Per la Federal Reserve potrebbe non essere semplice attuare i due tagli dei tassi d’interesse che i mercati attualmente scontano. Molto dipenderà dall’evoluzione del mercato del lavoro.
Di Daniel Morris*
Le notizie dell’ultima settimana hanno messo in luce diversi aspetti del potenziale dirompente dell’AI. Gli annunci di investimenti in conto capitale ancora più elevati da parte di aziende come Alphabet, la holding di Google, fanno pensare a margini di profitto più bassi. La maggiore disponibilità di strumenti di intelligenza artificiale open source riduce i potenziali ricavi dei concorrenti e mette quindi in discussione la sostenibilità di investimenti tanto ingenti. È difficile quantificare l’impatto complessivo della “distruzione creativa” generata dall’AI sul mercato del lavoro e sulla domanda dei consumatori, soprattutto quando le competenze professionali diventano improvvisamente molto meno preziose e si perdono posti di lavoro.
La novità dell’AI come fattore di mercato, unita all’intensa competizione all’interno del settore, rende questo tipo di sorprese quasi inevitabile (vi ricordate DeepSeek?). Dall’estate scorsa, la volatilità del settore tecnologico è stata doppia rispetto a quella del resto del mercato. Ci vorrà tempo perché gli analisti valutino l’impatto netto di tutti questi fattori e adeguino le stime sugli utili. Per questo, nel breve periodo è consigliabile un atteggiamento prudente. Quasi la metà delle società incluse nell’indice Nasdaq 100 deve ancora pubblicare i risultati trimestrali. Per le aziende che hanno già comunicato i conti, la crescita degli utili appare solida, pari all’11% complessivo, ma è solo in linea con le attese, in un contesto in cui gli investitori si sono abituati a sorprese positive più consistenti ogni trimestre. Per lo S&P 500, invece, la crescita degli utili è più elevata (14%) e anche le sorprese positive sono maggiori (8%), un fattore che aiuta a spiegare perché i titoli non tecnologici stiano sovraperformando.
Oltre ai risultati deludenti, anche i CEO stanno diventando meno ottimisti sul futuro. La quota di indicazioni positive (“guidance”) fornite dalle aziende è tornata a diminuire, pur restando su livelli storicamente elevati (si veda Grafico 1).

Anche se a livello tattico è sensato essere cauti, sul piano strategico restiamo ottimisti. Alla volatilità dei titoli tecnologici si sono accompagnati rendimenti superiori (sebbene non di recente). Dall’estate scorsa, la pendenza della linea di tendenza della performance globale dei titoli tecnologici è quasi doppia rispetto a quella del mercato complessivo (si veda Grafico 2).

È possibile che le stime di crescita degli utili per il settore tecnologico vengano riviste al ribasso, ma è comunque probabile che restino nettamente migliori rispetto a quelle dei titoli non tecnologici. Attualmente, si prevede un incremento dei profitti delle aziende tech del 31% quest’anno, contro appena il 10% dei titoli non tech (per il 2025 le stime sono rispettivamente del 26% e del 6%). Con un divario così ampio, improbabile che i titoli non tecnologici riescano a battere in modo duraturo quelli tech, a meno che le prospettive di profitto del settore non peggiorino sensibilmente o le valutazioni non si ridimensionino.
Paradossalmente, il rischio di valutazione potrebbe essere maggiore per i titoli “value” che per quelli tecnologici. Lo z-score – misura statistica che misura gli scostamenti di uno strumento/indice finanziario dalla media pari a 0 – del rapporto prezzo/utili (P/E) prospettico per il Nasdaq 100 è pari a 0,2, mentre quello dei titoli tecnologici dei mercati emergenti è in linea con la media di lungo periodo (z-score pari a zero). Per alcuni indici value, invece, il punteggio è decisamente più elevato. L’MSCI Japan e il Russell 1000 Value presentano entrambi uno z-score del P/E pari a 1,8. L’Europa rappresenta una parziale eccezione, con uno z-score di 0,5: sopra la media, ma non a livelli estremi.
Gli eventi recenti non fanno che rafforzare l’importanza di una buona diversificazione dell’esposizione al settore tecnologico, sia tra industrie diverse sia tra aree geografiche, includendo mercati sviluppati ed emergenti. La diversificazione è sempre utile in un portafoglio, ma diventa ancora più cruciale alla luce della rapidità con cui evolve l’industria tecnologica. Quasi ogni operatore può essere messo in difficoltà dall’innovazione, ma è probabile che il nuovo vincitore emerga comunque all’interno dello stesso indice. Le perdite su un singolo titolo dovrebbero quindi essere compensate dai guadagni su un altro, mentre gli utili complessivi continuano a crescere.
La recente sorpresa positiva dell’indice ISM manifatturiero statunitense di gennaio, salito a 52,6 (in territorio di espansione) dopo dieci mesi sotto quota 50, evidenzia uno dei rischi per lo scenario positivo sulle azioni USA nel corso dell’anno. La crescita del PIL ha registrato una media del 4,1% negli ultimi due trimestri e la stima GDPNow della Fed di Atlanta è al 4,2%, ben al di sopra del potenziale di crescita di lungo periodo dell’economia, stimato intorno all’1,8%. Considerando che l’inflazione potrebbe tornare a salire nei prossimi mesi con il venir meno degli effetti distorsivi legati alle chiusure e alle condizioni meteo, per la Federal Reserve potrebbe non essere semplice attuare i due tagli dei tassi d’interesse che i mercati attualmente scontano.
Molto dipenderà dall’evoluzione del mercato del lavoro: da un lato l’offerta di lavoro aumenta perché le aziende licenziano e sostituiscono lavoratori con strumenti di AI; dall’altro, però, diminuisce a causa delle deportazioni. Un aggiustamento dei mercati azionari a un numero inferiore di tagli dei tassi (o a nessun taglio) da parte della Fed risulterebbe traumatico, poiché l’aumento del tasso di sconto ridurrebbe i multipli di valutazione, in particolare per i titoli tecnologici e le small cap. Una volta completato questo adeguamento, però, uno scenario di crescita economica solida e inflazione leggermente più alta potrebbe sostenere nuovi rialzi dei mercati.
* Chief Market Strategist, Co-head of the Investment Insights Centre di BNP Paribas Asset Management
Dati sulle performance/fonte dei dati: Bloomberg, FactSet, BNP Paribas Asset Management; al 5 febbraio 2026, salvo diversamente specificato. Le performance passate non vanno considerate indicative di rendimenti futuri.



L’Europa continua a scontare un’eccessiva frammentazione del mercato, retaggio di un modello competitivo che negli ultimi due decenni ha privilegiato la compressione dei prezzi a scapito della redditività degli operatori e della loro capacità di sostenere investimenti infrastrutturali di lungo periodo. Il confronto internazionale, d’altra parte, rende evidente la posta in gioco. Negli Stati Uniti, un mercato con un numero più limitato di operatori, il settore ha beneficiato di una maggiore capacità di investimento a fronte di una migliore monetizzazione della crescente domanda di servizi digitali avanzati, mentre in Cina, la forte presenza statale e la struttura industriale concentrata hanno consentito investimenti infrastrutturali su larga scala, pur in un contesto di prezzi medi più contenuti.
In Europa, dunque, il rischio è quello di trovarsi in una posizione di svantaggio proprio nel momento in cui l’intelligenza artificiale diventa un fattore determinante di crescita economica e competitività geopolitica. Tuttavia, si intravedono alcuni elementi di discontinuità. In particolare, l’approvazione del Digital Networks Act (DNA) del 21 gennaio scorso rappresenta il primo tentativo organico a livello europeo di affrontare in modo strutturale le criticità industriali del settore e di riconoscere alle reti digitali un ruolo di infrastruttura strategica per la competitività economica, la sicurezza e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
Inoltre, il dibattito sul consolidamento del settore ha compiuto un passo avanti significativo. In diversi mercati europei si osserva una maggiore apertura, anche a livello regolamentare, verso operazioni di fusione che riducano il numero di operatori, nella consapevolezza che una struttura industriale più razionale sia condizione necessaria per sostenere gli investimenti richiesti dalla transizione digitale. Sempre più spesso, il consolidamento viene come un processo di “market repair”, necessario per ricostruire condizioni di redditività coerenti con la natura fortemente capital-intensive del settore. Parallelamente, si è rafforzata la tendenza alla separazione tra infrastrutture di rete e servizi. L’ingresso di investitori specializzati e di capitali con un orizzonte di lungo periodo ha favorito lo sviluppo di modelli in cui le reti vengono valorizzate come asset infrastrutturali a sé stanti, capaci di generare ritorni stabili su archi temporali estesi.
Dopo una lunga fase caratterizzata da investimenti particolarmente intensivi, in diversi mercati europei il ciclo di costruzione delle reti sta progressivamente entrando in una fase di maggiore maturità. La diffusione delle infrastrutture di nuova generazione (fibra e 5G) consente una graduale normalizzazione dei livelli di capex, migliorando la visibilità sui flussi di cassa e la sostenibilità finanziaria del settore. Secondo la Commissione Europea, circa il 40% delle reti di distribuzione elettrica dell’Unione ha oggi più di 40 anni di età, evidenziando un significativo fabbisogno di ammodernamento infrastrutturale: saranno necessari oltre 580 miliardi di euro di investimenti nelle infrastrutture di trasmissione e distribuzione entro il 2030. E secondo alcune stime (Fonte: Agency for the Cooperation of Energy Regulators; EIB – European Investment Bank), il fabbisogno complessivo potrebbero superare il trilione di euro nel lungo periodo.
Telecomunicazioni ed energia condividono quindi una sfida comune: adeguare infrastrutture critiche a una domanda strutturalmente crescente, in un contesto di rapida evoluzione tecnologica. Senza reti elettriche moderne non è possibile realizzare la transizione energetica; senza reti digitali resilienti e ad alte prestazioni, l’economia dell’intelligenza artificiale rischia di incontrare colli di bottiglia analoghi. In questo contesto, l’intelligenza artificiale introduce una variabile nuova nel profilo rischio-rendimento del settore, agendo come catalizzatore della domanda di infrastrutture di rete avanzate, rafforzando la centralità strategica degli asset e rendendo più evidente l’insostenibilità di modelli basati esclusivamente sulla competizione di prezzo. Se adeguatamente supportata da un’evoluzione del quadro regolamentare, questa trasformazione potrebbe tradursi in una maggiore disciplina competitiva e, nel tempo, in un miglioramento strutturale dei ritorni sul capitale investito.
Le conseguenze per gli investitori – Per i portafogli di investimento, il settore delle TLC europee non può più quindi essere interpretato in modo uniforme. La creazione di valore sarà probabilmente concentrata in specifici segmenti: da un lato, gli asset infrastrutturali di qualità, come ad esempio le reti in fibra, torri, backbone e piattaforme wholesale, che offrono visibilità sui flussi di cassa e profili di rendimento più stabili; dall’altro, quegli operatori integrati che potranno beneficiare di economie di scala, riduzione della pressione competitiva e maggiore capacità di monetizzare servizi a valore aggiunto rivolti al segmento corporate.
Queste caratteristiche sono in larga misura sovrapponibili a quelle delle infrastrutture elettriche. In un’ottica di asset allocation, telecomunicazioni ed energia possono dunque essere lette come componenti di una più ampia allocazione infrastrutturale, caratterizzata da orizzonti di investimento lunghi, barriere all’ingresso elevate e flussi di cassa relativamente stabili, spesso regolamentati o contrattualizzati. La convergenza tra transizione digitale e transizione energetica rafforza il ruolo delle infrastrutture come asset class strategica, potenzialmente in grado di offrire diversificazione e protezione in scenari di volatilità.

La bolla dot-com nacque da una rivoluzione reale: internet stava cambiando il mondo e nessuno poteva negarlo. Il problema fu che il mercato iniziò a prezzare il futuro come se fosse già presente. Bastava avere “.com” nel nome per attirare capitali, spesso senza utili, senza ricavi e senza un modello di business sostenibile. L’idea dominante era che i profitti sarebbero arrivati in seguito e che, nel frattempo, la crescita giustificasse qualsiasi valutazione. Quando diventò evidente che molte di quelle aziende non avrebbero mai trasformato la crescita in utili reali, la fiducia si dissolse rapidamente. Il Nasdaq perse oltre il 70% del suo valore e, per molti investitori, il danno più grande non fu tanto il crollo iniziale quanto il lunghissimo periodo necessario per tornare in pari. La lezione fu chiara: una tecnologia rivoluzionaria non basta se il prezzo pagato per il suo futuro è troppo alto.
La crisi del 2008 ebbe una natura completamente diversa. Non nacque dall’euforia su un settore specifico, ma da una distorsione profonda del sistema finanziario. Il credito facile, la leva eccessiva e la convinzione che il mercato immobiliare non potesse scendere crearono una struttura estremamente fragile. Quando quel meccanismo si ruppe, non furono colpite solo le azioni, ma la fiducia nel sistema nel suo complesso. A differenza del 2000, in cui la crisi colpì soprattutto la tecnologia, nel 2008 quasi tutte le asset class rischiose si muovevano nella stessa direzione. Fu una crisi sistemica, mitigata solo dall’intervento massiccio delle banche centrali. Da quel momento in poi, il concetto di diversificazione iniziò a essere visto non più come una scelta opzionale, ma come una necessità.
Arrivando ai giorni nostri, l’intelligenza artificiale rappresenta senza dubbio una delle innovazioni più importanti degli ultimi decenni. A differenza della dot-com, però, il cuore di questa trasformazione è costituito da aziende già affermate, profittevoli e con flussi di cassa enormi. Non siamo di fronte a startup senza fondamentali, ma a colossi che forniscono infrastrutture tecnologiche essenziali. Questo rende improbabile uno scenario identico al 2000, con un collasso totale del settore tecnologico. Tuttavia, questo non elimina i rischi.
Il primo rischio è la concentrazione. Oggi una parte rilevante dei rendimenti degli indici americani e globali dipende da un numero molto ristretto di titoli legati all’IA. Quando pochi nomi guidano il mercato, basta una revisione delle aspettative per generare movimenti violenti sugli indici nel loro complesso. Il secondo rischio riguarda proprio le aspettative: si sta scontando una crescita rapida, continua e quasi priva di ostacoli, mentre nella realtà l’adozione dell’IA richiede investimenti enormi, consuma capitale e potrebbe comprimere i margini nel breve e medio periodo. Il terzo rischio è macroeconomico: a differenza del decennio passato, il contesto attuale è caratterizzato da tassi più alti, inflazione ancora presente e maggiore incertezza geopolitica. Tutti fattori che rendono il mercato meno tollerante verso valutazioni molto elevate.
In questo contesto, parlare di una possibile “bolla dell’IA” significa soprattutto interrogarsi sul livello delle valutazioni, non sulla validità della tecnologia. Uno scenario realistico non è tanto quello di un crollo sistemico come nel 2008 o di un azzeramento del settore come nel 2000, quanto piuttosto una fase di ridimensionamento, in cui i prezzi si riallineano a una crescita più sostenibile. Per alcuni indici, in particolare quelli più esposti al technology growth americano, questo potrebbe tradursi in correzioni importanti. Per altri, più diversificati, l’impatto sarebbe più contenuto ma comunque percepibile dal mercato.
Ed è proprio a questo punto che il discorso si sposta dai mercati ai portafogli. Perché, al di là delle analisi su bolle, valutazioni e scenari macro, ciò che davvero determina l’esperienza di un investitore non è il comportamento di un singolo indice, ma come il capitale è allocato. Negli ultimi anni molti portafogli hanno beneficiato di una forte esposizione all’azionario americano e alla tecnologia, ma questo stesso fattore può trasformarsi in un punto di fragilità se le aspettative sull’IA dovessero essere ridimensionate. Se questo succedesse, i principali portafogli “classici” sarebbero pronti ad affrontare un cambiamento di regime di mercato? Vediamoli uno per uno.
Portafoglio 60/40 – In caso di una correzione legata all’IA, la componente obbligazionaria può attenuare la volatilità complessiva, soprattutto se il rallentamento economico spinge le banche centrali verso politiche più accomodanti. Tuttavia, in un contesto di tassi ancora elevati, la protezione potrebbe essere meno efficace rispetto al passato, rendendo il 60/40 meno “automatico” di quanto lo sia stato per decenni.
Golden Butterfly – Questo portafoglio combina asset con comportamenti differenti. In una correzione dei titoli tecnologici, le componenti value, l’oro e le obbligazioni aiutano a compensare la debolezza dell’azionario growth. È uno dei portafogli che storicamente mostra drawdown più contenuti, a fronte però di rendimenti più moderati nei periodi di forte euforia.
All Weather / All Season (Ray Dalio) – Progettato per funzionare in diversi regimi economici, questo portafoglio fa leva su una forte diversificazione macro. In uno scenario di incertezza o rallentamento, la componente obbligazionaria e gli asset difensivi possono compensare le perdite dell’azionario, rendendo l’andamento complessivo più stabile e prevedibile.
Guardando avanti, dopo un 2025 caratterizzato da incertezza macroeconomica, tensioni geopolitiche e mercati sempre più concentrati, il 2026 potrebbe rappresentare un punto di svolta nel modo di concepire l’investimento. La domanda non è tanto se l’intelligenza artificiale manterrà le sue promesse, quanto se abbia ancora senso costruire portafogli fortemente sbilanciati su un solo scenario di crescita, come è accaduto negli ultimi anni. Forse il vero tema non è prevedere lo scoppio di una bolla, ma chiedersi se non sia arrivato il momento di ripensare la diversificazione in modo più consapevole e strutturato rispetto al passato, accettando rendimenti potenzialmente meno spettacolari nel breve periodo in cambio di una maggiore capacità di attraversare qualunque fase di mercato.
Il quadro economico regionale rimane contrastato, con diversi indici Pmi nazionali al di sotto della linea di espansione. Tra questi figurano Corea del Sud, Taiwan e Giappone, mentre Cina, Vietnam, India, Thailandia e Indonesia rimangono al di sopra del livello di espansione di 50. Le banche centrali di India, Filippine e Thailandia hanno abbassato il tasso di interesse di riferimento per sostenere l’economia. Il Giappone, invece, continua a normalizzare la propria curva dei rendimenti con un aumento di 25 punti base del tasso obiettivo allo 0,75%. Tuttavia, la valuta continua a essere debole, sfidando chiaramente le aspettative generali del mercato per il 2026.
Per il 2026, restiamo fiduciosi nelle valutazioni interessanti dell’Asia e nel tasso di crescita superiore alla media. Prevediamo che il governo cinese adotterà misure più audaci per sostenere i consumi e stabilizzare il mercato immobiliare. La tecnologia potrebbe reggere ulteriormente, dato che le applicazioni di intelligenza artificiale stanno penetrando nei processi industriali. Il quantum computing, che ha suscitato forte interesse nel 2025, potrebbe essere un ulteriore motore nel corso del prossimo anno. Un dollaro Usa più debole sosterrebbe chiaramente ulteriormente il sentiment nei confronti dell’Asia. Il fondo Lemanik Asian Opportunity, classe istituzionale, ha chiuso il 2025 con un risultato positivo del +12,57%, sovraperformando di 50 punti base l’indice di riferimento (BBG Asia Pacific Large&Mid Cap Net Return), che ha chiuso a 12,05%.
L’economia americana continua a muoversi con buona inerzia: il GDP Now della Fed di Dallas resta stabile attorno al 2,5%, le vendite retail mantengono una dinamica positiva e il tasso di disoccupazione, sebbene leggermente più alto, rimane lontano dai livelli che storicamente hanno anticipato una recessione. Tuttavia, le famiglie economicamente più deboli stanno iniziando a faticare a ripagare i debiti legati alle carte di credito e ai prestiti auto. Il contesto, però, rimane sotto controllo, con i tassi di default su livelli storicamente bassi. Sul fronte aziendale, il quadro è decisamente più rassicurante: nonostante l’incertezza su dazi e tensioni geopolitiche, i margini delle imprese restano su livelli storici elevati, mentre l’Interest Coverage Ratio conferma un’ottima capacità delle aziende di coprire gli interessi sul debito.
Anche in Europa il tono rimane costruttivo. La ripresa del settore manifatturiero, guidata soprattutto dalla Germania, si sta consolidando, mentre la crescita salariale e la fiducia dei consumatori continuano a mostrare resilienza. Un mix che contribuisce ad attenuare parte delle preoccupazioni accumulate negli ultimi anni. A questa resilienza si aggiunge il settore bancario, oggi probabilmente uno dei punti di forza del sistema economico. Il Reserve Coverage Ratio delle banche statunitensi segnala riserve abbondanti rispetto alle perdite attese: un “cuscino” ampio abbastanza da assorbire eventuali shock. Le banche europee presentano metriche ancora più solide, complice il regime regolamentare più severo imposto dalla BCE.
Negli ultimi anni tutte le principali industrie di mercato hanno beneficiato di tassi bassi, globalizzazione, agevolazioni fiscali e maggiore efficienza energetica. L’espansione dei margini è dunque stata diffusa e strutturale e non si è limitata al settore tecnologico. Esiste però una dinamica di lungo periodo che potrebbe pesare sul ciclo nei prossimi anni: la demografia. La politica restrittiva sull’immigrazione clandestina adottata dall’amministrazione Trump ha rallentato significativamente la crescita della popolazione e oggi l’aumento demografico complessivo è meno della metà rispetto a 15 anni fa, intorno allo 0,35% annuo, con un impatto negativo su consumi e mercato immobiliare: negli Stati più esposti al calo dell’immigrazione, le vendite retail risultano in flessione e la minore domanda di alloggi sta raffreddando i prezzi degli affitti. Un effetto collaterale che contribuisce al rallentamento dell’inflazione.
Relativamente alla tecnologia, secondo Empirical Research l’intelligenza artificiale potrebbe aumentare i margini delle società dell’S&P500 di circa mezzo punto percentuale: un contributo positivo ma non sufficiente, almeno per ora, a giustificare da solo le valutazioni elevate delle aziende più esposte al tema AI, soprattutto considerando i costi elevati e i ricavi ancora limitati. Il mercato nel suo complesso non appare eccessivamente sopravvalutato rispetto alle serie storiche: lo sono soprattutto le mega-cap, che tuttavia negli ultimi anni hanno registrato una crescita superiore, margini elevati e robusti cash flow. Se il ciclo dovesse seguire traiettorie simili a quelle dei due lunghi cicli positivi 1982–2000 e 1949–1968, ci sarebbe ancora spazio per salire nei prossimi 12–24 mesi, in virtù di un contesto macroeconomico favorevole e di stimoli fiscali ancora presenti.
L’incognita principale rimane l’Intelligenza Artificiale, con i multipli del settore tech particolarmente elevati, che rappresentano il principale punto di vulnerabilità nel caso di una revisione delle aspettative degli investitori sull’AI. Infine, il nostro modello interno indica un Equity Risk Premium (ERP) implicito di appena 0,09%: in altre parole, l’S&P500 offre un rendimento atteso decennale di circa il 4,20% annuo, molto vicino al Treasury a 10 anni (4,11%) ma con volatilità significativamente superiore. Eppure, nonostante un premio per il rischio così contenuto, il contesto macro e le politiche fiscali in atto consentono di mantenere una visione costruttiva sull’azionario per il futuro prossimo.
Politiche di corto respiro – Negli ultimi decenni, il nostro sistema economico ha premiato chi otteneva risultati immediati. Imprenditori sostituiti con manager con incarichi brevi, obiettivi annuali, premi legati al solo incremento di valore delle azioni; tutte logiche che spingono a “spremere il presente” a discapito degli sviluppi del futuro. In questo modo, si è tagliato dove era più facile: ricerca, formazione, sanità, industria avanzata, e si è scelta la scorciatoia più comoda, quella di spostare altrove la produzione per ridurre i costi della manodopera. Tuttavia la delocalizzazione, lungi dall’essere un vantaggio nel tempo, si è rivelata come una fragilità del sistema economico occidentale.
Del resto, siamo passati dal dominio generato dall’antico colonialismo al dominio delle filiere, e il potere oggi non passa più dall’occupare territori, ma dal controllare catene di produzione/distribuzione e know-how. Infatti, abbiamo spostato all’estero fabbriche, competenze, tecnologie, convinti che la regia sarebbe rimasta in Occidente, ma è accaduto l’esatto contrario rispetto agli obiettivi: le economie periferiche, che nella mente dei fautori della delocalizzazione dovevano rimanere depresse e a buon mercato, oggi sono diventate protagoniste. La Cina e altri Paesi asiatici (i BRIS allargati in generale), per esempio, hanno usato le competenze portate dai Paesi c.d. occidentali per costruire industrie proprie, moderne, integrate, autonome.
Pertanto, la globalizzazione ci si è rivoltata contro. Per anni gli Stati Uniti hanno garantito un ordine mondiale orientato ai propri interessi: rotte marittime sicure, dollaro centrale, controllo delle materie prime e dell’energia, presenza militare diffusa; quel modello oggi scricchiola per tre ragioni principali:
In questa ottica, persino le innumerevoli guerre “periferiche”, giustificate con l’ “esportazione della democrazia“, sono state tentativi di controllare un mondo che oggi non si lascia più controllare. Di fronte alla Cina, Trump è stato costretta a trattare e l’Europa, aggrappata alla sua decantata (e decotta…) superiorità culturale, scopre di non avere una strategia propria. Il risultato è che il costo sociale viene pagato in casa. Infatti, quando si sposta la produzione altrove, si sostiene il disimpegno lavorativo, e il prezzo lo pagano i cittadini: fabbriche che chiudono, lavori che spariscono, salari che stagnano, servizi pubblici sempre più difficili da sostenere. La classe media — vero pilastro delle democrazie occidentali — si sta impoverendo ogni anno e consuma sempre meno. Cresce la precarietà, cresce la rabbia, cresce la sfiducia e crescono le proteste (che delegittimato la classe dirigente).
Il CEO di Ford, Jim Farley, ha dichiarato che BYD (settore Automotive) è avanti di 25 anni, definendo “la cosa più umiliante mai vista” l’esperienza nei loro stabilimenti: il vantaggio cinese deriva da un’innovazione rapida, efficienza produttiva, controllo della filiera (in particolare delle batterie) e una chiara visione industriale di lungo termine. Stessa cosa hanno affermato altri dirigenti occidentali del settore automotive, intervistati dal quotidiano londinese The Telegraph. Emblematico il titolo dell’articolo: “Why western executives who visit China are coming back … terrified”. Sono “terrificati” dal livello di efficienza raggiunto dagli impianti cinesi e dalla rapidità con cui il Paese sta scalando la catena del valore dell’auto, che da quelle parti è ormai dominata dalle auto elettriche. Andrew Forrest, fondatore di Fortescue Metals Group, racconta che dopo aver visto gli impianti automatizzati cinesi ha abbandonato i piani della sua azienda per produrre internamente powertrain per veicoli elettrici.
Con oltre due milioni di robot industriali installati nelle loro fabbriche negli ultimi dieci anni, i cinesi hanno superato oggi Germania, Stati Uniti e Giappone per densità di automazione manifatturiera. Il numero di robot per 10.000 lavoratori manifatturieri è ora stimato in 567 in Cina, contro 449 in Germania, 307 negli USA e 104 nel Regno Unito. Il risultato è che un’auto cinese può uscire dalla linea ogni 60 secondi, e nuovi modelli vengono sviluppati in metà del tempo rispetto ai costruttori europei. Di conseguenza, chi non automatizza rischia di perdere più posti di lavoro di chi lo fa, e la minaccia non riguarda solo gli operai: oggi l’intelligenza artificiale mette in discussione professioni tecniche, amministrative, finanziarie, tanto che per la prima volta nella storia, chi lavora con le mani potrebbe essere più al sicuro di chi lavora con la mente.
Secondo Jim Farley, gli Stati Uniti non potranno realizzare i loro ambiziosi obiettivi in materia di AI se non disporranno di personale qualificato per potenziare le infrastrutture necessarie allo sviluppo di questa tecnologia. Con una previsione di crescita del mercato dell’intelligenza artificiale fino a 4,8 trilioni di dollari entro il 2033, Farley ha avvertito che gli Stati Uniti hanno trascurato la manodopera necessaria per costruire e sostenere i data center e gli impianti di produzione. “Se non saremo noi a governare la tecnologia, sarà la tecnologia — sviluppata altrove — a governare noi”, ha detto.
Occorre ricostruire il “buon lavoro” – La crisi del lavoro non riguarda solo i numeri, ma il senso. Infatti, oggi cresce l’occupazione, ma crescono burnout, stress e dimissioni volontarie. Chi può se ne va. Chi non può, rimane soffrendo. Le cause sono note (in ordine sparso): rapporti difficili con colleghi e responsabili, scarsa partecipazione, logiche retributive opache, equilibrio vita-lavoro sempre più precario, competenze non aggiornate, ambienti dove conta tutto tranne la persona. Uscire da questo circolo vizioso significa rimettere al centro l’idea che il lavoro costruisce l’uomo. Pertanto, serve un modello d’impresa che:
Il “buon lavoro” non è un lusso morale: è la condizione per una economia solida e una società sana, che oggi comporta la proposizione di un patto di responsabilità, in base al quale rimettere al centro la qualità del lavoro, la dignità delle persone, la cura dei luoghi in cui si vive e si produce non è un ritorno al passato, ma l’unico modo per costruire il futuro. Infatti, un sistema produttivo che guarda solo al risultato del trimestre non è capitalismo: è consumo di sé. Un sistema che non privilegia la Scuola e la Sanità Pubblica porta i cittadini a non credere più nello Stato, quest’ultimo percepito come “morto” o assente. Senza un patto di responsabilità — tra imprese, lavoratori, cittadini, istituzioni — l’Occidente continuerà a importare prodotti ed esportare benessere.
Questa “rinascita”, per essere sostenuta, necessita di un nuovo indirizzo degli investimenti da parte del mondo della politica, della finanza e delle imprese. Non basta allocare capitali, bisogna orientare il Paese con due direzioni concrete. La prima è quella di sostenere i punti di forza italiani, ossia artigianato, agricoltura e turismo – mondi in cui la persona fa la differenza, e in cui possiamo essere leader – non come settori “tradizionali”, ma come piattaforme da potenziare con tecnologia, formazione e organizzazione moderna. La seconda direzione è quela di investire nella cultura della vendita, poiché senza relazioni, senza fiducia, senza reti commerciali forti, nessuna impresa cresce. Anche l’economia più innovativa ha bisogno di persone capaci di spiegare, ascoltare, accompagnare il cliente nel processo di vendita che non è affatto accessorio se diventa una infrastruttura culturale del Paese.
In conclusione, l’Occidente ha costruito la crisi con le proprie mani, ma oggi può costruire anche la sua rinascita, a patto di avere il coraggio di rimettere al centro il lavoro vero, la competenza, la responsabilità e la dignità della persona. Senza questo cambiamento, l’unica alternativa sarà tornare a chiamare il ministro della difesa quale “ministro della guerra”, perché sarà quella la direzione che leader poco illuminati prendono quando un sistema economico non si regge più da solo: usare la forza per sopraffare popolazioni e risorse. Tuttavia, dopo 80 anni di assenza di grandi conflitti mondiali e con l’affermazione della cultura della pace, sono davvero pochi quelli disposti a combattere. Manca anche lì, per così dire, la manodopera specializzata.
In tema di uso degli algoritmi, tra le innovazioni più significative si collocano le piattaforme digitali che offrono soluzioni di portafoglio grazie agli algoritmi di ottimizzazione e, in misura crescente, su modelli di intelligenza artificiale (IA). Questi strumenti hanno riscosso successo per la loro capacità di coniugare accessibilità, efficienza e riduzione dei costi, consentendo anche a investitori retail di accedere a servizi un tempo riservati a una clientela più sofisticata (Sironi, 2016). Tuttavia, resta aperta la questione dell’effettiva possibilità di sostituire la figura del consulente umano con un sistema automatizzato, soprattutto nelle dimensioni qualitative e relazionali che caratterizzano il processo consulenziale.
In dettaglio, i roboadvisor si fondano su algoritmi in grado di determinare combinazioni di portafoglio ottimali in base al profilo di rischio e agli obiettivi dichiarati dall’investitore. La logica sottostante è quella della razionalità algoritmica, che elimina le distorsioni cognitive e le emozioni che spesso influenzano negativamente le decisioni umane (Lo, 2019). Tuttavia, l’efficienza quantitativa non equivale necessariamente a completezza consulenziale. Le piattaforme automatizzate non sono in grado di integrare nel processo decisionale elementi qualitativi come le dinamiche familiari, la pianificazione fiscale o la gestione patrimoniale intergenerazionale, che richiedono competenze interdisciplinari e una profonda comprensione delle esigenze individuali (Cocca, 2016). In questa prospettiva, il valore del consulente finanziario non risiede soltanto nella costruzione del portafoglio, ma nella capacità di interpretare il contesto personale e psicologico del cliente, orientandolo in un percorso coerente con i propri obiettivi di vita e non soltanto con le variabili di mercato.
La diffusione delle piattaforme di trading online e la crescente alfabetizzazione digitale hanno incentivato la gestione autonoma dei risparmi, fenomeno che alimenta la percezione di una possibile “disintermediazione” del consulente. Tuttavia, numerose ricerche di finanza comportamentale mostrano che gli investitori individuali, lasciati senza guida professionale, tendono a sottoperformare sistematicamente i mercati. Barber e Odean (2000), in uno studio ormai classico, hanno dimostrato che l’eccessivo turnover di portafoglio, frutto di overconfidence e comportamenti impulsivi, riduce significativamente i rendimenti medi rispetto agli indici di riferimento. Allo stesso modo, Kahneman e Tversky (1979) evidenziano come la loss aversion porti gli investitori a vendere i titoli in guadagno troppo presto e a mantenere quelli in perdita troppo a lungo.
Questi risultati suggeriscono che la disintermediazione, lungi dall’essere un vantaggio per la maggioranza dei risparmiatori, può tradursi in un costo implicito elevato, rappresentato dalla perdita di rendimento derivante da scelte irrazionali e da una pianificazione inefficiente. Alla luce di tali evidenze, l’ipotesi di una sostituzione totale del consulente con l’AI appare tecnologicamente prematura e concettualmente inadeguata. Più realistico è uno scenario di complementarità tra uomo e macchina, in cui la tecnologia diventa uno strumento di supporto all’attività consulenziale. L’AI può, infatti, contribuire a migliorare la qualità del servizio attraverso l’analisi predittiva, l’ottimizzazione del rischio e l’automazione dei processi amministrativi, liberando tempo e risorse per le attività a maggior valore aggiunto: la relazione con il cliente, l’educazione finanziaria e la pianificazione strategica del patrimonio (Jung et al., 2018).
In tale prospettiva, il consulente finanziario evolve verso un ruolo ibrido, in cui la competenza relazionale e la capacità interpretativa si fondono con l’uso consapevole delle tecnologie digitali. Pertanto, la progressiva digitalizzazione dei servizi finanziari non implica necessariamente la disintermediazione del consulente, ma ne modifica profondamente la natura e le modalità operative. L’AI e i roboadvisor costituiscono un’opportunità di evoluzione del modello consulenziale, non una minaccia alla sua sopravvivenza. Per una ristretta minoranza di investitori dotati di solide competenze tecniche e di un’elevata disciplina comportamentale, la gestione autonoma può risultare efficace. Tuttavia, per la maggior parte dei risparmiatori, la figura del consulente finanziario e patrimoniale resta indispensabile per mitigare i bias cognitivi, costruire strategie di lungo periodo e integrare dimensioni fiscali, legali e patrimoniali che un algoritmo non è in grado di cogliere.
I numeri raccontano una storia chiara: molte società legate all’IA si scambiano a multipli di utili mai visti negli ultimi anni. Nvidia, per esempio, ha profitti solidi, ma la crescita sembra già “prezzata” dal mercato, e questo potrebbe esporre il titolo al pericolo di una correzione profonda in determinate condizioni di mercato; Super Micro sta vivendo una espansione rapida ma ciclica; Microsoft, invece, cresce in modo solido, con ricavi diversificati. Nel frattempo, il settore dei semiconduttori IA mostra un rapporto prezzo/vendite ai massimi dai tempi della bolla dot-com. Eppure, le aziende coinvolte oggi non vendono solo sogni, ma producono utili e dominano i mercati.
C’è da dire che ogni nuova tecnologia genera entusiasmo ma anche eccessi. Oggi, praticamente ogni società tech si definisce “AI-powered“, anche quando l’intelligenza artificiale è più marketing che sostanza. In Borsa, l’attenzione si concentra su pochi titoli: Nvidia e Microsoft da sole rappresentano una quota sempre più ampia della capitalizzazione totale dell’S&P 500. Un segnale di forza, ma anche di fragilità sistemica, se il mercato dovesse invertire la rotta.
Le prospettive economiche in Asia sono rimaste relativamente contrastanti. Gli indici dei responsabili degli acquisti nella regione continuano a oscillare intorno a 50, indicando un potenziale di crescita limitato. L’intelligenza artificiale rimane un importante motore delle esportazioni a Taiwan e in Corea del Sud, ma altri segmenti della produzione mostrano segni di debolezza. L’incostante politica commerciale degli Stati Uniti continua a limitare la visibilità a lungo termine necessaria per i grandi piani di investimento di capitale.
L’Indonesia ha tagliato il tasso di riferimento dello 0,25% al 4,75% per sostenere l’economia. La Banca Asiatica di Sviluppo ha abbassato le prospettive di crescita per i paesi asiatici in via di sviluppo al 4,8% nel 2025 (-0,1) e al 4,5% nel 2026 (-0,2%) a causa dell’impatto dei dazi statunitensi. Tuttavia, la domanda interna continua a sostenere una crescita del PIL relativamente elevata. Prevediamo che l’intelligenza artificiale, i robot umanoidi e i metalli continueranno a essere i principali temi di investimento. Tuttavia, le valutazioni stanno diventando più estese e stiamo esaminando altri segmenti dell’economia che dovrebbero trarre vantaggio da questo importante flusso di investimenti.
L’intelligenza artificiale è rimasta un punto di forza delle azioni asiatiche e gli indici tecnologici di Taiwan e del Giappone sono andati molto bene a dicembre. Le azioni giapponesi sono salite ai massimi da quattro mesi grazie ai migliori dati sulla produzione industriale e all’indebolimento dello yen. L’incertezza geopolitica in Asia è aumentata in quanto gli investitori attendono di vedere le mosse del nuovo presidente degli Stati Uniti. La Banca del Giappone non ha aumentato i tassi di interesse a dicembre, come previsto da alcuni analisti. Lo yen è sceso del 5,4% a dicembre e ha chiuso l’anno come una delle principali valute più deboli rispetto al biglietto verde. Le azioni cinesi e di Hong Kong, infine, hanno continuato a trarre profitto dal pacchetto di 1,4 trilioni di dollari a cinque anni annunciato a novembre per sostenere la ristrutturazione del debito pubblico locale.







