Il Consiglio direttivo della Bce ha deciso di adottare misure specifiche per integrare il cambiamento climatico nell’assetto di politica monetaria dell’Eurosistema. L’Economia italiana si dimostra resiliente rispetto alle avversità di questo periodo.
(ITALPRESS) Il Consiglio direttivo della Bce ha deciso di adeguare le consistenze di obbligazioni societarie nei portafogli detenuti per finalità di politica monetaria e il sistema delle garanzie dell’Eurosistema, di introdurre obblighi di informativa relativi al clima e di migliorare le prassi di gestione dei rischi. Queste misure sono concepite in piena compatibilità con l’obiettivo primario dell’Eurosistema di mantenere la stabilità dei prezzi. Mirano a tenere in maggiore considerazione il rischio finanziario connesso al clima nel bilancio dell’Eurosistema e a sostenere la transizione verde dell’economia in linea con gli obiettivi di neutralità climatica dell’UE.

Le misure intendono anche incentivare le imprese e le istituzioni finanziarie ad accrescere la trasparenza in merito alle loro emissioni di carbonio e a ridurle. “Con queste decisioni traduciamo il nostro impegno per la lotta al cambiamento climatico in un’azione tangibile”, dichiara la presidente della Bce Christine Lagarde. “Nell’ambito del nostro mandato, stiamo compiendo passi concreti per integrare il cambiamento climatico nelle operazioni di politica monetaria. E seguiranno altre iniziative, nel quadro della nostra agenda per il clima in divenire, per allineare le nostre attività agli obiettivi dell’Accordo di Parigi“, aggiunge.
L’Eurosistema mira a decarbonizzare gradualmente le proprie consistenze di obbligazioni societarie, seguendo un percorso in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Al tal fine, l’Eurosistema orienterà queste consistenze in favore di emittenti con migliori risultati sul piano climatico reinvestendo i considerevoli rimborsi attesi nei prossimi anni. Migliori risultati dal punto di vista climatico saranno misurati in termini di minori emissioni di gas serra, obiettivi di riduzione del carbonio più ambiziosi e una migliore informativa in relazione al clima. La Bce si attende che le misure siano applicate a partire da ottobre 2022; poco prima saranno comunicati maggiori dettagli. Inoltre, dal primo trimestre del 2023 la Bce inizierà a pubblicare con cadenza regolare informazioni di carattere climatico sulle consistenze di obbligazioni societarie.
L’Eurosistema limiterà la quota di attività emesse da soggetti con un’impronta di carbonio elevata che possono essere stanziate a garanzia dalle singole controparti nelle operazioni di rifinanziamento dell’Eurosistema. Il nuovo regime di limiti è inteso a ridurre i rischi finanziari connessi al clima in tali operazioni. Questa misura sarà applicata secondo le attese prima della fine del 2024, purchè sussistano i presupposti tecnici necessari. Per incoraggiare le banche e le altre controparti a prepararsi per tempo, l’Eurosistema sottoporrà a test il regime di limiti prima della sua effettiva applicazione. In aggiunta, a partire da quest’anno l’Eurosistema terrà conto dei rischi climatici nel riesame degli scarti applicati alle obbligazioni societarie stanziate a garanzia. L’Eurosistema accetterà in garanzia per le proprie operazioni di rifinanziamento soltanto attività negoziabili e crediti di imprese e debitori conformi alla direttiva relativa alla comunicazione societaria sulla sostenibilità (CSRD), una volta attuata pienamente.
Poichè il recepimento della CSDR (Central Securities Depository Regulation, n.d.r.) ha subito ritardi, i nuovi criteri di idoneità dovrebbero applicarsi a partire dal 2026. L’Eurosistema affinerà ulteriormente i propri strumenti e le proprie capacità di valutazione per cogliere meglio i rischi climatici. Ha inoltre stabilito una serie di standard minimi comuni su come i sistemi di valutazione interni delle banche centrali nazionali dovrebbero integrare i rischi climatici nei loro rating. Questi standard entreranno in vigore alla fine del 2024.
Relativamente all’economia italiana, i dati ci dicono che si sta dimostrando resiliente alla guerra in Ucraina, alle strozzature dell’offerta e all’aumento dei prezzi delle materie prime, e dovrebbe continuare a crescere nel primo trimestre del 2023 dopo i dati “rassicuranti” del Pil del secondo trimestre. Lo ha detto il direttore generale della Banca d’Italia, Luigi Federico Signorini, in un’intervista a Mni-Market News. “Dal 2021, i dati consuntivi tendono a sorprendere positivamente rispetto alle previsioni degli analisti, confermando la buona performance complessiva dell’economia italiana in questi tempi difficili”, ha detto Signorini, indicando i dati pubblicati la scorsa settimana che confermano la crescita del Pil all’1% nel secondo trimestre rispetto al primo. Signorini si è detto fiducioso che la crescita dovrebbe continuare nel 2023, in linea con le recenti previsioni della Commissione Europea e del Fondo Monetario Internazionale. (ITALPRESS).







Nessuna attività di prevenzione, quindi, ma solo un intervento a danni già iniziati, proprio quello che la politica monetaria non deve mai fare. Qualunque banca centrale, infatti, detiene l’onere di agire in anticipo, sulla base degli indicatori economici, in modo da scongiurare gli effetti negativi di una certa congiuntura. Arrivare quando gli eventi che si dovrebbero scongiurare hanno già iniziato a manifestarsi è un contegno tipico della politica, che agisce soltanto di fronte a fatti che, per la loro gravità, richiedono il suo intervento quando sono già accaduti.
Sono questi gli equilibri su cui si regge l’Unione Europea, e difficilmente potranno cambiare finchè la Natura non richiamerà a sé l’attuale classe dirigente, cresciuta a “pane e Germania”; quella stessa Germania che, portando dentro di sé i benefici effetti derivanti dall’unificazione post-sovietica, non ha voluto trasmettere all’Unione Europea il suo stesso esempio politicamente illuminante, pensando che sarebbe stato più conveniente far permanere una certa fragilità economica nei Paesi del Sud Europa come l’Italia, che prima del 2000 era un pericoloso competitor da tenere a bada. Parimenti, da questi equilibri sono derivati gli eventi economici degli ultimi dieci anni e tutte le misure intraprese che, contrariamente al comune sentire, hanno salvato soprattutto Germania e Paesi frugali dallo spettro della disgregazione di questo modello economico a due velocità, tanto conveniente per le economie del Nord.
eguendo questa scia è stato concepito il bluff dello scudo anti-spread. Dopo essere stato annunciato solennemente, il silenzio sul suo effettivo funzionamento – svelato solo qualche giorno fa, a distanza di circa tre settimane – ha fatto intendere a tutti che si sarebbe trattato di una creatura guidata da ciniche finalità politiche, tirata fuori dal cilindro di un prestigiatore che con una mano regge il mazzo di carte, e con l’altra ti distrae per non svelare il suo trucco. Già il giorno successivo all’annuncio, infatti, la sensazione che la Bce non avesse varato nulla di buono si era diffusa nei mercati, i quali hanno continuato imperterriti a penalizzare i BTP e lo spread. Quando, poi, il board della Banca Centrale si è finalmente messo d’accordo su come far pagare pegno all’Italia, le condizioni di utilizzo dello “Scudo” hanno confermato la sua incapacità di raggiungere i suoi obiettivi teorici, e cioè di impedire gli attacchi speculativi contro i titoli emessi dal Meridione d’Europa.
Relativamente a quest’ultimo punto, il governatore di Banca d’Italia Ignazio Visco ha chiarito magistralmente come e quando lo Scudo potrebbe essere chiamato in causa: “se domani cominciamo a vedere 250, 255, 260 e così via, e cioè qualcosa che indica che c’è panico nel mercato, noi agiamo e uccidiamo il panico sul mercato”. Nessuna prevenzione, quindi, ma solo un intervento a danni già iniziati, proprio quello che la politica monetaria non deve mai fare. Qualunque banca centrale, infatti, detiene l’onere di agire in anticipo, sulla base degli indicatori economici, in modo da scongiurare gli effetti negativi di una certa congiuntura. Arrivare quando gli eventi che si dovrebbero scongiurare hanno già iniziato a manifestarsi è un contegno tipico della politica, che agisce soltanto di fronte a fatti che, per la loro gravità, richiedono il suo intervento quando sono già accaduti. Pertanto, il c.d. scudo anti-spread è una mossa di natura politica mascherata da strumento tecnico-economico, peraltro privo della sufficiente efficacia.
Quanta nostalgia del “whatever it takes” di Mario Draghi, con il quale l’ex Presidente del Consiglio improvvisò un discorso per rasserenare gli animi e dichiarò che la Bce “avrebbe fatto tutto ciò che serviva” per difendere la moneta unica. A partire da quel discorso di dieci anni fa, la Bce diventò un po’ italiana, suscitandole proteste della Bundesbank e dell’opposizione, ma l’alternativa alla visione di Draghi sarebbe stata, anche allora, la disgregazione dell’euro, e questo non andava giù ai frugali. Con il meccanismo tracciato dallo Scudo, invece, l’assenza di un percorso di applicazione certo – a titolo di esempio, un livello di spread “di allarme”, a partire dal quale il TPI viene prontamente applicato – e l’ampio margine di discrezionalità nel decidere se attivare il TPI oppure no, farà sì che quando esso verrà invocato l’Italia sarà già in difficoltà e sotto l’assedio dei mercati finanziari, e potrebbe addirittura ritrovarsi nelle condizioni di non poter soddisfare i parametri di applicazione del TPI (quelli descritti al n. 3 e 4), rimanendo così in balia dei ricatti politici dell’Europa e vittima di ulteriori richieste-capestro.
Oltreoceano, l’economia americana è costretta a fare gli slalom tra sostegno alla crescita e contenimento dei prezzi, ma sembra più propensa a combattere l’inflazione preferendo il rischio recessione al rischio inflazione fuori controllo. Anche l’Europa si trova di fronte lo stesso bivio, e se finora non ha accelerato come gli USA è perché le condizioni del contesto economico sono ancora favorevoli. Tuttavia, se la Russia dovesse limitare o bloccare le forniture di gas, anche l’Unione Europea piomberebbe nel medesimo scenario americano, ma senza le stesse capacità di reazione per via della totale inadeguatezza di questa Europa così divisa. L’Italia, in uno scenario del genere, rischia di soccombere nonostante lo Scudo, una finta ”arma di de-frammentazione di massa” che non riesce a rassicurare nessuno. Neanche Mario Draghi, che in fatto di politica monetaria ne sa più di tutti e, alla prima occasione, si è sfilato dal ruolo di Premier per non trovarsi a Settembre “al posto sbagliato nel momento sbagliato”, evitando così di intraprendere la fulminea carriera di capro espiatorio, che in tutta evidenza non gli si addice. 
accompagnando la decisione con l’annuncio di un ulteriore rialzo di 25 punti base in Settembre, magari aggiungendo una chiosa beneaugurante come “a meno che l’inflazione non sia scesa in modo apprezzabile“? Sia il clima generale che le quotazioni ne trarrebbero giovamento, ma sembra che questo cambio di stile – a metà strada tra quello americano e quello inglese – alla Germania non vada proprio giù. Peraltro, il Consiglio direttivo della Bce ha sempre detto che le sue decisioni sarebbero state basate sui dati: di quali altri dati avrebbe bisogno la Bce oltre ad una inflazione vicina al 9%? Forse la Bce ritiene che siano ancora valide le previsioni di un carovita 2022 al 6,8%, del 3,5% nel 2023 e del 2,1% nel 2024? 
Nel frattempo, la lentezza con la quale il c.d. scudo anti-spread viene discusso dal Consiglio Europeo dimostra ciò che avevamo già compreso in occasione del suo annuncio: la Lagarde non ha ancora idea di che sostanza sarà fatto, e certamente non c’è unità di intenti sulle sue caratteristiche. L’Italia, che è il primo “beneficiario naturale” di tale misura, è in preda ad una stranissima crisi di governo – voluta dallo stesso Draghi e dalla sua maggioranza schiacciante, primo e (probabilmente) ultimo caso nella storia della Democrazia – e in queste condizioni il nostro Paese difficilmente avrà voce in capitolo, poichè non sarà in grado di fronteggiare politicamente le ennesime condizioni capestro imposte dall’Europa.
Sono passati circa dieci anni da quando, il 26 luglio 2012, l’allora presidente della Banca centrale europea e attuale campo del Governo italiano, Mario Draghi, pronunciò quel famoso Whatever it takes, che avrebbe dato una svolta alla crisi dell’euro. In quel periodo, i paesi dell’Europa meridionale come Grecia, Italia, Spagna e Portogallo erano afflitti da enormi problemi di rifinanziamento a causa di deficit delle partite correnti persistentemente elevati, dell’andamento del debito pubblico nel periodo precedente la crisi finanziaria e dell’eliminazione dei meccanismi di cambio dovuta all’Unione monetaria europea. Nel giro di pochissimo tempo, i rendimenti dei titoli di Stato italiani a 10 anni schizzarono oltre il 6%. Solo il coraggioso intervento delle autorità politiche e della Banca centrale europea, con al centro l’annuncio del presidente della Bce, a
settembre 2012, di voler acquistare quantità illimitate di titoli governativi degli Stati dell’Ue, riuscì a frenare il massiccio aumento dei rendimenti dei titoli dei Paesi del Sud e a stabilizzare l’economia dell’area dell’euro. “Gli attuali dati sull’inflazione mostrano che ci troviamo di nuovo in un momento whatever it takes”, sottolinea Schmidt. “Con un aumento dei prezzi del 7,9% in Germania a giugno, gli economisti prevedono un’inflazione media del 6,8% nell’area euro per l’intero 2022 e un’inflazione in rallentamento ma ancora elevata nel 2023 a causa degli effetti di base”.
Naturalmente è difficile fare previsioni nell’attuale contesto economico. La crisi ucraina, le misure contro il Covid-19 e le strozzature lungo le catene di approvvigionamento rappresentano un mix difficilmente prevedibile di variabili in costante evoluzione e il desiderio di non spegnere subito la timida ripresa economica dell’area euro dopo la crisi sanitaria è più che comprensibile. Tuttavia, tassi d’interesse di riferimento pari al -0,5% non sono più graditi ad ampie fasce della popolazione, visto l’attuale andamento dell’inflazione, e, nel peggiore dei casi, determineranno una notevole perdita di fiducia e spaccature sociali.
La Banca nazionale svizzera (Bns) ha recentemente dimostrato che esistono alternative, aumentando a sorpresa il tasso d’interesse di riferimento dello 0,5% e portandolo a -0,25%, in risposta a un tasso d’inflazione che a maggio aveva raggiunto il massimo da 14 anni ma che, al 2,9%, resta nettamente inferiore a quello dei vicini Paesi europei. Con questa mossa, l’istituto centrale svizzero anticipa la Banca centrale europea, che probabilmente annuncerà un primo rialzo dei tassi dello 0,25% nella prossima riunione di luglio. Se la Bns non avesse alzato i tassi, il franco svizzero si sarebbe probabilmente svalutato in misura significativa, alimentando ulteriormente le pressioni inflazionistiche con l’aumento dei prezzi delle importazioni.
Per sottolineare ulteriormente la posizione della Bns, il presidente dell’istituto, Thomas Jordan, ha indicato che in futuro continuerà a monitorare l’andamento dei mercati dei cambi e, se necessario, interverrà vendendo titoli di Stato dell’area euro, Bund in primis, al fine di rafforzare il franco svizzero. “La svolta di politica monetaria è arrivata”, è convinto Schmidt. La Federal Reserve statunitense ha recentemente innalzato dello 0,75% l’intervallo obiettivo per il tasso sui federal funds, ora compreso tra l’1,50% e l’1,75%, la Bank of England (BoE) ha aumentato per la quinta volta consecutiva il tasso d’interesse di riferimento dello 0,25% portandolo all’1,25% nonostante i crescenti timori di recessione e persino la banca centrale svizzera ha aumentato a sorpresa i tassi d’interesse dello 0,5% nonostante livelli d’inflazione a una sola cifra. Solo la Banca centrale europea sembra paralizzata e continua ad aderire alla sua politica di tassi d’interesse bassi. “L’istituto di Francoforte non potrà esimersi dall’intraprendere un nuovo corso. La banca centrale d’oltreoceano è troppo influente perché la Bce possa opporsi
alla sua politica monetaria, rischiare una svalutazione dell’euro e, nella peggiore delle ipotesi, alimentare ulteriormente l’inflazione”, conclude Schmidt. “Il mercato prevede quindi almeno cinque rialzi dei tassi, per un totale di ben l’1,25%. Riteniamo addirittura che ciò non sarà sufficiente e che nel corso del prossimo anno la Banca centrale europea dovrà portare il tasso di riferimento ben oltre la soglia dell’1,5%, in direzione del 2%, al fine di contrastare un ulteriore deprezzamento dell’euro. Vediamo pertanto il potenziale di un ulteriore aumento dei rendimenti a breve termine (calo dei prezzi delle obbligazioni) e abbiamo posizionato i nostri portafogli di conseguenza vendendo futures sui tassi d’interesse in euro”.
Per Nagel la priorità assoluta è la lotta all’inflazione, e soltanto agendo con un buon anticipo sarà possibile evitare politiche eccessivamente restrittive. Di conseguenza, “un nuovo strumento anti-frammentazione (lo scudo anti-spread, ndr) potrebbe essere giustificato solo in circostanze eccezionali e sulla base di condizioni rigorosamente definite“. In pratica, secondo Nagel lo Scudo deve rispettare tre condizioni, e cioè:
Tanto vale non farlo affatto, in base a queste indicazioni. La seconda condizione, soprattutto, sembra essere una specie di avvertimento basato su passate esperienze. Infatti, ricordiamo che la Bce è stata portata davanti alla Corte Suprema tedesca e alla Corte di Giustizia Europea per via del programma di acquisto di bond, ed è stata accusata di aver violato il divieto di finanziare i governi, come previsto dal trattato europeo. Successivamente i tribunali hanno stabilito che la Bce avesse agito in modo corretto e che non avesse tradito il suo mandato, ma il ricordo rimane, e Nagel lo usa per scoraggiare quanti, all’interno della Bce, stanno lavorando per dare una forma efficace a questo strumento per mettere un freno alla speculazione sui titoli di stato dei paesi del Sud Europa. Inoltre, a giugno l’inflazione ha raggiunto il livello di +8,0%, che non si vedeva da gennaio 1986, e le tensioni inflazionistiche si trasmettono senza freni dai prezzi dell’energia a quelli degli agli altri comparti merceologici. Attualmente, i prezzi al consumo al netto dei prodotti energetici sono a +4,2%, un aumento che non si vedeva dal 1996.
Su questa onda, i Btp decennali sono saliti al 3,35%, e lo spread rispetto ai tassi dei BUND tedeschi è a 201 punti base. La paura dei mercati adesso è quella di dover assistere ad un dibattito infinito, all’interno della Bce, tra “paesi coraggiosi” e i soliti “paesi frugali” che, proprio quando c’è da gestire una emergenza (come quella dell’alta inflazione da shock di offerta) ricordano a tutti che l’Europa è una unione contabile monetaria, e non una vera unione economica e fiscale tra popoli dello stesso continente, e che il mandato di chi, nel secondo Dopoguerra, aveva teorizzato una Europa veramente unita, è stato tradito da paesi come Germania, Olanda, Belgio, Danimarca (con la Francia sullo sfondo), che più si sono avvantaggiati dall’”essere europei ma non troppo”. Pertanto, mentre gli altri paesi occidentali (USA, Regno Unito) riescono a trovare soluzioni rapide ai problemi congiunturali, i tempi dell’Europa scoraggiano gli investitori.
In tal senso, la “melina” in corso sulla decisione di annunciare o meno l’entità e la durata del prossimo programma di acquisto di titoli di Stato, indispensabile per evitare che l’Europa cada in recessione, non fa certo bene. Invece, l’annuncio di uno schema di acquisto di grandi dimensioni potrebbe tranquillizzare i mercati e, relativamente all’Italia, far capire agli investitori che la frammentazione degli spread verrà evitata, ponendo fine alla speculazione sui nostri titoli di stato. Non tanto per motivi di solidarietà economica tra stati – che nella UE non esiste, se non per le calamità naturali – ma per scoraggiare le istanze di quanti, dall’Europa, vorrebbero uscire. Infatti, al contrario di quanto sostenuto dalla Lagarde nella più famosa delle sue gaffe da principiante (Marzo 2020), l’Europa – piaccia o no alla Germania – scopre oggi di dover risolvere anche i problemi di spread dell’Italia, poiché per un paese aderente il dover sopportare un differenziale elevato rispetto ai BUND tedeschi – e la conseguente speculazione sui BTP che aumenta il costo del suo indebitamento – equivale a far vivere al nostro Paese la stessa condizione che vivrebbe al fuori dall’Europa, e non al di dentro, e ciò potrebbe alimentare i movimenti di opinione che vagheggiano una “exit”.
Pertanto, è fondamentale che il volume degli acquisti di obbligazioni non venga considerato troppo basso dal mercato, ed è altrettanto importante che alla prossima riunione si passi dalla vaghezza alla concretezza, limitando al massimo le questioni senza risposta. La presidente della Bce Christine Lagarde ha affermato in queste ore che il nuovo strumento sarà efficace e sufficiente a “preservare lo slancio degli Stati membri verso una sana politica fiscale”. Non è esattamente una dichiarazione che infonde fiducia ai mercati, ed anzi fa sentire gli investitori ancora più dentro una tempesta perfetta che non accenna a finire. 
Ma se uguale è il livello di inflazione, sono comunque tantissime le differenze tra la nostra epoca e quella dei favolosi “eighties e nineties”, di gran lunga migliori, a parere di chi scrive, rispetto ai “two thousand years” così carichi di tecnologia, senso del profitto ad ogni costo e culto della relazione interpersonale debole. Innanzitutto, già dalla metà degli anni Ottanta l’inflazione stava cominciando a scendere dopo aver raggiunto un livello medio del 15% circa nel 1980 generato dall’aumento vertiginoso del prezzo del petrolio che, invece, oggi la sta facendo salire per via del conflitto bellico in Ucraina. Inoltre, non esiste più il meccanismo della c.d. Scala Mobile, che allora adeguava i redditi sulla base del tasso di inflazione, per cui il potere d’acquisto delle famiglie rischia di subire un colpo durissimo in un solo anno fiscale. Ancora, i mercati finanziari non erano certamente gli stessi, così come le dimensioni della finanza speculativa, e le quotazioni di borsa erano irrimediabilmente legate all’economia reale.
In cosa consiste questo “scudo”? Sappiamo che avrebbe lo scopo di impedire che movimenti speculativi di mercato possano esercitare eccessiva pressione sulle singole nazioni nel momento in cui la banca centrale avvia alla luce del sole un percorso di aumento graduale dei tassi di interesse, ma è mancato un messaggio netto da parte della Lagarde, poiché ad oggi si conoscono soltanto i meccanismi di base dello scudo ed il principio di fondo, e cioè che la Bce acquisterà incondizionatamente le obbligazioni degli Stati con il maggiore debito derogando al principio che imporrebbe alla banca centrale di acquistare gli asset in base alle dimensioni di un’economia. Naturalmente, all’Italia – paese indebitato per eccellenza e trattato
costantemente dai c.d. paesi frugali come la Cenerentola d’Europa – verranno richiesti dei vincoli, come l’aderenza pedissequa a raccomandazioni economiche della Commissiona europea. Questo la Lagarde non lo ha detto, ma rientra nella natura stessa di questa Unione Europea a guida tedesco-francese, che è fondamentalmente una unione contabile e non lascia spazio alcuno al principio di solidarietà tipico di una “unione dei popoli”, secondo la quale, invece, i problemi di un paese si risolvono insieme, condividendo danni, soluzioni e vantaggi economici generali.
Da apprezzare, tuttavia, gli sforzi di Christine Lagarde di trasmettere una certa sicurezza ai mercati almeno nell’adozione di uno stile “draghiano” allorquando ha dichiarato che l’impegno a scongiurare la frammentazione degli spread “non ha limiti”, tracciando così una similitudine con il famoso “whatever it takes” di Mario Draghi nel 2012. Purtroppo, Christine Lagarde non è – o non le è consentito essere – Mario Draghi, e le sue dichiarazioni si distinguono per vaghezza e scarsità di dettagli, lasciando spazio a quella speculazione a cui il mandato della Lagarde sembra essere involontariamente connesso fin dal Marzo del 2020, quando la Lagarde, in piena pandemia e con i mercati assetati di soluzioni, affermò che “non è
compito della Bce ridurre gli spread” e che non voleva “essere ricordata per un altro whatever it takes”, causando un crollo del 10% delle borse europee e del 17% in Italia – in una sola giornata, il 12 Marzo – e uno spread BTP-BUND pari a 260 punti. Nei due anni successivi il presidente della Bce ha beneficiato del sentimento di riscatto generale dalla pandemia e di un certo ottimismo dei mercati, trainati dalle misure espansive dei governi e dai piani di spesa, ma lo scorso mese di febbraio 2022 Christine Lagarde ha dato una ulteriore prova della sua scarsa preparazione al ruolo e, dopo aver dichiarato più volte che i tassi non sarebbero stati toccati prima del 2023, annunciava bruscamente il rialzo dei tassi, generando altra speculazione.
diminuzione della sicurezza sanitaria e dei posti letto nei reparti di ospedale, e un elevatissimo tasso di morte per “malasanità” che ha manifestato tutta la sua gravità in occasione della fase più cruenta della pandemia. Quest’ultima ha segnato un punto di non ritorno nella Società italiana: il desiderio di “essere cittadini europei” che in tantissimi nutrivano nel 2001 si è spento irrimediabilmente, e qualunque pretesa del Consiglio d’Europa che abbia effetti nefasti sulla nostra economia oggi viene istintivamente vista come una trappola da cui liberarsi, facendo così il gioco di chi, dall’Unione Europea, vorrebbe (legittimamente) uscire.

Pertanto, si tratterebbe del classico elefante che partorisce un topolino, e questo purtroppo è il prodotto di un modello fallimentare di Unione Europea, che di fronte agli eventi straordinari – l’inflazione al 7% è un fenomeno dai risvolti economici del tutto simili, se non più gravi, di quelli scatenati dalla pandemia – rimane diviso sull’opportunità e la necessità di introdurre un nuovo e più difficile meccanismo di stabilizzazione che possa mettere in repentaglio l’equilibrio economico dei paesi del Nord Europa, lasciando a se stessi quelli del Sud (tra cui,
naturalmente, l’Italia). La circostanza che ha più irritato gli analisti, inoltre, è che la Bce, dopo soli sei giorni dall’aver annunciato la fine del QE, rilancia lo strumento dei reinvestimenti flessibili del
In pratica, la Bce avrebbe dovuto usare la stessa sicurezza ostentata nel comunicare nettamente che, nella prossima riunione di Luglio, sarà deciso un rialzo di 25 punti base, e un altro rialzo di entità ancora non definita (e questo ci sta, invece) a settembre. Si pensa che l’aumento di tasso di fine estate sarà dello 0,50%, e che tale misura potrebbe essere più leggera solo qualora in quel periodo le
In definitiva, l’attuale 
L’indice paneuropeo STOXX 600 ha concluso una settimana tumultuosa in calo dello 0,9%, con volumi che contenuti a causa delle festività in Gran Bretagna e
“In considerazione della drammatica tendenza dell’inflazione e del fatto che la BCE è così chiaramente ‘dietro la curva’, rispetto alla
Il risultato negativo dei
Il divieto parziale da parte dell’Unione Europea alle importazioni di petrolio dalla Russia, in rappresaglia all’invasione dell’Ucraina, ha anche alimentato i timori di un ulteriore aumento dell’
Eppure, nella zona euro la crescita del business è stata robusta a maggio, ma rischia di essere vanificata a causa dell’aumento del costo della vita, delle interruzioni della catena di approvvigionamento e dell’incertezza sull’invasione russa dell’Ucraina. L’indice composito finale dei responsabili degli acquisti (PMI) di S&P Global, considerato un buon indicatore della salute economica, è sceso a 54,8 a maggio dal 55,8 di aprile, poco meno di una stima preliminare di 54,9. Qualsiasi valore superiore a 50 indica comunque una crescita. La forte domanda di servizi ha contribuito a sostenere un ritmo sostenuto di crescita economica; tuttavia, i rischi sembrano essere orientati al ribasso per i prossimi mesi. Il settore manifatturiero rimane limitato in modo preoccupante dalla carenza di offerta, e sia le imprese che le famiglie rimangono afflitte dall’aumento dei costi.
La Fed ha già concluso il suo programma di acquisto di obbligazioni e a marzo e maggio 2022 ha alzato i tassi d’interesse di riferimento nel tentativo di smorzare l’inflazione. Seguiranno senza dubbio altri rialzi dei tassi. Inoltre, la Fed ridimensionerà il suo bilancio vendendo titoli di Stato e obbligazioni garantite da ipoteca oppure astenendosi dal reinvestire i titoli in scadenza. Eppure, finora gli interventi e gli annunci della banca centrale da soli non sono quasi mai riusciti a far rallentare la dinamica dell’inflazione. La Bce ha rallentato il ritmo dei suoi acquisti netti di obbligazioni senza terminarli completamente, ma ha lasciato invariati i suoi tassi d’interesse di riferimento. I rendimenti delle obbligazioni a lungo termine sono aumentati in
misura significativa, così come le condizioni per i nuovi prestiti, con i tassi sui mutui decennali al 2% in Germania, mentre negli Stati Uniti i mutui trentennali sono saliti al 5,25%, il livello più alto dal 2010. “In questo contesto, sia la Fed che la Bce alzeranno i loro tassi d’interesse. Per la Fed, pare probabile un nuovo intervallo obiettivo compreso tra il 2,5% e il 2,75%, se non leggermente superiore. La Bce, dal canto suo, dovrebbe riportare il tasso sui depositi in territorio positivo entro fine anno. Non è escluso nemmeno un aumento del tasso repo nel 2022”, spiega Schmidt.
Fare pronostici sul futuro andamento dell’inflazione appare più complesso. Se negli Usa le singole componenti incluse nel calcolo dell’inflazione sono già in calo o salgono solo lentamente, i costi degli affitti e per la costruzione di case hanno appena iniziato a crescere. In Europa, la fiammata dei prezzi dell’energia è decisiva per l’andamento dell’inflazione. Fare previsioni sull’evoluzione futura è difficile visti i possibili boicottaggi e una produzione energetica dipendente dai venti e dai livelli d’acqua. D’altra parte, ci saranno interventi governativi di dimensioni non ancora quantificabili, che ridurranno l’inflazione ma faranno salire i livelli di debito pubblico.
“Pertanto, non ci sentiamo di escludere un nuovo lieve rialzo dell’inflazione nel secondo trimestre sia negli Usa che in Europa, ma non oltre il 10%”, precisa Schmidt, “e a fine anno la dinamica inflazionistica dovrebbe rallentare. Per dicembre 2022 ci aspettiamo comunque tassi d’inflazione superiori al 5%, forse addirittura del 6%. L’andamento dell’inflazione a lungo termine nel 2023 e nel 2024 e la conseguente evoluzione dei tassi d’interesse delle banche centrali saranno tuttavia ancora più decisivi per il futuro sviluppo dei tassi a lunga scadenza. Si tratta di un’area che offre terreno fertile alle speculazioni, visto che le certezze sono ben poche.
Anche il ridimensionamento del bilancio della banca centrale statunitense e l’interruzione degli acquisti da parte della Bce potrebbero creare distorsioni. Nessuno sa chi si sostituirà alle banche centrali in qualità di acquirenti. Un aumento almeno temporaneo del rendimento dei Bund decennali all’1,25% e di quello dei Treasury Usa di pari scadenza al 3,25% nel secondo trimestre appare probabile. Dopodiché, però, il mercato dovrebbe conoscere una tregua. I rendimenti sono già saliti enormemente e le incertezze su ciò che ci riserverà il 2023 sono estremamente numerose. In ogni caso, visti gli esorbitanti tassi d’inflazione, escludiamo un’ulteriore ripresa economica sia negli Stati Uniti che nell’area euro”, conclude Schmidt.








