Oggi in Italia vivono contemporaneamente due specie di “Homo Quiescens”: quella con pensioni al 90-100% dell’ultima retribuzione, e quella destinata ad un assegno non superiore al 45% dell’ultimo reddito.
Di Alessio Cardinale
Il sistema previdenziale italiano, nel suo complesso, non smette di creare problemi ai cittadini, e molti sono ancora i nodi da sciogliere, perennemente rinviati al governo successivo da ogni esecutivo precedente. Come una patata bollente, infatti, il disastro dei conti pubblici previdenziali passa di mano in mano con grande velocità, fino a quando l’ultima mano non ha chiuso il giro e la patata cade a terra, incapace di raffreddarsi ed essere finalmente colta da qualche volenteroso che decida di farsene carico.
Per quasi tre decenni, i governi che si sono succeduti non hanno messo mano ad una riforma seria, preoccupati com’erano di non scontentare chi viveva di generosissime baby-pensioni, con il risultato che, come in quel breve periodo di tempo in cui gli ultimi uomini di Neanderthal hanno convissuto con i Sapiens, oggi in Italia vivono contemporaneamente due specie di “Homo Quiescens”: quella con pensioni al 90-100% dell’ultima retribuzione (più una pletora di decine di migliaia di privilegiati con vitalizi e super pensioni a cinque zeri), e quella destinata ad un assegno non superiore al 45% dell’ultimo stipendio o reddito da lavoro autonomo.
Sebbene la prima sia destinata ad estinguersi nel giro di pochi decenni, le cose non andranno affatto meglio per la specie sopravvivente, come invece prevedrebbe qualunque processo evoluzionistico. Infatti, coloro che sopravvivono ai “pensionati neanderthaliani” saranno segnati da un divario economico inaccettabile rispetto ai “pensionati antenati” e da un futuro tenore di vita inadeguato, al quale vengono abituati subito, in età lavorativa, attraverso l’assenza di un salario minimo obbligatorio e conseguenti redditi medi da fame. Il fatto è che, nel caso dei “pensionati di Neanderthal”, essi rappresentano la specie che si estinguerà mantenendo fino all’ultimo giorno un migliore tenore di vita rispetto ai “pensionati Sapiens”, i quali invece sono destinati, stando così le cose, a peggiorare le proprie condizioni di vita in nome di una grottesca inversione dell’evoluzione economica della specie.
Al momento, l’Italia è il primo tra i 34 membri dell’OCSE per spesa per le pensioni. Un terzo del nostro stipendio serve ad alimentare il bacino delle pensioni, rispetto alla media OCSE del 18,2%. A questo risultato siamo arrivati, oltre che con la fervida collaborazione dei governi che hanno preceduto l’ultimo nuovo di zecca – anche questo dovrà mostrare il suo valore in tema di pensioni, e non solo – “grazie” al gravissimo problema demografico nazionale: facciamo pochissimi figli, l’istituto del matrimonio viene costantemente scoraggiato da una narrazione iper femminista della famiglia – quest’ultima affievolita dall’imposizione dei nuovi archetipi familiari pseudo progressisti – con gli uomini relegati al ruolo di portatori di reddito e soprattutto di soggetti gravati del welfare occulto a favore delle donne italiane non lavoratrici, quest’ultime perennemente dimenticate dallo Stato. Questo sistema, se si reggesse su un patto sociale chiaramente espresso tra le parti, potrebbe anche reggere, ma così non è. Prova ne sia che il nostro tasso di natalità è disarmante, e secondo le ultime proiezioni nel giro di cinque anno saremo 12 milioni in meno.
Del resto, un sistema pensionistico che consente al genere più longevo – quello femminile, che ha una aspettativa di vita maggiore – di entrare in pensione prima di quello che ha una aspettativa di vita inferiore, spiega la follia irrazionale che puntualmente si ripercuote sui conti dell’INPS. Equiparare l’età pensionabile dovrebbe essere la prima misura da prendere, ma una scelta del genere verrebbe fatta pagare cara a chi la prende, poiché il voto femminile è il tesoro nascosto di ogni partito politico italiano. E così, anche nel 2023 i requisiti per andare in pensione sono quelli previsti dalla legge Fornero: la pensione di vecchiaia si ottiene a 67 anni, mentre si può andare in pensione anticipata con 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini, e 41 anni e 10 mesi per le donne. Da gennaio 2023, inoltre, sparisce la “Quota 100” che consentiva di andare in pensione di vecchiaia a 62 anni e 38 anni di contributi, e sparisce anche la “Quota 102” che consentiva di andare in pensione a 64 anni più 38 di contributi.
Dopo questa doverosa premessa, torniamo a parlare di previdenza integrativa, strumento cui gli italiani dovrebbero ricorrere – e correre – sempre più spesso, anticipando l’accantonamento fin dal primo anno di lavoro, un po’ come fanno gli americani. Il problema è che noi non siamo americani, e in Italia non esiste ancora alcuna forma di educazione all’accantonamento previdenziale e assicurativo in generale. Eppure, gli italiani hanno sempre avuto una tra le più elevate propensioni al risparmio del mondo, almeno finchè la scelta di farci entrare nell’Unione Monetaria Europea – la peggiore di tutte le scelte possibili, con il senno del poi – non ha frenato la nostra propensione al risparmio per via della perdita di potere d’acquisto. Peraltro, anche negli ultimi tre anni, a partire dallo scoppio della pandemia, il nostro tasso di risparmio è stato tra i più alti al mondo.
Pertanto, non si comprende come un popolo così preparato all’accantonamento non sia stato negli anni “educato” al risparmio previdenziale massivo, se non con la suicida ostinazione della classe politica di voler tenere in piedi un sistema pensionistico destinato a morire non solo per via del calo demografico – che negli anni potrebbe anche subire una inversione positiva, se solo si mettessero in piedi le politiche sociali adatte – ma soprattutto per l’uso delle casse dell’INPS per finalità che, sia pure di stampo assistenziale, servono a risolvere problemi di temporanea improduttività di reddito del singolo lavoratore, e nulla hanno a che vedere con il trattamento pensionistico propriamente detto, che invece è uno strumento di stabilità finanziaria personale dell’ex lavoratore a beneficio della sua vecchiaia.
Sembra che il prossimo Governo lavorerà ad una serie di strumenti di rilancio della previdenza integrativa. Negli ultimi mesi si è ipotizzata, per esempio, la possibilità di varare un semestre di silenzio/assenso (come nel 2007) per trasferire il TFR a un fondo pensione, cercando così di attrarre gli under 45, ossia i più penalizzati in merito al futuro trattamento pensionistico (assegno pari al 40% dell’ultimo stipendio). Il resto dovrebbe farlo la profonda rivisitazione della tassazione agevolata in fase di
erogazione della pensione integrativa: la ritenuta a titolo d’imposta del 15% (aliquota massima) dovrebbe essere ridotta al 6% fin dal primo anno, e non solo dal quindicesimo anno in poi, quando scatta lo sconto dello 0,30%. Ma il provvedimento più importante del nuovo Governo dovrebbe essere quello di “ubriacare” gli italiani con una campagna di comunicazione costante e continua, come quella che si è stati capaci di mettere in piedi per la vaccinazione contro il Covid-19. Infatti, da una recente ricerca (Nicola Ronchetti di Finer) è scaturito che il 72% dei clienti di banche e consulenti finanziari non ha mai toccato il tema previdenziale, e ancora oggi quasi il 40% di essi pensa che la pensione non sia un problema che lo riguardi.
In base all’ultimo rilevamento Covip, le risorse accumulate dalle forme pensionistiche complementari si attestano a oltre 220 miliardi di euro, in costante aumento rispetto agli anni precedenti, e sugli orizzonti temporali lunghi – si prenda ad esempio il decennio 2011-2021 – il rendimento medio annuo composto degli strumenti di previdenza integrativa è assai soddisfacente: fondi negoziali 4,1%, fondi aperti 4,6%, PIP unit linked 5% e PIP gestioni separate 2,2%. Nello stesso periodo, il tasso di rivalutazione medio annuo del TFR è stato del 1,9%, per cui nel lunghissimo periodo – tipico degli accantonamenti previdenziali, che durano alcuni decenni – il risultato in termini di integrazione dell’assegno pensionistico potrebbe essere sensibilmente più adeguato alle esigenze della vecchiaia.



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In questo contesto, sono tre gli scenari di contrazione del Pil per l’Europa. Il primo caso riporta una contrazione del Pil pari allo 0.9% ed è basato a sua volta su due condizioni: i paesi dell’Unione Europea implementeranno piani di risparmio energetico efficaci che riusciranno a limitare il consumo domestico di
Infine lo scenario peggiore, che significa profonda recessione per l’Europa, fissa la contrazione del Pil intorno al 5%. Alle assunzioni del caso precedente si aggiunge la frammentazione del mercato europeo del gas e quindi divergenze tra i prezzi degli Stati membri dell’Ue. Questa variabile creerebbe concorrenza interna e con molta probabilità i 

Nel frattempo, le sanzioni che avrebbero dovuto convincere la Russia a ritirare le proprie truppe dall’Ucraina non stanno avendo l’effetto sperato, e l’economia russa sta resistendo molto meglio delle attese, mentre in Italia il governo che verrà dovrà fare i conti con i risultati di un sondaggio secondo il quale il 94% degli italiani si oppone all’invio di armi in Ucraina. Ci vuol poco a concludere che nell’attuale crisi finanziaria europea e italiana la responsabilità dell’amministrazione Biden sia elevata, e ad essa si è aggiunta quella di una Unione Europea che ha rivelato tutta l’inadeguatezza del modello pseudo-federativo di “moneta unica” di fronte alle grandi questioni internazionali ed al conseguente bisogno di una propria forza politica continentale, che non abbia ancora bisogno, come nel Secondo Dopoguerra, di ricorrere all’aiuto (o al ricatto economico e militare) delle potenze d’Oltreoceano.
Il prezzo che si forma al TTF è oggi l’indice a cui tutti i contratti di fornitura sono legati, ma risulta esposto ad alcuni fattori che ne determinano l’estrema inaffidabilità e la facilità con cui può essere manipolato dagli speculatori.
Innanzitutto, i volumi scambiati sono troppo sottili rispetto ai volumi di gas consumati in Europa tutti i giorni. Con quantitativi minimi, pertanto, per gli speculatori è possibile influenzare tutti i mercati d’Europa. Inoltre, sul mercato TTF non c’è un sistema di sospensione delle contrattazioni in presenza di alta volatilità, e il prezzo può oscillare anche del 50% in una stessa giornata. Infine, sul TTF l’offerta è limitata ai gasdotti di Norvegia, Russia e Nord Africa, mentre l’Europa, essendo un consumatore netto, può solo comprare. Ciò significa che il meccanismo della domanda e dell’offerta non funziona, perché non esiste offerta addizionale che possa far scendere i prezzi quando diventano troppo alti, e se si elimina il gas russo i prezzi possono salire all’infinito.

Leyen di non essere convinto che un tetto al prezzo del gas risolverebbe i problemi di approvvigionamento dell’Europa. Non vorremmo essere eccessivamente maliziosi, ma la perplessità del premier norvegese sembra parecchio influenzata dal fatto che nei primi sette mesi dell’anno l’export di gas norvegese sia aumentato del 303% rispetto allo stesso periodo del 2021. Idem per l’Olanda, paese che ospita la famigerata “borsa” del gas, il quale si è detto “incerto” sulla validità del tetto al prezzo. Anche in questo caso, si fa fatica a non attribuire la titubanza del paese (famoso per i coffee shop e per la sua “frugalità politica”) all’aumento dei prezzi del gas, visto che ha miracolosamente raddoppiato il proprio surplus commerciale grazie alle esportazioni di questa preziosa materia prima.
Oltreoceano, anche gli USA stanno guadagnando parecchio da questa situazione internazionale, poiché sono diventati i primi esportatori di GNL, e all’Unione europea è stato destinato il 45% delle esportazioni statunitensi. Emblematiche, in tal senso, le parole di Emma Marcegaglia, che ha detto: “la situazione è tale che gli imprenditori americani pagano oggi l’elettricità sette volte meno di quanto facciano gli italiani. E questo nonostante il fatto che i promotori delle sanzioni siano seduti dall’altra parte dell’oceano. Di fatto le sanzioni sono diventate uno strumento di concorrenza sleale per i produttori italiani”.
In definitiva, la storia economica del mondo si è sempre voluta attraverso cicli secolari di produzione di materie prime fondamentali e fasi di conflitto internazionale che nascono dal loro sfruttamento e producono in ogni tempo effetti collaterali per l’economia mondiale. Ciò che stiamo vivendo oggi è, appunto, uno degli effetti collaterali del trinomio perfetto – ma diabolico – petrolio/gas/armi, e i sacrifici a cui pare stiamo ineluttabilmente andando incontro altro non sono che il prezzo economico della guerra scaricato sui cittadini europei, che in questo modo ne diventano effettivi finanziatori. E per far pagare loro questo tributo, è sufficiente inviargli una semplice fattura nella cassetta della posta.
Per i sociologi e gli antropologi, improntare la relazione sull’utilizzo sistematico di strumenti pacifici e di mediazione comporta una forzatura non sostenibile per l’individuo, dominato com’è, in chiave istintiva, dalla conflittualità come modalità di azione-reazione, e caratterizzato com’è da una scarsa propensione ad accettare l’affievolimento delle proprie prerogative individuali (non solo economiche) a vantaggio del c.d. bene comune. Si potrebbe parlare, pertanto, di un “istinto all’individualità” che, insieme all’istinto di conservazione, dà del filo da torcere ad un altro istinto fondamentale – quello di aggregazione sociale, sorto circa 1,9 milioni di anni fa – e guida i rapporti con gli altri prevalendo sulla
“tendenza al bene comune”, la quale è un prodotto della società umana antropologicamente ancora troppo giovane per essere innalzato al rango di “istinto”. Il c.d. interesse collettivo, quindi, altro non è che un insieme di azioni “non istintive”, che trovano fondamento nell’esperienza contemporanea dei nostri antenati, capaci di scoprire la “convenienza” di accettare le regole imposte dal vivere in comunità, che gradualmente si sviluppavano e si trasformavano in sistemi più complessi, governati da regole sempre più complesse. Grazie a queste, l’istinto all’individualità viene in qualche modo affievolito, ma continua a dominare le azioni dell’uomo ogni qual volta l’istinto prevale sul ragionamento, come nella guerra.
Fortunatamente, oggi conosciamo chi ha scatenato il conflitto armato in Ucraina, e per quanto la decisione di invaderla sia stata pianificata, preavvisata a livello diplomatico e poi minacciata apertamente, essa rimane comunque una scelta dominata dall’istinto di un individuo. Infatti, sfrondando la questione da tutte le schermature concettuali della dialettica internazionale, e traducendo tutto in chiave sociologica-antropologica, si tratta comunque del trionfo della conflittualità come metodo di risoluzione di un problema, a tutela di inconfessabili interessi privati che prevalgono sulla tendenza al bene comune. E così, tra paese aggressore e paesi difensori dell’aggredito – che erano già pronti da mesi all’invio di armi e denaro – qualche decina di persone nei ruoli apicali dell’economia e della politica internazionale oggi decide sul benessere di circa otto miliardi di individui.
Sebbene se ne parli poco sui media, il conflitto armato non vede confrontarsi solo tra Ucraina e Russia, ma la NATO (guidata dagli Stati Uniti) e il presidente Putin, padrone della finta democrazia Russa da circa un ventennio; e se il massiccio invio di armi leggere e pesanti dai paesi NATO all’esercito di Zelensky, effettuato alla luce del sole, non ha ancora generato l’allargamento degli scenari di guerra al di fuori del territorio ucraino, è solo perché non è stata ancora lanciata una sola bomba all’interno di quello russo. Ove ciò accadesse, anche per errore, si passerebbe immediatamente dall’aiutare l’Ucraina a difendersi da sola dall’aggressore – cosa che non permette formalmente di definire quella della NATO come una “partecipazione diretta” al conflitto – all’aiuto ad offendere la sovranità della Russia, che a quel punto si sentirebbe in diritto di reagire con forza, magari invadendo, per esempio, Moldavia e Romania, e scatenando di fatto il terzo conflitto mondiale.
Quello appena delineato è uno scenario tutt’altro che fantasioso, poichè ci troviamo davvero nella fase immediatamente precedente a quella della escalation. Tuttavia, difficilmente un tale scenario si potrà verificare, e non certo per un improvviso riverbero delle coscienze civili, ma perché la guerra totale determinerebbe l’impossibilità di tutelare proprio quegli inconfessabili interessi economici privati – il patrimonio personale di Putin, la vendita di armi dagli USA e dall’Europa, il mantenimento dell’attuale livello del prezzo del gas e del petrolio, solo a titolo di esempio – di tutti gli attori del conflitto, aggressori e difensori, poiché un lungo e logorante confronto bellico costa moltissimo, e rischia di annullare gli enormi profitti già conseguiti. E così, le potenze in guerra si trovano in una fase di stallo, da cui è difficile uscire senza usare la diplomazia internazionale per garantire la conservazione di quegli interessi, sotto l’egida di nuovi equilibri territoriali.
Così è sempre stato, da quando l’uomo ha inventato le armi. Chi ha studiato la Storia Moderna sa bene che l’uso organizzato delle armi è sempre stato il modo in cui il mondo dominato dai regimi autoritari e centralizzati ha preteso di risolvere le controversie tra gli stati. Con l’avvento delle democrazie, e soprattutto grazie al benessere generale permesso dal progresso industriale e tecnologico, l’umanità ha scoperto che in tempo di pace si può prosperare in tanti, senza il pericolo di dover affrontare lunghe e inutili guerre. Lo ha imparato l’Europa, che durante gli ultimi otto decenni di pace si è del tutto disabituata alla stessa idea del conflitto armato, avendo continuato a prosperare – con i dovuti distinguo – in modo pacifico. Non così Gli Stati Uniti e la Russia, che non hanno mai perso l’abitudine all’uso delle armi – dentro fuori del proprio territorio – e questo fa paura agli europei.
Ma siamo sicuri di poter addossare tutte le colpe ai “cattivi” Stati Uniti e Russia, e alleggerire l’Europa di qualunque responsabilità? Paradossalmente, la nascita dell’Unione monetaria europea ha affievolito (e di molto) i modelli democratici venuti fuori nel secondo Dopoguerra, creando un modello “semi-autoritario” di Europa, plasmato ad immagine e somiglianza di alcuni paesi e a discapito di altri. Una simile architettura, così ostinatamente priva di equilibrio, ha già determinato il progressivo accentramento della ricchezza nelle mani di un numero esiguo di persone in rapporto alla popolazione, nonché l’impoverimento della classe media, tradizionale ossatura di ogni vera democrazia. Ebbene, se guardiamo ai decenni trascorsi dopo il 1945, ci accorgiamo che il lungo periodo di pace che ne è seguito ha eretto le sue fondamenta nella iniziale ridistribuzione del reddito a beneficio della classe media, avvenuta fino a tutti gli anni ’80. Pertanto, il legame tra guerra e cattiva distribuzione del reddito – o se vogliamo il legame tra pace e maggiore equità nella redistribuzione dei redditi – conferma la sua validità anche oggi. La stessa Russia è un paese dove pochissimi ultra-ricchi, tutti alla corte del re Putin, dominano una società fondamentalmente povera, dove la classe media è molto sottile.
In sintesi, la guerra in corso, ufficialmente ancora ristretta a livello locale, ci rivela in tutta la sua chiarezza che ci si sta pericolosamente avvicinando alla stessa situazione internazionale che ha generato il primo e il secondo conflitto mondiale: classe media inesistente o ridotta ai minimi termini, ricchezza concentrata nelle mani di una minima percentuale della popolazione, classe politica alla ricerca di privilegi e completamente scollata dalle istanze della popolazione, inflazione elevata e tendente all’aumento, con l’aggiunta del fenomeno moderno – del tutto conseguenziale – della scarsa partecipazione al voto. Non ci sono più i monarchi assoluti e i dittatori in uniforme militare, ma in compenso il costo della guerra continua a pagarlo la popolazione, esattamente come nella prima e seconda guerra mondiale. Le bollette energetiche quintuplicate e l’inflazione al 10% hanno sostituito, in quanto a finanziamento del conflitto, la donazione allo stato delle fedi nunziali e le obbligazioni di guerra.
A conferma della delicatezza del momento c’è l’annuncio della Francia che si prepara al razionamento. “Purtroppo, dobbiamo prepararci al razionamento dell’elettricità alle imprese”, ha detto la premier francese, Elisabeth Borne, parlando davanti al Congresso del Medef, la Confindustria d’Oltralpe. Da qui l’urgenza di un piano europeo per l’energia. “L’impennata dei prezzi dell’elettricità mostra chiaramente i limiti dell’attuale funzionamento del mercato che era stato concepito in un contesto molto diverso”, ha spiegato la Von der Leyen. Il tema della continua impennata dei prezzi del gas e della necessità di una riforma del mercato sarà oggetto di discussione nella riunione di emergenza dei ministri dell’Energia dell’Ue che si terrà a Praga il 9 settembre.
In Italia, la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, nel suo intervento alla manifestazione di FdI di Catania con il presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci e il candidato presidente del Centrodestra alle Regionali, Renato Schifani, ha dichiarato “Io sono per le utenze di cittadinanza, non per il reddito. Perchè i cittadini non possono restare senza energia a casa. Chiamiamo tutti a raccolta e mettiamo a confronto tutte le nostre idee. Domani sono pronta ad andare in Parlamento per discutere del taglio del costo delle bollette. Lo Stato può tagliare le imposte sulle bollette per esempio…”. Invece secondo il leader di Italia Viva Matteo Renzi, intervenuto alla presentazione dei candidati di Azione e Italia Viva in Lombardia, “La Russia sta gestendo questa vicenda con abilità malevola nei confronti dell’Europa” ed è chiaro che “sta utilizzando la questione energetica come elemento di pressione politica e quasi militare. E’ un pezzo della propria strategia”. Per questo “noi
siamo d’accordo a fermarci e metterci attorno a un tavolo” con il presidente Mario Draghi e le altre forze politiche così come proposto da Carlo Calenda. Renzi registra “ieri i primi segnali di apertura rispetto alla proposta avanzata da Carlo”, accogliendoli con favore dato che “questo è il tema vero dei prossimi 12 mesi”. Dopodichè si scaglia contro chi, da “ipocrita”, “oggi chiede a Draghi di risolvere il problema dopo averlo mandato a casa”. Renzi infine ribadisce la posizione del terzo polo: “L’unico modo per affrontare il tetto al costo gas è europeo” perciò “l’Europa deve darsi svegliata”. Certo, conclude, “se avessimo Draghi al tavolo sarebbe stata un’altra storia”.
“Abbiamo due tsunami che arrivano contemporaneamente: quello energetico e quello finanziario”. Lo dice, in un’intervista al Corriere della sera, il leader di Azione Carlo Calenda. Il segretario di Azione sottolinea che “la Fed continuerà ad alzare i tassi per combattere l’inflazione e ciò porterà ad una revisione della politica della Bce. Saremo meno protetti”. Sul fronte dell’energia, Calenda dice che “sarebbe meglio non fare un nuovo scostamento di bilancio, ma mi rendo conto che i margini di manovra sono limitatissimi. Per dimezzare il costo delle bollette e aiutare le imprese serve sganciare il prezzo delle rinnovabili non contrattualizzate dal prezzo del gas, serve un obbligo di legge del Gse. Bisogna anche sospendere i certificati Ets sulle emissioni di Co2 e mettere dieci miliardi su imprese e gasivore ed energivore”, aggiunge Calenda.
Giancarlo Giorgetti, in una intervista al Corriere della Sera , afferma “Essere in carica per gli affari correnti non significa non avere poteri. Credo di essere stato il primo a sollevare il problema dell’energia più di un anno fa. Oggi bisogna rispondere senza aspettare i due mesi che serviranno per avere un nuovo governo. Sarebbe un disastro economico e sociale”. “Mi pare che Matteo Salvini – aggiunge – abbia visto giusto nel chiedere un armistizio in campagna elettorale. Tutti devono porsi il problema di come affrontare questo frangente”. “Abbiamo dichiarato una guerra commerciale alla Russia – afferma Giorgetti – con le sanzioni, usando meccanismi economici con un obiettivo politico
sacrosanto: difendere la libertà. Intanto però, di fronte alla risposta russa alle nostre sanzioni, continuiamo a usare meccanismi strettamente di mercato. Non capiamo che quei meccanismi sono utili in tempo di pace, ma falliscono in tempo di guerra”. Oggi “il prezzo del gas è legato al Ttf di Amsterdam, un piccolo mercato speculativo che Vladimir Putin si diverte a far impazzire. Questo è un finto sistema di mercato, così come lo è l’ostinazione in Europa nel tenere il prezzo dell’elettricità agganciato a quello del gas benchè tanta energia elettrica sia prodotta da altre fonti molto meno costose. Questi sono sistemi concepiti per funzionare in tempo di pace, non di guerra. Perciò l’Italia chiede un tetto europeo al prezzo del gas e di sganciare quest’ultimo dalle tariffe elettriche”.
Secondo il vicepresidente e coordinatore unico di Forza Italia, Antonio Tajani, nel corso di una intervista a “Non Stop News” su RTL 102.5, un’idea per contenere gli aumenti del costo dell’energia “potrebbe essere quella di far pagare le bollette come l’anno scorso, con il sovrapprezzo a carico dello Stato. Bisogna valutare se si può fare senza fare altro debito, se si possano trovare fondi in altro modo”, altrimenti “uno scostamento di bilancio potrebbe essere necessario”. “In questo momento così difficile tutte le famiglie sono in difficoltà, non solo quelle meno abbienti, anche quelle del ceto medio. E dobbiamo assolutamente impedire che le imprese chiudano. Non è una questione che può essere rimandata al prossimo governo”. (ITALPRESS)
Qualunque sia la causa che ha innescato la volontà di Mario Draghi di cedere alla crisi di governo e farci piombare in una campagna elettorale fuori stagione, prima di prendere una posizione – tra quelle elencate prima – forse è meglio riflettere su ciò che sta accadendo nel Regno Unito, le cui problematiche post-Brexit dovrebbero convincere i più accesi sostenitori della “Italexit” che, per gli italiani, uscire dall’UE sarebbe un evento piuttosto difficile da gestire, soprattutto se a gestirlo dovrebbe pensarci una classe dirigente che finora è stata cronicamente incapace di riformare in profondità le nostre istituzioni sociali ed
economiche. Pertanto, se l’ingresso nell’unione monetaria alle condizioni stabilite dal Trattato in vigore può ritenersi, a ragion veduta (ma con il senno del poi), una scelta scellerata, altrettanto scellerato sarebbe pretendere di uscirne pensando che in fondo il sistema economico italiano non è poi così diverso da quello del Regno Unito, e senza aver prima tentato di cambiare le cose dall’interno, chiedendo con forza di rinnovare i termini del Trattato e di abbandonare l’ottica della supremazia del Nord Europa sui paesi del Sud Europa, che tanto piace ai c.d. paesi frugali.
Il principio alla base di questo approccio è indubbiamente bello, come tutti i principi positivi: una vera unione dei popoli europei, sotto forma di unico sistema politico, sociale e fiscale, rafforzerebbe tutti gli stati aderenti, che ancora oggi compongono un semplice agglomerato di stati divisi tra loro da confini sociali ed economici invalicabili. Il principio, tuttavia, oggi si scontra con la realtà. Provate, per esempio, a pronunciare ad alta voce i termini “spirito europeo”, oppure “civiltà europea” o meglio ancora “popolo europeo”, e vi renderete conto all’istante che si tratta di una terminologia per nulla familiare, inusuale, mai letta nei quotidiani né ascoltata dagli speaker dei media di qualunque canale. Al contrario, “popolo americano”,
“civiltà americana” e “spirito americano” suonano molto familiari persino a noi che americani non siamo mai stati, poiché il legame federativo che lega gli Stati Uniti è conosciuto in tutto il mondo. Ciò accade perché il popolo americano esiste davvero, mentre il “popolo europeo” no, frammentato com’è in millenni di storia da lingue e tradizioni profondamente diverse tra loro. Una integrazione, però, sarebbe possibile – con lo stesso principio si è “fatta l’Italia”, terra ancora oggi dai mille idiomi – ma non si fa nulla per cercarla, poiché non è nei piani di chi ha concepito questo sottoprodotto di federazione tra stati, svantaggiosa per molti paesi aderenti e destinata al fallimento senza il necessario “upgrade” verso una unione che sia anche fiscale e soprattutto popolare.
Qualcuno potrebbe obiettare che il metro di paragone utilizzato, e cioè la civiltà americana come la conosciamo oggi, poggia le fondamenta della sua nascita sull’annientamento della civiltà dei nativi, trucidati a decine di migliaia dai coloni spagnoli in Sudamerica e dai discendenti di quelli inglesi in Nordamerica, nonchè sulla tratta degli schiavi; in Europa, invece, i discendenti dei nativi vivono ancora oggi, rinnovando salde tradizioni familiari e sociali. Eppure, anche noi abbiamo avuto il nostro sterminio, portato avanti con crudeltà ottanta anni fa proprio da chi oggi guida le sorti dell’Unione Europea e dell’Italia, in conseguenza di un beffardo “ricorso storico” – pacifico, questa volta – assolutamente incidentale, ma che fa riflettere. Infatti, l’Europa di oggi è basata sulla evidente supremazia dei paesi c.d. frugali – Germania in primis – ed è innegabile che un sistema economico fragile – come lo è una Unione semplicemente monetaria – non può durare se è basato sulla supremazia di alcuni aderenti a svantaggio di altri; e se lo si vuole far durare, quel sistema deve essere modificato periodicamente nelle sue fondamenta.
Diversamente, paesi come l’Italia e la Spagna, per fare un esempio, corrono il rischio costante di subire il medesimo trattamento riservato alla Grecia, di cui nei giorni scorsi si è fatto un gran parlare. La Grecia, infatti, è finalmente uscita (lo scorso 20 agosto) dal programma di sorveglianza rafforzata della Commissione Europea, operativo da dodici anni per vigilare sulle riforme adottate dopo il piano di “salvataggio” da parte dei creditori internazionali. Qualcuno avrà notato i toni trionfalistici che hanno accompagnato i comunicati stampa provenienti dagli ambienti della Bce e della Commissione europea. C’è chi ha parlato di ”giornata storica” e di “percorso dolorosamente necessario, adottato per evitare l’isolamento del Paese in Europa”, e chi, come il commissario europeo Paolo Gentiloni, che ha affermato ”…. dobbiamo mostrare la stessa solidarietà e unità mentre navighiamo nelle acque agitate in cui stanno entrando le nostre economie”.
Peccato che agli ellenici non fu offerta alcuna solidarietà, ma solo un cinico aut-aut per pagare i debiti alle banche ed evitare così un default in stile Argentina. Infatti, i 241 miliardi dei tre piani di prestiti alla Grecia – dal 2010 al 2018 – sono serviti a salvaguardare gli investimenti delle banche francesi e tedesche (l’esposizione di quelle italiane era minima), che una uscita della Grecia dall’Unione Europea avrebbe ridotto quasi a zero. Solo 9,7 miliardi di euro sono stati messi a bilancio dal governo greco a beneficio dei cittadini, mentre 86,9 miliardi di euro sono stati utilizzati per rimborsare vecchi debiti, 52,3 miliardi per il pagamento degli interessi e 37,3 miliardi per la ricapitalizzazione delle banche elleniche.
Oggi, chi è tornato in Grecia dopo un po’ di tempo dalla prima volta, non può fare a meno di accorgersi dell’inesorabile declino di un paese umiliato e depredato. Qualche dato può aiutare a capire meglio la situazione. La disoccupazione, dopo aver raggiunto il picco del 27,5% nel 2013, sfiora oggi il 13%, il più alto tra i paesi dell’Unione Europea (dove la media è al 6,5%). Circa il 40% dei giovani sotto i 24 anni non ha un lavoro, e lo stipendio medio di un dipendente del settore privato non supera i 900 euro; la contrattazione collettiva è stata abolita per legge, e la media delle pensioni attuali è inferiore ai 700 euro mensili, con un calo medio del 45% dal 2010.
Il potere d’acquisto delle famiglie greche è diminuito del 25% nello stesso periodo, e la povertà è talmente diffusa che migliaia di persone rinunciano ogni anno ad ereditare gli immobili dei genitori perché non possono permettersi di pagare sia le tasse di successione che quelle annuali gravanti sulle case. Chi poteva, in Grecia, è fuggito all’estero: oltre 500.000 greci – su un totale di circa 11 milioni, ossia il 4,5% della popolazione – sono emigrati, soprattutto giovani e laureati, prevalentemente in Australia, Russia, Cina e persino in Iran. Il debito della Grecia viaggia al 200% del Pil, la spesa pubblica è diminuita del 25%; c’è anche la fuga dei medici dagli ospedali, e il sistema sanitario non potrebbe sopravvivere senza gli sforzi dei volontari, come nei campi profughi del Terzo Mondo. A causa della corruzione dilagante, i posti letto negli ospedali pubblici greci si “vendono” a tremila o quattromila euro, sennò si può anche morire durante un’attesa che dura diversi mesi.
A ben vedere, quasi tutte le regioni italiane del Meridione hanno diversi punti in comune con la Grecia di oggi, in quanto a povertà, migrazione giovanile, corruzione e Sanità allo sfascio, e molte famiglie riescono a vivere solo grazie al reddito di cittadinanza. L’aumento dei prezzi al consumo, poi, sta colpendo proprio queste fasce disagiate della popolazione, soprattutto al Sud. La soluzione al problema italiano, pertanto, passerebbe certamente dalle riforme strutturali non ancora fatte, ma anche dal riscatto economico delle regioni del Sud Italia, bisognose di investimenti nelle infrastrutture – dalla rete autostradale
all’alta velocità – nelle scuole e soprattutto negli ospedali, dove mancano migliaia di posti letto e dove morire di malasanità è una circostanza che tutti mettono in conto al momento in cui varcano la soglia di un pronto soccorso. L’aumento del Pil derivante dagli investimenti massicci nel Sud Italia, da solo, sarebbe capace di risollevare la domanda interna e i consumi nel lungo periodo, sostenendo la produzione industriale. Sfortunatamente, le menti illuminate che guidano l’Italia fin dall’ingresso nell’UE hanno preferito fare del nostro Paese un semplice mercato di sbocco, unito alla Grecia da un viaggio di sola andata.
Secondo Eurostat il tasso di inflazione annuale dell’Eurozona si è attestato all’8,9% a Luglio, ed è in aumento rispetto all’8,6% di Giugno (l’anno scorso era del 2,5%), mentre nell’area Euro l’indice è al 9,8%. In Italia, l’inflazione armonizzata a Luglio cala all’8,4% dall’8,5% di Giugno, e rimane sotto la media dell’Eurozona (8,9%), ma tassi annualizzati più bassi sono già riscontrabili in Francia e Malta (entrambi con il 6,8%), mentre i più alti sono stati registrati in Estonia (23,2%), Lettonia (21,3%) e Lituania (20,9%). La stessa Bce, per bocca del comitato esecutivo, vede un quadro in peggioramento per la crescita nell’area euro e non esclude la possibilità di entrare in una recessione tecnica; e se anche entrassimo in recessione, secondo la Bce sarebbe abbastanza improbabile che le pressioni inflazionistiche scendano da sole, poiché lo shock da offerta sta rallentando la crescita, ma la minore domanda di beni derivante da tale rallentamento non è sufficiente a indebolire l’inflazione.
Il bilancio mese su mese, comunque è negativo: rispetto a giugno, l’inflazione è diminuita in sei Stati membri, è stabile in tre ma è aumentata in diciotto. Questo accade perché le economie di ogni paese membro reagiscono in modo diverso a seconda del proprio livello di dipendenza energetica. L’Italia, in tal senso, sconta la miopia della pessima classe politica degli ultimi trent’anni anni, che ha snobbato completamente il problema, favorendo di fatto gli interessi degli altri paesi europei, come la Francia, in campo petrolifero. Infatti, storicamente Parigi vanta uno strapotere nell’area nordafricana per via del colonialismo, ed è opinione ampiamente
condivisa che senza il volere del governo francese di quell’epoca il leader libico Muammar Gheddafi non sarebbe mai stato deposto, anche perché quest’ultimo ha pagato soprattutto il rifiuto di eseguire diversi contratti d’affari che aveva stipulato proprio con la Francia. Da qui l’intervento diretto manu militari di Sarkozy e il caos in cui versa il paese nordafricano dopo la sua mancata rielezione alla presidenza. Dopo la deposizione di Gheddafi, comunque, i giganti energetici Gdf-Suez (oggi ENGIE) e Total si sono fatti largo – come era prevedibile – a suon di acquisizioni e partecipazioni societarie, che hanno consentito alla Francia di raggiungere una produzione di oltre 400mila barili al giorno, superando l’italiana ENI, anch’essa titolare di contratti petroliferi in Libia.
Questa serie di circostanze, aggravate prima dalla interruzione delle catene di approvvigionamento generata dalla pandemia e poi dal conflitto armato NATO/Ucraina/Russia, ha messo a nudo i problemi dell’Italia, che è uno dei Paesi europei con la più alta dipendenza energetica dall’estero: nel 2021, infatti, le importazioni da altri Paesi di combustibili fossili, ovvero petrolio, gas e carbone, hanno coperto ben il 77% del fabbisogno nazionale, a fronte del 23% soddisfatto dalla produzione nazionale (per la maggior parte costituita da fonti rinnovabili). Proprio la Russia, da sola, copre il 25% del nostro
fabbisogno, con il 40% delle importazioni di gas, il 12% di quelle di petrolio e ben il 52% di quelle di carbone. A seguire, l’Algeria contribuisce con il 15%, l’Azerbaigian con il 13%, la Libia con il 9%, l’Iraq con il 6%, il Qatar e l’Arabia Saudita con il 4%, gli Usa con il 3% e la Nigeria con il 2%. A ben vedere, si tratta di Paesi con regimi autoritari, oppure con problemi di instabilità politica o addirittura di guerre civili interne, per cui c’è poco da stare allegri sull’affidabilità nel tempo dei contratti di fornitura.
Relativamente agli USA – che di guerre se ne intende parecchio – dalle minute della Fed è emerso che il mantenimento della massima occupazione e l’abbassamento del tasso di inflazione al 2% potrebbe comportare ulteriori rialzi dei tassi, il cui ammontare dipenderà dai dati macro. Queste affermazioni lasciano un certo spazio ad un rallentamento del ritmo di crescita dei tassi, anche perché la Federal Reserve è già intervenuta ritoccando verso l’alto i tassi con una certa enfasi, che ha permesso di registrare una lieve contrazione dell’inflazione. Un altro rialzo di 75 punti base vede il favore di alcuni presidenti regionali della Fed, ed anche i più cauti si pronunciano per nuovi incrementi che non vanno al di sotto di 50 punti base, riferendosi ad eventuali aumenti di 75 bps come “ragionevoli”. La Fed, infatti, deve raffreddare on solo i consumi, ma anche il mercato del lavoro, dal momento che oggi ci sono quasi due posti di lavoro per ogni lavoratore disponibile.
In ogni caso, l’inflazione statunitense – sia “headline” che “core” – si è ridimensionata nel mese di luglio, e il mese di giugno segnerà probabilmente il picco del tasso di inflazione globale su base annua. Pertanto, il fatto che l’inflazione si modererà è dato per scontato da qualunque sondaggio, come quello condotto dal Wall Street Journal fra 75 economisti, i quali – tutti e 75 – prevedono un’attenuazione dell’inflazione rispetto al livello attuale, ma c’è disaccordo sulla misura di tale attenuazione. Infatti, l’intervallo delle previsioni per il 2023 va dallo 0,0% al 5,3%, mentre per il 2024 l’intervallo è compreso tra lo 0,3% e il 4,1%. Anche i sondaggi dell’Università del Michigan e della Fed di New York sulle aspettative di inflazione registrano un intervallo così ampio tra le opinioni degli economisti intervistati. Il problema è che le aspettative di inflazione misurate dai sondaggi possono rivelare dati distorti e confusi poichè fortemente influenzati dalla volatilità dei prezzi dei prodotti alimentari e dell’energia, ossia i due principali contributori dell’indice dei prezzi al consumo di ogni paese.
Nel frattempo, gli effetti nefasti della Brexit si fanno sentire nel Regno Unito, dove l’inflazione sta mettendo in ginocchio gli inglesi e non accenna a rallentare. Secondo la Banca d’Inghilterra, il picco inflattivo sarà registrato ad ottobre, e il timore di una recessione profonda sono molti. L’economia inglese, infatti, è appesantita anche dall’aumento del prezzo dei generi alimentari, generato dalla loro produzione – il Regno Unito importa moltissime derrate alimentari dall’estero – e soprattutto dal loro approvvigionamento per via del divorzio dall’UE. E così, le cassandre che avevano annunciato le conseguenze nefaste della Brexit
possono finalmente cantare vittoria, ma relativamente alle materie prime energetiche gli inglesi detengono un buon livello di indipendenza – grazie alla British Petroleum – e non sono quindi importatori netti. Pertanto, pare che nel continente europeo l’Inghilterra sarà la prima ad entrare in recessione reale (non solo tecnica), e probabilmente la prima a uscirne. Tuttavia, l’inflazione potrebbe stabilizzarsi a livelli medio-alti per lungo tempo, e questo costringe gli inglesi a rivedere i programmi di finanza pubblica adattandosi a circostanze che non si vedevano da decenni.
Sono numeri preoccupanti, comunicati quasi con rassegnazione, ma è sbagliato attribuire a questo fenomeno una natura squisitamente occupazionale, poiché esso rappresenta un abbrivio socio-economico che nessuno è stato in grado di controllare, e che produrrà i suoi effetti per decenni sul tessuto industriale dell’economia italiana, rivoltandolo come un calzino. Infatti, attraverso un progressivo disimpegno sui territori e il mancato rinnovo delle risorse umane in età pensionabile, le banche stanno facendo mancare soprattutto il fondamentale ruolo di impulso sociale ed economico che gli viene universalmente riconosciuto dalle leggi nazionali ed internazionali, e questo argomento non può essere sottovaluto dalla comunità finanziaria mascherando le chiusure indiscriminate di sportelli bancari da “esigenze di riorganizzazione industriale di settore”.
Provate ad andare in un piccolo centro, dove l’unico sportello presente è stato appena chiuso, e troverete utenti presi da profondo smarrimento e disagio personale. La riduzione delle filiali, in particolare, è un evento che produce effetti negativi alla clientela più in avanti con l’età, che ha scarsa dimestichezza con gli strumenti digitali e con l’accesso ad Internet. Inoltre, il cambiamento del modello di business delle banche, oggi incentrato quasi esclusivamente sulla vendita di prodotti finanziari e assicurativi e poco o niente sul credito in generale, agisce pesantemente sul sistema produttivo italiano, poiché fa venir meno il supporto funzionale che nei decenni passati aveva permesso al tessuto di piccole e medie imprese di crescere e dare struttura stabile e robusta all’imprenditoria nostrana.
Pertanto, è anche responsabilità del settore bancario – e non solo della pessima classe dirigente espressa dalla nostra politica dagli anni ’90 del secolo scorso in poi – se l’economia italiana ha fatto enormi passi indietro negli ultimi trent’anni, e soprattutto dopo la grande crisi del 2008 partita dagli USA. Ciò che è accaduto, infatti, non è una semplice e ciclica “stretta creditizia”, ma una vera e propria “Rivoluzione del credito”, di cui nessuno parla ma che tutte le famiglie e molte piccole aziende sentono sulla propria pelle, vittime come sono di un sistema bancario che non stimola l’economia ma si concentra esclusivamente sui percettori di redditi medio-alti e sulle grandi imprese.
Si tratta, in sintesi, di un circolo vizioso: maggiore sarà l’attenzione che le banche dedicheranno al settore dei risparmi, maggiore sarà la “stretta creditizia” su prestiti alle aziende e alle famiglie (sempre più indebitate), e minore sarà il reddito complessivo derivante dagli occupati nelle attività produttive medio-piccole, molte delle quali nel frattempo chiuderanno i battenti. Solo una inversione di questo “circuito” potrebbe evitare di far trasformare definitivamente il sistema industriale del nostro Paese in una economia dominata dalle grandi corporation, dove le piccole aziende, un tempo floride proprio grazie al credito bancario, gradualmente scompaiono. In tal senso, la chiusura di sportelli bancari dai piccoli centri – soprattutto del Sud Italia – allontana sia le imprese che le famiglie dal circuito della finanza e del credito, spingendole spesso tra le braccia della criminalità organizzata; quest’ultima, infatti, vive e si arricchisce grazie alle attività finanziarie illegali mascherate da imprese legali che hanno una “storia” nel territorio e sono state acquisite dalla criminalità una volta cadute in bassa fortuna, per motivi di pura sussistenza.
Anche all’Unione Europea, nel caso della guerra scatenata dai russi in Ucraina, va un premio particolare, quello del peggior attore non protagonista. Il conflitto tra NATO/Ucraina e Russia, infatti, vede prevalere la linea degli USA, che in fatto di guerre fanno sempre da padroni in casa d’altri, com’è loro stile. Solo che questo atto di invadenza internazionale rivela in modo spietato l’estrema debolezza di una Europa che, con l’attuale configurazione non è “né carne né pesce”, e adesso ha bisogno come l’aria di trovare quella identità unitaria che in questi frangenti avrebbe permesso di non lasciare il campo libero a chi, da oltreoceano, deve pagare dazio all’industria degli armamenti e al peggiore dei business che la mente umana potesse concepire dopo la tratta degli schiavi.
Il mercato delle armi, sotto certi aspetti, ha caratteristiche molto simili a quello delle scorte di cibo a lunga conservazione e di medicine che ogni paese deve stivare nei magazzini della Protezione Civile, in caso di emergenza alimentare derivante, ad esempio, da una calamità naturale. Allo stesso modo, ogni paese del mondo spende una percentuale variabile del proprio PIL per gli armamenti, stipati nei depositi militari allo scopo di approntare una difesa del territorio in caso di emergenza militare, come quella di dover fronteggiare un’aggressione da parte di un altro paese. Pertanto, sia le scorte di cibo che le scorte di armi vengono accantonate rispondendo al principio di prudenza, nella speranza di non doverle usare mai, e non in base al “principio di belligeranza”, che la totalità degli abitanti del pianeta ha imparato nel tempo a conoscere e a rifiutare.
Per quanto detto sopra, va da sé che nessun paese può permettersi né di provocare una carestia o una calamità naturale, né di provocare un conflitto armato, dovendosi affidare alla diplomazia e al compromesso, senza dare sfogo agli interessi privati di chi vorrebbe vendere agli stati sempre più scorte di cibo e sempre più armi. Questi principi – talmente semplici che li capirebbe anche un bambino di prima elementare – sembrano essere stati traditi del tutto sia da chi ha materialmente scatenato il conflitto sul campo – che non coincide esattamente con la guerra, cominciata prima – sia dai paesi che hanno appoggiato con singolare prontezza la donazione di armi all’Ucraina e, in tal modo, hanno consentito di allungare i tempi del conflitto e di aumentare il numero delle vittime civili, evidentemente ritenute “sacrificabili” in nome di oscuri – nemmeno tanto – interessi di bottega.
Del resto, già con la crisi ucraina del 2014 Cina e Russia avevano riscoperto una comune agenda politica ed economica, nonché la necessità di contenere l’invadenza americana nei paesi della ex cortina di ferro. La cosiddetta “primavera ucraina” aveva portato alla luce la collaborazione tra Pechino e Mosca rimasta un pò nell’ombra, consistente nella cooperazione militare, nello scambio di materie prime energetiche e nel commercio. In quella occasione, peraltro, i rapporti di collaborazione nel campo della politica internazionale svelavano una chiara convergenza su Iran, Palestina e Corea del Nord. In più, i rispettivi sistemi economici di Cina e Russia sono accomunati dal fatto che lo stato controlla sia la finanza che i settori strategici come i giacimenti di gas e petrolio. L’interscambio commerciale tra i due paesi è destinato a un’ulteriore accelerazione con l’import cinese di gas siberiano previsto nei prossimi anni, ma la Cina è già oggi il primo partner commerciale della Russia, e quest’ultima è il primo esportatore di energia in Cina.
A breve, per completare il quadro dei fallimenti americani (ed europei) di politica internazionale, sarà il turno dell’India, che con i suoi 1,4 miliardi di abitanti – e altri cinquanta milioni sparsi per il mondo – rappresenta un mercato di sbocco troppo importante anche per la Russia. Infatti, per via del conflitto scatenato in Ucraina, l’Unione Europea nel prossimo futuro non importerà più combustibili provenienti dai giacimenti siberiani. In risposta a ciò, il Cremlino ha deciso di puntare anche sull’India, nazione più popolosa del mondo e partner strategico di vecchia data. In tal modo, si profila tra Mosca e Nuova Delhi una più intensa collaborazione energetica, che rinsalderà i rapporti esistenti fin dai tempi dell’Unione Sovietica.

L’Eurosistema mira a decarbonizzare gradualmente le proprie consistenze di obbligazioni societarie, seguendo un percorso in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Al tal fine, l’Eurosistema orienterà queste consistenze in favore di emittenti con migliori risultati sul piano climatico reinvestendo i considerevoli rimborsi attesi nei prossimi anni. Migliori risultati dal punto di vista climatico saranno misurati in termini di minori emissioni di gas serra, obiettivi di riduzione del carbonio più ambiziosi e una migliore informativa in relazione al clima. La Bce si attende che le misure siano applicate a partire da ottobre 2022; poco prima saranno comunicati maggiori dettagli. Inoltre, dal primo trimestre del 2023 la Bce inizierà a pubblicare con cadenza regolare informazioni di carattere climatico sulle consistenze di obbligazioni societarie.
L’Eurosistema limiterà la quota di attività emesse da soggetti con un’impronta di carbonio elevata che possono essere stanziate a garanzia dalle singole controparti nelle operazioni di rifinanziamento dell’Eurosistema. Il nuovo regime di limiti è inteso a ridurre i rischi finanziari connessi al clima in tali operazioni. Questa misura sarà applicata secondo le attese prima della fine del 2024, purchè sussistano i presupposti tecnici necessari. Per incoraggiare le banche e le altre controparti a prepararsi per tempo, l’Eurosistema sottoporrà a test il regime di limiti prima della sua effettiva applicazione. In aggiunta, a partire da quest’anno l’Eurosistema terrà conto dei rischi climatici nel riesame degli scarti applicati alle obbligazioni societarie stanziate a garanzia. L’Eurosistema accetterà in garanzia per le proprie operazioni di rifinanziamento soltanto attività negoziabili e crediti di imprese e debitori conformi alla direttiva relativa alla comunicazione societaria sulla sostenibilità (CSRD), una volta attuata pienamente.
Poichè il recepimento della CSDR (Central Securities Depository Regulation, n.d.r.) ha subito ritardi, i nuovi criteri di idoneità dovrebbero applicarsi a partire dal 2026. L’Eurosistema affinerà ulteriormente i propri strumenti e le proprie capacità di valutazione per cogliere meglio i rischi climatici. Ha inoltre stabilito una serie di standard minimi comuni su come i sistemi di valutazione interni delle banche centrali nazionali dovrebbero integrare i rischi climatici nei loro rating. Questi standard entreranno in vigore alla fine del 2024.
Relativamente all’economia italiana, i dati ci dicono che si sta dimostrando resiliente alla guerra in Ucraina, alle strozzature dell’offerta e all’aumento dei prezzi delle materie prime, e dovrebbe continuare a crescere nel primo trimestre del 2023 dopo i dati “rassicuranti” del Pil del secondo trimestre. Lo ha detto il direttore generale della Banca d’Italia, Luigi Federico Signorini, in un’intervista a Mni-Market News. “Dal 2021, i dati consuntivi tendono a sorprendere positivamente rispetto alle previsioni degli analisti, confermando la buona performance complessiva dell’economia italiana in questi tempi difficili”, ha detto Signorini, indicando i dati pubblicati la scorsa settimana che confermano la crescita del Pil all’1% nel secondo trimestre rispetto al primo. Signorini si è detto fiducioso che la crescita dovrebbe continuare nel 2023, in linea con le recenti previsioni della Commissione Europea e del Fondo Monetario Internazionale. (ITALPRESS).







