Aprile 21, 2026
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Lemanik: la risalita dei tassi sosterrà i titoli del settore bancario

Secondo Andrea Scauri, le azioni su cui puntare di più sono quelle di società quotate di piccola e media capitalizzazione. Ricostruire le posizioni su titoli che scontano già i timori di recessione.

“Il posizionamento molto cauto degli investitori, le valutazioni di mercato che stanno già scontando un marcato rallentamento dell’economia e la convinzione che le banche centrali non vogliano innescare una recessione e siano quindi pronte a intervenire nuovamente per limitare i rialzi dei tassi, se la situazione lo richiede, ci portano a confermare la view costruttiva sull’equity”. È l’analisi di Andrea Scauri, gestore azionario Italia di Lemanik.

I mercati azionari globali hanno registrato una performance relativamente buona a luglio, soprattutto grazie all’idea diffusa che l’inflazione abbia raggiunto il suo picco a giugno, alle minori aspettative sul ritmo dei rialzi dei tassi da parte della Fed e a un posizionamento e a un sentiment già molto cauti, sebbene in un contesto di bassi volumi. Inoltre, il mercato europeo ha probabilmente iniziato a prevedere che lo scenario peggiore di un’interruzione completa delle forniture di gas dalla Russia possa essere evitato. La volatilità dei mercati è diminuita e le principali materie prime hanno seguito lo stesso trend, gas a parte.

Per quanto riguarda i tassi di interesse, il rendimento del decennale statunitense è sceso di 30 pb al 2,7%, mentre le aspettative di inflazione sono aumentate, portando a un calo dei tassi reali statunitensi allo 0,2% dallo 0,67% del mese scorso. In Europa, il rendimento del bund tedesco è sceso di 43 pb, attestandosi ora allo 0,90%, mentre l’incertezza politica in Italia, dopo le dimissioni del premier Mario Draghi, ha portato a un allargamento dello spread BTP/Bund, con il rendimento del decennale italiano costante al 3,25%. Per la seconda volta consecutiva, la Fed ha alzato i tassi di interesse di 75 pb, portandoli al 2,25-2,5% (dall’1,5-1,75%), avvicinandoli al loro livello “neutrale” e ha avvertito che sarà necessaria una nuova stretta. La Bce ha invece aumentato i tassi di interesse di riferimento di 50 pb, più della guidance di 25 pb prevista a giugno. “Riteniamo che la fine dei tassi di interesse negativi nell’UE sosterrà la redditività del settore bancario”, sottolinea Scauri.

In Italia, l’incertezza politica si è diffusa dopo le dimissioni del Primo Ministro Mario Draghi, con le elezioni previste per il 25 settembre. Le principali conseguenze sul mercato sono un nuovo allargamento dello spread a causa dell’incertezza politica (anche se è probabile che la Bce agisca per limitare questo allargamento), un aumento del rischio nell’attuazione dei progetti del PNRR (raggiungendo le tappe fondamentali alla fine del 2022, l’Italia probabilmente otterrà 19 miliardi di euro di fondi Ue in più – pari all’1% del Pil – mentre nel 2023 riceverà 34 miliardi di euro, ossia il 2% del Pil) anche in virtù del fatto che l’Italia non ha ancora raggiunto il suo obiettivo (pari al 2% del Pil) anche come possibile conseguenza di un’importante battuta d’arresto in alcune riforme, nonché di ritardi in questioni politiche fondamentali. Nonostante questo, è probabile che l’Italia sarà in grado di negoziare a livello europeo una proroga delle scadenze e che qualsiasi futura coalizione di governo sarà interessata a portare avanti i progetti e le riforme del Piano di rilancio.

“In questo scenario, che rimane fragile e incerto, abbiamo assunto un atteggiamento più aggressivo da metà luglio in poi, ricostruendo le posizioni su nomi ciclici che presentano valutazioni che scontano già i timori di recessione”, continua Scauri. “Siamo usciti quasi completamente da Atlantia, che era considerata un proxy di liquidità con un rendimento del 2% da qui a ottobre, per avere la potenza di fuoco di concentrarci nuovamente sui nomi ciclici. Tra questi Asml e Orpea, grazie agli ottimi risultati che hanno dissipato le preoccupazioni sulla sostenibilità del core business, banche (Deutsche Bank e Commerzbank, viste le valutazioni depresse). Abbiamo preso poi posizione su Atos, con il recente rifinanziamento annunciato con i risultati del primo semestre che ha dissipato i timori di un aumento di capitale. Infine le società a piccola/media capitalizzazione rimangono una buona parte del portafoglio”.

 

DISCLAIMER: Le informazioni e le opinioni contenute in questo articolo non costituiscono un’offerta o una sollecitazione all’investimento e non costituiscono una raccomandazione o consiglio, anche di carattere fiscale, o un’offerta, finalizzate all’investimento, e non devono in alcun caso essere interpretate come tali. Prima di ogni investimento, per una descrizione dettagliata delle caratteristiche, dei rischi e degli oneri connessi, si raccomanda di esaminare la documentazione fornita dalle fonti ufficiali e/o dagli organi di controllo che vigilano sulla commercializzazione in Italia, nonché la relazione annuale o semestrale e lo Statuto, disponibili presso i collocatori. Infatti, l’investimento in prodotti finanziari o in partecipazioni societarie è soggetto a fluttuazioni anche di grande entità, con conseguente variazione al rialzo o al ribasso dei prezzi e del valore dell’investimento, ed è possibile che non si riesca a recuperare l’importo originariamente investito.

Pechino e Shangai strette dalla morsa del Covid, In Cina regna il pessimismo

A Pechino un focolaio di Covid-19 fa intravedere la prospettiva di restrizioni più rigorose in linea con la politica del “contagio-zero”. Shangai bloccata, nel mercato azionario regna il pessimismo.

Non accenna ad allentarsi la morsa del Covid in Cina, paese che sembrava aver archiviato quasi definitivamente il problema pandemia già dal mese di Agosto del 2020. I funzionari di Pechino hanno dichiarato in una conferenza stampa che stanno monitorando i casi in più distretti e coinvolgendo anche studenti e gruppi di turisti in un piano di lockdown totale su 23 milioni di persone. Peraltro, la pressione per contenere l’epidemia nella capitale arriva mentre i casi continuano a crescere a Shanghai, nonostante un blocco che dura da settimane e che ha fermato uno dei maggiori hub finanziari del mondo. La città ha segnalato più di 20.000 nuovi casi sabato, secondo i dati nazionali diffusi domenica mattina.

Pertanto, la Cina fa i conti con il costo della sua politica zero-Covid, e cioè quella politica che era stata celebrata – e invidiata – in tutto il mondo come la più efficace contro il Coronavirus e che adesso sta rivelando le sue debolezze derivanti dalla volontà del governo cinese di non importare i vaccini dai paesi occidentali e affidarsi ai propri, evidentemente meno efficaci contro la variante Omicron altamente trasmissibile. I diversi focolai simultanei in diverse regioni del territorio hanno dato vita alla seconda ondata pandemica (in Occidente siamo alla quinta …), e il conteggio dei casi è salito a livelli senza precedenti, guidato da grandi focolai nella provincia nord-orientale di Jilin, e decine di città cinesi sono andate automaticamente in blocco totale o parziale fermando dalla sera alla mattina – letteralmente – le attività di una popolazione pari a quella degli Stati Uniti, spesso limitando l’accesso a cibo e cure mediche.

Tra le città in lockdown, Shanghai ha ricevuto più attenzione per via della sua importanza strategica e finanziaria. Infatti, i 39 nuovi decessi tra i pazienti segnano un record e generano i blocchi e le quarantene forzate che a Shanghai hanno suscitato rabbia e disperazione tra i cittadini. Sebbene la città abbia in qualche modo allentato le regole di quarantena questa settimana, circa 4,5 milioni di persone rimangono confinate nelle loro case e circa 7,9 milioni possono lasciare le loro case ma devono rimanere nei loro quartieri.

Per via dei blocchi, la popolazione cinese coinvolta (circa 320 milioni di persone su un totale di  1,4 miliardi) sta lentamente prosciugando i propri risparmi a un livello al quale sono obbligati a ridurre anche la spesa. La responsabilità di tutto questo ricade sull’orgoglio nazionale di questo paese, che ha impedito alla Cina di approvare vaccini mRNA stranieri, lasciando le persone ai vaccini meno efficaci sviluppati dalle aziende nazionali. Per cui, nonostante un tasso di vaccinazione impressionante (l’88% delle persone ha avuto due vaccinazioni), si ritiene che gli anziani in particolare siano ancora a rischio reale di coronavirus. È vero che Pechino ha sollecitato lo sviluppo di vaccini mRNA nostrani – due dei quali sono ora entrati in studi clinici – ma la Cina deve agire ora con rapidità. Dovrebbe ingoiare il suo orgoglio e approvare immediatamente le importazioni di massa di vaccini mRNA stranieri, consentendo così di tracciare una via d’uscita dalla sua politica draconiana zero-Covid e allentare i blocchi che stanno imponendo un enorme tributo economico e psicologico.

Ma la crisi a Shanghai e in altre città non è solo umanitaria. È decisamente un problema economico e, in una certa misura, anche politico. Il FMI ha ridotto le previsioni di crescita del PIL dal 4,8% al 4,4% per l’intero anno, una contrazione particolarmente marcata rispetto all’8,1% registrato lo scorso anno, danneggiando sia la Cina che l’economia globale. La crisi sembra destinata ad essere particolarmente pronunciata ad aprile. Ting Lu, capo economista cinese di Nomura, prevede che la crescita del PIL nel secondo trimestre di quest’anno crollerà all’1,8%, in calo rispetto all’effettivo 4,8% visto nel primo trimestre.

Le ragioni alla base della crisi rivelano difetti più profondi. Una fonte di debolezza è la grave contrazione dell’enorme mercato immobiliare del paese, che ha rinunciato a un ruolo di lunga data come dinamo per una più ampia prosperità. Immobili per ospitare circa 90 milioni di persone ora sono vuoti. Tuttavia, il più grande freno alla crescita del PIL è politico. Il blocco totale e parziale nelle città di tutto il paese sta devastando la domanda di alloggi, beni di consumo durevoli e beni capitali, mentre i redditi diminuiscono e aumentano le incertezze. Le azioni cinesi hanno esteso la discesa, mentre i trader si preoccupavano delle ricadute economiche della strategia Covid-Zero della nazione, con uno stimolo politico inferiore al previsto che si aggiungeva alla loro delusione.

Nonostante la scorsa settimana sia stata caratterizzata da vendite diffuse e indici in netto ribasso, il presidente Xi Jinping ha difeso l’approccio della Cina per combattere la pandemia, ma il benchmark ha ora cancellato quasi tutto il suo rally di metà marzo che era stato innescato da una serie di promesse politiche del vicepremier Liu He per stabilizzare i mercati. un segno che le autorità sono desiderose che la correzione del mercato azionario finisca, la China Securities Regulatory Commission ha affermato che giovedì ha incontrato investitori istituzionali come il National Social Security Fund, banche e assicuratori per chiedere loro di aumentare i loro investimenti azionari.

Nel frattempo, i blocchi nelle principali città del paese, insieme ai rischi di deflusso di capitali da quando la Federal Reserve ha aumentato i tassi, hanno smorzato il sentiment nei confronti delle azioni cinesi locali. Gli investitori, che si aspettavano che le autorità aumentassero gli stimoli, sono stati delusi dalla decisione di mercoledì delle banche di mantenere invariati i tassi sui prestiti. “Il mercato è inondato di pessimismo”, ha affermato Wu Wei, fund manager di Beijing Win Integrity Investment Management Co. “Sebbene ci siano state alcune buone scelte, il peso maggiore nella mente delle persone ora è il virus. Nessuno può indovinare con precisione il fondo. A giudicare dalla situazione del virus, potremmo ancora vedere un’ulteriore discesa”.

Deutsche Bank: la crescita dipende dalle riforme. Il debito pubblico cambia pelle

Secondo lo studio di Deutsche Bank, la ripresa economica in Italia si è consolidata dopo l’accordo sulla legge di bilancio, ma i fondi legati al NextGen EU dipenderanno dal raggiungimento di un ampio spettro di obiettivi. Una serie di sfide per l’economia italiana.

Di Alberto Fadelli* e Matteo Fava*

Il successo delle campagne vaccinali europee, unito ai favorevoli effetti stagionali, aveva consentito all’Eurozona di raggiungere elevati livelli di crescita nel terzo trimestre 2021. Tuttavia, un aumento dei casi di Covid-19, unito ai problemi legati all’aumento del costo delle materie prime (soprattutto il forte aumento dell’energia registrato negli ultimi mesi del 2021), aveva comportato un rallentamento nel quarto trimestre, ma una crescita significativa è comunque stata registrata per l’intero 2021. Infatti, secondo i dati Istat nel 2021 l’economia italiana è cresciuta del 6,6% (rispetto a una media dell’Eurozona del 5,2%). Questo lascia il PIL italiano -0,5% al di sotto dei livelli pre-crisi, meglio di Germania (-1,5%) e Spagna (-4,0%). Un impatto positivo sulla crescita nell’Eurozona e in Italia, naturalmente, è atteso dall’attuazione del pacchetto del Next Generation EU, ma l’inflazione rimane un problema, e insieme ad essa anche la situazione Ucraina ha aumentato le aspettative negative relative agli aumenti dei prezzi dell’energia e ad altri problemi legati alle supply chain.

Facendo un passo indietro, la legge di bilancio che è stata approvata il 30 dicembre 2021 ha tentato di affrontare gli effetti della situazione pandemica iniziata nel 2020. Il disavanzo previsto per il 2022 è di 201,7 mld. di euro, mentre la spesa in conto capitale è stimata in 147 mld. di EUR. La legge di bilancio include anche le risorse derivanti dallo schema Next Generation EU per l’anno in corso, e le misure chiave includono una riduzione del carico fiscale (allocati 8 mld di EUR all’anno fino al 2024) e una maggiore spesa sanitaria per 2 mld di euro all’anno sul triennio. Rientrano nella norma anche gli interventi a favore delle famiglie, dei giovani e per il sociale. Saranno sostenute misure specifiche, ad esempio, per la tutela del lavoro durante l’uscita dallo stato di emergenza. In ambito previdenziale, invece, sono previste deroghe alla disciplina dell’età pensionabile per il solo anno in corso. Nell’ambito degli investimenti pubblici, con 112 mld di euro di risorse aggiuntive sul tavolo dal 2022 al 2036, gran parte della spesa è relativa alla commessa con RFI (Rete Ferroviaria Italiana/Ferrovie italiane), che ammonta a 10 miliardi di euro, e quella con ANAS (gestore di strade e autostrade). Gli investimenti in mobilità sostenibile nelle principali città ammonteranno a 3,7 mld. di Euro dal 2022 al 2036. La componente di interessi sul saldo di bilancio dell’anno in corso dovrebbe attestarsi invece al 9,5% delle spese totali.

Per quanto riguarda le entrate fiscali, è prevista una crescita del 7% nel 2022 per un totale di 625 mld di EUR, con entrate che raggiungeranno i 646 mld di EUR nel 2024 (equivalenti a una crescita cumulativa del 3,4%). L’andamento previsionale di entrate e PIL avrà un effetto positivo sul rapporto debito/PIL. Si stima che questo abbia raggiunto il 153,5% a fine 2021 (contro una previsione originaria del 155%) con un ulteriore calo previsto nel 2022, al 149,4%, e con il rapporto che dovrebbe scendere ulteriormente a 143,3% nel 2024. Queste previsioni mostrano l’influenza positiva del previsto ritorno a un saldo primario positivo già nel 2023 e di un’ulteriore crescita nel 2024.

I principali interventi previsti dal PNRR riguardano le infrastrutture, per il 75% relativi ad iniziative pubbliche nell’ambito della transizione energetica con un focus particolare nel corso dell’anno sull’economia circolare, la gestione dei rifiuti e lo sviluppo delle tecnologie legate all’idrogeno. In ambito sanitario, l’obiettivo principale per il primo semestre 2022 è l’implementazione di un nuovo modello di assistenza sanitaria territoriale, mentre nel campo dell’istruzione sono compresi obiettivi quali la sicurezza delle infrastrutture, la riforma dell’organizzazione del sistema scolastico, nonché il finanziamento delle attività di ricerca e la rivalutazione dei centri di ricerca incentrati sull’innovazione tecnologica. La transizione digitale includerà l’attuazione degli accordi sulla cyber security nel 2022 e la digitalizzazione del patrimonio culturale del Paese.

Il PNRR sarà finanziato nel corso dell’anno 2022 in due tranche, come concordato con l’UE. Nel secondo trimestre sono previsti circa 24 miliardi di euro e nel quarto trimestre 21,8 miliardi di euro. Per accedere alla prima tranche di risorse, devono essere raggiunti 45 obiettivi, che vanno dalla riforma della pubblica amministrazione al potenziamento del quadro di revisione della spesa e alle regole sugli appalti, ed anche la riforma dell’amministrazione fiscale, la spending review, la strategia relativa all’economia circolare, le procedure per l’efficienza energetica, la diffusione della telemedicina e l’ammodernamento tecnologico.

Il sostegno all’attività economica previsto dal piano ammonterebbe a 5 punti percentuali cumulati di PIL nel quadriennio 2021 – 2024, ma l’attuale situazione in Ucraina rappresenta una minaccia per la crescita del PIL in Europa. Parlando di fonti energetiche, i recenti avvenimenti riguardanti il conflitto tra Russia e Ucraina mettono in pericolo l’approvvigionamento energetico italiano: secondo i dati IEA, l’Europa (nel 2019) dipende dal gas per il 25,66% del totale delle fonti energetiche, mentre l’Italia è più dipendente dal gas naturale, anche per l’assenza del nucleare, con una quota pari al 43,35% nel 2020. Di questo, secondo i dati Eurostat, oltre il 43% proviene dalla Russia. Se i prezzi dell’energia rimarranno su livelli elevati come quelli attuali, a parità di condizioni, il danno alla crescita del PIL potrebbe essere dello 0,7% per il 2022, secondo le ultime stime Istat. Inoltre, nuove proiezioni della BCE sottolineano l’impatto negativo sull’intera economia europea derivante dal conflitto in Ucraina: le stime di crescita del PIL sono state riviste al 3,7% nel 2022, contro una stima del 4,2% fatta a dicembre 2021.

In tema di finanza pubblica, la scadenza media del debito del Paese è nuovamente aumentata nel 2021, a 7,11 anni, e il costo medio si è attestato intorno al 2,3%. Il 28 febbraio 2022 il rendimento di un BTP con scadenza a 7 anni era dell’1,353%, significativamente inferiore al costo medio attuale del 2,3%, quindi alcuni benefici dal rifinanziamento del debito pubblico sono ancora possibili. La figura in basso evidenzia il calo del costo del debito all’emissione negli ultimi due decenni. Alla scadenza media dei titoli di debito emessi si è abbinata una costante diminuzione della quota di strumenti a tasso variabile, il che significa che il debito italiano ha caratteristiche diverse rispetto al passato: le emissioni a tasso fisso rappresentano ad oggi oltre il 70% dell’indebitamento in essere.

In definitiva, le sfide economiche per l’Europa e l’Italia avranno un impatto sulla crescita e sul percorso di ripresa economica e occupazionale nei prossimi anni. Ma i segnali di resilienza esistenti (ad esempio sulla produzione industriale e sulla fiducia dei consumatori) suggeriscono che gli eventuali rallentamenti economici possono essere gestiti, e questo ci dà fiducia per il futuro.

* Alberto Fadelli, Head Chief Investment Office Deutsche Bank Italy
* Matteo Fava, Investment Officer Deutsche Bank Italy

Prospettive dei mercati finanziari e congiuntura economica nel 2022

La Cina rimane il grande punto interrogativo del 2022, e ci si chiede se sarà in grado di effettuare un soft landing su livelli di crescita del 4-5% annui, oppure si posizionerà su livelli più bassi, in ciò influendo negativamente sui mercati.

di Cristiano Iacopozzi*

Il 2021 è stato caratterizzato da almeno tre elementi di interesse. Il primo è indubbiamente il “risk on” che ha visto quasi tutti i mesi dell’anno registrare performance competitive dei mercati azionari, con la prevalenza di Wall Street ma con ottimi risultati anche dalle borse europee. Pertanto, i rendimenti azionari dei maggiori indici americani ed europei sono a doppia cifra, mentre hanno deluso la borsa di Hong Kong – con una performance negativa del 10% – e quella brasiliana. Nel dettaglio, il 2021 ha registrato da un lato il riequilibrio delle performance tra i comparti Growth e Value, dopo molti anni in cui il primo aveva visto risultati brillanti a scapito del secondo e, dall’altro, risultati meno confortanti delle borse dei paesi emergenti, che hanno abbastanza deluso le aspettative di inizio 2021, nonostante i risultati positivi, poichè hanno sottoperformato rispetto alle piazze più mature.

Il secondo elemento di interesse del 2021 è rappresentato dalla evoluzione dei tassi di interesse, che dopo tre anni hanno fatto registrare un aumento sensibile dei rendimenti sui treasuries americani, e meno pesante sui bund tedeschi. A questo fa da contraltare l’aspettativa sull’innalzamento dei tassi futuri, dal momento che se si prendono in considerazione i tassi impliciti dei contratti future sui tassi interbancari, a cominciare da quelli relativi all’Euribor 3 mesi, si può evidenziare come il mercato prezzi in ampio anticipo il ritorno in territorio positivo dell’Euribor 3 mesi da metà 2026 a metà 2024, e in qualche occasione dell’anno scorso si è visto prezzare in territorio positivo il contratto future sull’Euribor 3 mesi anche durante il 2023. A riprova di ciò, si segnala che gli indici sulle aspettative di inflazione indicano un aumento sia in Europa che negli Stati Uniti, a riprova dell’esaurimento  del periodo di bassa inflazione e di contenimento delle spinte inflazionistiche che si era consolidato fin dal 2008.

Il terzo ed ultimo tema del 2021 riguarda le valute, con il Dollaro americano che dopo una partenza incerta ed un conseguente indebolimento nella prima parte dell’anno passato, ha registrato un netto recupero nel secondo semestre, sia sull’Euro che sullo Yen, sulla scorta degli annunciati interventi da parte della Fed nel breve periodo. Poche sorprese, infine, sul versante delle materie prime, che hanno finito per confermare i significativi segnali di ripresa che erano già emersi nell’ultima parte del 2020, accentuando la stessa tendenza nel corso del 2021.

Passando agli scenari prospettici per il 2022, i temi oggetto di riflessione ed attenzione sono essenzialmente due. Il primo riguarda la solidità della congiuntura economica e in seconda battuta il ritorno dell’inflazione dopo molti anni in cui l’andamento dei prezzi al consumo si era mantenuto su livelli oggettivamente contenuti e bassi.

Con riferimento alla dinamica della crescita globale, non si può fare a meno di sottolineare che i tassi di crescita del PIL mondiale sono stati superiori alle aspettative di fine 2020, e che le indicazioni di fine 2021 sono confortanti per le principali economie occidentali. Gli Stati Uniti, per esempio, presentano degli indici anticipatori sostenuti anche in chiave prospettica per il 2022. Occorre anche sottolineare come l’area dell’Euro abbia conseguito livelli di PIL positivi del tutto inattesi, specialmente in Italia e Francia, e come gli indici PMI si stiano posizionando su livelli di crescita sostenuta. L’unica delusione è rappresentata dalla Cina, che non ha confermato la prontezza del rimbalzo avvenuto dopo lo scoppio della pandemia, ed anzi ha visto una decelerazione nel corso del 2021 sia sul versante della produzione industriale che su quello della domanda interna. L’economia cinese, pertanto, è il grande punto interrogativo del 2022, ed in particolare ci si chiede se la Cina sarà in grado di effettuare un soft landing su livelli di crescita soddisfacenti del 4-5% annui, oppure si posizionerà su livelli più bassi, in ciò generando una sorpresa negativa. Non è un caso, infatti, che i tassi cinesi abbiano subito una limatura nel corso del 2021, a differenza di quelli europei ed americani.

Il grande tema che dominerà almeno la prima parte del 2022 è l’inflazione, che è balzata su livelli che non venivano segnati da almeno trent’anni nelle economie occidentali, che sono ascrivibili alla presenza di più variabili contemporaneamente. Innanzitutto dal rincaro delle materie prime e dall’aumento dei prezzi per il trasporto, come accaduto nei noli marittimi che hanno visto un grande balzo, soprattutto per i container. A questi due elementi, comuni a tutte le economie, negli Stati Uniti si aggiunge l’aumento dei salari medi, che ha raggiunto percentuali del 6% come non accadeva da un trentennio.

Da ultimo, rimane sostenuta la domanda interna, anche in questo caso maggiormente negli Stati Uniti, come testimonia la robustezza delle vendite al dettaglio. Pertanto, il mantenimento di una atteggiamento “risk on” richiederà necessariamente la stabilizzazione dell’inflazione su livelli più contenuti rispetto a quelli degli ultimi mesi, ma non così bassi come quelli a cui ci eravamo abituati nel corso del decennio precedente, quindi con un target del 3% per gli Stati Uniti e del 2-2,5% per quanto riguarda l’Europa, tenuto conto del mutamento del target del 2% medio (e non più come massimo assoluto) concordato dalla Bce per fronteggiare le fasi più gravi della crisi pandemica.

* Cristiano Iacopozzi, docente di Asset Allocation (facoltà di Economia, Università di Siena)

Quanto è solida la ripresa economica in Unione Europea?

Cresce l’incertezza sulla ripresa dell’economia europea dalla crisi generata dal Covid-19. La Commissione Europea è ottimista sulla crescita, e stima una espansione dell’economia del 5% e del 4.3% rispettivamente nel 2021 e nel 2022.

di Daniel Gros e Cinzia Alcidi – ceps.eu

Relativamente alla ripresa economica in UE, un numero crescente di analisti giudica il potenziale di crescita smorzato dalle nuove restrizioni che sembrano probabili nel periodo che precede l’imminente Natale, e la quarta (e quinta) ondata dei contagi non saranno meno pesanti delle precedenti in quanto aggravate dalla nuova variante Omicron. Anche l’aumento dell’inflazione, dovuto in parte agli alti prezzi dell’energia e all’interruzione delle catene di approvvigionamento, è vista come una minaccia per l’economia dell’area dell’euro e dell’UE in generale, così come gli elevati livelli di debito pubblico in molti paesi.

All’inizio del 2021, la maggior parte degli economisti, compresi quelli all’interno delle organizzazioni internazionali, avevano previsto che la ripresa dallo scoppio della pandemia di Covid-19 sarebbe stata molto più rapida negli Stati Uniti che in Europa. Un lancio più rapido del vaccino e l’enorme stimolo fiscale annunciato dalla nuova amministrazione Biden, in contrasto con i problemi istituzionali intrinseci dell’UE e i suoi problemi iniziali con la produzione di vaccini, sembravano puntare in questa direzione. Tuttavia, nel giro di pochi mesi la situazione è completamente cambiata. Il miglioramento della situazione sanitaria e l’allentamento delle misure di contenimento della pandemia hanno consentito la riapertura della maggior parte dei settori, compresi i servizi alle imprese e il turismo. E così, in combinazione con un forte aumento dei consumi, la ripresa in Europa ha superato le aspettative, mentre la terza ondata e la resistenza alla vaccinazione in ampie sacche degli Stati Uniti hanno rallentato l’economia.

Il risultato è che l’area dell’euro ha ora recuperato terreno. In termini reali, il PIL dell’area dell’euro è al di sopra del livello del Q12020 e, negli ultimi due trimestri, la ripresa appare più rapida che negli Stati Uniti. Rispetto alla crisi finanziaria globale, il modello è molto diverso con un chiaro recupero della forma a V. Inoltre, gli Stati Uniti hanno fatto molto meglio dell’area dell’euro durante la fase più acuta della crisi finanziaria globale, con un calo dell’attività leggermente inferiore e una ripresa più forte. Quindi, adesso lo scenario sembra diverso sotto due aspetti: la ripresa è stata a forma di V (o quasi a forma di V) su entrambe le sponde dell’Atlantico, e questa volta l’area dell’euro si è ripresa rapidamente quanto gli Stati Uniti.

Questa rapida ripresa dell’economia dell’area dell’euro ha potenzialmente importanti implicazioni per il ruolo della politica fiscale. Negli Stati Uniti il ​​sostegno di bilancio è stato straordinario, con il disavanzo che ha raggiunto quasi il 16% del PIL, mentre nell’area dell’euro il disavanzo di bilancio medio è ora (secondo le previsioni d’autunno della Commissione) stimato solo di poco superiore al 6% del PIL. Nonostante il deficit sia stato superiore negli USA di oltre 9 punti percentuali del PIL – tradottosi in un’enorme differenza nel sostegno alla domanda – l’economia statunitense non sembra essersi ripresa più rapidamente. Questa politica fiscale inefficiente per sostenere la domanda dei consumatori in una recessione (dato che le persone si astengono dalla spesa perché hanno paura per il loro futuro finanziario), era prevedibile, e il confronto transatlantico fornisce un’impressionante conferma di questa ipotesi.

 

Previsioni future: Tutto bene… per ora – Le previsioni autunnali recentemente pubblicate dalla Commissione Europea, intitolate “Dalla ripresa all’espansione, tra venti contrari”, confermano una prospettiva positiva per l’UE con potenziali venti contrari di natura a breve termine (come la cosiddetta quarta ondata già iniziata nell’autunno del 2021). Tuttavia, poiché il virus diventa endemico, il modo in cui i governi lo affronteranno, ovvero se verranno ripristinate alcune misure di contenimento, avrà un impatto sulla crescita, soprattutto attraverso il settore dei servizi.

Un’altra sfida è che, quest’anno, l’economia dell’UE sta ancora ricevendo sostegno da politiche fiscali e monetarie espansive. A livello nazionale i disavanzi inizieranno presto a ridursi, tuttavia il consolidamento della spesa nazionale sarà compensato dai fondi del programma Next Generation EU. Questi fondi hanno già iniziato ad affluire agli Stati membri, ma diventeranno più consistenti l’anno prossimo. Inoltre, come mostrato sopra, il sostegno fiscale non è stato l’unico fattore che ha guidato la ripresa più rapida che l’economia europea abbia mai registrato.

Prendendo una prospettiva più a medio termine, la pandemia ha accelerato l’automazione e alterato i modelli di consumo, presentando la sfida di un cambiamento strutturale più profondo. Questa è la sfida chiave per l’UE. Nel frattempo, gli Stati Uniti dovranno affrontare maggiori esigenze di consolidamento fiscale rispetto all’Europa, ma potrebbero avere un vantaggio nell’adattarsi più rapidamente a una economia “endemica Covid” altamente digitalizzata. L’economia europea ha avuto un impressionante rimbalzo (con sorpresa di molti), ma ora ha davvero bisogno di dimostrare che può crescere, prosperare e avere successo mentre ci muoviamo nel nuovo mondo verde e digitale post-pandemia.

Gianluca Gabrielli: azioni Usa per proteggersi dalla bolla immobiliare cinese

La frenata del Pil cinese nel terzo trimestre è un campanello d’allarme. La bolla immobiliare cinese non è sostenibile e potrebbe generare un sensibile rallentamento della crescita del Paese negli anni a venire.

“Il caso Evergrande è un campanello d’allarme: la bolla immobiliare cinese non è sostenibile e potrebbe generare un sensibile rallentamento della crescita del Paese negli anni a venire. Pertanto, oggi serve estrema prudenza su quest’area”: è l’analisi di Gianluca Gabrielli, Strategist e gestore di Komorebi Invest Suisse.

“Quello che sta accadendo sul mercato immobiliare cinese, con grandi operatori a rischio default, da Evergrande a Family Holdings Group, è l’esempio plastico di cosa può accadere quando la creazione di debito non avviene per soddisfare la necessità insoddisfatta di capitali reali produttivi di una economia, ma serve, al contrario, per sostenere un dato livello corrente di consumi”, spiega Gabrielli. “Finché dura lo stimolo del credito a basso costo, l’economia reagisce positivamente, ma se manca la corrispondenza tra investimenti e domanda, quando lo stimolo cessa viene meno anche la componente di Pil generata artificialmente: la frenata del Pil cinese nel terzo trimestre, al 4,9% rispetto al 7,9% del trimestre precedente, è coerente con questo scenario”.

Si tratta di fenomeni già visti, per esempio, in Malesia nel 1997 e in Grecia nel 2003. Nei primi anni Novanta, la Malesia alimentò un boom di investimenti, grazie a condizioni di credito particolarmente favorevoli. Quando, però, nel 1997, le condizioni cambiarono e l’accesso al credito divenne più costoso, i flussi di investimenti si fermarono e, essendo disancorati da un aumento reale della domanda interna, generarono una caduta del Pil pari a quasi due terzi di quanto era cresciuto nella fase di stimolo e furono necessari sei anni per tornare ai livelli di Pil toccati nel ’97.

Il caso della Grecia è analogo. A partire dal suo ingresso nell’euro, il Paese ha sperimentato un boom dei consumi, pubblici e privati, dovuti al maggior credito disponibile e non al reddito disponibile. La crisi che ne è seguita, nel 2010, ha cancellato, fino ad ora, quasi metà di quella crescita effimera e temporanea e il PIL non accenna a riprendersi. “Il motore della crescita cinese dal 2009 ad oggi è stato l’aumento del debito, che è passato da 7 mila a 50 mila miliardi di dollari. La crescita del Pil conseguente a questo debito è stata di 11 mila miliardi di dollari, da 5 a 16 mila miliardi”, prosegue Gabrielli. “Tuttavia soltanto una parte di quel debito ha finanziato investimenti produttivi, mentre la maggior parte è servita a finanziare i consumi privati e investimenti non produttivi, come dimostrano l’aumento delle nuove auto per abitante – che secondo le nostre analisi ha quasi raggiunto il livello degli Stati Uniti – e soprattutto l’enorme boom edilizio residenziale, che, secondo Goldman Sachs, vale 62 trilioni di dollari contro i 24 trilioni degli Usa, e che ha generato il guaio Evergrande”.

In questo scenario, esiste il rischio concreto che al Pil cinese possa accadere quanto successo alla Malesia o alla Grecia: o un crollo repentino con un recupero successivo (tanto più veloce quanto più svaluteranno la loro valuta) oppure un lunghissimo periodo di crescita molto al di sotto del loro target del 6% annuo.

“Dal punto di vista dell’allocazione di portafoglio, quindi, è bene affrontare con estrema prudenza l’esposizione verso la Cina, perché gli attuali valori azionari, seppur ridimensionati rispetto ai recenti massimi di inizio anno, potrebbero subire consistenti cali”, conclude il gestore. “Il possibile bilanciamento di portafoglio continua a essere offerto dall’azionario americano, che ha beneficiato anch’esso di una forte crescita degli investimenti a partire da inizio 2009, ma si tratta di investimenti che hanno impattato un’economia in pieno slancio tecnologico, sostenendo settori decisivi per la crescita futura, come l’elettromobilità, il cloud computing, la comunicazione mobile, il software: non è un caso che dal 2009 a oggi nomi come Apple, Google, Amazon, Netflix, Tesla siano prettamente fenomeni a stelle e strisce”.

Le banche centrali “snobbano” l’inflazione e le borse festeggiano. Catastrofisti vs ottimisti

Di fronte ad un contesto che assicuri liquidità durevole al sistema, i mercati azionari non possono che ringraziare, ed il numero degli analisti ottimisti supera di gran lunga quello dei più prudenti. Esiste però un certo numero di “catastrofisti”, secondo i quali si prepara il più grande crollo di tutti i tempi.

Di Massimo Bonaventura

Tutto è cominciato a Giugno scorso, con i verbali della riunione della Federal Reserve. Nel comunicare le loro conclusioni, i funzionari della Fed hanno affermato che “le condizioni finanziarie complessive rimangono molto accomodanti, al fine di continuare a fornire il giusto sostegno all’economia. Tuttavia, i bassi tassi di interesse stanno facendo aumentare i prezzi delle case e questo potrebbe comportare rischi per la stabilità finanziaria. (Per tale motivo) Il ritmo degli acquisti di asset (il c.d. Tapering) potrebbe essere ridotto un pò prima del previsto”.

In sintesi, per la Fed tutto rimane com’è anche con l’inflazione al 5%, poiché si tratta di un fenomeno transitorio, per cui i tassi non verranno toccati prima del 2023. Questa strategia, naturalmente, è stata studiata con la segreta speranza di non doverli ritoccare mai, i tassi di interesse, per almeno altri cinque o dieci anni, continuando a comprare debito e mantenendo alta la liquidità nel sistema. Infatti, sembra ormai impossibile concepire una politica monetaria che non preveda il ricorso a dosi massicce di Quantitative Easing come elemento “strutturale” del sistema economico, e non più “eccezionale”.

Sia pure con le dovute differenze, lo scorso 7 luglio la Bce ha annunciato, con un comunicato molto prudente (fatto precedere da molte anticipazioni), la possibilità di tollerare una inflazione superiore (ma non troppo) al 2%, qualora le condizioni dell’economia lo richiedano. Si tratta di una piccola rivoluzione nella strategia di politica monetaria in circa 20 anni di Unione Europea, e preannuncia, alla pari degli Stati Uniti, il proseguimento della politica monetaria accomodante. L’inflazione, e cioè il “grande nemico” che fu prima della Germania e poi di tutta l’Unione, verrà tollerata solo se le deviazioni intorno al livello del 2% saranno entrambe ritenute “accettabili” e quelle al di sopra di tale soglia “moderate”.

Naturalmente, di fronte ad un contesto che assicuri liquidità durevole al sistema, i mercati azionari non possono che ringraziare, ed il numero degli analisti ottimisti supera di gran lunga quello dei più prudenti o pessimisti. Esiste anche, però, un certo numero di esperti “catastrofisti”, secondo i quali lo scenario appena tracciato prepara il più grande crollo di tutti i tempi. Per sostenere la loro tesi, alcuni si servono del c.d. “Indicatore Buffet“, e cioè quello che mette in rapporto la capitalizzazione di mercato di tutte le azioni statunitensi quotate in borsa e il PIL dell’ultimo trimestre disponibile. Ebbene, questo indicatore ha raggiunto nei giorni scorsi il 200%, e suggerisce che il prezzo delle azioni è troppo elevato, segnando in teoria – come accaduto anche in passato – la premessa di un crollo dei mercati finanziari.

Sarà per questo che Warren Buffett ha già liquidato molte posizioni e aumentato la liquidità del portafoglio Berkshire Hathaway? Probabilmente no, poiché l’oracolo di Omaha sa bene che l’emergenza sanitaria ha depresso il PIL in modo anomalo nel 2020, gonfiando la lettura dell’indicatore Buffett che, invece, descrive solo un ritorno ai livelli pre-pandemici, e non una vera e propria crescita del PIL dai valori del 2019. Invece, tra gli analisti pessimisti, Robert Kiyosaki  aveva affermato a Maggio scorso “il più grande crollo della storia sta arrivando, e farà esplodere la più grande bolla del mondo”, consigliando gli investitori a fare incetta di criptovalute e metalli preziosi come oro e argento. Al contrario di Michael Burry – il genio de “la grande scommessa” – che ha annunciato i prossimi crolli delle criptovalute e delle azioni Tesla. In particolare, secondo Burry quella dei Bitcoin sarà “la madre di tutti i crash”, poiché i governi interverranno pesantemente nel regolamentare le criptovalute.

Tra gli ottimisti anche UBS, che benedice una crescita dei mercati azionari e predice persino un crollo dell’oro causato dalla liquidità che confluisce abbondante sui mercati azionari. Secondo la banca svizzera, infatti, la tendenza rialzista del metallo giallo non è destinata a durare a lungo, e affinché l’oro riveda il livello di 1.900 dollari per oncia, i tassi reali dovrebbero scendere verso un intervallo compreso tra -1% e 1,2%. Ciò è altamente improbabile per UBS, mentre è più probabile che la domanda di oro diminuisca e la sua quotazione scenda a circa 1.600 dollari l’oncia – già oggi è a poco più di 1.800 – per via dell’esaurimento delle spinte inflazionistiche e della risalita del dollaro (che è già in atto).

Al di là del filone “catastrofista”, comunque, i grandi temi sui quali si potrebbe intravedere un rischio concreto per i mercati si contano nelle dita di una mano. Il primo tema – la pandemia – è quello che da oltre un anno non smette di apportare modifiche ed continui adeguamenti al nostro stile di vita, e certamente rimane quello su cui potrebbero concentrarsi le maggiori probabilità di un crollo delle borse. Infatti, se le mutazioni del virus e la delle sue varianti non liberano gli operatori dall’incertezza, si è scoperto che il sistema finanziario è in grado di gestire al meglio una situazione di gravissima emergenza sanitaria. Rimane però il rischio – tutt’altro che lontano, in considerazione di ciò che sta succedendo nel Regno Unito  – che una particolare mutazione possa portare alla nascita di un virus talmente resistente agli attuali vaccini da far tornare il clima di terrore generale, le restrizioni ed il collasso dei sistemi sanitari. Uno scenario del genere, certamente, potrebbe determinare una forte correzione dei mercati azionari ed obbligazionari, che oggi risalgono a ruota libera dando per scontata la sconfitta del Coronavirus.

Il secondo tema, che ha minori probabilità di avverarsi rispetto al primo, è quello di una iperinflazione causata dall’immissione massiccia di liquidità che non viene accompagnata da una crescita significativa del PIL. Uno scenario del genere è stato sconfessato pubblicamente sia dalla Fed che dalla Bce, le quali hanno reagito alle spinte inflazionistiche bollandole come fenomeno temporaneo e mantenendo una politica monetaria molto accomodante. Qualora, però, si dovesse manifestare il binomio inflazione elevata-PIL immobile, le dichiarazioni dei banchieri centrali si rivelerebbero come un bluff, e i ribassisti si scatenerebbero facendo correggere i mercati in maniera pesante. Oggettivamente, non si vede come ciò possa accadere prima del 2024, sempre che durante i prossimi tre anni le banche centrali non mettano in atto le dovute strategie evolutive per scongiurare un simile scenario.

Il terzo tema è quello dei fattori geo-politici, che sono in grado di influire sull’andamento dei mercati aggiungendosi ad eventuali fondamentali deludenti e amplificando le correzioni. Escludendo del tutto l’ipotesi di conflitti globali, non mancano però i “conflitti localizzati”, che non smettono mai di far danni. Tra questi, le maggiori aree di tensione sono il Medio Oriente, la Crimea invasa dai russi, la Cina che limita le libertà di Hong Kong, e lo scontro commerciale tra Stati Uniti e Cina.

In definitiva, non si intravedono fattori tali da determinare “crolli mai visti prima”, ma solo elementi perfettamente gestibili dalle autorità finanziarie del mondo, sempre che queste ultime non saranno disunite nel modo di gestire i problemi e non determineranno così periodiche e fisiologiche correzioni.

Prospettive economiche, Europa e Cina in vantaggio sugli Stati Uniti. Grazie al Recovery Fund

Secondo Maurizio Novelli di Lemanik, le politiche di sostegno all’economia erogate da Europa e Cina offrono prospettive decisamente migliori rispetto a quelle americane, che sono basate esclusivamente su debito. Il +18% del Pil cinese è un gioco di numeri: il Pil reale è scivolato sotto il 6%.

“Le politiche fiscali di sostegno all’economia erogate da Europa e Cina presentano un moltiplicatore fiscale decisamente migliore rispetto a quello americano perché sono basate su investimentiLEuropa ha un progetto fiscale come il Recovery Fund, mirato a sostenere gli investimenti per la transizione ecologica e la spinta sulla digitalizzazione. La Cina ha finanziato una politica fiscale mirata sulle infrastrutture con il piano “Urbanisation 2”. Gli Stati Uniti, invece, hanno finora speso 25 punti di Pil per erogare soltanto aiuti e sussidi a chi stava per fallire, ma non hanno ancora deliberato un piano strategico di sostegno durevole alla crescita e rischiano di ricadere in recessione non appena si esauriranno i sussidi erogati dall’ultimo piano fiscale di dicembre 2020”. È questa l’analisi di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund.

Il trend dell’economia mondiale ha aperto la fase di riassorbimento della perdita subita dal Pil nel corso del 2020. Al fine di rendere più eclatanti le cifre del recupero, la pubblicazione dei dati avviene confrontando i dati di oggi con quelli del marzo 2020, momento che ha coinciso con il culmine della caduta del Pil internazionale. Misurando le cose in questo modo, il Pil cinese è cresciuto del 18%, ma in realtà la crescita cinese tendenziale è scivolata sotto il 6% alla fine del primo trimestre di quest’anno. Europa e Giappone si stanno agganciando alla fase di ripresa del Pil mondiale, ma il recupero è meno significativo e più tardivo rispetto a Cina e Stati Uniti. L’economia Usa è in fase di recupero grazie agli stimoli fiscali erogati, pari al 25% del Pil, ma l’attuale rimbalzo è esposto a ricadute nel secondo semestre e gli Stati Uniti sono oggi l’area che offre incertezze maggiori riguardo al ciclo dell’economia.

Nel frattempo i rischi finanziari nel sistema continuano a crescere inesorabili e le vulnerabilità emergono un pò ovunque in modo sempre più preoccupante. Il leverage per acquistare asset finanziari americani è ai massimi storici. Gli investitori privati hanno accumulato un debito di 950 miliardi di dollari per acquistare azioni a leva (quasi il 5% del Pil). Sommando questa leva a quella degli hedge fund, che gestiscono 3,5 trilioni di dollari, con una leva prudenziale stimata di due (Archegos era a 5 volte), arriviamo a oltre 4 trilioni di dollari, ovvero il 20% del Pil, senza tener conto della leva nel private equity e nel real estate.

Maurizio Novelli

“Il debito del settore privato è ai massimi di sempre e ci vorrà certamente altro debito per finanziare la crescita, ma guardando a quello che succede nei bilanci delle principali banche americane, si evince che il credito all’economia è ora in netta contrazione. È evidente che la crescita attesa dovrebbe basarsi prevalentemente sull’espansione del bilancio pubblico, dato che il settore privato è troppo indebitato per espandere ancora il debito. È proprio su questo punto fondamentale che si è aperto uno scontro feroce tra Democratici e Repubblicani: i primi vorrebbero finanziare la spesa con l’aumento delle tasse sulla corporate America e sulle fasce più ricche, mentre i secondi vorrebbero far finanziare il nuovo debito alla Fed con un perenne Quantitative Easing. Da come l’America deciderà di finanziare il proprio debito dipenderà il futuro del dollaro, dei Treasuries e anche della borsa Usa, ma sarà di fondamentale importanza anche per l’economia e per i futuri equilibri finanziari mondiali”, conclude Novelli.

Pil -4,7% a marzo con le nuove restrizioni anti-Covid

ROMA (ITALPRESS) – L’economia italiana si trova a rivivere oggi una situazione di menomazione produttiva simile per molti aspetti a quella di marzo e aprile dello scorso anno.
 
I vincoli alla mobilità, le chiusure degli esercizi commerciali e dei luoghi di scambio sociale, seppure relativamente meno stringenti e più articolate sul territorio rispetto a quelle di un anno fa, sortiranno effetti molto problematici in quanto si innestano in un sistema economico già fortemente compromesso”. Lo evidenzia Confcommercio nel rapporto Congiuntura.
“A questo punto, è in discussione anche una previsione di crescita del PIL attorno al 4% per l’anno in corso. Si ampliano i divari tra settori – spiega l’associazione di categoria -: gran parte dei servizi di mercato si trovano ormai da un anno nell’impossibilità di operare mentre almeno alcuni settori dell’industria stanno recuperando le perdite registrate nei peggiori momenti dello scorso anno”.
“Inciampi nell’implementazione del piano vaccinale e un eventuale allontanarsi dell’inizio della fase di ripresa potrebbero, tuttavia, depotenziare questa molla, in ragione di un peggioramento delle attese di famiglie e imprese sulle prospettive e sull’intensità della futura ripresa – prosegue Confcommercio -. Quest’ultima dovrebbe registrare, in seguito alle nuove limitazioni, un brusco stop nel mese di marzo per il quale si stima una riduzione del PIL del 4,7% in termini congiunturali”. Su base annua, il confronto con il mese iniziale della crisi porta, comunque, a una crescita del 7,3%. Nel complesso del primo trimestre la variazione dovrebbe attestarsi al -1,5% rispetto all’ultimo quarto del 2020 e al -2,6% rispetto ai primi tre mesi dello scorso anno.
(ITALPRESS).

Articolo di Italpress.

Atradius: riparte l’economia globale nel 2021, ma gli scenari rimangono incerti

Lo sviluppo dei vaccini e le politiche di sostegno fiscale dei governi lasciano ben sperare per una ripresa dell’economia, che dovrebbe riacquistare slancio nel 2021, ma molto dipenderà dall’efficacia della vaccinazione e dall’assenza di nuove ondate di contagio.

(Comunicato Stampa) Roma, 02 marzo 2021 – L’economia, grazie ai programmi di vaccinazione di massa e agli aiuti fiscali, dovrebbe riprendersi, sebbene rimanga incerta l’efficacia dei vaccini e, per alcuni Paesi, la stabilità degli effetti positivi sul PIL anche per il 2022. Questo lo scenario delineato dall’Economic Outlook, il documento di previsione economica di Atradius, società leader mondiale nell’assicurazione del credito commerciale, recupero crediti e fideiussioni assicurative. L’outlook, sulla scia del PIL mondiale in aumento (+5%) nel 2021, mostra previsioni fiduciose anche per il commercio globale (+7-8% nel 2021).

Sono i paesi emergenti dell’Asia, guidati da Cina e India, a riprendersi più rapidamente, essendo tornati già a fine 2020 ai livelli del 2019; Europa Occidentale e America Latina appaiono invece in ritardo, e si riprenderanno solo nel 2022, mentre USA ed Est Europa si collocano a metà strada e supereranno la crisi entro fine 2021.

Andando più nel dettaglio, le economie avanzate stanno iniziando a riprendersi dalla recessione e dovrebbero registrare una crescita media del PIL del +3.9% nel 2021, dopo un calo del -5% nel 2020 e ancora un punto in meno rispetto al 2019, anche se rimangono alcune incertezze nelle due aree principali. Gli Stati Uniti  dovrebbero cresecre del +4.2% nel 2021 , ma il rischio di un nuovo aumento della disoccupazione e dei contagi riduce al +3,4% la crescita nel 2022; per l’Eurozona la ripresa sarà più lenta, dovendo recuperare il crollo dell’economia nel 2020 (-7,1%), e nonostante la previsione di un aumento del 4.2% nel 2020, dovrà aspettare il 2022 (previsione: +4,9%) per tornare ai livelli pre-pandemici (possibili anche due scenari, vedi tabella sotto).

Nel Regno Unito, a causa soprattutto dell’imposizione di un terzo lockdown nazionale, la ripresa si mostra più lenta e la crescita del +4,5% del 2021 coprirà solo la metà delle perdite del PIL nel 2020 a causa della pandemia (-10,3%), mentre un recupero sostanziale potrebbe arrivare nel 2022 (+6.4%). In Giappone, la forte recessione innescata dalla pandemia nel 2020 (-5,3%), potrebbe essere recuperata grazie alle Olimpiadi estive, che fanno prevedere una prudenziale stima del +2,7% nel 2021 e altrettanto nel 2022.

La crescita economica nei mercati emergenti (Pil a -1.9% nel 2020, +6.3% nel 2021) è peggiorata drasticamente nel 2020 e staziona ancora in una fase critica, seppure con trend differenti tra i diversi Paesi. L’Asia Emergente (Pil a -0.3% nel 2020 e +7.4% nel 2021) si trova nella posizione più alta tra i Paesi che hanno saputo contenere meglio la diffusione del virus, grazie soprattutto alla performance di Cina (Pil a -1.8% nel 2020 e +8.8% nel 2021), con la gestione dei contagi sotto controllo e una forte politica di sostegno monetario, e India (PIL a -7.6% nel 2020 e +10.2% nel 2021), caratterizzata da previsioni più deboli. Viceversa, l’America Latina (Pil a -7.1% nel 2020 e +5.4% nel 2021) si colloca nella posizione più bassa, con le sue economie trainanti, Brasile (Pil a -4.7% nel 2020 e +4.0% nel 2021) e Messico (Pil a -8.7% nel 2020 e +6.1% nel 2021), che mostrano entrambe una performance di crescita ancora debole.

Massimo Mancini

Massimo Mancini, Country Director di Atradius per l’Italia, ha commentato: “Le previsioni sulla ripresa economica nel corso del 2021 restano ancora incerte, a causa dei dubbi sulla diffusione dei vaccini e sul reale controllo dei contagi. In molti mercati, anche fra quelli avanzati, permangono inoltre incognite sull’evoluzione politica dei governi e sulle decisioni che verranno adottate nei rapporti commerciali tra Stati. In questa fase, è ancora fortemente necessaria un’attenzione particolare alla gestione del credito, verso tutti i mercati che si stanno ancora riprendendo dagli effetti devastanti della pandemia”.