greca” in cui potrebbe trovarsi l’Italia di fronte allo schieramento della triade BCE-MES-FMI. Relativamente al punto n. 4, infine, il governatore di Banca d’Italia Ignazio Visco ha chiarito magistralmente come e quando lo Scudo potrebbe essere chiamato in causa: “se domani cominciamo a vedere 250, 255, 260 e così via, e cioè qualcosa che indica che c’è panico nel mercato, noi agiamo e uccidiamo il panico sul mercato“.

Nessuna attività di prevenzione, quindi, ma solo un intervento a danni già iniziati, proprio quello che la politica monetaria non deve mai fare. Qualunque banca centrale, infatti, detiene l’onere di agire in anticipo, sulla base degli indicatori economici, in modo da scongiurare gli effetti negativi di una certa congiuntura. Arrivare quando gli eventi che si dovrebbero scongiurare hanno già iniziato a manifestarsi è un contegno tipico della politica, che agisce soltanto di fronte a fatti che, per la loro gravità, richiedono il suo intervento quando sono già accaduti.

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Pertanto, il c.d. scudo anti-spread è una mossa di natura politica, mascherata da strumento tecnico-economico. E’ una operazione di facciata, che rappresenta l’abdicazione a fini politici della Bce dai propri doveri di “intervento preventivo” e che dovrebbe far preoccupare moltissimo gli italiani, i quali fino a Settembre saranno debitamente distratti dalla campagna elettorale più affrettata e breve della storia della Repubblica, il cui esito non è affatto scontato come qualcuno vorrebbe far credere.