Come trasformare la liquidità inattiva in opportunità di crescita. Tre leve concrete per famiglie e risparmiatori, tra inflazione, tassi variabili e nuove sfide economiche.
Di Valentina Montella*
In Italia il risparmio è sempre stato considerato una virtù collettiva. Generazioni di famiglie hanno custodito liquidità sui conti correnti, assimilando il risparmio alla sicurezza. Tuttavia, negli ultimi anni questa convinzione si è incrinata: l’inflazione, tornata con forza dal 2021, ha ridotto sensibilmente il potere d’acquisto della liquidità parcheggiata, mentre le politiche monetarie restrittive della BCE hanno prodotto effetti contrastanti su famiglie e imprese. Secondo Banca d’Italia, nel 2024 oltre 1.600 miliardi di euro giacevano sui conti correnti degli italiani, a fronte di rendimenti medi dello 0,2%. In termini reali, si tratta di una perdita costante di valore, che mina la capacità delle famiglie di pianificare il futuro.
Liquidità ferma e rischio inflazione – Il problema principale legato alla liquidità inattiva è la perdita di valore nel tempo. Un tasso di inflazione annuo del 5% riduce in dieci anni di oltre il 40% il potere d’acquisto di un capitale fermo. ISTAT ha rilevato che tra il 2021 e il 2023 i prezzi al consumo in Italia sono aumentati complessivamente del 14%, un livello che non si registrava dagli anni ’80. Nonostante ciò, molte famiglie hanno preferito non esporsi ai mercati finanziari, ritenendo la prudenza sinonimo di protezione. In realtà, la liquidità priva di rendimento espone a una perdita silenziosa e progressiva.
Strumenti di analisi dei flussi familiari – Per contrastare questa erosione è fondamentale adottare strumenti di controllo dei flussi finanziari domestici. Il bilancio familiare rimane lo strumento più efficace: definire entrate, uscite e obiettivi permette di individuare margini di risparmio. Tre indicatori possono fungere da guida:
– quota di risparmio: almeno il 15% del reddito netto;
– fondo emergenza: pari a 3-6 mesi di spese correnti;
– rapporto debito/reddito: sotto il 30% per garantire sostenibilità.
Un esempio pratico: una famiglia con 2.500 euro di reddito netto dovrebbe destinare 375 euro al risparmio, mantenere un fondo emergenza tra 7.500 e 15.000 euro e contenere il debito mensile entro 750 euro. Questi parametri consentono di trasformare la gestione finanziaria in un processo misurabile e replicabile.
Strategie di accumulo e diversificazione – Il Piano di Accumulo di Capitale (PAC) si conferma uno strumento centrale. Attraverso versamenti regolari, consente di ridurre l’impatto delle oscillazioni dei mercati e di sfruttare la volatilità a proprio favore. I dati storici mostrano che un PAC su indici globali ha prodotto rendimenti positivi nella quasi totalità dei casi su orizzonti superiori a dieci anni. L’uso di ETF a basso costo permette di diversificare in modo efficiente, limitando le commissioni di gestione. In ogni caso, la diversificazione resta il principio cardine: combinare asset class decorrelate (azioni, obbligazioni, materie prime) consente di contenere la volatilità complessiva e di stabilizzare i rendimenti attesi.
Previdenza complementare e leva fiscale – Un altro strumento strategico è la previdenza complementare. La normativa italiana consente di dedurre i versamenti fino a 5.164,57 euro annui, con un beneficio fiscale immediato. Per un contribuente con aliquota marginale al 38%, il vantaggio è pari a 1.962 euro di risparmio fiscale annuo. Questo meccanismo garantisce un rendimento certo, indipendente dai mercati, e consente al tempo stesso di accumulare capitale per il futuro. Inoltre, la tassazione agevolata sulle prestazioni finali rende la previdenza complementare uno degli strumenti più efficienti a disposizione dei risparmiatori.
Applicazioni pratiche – Per comprendere l’impatto concreto delle tre leve proposte – bilancio familiare, PAC, previdenza – possiamo considerare tre casi che dimostrano come strategie semplici e disciplinate possano produrre risultati significativi e misurabili:
– famiglia con reddito medio: ottimizzando le spese e destinando il 15% del reddito al risparmio, può costituire un fondo emergenza di 10.000 euro in 3 anni;
– giovane lavoratore: con un PAC da 200 euro al mese in ETF globali, accumula in 20 anni circa 96.000 euro, con rendimento medio ipotizzato del 4% annuo.
– lavoratore vicino alla pensione: con un versamento annuo di 3.000 euro in previdenza complementare, ottiene un risparmio fiscale immediato di oltre 1.000 euro e costruisce un capitale di 60.000 euro in 20 anni.
In conclusione, il contesto attuale richiede un cambio di paradigma: la prudenza passiva, basata sulla mera accumulazione di liquidità nei conti correnti, non è più sufficiente. Le famiglie italiane devono adottare strategie attive, basate su monitoraggio, disciplina e pianificazione. Un bilancio familiare aggiornato, un PAC ben strutturato e una previdenza complementare adeguata costituiscono una road map concreta per trasformare il risparmio da difesa a leva di crescita. La sfida del 2025 non è prevedere i mercati, ma applicare con costanza principi semplici ed efficaci, capaci di proteggere e accrescere il patrimonio nel tempo.
* Educatrice finanziaria e autrice di testi dedicati alla divulgazione economica. Collabora a progetti di formazione e promozione della consapevolezza finanziaria a livello locale e nazionale.




L’approccio “psico-emozionale” al cliente passa attraverso una serie di domande utili, alcune di ordine pratico e altre più personali, che serviranno a mettere a fuoco l’identikit dell’
Dal punto di vista tecnico, sappiamo che il sistema previdenziale italiano prevede una struttura a tre pilastri. Il primo pilastro è la previdenza pubblica obbligatoria finanziata dai lavoratori e dalle aziende datrici attraverso la contribuzione obbligatoria per legge, in base ad aliquote diverse per tipo di lavoratore: per i lavoratori dipendenti è circa il 33%, per gli autonomi circa 23% e circa il 14% per i liberi professionisti. Il secondo pilastro è rappresentato dalla previdenza complementare collettiva, attraverso l’adesione a fondi pensione di categoria o PIP. Il terzo pilastro è la
e piani individuali di accantonamento. Sia nel secondo che nel terzo pilastro, i fondi pensione costituiscono patrimonio separato da quello delle società di gestione. In ogni caso, con il passaggio dal sistema di calcolo retributivo a quello contributivo si è usciti da un sistema a ripartizione – che era una sorta di passaggio di denaro da una generazione lavoratrice all’altra – ad uno a capitalizzazione, in cui ognuno di noi ha una specie di “conto personale virtuale” presso l’INPS, nel quale si accumulano i propri personali contributi durante la carriera lavorativa e saranno questi (moltiplicati per un coefficiente di trasformazione) a costituire il montante dei redditi pensionistici.
In uno scenario del genere, i fondi pensione aperti sembrano essere notevolmente indicati, poiché sono forme pensionistiche complementari che raccolgono la contribuzione volontaria di chi decide di aderirvi e la investono sui mercati finanziari, maturando alla scadenza – ovvero alla maturazione dell’età pensionistica – un capitale o una rendita a integrazione dell’assegno pensionistico. I fondi in questione sono istituiti da banche, compagnie di assicurazione, società di gestione del risparmio (SGR) e società di intermediazione mobiliare (SIM), e i contributi versati finiscono in un conto individuale intestato all’aderente, su cui vengono sommati anche i rendimenti ottenuti nel corso degli anni a seconda della
I costi di gestione annuali di un fondo pensione sono decisamente limitati (0,4/0,6%), e le somme versate nel fondo sono deducibili dal reddito fino a un massimo annuo di 5.164,57 euro, per cui quanto versato viene dedotto dal reddito di lavoro, abbassando così l’imponibile per il conteggio delle tasse. La versatilità di questo strumento lo rende adatto alla Longevity anche prima della fase programmata di utilizzo, poiché è possibile richiedere un’anticipazione prima di aver raggiunto e completato i requisiti pensionistici, per alcune motivazioni particolari: spese sanitarie straordinarie documentate dovute a interventi e terapie per motivi gravi dell’iscritto, del coniuge e dei figli, in qualsiasi momento e fino a un importo massimo pari al 75% del montante maturato; acquisto o ristrutturazione della prima casa dell’iscritto o dei figli, dopo 8 anni dall’adesione e fino a un importo massimo pari al 75% del montante maturato; motivi personali, dopo 8 anni dall’adesione e fino a un massimo pari al 30% del montante maturato. Inoltre, la tassazione sulla plusvalenza è agevolata (tra il 12,5% ed il 20%, invece del 26%).
Relativamente agli strumenti più specificamente finanziari, i Piani di Accumulo di Capitale, detti anche PAC, consentono di accedere a un investimento finanziario attraverso versamenti periodici e graduali di capitale, anche minimi, a cadenze regolari e per un periodo predeterminato, per acquistare strumenti finanziari o sottoscrivere un fondo, con una forma relativamente personalizzata di investimento. Il Piano di Accumulo consente quindi un investimento nel lungo termine, tarato sulla propria capacità di risparmio, tramite versamenti periodici che, aumentando via via il capitale investito, incrementano anche il rendimento dell’investimento stesso.
A differenza del fondo pensione, il piano di accumulo può avere durata libera, ma un periodo minimo di dieci anni è indispensabile per rendere vantaggioso l’investimento. Pur non consentendo un risparmio fiscale, i PAC si rivelano essere uno strumento assai versatile e, dal punto di vista dei rendimenti, dal 1960 – anno della loro introduzione – ad oggi hanno consentito di realizzare guadagni notevoli grazie al particolare meccanismo di investimento “al costo medio” e alle performance dei mercati in cui investono (di solito si sceglie un PAC azionario). Essi non sono deducibili e la tassazione sulla plusvalenza non è agevolata, ma pari al 26% (la normale tassazione sulle rendite finanziarie).
Il professore ha un conto da regolare con i “venditori di PAC“, ossia i c.d. Piani di Accumulo di Capitale, per cui vale la pena vivisezionare alcune temerarie affermazioni dell’autore, che esordisce con un incipit significativo: “È oltre mezzo secolo che ai
Il seguito, poi, è in puro Scienza-style: “…Ma non li spingono solo venditori porta a porta e bancari, li consigliano incessantemente anche i giornalisti economici…”. A parte il fatto che da almeno da trent’anni – forse quaranta -non c’è un solo
L’impegno a versare sui PAC, sul quale argomenta astutamente il prof. Scienza, è tipico di prodotti come le polizze vita, e nonostante l’offerta di strumenti finanziari sia cambiata profondamente pare che il nostro professore non se ne sia accorto, tanto è concentrato a “vendicare” il papà per l’offesa ricevuta da Fideuram qualche decina di anni fa. Poco lucido, parimenti, è l’esempio del PAC in un fondo monetario: nessun
Solo al termine dell’articolo, il professore si riscatta parzialmente, quando afferma “Benché (i PAC) non vincolino legalmente ai versamenti…”, ma poi si perde nella sua teoria strampalata: “…i PAC intrappolano psicologicamente i clienti. Il solo senso che hanno è raschiargli via commissioni per un tempo lunghissimo...Conclusione operativa: meglio dare subito disposizioni alla propria banca di sospendere i PAC sottoscritti. Poi si vedrà”. In pratica, il consiglio del professore Scienza è quello di sospendere i versamenti nei programmi di accumulo e tenere i soldi in conto corrente; “poi si vedrà cosa fare”. Tutto questo – alla faccia del grande esperto – senza offrire uno straccio di alternativa.
Per un 
Recentemente, mi sono imbattuto in questo post, che riporto qui fedelmente: “Da un po’ di tempo, ogni mese investo 700 euro in un PAC e dai 100 ai 150 euro in ETF che sembrano profittevoli, fermandomi ad un numero massimo di 100 azioni per ogni ETF. Mi si è aperta l’occasione di comprare un bilocale di 75 mq per 95.000 euro, sebbene necessiti di una ristrutturazione (solo facciata e balcone, ma ci sono incentivi del 110%). Questo bilocale risponderebbe al mio bisogno di andare via da casa dei miei genitori, che mi stanno
mettendo un po’ di fretta (ho 32 anni). Certo, non pago bollette né cibo, ma ho una fidanzata che studia ancora e non lavora, per cui vorrei aspettare che lei sia indipendente prima di mettere su casa. Pertanto, stavo pensando di comprare questo bilocale, viverci per un po’ di tempo ed in futuro, tra una decina d’anni, affittarlo a 500 euro al mese, oppure venderlo. Ma così facendo potrei accumulare molto meno per via del mutuo, e personalmente ritengo inutile un PAC fatto con meno di 500 euro al mese. Avete qualche consiglio da darmi?”.
A prima vista, un 

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