Gennaio 21, 2026
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Contagi in calo, crescono occupazione e contratti a tempo indeterminato

Secondo le proiezioni fornite dal Ministero del Lavoro e da BankItalia, il 2002 sarà l’anno della ripresa del lavoro in Italia, con un aumento esponenziale di quello dipendente e dei contratti a tempo indeterminato.

Di Adriana Cardinale*

I contagi da Covid 19 sono nettamente calati e la pressione sugli ospedali si è ridotta, quindi si può ben sperare che nelle prossime settimane vi sia finalmente un ritorno alla normalità. Nonostante la pandemia, il lavoro in Italia ha registrato una forte ripresa, come attestano le statistiche dell’ultimo trimestre pubblicate dall’Istat.

Complici anche i vari lockdown, il mondo del lavoro è stato completamente rivoluzionato, ed oggi si ricercano professioni e abilità sempre più orientate al digitale, ma senza dimenticare le occupazioni tradizionali “anticicliche”, che non conoscono mai crisi. Secondo l’Istat, l’ultimo trimestre del 2021 ha registrato una crescita dell’occupazione pari allo 0,5% rispetto al periodo precedente, con l’assunzione di oltre 121mila lavoratori. Un dato che attesta la forte ripresa dell’Italia, dopo diversi mesi di decrescita e calo dell’occupazione.

Complessivamente, il 2021 ha visto una lenta ma costante crescita dell’occupazione, con circa 500mila nuove assunzioni, e il trend sembra continuare anche nei primi mesi del 2022. Questi dati  statistici scattano la fotografia di un Paese che vuole uscire dalla crisi pandemica e ritornare competitivo in Europa e nel mondo. In particolare, l’Istat ha rilevato un dato fondamentale per la ripresa del lavoro in Italia: il 5,4% degli inattivi o dei disoccupati ha finalmente trovato un nuovo lavoro, con contratto a tempo determinato o indeterminato. Pertanto, come affermano il Ministero del Lavoro, ANPAL e BankItalia, il 2022 sarà l’anno della ripresa del lavoro in Italia, con un aumento esponenziale di quello dipendente e dei contratti a tempo indeterminato, complici anche gli incentivi previsti per le imprese che assumono giovani under 36.

Nonostante il salto in avanti dell’occupazione registrato nel 2021, il divario tra Nord e Sud continua a crescere, e dalle statistiche aggiornate del sito AnnunciLavoro360 si evidenzia come vi siano più opportunità di lavoro nel Centro-Nord e meno nel Sud dell’Italia. Anche a Sud, infatti, le aree economiche colpite dalla pandemia stanno lentamente uscendo dalla crisi, ma con ritmi lenti rispetto alle altre regioni del Centro-Nord, e questo si ripercuote sulle dinamiche del mondo del lavoro. Di conseguenza, se si è alla ricerca di una nuova occupazione è la Lombardia ad attestarsi ai primi posti per offerte di lavoro (+18%), ma anche altre regioni registrano un trend positivo come l’Emilia Romagna, il Veneto e il Piemonte. Nel mese di Gennaio 2022, finalmente, anche le regioni del Centro e del Sud hanno registrato una ripresa dell’occupazione, con numeri incoraggianti che si ritiene cresceranno nei prossimi mesi.

Analizzando le statistiche nel loro complesso, il trend del 2021 si conferma anche nel 2022: calano le assunzioni a termine o part-time e crescono quelle a tempo pieno (+60%). La crescita dei contratti a tempo indeterminato è un dato fondamentale per comprendere come sia davvero un periodo di ripresa per l’Italia, visto che molte aziende con progetti di crescita durevole prediligono creare rapporti lavorativi duraturi e stabili. I contratti a termine e a tempo determinato sono stati lo strumento preferito dalle aziende durante la pandemia, complice l’incertezza e l’incapacità di garantire ai dipendenti una continuità lavorativa, soprattutto nei settori del turismo e della ristorazione, ma questa tendenza sembra finalmente esaurirsi con il nuovo slancio dell’economia.

Negli anni della pandemia si è registrato un aumento esponenziale dello smartworking e la conseguente crescita di alcune professioni digitali, ma anche in questo caso il quadro immortalato nell’ultimo trimestre del 2021 e nei primi mesi del 2022 sta cambiando con un ritorno al lavoro in presenza e la ricerca di figure professionali tradizionali, come quello dell’autista, diventato tra i più ricercati, e come gli esperti di marketing, una professione che ha già registrato un trend positivo nell’ultimo decennio. Sempre tra le professioni più ricercate vi è anche l’ingegnere, una sorpresa sicuramente positiva visto che negli ultimi anni il settore dell’edilizia aveva affrontato momenti di crisi. Infatti, con l’introduzione del Superbonus 110 e degli altri incentivi statali per migliorare l’efficienza energetica degli immobili, il settore dell’edilizia è in continua ripresa, e di conseguenza si ricercano ingegneri e operai specializzati, insieme con altre figure professionali come architetti, geometri o interior designer.

* Segreteria di redazione P&F

In vendita il libro di Manlio Marucci: “Il consulente finanziario? Alla mercè degli intermediari”

“…ll consulente finanziario, come un maggiordomo, è alla mercé degli interessi e delle logiche espansive degli intermediari finanziari. In giacca e cravatta, svolge un ruolo subalterno e strumentale ed è alle dipendenze dell’intermediario senza esserlo giuridicamente…”.

E’ già in vendita il libro di Manlio Marucci, presidente di Federpromm (Federazione intercategoriale consulenti finanziari, operatori dei mercati finanziari, creditizi e assicurativi), sociologo e docente di discipline socio-psicologiche, del lavoro e di economia.  

Il tema affrontato dall’autore nel testo dal titolo Consulenti finanziari zelanti maggiordomi degli intermediari (edito da Lightsky), costituisce uno schema di riferimento per comprendere la natura dei reali problemi che hanno governato la formazione della professione di consulente finanziario a partire dagli anni ottanta del secolo scorso fino ad arrivare ai giorni nostri, e cerca di far emergere una serie di contraddizioni, ancora oggi non risolte, che nascono dalla distorsione della qualifica di promotore dei servizi finanziari originariamente attribuita dalla legge sulle SIM del 2 gennaio 1991, n.1.

L’autore, lungo la sua narrazione, fa riferimento all’universo dei consulenti finanziari abilitati per l’offerta fuori sede – i consulenti con mandato e iscritti all’OCF – che sono circa 33.000, e non prende in considerazione i consulenti autonomi (c.d. feeonly) nè le società di consulenza finanziaria (Scf), per via del loro numero ancora molto limitato; però egli dà particolare risalto alle dinamiche di natura politica e socio-culturale sotto le quali si è venuta ad affermare tale professione agli occhi della comunità finanziaria e del vasto popolo dei risparmiatori-investitori nel nostro Paese. Inoltre, dedica alcuni paragrafi alle criticità ancora oggi presenti in relazione al riconoscimento formale del ruolo svolto dai consulenti finanziari, continuamente alla ricerca di un consenso sociale e di uno status più definito come educatori finanziari.

Il libro di Marucci si snoda attraverso una aperta provocazione, che nulla toglie al noto stile dialogante dell’autore, il quale definisce il consulente finanziario abilitato fuori sede come “uno zelante maggiordomo, alla mercé degli interessi e delle logiche espansive degli intermediari finanziari. In giacca e cravatta, svolge un ruolo subalterno e strumentale ed è alle dipendenze dell’intermediario senza esserlo giuridicamente”. Con questo approccio Marucci intende mettere in luce le crepe esistenti nell’immagine mainstream del consulente come di anello di congiunzione tra cliente, società prodotto e rete distributiva, veicolata dalla pubblicistica tradizionale, e ricostruisce la storia di questa professione facendo emergere, da un lato, le contraddizioni di fondo legate ai processi di formazione, alle dinamiche intersettoriali e ai rapporti di forza e lavoro tra i vari soggetti abilitati, e fornendo dall’altro uno strumento di analisi e riflessione critica per affrontare i problemi che hanno coinvolto e continuano a coinvolgere i professionisti dell’intermediazione finanziaria, creditizia e assicurativa.

Il libro è formato da una raccolta di 52 tra articoli e interviste di Manlio Marucci, pubblicati su carta, web e social network nel corso della sua carriera trentennale, durante la quale l’autore ha potuto sia maturare una significativa esperienza personale che ricevere numerosissimi racconti da parte dei colleghi che hanno condiviso con lui le stesse gratificazioni, frustrazioni e talvolta anche umiliazioni legate alla professione di consulente finanziario.

“….Assistiamo quindi ad una realtà certamente sempre più complessa che presenta però al suo interno molteplici criticità, soprattutto se al valore attribuito a queste dinamiche dello sviluppo si associa anche la situazione oggettiva delle aspettative di chi vuole intraprendere – in un mercato sempre più competitivo – l’attività di consulente finanziario e le condizioni umane ed economiche con cui si sono determinate le situazioni di lavoro nel tempo. Dinamiche che vedono in modo subalterno e strumentale la funzione degli stessi consulenti finanziari, alla mercé degli interessi e delle logiche espansive degli intermediari ….”.

Il testo è attualmente in vendita sul sito ManlioMarucci.it.

Bancari verso la Consulenza Finanziaria, serve un “preparatore atletico” prima dell’onboarding

La professione di consulente finanziario è oggi ambita anche dal personale bancario stressato dalle politiche di budget. Tuttavia, i “cugini” provenienti dalle banche non ne conoscono gli aspetti più delicati. P&F intervista Marina Magni di Onboarding.

Da quando è esplosa la pandemia, i consulenti finanziari hanno mostrato di saper supportare con la loro presenza tutte le famiglie clienti, anche nei momenti peggiori del ciclo di borsa. Contestualmente, il sistema bancario tradizionale ha mostrato grande fragilità, manifestando in modo evidente il divario di professionalità rispetto alla consulenza finanziaria. In più, molti istituti di credito hanno accelerato il processo di razionalizzazione del modello di business, aumentando la chiusura o l’accorpamento delle filiali, favorendo la fuoriuscita di personale esperto ma in età pre-pensionabile e aumentando lo “stress da produttività” del personale più giovane, sottoposto a pressanti politiche di budget.

Di conseguenza, la professione di consulente finanziario è diventata un’attività ambita anche dal personale bancario, oltre che dai neolaureati e dai professionisti di altri settori, esperti in gestione della relazione con la clientela privata, a cui la crisi economica ha ridotto fortemente i margini. Tuttavia, ad oggi questa professione non è ancora perfettamente conosciuta, e non è semplice trovare fonti attendibili sugli aspetti più delicati che potrebbero interessare i potenziali candidati. Il mondo della consulenza finanziaria, infatti, è un “sistema chiuso”, con elevate barriere all’entrata, che oggi si va lentamente aprendo per consentire il ricambio generazionale ai circa 33.000 consulenti attivi. E’ proprio in questo scenario che nasce Onboarding, un servizio di supporto e consulenza dedicato a coloro che, prima di lanciarsi nel ciclo di colloqui di selezione nell’universo delle banche-reti, vogliano cominciarlo in modo consapevole e sapendo a cosa si va incontro.

Infatti, sempre più bancari con esperienza in gestione della clientela vengono contattati dalle reti di consulenza finanziaria, di solito dalle società di head hunting o dai manager della struttura territoriale. Nei colloqui di selezione e ingaggio, per quanto scrupolosi, non è possibile entrare in profondità su tutte le tematiche della professione, per cui non è raro che la decisione di cambiare il proprio status lavorativo avvenga con un bagaglio insufficiente di informazioni. P&F ha intervistato Marina Magni, project manager e vicepresidente di Fabbrica delle Professioni, nonchè ideatrice di Onboarding.

Marina, quando ha pensato la prima volta a “Onboarding”, e cosa l’ha spinta a tuffarsi in questa iniziativa?
Ho un’esperienza di 38 anni come manager di rete, e ho avuto la possibilità di incontrare moltissimi bancari ai quali ho proposto di intraprendere la professione. Negli anni mi sono resa conto che spesso le persone rinunciavano all’opportunità offerta, pur avendo tutti i requisiti per avere successo, perché alcuni aspetti per loro importanti vengono trattati marginalmente in occasione degli incontri di ingaggio. Per questo motivo, una volta andata in pensione e lasciato il mondo della consulenza attiva, mi è venuta l’idea di mettere la mia esperienza a disposizione di chi è attratto dal mondo della consulenza finanziaria, offrendo un percorso di conoscenza sulla professione e di consapevolezza sulle proprie skill rispetto al ruolo. A spingermi è stata la voglia di cavalcare le innovazioni e l’entusiasmo verso la professione. La consulenza finanziaria è un astro nascente nel panorama finanziario, e saranno proprio i giovani e i bancari under 50 a rinnovare una popolazione che ormai ha raggiunto un’età media di 58 anni. E poi mi piace l’idea di diventare tutor.

Consulente finanziario

Cosa è esattamente Onboarding, e in cosa si differenzia rispetto alle classiche attività di selezione e reclutamento del circuito di head hunting?
Onboarding non si occupa di selezione e reclutamento. E’ una società che offre un percorso formativo su tutti temi relativi alla professione di consulente finanziario, svelandone e approfondendone gli aspetti che nei colloqui di ingaggio non trovano sufficiente spazio. Gli argomenti vengono proposti sul nostro sito tramite video realizzati da esperti delle varie materie. Ad ogni persona che inizia il percorso viene assegnato un tutor, che ha il compito di commentare/approfondire le tematiche. E’ anche previsto un momento di coaching per comprendere se le caratteristiche di personalità siano coerenti con il ruolo che si andrà a ricoprire.

Qual è il vostro organigramma?
Il nostro organigramma è molto semplice, poichè siamo una SRLS con un unico amministratore. Personalmente mi occupo dei contenuti del sito e della scelta degli esperti e del primo contatto con chi intraprende il percorso. Ci avvaliamo della collaborazione di partner esperti di consulenza finanziaria per il tutoraggio durante l’iter formativo.

Perché un bancario dovrebbe scegliere di avvalersi della vostra consulenza?
Per un bancario seguire il percorso di Onboarding significa affrontare il cambiamento in sicurezza. Basti pensare a come si svolge il processo di reclutamento nelle reti. Si parla molto dell’Azienda, dei prodotti e servizi, dell’offerta economica, del portafoglio trasferibile e poco, ad esempio, di aspetti previdenziali, fiscali, di indennità meritocratiche, di normative e di tutto ciò che caratterizza la professione indipendentemente dalla mandante. Con noi i bancari riceve un’informazione oggettiva, senza conflitto di interesse e nei tempi che stabilisce lui stesso. Al termine sarà consapevole della propria idoneità, da tutti i punti di vista, a svolgere la professione.

Usando una terminologia calcistica, vi definireste come i “procuratori” di un aspirante consulente finanziario, oppure come dei possibili “preparatori atletici”?
Ci possiamo definire dei preparatori atletici, in quanto non negoziamo gli ingaggi. Proprio per questo ci sono manager di varie realtà che suggeriscono ai bancari con cui sono in contatto il nostro percorso, e devo dire che ciò è molto gradito dagli interessati.

Come è strutturato l’impegno economico richiesto all’aspirante consulente finanziario per avvalersi della consulenza di Onboarding?
Fino alla fine dell’anno, per favorire il lancio di Onboarding, il percorso è gratuito. Dal 2022 costerà 150 euro.

Quali sono i vostri programmi specifici per i neolaureati o per coloro che vogliono cambiare lavoro scegliendo la consulenza finanziaria?
Per chi vuole iniziare l’attività e non ha i requisiti per l’iscrizione all’albo proponiamo un corso per il superamento dell’esame, e in più una serie di seminari individuali a compendio di quanto viene già fatto dalle società mandanti. Collaboriamo, per tutte le attività formative, con Fabbrica Delle Professioni, di cui sono vice presidente e project manager.

Consulenza Patrimoniale: professione del futuro, ma ancora da “identificare”

L’assenza di un corso di un percorso accademico specifico e di un albo dei consulenti patrimoniali sembra dettata dalla paura delle altre professioni di dover cedere una fetta di “sovranità culturale” e di mercato ad una nuova figura professionale che, sebbene limitatamente ad alcuni aspetti, le comprende tutte.

Di Alessio Cardinale

Da circa dieci anni, ed in particolar modo da quando gli effetti della crisi del 2008 hanno consolidato la sensazione di insufficiente efficacia della consulenza finanziaria rispetto ai bisogni della clientela variamente patrimonializzata, si è fatto strada il concetto di consulenza patrimoniale, inteso come attività professionale all’interno della quale la gestione del patrimonio mobiliare rappresenta solo una parte. Nel corso degli anni, poi, dalla semplice definizione concettuale si è passati all’attribuzione di un contenuto e delle caratteristiche di questa professione, sulla quale sussiste ancora un certo grado di indeterminatezza legato, più che mai, all’assenza di una specifica disciplina giuridica. Infatti, come è già successo nella seconda metà del secolo scorso per la nascente professione di consulente finanziario, anche quella del consulente patrimoniale viene di fatto già svolta e, in un certo modo, auto-regolamentata prima ancora di una sua previsione nel nostro Ordinamento, e questo la rende estremamente inclusiva ma piuttosto vulnerabile.

Del resto, negli anni ‘70-’80 i primi fondi comuni di investimento venivano distribuiti senza alcuna regolamentazione da reti di “consulenti-venditori”, e solo agli inizi degli anni ’90 il sistema venne disciplinato grazie all’istituzione delle SIM (società di intermediazione mobiliare) e dell’albo dei promotori finanziari. Prima di allora, chiunque poteva vendere fondi comuni, e chiunque si fregiava, solo per questo, del titolo di “consulente finanziario”. Stessa cosa sta accadendo adesso, e in assenza di una disciplina giuridica molte professioni stanno rivendicando, alcune impegnandosi lodevolmente in modo ordinato e trasparente, altre in modo disordinato, i contenuti di una nuova professionalità che “va oltre” quella del consulente finanziario, dell’avvocato, del notaio e del commercialista, solo a titolo di esempio. Il consulente patrimoniale, infatti, a differenza del consulente finanziario abilitato fuori sede, non affronterà solamente il tema della consulenza di investimento, ma dovrà occuparsi di questioni che “invadono” l’area di competenza tipica di altre professionalità e che richiedono la conoscenza di ogni dettaglio relativo alla famiglia, alla sua composizione (allargata agli ascendenti), ai risparmi, alla gestione delle entrate e delle uscite, alla previdenza, agli impegni finanziari, alla situazione debitoria, al patrimonio immobiliare ed ad altro ancora, fino ad arrivare ai problemi inerenti le crisi familiari e quelli della pianificazione successoria e del passaggio generazionale.

Tutte competenze, pertanto, che richiedono una specifica formazione e che, per le loro caratteristiche, non potrebbero che essere di livello accademico. Questo basta per comprendere come non sia sufficiente, per alcune banche-reti, fregiare i propri consulenti finanziari del titolo di “consulente patrimoniale” solo in virtù della frequentazione di un corso di formazione di due o tre mesi e della consegna di un attestato. Ancora di più, è inopportuno attribuirsi da soli una simile qualifica, magari per via di un percorso di conoscenza personale, per potersi definire consulenti patrimoniali. Di certo, se volessimo individuare una formazione ed una esperienza fortemente “propedeutiche” a quella del consulente patrimoniale, il consulente finanziario sembra essere la figura più adatta per storia, prossimità alla famiglia-cliente e abilità nella gestione della relazione; essa però si scontra con innegabili (e del tutto logiche) carenze di preparazione difficilmente colmabili senza una preparazione universitaria almeno triennale o (almeno) di un master di pari livello. Pertanto, la scelta di limitare il contenuto della consulenza patrimoniale al rilascio di una semplice certificazione di basso valore pubblicistico oggi appare dettata dalla paura delle altre professioni di dover cedere una fetta di “sovranità culturale” e di mercato ad una nuova figura professionale che, sebbene limitatamente ad alcuni aspetti specifici, le comprende tutte.

In realtà, questa paura non ha alcuna ragione di esistere, poiché la previsione legislativa di un albo dei consulenti patrimoniali, cui accedere solo dopo aver superato uno specifico corso di laurea – o altri corsi equipollenti – ed un esame attitudinale, avrebbe il compito di disciplinare, oltre ai contenuti, la giungla di tariffe e parcelle che, al momento, domina confusamente il nuovo contesto. Inoltre, la sua previsione normativa attribuirebbe notorietà alla professione e assicurerebbe un percorso di crescita alle nuove generazioni di consulenti finanziari, avvocati, commercialisti (etc) all’interno di un nuovo mercato di sbocco, senza dover per questo “invadere” le aree di competenza delle altre professioni: l’accesso alla giustizia, in qualunque forma, richiederà sempre un avvocato, e l’elaborazione di una pianificazione fiscale non potrà che essere fatta da un commercialista; il trasferimento di una proprietà immobiliare, così come la redazione di un testamento o la costituzione di un fondo patrimoniale, non potranno che essere perfezionati da un notaio, e la stima di un’opera d’arte vedrà il concorso fondamentale di un esperto in materia. In ultimo, proprio la consulenza patrimoniale assicurerebbe alle categorie professionali unite in team un notevole aumento del fatturato e dell’indotto, che è impossibile non intuire.

Pertanto, in tutti questi ambiti, nessuna invasione di campo può essere consentita dalla legislazione esistente, e certamente nessun consulente patrimoniale potrà permettersi di farlo in futuro. Il lavoro in team con gli altri professionisti, quindi, è l’unica strada possibile, da percorrere sotto l’egida di un corpo di leggi e regolamenti che ne preveda la forma giuridica, il contenuto, il valore economico e il metodo di “ingaggio” consentito al consulente, il quale potrà far accedere i clienti alla consulenza patrimoniale – come “condizione di procedibilità” – solo dopo aver  curato la redazione di un “questionario esteso” che la stessa ESMA-MiFID, oggi, neanche prevede, occupata com’è a burocratizzare la consulenza agli investimenti mobiliari. Il processo di consulenza patrimoniale, invece, è rivolto sia alle famiglie che alle imprese, e mette al centro di ogni progetto la persona (o la persona-imprenditore) osservando essenzialmente tre/quattro fasi molto più inclusive di quelle tipiche del processo di consulenza finanziaria. Più precisamente:
– identificazione dello status del cliente,
– mappatura del patrimonio personale,
– mappatura del patrimonio familiare (sia in caso di unione che in caso di separazione).

In sintesi, il questionario iniziale dovrà essere esteso ad altri aspetti della vita del cliente, e prima di procedere a un’analisi del patrimonio personale e/o familiare sarà necessario identificare il suo status giuridico come single o componente della coppia: coniugato, unito civilmente o convivente (unione di fatto) con o senza un contratto che ne regolarizzi i rapporti patrimoniali. Successivamente, per non creare “confusione” tra il patrimonio personale dei singoli partner e quello familiare, bisognerà procedere ad una “ricognizione” (ricostruzione) del patrimonio personale dei coniugi, e poi far seguire la ricognizione del patrimonio familiare, che va ricostruito in funzione del regime patrimoniale scelto dalla coppia per regolarizzare tutti i loro rapporti di natura economica (comunione o separazione dei beni) nati in costanza di matrimonio. Solo dopo questi tre passaggi, il consulente patrimoniale potrà affrontare una corretta pianificazione patrimoniale e consigliare gli strumenti da adottare in tutti gli ambiti (finanza, previdenza, protezione etc).

Una eventuale quarta fase del processo di consulenza – sempre più importante – è quella dell’analisi degli effetti patrimoniali in caso di separazione o divorzio; una fase piuttosto impegnativa per qualunque professionista, soprattutto nei casi in cui la coppia abbia originariamente scelto il regime di comunione dei beni.

In definitiva, questa nuova professione, di cui tanto si sente parlare, deve ancora essere “identificata” e, in un certo senso, anche “nobilitata” sia dall’Ordinamento che, soprattutto, dagli addetti ai lavori, tra i quali non si intravede ancora chi vorrà intestarsi la paternità di un percorso di legittimazione che, per sua natura, non potrà che essere legislativo.

Un manuale per consulenti finanziari, scritto dai consulenti finanziari. Scambia: mettiamoci in cattedra

Un testo utile non solo per i più giovani che vogliano intraprendere questa professione, ma anche per i consulenti più esperti con il desiderio di confrontare la propria storia professionale e, naturalmente, per i bancari che vogliono intraprendere questa bellissima attività.

“Si tratta di una sfida e, insieme, un’opportunità per i consulenti finanziari iscritti all’albo”, dichiara Nicola Scambia* in relazione al prossimo lavoro editoriale. “Per tutte le professioni esistono dei manuali che insegnano ai c.d. novellini a lavorare e a farsi strada nella vita – afferma Scambia – Purtroppo per i consulenti finanziari non c’è ancora nulla del genere. La professione si impara sul campo, siamo d’accordo, ma un vademecum con i ‘segreti’ dei consulenti finanziari più esperti e di lungo corso servirebbe davvero tanto e, probabilmente, riscuoterebbe un certo successo”.

In sintesi, Nicola Scambia propone ai colleghi consulenti di ogni rete di condividere le proprie esperienze, i “segreti del mestiere” e le strategie che hanno imparato sul campo, come se dovessero spiegarle a un giovane esordiente. “Da autentico innamorato di questa professione – aggiunge – da tempo sogno di poter scrivere un libro sui consulenti finanziari, in modo da raccontare e far raccontare tutto quel sapere che non si impara a scuola e che, invece, si accumula nel tempo con l’esperienza”.

Consulenza professionale

Un testo utile, quindi, per un target composito. I più giovani, innanzitutto, desiderosi di intraprendere questa professione con la consapevolezza, però, che la strada del successo di un consulente finanziario è costellata da piccoli fallimenti e da notevole impegno personale (senza limiti di orari); i consulenti più esperti, in particolare quelli che vogliano “rileggere” la propria storia professionale e confrontarla istintivamente con quella degli altri colleghi; ultimi, ma non meno importanti, i bancari che valutano concretamente di intraprendere questa bellissima attività potendo contare, a differenza dei giovanissimi, su un patrimonio di relazioni personali e professionali già ben strutturato.

“Chiedo a tutti i colleghi che vorranno farmi l’onore di collaborare – conclude Scambia – di inviarmi delle note personali, anche semplici opinioni e suggerimenti, che possano costituire argomento di insegnamento o di condivisione. Tutti coloro che avranno inviato un contributo saranno doverosamente citati nel libro. Il tutto, per chi lo chiederà espressamente, nel rispetto della riservatezza, ma con la voglia, almeno per una volta, di mettersi in cattedra e raccontarsi un po’”.

Chiunque fosse interessato al progetto editoriale di Nicola Scambia, potrà scrivere a: ns@nicolascambia.net (con oggetto “Vademecum del CF“).  Il termine di raccolta del materiale scade il prossimo 31 Dicembre 2021, la stesura sarà conclusa entro il mese di Maggio 2022 e la pubblicazione del manuale è prevista per l’autunno 2022.

Il progetto verrà presentato ufficialmente alla comunità dei consulenti italiani (Covid permettendo) in occasione di un evento pubblico a Milano, subito dopo il rientro dalle vacanze; in alternativa, la presentazione avverrà con un live in diretta streaming.

* Nicola Scambia, delegato sindacale Federpromm, consulente finanziario e scrittore, autore di “Jackfy. La Ribellione” e del manuale per investitori “Guadagnare in fondi oggi” – www.nicolascambia.net

 

Consulenza Finanziaria, non è un paese per giovani. Valerio Giunta: restituire valore alla vendita

Una volta messa in sicurezza l’Economia, è indispensabile intervenire con un grande programma di rilancio delle politiche inclusive nei confronti dei giovani, anche nel mondo “chiuso” delle reti di Consulenza Finanziaria.

Con l’attuale crisi di governo, in piana pandemia, si sente parlare continuamente di ripartenza, di cambiamento e di nuove prospettive, di contrapposizione tra sussidi e investimenti sul futuro e sulle generazioni a venire. Formuliamo tante domande e non abbiamo ben chiare le risposte, però sappiamo bene che per raggiungere un qualsiasi obiettivo occorre partire dalle fondamenta e dalle risorse a propria disposizione.

Nell’ultimo anno, abbiamo visto come sia sufficiente un elemento esterno come un virus sconosciuto (un nemico invisibile, ma letale) per mettere in pericolo l’intera economia mondiale. Nel tentativo di mantenere intatti i fattori di maggior produzione, le industrie – ivi compresa quella del Risparmio – hanno dato priorità alla difesa dei lavoratori più esperti e “anziani”, sacrificando ancora una volta il lavoro giovanile e interrompendo qualunque piano di investimento sulle nuove risorse. Pertanto, una volta messa in sicurezza l’economia, è indispensabile intervenire adesso con un grande programma di rilancio delle politiche inclusive nei confronti dei giovani; anche nel mondo della Consulenza Finanziaria, che già da anni appare caratterizzato da elementi pericolosamente in contrasto tra loro: chiuso ai giovani e con grandi barriere all’entrata, ma bisognoso di un ricambio generazionale per via della elevata età media – 56 anni circa – che pone seri interrogativi sulla futura sostenibilità di questa fondamentale categoria professionale.

Valerio Giunta

Secondo Valerio Giunta, CEO di Startup Italia e delegato all’Assemblea nazionale della Fondazione Enasarco, “consulenti finanziari e società mandanti hanno una grande responsabilità, ovvero quella di rilanciare l’economia, e questo non potrà avvenire che attraverso il rilancio della vendita consulenziale o qualificata, ossia di quella particolare proposizione di vendita che avviene solo dopo aver ascoltato il cliente e annotato fedelmente le sue esigenze, e non quella che mira al tornaconto economico immediato”. “Infatti – prosegue Giunta – è sulle strategie di vendita messe in atto nel rispetto delle normative e con i più nobili intenti informativi che la professione di consulente finanziario si è sviluppata dagli anni ’80 ed è arrivata oggi ad annoverare 33.000 professionisti attivi che totalizzano il 15% di tutti i clienti e circa 825 miliardi di masse amministrate”.

Negli ultimi anni si è verificato un aumento di iscritti tra i giovani al di sotto dei 30 anni (23,8% delle nuove iscrizioni nel 2019, contro l’11% del 2018 e il 9,5% del 2017), ma il numero di nuove iscrizioni non pareggia il numero di consulenti che lasciano la professione. Nel 2019, per esempio, a fronte di 1.456 iscrizioni ci sono state 3369 cancellazioni, con un tasso di compensazione di circa il 43%. Ma se analizziamo il tasso di sostituzione in base all’età dei nuovi iscritti, in quell’anno sono stati solo 403 gli under 30, con un contributo al tasso di sostituzione della categoria inferiore al 12%. Si direbbe che un 12% di giovani in più all’anno potrebbe compensare, nei prossimi 8 anni, l’uscita degli “older”, ma dovremmo presumere che la professione abbia in sé tutti gli strumenti per “trattenere” i giovani, sopportando un basso turnover. Invece, nel 2019 i consulenti finanziari con meno di 30 anni di età sono diminuiti del 51% rispetto all’anno precedente, ed il 2020 sembra aver amplificato questo trend; per cui, di anni ne servirebbero almeno trenta, considerando che i consulenti tra i 30 e i 40 anni di età, nel periodo considerato, sono diminuiti del 63%.

Questi dati, piuttosto preoccupanti, vanno certamente messi in relazione alle barriere all’entrata poste dal sistema a tutela dei parametri strategici fino ad oggi privilegiati (il portafoglio medio, in primis, e l’età più matura e rassicurante del professionista), ma non è tutto lì il problema. Infatti, alla “crisi di vocazione” verso la professione del consulente finanziario corrisponde una profonda crisi della cultura della vendita qualificata o consulenziale.

Il consulente finanziario, all’inizio della propria attività, deve “vendere se stesso” alla clientela potenziale, e per farlo deve essere competente sulle modalità di relazione che prevedono la gestione del contatto, la comunicazione di sé e dell’azienda per cui lavora, l’ascolto dei bisogni del cliente e della sua famiglia, l’analisi dei bisogni e la condivisione delle loro priorità, lo studio del profilo dell’investitore e, solo alla fine, l’accordo sul piano di investimenti. “In sintesi – prosegue Valerio Giunta – il consulente deve essere persuaso che solo attraverso il bene del cliente arriva il risultato: magari non è immediato, ma certamente sarà duraturo. Inoltre, è evidente che senza la fase di instaurazione e gestione del contatto, che richiede una formazione specifica, il consulente non sarà in grado di lavorare e di esprimere la propria competenza a qualcuno, perché nessuno lo andrà a cercare spontaneamente. Va da sé, quindi, che la prima cosa da fare sia investire sulla formazione dei giovani alla “vendita qualificata”, per distinguerla da quella c.d. Push”.

Del resto, il professionista delle vendite è il ruolo principale in qualunque azienda, e l’industria del Risparmio – in particolare del risparmio gestito – conosce e valorizza bene questa figura. Persino le società di gestione del risparmio, piccole e grandi, hanno in organico funzionari specializzati che girano l’Italia per informare le reti sui propri strumenti finanziari (fondi e sicav) allo scopo di aumentarne le sottoscrizioni. Si tratta pur sempre di una vendita qualificata, ed è utilissima per la catena distributiva; i clienti, in questo caso, sono gli stessi consulenti finanziari, i quali valuteranno l’efficacia e l’idoneità di quei determinati strumenti finanziari rispetto ai piani di investimento della propria clientela.

Valerio Giunta

Il problema, probabilmente, è anche a monte. La nostra società, a differenza di quella del mondo anglosassone, non riesce a maturare una piena coscienza del ruolo della forza vendita nell’economia, sia all’interno di una piccola azienda sia all’interno del paese. Sono tantissime in Italia le aziende che si lamentano della mancanza di giovani dedicati alla vendita, ed esistono resistenze culturali che impediscono alle nuove generazioni di intraprendere questo tipo di carriera. Allo stesso tempo, però, la maggior parte di queste aziende non dispone di un vero e proprio piano di inserimento che preveda un investimento finanziario sui giovani (fisso mensile minimo incondizionato, attività gratuita di formazione, affiancamento delle risorse umane con esperienza etc). “La mentalità generale – conclude Giunta – è soprattutto quella di inserire i giovani e verificare se riescono a sopravvivere con le proprie forze. Eppure, i vantaggi futuri derivanti dall’assicurare ai giovani un fisso minimo mensile, formazione costante ed affiancamento da parte dei colleghi anziani sono evidenti, e tra le reti di consulenza finanziaria esistono alcune aziende che stanno cominciando a rivalutare questo percorso. E’ a loro che vanno rivolte le migliori speranze per la sopravvivenza della categoria”.

Consiglieresti a tuo figlio di svolgere la tua professione? Due consulenti finanziari su tre rispondono di sì

Un interessante sondaggio su un campione significativo di consulenti finanziari svela la passione per il proprio lavoro ed il desiderio di trasmetterlo ai figli. Nicola Scambia: “indagine utile in questa fase di forte incertezza e di grandi cambiamenti, che inevitabilmente toccano da vicino sia i consulenti che i clienti”.

Due consulenti finanziari su tre consiglierebbero la propria professione ai figli, mentre sette su dieci investono di tasca propria per la formazione professionale. Sono i risultati del sondaggio creato da Nicola Scambia*, consulente finanziario, scrittore e delegato sindacale di Federpromm, la federazione dei consulenti finanziari, del credito e delle assicurazioni.

L’indagine è stata condotta su una piattaforma online e, come premio di partecipazione, Scambia ha ideato un calendario 2021 incentrato sulla professione del consulente finanziario, raccogliendo un campione di 300 professionisti della finanza che hanno risposto alle dieci domante del questionario (a metà strada tra il personale e il professionale).

Il quadro complessivo che emerge è confortante: il 97% dei partecipanti sostiene di riuscire sempre a fare quello che interessa ai clienti, evitando accuratamente ciò che più “conviene” alle loro tasche, il 96% di avere il coraggio delle proprie scelte e il 90% di suggerire gli strumenti finanziari migliori in circolazione. Inoltre, il 95% di essi ha sempre il coraggio di affrontare le “note dolenti”, ossia gli investimenti rivelatisi meno redditizi tra quelli effettuati nell’interesse dei propri clienti.

Andando sul personale, ed in particolare nel bilanciamento tra lavoro e famiglia, il 78% dei consulenti interpellati dichiara che non rinuncerebbe mai ad una cena fissata con la propria compagna in cambio di una convocazione imprevista del proprio direttore commerciale, e il 67% afferma convintamente che farebbe fare volentieri il proprio lavoro ai figli.

Relativamente alla formazione, il 74% degli intervistati dichiara di investire di tasca propria, il 19% di farlo soltanto in qualche occasione e il 7% di affidarsi unicamente ai corsi gratuiti proposti dalle società mandanti e/o dalle associazioni di categoria.

“Ho sempre investito molto nella relazione con i colleghi”, spiega Scambia, “e l’approccio ludico, rappresentato dal connubio tra sondaggio e calendario, è stata una buona idea per tastare il polso ai consulenti finanziari in questa fase di forte incertezza e di grandi cambiamenti che inevitabilmente toccano da vicino sia loro che i clienti. Il calendario, autofinanziato interamente dal sottoscritto,  è un piccolo compendio di “dritte” e di consigli pratici, frutto della mia esperienza trentennale nel settore,  ed i 300 consulenti finanziari che hanno partecipato al sondaggio lo riceveranno direttamente a casa, mentre chiunque potrà riceverne una copia digitale scrivendo a ns@nicolascambia.net (precisando l’oggetto: richiesta Calendario JACKFLY). 

* Autore di “Jackfly”, primo romanzo di successo sui consulenti finanziari, e di un tascabile “Guadagnare in fondi oggi”

I miei primi consulenti patrimoniali? Mia mamma e mia nonna. I buoni consigli sono per la vita

Quali sono i buoni consigli da ascoltare in ambito finanziario-patrimoniale? Siamo sicuri che il bravo professionista sia quello che parla di cose incomprensibili ma “dette bene”? Siete sicuri che il vostro interlocutore abbia i titoli per esercitare la professione?

Di Alfonso Selva*

Se penso alle parole “buon consiglio”, mi vengono in mente mia nonna e mia mamma, che mi dicevano sempre “quando sarai grande, dovrai stare attento, lavorare, risparmiare perché non si sa mai, pensare alla famiglia, comprare una casa e mettere da parte i soldi per la vecchiaia“. Nonostante non fossero dei consulenti finanziari, mi davano gli stessi consigli che un bravo consulente patrimoniale oggi dà ai suoi clienti.

Se cerchiamo la parola “consulente” su Google viene fuori questa definizione: “Professionista cui si ricorre per ricevere consigli, chiarimenti, pareri su materia inerente alla sua professione, come l’avvocato, il commercialista, l’ingegnere, il notaio etc”. Il Consulente Finanziario rientra a pieno titolo in questa definizione, ed è un professionista che ti accompagna per la tua vita in campo finanziario e patrimoniale.

Sfortunatamente, su Internet, sui giornali ed anche in privato, si trovano soggetti che danno consigli in materia finanziaria senza averne nessun titolo. Un pò come i finti dentisti, i falsi medici o i finti commercialisti, che sembra costino meno ma causano tanti guai (se non fuggono con i tuoi soldi). Invece, per esercitare la professione di Consulente Finanziario è necessario superare  un esame di Stato, e poi chiedere l’iscrizione all’albo (che per i consulenti finanziari prende il nome di Organismo Unico).

Però, i semplici buoni consigli su come investire e proteggere il denaro spesso non sono sufficienti a soddisfare tutte le esigenze di una famiglia. I “buoni consigli”, infatti, devono spingersi oltre l’aspetto finanziario e coinvolgere tutto il patrimonio del cliente.

Cosa intendiamo per “patrimonio”? Tutto: il tuo Patrimonio sei tu, la tua famiglia, i tuoi immobili, la tua partita iva, la tua impresa, il tuo bagaglio culturale, le tue tradizioni familiari, i tuoi ricordi ed il tuo sapere.

Pertanto, prima di accettare buoni consigli da parte di chiunque, è ESSENZIALE fare PRIMA diverse cose.

– Incontrare il consulente dal vivo oppure on line (possibilmente in video).

– Ascoltare la sua storia professionale, e raccontare la propria.

– Verificare le informazioni ricevute (è semplice, basta consultare online il sito dell’Organismo Unico).

– Il consulente che fa molte domande su di voi, e cerca di capire la vostra situazione personale, familiare e lavorativa, è sulla buona strada per avere la vostra fiducia.

A questo punto (e solo a questo punto), potrete fornire tutta la vostra documentazione finanziaria e patrimoniale, e dichiarare quali sono i vostri obiettivi di investimento. Il risparmio, infatti, è “spesa differita nel tempo”, per cui dovrete individuare degli obiettivi di spesa concreti e alla vostra portata, in ordine di priorità. Solo così, osservando questi passaggi fondamentali, si porranno le basi per ricevere soluzioni finanziarie e patrimoniali per i prossimi 30 o 40 anni.

Perchè i buoni consigli non sono quelli utili ad affrontare soltanto il quotidiano, ma principi validi per la vita intera, da trasmettere ai figli ed ai figli dei vostri figli.

Come quelli della nonna, insomma.

* Consulente Finanziario – iscritto Albo OCF al nr. 8634 del 2-11-1994 – Via Piemonte 42, 00187 Roma, e-mail: info@alfonsoselva.it

Consulenti finanziari senza confini geografici. Ennio Giganti, dall’Italia all’Europa, con lo Sport nel cuore

I consulenti finanziari “senza confini” sono professionisti di lungo corso, con una significativa esperienza alle spalle ed oggi molto richiesti da una clientela di alto livello per via della competenza acquisita negli anni. Patrimoni&Finanza ha intervistato alcuni di loro, chiedendo di raccontare la loro storia personale.

Da una storica dinamicità di contatto all’esterno, la professione del consulente finanziario  si è gradualmente “bancarizzata”, e negli ultimi 10 anni consulenti e clienti si siano abituati ad incontrarsi presso le filiali (o i centri finanziari) sulle quali le banche reti hanno investito molto per fidelizzare sia gli uni che gli altri. Tra i professionisti, però, resiste una nutrita schiera che ha deciso di dare continuità al “vecchio rito” dell’incontro presso l’abitazione del cliente. Si tratta dei “consulenti finanziari senza confini geografici”, e cioè di quei professionisti della pianificazione patrimoniale che hanno fatto dell’auto, del treno e/o dell’aereo il proprio mezzo ordinario di collegamento con le persone a cui prestano abitualmente consulenza.

Si tratta per lo più di consulenti “di lungo corso”, con una significativa esperienza alle spalle risalente agli albori della promozione finanziaria (1992-93), e che oggi sono molto richiesti per via della competenza acquisita. Patrimoni&Finanza ne ha intervistato alcuni, chiedendo loro di raccontarsi a beneficio dei colleghi più giovani – i c.d. MiFID advisers – e, perché no, di quelli meno giovani ma desiderosi di conoscere la loro esperienza.

Abbiamo incontrato Ennio Giganti, classe 1964, iscritto all’Albo (oggi Organismo Unico) dei consulenti finanziari dal 1993.

Ennio, che ricordi ha dell’epoca in cui ha cominciato ad occuparsi di Consulenza Finanziaria?

Il lavoro era decisamente diverso. Si vendevano solo pochissimi fondi comuni, polizze vita e certificati di deposito che avevano tassi a 2 cifre e che permettevano il raddoppio del capitale investito dopo appena 5 anni. Le polizze con caricamenti provvigionali al 75% servivano per fare sbarcare il lunario ai nuovi promotori, si parlava poco di diversificazione di portafoglio, la formazione era affidata a colleghi con maggiore anzianità o, più raramente, a professori universitari di Economia che del nostro mestiere non sapevano assolutamente nulla.

Cosa le manca di quel periodo?

La semplicità nel processo di acquisizione e amministrazione della clientela. C’era meno burocrazia, la profilatura del rischio era frutto di scelte esclusivamente condivise con il cliente e la nostra principale attività era quella di fare clientela nuova. Oggi, invece, siamo costretti ad occupare il 70% del nostro tempo in mansioni amministrative, e a dedicare minore attenzione alla parte commerciale, di marketing e di pubbliche relazioni.  

Ha avuto dei modelli da seguire, dei colleghi che l’hanno ispirata, oppure ha imparato gradualmente dai propri errori?

in realtà, siamo sempre stati abituati al fai da te, ricevendo da parte delle società mandanti solo una iniziale formazione commerciale. Tutto il lavoro che sta dietro alla ricerca di clientela, per quanto mi riguarda, è stato sempre progettato e messo in pratica grazie alla mia personale iniziativa e, soprattutto, al passaparola, che nel mio caso, ha permesso di ricevere molte gratificazioni.

Quali sono stati i punti di svolta della sua carriera?

Non c’è mai stato un preciso momento di svolta, perchè ho costruito giorno dopo giorno relazioni professionali che poi consolidate nel tempo, che mi hanno portato a trovare clientela a volte anche senza doverla cercare. Per un consulente finanziario, ciò che conta è non smettere mai di alimentare l’attività di relazione con i clienti e con coloro che ancora non lo sono: alcuni non lo diventeranno mai, ma altri sì. E’ la regola fissa di cui ogni ex promotore dovrebbe ricordarsi ogni tanto, prima di chiudersi in ufficio.

Quando ha cominciato a sviluppare clientela al di fuori della sua città, e come è avvenuto (volontà, il caso, la fortuna, le referenze di un amico…)?

Nella nostra professione, nulla avviene per caso, e probabilmente la mia passione per i viaggi, e le referenze di amici e clienti, hanno pesato molto sulla scelta di sviluppare nuovi clienti al di fuori della mia città (Palermo, ndr). Sicuramente, se stai dietro la tua scrivania, nessuno busserà alla tua porta chiedendoti consigli su come investire, quindi la catena di contatti da alimentare quotidianamente è la cosa indispensabile, da associare ad altre caratteristiche come la puntualità, la professionalità e la disponibilità a spostarsi anche per esigenze dalle quali non derivi un introito economico immediato, perché da un incontro di natura squisitamente amministrativa, come quello che serve a risolvere un problema tecnico correlato ad un investimento già in corso, può sempre scaturire la segnalazione di un primo contatto con un potenziale cliente, amico o parente di quello che sei andato a trovare. Ricevere referenze aiuta moltissimo.

In quali città è presente oggi la sua clientela?

Dal punto di vista geografico, ci sono almeno due continenti nel mio portafoglio, Europa e USA. Dagli americani con doppia nazionalità agli svizzeri italiani. In Italia maggiore concentrazione in Sicilia e Lazio, ed in Europa diverse posizioni tra il Regno Unito e la Germania, ma sempre inerenti a famiglie Italiane con doppia residenza, emigrate decenni fa dal piccolo centro in provincia di Palermo da cui ha origine la mia famiglia.

Il periodo che stiamo attraversando ha messo a dura prova la tenuta delle relazioni con i clienti durante il lockdown. Lei come si è attrezzato, anche per eventuali future restrizioni?

Attraverso la comunicazione a distanza, video telefonate, e utilizzando in larga misura la consulenza a distanza e le firme digitali. Oggi l’80% della mia clientela è completamente digitalizzata, così come il mio archivio: niente più carta, neanche un grammo. Utilizzo moltissimo la tecnologia, e senza di essa non potrei più lavorare, ma la metto sempre in secondo piano rispetto all’attività di relazione.

Come vede la sua professione tra dieci anni, e come si vede lei?

Sarà sempre più smart e ulteriormente votata alla tecnologia. Forse torneremo ad avere più tempo da dedicare alla relazione interpersonale, che rimane insostituibile con una certa fascia di clientela, quella più interessante e oggi più patrimonializzata. La nostra professione richiede un certo livello di apertura mentale al cambiamento, per cui ci dovremo adattare alla clientela più giovane, quella degli attuali trentenni e quarantenni, che hanno caratteristiche totalmente diverse dai loro genitori e, entro pochi anni, li sostituiranno nella gestione del patrimonio familiare. Si tratta di persone con un elevato grado di utilizzo della tecnologia, con competenze maggiori in termini di educazione finanziaria e con un approccio al risparmio sensibilmente differente rispetto alla generazione degli attuali sessantenni. Per cui, la comunicazione sarà più immediata, così come i tempi richiesti per l’elaborazione di soluzioni di investimento. Io mi vedo come adesso, diviso tra la professione di consulente finanziario e la passione sviscerata per il nuoto e lo Sport in generale, che pratico ancora a livello agonistico e che mi aiuta sia in termini di energie personali, sia nelle pubbliche relazioni.

Di padre in figlio. Storie di consulenti finanziari e di passaggi generazionali: Giuseppe e Fabio Gulotta

La continuità familiare nella professione di consulente finanziario si snoda oggi attraverso due generazioni, quella dei babyboomers e dei millennials, molto diverse tra loro ma allo stesso tempo unite da un mestiere che si impara sui libri, al telefono, in automobile, a casa dei clienti, ma soprattutto attraverso il confronto quotidiano con i colleghi più anziani. E quando uno di questi è tuo padre, nasce subito una storia. Anzi, due.

Nata alla fine degli anni ’70 come la sfida di un visionario (Bernard Cornfeld, fondatore dell’IOS, Investors Overseas Services, il cui ramo italiano era la nascente Fideuram), la professione del consulente finanziario – prima consulente, poi promotore ed infine di nuovo consulente – ha sempre avuto una forte connotazione commerciale, che si è andata un po’ perdendo negli ultimi 10-15 anni ma conserva ancora un posto speciale nell’attività quotidiana del consulente, soprattutto in relazione alla capacità di aprire nuovi mercati ed acquisire nuova clientela.

Un altro aspetto importante di questa professione – per alcuni, il più importante di tutti – coincide con la facoltà del professionista di poter trasmettere ai propri familiari il portafoglio clienti una volta raggiunta l’età pensionabile, così come nelle altre professioni. Non è un segreto, pertanto, che ogni consulente di “lungo corso” abbia pensato (o stia pensando) di poter passare il testimone, un giorno, ai propri figli, compiendo così il c.d. passaggio generazionale. In relazione alla categoria dei consulenti, quello del ricambio generazionale è un tema di cui si è cominciato finalmente a dibattere per via della elevata età media dei professionisti (57 anni circa) e, pertanto, dell’avvicinarsi del momento in cui, a cominciare dal 2025, un gran numero di consulenti anziani lascerà ogni anno la professione, trasmettendo il portafoglio ai colleghi più giovani o ai figli.

Questo processo di passaggio è già cominciato, ma in misura ancora marginale, e chi è riuscito a trasmettere la clientela ai figli oggi ha una storia da raccontare, che si svolge a cavallo tra due generazioni molto diverse tra loro – quella dei c.d. babyboomers (nati tra il 1946 ed il 1964) e dei millennials (nati tra il 1981 ed il 1995) – ma unite dal fascino di un mestiere che si impara sui libri, al telefono, in automobile, a casa dei clienti e, in particolare, mediante il confronto con i colleghi più anziani. E quando uno di questi è il padre, le storie prima si intrecciano e poi diventano due. Quelle di Giuseppe e Fabio Gulotta, rispettivamente padre e figlio, ce la raccontano loro stessi, rispondendo alle domande di una intervista attraverso la quale sarà possibile viaggiare con la mente – per molti “anziani”, anche con i ricordi – lungo due epoche saldate indissolubilmente da una “scintilla”.

GIUSEPPE GULOTTA, CLASSE 1957, BABYBOOMER

Giuseppe, ci racconti quando si è avvicinato per la prima volta al mondo dei servizi finanziari, ed in che modo….

Mi occupavo già, per passione, della gestione del portafoglio dei miei genitori. Era il 1985, ed avendo letto della nuova legge che istituiva i fondi comuni di investimento di diritto italiano presi appuntamento con un consulente finanziario dell’allora Fideuram, che a quel tempo non era né una banca, né una SIM, ma faceva già parte del Gruppo IMI. Lì incontrai una mia vecchia conoscenza dei tempi della CGIL (ero dirigente sindacale), che oltre a propormi la sottoscrizione di un fondo mi chiese se avessi voluto lavorare come consulente finanziario (non era ancora stata coniata la definizione di “promotore”). Quella fu per me come una scintilla. Ne parlai subito con mia moglie, che mi incoraggiò, ed accettai la proposta, ma ricordo che non riuscivo a spiegare ai miei genitori in che cosa consistesse la professione che avrei svolto, e che mio padre mi ripetesse, con un po’ di preoccupazione, il classico monito “stai attento, perché  lasci il certo per l’incerto“.

Giuseppe Gulotta

Si è trattato del suo primo lavoro, oppure faceva già qualcos’altro ed ha voluto rischiare in un settore a quei tempi quasi sconosciuto?

Non era il mio primo lavoro. Ero sposato ed anche padre di un figlio piccolo, ma ero già affascinato dal mondo della finanza, e le prospettive di sviluppo professionale che avevo intravisto mi convinsero ad accettare la proposta, con la consapevolezza dei rischi a cui andavo incontro. In quell’epoca, erano in pochi a lasciare il “posto fisso” da impiegato e ad aprire una partita iva, con l’incognita del reddito. In molti mi consideravano un folle, ma io ho avuto ragione.

Cosa ricorda con più nostalgia di quell’epoca un pò pionieristica, e cosa le manca di più di quel periodo?

Erano gli anni in cui l’inflazione correva a due cifre, i titoli di stato superavano stabilmente rendimenti  del  10% e gli strumenti finanziari disponibili erano veramente pochi. La parte più coinvolgente era trovare soluzioni alle esigenze dei clienti, adattando ai loro bisogni i pochissimi strumenti finanziari che avevamo a disposizione. Però la relazione era basata sulla fiducia, e la comprensione dei prodotti di investimento passava quasi in secondo piano. Ci mettevamo davvero la faccia, nessuno di noi aveva il conforto e la tutela delle istituzioni bancarie, e la nostra parola valeva più del contratto che i clienti ci firmavano. Però molti di loro, con i fondi che distribuivamo, grazie ai rendimenti stellari che i primi boom di borsa riuscirono a conseguire, hanno potuto persino comprare la propria abitazione senza neanche il bisogno di stipulare un mutuo. Alcuni aprivano dei programmi di accumulazione da 50.000 lire al mese, e a volte li interrompevano perché non c’erano i RID bancari ed molti consulenti di allora spesso “si perdevano per strada” e cambiavano lavoro. E così a molti clienti, dopo alcuni anni, veniva comunicato che le piccole somme accantonate, di cui neanche ricordavano l’esistenza, erano letteralmente decuplicate. Tra loro ci sono, ancora oggi, i nostri migliori clienti.

Quali sono le differenze, tra passato e presente, nella relazione con il cliente?

Oggi forse manca la semplicità della relazione – da non confondere con facilità, quando ho iniziato io era difficilissimo fare contatti nuovi! – ed anche quella dei prodotti e dei servizi di investimento. Tutto si è complicato all’insegna della tutela dei risparmiatori, e se da un lato è stato un bene, dall’altro le normative hanno reso difficile il nostro lavoro, nel quale le soluzioni esasperatamente tecniche prevalgono su quelle dettate dal buon senso, dalla professionalità  e dalla competenza dei tanti addetti del settore. Inoltre, la tecnologia ha allontanato il primato dei rapporti umani, e questo non mi piace.

Quali sono state le tappe più importanti della sua carriera, lunga 33 anni, di promotore e consulente?

Riassumendo, nel 1986 partecipo ad un corso formativo indetto dalla Fideuram, e nel 1987 ufficialmente divento consulente finanziario. In quell’anno, ricordo che la borsa di NY perse in un giorno il 25% (il 19 ottobre), e quindi ho dovuto imparare subito il mestiere dal suo lato peggiore!  Dopo qualche anno, nel 1990, ho cominciato a svolgere anche l’attività formativa di supervisore dei nuovi colleghi, nel 1998 ho cambiato istituto bancario e, successivamente, anche l’incarico, occupandomi della formazione di tutta l’area Sicilia e della responsabilità commerciale dell’area. Da qualche mese, infine, mi occupo esclusivamente di  selezione e formazione per l’area Sicilia all’interno di un importante gruppo bancario europeo.

Generalmente quanto tempo ha dedicato alle relazioni interpersonali quotidiane con la sua clientela?

La relazione con i clienti è sempre stata la parte migliore di questa professione. Si diventava amici e “confessori” dei fatti più intimi della famiglia, una sorta di familiare aggiunto che era a conoscenza, come nessun altro, delle reali esigenze del cliente. A quei tempi, la spiegazione dei contratti e la raccolta delle firme era una parte molto marginale di tutta la relazione.

C’è stato un momento in cui, in particolare, ha capito che suo figlio avrebbe avuto le qualità per lavorare nel settore della Consulenza Finanziaria?

In realtà, Fabio era iscritto in biologia ed è un amante della natura, però notavo il suo interesse su alcuni aspetti della mia professione, soprattutto quanto fosse affascinato dalla relazione che instauravo con i clienti. Probabilmente sono questi i segnali che mi hanno fatto capire di poter compiere all’interno della famiglia il passaggio generazionale della clientela, senza soluzione di continuità.

Come ha supportato Fabio durante il periodo della “gavetta”, e quando ha deciso che era venuto il momento di assegnargli la clientela, o parte di essa?

Non è stato difficile. Lo accompagnavo dai clienti, quasi tutti lo conoscevano fin da bambino (Fabio è nato nell’89) e vedevano in lui la continuità del rapporto. Non c’è mai stato un solo aspetto critico da affrontare, e non ho dovuto adottare particolari strategie di comunicazione, perché i clienti hanno vissuto questa fase come un semplice avvicendamento, con la garanzia di un avere accanto un frutto nato da un albero buono.

In qualunque attività, il passaggio del testimone generalmente richiede una certa gradualità. Può stimare il periodo entro il quale la transizione si è completata, e la percentuale di successo in termini di conservazione del portafoglio clienti?

La transizione è avvenuta integralmente e con la gradualità necessaria, in funzione del rapporto con il cliente, e la consistenza del portafoglio ha richiesto la maturazione di un maggiore senso di responsabilità. In ogni caso, il passaggio è stato effettuato sotto la mia supervisione, che via via è andata scemando fino a non essere più necessaria. Oggi Fabio guida perfettamente la gestione del portafoglio, a cui ha aggiunto nuova linfa composta da clientela più giovane.

FABIO GULOTTA, CLASSE 1989, MILLENNIAL

Fabio, si ricorda il primo momento in cui ha sentito il desiderio di seguire le orme professionali di suo padre?

Ho cominciato un po’ per “gioco”. Iniziai a dare una mano mio padre durante l’estate, come fosse un qualunque lavoretto estivo prima di riprendere la routine da studente. Tutti i giorni lo seguivo in giro per clienti. Osservavo incuriosito come venisse accolto sempre a braccia aperte e con un sorriso, il modo pacato e preciso con cui gestiva le conversazioni, l’attenzione e la cura della relazione. Ecco, li scattò la scintilla, ed il desiderio di potermi rendere utile alle persone e relazionarmi con loro in qualità di consulente.

Fabio Gulotta

Ci racconti la sua gavetta….

E’ iniziata dentro un archivio, tra fotocopie e sistemazione di cartelle. Seguivo mio padre tra un cliente e l’altro, e cercavo di fare mio ogni momento importante della comunicazione. Nella nostra professione, proprio la comunicazione fa la differenza tra il successo e l’insuccesso, ed io cercavo di fare mia ogni sillaba ed ogni gesto. Contemporaneamente, studiavo per l’esame di iscrizione all’OCF, che ho superato nel 2013. Nel Gennaio del 2014 ho iniziato ufficialmente ad esercitare.

Come ha vissuto il confronto con suo padre, in termini professionali?

Probabilmente, chiunque abbia lavorato con il proprio padre potrà essere d’accordo con me nel riconoscere che a volte si fatica a uscire dalla dinamica “padre-figlio”, e questa è una dinamica naturale che va gestita con intelligenza. Ci ho messo un po’ prima di affermarmi come Fabio Gulotta consulente finanziario, e non più come “il figlio di”, ma il confronto con un professionista come mio padre non è facile e può diventare duro. Da buon sportivo, però, il confronto mi stimola e mi invoglia a crescere e a perfezionarmi, e oggi anche lui mi chiama per avere qualche suggerimento.

Quali sono state le problematiche più frequenti che ha riscontrato nella clientela durante il passaggio del suo portafoglio nelle sue mani?

Nulla va dato per scontato, e con clienti più avanti negli anni la giovane età, all’inizio, può non aiutare. La diffidenza nell’affidarsi ad un giovane con poca esperienza, in una professione come la nostra, è evidente. Per tale motivo, essere affiancato da un professionista esperto come mio padre è stata una fortuna, soprattutto nell’imparare le corrette modalità di approccio alla clientela e come “rompere il ghiaccio”. Naturalmente, tutto cambia quando devo relazionarmi con clientela giovane, come con i figli dei clienti, con i quali posso adottare un atteggiamento più diretto e parlare un linguaggio differente.

Secondo lei, i clienti hanno notato le inevitabili differenze di approccio professionale tra lei e suo padre? E come le hanno vissute?

Non penso che ci siano state difficoltà in questo. Ho imparato a relazionarmi nel modo in cui mio padre già faceva con loro. Costruisco la relazione su misura, e cerco sempre di mantenere la continuità dell’approccio con lo stile precedente, adattandolo alle mie caratteristiche.

Professionalmente parlando, si confronta ancora oggi con suo padre, oppure ha raggiunto un livello di autonomia e indipendenza tale da non averne bisogno?

Per risponderle, le riporto un esempio che ho preso dal mondo dello Sport. I maratoneti, durante la loro marcia, osservano le proprie gambe nelle vetrine dei negozi, perché dopo tanti km non hanno più la percezione del passo ed hanno bisogno di verificare visivamente il loro ritmo di marcia. Ecco, che sia il padre o un collega, ritengo fondamentale il confronto per poter avere certezza che il passo sia quello giusto. 

Che ruolo ha la tecnologia nel suo lavoro, rispetto alle relazioni interpersonali, e quanto tempo dedica a queste ultime nel quotidiano?

La tecnologia è un supporto importante, e in un momento storico come questo ancor di più. Utilizzo quasi totalmente strumenti digitali per la sottoscrizione dei contratti o l’assistenza alla clientela. La consulenza a distanza è fondamentale oggi più di ieri. Sicuramente le relazioni interpersonali non vengono meno, ma occorre riadattare il modo di assistere e di supportare i clienti, soprattutto alla luce dell’ emergenza sanitaria che stiamo vivendo.

Come vede oggi il suo futuro professionale tra dieci anni, e di cosa avrebbe bisogno la categoria dei consulenti finanziari per migliorare ancora la propria posizione nella Società?

Il mio, forse, è più un augurio che una previsione. Auspico un futuro fatto essenzialmente da consulenti finanziari mediamente molto più giovani di adesso. Oggettivamente, la nostra categoria ha un’età media elevata, e occorre che le nuove generazioni vengano avvicinate rapidamente alla professione. Personalmente, ho cominciato piuttosto presto, ed oggi mi ritengo fortunato ad avere una discreta esperienza nel mondo della Consulenza Finanziaria, nonostante i miei 31 anni. Però mi rendo conto di essere una “goccia nel mare”. Se non si interviene oggi , con azioni mirate e concrete, si rischia di avere un vuoto di professionisti nei prossimi anni, con ripercussioni negative per i clienti e per l’Economia. Sarebbe utile far interagire molto di più le due generazioni di consulenti, e restituire al settore nuove figure di coaching per far sì che la professione venga trasmessa anche alle generazioni che verranno dopo la mia. L’esperienza dei consulenti senior deve potersi incontrare con la voglia di conoscenza dei consulenti giovani e di quanti vorrebbero iniziare questa professione. Sono convinto che tutto ciò potrebbe essere di grande beneficio, oltre che per i clienti, anche per l’industria del Risparmio.