Febbraio 14, 2026
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Divide et Impera atto II: la portata strategica della visita di JD Vance in Italia e India

La visita di Vance dell’aprile scorso in Italia e India non è stata un semplice viaggio diplomatico, ma una mossa studiata per riallineare gli equilibri globali.

di Valerio Giunta, CEO di Startup Italia e Founder di Banking People

In tema di dinamiche geopoliche globali, occorre analizzare in profondità lo “strano viaggio” di Vance dell’aprile scorso, in Italia e India.  Tale visita, infatti, incarna la dottrina imperiale anglosassone del “divide et impera“, ed è quindi finalizzata a dividere blocchi rivali e rafforzare l’influenza americana in Europa e in Asia. Un pò come il gioco del poliziotto buono e di quello cattivo, rispettivamente tra Vance e Trump. Vediamo perchè questa trasferta, passata sottotraccia, è di estremo interesse.
 
Ufficialmente, l’agenda pubblica parlava di “rafforzamento dei legami tra le democrazie più grandi del mondo”, ma alcuni osservatori hanno presto letto nella missione un segnale più profondo, e cioè il tentativo da parte dell’amministrazione Trump di ripristinare una leadership americana efficace attraverso la divisione selettiva di blocchi rivali. Non a caso l’Italia, anello debole dell’UE, e l’India, potenza ambivalente ancora in bilico tra BRICS e Occidente, sono state le uniche due tappe scelte.
 
Italia tra Atlantismo e ambiguità strategica
Storicamente, l’Italia è stata terreno di confronto tra potenze esterne. È ormai assodato che, durante la Guerra Fredda, la CIA finanziò la Democrazia Cristiana contro il PCI per non fare entrare quest’ultimo nel governo già dalle elezioni del 1948; mentre, negli anni successivi, operazioni clandestine come Gladio cercavano di scongiurare l’ascesa della sinistra. Episodi chiave come l’assassinio di Aldo Moro (1978) è iscrivibile nella stessa finalità volta a scongiurare il compromesso storico, mentre lo scontro di Sigonella (1985) con gli Stati Uniti mostrano quanto il controllo dell’Italia fosse ritenuto cruciale. La caduta di Craxi e l’implosione della Prima Repubblica, Mani Pulite etc , sono letti da alcuni come esiti di una riconfigurazione post-Guerra Fredda, e dimostrano ancora una volta che in Italia non si governa senza il placet degli USA.
 
Con Giorgia Meloni, leader sovranista e pragmatica, l’Italia ha assunto un doppio ruolo: partner atlantico  ma interlocutore apparentemente allineato rispetto alle posizioni ufficiali dell’UE. La visita di Vance a Roma ha rafforzato la percezione di questa ambiguità. Nonostante Meloni rappresentasse l’Europa nei colloqui con Trump, è stata poi esclusa dalla delegazione dei “volenterosi” europei convocata da Zelensky: segnale che Bruxelles e Parigi non si fidano pienamente della posizione italiana, vista come troppo legata a Washington. L’Italia oggi è oggi corteggiata dagli USA per rompere le convergenze europee sul piano commerciale e strategico, e Roma tenta di trarre vantaggio da questo ruolo ambivalente.
 
L’India tra equilibri multipolari e sovranità economica
Il caso dell’India è ancor più emblematico. Da un lato, Delhi partecipa al Quad (con USA, Giappone e Australia), firma accordi di difesa (come il BECA con Washington) e rafforza la cooperazione su semiconduttori e cybersicurezza; dall’altro resta legata a Mosca, da cui importa armamenti (come i sistemi S-400) e greggio a basso costo. Nel 2024 la Russia è infatti diventata il primo fornitore di petrolio dell’India (circa 2 milioni di barili al giorno), e l’India ha evitato sanzioni pur mantenendo una narrativa di “neutralità attiva”. Durante la visita di Vance, sono stati raggiunti impegni cruciali: roadmap verso un accordo di libero scambio da 500 miliardi di dollari entro il 2030, collaborazione su difesa e tecnologia, sospensione temporanea dei maxi-dazi statunitensi. Ma è l’approccio bilaterale – fuori dai consessi multilaterali – a colpire: Washington tratta direttamente con Delhi aggirando il WTO o altre sedi ufficiali, mostrando quanto l’India sia considerata una pedina centrale nel contenimento dell’asse alternativo Cina e Russia.
 
La crisi nel Kashmir: prima conseguenza strategica
A pochi giorni dalla visita di Vance, è esplosa una nuova crisi nel Kashmir tra India e Pakistan. Sebbene legata a tensioni storiche, il tempismo lascia spazio a letture strategiche. La Cina, partner del Pakistan, ha difeso Islamabad con mezzi militari e diplomatici: i jet J-10 forniti da Pechino sono stati utilizzati in azioni belliche a difesa del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC) che attraversa i territori contesi, irritando Delhi (che con i suoi Raphael Francesi,

caccia ancora di 4 generazioni acquistati ad un prezzo altissimo, ha forse capito di non essere proprio pronta ad un confronto armato…). Gli USA, invece, hanno mantenuto un profilo basso, pur ribadendo in dichiarazioni pubbliche l’importanza della de-escalation. La loro attenzione è chiaramente rivolta a consolidare l’intesa con Modi e a spingere l’India verso il fronte anti-cinese. In questo contesto, il conflitto regionale può diventare un banco di prova per la fedeltà indiana e per il nuovo assetto globale. Non a caso Modi ha avuto altri impegni per non partecipare alla parata per la vittoria svoltasi a Mosca.
 
L’eco di una strategia imperiale
Il viaggio di Vance non ha quindi prodotto solo accordi economici e dichiarazioni congiunte: ha riattivato dinamiche di pressione selettiva e bilanciamento che riecheggiano modelli storici di gestione geopolitica . L’Italia, da ponte fragile tra UE e USA, e l’India, da mediatore tra blocchi rivali, rappresentano per Washington strumenti fondamentali per contenere il rafforzamento dell’asse sino-russo e dell’Europa unita. Le crisi emerse subito dopo – come il conflitto indo-pakistano – sono la cartina al tornasole delle tensioni che questa politica inevitabilmente genera. Ma per gli Stati Uniti sono i passi fondamentali per continuare a plasmare il disordine globale secondo i propri interessi.

L’inflazione mette a nudo la dipendenza energetica dell’Italia. Gli USA vedono il picco?

L’interruzione delle catene di approvvigionamento generate dalla pandemia e il conflitto armato in Ucraina hanno messo a nudo i problemi italiani di dipendenza energetica dall’estero. In Usa si intravede il picco dell’inflazione, nel Regno Unito la recessione.

Mentre i dati sul tasso di inflazione in Europa non accennano a diminuire nel secondo semestre – come invece era stato predetto nei mesi scorsi dai più autorevoli analisti – l’indice dei prezzi al consumo rivela in tutta la sua gravità i problemi di dipendenza energetica dell’Italia e di altri paesi europei.

Secondo Eurostat il tasso di inflazione annuale dell’Eurozona si è attestato all’8,9% a Luglio, ed è in aumento rispetto all’8,6% di Giugno (l’anno scorso era del 2,5%), mentre nell’area Euro l’indice è al 9,8%. In Italia, l’inflazione armonizzata a Luglio cala all’8,4% dall’8,5% di Giugno, e rimane sotto la media dell’Eurozona (8,9%), ma tassi annualizzati più bassi sono già riscontrabili in Francia e Malta (entrambi con il 6,8%), mentre i più alti sono stati registrati in Estonia (23,2%), Lettonia (21,3%) e Lituania (20,9%). La stessa Bce, per bocca del comitato esecutivo, vede un quadro in peggioramento per la crescita nell’area euro e non esclude la possibilità di entrare in una recessione tecnica; e se anche entrassimo in recessione, secondo la Bce sarebbe abbastanza improbabile che le pressioni inflazionistiche scendano da sole, poiché lo shock da offerta sta rallentando la crescita, ma la minore domanda di beni derivante da tale rallentamento non è sufficiente a indebolire l’inflazione.

Il bilancio mese su mese, comunque è negativo: rispetto a giugno, l’inflazione è diminuita in sei Stati membri, è stabile in tre ma è aumentata in diciotto. Questo accade perché le economie di ogni paese membro reagiscono in modo diverso a seconda del proprio livello di dipendenza energetica. L’Italia, in tal senso, sconta la miopia della pessima classe politica degli ultimi trent’anni anni, che ha snobbato completamente il problema, favorendo di fatto gli interessi degli altri paesi europei, come la Francia, in campo petrolifero. Infatti, storicamente Parigi vanta uno strapotere nell’area nordafricana per via del colonialismo, ed è opinione ampiamente condivisa che senza il volere del governo francese di quell’epoca il leader libico Muammar Gheddafi non sarebbe mai stato deposto, anche perché quest’ultimo ha pagato soprattutto il rifiuto di eseguire diversi contratti d’affari che aveva stipulato proprio con la Francia. Da qui l’intervento diretto manu militari di Sarkozy e il caos in cui versa il paese nordafricano dopo la sua mancata rielezione alla presidenza. Dopo la deposizione di Gheddafi, comunque, i giganti energetici Gdf-Suez (oggi ENGIE) e Total si sono fatti largo – come era prevedibile – a suon di acquisizioni e partecipazioni societarie, che hanno consentito alla Francia di raggiungere una produzione di oltre 400mila barili al giorno, superando l’italiana ENI, anch’essa titolare di contratti petroliferi in Libia.

Questa serie di circostanze, aggravate prima dalla interruzione delle catene di approvvigionamento generata dalla pandemia e poi dal conflitto armato NATO/Ucraina/Russia, ha messo a nudo i problemi dell’Italia, che è uno dei Paesi europei con la più alta dipendenza energetica dall’estero: nel 2021, infatti, le importazioni da altri Paesi di combustibili fossili, ovvero petrolio, gas e carbone, hanno coperto ben il 77% del fabbisogno nazionale, a fronte del 23% soddisfatto dalla produzione nazionale (per la maggior parte costituita da fonti rinnovabili). Proprio la Russia, da sola, copre il 25% del nostro fabbisogno, con il 40% delle importazioni di gas, il 12% di quelle di petrolio e ben il 52% di quelle di carbone. A seguire, l’Algeria contribuisce con il 15%, l’Azerbaigian con il 13%, la Libia con il 9%, l’Iraq con il 6%, il Qatar e l’Arabia Saudita con il 4%, gli Usa con il 3% e la Nigeria con il 2%. A ben vedere, si tratta di Paesi con regimi autoritari, oppure con problemi di instabilità politica o addirittura di guerre civili interne, per cui c’è poco da stare allegri sull’affidabilità nel tempo dei contratti di fornitura.

Relativamente agli USA – che di guerre se ne intende parecchio – dalle minute della Fed è emerso che il mantenimento della massima occupazione e l’abbassamento del tasso di inflazione al 2% potrebbe comportare ulteriori rialzi dei tassi, il cui ammontare dipenderà dai dati macro. Queste affermazioni lasciano un certo spazio ad un rallentamento del ritmo di crescita dei tassi, anche perché la Federal Reserve è già intervenuta ritoccando verso l’alto i tassi con una certa enfasi, che ha permesso di registrare una lieve contrazione dell’inflazione. Un altro rialzo di 75 punti base vede il favore di alcuni presidenti regionali della Fed, ed anche i più cauti si pronunciano per nuovi incrementi che non vanno al di sotto di 50 punti base, riferendosi ad eventuali aumenti di 75 bps come “ragionevoli”. La Fed, infatti, deve raffreddare on solo i consumi, ma anche il mercato del lavoro, dal momento che oggi ci sono quasi due posti di lavoro per ogni lavoratore disponibile.

In ogni caso, l’inflazione statunitense – sia “headline” che “core” – si è ridimensionata nel mese di luglio, e il mese di giugno segnerà probabilmente il picco del tasso di inflazione globale su base annua. Pertanto, il fatto che l’inflazione si modererà è dato per scontato da qualunque sondaggio, come quello condotto dal Wall Street Journal fra 75 economisti, i quali – tutti e 75 – prevedono un’attenuazione dell’inflazione rispetto al livello attuale, ma c’è disaccordo sulla misura di tale attenuazione. Infatti, l’intervallo delle previsioni per il 2023 va dallo 0,0% al 5,3%, mentre per il 2024 l’intervallo è compreso tra lo 0,3% e il 4,1%. Anche i sondaggi dell’Università del Michigan e della Fed di New York sulle aspettative di inflazione registrano un intervallo così ampio tra le opinioni degli economisti intervistati. Il problema è che le aspettative di inflazione misurate dai sondaggi possono rivelare dati distorti e confusi poichè fortemente influenzati dalla volatilità dei prezzi dei prodotti alimentari e dell’energia, ossia i due principali contributori dell’indice dei prezzi al consumo di ogni paese.

Nel frattempo, gli effetti nefasti della Brexit si fanno sentire nel Regno Unito, dove l’inflazione sta mettendo in ginocchio gli inglesi e non accenna a rallentare. Secondo la Banca d’Inghilterra, il picco inflattivo sarà registrato ad ottobre, e il timore di una recessione profonda sono molti. L’economia inglese, infatti, è appesantita anche dall’aumento del prezzo dei generi alimentari, generato dalla loro produzione – il Regno Unito importa moltissime derrate alimentari dall’estero – e soprattutto dal loro approvvigionamento per via del divorzio dall’UE. E così, le cassandre che avevano annunciato le conseguenze nefaste della Brexit possono finalmente cantare vittoria, ma relativamente alle materie prime energetiche gli inglesi detengono un buon livello di indipendenza – grazie alla British Petroleum – e non sono quindi importatori netti. Pertanto, pare che nel continente europeo l’Inghilterra sarà la prima ad entrare in recessione reale (non solo tecnica), e probabilmente la prima a uscirne. Tuttavia, l’inflazione potrebbe stabilizzarsi a livelli medio-alti per lungo tempo, e questo costringe gli inglesi a rivedere i programmi di finanza pubblica adattandosi a circostanze che non si vedevano da decenni.

Christine Lagarde affonda l’Italia? L’Unione Europea non è una famiglia, ma un condominio

L’UE è un condominio in cui l’amministratore è sempre lo stesso, e non è mai l’Italia. Il livello di inflazione di oggi è persino più basso di quello “non ufficiale” subito dagli italiani nel 2001-2012.

Di Alessio Cardinale

In giornate come quella del 10 Giugno, con Christine Lagarde che infila – per la seconda volta in due anni – una pugnalata al cuore del fragilissimo equilibrio economico italiano, verrebbe da pensare che l’Europa non ci desidera poi così tanto nel club. Eppure ci siamo dentro, per qualche strano motivo che Romano Prodi non ha mai saputo spiegare in modo compiuto (a parte alcuni slogan presto diventati barzelletta). E “se siamo dentro, dovremmo poter giocare ad armi pari con gli altri Paesi del club”, pensa il cittadino comune mentre si aggira nel parcheggio del supermercato con la lista della spesa oppure, seduto con calcolatrice alla mano, mentre cerca di capire se anche quest’anno potrà pagare le rate del mutuo senza rinunciare alla tradizionale settimana al mare con moglie e figli.

Nel frattempo, rimbalza sui media la notizia secondo cui il reddito medio annuale di un italiano sarebbe inferiore di 15.000 euro rispetto a quello di un tedesco. Un gran bel segreto di Pulcinella, questa notizia: chiunque ha un parente o un amico italiano emigrato in Germania sa bene che lì un operaio edile porta a casa 2.800-3.000 euro netti al mese, e gode di una paga oraria minima che a breve verrà portata a 12 euro. E così, mentre gli italiani – sempre meno ricchi – fanno fuori il risparmio accumulato quando un certo liberismo economico era ancora in vigore (nonostante Licio Gelli e la stagione delle stragi a fare da contorno ad una democrazia incompiuta), i tedeschi risparmiano sempre di più la propria ricchezza crescente. Da noi, persino uno dei maggiori sindacati si è schierato contro la paga oraria minima, e questo fa capire il livello di responsabilità che la classe dirigente ha sul disastro chiamato Italia.

Parimenti, uscendo dalla Germania, chiunque sa che un farmacista irlandese, da semplice dipendente, guadagna 3.800 euro al mese per cinque giorni la settimana di lavoro, mentre uno italiano ne porta a casa mediamente 1.400 (1.800 dopo 20 anni di esperienza), e deve farne mediamente sei, di giornate lavorative. L’elenco delle comparazioni con gli altri paesi dell’UE è lungo, ma sarebbe solo un esercizio di bile. L’Italia, infatti, non è la Germania, né l’Irlanda. Come la prima, è uscita sconfitta dal secondo conflitto mondiale, ma chi ci ha messo le mani ha riservato agli italiani un futuro diverso, di perenne vassallaggio, anche per via della sua particolare posizione geografica, molto importante militarmente quando si è trattato di definire il piano di spartizione delle aree di influenza internazionale.

Poi è arrivato l’ingresso nell’Unione Monetaria, che ci è stata venduta da nostri politici senza scrupoli come una occasione di riscatto e di crescita, e soprattutto come l’opportunità di una raggiunta uguaglianza politico-economica all’interno di una famiglia in cui i figli, in linea di principio, sono tutti uguali. Il problema è che l’Unione Europea non è affatto una famiglia, bensì un condominio in cui l’amministratore è sempre lo stesso, e non è mai l’Italia. Noi questo lo abbiamo capito solo nel 2012, quando ci si è resi conto che il potere d’acquisto degli italiani si era dimezzato a causa di una inflazione “non ufficiale” a due cifre  – mascherata dai dati ISTAT ottenuti manovrando abilmente sulla composizione del c.d. paniere – che a confronto quella ufficiale di oggi sembrerebbe persino sostenibile. La differenza tra i due periodi di inflazione (quella nascosta del 2001-2012 e quella “in chiaro” del 2021-2023) è che nel secondo periodo il valore reale dell’indebitamento pubblico e privato beneficerà di una decurtazione pari alla stessa percentuale di inflazione, mentre durante il primo periodo, oltre al taglio del potere d’acquisto, l’indebitamento degli italiani non si è svalutato secondo il reale tasso medio di inflazione, e in più le retribuzioni sono rimaste bloccate per lungo tempo – senza alcuna “scala mobile” – ai livelli dei primi anni 2000.

Aggiungendo a questa analisi la sparizione di molte delle garanzie destinate ai lavoratori e l’assenza di un salario minimo, ecco spiegata la l’imbarazzante differenza tra il reddito medio di un italiano e quello di un tedesco. In ogni caso, per ottenere il risultato sperato e fare dell’inflazione elevata una opportunità, serve anche un buon tasso di crescita del PIL, che senza profonde riforme in Italia potrebbe nuovamente attestarsi ai livelli annuali di crescita pre-pandemia, ossia circa l’1%. Servirebbero quindi politici coraggiosi (e non vassalli, di cui abbondiamo in tutto l’arco costituzionale) per riforme coraggiose, ma la mediocre politica italiana – fatta da politici mediocri – le rimanderà alle elezioni del prossimo anno, quando la nuova maggioranza si troverà tra le mani una agenda che nessuno fino ad oggi ha avuto il coraggio e/o la libertà di perseguire:

1) investire nella scuola e nella università, rivalutando il ruolo dei docenti e rivedendone il criterio di nomina;
2) portare la pressione fiscale a livelli veramente sostenibili, soprattutto per le imprese che oggi pagano uno scandaloso 60% di imposte prima di poter vedere gli utili (in Irlanda il 15%, in Germania il 35%);
3) detassare le imposte sul lavoro;
4) dare al Meridione le infrastrutture che non ha e che paralizzano le economie di intere regioni,
5) restituire dignità e garanzie al lavoro;
6) rivoltare come un calzino la Giustizia, e rivedere il livello di responsabilità dei magistrati, inserendone in organico almeno altri 20.000;
7) relativamente alla Pubblica Amministrazione, introdurre proceduralmente un generalizzato silenzio-assenso sulla maggioranza delle istanze provenienti dai cittadini, e introdurre verifiche di merito su tutti i dipendenti e dirigenti;
8) investire sulla Sanità e sui controlli agli sprechi, che nelle regioni del Sud Italia sono una vergogna internazionale.

Secondo uno studio del Sole 24Ore, solo con la riforma della P.A., e grazie all’impatto dei fondi europei, la crescita italiana nei prossimi cinque-dieci anni si attesterebbe stabilmente tra il 3 e il 4%, dando sostenibilità al debito pubblico che, in rapporto al Pil, scenderebbe così di circa il 5% all’anno. Il problema è che l’Europa imporrà all’Italia la sua agenda, fatta di lacrime e sangue, che impedirà il perseguimento dei punti 1, 2, 3, 5 e 8, mentre l’opposizione a realizzare il punto 6 arriverà probabilmente da “fuoco amico” (la stessa Magistratura, per nulla interessata ad essere riformata e a perdere gli incredibili privilegi di cui gode). Forse gli unici punti veramente realizzabili – anche adesso, in teoria – sarebbero il n. 4 (infrastrutture) e il n. 8 (Sanità), poiché i fondi del PNRR sarebbero destinati abbondantemente anche a questi due settori, ma si fatica a pensare che la classe politica odierna introdurrà tra i capitoli di spesa quelli relativi all’alta velocità da Napoli a Trapani, o al completamento della rete autostradale siciliana, oppure ancora all’aumento dei posti letto nei reparti ospedalieri, tanto per fare un esempio.

Il Giappone ha un indebitamento parecchio maggiore del nostro, eppure nessuno si strappa le vesti per farglielo diminuire; neanche gli Stati Uniti che, dopo Hiroshima, hanno riservato ai giapponesi molte più opportunità che all’Italia, facendo del Paese del sol levante una democrazia stranamente compiuta. Ciò che guida l’economia italiana, invece, è un Liberismo apparente, del tutto coerente con una Democrazia apparente qual è sempre stata la nostra, anche prima di fare ingresso nell’UE. Pertanto, sembra inutile prendersela con Christine Lagarde, poiché il presidente della Bce sta facendo il suo lavoro all’interno di una Unione Europea che è tutto fuorchè una unione di popoli e di interessi, divisi come sono, i suoi aderenti, per obiettivi, strategie e ricchezza pro capite. Rispetto alla sua infelice uscita di Marzo 2020 – ricordate il -17% della borsa italiana, quel mercoledì di due anni fa? – oggi la Lagarde si è limitata a comunicare, da banchiere centrale, ciò che le era permesso far sapere, senza profferire battute da absolute beginner.

Lo ha fatto bene? Lo ha fatto male? Avrebbe potuto rimandare la fine del Q.E.? Si è dimostrata ancora una volta succube della Germania? Draghi lo avrebbe fatto in modo migliore? Poco importa, poiché siamo dentro il condominio Europa, e l’unica strada per evitare le conseguenze della visione tedesca dell’inflazione sarebbe quella di trasferirci presso una abitazione indipendente – con tutte le conseguenze del caso – poiché cambiare semplicemente condominio non si può. In compenso, si potrebbe convincere i condòmini con maggiore quantità di millesimi che il benessere di ciascun condòmino, anche di quello che abita l’appartamento del sottoscala, conduce ad un durevole benessere generale. Ma per farlo servono politici di una certa caratura istituzionale. Voi ne vedete qualcuno?  

Variante Delta sotto controllo, equity europeo sugli scudi. Italia compresa

Secondo Andrea Scauri di Lemanik, dopo il forte rally dei mercati azionari dall’inizio dell’anno, l’outlook indica qualche incertezza nel breve termine, che però sarà solo temporanea. Danieli, Atlantia e Vivoryon le posizioni più interessanti in portafoglio.

“Nel breve termine ci potrà essere un pò di consolidamento dopo la forte performance dell’anno, prima di una nuova accelerazione guidata da titoli e settori che beneficiano del reflation trade, cioè maggiore crescita combinata con un’inflazione strutturalmente più alta. La nostra visione dei mercati azionari, in particolare dell’Europa, rimane quindi costruttiva”. È l’analisi di Andrea Scauri, gestore del fondo azionario Lemanik European Special Situations, che investe sulle aziende con le migliori opportunità di crescita in Europa con un obiettivo di ritorno assoluto. Il fondo ha registrato una performance positiva del +27% da inizio anno, sovraperformando di circa il 12% il benchmark Eurostoxx (+15%).

L’indice PMI composito statunitense si è attestato a 63,9 in giugno, in calo rispetto al 68,7 di maggio, ma mostrando ancora un tasso di crescita storicamente elevato in termini di produzione del settore privato. Un rallentamento dell’attività è stato registrato sia nel settore manifatturiero che in quello dei servizi, con i produttori ostacolati da significativi ritardi nelle consegne dei fornitori e difficoltà nell’assunzione di personale. Questi dati suggeriscono che la forte accelerazione dello slancio economico globale dai minimi del secondo trimestre 2020 potrebbe essere giunta al termine.  La performance dell’economia statunitense è destinata a rimanere robusta, sostenuta dalle riaperture, dalla forte crescita dei consumi e dai piani di stimolo del governo e stiamo assistendo solo a un rallentamento della crescita. L’accelerazione della crescita in Europa deve ancora iniziare e godrà di un sostegno continuo da parte della Bce.

“Dopo il forte rally dei mercati azionari dall’inizio dell’anno, l’outlook indica qualche incertezza nel breve termine”, sottolinea Scauri. “Le ragioni sono le seguenti: le decisioni di ritardare l’allentamento delle restrizioni a causa della diffusione della variante Delta; i timori di una fine affrettata delle politiche monetarie/fiscali favorevoli e di dichiarazioni meno accomodanti da parte delle banche; i timori di un rallentamento della crescita globale nel breve termine a causa dei vincoli sul lato dell’offerta e dell’aumento dei prezzi. A nostro avviso, si tratta comunque di fattori temporanei”.

Con due dosi di vaccino, la variante Delta rimane sotto controllo e i vaccini si stanno dimostrando efficaci. I tassi reali potrebbero salire ma solo in misura limitata nei prossimi 12-24 mesi, dal momento che le banche centrali devono tenere sotto controllo i tassi di interesse. Infine l’Europa, anche grazie alla Next Generation Eu, ha ancora molto spazio di crescita nei prossimi mesi. L’attrattiva dell’Italia per gli investitori sta crescendo grazie al suo profilo di rischio drasticamente migliorato, e perché è tra i principali beneficiari dei fondi Ue Next Generation (in Italia ribattezzato come PNRR, piano nazionale di ripresa e resilienza), che potrebbero portare nuovi capitali verso l’Italia e l’Europa, per monetizzare il debito e, se necessario, utilizzare altre misure di politica monetaria a disposizione.

“Questo è il motivo del nostro posizionamento importante sul mercato italiano attraverso temi di investimento molto specifici”, conclude Scauri. “È il caso di Danieli, che combina crescita, multipli economici e tendenze a lungo termine legate alla decarbonizzazione dell’industria dell’acciaio. Abbiamo poi costruito una nuova posizione su Atlantia, mentre fra le posizioni core segnaliamo l’ottima performance di Vivoryon, a seguito dell’annuncio di una partnership di commercializzazione e distribuzione del prodotto in via di sviluppo su Alzheimer con uno dei principali player cinesi”.

L’Italia non è un paese per Startup. Tra miti e luoghi comuni, rischiamo di rimanere indietro

Secondo molti italiani, le startup falliscono per cui è pericoloso investire in questo settore. Perché allora la Francia nel 2020 ha impiegato 4 miliardi ed ha in programma investimenti maggiori nel 2021?

Di Alberto Villa*

Il rischio di impresa è un termine conosciuto ma piuttosto inviso a molti italiani, i quali vorrebbero escluderlo a priori nel loro modo di vedere il futuro. Per quanto legittimo, mettere da parte qualunque inclinazione all’attività d’impresa – che in Italia si trasmette quasi esclusivamente da una generazione di imprenditori all’altra, mancando una “scuola” imprenditoriale diffusa – produce una serie di conseguenze riguardo l’economia reale e, soprattutto, una falsa rappresentazione del rischio, nel senso che è vero che alcune iniziative imprenditoriali possono fallire, ma è anche vero che possono avere successo ed è impensabile che possano fallire tutte, solo perché c’è il “rischio d’impresa”.

Infatti, a determinare il successo o l’insuccesso di una startup concorre una serie di elementi, ed è opportuno sfatare dei veri e propri “miti” e luoghi comuni che stanno fiorendo attorno al nascente fenomeno dell’imprenditoria giovanile trainata dai megatrend delle tecnologie in tutte le loro sfaccettature. Innanzitutto, investire nelle PMI innovative non significa soltanto “ascoltare imprenditori con idee stravaganti” – sebbene ci siano anche questi – bensì analizzare la fase di avvio di nuove imprese che nascono, crescono, producono occupazione e fanno innovazione di servizio e di prodotto. E’ questo il principio di metodo osservato dalla Francia, che nel 2020, anno della pandemia, ha visto un forte iniezione di liquidità (4 miliardi) a favore delle startup. Lo stesso presidente francese Emanuel Macron lo aveva annunciato personalmente, puntando alla leadership continentale per innovazione e tecnologia.

E in Italia, cosa succede?

Mentre in Francia sono già nate 10 startup “unicorno”, in Italia molti neanche conoscono il significato del termine e l’importanza di queste aziende per l’economia nazionale. I risultati conseguiti in Francia, però, sono anche il frutto di un ecosistema nazionale ed istituzionale che ha saputo investire con pragmatismo, facendo guadagnare ai francesi una posizione invidiabile nello scenario internazionale dei Paesi più attrattivi per le startup. A differenza dell’Italia, per esempio, in Francia esiste dal 2013 la French Tech, un’agenzia governativa che ogni anno pubblica una lista di oltre 100 startup grazie al quale è possibile conoscere in maniera approfondita il mercato ed i loro investimenti.  Anche le istituzioni creditizie giocano un ruolo importante, come la banca pubblica Bpifrance, che ha svolto varie funzioni di impulso compreso l’impiego di capitali in diversi progetti.

In sintesi, mentre la Francia è stato l’unico Paese a crescere nel 2020, raggiungendo per la prima volta i 5 miliardi di investimenti e superando Regno Unito e Germania, noi non raggiungiamo neppure il miliardo. E’ anche vero che Italia e Francia siano due economie diverse, ma possiamo escludere che i francesi abbiano intenzione di finanziare società che siano destinate a chiudere entro 3 anni. Naturalmente, anche lì c’è un elevato numero di fallimenti, ma il dato va esaminato in relazione al contesto generale di quel Paese, dove esiste una comunità che favorisce la crescita di nuove realtà. In più, entro fine anno entrerà in vigore la normativa comunitaria del settore e, in un futuro molto vicino, sarà possibile investire in queste realtà d’Oltralpe esattamente come ora si utilizzano le piattaforme di Crowdfunding per accedere alle startup italiane.

Riguardo l’alto tasso di fallimento di molte iniziative, c’è da dire che anche le PMI “tradizionali” chiudono a seguito della evidente impossibilità di proseguire, ma in percentuale molto diversa rispetto alla startup innovative. Infatti, secondo i dati presentati da Banca d’Italia prima della pandemia, un quarto delle aziende “tradizionali”, considerate come piccole e medie PMI, sopravvivevano grazie alla liquidità fornita dalle banche, le quali a loro volta utilizzano varie tipologie di garanzie come ad esempio fideiussioni o consorzi fidi per tutelarsi. Pertanto, queste realtà continuano ad esistere perché in sostanza il costo del loro fallimento sarebbe difficile da sopportare. In pratica, si tratta di “aziende zombi”, destinate comunque a chiudere. A riprova di ciò, Cerved Group, ossia l’agenzia di informazioni commerciali specializzata nel valutare la solvibilità e il merito creditizio delle imprese, ha elaborato uno studio utilizzando i dati delle società italiane e ha applicato i parametri delle nuove norme sul Fallimento, con il risultato che quasi 140 mila imprese, cioè una su cinque, è in crisi, nel senso che i loro flussi di cassa futuri non sono adeguati a coprire il livello di indebitamento dell’azienda.

Non è un caso che ad aprile scorso il Governo abbia nominato una commissione di esperti per elaborare delle proposte sul tema, compreso il differire l’entrata in vigore della riforma del Fallimento, rinviata effettivamente al 2022.

Pertanto, se l’Italia non modificherà urgentemente il modo di intendere questo settore, rischiamo di vedere crescere innovazione solo all’estero, e assistere impotenti allo spostamento di patrimoni e liquidità dei nostri investitori verso altri Paesi comunitari che assicurino soluzioni alternative e più efficaci.

* Alberto Villa, Consulente in Finanza d’Impresa, membro A.I.A.F. e Consulente Finanziario Autonomo, collabora con la rete professionale M&V Private Corporate Advisor 

Economia circolare, bilancio della piattaforma europea ManuSquare per il manifatturiero

Il progetto si concentra sulla rivalorizzazione dei sottoprodotti non utilizzati nell’industria manifatturiera, e consente alle aziende di individuare acquirenti per i propri scarti o surplus di produzione riducendo così il numero di rifiuti da conferire in discarica, in un percorso virtuoso di economia circolare.

È durato tre anni il progetto europeo MANUSQUAREManufacturing ecoSystem of Qualified Resources Exchange (www.manusquare.eu) iniziato nel 2018 e finanziato dalla Comunità Europea nell’ambito di Horizon 2020. Un progetto che ha portato all’ideazione e realizzazione della omonima piattaforma digitale, da molti considerata come una concreta opportunità di innovazione e business per le aziende manifatturiere di svariati settori.

Il progetto è supportato da un consorzio di 12 partner provenienti dalla R&S e dall’ambiente industriale, e più in dettaglio:

SUPSIScuola Universitaria Professionale della Svizzera Italiana,
Holonix Srl (Italia),
SINTEF AS (Norvegia),
Innova Srl (Italia), 
– IBM Israel,
– Science and Technology Ltd (Israele),
– INESC-TEC – Instituto de Engenharia de Sistemas e Computadores, Tecnologia e Ciência  (Portogallo),
– PRODUTECH – Associação para as Tecnologias de Produção Sustentável (Portogallo),
– JPM – Automação e Equipamentos Industriais SA (Portogallo),
Innovhub SSI (Italia), 
Sanitars SpA (Italia), 
– Aktiengesellschaft Trudel (Svizzera), 
– CSEM – Centre Suisse d’Électronique et de Microtechnique SA (Svizzera).

Per fare il punto sugli elementi costitutivi che hanno portato alla ideazione e realizzazione della piattaforma MANUSQUARE, sugli strumenti messi in campo dal progetto e sui trend tecnologici – ed anche per illustrare le nuove opportunità di business per le aziende manifatturiere internazionali – lo scorso 23 giugno si è svolto il webinar organizzato dalle aziende del consorzio, che ha visto la partecipazione di relatori provenienti dal mondo dell’industria, della ricerca e delle istituzioni. Durante il webinar, sono stati illustrati i primi risultati del progetto, che a oggi mostra un andamento positivo, e della piattaforma, a cui si sono registrate già circa cento aziende.

Il progetto, fin dall’inizio, si è concentrato sulla rivalorizzazione delle capacità, delle risorse e dei sottoprodotti non utilizzati nell’industria manifatturiera, consentendo alle aziende di individuare acquirenti per i propri scarti o surplus di produzione, e allo stesso tempo riducendo il numero di rifiuti da conferire in discarica, in un percorso virtuoso di economia circolare. Sono stati messi a disposizione delle aziende strumenti ad hoc e servizi utili a consentire l’incontro tra la disponibilità e la domanda delle capacità produttive, delle risorse, delle nuove idee o dei sottoprodotti, con l’obiettivo di creare in modo dinamico delle catene di valore all’interno di un ambiente fidato, supportato da strumenti di ultima generazione come l’intelligenza artificiale e la blockchain.

“Il progetto MANUSQUARE ha raggiunto l’obiettivo di mettere a disposizione dell’industria manifatturiera una piattaforma digitale per sviluppare nuovi business e innovazione – ha dichiarato Alessio Gugliotta, responsabile ICT di Innova, una delle aziende italiane partner del progetto -. “Ovviamente la piattaforma ora deve crescere e maturare per poter attrarre più aziende e offrire sempre più opportunità. La collaborazione con nuovi early adopter sarà quindi fondamentale nei prossimi mesi per continuare il nostro cammino di crescita”. E se il progetto finisce, non finisce l’attività della piattaforma. “Sicuramente i sei mesi successivi alla fine del progetto vedranno un periodo di transizione, in cui noi gestiremo e cercheremo di portare avanti lo sviluppo della piattaforma – ha aggiunto Gugliotta – “Dopo di che l’obiettivo è quello di creare una startup che prenda in gestione la piattaforma“.

Graziano Elegir

“La piattaforma rappresenta un’importante opportunità anche in ambito di economia circolare sia nel settore cartario sia in quello tessile” ha dichiarato a sua volta Graziano Elegir, responsabile R&D area Carta/Tessile di Innovhub – Stazioni Sperimentali per l’Industria, ente di ricerca e altro partner italiano del progetto -. “In particolare, il settore tessile necessita di trovare soluzioni tecnologiche innovative avanzate per la valorizzazione degli scarti post-industriali complessi per superare il basso tasso di riciclo attuale e ridurre l’impatto ambientale. Soluzioni innovative di recupero che dovranno essere necessariamente cercate non solo all’interno della stessa filiera ma anche in filiere alternative, secondo una logica di open loop recycling e di contaminazione con altri settori industriali”.

Il “Draghi Put” riduce in schiavitù lo spread. Un cane da guardia per i fondi del Recovery Plan

Secondo Goldman Sachs, il prezzo del rischio sovrano italiano indica fiducia nella capacità di Draghi di contenere il rischio politico. Lo spread sui titoli tedeschi a 10 anni si riduce e premia le aspettative di riforme strutturali della coalizione italiana di unità nazionale.

Nei suoi otto anni come presidente della BCE, Mario Draghi ha sviluppato una capacità quasi leggendaria di contenere gli oneri finanziari per i governi della zona euro. Gli investitori sembrano attribuirgli poteri taumaturgici, a giudicare dalla calma che è scesa sui mercati obbligazionari da quando è entrato in carica a febbraio, passando dal ruolo di ex banchiere centrale – ampiamente riconosciuto per aver domato la crisi del debito dell’eurozona un decennio fa – in quello di politico. Prova ne è che, dopo una breve oscillazione al rialzo dello spread per via della preoccupazione che la BCE potesse presto ritirare il suo stimolo finanziario all’economia di emergenza, i costi di finanziamento di Roma sono tornati ai minimi nel giro di un mese.

Gli analisti di Goldman Sachs hanno soprannominato il potere dell’ex capo della BCE sui mercati obbligazionari come il “Draghi put“, poiché “il prezzo del rischio sovrano italiano indica innegabilmente fiducia nella capacità di Draghi di contenere il rischio politico”, ha scritto la banca in una nota ai clienti la scorsa settimana.

Gli investitori hanno segnalato il loro sostegno ai piani del primo ministro per rivedere la burocrazia italiana grazie ai 205 miliardi di euro provenienti dal Recovery Plan, e così oggi lo spread che l’Italia paga sul suo debito in relazione agli interessi sui titoli tedeschi a 10 anni si attesta a poco sopra un punto percentuale, non molto al di sopra del minimo quinquennale di febbraio. “C’è sicuramente una visione del mercato secondo cui Draghi non può sbagliare, che tutto ciò che tocca si trasforma in oro”, ha affermato James Athey, gestore di portafoglio obbligazionario presso Aberdeen Standard Investments.

Alcuni gestori di fondi percepiscono un’opportunità per scuotere l’Italia da decenni di torpore a bassa crescita, e stanno scommettendo che la stabilità fornita dalla coalizione di unità nazionale di Draghi crei uno sfondo ideale per il programma di riforma, poiché l’Italia beneficia di una delle maggiori quote del fondo di recupero dalla pandemia pari a 750 miliardi di euro. Il governo ha istituito un “cane da guardia” per sorvegliare le modalità di spesa del denaro, e ha introdotto misure per snellire la burocrazia e accelerare lo sviluppo delle infrastrutture. “Questo è esattamente ciò di cui l’Italia ha bisogno per affrontare i suoi problemi a lungo termine. Si tratta di una spesa fiscale mirata finalizzata alle giuste riforme”, ha affermato Gareth Colesmith, responsabile dei tassi globali di Insight Investment. Ecco perché siamo positivi sull’Italia“.

La direzione degli spread italiani ha ripercussioni oltre i suoi confini. Essendo il più grande mercato dei titoli di stato dell’eurozona – e uno dei più rischiosi – l’Italia dà il tono agli asset ad alto rischio in tutto il blocco. Secondo Andrea Iannelli, direttore degli investimenti di Fidelity International, per ora “l’effetto Draghi” ha contribuito a nascondere le preoccupazioni per il consistente debito pubblico italiano, che supera il 160 per cento del PIL. “Questa visione potrebbe essere eccessivamente ottimista – sostiene Iannelli – perché distribuire miliardi di investimenti potrebbe riaccendere vecchi conflitti politici”. Ed effettivamente qualche segnale di malcontento c’è, perché Fratelli d’Italia – unico grande partito a non sostenere la coalizione di Draghi – è attualmente al secondo posto nei sondaggi a livello nazionale e non mostra particolare fiducia nell’UE. “Non sarà una navigazione semplice”, ha detto Iannelli. “e il mercato sta valutando positivamente uno scenario che presenta qualche rischio”.

In quanto nomina tecnocratica, Draghi non dovrebbe continuare come primo ministro oltre le prossime elezioni. Il mandato della coalizione deve terminare entro il 2023, anche se il voto potrebbe arrivare già il prossimo anno se Draghi decidesse di candidarsi alla Presidenza della Repubblica. Chiara Cremonesi, stratega del reddito fisso di UniCredit, ha affermato che i mercati potrebbero presto iniziare a preoccuparsi per ciò che potrebbe seguire la coalizione di unità. “Gli investitori sono positivi su Draghi, quindi sono ovviamente preoccupati per quanto durerà il suo governo”, ha detto. UniCredit non si aspetta elezioni nel 2022, ma un “aumento del rumore politico” potrebbe riportare gli spread al livello di circa 1,2 punti percentuali raggiunto prima dell’arrivo di Draghi, ha aggiunto.

Anche senza una fiammata politica, la relativa calma nei mercati dipende dalla BCE e dal suo continuo sostegno ai mercati attraverso il programma di acquisto di obbligazioni pandemiche da 1,85 trilioni introdotto dal successore di Draghi alla banca centrale, Christine Lagarde. Un sell-off obbligazionario dell’eurozona a maggio, che ha ampliato gli spread italiani aumentando anche i rendimenti tedeschi, mostra quanto i mercati siano diventati sensibili a qualsiasi suggerimento di un “tapering” anticipato degli acquisti netti dall’attuale livello di 80 miliardi al mese. La stessa Lagarde, però, ha rassicurato gli investitori che manterrà i suoi sforzi.

In ogni caso, gli investitori pensano che la BCE sarà molto sensibile a qualsiasi aumento dei rendimenti italiani. Finché l’ex capo della BCE rimarrà in carica, in molti scommettono che la banca centrale avrà maggiori probabilità di mantenere in funzione il rubinetto degli stimoli. “Finché pensano che l’Italia stia facendo riforme sensate, continueranno a fornire supporto”, ha affermato Colesmith.

Fonte: https://www.ft.com/content/c896f2b3-58b5-43e1-8c3d-d67bde88aaa9 (traduzione ed elaborazione dall’inglese a cura della redazione)

Tra gli eccessi della Corea del Sud e la media europea, Italia ancora “paradiso fiscale” delle successioni

Alla luce della maxi tassa di successione che gli eredi del fondatore di Samsung dovranno pagare, conviene nascere e morire in Italia. Media europea pari al triplo del nostro livello medio di tassazione: qual è la giusta misura?

Anche l’Italia ha il suo piccolo “angolino offshore” in termini di tassazione, sebbene non sia esattamente uno di quelli che attira i non residenti a tornare dall’estero o gli imprenditori stranieri di origini italiane a prendere la nostra nazionalità. Eppure, i più saggi e avveduti di loro dovrebbero pensarci. In materia di imposte di successione, infatti, nel nostro Paese si continua a detenere un livello basso da record, se non fosse che la media europea  – e le garbate pressioni dell’Unione per adeguarci anche in questo senso – lasciano intravedere un futuro di aumenti delle aliquote per adeguare progressivamente il livello di tassazione italiano a quello europeo.

Successione

Infatti, nonostante la tanto attesa riforma del catasto – sempre annunciata ma mai attuata – e le raccomandazioni delle istituzioni europee, la base imponibile su cui calcolare l’imposta di successione e donazione rimane quella del valore catastale, che è significativamente inferiore al valore di mercato e riduce il gettito complessivo dell’imposta, che in Italia è pari a circa 900 milioni (dati del 2019), a fronte dei 15 miliardi della Francia e dei 7,2 miliardi della Germania. Le aliquote basse e le franchigie elevate, poi, fanno il resto.

Per comprendere quanto sia favorevole il nostro sistema di aliquote, basti dire che, considerando una eredità da un milione di euro (da padre a figlio), in Spagna si pagherebbe una imposta di circa 335.000 euro, in Francia 270.000, in Inghilterra 245.000, in Germania  115.000 e in Italia zero, grazie alla generosa franchigia da un milione a figlio (che arriva a 1,5 milioni in caso di figli disabili).

E se l’Italia si adeguasse alla media europea? Sarebbero dolori, soprattutto per le famiglie della (ormai defunta) classe media, ben patrimonializzate dagli asset immobiliari – prima e seconda casa – ma con riserve di liquidità assai più modeste e potenzialmente insufficienti per pagare imposte di successione di una certa entità. Non fanno eccezione neanche le famiglie detentrici di maggiore risparmio liquido, dal momento che ad esso corrisponde di solito un patrimonio immobiliare proporzionalmente più elevato. Per tutti, in ogni caso, si fa strada la necessità di una pianificazione finanziaria molto rigorosa, che consenta anche la costituzione di una riserva liquida da vincolare esclusivamente al pagamento delle imposte di successione da parte dei figli, qualora questi non siano in grado di farvi fronte al momento della scomparsa dei genitori. Gli strumenti finanziari che soddisfano questa specifica esigenza esistono e, trattandosi di un obiettivo di lungo-lunghissimo periodo, i rendimenti assicurati dai mercati azionari con un adeguato orizzonte temporale consentirebbero di accantonare somme sostenibili per questo obiettivo, soprattutto per gli imprenditori compresi nella fascia d’età 50-60. 

Di questo problema si discute da molto tempo, ma il dibattito attraversa lunghe fasi di sonno, da cui si desta in occasione di un “evento successorio” clamoroso che, puntualmente, lo riporta alla luce. Di recente, per esempio, la scomparsa del fondatore sudcoreano di Samsung, Lee Kun-hee, ha fatto scalpore per la maxi tassa di successione di 12 miliardi di dollari imposta agli eredi. La Corea del Sud, infatti, è il paese con la più alta tassazione al mondo in caso di successioni (60% del patrimonio del de cuius), e mette in difficoltà persino gli imprenditori sudcoreani ultra-ricchi che hanno imparato a detenere una elevata soglia di liquidità, così come le famiglie meno ricche del paese asiatico. Pertanto, il passaggio generazionale da Lee Kun-hee ai figli ha costretto i suoi eredi a mettere in vendita ville, auto, collezioni d’arte (13.000 pezzi dal valore di 2,7 miliardi di USD) e gioielli, ma anche a ricorrere all’indebitamento bancario per evitare di vendere alcuni asset importanti e cedere il controllo delle partecipate più appetibili.

Comunque vada a finire – sappiamo che il debito con l’erario sudcoreano è stato rateizzato in 5 anni – la vicenda degli eredi Samsung è interessante almeno sotto due profili.

Il primo, come già detto, è quello dell’inevitabile confronto tra l’aliquota successoria del paese asiatico (60%) e quelle italiane, che sono comprese tra il 4% ed l’8% e sono spesso rese inefficaci da franchigie generosissime per moglie e figli. Pertanto, mentre gli imprenditori ultra-ricchi sudcoreani – così come le famiglie di ogni fascia economica – si sono adattate a questo sistema impositivo così estremo accantonando una liquidità adeguata per affrontare i costi della successione (che sono anche commisurate al patrimonio, e non solo al grado di parentela degli eredi), le famiglie imprenditoriali italiane non accantonano sufficientemente e preferiscono privilegiare le quote aziendali, le partecipazioni azionarie e, soprattutto, il patrimonio immobiliare.

Il secondo, invece, genera una più larga riflessione sulla stessa ratio dell’imposta di successione, nonchè una serie di perplessità. In particolare, ci si chiede se è ancora sostenibile costringere gli eredi ad una dismissione forzosa di una parte del patrimonio, frutto di talento, fatica e senso degli affari del de cuius e/o della famiglia di origine, per consentire allo Stato un gettito fiscale da destinare, solo in via di principio, alla redistribuzione della ricchezza tra le classi sociali più svantaggiate, senza avere alcuna sicurezza che queste entrate vengano in qualche modo vincolate a questa finalità e non si perdano, invece, in mille rivoli che nulla c’entrano con l’obiettivo sociale originario. Inoltre, se la tassazione ordinaria imposta alle aziende – ancora piuttosto elevata in Italia – assolve già al principio della redistribuzione della ricchezza sociale (in questo caso tramite le politiche del lavoro finanziate dal gettito fiscale), questa ulteriore imposta viene percepita da sempre come una “doppia tassazione” sul patrimonio degli imprenditori, i cui beni personali sono legati a doppio filo con le attività imprenditoriali che sono state già debitamente tassate in vita.

La scioglimento di questi dubbi non è semplice, ma è certo che non esiste alcun vincolo contabile che costringa lo Stato a spendere il gettito fiscale derivante dalle imposte di successione e donazione a vantaggio di specifiche categorie di interessi collettivi (es. formazione alle imprese, borse di studio accademiche, sostegno agli studi per gli studenti meritevoli), per cui risulta quasi incomprensibile la necessità di mantenere tale imposta e non prevedere, invece, il mantenimento del sistema attuale o la sua totale eliminazione.

Peraltro, in Italia il tessuto imprenditoriale è fatto di piccole e medie imprese, ed un passaggio generazionale privo di qualunque imposizione fiscale di stampo “sudcoreano” (o europeo) assicurerebbe una certa continuità strategica per lo sviluppo economico del Paese. Infatti, è noto come più della metà delle PMI italiane abbiano ancora alla guida i fondatori ultra sessantenni, i quali nei prossimi 15-20 anni dovranno passare il testimone agli attuali millennials. Inoltre, la statistica è impietosa nel ricordare che il 50% delle imprese familiari italiane scompare già alla seconda generazione, e solo un quinto arriva alla terza.

La sensazione generale è che la ratio della imposta sulle successioni e donazioni, ossia l’effetto di redistribuire la ricchezza, non ha alcun appiglio con la realtà, e che ciò accadrebbe anche qualora si scegliesse di dare seguito alle pressioni dell’Europa aumentando le aliquote (e/o diminuendo la franchigia) per rimpolpare il gettito. Il rovescio della medaglia è che una maggiore imposizione potrebbe incidere irrimediabilmente su molti dei patrimoni familiari degli imprenditori, contribuendo così all’indebolimento del tessuto imprenditoriale italiano, con ricadute occupazionali negative che vanificherebbero gli incerti effetti della redistribuzione della ricchezza.

Scambi Italia e Stati Uniti nel 2020. Lombardia prima per export, Milano da sola vale 4,7 miliardi

Tra Italia e Stati uniti calano meno del resto del mondo le esportazioni, grazie a  farmaceutica e alimentari in crescita. Nell’export tengono Veneto, Toscana e Campania, crescono Liguria, Abruzzo e Molise. Tiene Milano.

Valgono 57 miliardi gli scambi per l’Italia con gli USA nel 2020, su un totale di 804 miliardi di scambi internazionali nell’anno, secondo un’elaborazione di Promos Italia su dati Istat. In calo rispetto ai 63 miliardi dell’anno precedente, il 2019. Si tratta di 14,8 miliardi di import, in calo del 13 percento in un anno e di 42,5 miliardi di export, in calo di 6,7 percento. Rispetto al dato mondiale, la situazione per l’import è simile mentre le esportazioni verso gli Stati Uniti tengono un po’ di più, il calo rispetto al mondo è del 9,7 percento.  

Gli USA sono il terzo tra i partner commerciali dell’Italia e assorbono oltre il 9% delle nostre esportazioni.

“Gli Stati Uniti – ha dichiarato Alessandro Gelli, Direttore di Promos Italia – si confermano un mercato strategico per i rapporti economici del nostro Paese. Sono infatti il terzo mercato a livello internazionale per esportazioni e anche nel periodo del Covid hanno rafforzato questa posizione. Detto ciò, nell’ultimo anno si è registrato un calo generale negli scambi tra Italia e Stati Uniti, anche se inferiore rispetto al resto del mondo. Un andamento che è accompagnato da effetti molto diversificati, per settore e per regione, con aumenti elevati in alcuni casi e diminuzioni improvvise in altri. Il 2020 – conclude Gelli – ha quindi modificato le tipologie di rapporti commerciali degli Stati Uniti con il nostro Paese e con le diverse realtà territoriali. Sarà interessante verificare, quando la pandemia sarà finita, se questo shock ha modificato in maniera perenne i trend commerciali tra i due Paesi o se si è trattato solo di dinamiche temporanee”.

Alessandro Gelli

Tra i settori principali di esportazione negli USA, i macchinari che vedono un export di 8,6 miliardi calano del 9 percento, i mezzi di trasporto con 8,2 miliardi calano del 5 percento, la farmaceutica con 5,8 miliardi cresce di 1 percento, gli alimentari con 4,5 miliardi crescono del 5,8 percento, la moda con 4 miliardi cala del 27 percento, i metalli con 3 miliardi calano del 10 percento. 

Tra le principali regioni per export la Lombardia con 9,4 miliardi rispetto ai 10 miliardi del 2019, in calo del 6 percento, Emilia Romagna con 6 miliardi in calo dell’8 percento. Tiene il Veneto con 5,5 miliardi in calo di 1,2 percento. Poi seguono Toscana con 3,8 miliardi, in crescita dello 0,4 percento, Piemonte con 3,7 miliardi, in calo di 15,6 percento e Lazio con 2,8 miliardi, in calo del 36 percento. Il Friuli con 2,3 miliardi cala dell’8%. Forte la crescita per la Liguria con 1,6 miliardi, +95%.

Tiene la Campania con 1,2 miliardi, in calo dello 0,9 percento. Tra le regioni in crescita da segnalare Abruzzo con 933 milioni, +66 percento e Molise con 447 milioni, + 86 percento. 

Tra le province, prima Milano con 4,7 miliardi, in calo di 1,3 percento, Torino con 1,9 miliardi in calo del 20 percento, Bologna con 1,7 miliardi in calo del 10,9 percento, Modena con 1,5 miliardi in calo di 12,2 percento, Vicenza con 1,5 miliardi in calo del 6 percento, Latina con 1,4 miliardi in calo del 49 percento. Cresce Genova, con 1,4 miliardi, + 117 percento.

Tra le prime anche Firenze con 1,4 miliardi, in calo del 15 percento.

Carlo Bonomi: “recupero dell’economia italiana a fine 2022”

I cali più significativi si sono registrati nel settore moda, meccanica, arredo e altri. In particolare, il turismo esce da un anno molto negativo e richiede la massima attenzione sul fronte della politica economica.
 
ROMA (ITALPRESS) – “Le esportazioni di beni e servizi nello scenario di Confindustria dopo una caduta di circa il 14% nel 2020, saliranno di oltre l’11% nel 2021 e del 7% nel 2022. Il mercato internazionale continua a fornire uno slancio rilevante alla ripresa delle aree europee e alla competitività delle merci italiane. Le vendite all’estero di beni, dopo una caduta di circa il 10% nel 2020, sono viste recuperare pienamente nel 2021 con un rimbalzo e ulteriore crescita di circa il 5% nel 2022″. Lo ha sostenuto il Presidente di Confindustria, Carlo Bonomi in occasione della presentazione del Rapporto di previsione del Centro Studi ConfindustriaLiberare il potenziale italiano. Riforme, imprese e lavoro per un rilancio sostenibile“.
“Il calo dell’Italia nel 2020 – afferma Bonomi – è stato più ampio rispetto a quello del commercio mondiale, circa -5,3%, perchè sostenuto dalla buona dinamica degli scambi nel sud est asiatico dove l’Italia è poco presente. Ciò non vale solo per l’Italia, ma anche per gli altri esportatori di beni europei: -15% la Francia, -10% la Spagna, -8% la Germania. Al contrario nel 2021 l’export italiano è destinato a salire di più rispetto al commercio mondiale anche grazia a un riequilibro della crescita a favore di Europa e Stati Uniti”.
 
Poi ha aggiunto: “Alla fine del biennio previsto l’Italia tornerà vicino alla dinamica mondiale in linea con il trend di medio e lungo periodo. A fine 2022 il pieno recupero dell’economia italiana porterà alla chiusura del gap generatosi con la crisi pandemica. Al quarto trimestre del 2022 il PIL sarà inferiore dello 0,3% rispetto a fine 2019, ma altri paesi europei come la Germania recupererà prima, già a fine 2021″.
 
“Nei servizi – ha proseguito – il calo di fatturato è diminuito del 2,2%. I cali più significativi si sono registrati nel settore moda, meccanica, arredo e altri. In particolare il turismo esce da un anno molto negativo e richiede la massima attenzione sul fronte della politica economica come annunciato dal presidente del consiglio Draghi per assicurarne la tenuta e il rilancio. L’andamento è meno positivo da quanto stimato dal Centro studi di Confindustria a ottobre quando di calcolava un recupero del 4,8%. La revisione al ribasso di circa tre quarti di punto è dovuto al peggioramento della crisi sanitaria a partire da gennaio”. (ITALPRESS).

Articolo di Italpress.