Aprile 20, 2026
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L’economia Usa rallenta per via dei dazi, ma non ci sono segnali di recessione

I settori che prendono vantaggio dalle agevolazioni fiscali di Trump sono quello farmaceutico, automobilistico e dei servizi pubblici. Lo stop all’immigrazione clandestina frena i canoni di affitto e fa calare l’inflazione.

di Alberto Conca, gestore del fondo Zest Quantamental Equity

Nelle ultime settimane, gli sviluppi geopolitici hanno dominato la scena. Tuttavia, è importante non perdere di vista l’evoluzione delle principali variabili macroeconomiche. Per questo motivo, abbiamo deciso di analizzare il potenziale impatto dei dazi, nonché le prospettive per l’inflazione e i consumi negli Stati Uniti nei prossimi mesi.

I dazi avranno senza dubbio un impatto sulla crescita economica statunitense, anche se difficilmente innescheranno una recessione. Ipotizzando un dazio globale del 10% e un dazio del 30% specificamente applicato alla Cina, le aspettative di crescita per il 2025 sono previste in calo, passando dal +2,2% di fine 2024 al +1,4% entro la fine del 2025. È importante sottolineare che queste stime sono altamente volatili e difficili da prevedere, soprattutto considerando i frequenti dietrofront del presidente Trump su decisioni precedentemente annunciate. Di conseguenza, questo rallentamento dovrebbe pesare sugli utili societari dell’indice S&P 500, che sono già stati rivisti al ribasso nelle ultime settimane. Tuttavia, al momento non vi sono segnali chiari di una recessione imminente. Piuttosto, l’economia statunitense potrebbe essere entrata in una fase di rallentamento, guidata in larga parte dalla questione dei dazi.

Come contrappeso all’impatto negativo dei dazi, l’amministrazione Trump ha recentemente annunciato l’intenzione di introdurre il “Big Beautiful Bill” (BBB), un pacchetto di agevolazioni e riduzioni fiscali. Tuttavia, questa nuova legislazione dovrebbe avere un effetto più limitato sugli utili societari rispetto ai tagli fiscali introdotti durante il primo mandato di Trump e i benefici si osserveranno principalmente su settori specifici. In particolare, per quanto riguarda le spese in conto capitale (CapEx) e la ricerca e sviluppo (R&S), i settori che potrebbero ottenere i maggiori risparmi fiscali sul flusso di cassa libero sono quello farmaceutico, automobilistico e dei servizi pubblici. Considerando l’impatto combinato di dazi e “Big Beautiful Bill“, il settore farmaceutico risulta il principale beneficiario, con una crescita dei ricavi attesa pari a +2% su base annua.

Dal lato delle famiglie, il “BBB” dovrebbe avere un effetto decisamente positivo, quasi paragonabile ai livelli osservati nel periodo 2018–2019. Tuttavia, il peso complessivo dei dazi rischia di superare questi benefici. Infatti, il 60% delle famiglie a basso reddito sarà colpito in modo sproporzionato dalle nuove tariffe, perdendo oltre l’1% del proprio potere d’acquisto attuale. Al contrario, l’impatto sulle famiglie ad alto reddito sarà praticamente trascurabile.

Passando all’inflazione, per comprendere le dinamiche recenti è necessario partire dall’immigrazione, poiché i due fenomeni sono strettamente collegati. Se si osserva la quota di persone nate all’estero sia nella forza lavoro statunitense sia nelle unità abitative in affitto tra il 2020 e il 2024/25, in entrambe i casi emerge che la loro crescita ha superato di gran lunga quella della popolazione complessiva. Questa tendenza, in particolare per quanto riguarda la domanda di case in affitto, ha spinto i prezzi degli affitti nettamente verso l’alto. Questi livelli elevati si sono mantenuti nel tempo, esercitando una pressione significativa al rialzo sul tasso d’inflazione complessivo.

Dalla elezione di Trump, il flusso di immigrati clandestini in ingresso nel paese attraverso il confine meridionale è diminuito drasticamente. Questa tendenza dovrebbe avere un effetto meccanico nello spingere i prezzi degli affitti verso il basso e, di conseguenza, nel ridurre l’inflazione. Man mano che i contratti di locazione scadono e vengono rinnovati a tassi incrementali più contenuti (l’inflazione misura la variazione dei prezzi anno su anno, non il livello dei prezzi), la componente affitti, che rappresenta circa il 35% del paniere dell’inflazione, eserciterà un impatto disinflazionistico significativo sull’inflazione complessiva. L’indice dei prezzi al consumo (CPI), al netto della componente affitti, si mantiene intorno al 2% da oltre un anno. Questa analisi potrebbe spingere la Federal Reserve a tagliare i tassi d’interesse già nella prossima riunione di luglio, nonostante le aspettative di mercato indichino il primo taglio a settembre.

Infine, dal lato dei consumi, le famiglie sembrano attualmente in una solida situazione finanziaria, se si osserva il rapporto tra il patrimonio immobiliare netto e la spesa per consumi. Questo indicatore può essere utilizzato per valutare il potenziale delle famiglie di ricorrere a prestiti garantiti dalla propria abitazione (home equity loans) come strumento per stimolare i consumi. Naturalmente, dall’altro lato dell’equazione, ciò richiederebbe sia una riduzione dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve, sia un allentamento degli standard creditizi da parte delle banche, due fattori che negli ultimi anni hanno fortemente limitato l’attività di concessione di prestiti.

Health Care – La performance relativa del settore Healthcare rispetto allo S&P 500 da ottobre 2023 a oggi è stata significativamente negativa. Questa dinamica è chiaramente visibile anche osservando la relazione tra il tasso di crescita annuale composto (CAGR) a tre anni del settore rispetto all’indice S&P 500. Attualmente, il settore si trova su livelli di ipervenduto, quasi due deviazioni standard al di sotto della media storica, un indicatore che evidenzia il momentum estremamente negativo degli ultimi tre anni. Questa situazione potrebbe fungere da catalizzatore per una potenziale sovraperformance del settore nei prossimi mesi o anni. Oltre alla performance negativa, due ulteriori fattori supportano la possibilità di un rimbalzo: la crescita stimata per i prossimi due anni e le valutazioni. L’Healthcare è il secondo settore a più rapida crescita prevista, superato solo dalla tecnologia, ed è molto attrattivo in termini di valutazioni. Il rendimento del free cash flow del settore Healthcare si attesta al 4,78%, circa 170 punti base superiore al rendimento dei Treasury a due anni, sottolineando ancora una volta l’ottima opportunità offerta dal mercato. Inoltre, considerando le elevate valutazioni di mercato e la natura difensiva del settore, investire nell’Healthcare può essere visto anche come un modo per ridurre la volatilità del portafoglio.

Infine, relativamente all’indice S&P 500, la stima per fine anno in assenza di recessione si attesta intorno ai 6.100 punti. A oggi, l’indice è molto vicino a questo livello e, nei prossimi mesi, a seconda di dove si stabilizzerà la crescita degli utili, potremmo assistere a fluttuazioni tra i 5.700 e i 6.300 punti. Un altro motivo per cui potremmo assistere a volatilità nei prossimi mesi, con l’S&P 500 che oscilla all’interno di questo intervallo, è la scadenza del 9 luglio per l’Europa per raggiungere un accordo sui dazi con gli Stati Uniti. Se le trattative si concluderanno positivamente, il mercato probabilmente resterà resiliente, ignorando eventuali notizie geopolitiche negative. Questa resilienza sarebbe supportata dalla variazione percentuale su sei mesi delle stime degli utili consensus negli ultimi dodici mesi, che rimane molto elevata.

Gli Stati Uniti non vogliono una recessione, probabili i negoziati sulle tariffe

Trump non vuole una recessione, quindi è alta la probabilità di negoziati sui dazi. I tempi in cui è difficile aggiungere rischio, sono spesso quelli in cui il rischio deve essere aggiunto.

di Andrea Scauri, gestore del fondo azionario Lemanik High Growth

Storicamente, ogni 1% di rallentamento del Pil statunitense ha comportato una riduzione di circa il 7% della crescita degli utili societari. L’Europa non è immune: il 26% dei ricavi dello Stoxx 600 proviene dagli Stati Uniti e le prime stime hanno quantificato l’impatto in una riduzione del 3% degli utili, che si tradurrebbe in una crescita degli utili a una sola cifra in Europa per il 2025.

L’amministrazione statunitense non vuole una vera e propria recessione negli Stati Uniti, né una sconfitta clamorosa alle elezioni di metà mandato del prossimo anno. Un mercato azionario in rialzo rimane uno dei punti di riferimento per il successo della presidenza Trump. Dato che nessuno ha interesse a provocare una recessione e che gli Stati Uniti stanno sottoperformando il resto del mondo su questi annunci, riteniamo alta la probabilità di futuri negoziati sulle tariffe. È importante contestualizzare ciò che Trump sta cercando di ottenere: più posti di lavoro negli Stati Uniti; riduzione delle tariffe all’estero sui beni statunitensi; rendimenti più bassi; maggiori investimenti privati piuttosto che spese governative; costi energetici più bassi.

Abbiamo già notato l’indebolimento del sentiment dei consumatori, anche se non si riflette ancora in dati concreti. L’aumento dell’incertezza non farà che esacerbare qualsiasi rallentamento. Tuttavia, un’importante compensazione sarà l’indebolimento del prezzo del petrolio. L’OPEC+ ha dato una mano a Trump la scorsa settimana con un aumento della produzione tre volte superiore alle aspettative, e di conseguenza il petrolio è sceso di quasi il 10% in quattro giorni. Si tratta di una spesa significativa per il consumatore medio degli Stati Uniti, per cui un calo dei prezzi alla pompa contribuirà a mitigare la pressione dei dazi.

Le società che hanno una produzione localizzata, quelle che hanno un potere di determinazione dei prezzi e quelle che sono meno sensibili dal punto di vista economico, saranno i chiari beneficiari relativi in questo contesto. Possiamo capire che i titoli ciclici siano stati ampiamente venduti in seguito alla reazione iniziale all’annuncio delle tariffe, ma non tutti i ciclici sono uguali. Il settore tecnologico è stato un grande argomento di discussione e per certi versi riflette una parte della debolezza degli Stati Uniti. Microsoft continua a ottimizzare la costruzione di data center, il che suggerisce che i ricavi dell’IA non stanno arrivando al ritmo sperato un anno fa. Vediamo il rischio che il capex dell’IA non cresca l’anno prossimo, e questo sarebbe problematico soprattutto per le aziende strettamente legate alla crescita dell’IA.

Le revisioni degli utili (un indicatore della fiducia delle aziende) e i dati sul mercato del lavoro sono le due variabili più importanti da tenere d’occhio nel breve termine, insieme ai mercati del credito e dei finanziamenti come fattore non economico che potrebbe far intervenire la Fed. Continuiamo a privilegiare i titoli azionari di qualità e difensivi sotto la superficie del mercato. Nel frattempo, il settore dei beni di consumo discrezionali rimane probabilmente quello che sottoperformerà nettamente il rischio tariffario, in linea con la nostra visione di lunga data. Si tratta del grosso del nostro portafoglio, rappresentato da titoli con una leva finanziaria molto bassa, bilanci sani e un forte posizionamento sul mercato di riferimento. In tempi in cui è difficile aggiungere rischio, è spesso dove il rischio deve essere aggiunto. La narrativa fiscale tedesca diventa ancora più importante rispetto a prima del sell-off, anche in una prospettiva azionaria globale. I titoli preferiti per l’anno in corso, meno esposti ai dazi, come i titoli della difesa o quelli legati alla Germania, offrono ora un punto di ingresso molto più interessante rispetto alle settimane precedenti.

USA, probabilità di recessione inferiore alle stime ottenute con i modelli tradizionali

La recente flessione del mercato azionario statunitense appare più come una sana correzione piuttosto che l’inizio di un mercato ribassista trainato dai timori di recessione. 

di Alberto Conca, gestore del fondo Zest Quantamental Equity

La volatilità osservata nei mercati azionari nelle ultime settimane è stata in gran parte influenzata dalla comunicazione impetuosa e imprevedibile del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Le sue dichiarazioni contrastanti hanno alimentato l’incertezza tra gli investitori, generando preoccupazioni su una possibile recessione e rendendo difficile delineare una traiettoria economica chiara e stabile. Tuttavia, la recente flessione del mercato azionario statunitense sembra più una sana correzione che l’inizio di un mercato ribassista dettato dai timori di recessione.

Un elemento chiave a sostegno di questa tesi è la profonda trasformazione dell’economia statunitense dopo la pandemia di Covid-19, che l’ha resa significativamente meno sensibile all’andamento dei tassi di interesse rispetto al passato. L’ampio stimolo fiscale e il rifinanziamento diffuso dei mutui a tassi storicamente bassi hanno rafforzato la capacità di resilienza di consumatori e imprese, consentendo loro di affrontare meglio eventuali incrementi dei tassi. Un ulteriore indicatore a supporto della bassa probabilità di recessione è la ripresa dell’indice PMI manifatturiero: l’indice globale ha superato la soglia critica dei 50 punti, che distingue la fase di espansione economica da quella di contrazione, e il numero di paesi in cui il PMI manifatturiero si attesta sopra i 50 punti è in aumento. La ripresa del settore manifatturiero è favorita dall’atteggiamento accomodante delle banche centrali globali, la maggior parte delle quali ha adottato politiche di allentamento monetario. Oltre l’80% delle banche centrali ha infatti ridotto i tassi di interesse nell’ultima riunione, un ulteriore segnale positivo per il ciclo manifatturiero.

Parallelamente, il settore dei servizi continua a dimostrare solidità, con una domanda di lavoro ancora robusta. Il mercato del lavoro statunitense resta resiliente, nonostante i recenti tagli occupazionali, dovuti in gran parte a licenziamenti governativi attuati dall’amministrazione Trump. L’unico comparto più debole è quello immobiliare, con le perdite occupazionali concentrate principalmente nei settori legati al settore Real Estate, in particolare nelle agenzie immobiliari e negli istituti di credito che emettono finanziamenti a imprese e consumatori. L’aumento dei tassi ha infatti inciso sul mercato immobiliare negli ultimi due anni, tuttavia, rimane relativamente solido, sostenuto da una domanda strutturale ancora elevata.

Un ulteriore fattore che potrebbe contribuire a ridurre l’incertezza sui mercati finanziari è l’andamento dell’indice US Breakeven a 5 e 10 anni, che riflette le aspettative di inflazione media annua nei prossimi anni. Dopo aver raggiunto un picco a inizio anno, questi indicatori sono tornati a scendere, scongiurando il rischio di una nuova impennata inflazionistica. Tre fattori principali spiegano questa tendenza: la crescita salariale sta rientrando in un’area non inflazionistici (circa il 4% annuo), il mercato immobiliare (in particolare il segmento degli affitti) sta mostrando segnali di stabilizzazione, e i prezzi del petrolio – una variabile chiave per l’inflazione – sono in calo. Storicamente, l’inflazione non accelera senza un aumento del prezzo del petrolio, e la tendenza attuale conferma questo quadro. Considerando la ridotta sensibilità dell’economia ai tassi di interesse, la ripresa del settore manifatturiero, la solidità dei servizi e la resilienza del mercato del lavoro, la probabilità di una recessione negli Stati Uniti appare inferiore a quanto indicato dai modelli tradizionali.

L’analisi condotta dalla società indipendente Ned Davis, basata su dati storici dal 1928 al 2024, mostra la performance media dell’S&P 500 equipesato, tenendo conto delle performance annuali, del primo anno di ogni ciclo presidenziale e del quinto anno di ogni decennio. Se questa tendenza si ripetesse nel 2025, la correzione registrata dall’inizio di marzo potrebbe rientrare nella normale stagionalità dell’indice, che storicamente tra marzo e aprile si muove lateralmente o leggermente al ribasso, per poi riprendere la crescita. L’analisi suggerisce che l’S&P 500 potrebbe chiudere l’anno con un incremento intorno al 10%. Questa ipotesi è supportata anche dalla revisione al rialzo delle stime sugli utili per azione (EPS) delle società dell’S&P 500 negli ultimi sei mesi, con un’accelerazione significativa della crescita annualizzata degli EPS negli ultimi cinque anni. Inoltre, il ROE (Return on Equity) dell’indice si attesta su livelli storicamente elevati. In virtù della composizione dell’indice, si può stimare una crescita degli utili compresa tra il 10% e il 12%, un elemento che potrebbe sostenere la ripresa dei mercati nei prossimi mesi.

Cosa aspettarsi per il dopo elezioni Usa? L’Oro può arrivare a quota 5.000 dollari entro 24 mesi

Dollaro debole, tassi d’interesse ancora elevati rispetto al mondo occidentale e valutazioni stracciate favoriscono le asset class emergenti. L’Oro rimane ancorato a un bull market significativo. 

Di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy

È altamente probabile che dopo le elezioni USA arriveranno i problemi. Infatti, il sistema politico è talmente polarizzato che nessun vincitore avrà la maggioranza necessaria per implementare riforme e politiche economiche risolutive. Il debito pubblico continuerà dunque a salire mentre la Fed sarà costretta a ridurre i tassi per sostenere la narrazione del soft landing. La traiettoria del debito pubblico non può essere invertita senza procurare una recessione, ma l’economia non è nella condizione di reggere una recessione senza procurare devastanti conseguenze sul debito speculativo in circolazione, che sta al 45% del Pil contro il 30% del 2007, con banche e Shadow Banking già ora in evidente difficoltà e tassi di insolvenza sul credito al consumo in netto rialzo nonostante la piena occupazione.

Per evitare la recessione, gli Stati Uniti devono continuare a fare spesa pubblica, ma riducendo i tassi si creano problemi al dollaro e ai flussi di capitale che finanziano il debito e la leva speculativa costruita su 15 anni di QE e tassi a zero. Il dollaro potrebbe dunque iniziare un ribasso significativo, procurato dalle politiche fiscali e monetarie Usa (l’Oro sale prevalentemente per questo scenario). Una discesa del dollaro innescata da queste motivazioni è abbastanza simile alle condizioni storiche che hanno portato alle sue crisi nel 1971 e nel 1986,

accompagnate da fuga di capitali dagli asset americani, vendita di Treasury da parte dei grandi investitori globali e susseguente crisi dell’economia. Quello che sembra confermare tale scenario è l’anomala debolezza del dollaro nei confronti di Euro e Renmimbi, quando Cina ed Europa sono in grande difficoltà economica e l’economia Usa sembra invece solida. La banca del Giappone ha iniziato a percepire la fragilità del sistema finanziario internazionale e ha dovuto fare retromarcia nelle intenzioni di far salire ancora i tassi. Ma nonostante la rinnovata debolezza dello yen vs dollaro emersa da tale decisione il dollaro fatica a recuperare le recenti perdite.

I costanti interventi di bail out giornalieri che sostengono la finanza americana creano problemi collaterali da tutte le parti, e in particolare alla struttura portante del sistema: dollaro e Treasuries. A un certo punto, l’America dovrà decidere se salvare il dollaro e salvare i Treasuries, oppure salvare la borsa. Per salvare il dollaro, servono politiche fiscali sostenibili, che però non sono sostenibili per Wall Street; in alternativa, si dovrebbero tenere i tassi alti per proteggere i finanziatori esteri da politiche fiscali sciagurate, ma anche questo non è sostenibile per Wall Street. In sintesi, tutto quello che si dovrebbe fare per “fare ordine in casa” non è sostenibile per Wall Street.

Per quello che si può evincere dalla storia, gli Stati Uniti hanno preferito sempre evitare politiche fiscali restrittive e sono quindi stati poi sottoposti a pesanti crisi valutarie e finanziarie. Credo che la tendenza in atto sull’Oro stia preannunciando tali eventi, anche se tutti continuano ad essere prevalentemente concentrati su quello che fa la borsa, grazie alla poderosa macchina mediatica gestita dall’industria finanziaria, che serve appunto a nascondere i fondamentali su cui è appoggiato il sistema. L’indice della borsa americana continua a rimanere un indicatore fuorviante del futuro che ci aspetta, e serve appunto ad anestetizzare la percezione del rischio di sistema e la crisi di una economia che cresce solo con l’intervento pubblico.

È evidente a tutti che gli attuali interventi di spesa pubblica per salvare l’economia dalla recessione non sono sostenibili, ma se non si dispone di alternative, essi porteranno a una inevitabile crisi sui Treasuries e sul dollaro, che sono i due principali strumenti di sostegno al debito estero americano. Del resto, la storia ci insegna che per avviare le riforme necessarie a risolvere problemi strutturali, è quasi sempre obbligatorio passare da una crisi che giustifichi tali interventi. Pertanto, mi aspetto una dinamica di accadimenti che possa seguire questa sequenza:
1) le elezioni americane non modificheranno la traiettoria del debito pubblico,
2) i mercati inizieranno quindi a creare pressioni sui Treasuries e sul dollaro,
3) tali pressioni inizieranno a contagiare i risky assets (borsa e credito).

Ciò detto, è quindi altamente probabile una recessione nel 2025, anche se i dati macro che verranno pubblicati tenderanno a smussare la caduta del Pil, come si sta facendo in Germania, in Cina e UK. Tuttavia, i consumi, i profitti delle società quotate e il mercato del lavoro evidenzieranno questo scenario, che sarà confermato anche da una inesorabile crescita delle insolvenze nel sistema a tutti i livelli, tendenza che è già in corso ora. L’aumento strutturale delle insolvenze di sistema impedirà una ripresa della circolazione del credito anche se i tassi scenderanno, poiché la propensione al rischio dei lenders rimarrà bassa a causa dei rischi di credito e per le attuali problematiche di bilancio di banche e shadow banking. L’economia continuerà a dipendere esclusivamente dalle politiche fiscali che però diventeranno man mano sempre meno sostenibili.

L’Oro rimane ancorato a un bull market significativo, sostenuto dai problemi evidenziati e dai meccanismi che i policy makers cercheranno di implementare per uscire dalla Balance Sheet Recession ed è orientato a raggiungere la valutazione di 5.000 dollari circa entro due anni. L’equity rimane largamente esposta alla contrazione dei profitti, a crisi valutarie e di debito e ad una maggiore tassazione del capitale per contenere il deficit pubblico fuori controllo. Il passaggio elettorale di novembre aprirà una fase altamente critica per l’economia mondiale e per i mercati finanziari. In caso di crisi finanziaria la Fed sarà costretta ad avviare un altro QE di importo almeno pari a 8/10 trilioni di dollari (la cifra è calcolata in base all’attuale debito pubblico e privato circolante, decisamente superiore al 2008). Questo porterebbe il bilancio Fed a 15/17 Trilioni di dollari (75% del Pil) con evidenti ripercussioni per il ruolo del dollaro come divisa di riserva e gli equilibri valutari mondiali.

Le economie dei paesi emergenti sono meglio posizionate per gestire uno scenario di stagnazione globale, perché hanno un potenziale di domanda interna ancora inespresso, una demografia favorevole e una posizione fiscale migliore. Sebbene inizialmente subiranno il contraccolpo di un calo della domanda globale e dell’export, l’eventuale impatto negativo costituisce una buy opportunity. Dollaro debole, tassi d’interesse ancora elevati rispetto al mondo occidentale e valutazioni stracciate favoriscono le asset class emergenti nel medio e lungo periodo.

Atterraggio morbido dell’economia, ma non recessione. Portafogli selettivi su banche e small mid cap

Lo scenario di base è quello di un soft landing, nonostante i segnali di rallentamento e con le banche centrali che hanno ampio spazio per tagliare i tassi da qui a tutto il 2025.

di Andrea Scauri, gestore azionario Italia presso Lemanik

Lo scenario di base prevede una crescita economica modesta che non sfoci in una recessione, con un miglioramento in Europa e un rallentamento della velocità di crescita negli Stati Uniti, in particolare dei consumi. Le banche centrali ridurranno gradualmente i tassi di interesse reali: prima la Bce, poi la Fed.

I mercati azionari globali hanno beneficiato ancora delle prospettive di un’inflazione sempre più vicina agli obiettivi delle banche centrali, e la Fed a Settembre ha sorpreso i mercati iniziando il ciclo di espansione monetaria con un taglio dei tassi di 50 punti base invece che di 25. Contestualmente, l’annuncio di un pacchetto coordinato di misure monetarie e fiscali in Cina, volto a contrastare la debolezza del mercato immobiliare, ha ulteriormente sostenuto i guadagni. Il mercato azionario cinese ha reagito positivamente a queste misure, con l’indice MSCI China che è salito di oltre il 20% da metà settembre, portando il P/E 2025E a 10x.

Per quanto riguarda la Fed, dopo il taglio di 50 punti base nell’ultima riunione il mercato si aspetta una riduzione cumulativa di quasi -200 punti base entro la fine del 2025, al 2,9%. Per la Bce, invece, le aspettative sono per un taglio di -160 punti base entro la fine del 2025, all’1,8%, visione confermata dopo il recente taglio di 25 punti base seguito ai deboli dati macro PMI e ai deboli dati sull’inflazione in Francia e Spagna.

L’indice Bloomberg delle materie prime è salito a settembre (+4,3%), ma ad Ottobre sembra aver perso il suo smalto (-3,97%). L’oro ha segnato un altro massimo storico, sostenuto dal calo dei tassi d’interesse reali, dalla debolezza del dollaro e dalle preoccupazioni geopolitiche. Nonostante la forte performance, continuiamo a considerare l’oro un asset interessante. Anche il rame è stato molto forte, sostenuto dall’annuncio del pacchetto di stimoli in Cina. Il petrolio è stato debole, con l’Arabia Saudita che ha annunciato, secondo il Financial Times, di essere pronta ad abbandonare l’obiettivo non ufficiale di prezzo del greggio di 100 dollari al barile e di essere pronta ad aumentare la produzione per riconquistare quote di mercato. Il prezzo del gas in Europa è rimasto sostanzialmente stabile a 39 euro/MWh.

Le prospettive macroeconomiche sono caratterizzate da una crescita modesta. Nel terzo trimestre si è registrato un indebolimento degli indicatori di crescita economica, che anticipa un rallentamento della crescita globale nei prossimi due trimestri, in particolare per quanto riguarda l’occupazione (negli Stati Uniti) e il settore manifatturiero (soprattutto in Europa). Tuttavia, si prevede che comincino a emergere segnali di ripresa e di miglioramento, sostenuti dalle politiche di allentamento monetario e da misure come quelle recentemente annunciate in Cina. Negli Stati Uniti, la crescita del Pil rimane robusta, con la stima della Fed di Atlanta per il Pil reale annualizzato del terzo trimestre 2024 che è salita al +3,1% dal +2% del mese precedente. In Europa, invece, la crescita del Pil nel terzo trimestre è prevista in lieve aumento, penalizzata soprattutto dal rallentamento dell’economia tedesca. Il nostro scenario di base rimane quello di un atterraggio morbido dell’economia, nonostante i segnali di rallentamento e disinflazione, con le banche centrali che hanno ampio spazio per tagliare i tassi e iniettare liquidità nel sistema per finanziare i crescenti deficit pubblici.

La strategia che si riflette nel nostro portafoglio rimane invariata, ossia un portafoglio concentrato sulle utilities, un approccio molto selettivo sulle banche e sulle small/mid cap e nessun investimento in nomi industriali ciclici. Questo approccio si riflette anche nell’aumento del nostro investimento in Tenaris. Non abbiamo investito in Stellantis perché continuiamo a ritenere che il titolo non abbia ancora toccato il fondo e non abbiamo investito in STM, perché a nostro avviso le stime debbano essere riviste materialmente al ribasso. Stiamo aumentando la nostra esposizione a Telecom Italia Savings e aumentiamo l’esposizione a Unipol.

Il mercato azionario molto volatile rende più appetibile quello obbligazionario

La Fed sottovaluta la crescita del tasso di disoccupazione, che storicamente segnala un’imminente recessione. All’equity da preferire le obbligazioni societarie investment grade.

di Alberto Conca, gestore Zest Asset management Sicav e responsabile investimenti Lfg+Zest

Nelle ultime settimane, la volatilità dei mercati finanziari è aumentata, come se gli investitori riconoscessero improvvisamente che la probabilità di recessione nei prossimi mesi è superiore a zero. I dati che hanno più allarmato gli investitori riguardano il mercato del lavoro degli Stati Uniti. All’inizio di agosto, il numero di nuovi assunti è aumentato meno del previsto, mentre i licenziamenti dei lavoratori part-time hanno superato le aspettative, spingendo il tasso di disoccupazione al 4,30%.

Di conseguenza, gli investitori hanno iniziato a pensare che la Fed sia in ritardo nell’intraprendere un ciclo di taglio dei tassi, e che questo sia alla base del calo del rendimento del Tesoro biennale. In particolare, dalla fine di luglio, il rendimento è sceso di 40 punti base, stabilizzandosi nell’area del 4%. Sul tema, abbiamo analizzato le tendenze storiche a seguito di un rapido calo del rendimento del Tesoro biennale, in particolare quando questo rendimento è sceso al di sotto del tasso fissato dalla Fed. Dalla fine degli anni Settanta, ogni volta che si è verificato questo scenario la Fed ha risposto tagliando i tassi di interesse, ma non sempre è riuscita a prevenire una successiva recessione. L’unica eccezione è stata tra il 1995 e il 1999, ma le possibilità di un risultato simile oggi sono scarse. Ciò potrebbe avere un impatto significativo sul mercato azionario.

Durante quel periodo di cinque anni, i mercati azionari non hanno registrato perdite. Piuttosto, hanno fatto segnare una crescita significativa guidata da un’espansione del rapporto prezzo utili (P/E). Il rapporto P/E dell’S&P500 è passato da circa 16 a 30, superando la media storica ed entrando nella zona di sopravvalutazione. Oggi siamo già all’interno di questa zona, con il multiplo P/E a 29,60. È improbabile che ciò che abbiamo visto alla fine degli anni Novanta si ripeta, dal momento che il motore principale di questo movimento del mercato azionario è stato il significativo aumento delle aspettative di crescita degli utili a cinque anni, alimentato dall’avvento di Internet e dai suoi benefici previsti. Oggi, tuttavia, è difficile vedere un processo simile sulla scorta delle aspettative legate all’intelligenza artificiale, nonostante il notevole salto osservato nell’ultimo anno.

Lo scetticismo maggiore è radicato nel trend di crescita del Pil reale degli Stati Uniti nell’ultimo decennio. Infatti, la crescita del Pil al netto dell’inflazione è stata di quasi il 4% alla fine degli anni Novanta. Al contrario, negli ultimi dieci anni la crescita del Pil reale è rimasta stabile intorno al 2%, con aumenti oltre questo livello che si sono verificati solo grazie allo stimolo del governo. Tuttavia, è improbabile che tali stimoli e aiuti continuino, dato l’enorme deficit che il governo degli Stati Uniti ha dovuto gestire negli ultimi tre anni e che ha portato a un significativo aumento del debito totale. Inoltre, è improbabile che i driver di crescita includano tassi di interesse più bassi o sgravi fiscali. La differenza tra gli utili reali delle aziende, prima e dopo aver pagato il costo del debito e delle tasse, è ai minimi storici, escluso il 2020, anno che è stato influenzato dalla pandemia di Covid-19. Un profitto più elevato non beneficerà, come in passato, di tassi di interesse e tasse più bassi. È più probabile il contrario.

Infine, quando si considera il mercato del lavoro (che, come accennato in precedenza, si sta raffreddando) abbiamo un altro fattore a suggerire che è improbabile che si ripeta il soft landing della fine degli anni Novanta. L’aumento del numero di lavoratori part-time per motivi economici a seguito della non-inversione della curva dei rendimenti di 10 anni/2 anni è un evento che segnala storicamente un’imminente recessione. Dalla metà degli anni Ottanta, l’aumento medio dei lavoratori part-time è stato dello 0,41%, mentre l’aumento medio del tasso di disoccupazione è stato dell’1,5%. Ebbene, usando questa ultima cifra sul tasso di disoccupazione come riferimento, a nostro avviso le stime della Fed sono troppo prudenti, e sottovalutano il livello di disoccupazione. Nei prossimi due anni, la Fed si aspetta che il tasso di disoccupazione rimanga intorno al 4%, ma siamo già al 4,30%. L’aggiunta di un ulteriore 1,50% potrebbe spingere il tasso vicino al 6%. Se ciò accadrà, influenzerà quasi certamente la crescita del Pil.

Sulla base della nostra analisi, continuiamo a credere che un approccio cauto alle attività rischiose sia appropriato e che sia meglio favorire le obbligazioni societarie (corporate) investment grade. L’Equity Risk Premium, o il rendimento in eccesso che gli investitori otterranno dal mercato azionario rispetto ai titoli di Stato, è attualmente all’1,11%, rimanendo al di sotto dei livelli del 2021, e questo stesso premio è disponibile nelle obbligazioni investment grade senza costi di volatilità aggiuntivi. A nostro avviso, le obbligazioni continuano a essere più attraenti delle azioni, soprattutto alla luce della recente elevata volatilità del mercato azionario.

Economia USA, la recessione non si può escludere. Servirà uno stimolo fiscale

Nonostante le crepe nell’economia statunitense, la Fed non interviene sui tassi per paura di una seconda ondata di inflazione. L’unica ancora di salvezza sarebbe uno stimolo fiscale del governo.

Di Alberto Conca, gestore Zest Asset management Sicav e responsabile investimenti Lfg+Zest

Se i mercati finanziari (cioè il consenso) credono in un soft landing, allora si potrebbe concludere che quest’ultimo è l’esito più probabile. Tuttavia, i dati economici recenti suggeriscono che si stanno formando delle crepe nell’economia statunitense, in particolare tra i consumatori a basso reddito, all’interno del mercato del lavoro e in alcune aree del mercato immobiliare.

Il fatto che per più di due anni, da quel marzo 2022 in cui la Federal Reserve ha aumentato per la prima volta i tassi di interesse, l’economia Usa sia andata bene nonostante l’aumento dei tassi di interesse, non significa che non si rischi una recessione. Certo non è detto che un’economia cada sempre in recessione se i tassi di interesse rimangono a livelli elevati per un periodo prolungato. Tuttavia, le probabilità non sono a nostro favore e il secondo trimestre 2024 ha fornito poche prove che questa volta potrebbe essere diverso, nonostante gli ottimi risultati dei mercati finanziari che potrebbero indurci a pensarla in altro modo.

L’esaurimento del risparmio in eccesso delle famiglie statunitensi costringerà i consumatori a risparmiare di più, in un momento in cui la crescita dei salari si sta normalizzando e la disponibilità di credito è limitata da standard di prestito più rigidi da parte delle banche, con conseguente riduzione dei consumi. Il risultato è che la crescita delle vendite reali al dettaglio è negativa da tempo, mentre i tassi di insolvenza sui debiti delle famiglie sono in aumento e potrebbero raggiungere un livello preoccupante entro l’autunno. D’altra parte, la fascia più alta della popolazione, in termini di reddito, che rappresenta il 40% della spesa discrezionale, sta continuando a spendere, ma non si sa quanta domanda repressa rimanga. Inoltre, la sua propensione marginale al consumo è bassa. Finché i tassi d’interesse rimarranno elevati, ci aspettiamo che i consumatori congelino la loro volontà di spesa.

L’aumento dei tassi di interesse ha effetti negativi anche sul mercato immobiliare, che presenta evidenze contraddittorie: nelle case monofamiliari continua a esserci carenza di offerta, mentre vi è eccesso nel mercato multifamiliare, il quale sta portando a un rallentamento delle vendite. Inoltre, molti proprietari non sono disposti a cambiare casa perché ciò comporterebbe la stipulazione di un nuovo mutuo molto più costoso. Poiché il mercato immobiliare rappresenta una grande fonte di crescita economica, ci aspettiamo che l’attuale rallentamento abbia effetti rilevanti sull’economia, a partire dal mercato del lavoro.

In effetti, l’ultimo trimestre ci ha suggerito che il mercato del lavoro ha iniziato a raffreddarsi. Il tasso di disoccupazione è passato dal minimo del 3,4% di gennaio 2023 al 4,1% di giugno di quest’anno. Il dato più preoccupante è che negli ultimi tre mesi è aumentato costantemente (dal 3,8% al 4,1%). Contemporaneamente, il numero di lavoratori temporanei sta crollando. Perché è importante? Perché le aziende tendono a licenziare i lavoratori part-time prima di iniziare a tagliare i dipendenti a tempo pieno. La storia dimostra che quando il tasso di disoccupazione inizia a salire, tende ad auto-alimentarsi, poiché la perdita di posti di lavoro porta a una riduzione dei consumi, che a sua volta porta a un’ulteriore perdita di posti di lavoro. Una conferma del deterioramento del mercato del lavoro viene anche dal lato della domanda: il numero recente di nuove assunzioni è stato scarso, se si escludono quelle effettuate negli uffici pubblici e nel settore sanitario. Allo stesso modo, il tasso di apertura dei posti di lavoro puntano tutti nella stessa, cupa direzione.

Raffreddamento dei consumi, allargamento delle crepe nel mercato immobiliare e indebolimento del mercato del lavoro: ci sono tutti gli ingredienti necessari perché la Fed inizi a tagliare i tassi in modo aggressivo. Eppure, la banca centrale esita. L’origine di questa impasse è ancora una volta il timore che un taglio dei tassi troppo precoce possa scatenare una seconda ondata di inflazione. Mentre anni di inflazione contenuta hanno compensato i picchi registrati nel recente passato, ora siamo tornati al trend di lungo periodo e quindi un’inflazione superiore alla media rischierebbe di disancorare le aspettative a lungo termine, con lo spettro degli anni ’70 che aleggia tra le mura del Marriner S. Eccles Building. La buona notizia è che l’inflazione, dopo un inizio d’anno sorprendentemente forte, sta ora regredendo inesorabilmente verso l’obiettivo della Fed. Rispetto al trimestre precedente, siamo più fiduciosi che i prezzi continueranno a scendere nei prossimi mesi, poiché le variabili di “catch-up” stanno per entrare in gioco. Ad esempio, il tasso di crescita degli affitti dei nuovi inquilini è quasi nullo, il che ridurrà il tasso di crescita medio degli affitti, poiché i contratti esistenti che scadono vengono rinnovati a prezzi più bassi.

Purtroppo, le buone notizie finiscono qui. Una recessione non è un evento a probabilità zero. Sebbene non ci aspettiamo qualcosa di simile a quello verificatosi durante la grande crisi finanziaria, il nostro orientamento è in netto contrasto con il crescente ottimismo dei principali Ceo sulla possibilità di evitare una recessione. Con un’economia in rallentamento e la Fed incapace di tagliare in modo aggressivo, l’unica ancora di salvezza in circolazione è uno stimolo fiscale da parte del governo. Tuttavia, considerando lo stato (delicato?) del bilancio pubblico statunitense, è altamente improbabile che possa essere implementato. Piuttosto, è probabile che la necessità di ridurre il deficit di bilancio diventi un detrattore della crescita economica in futuro.

Possibile una crisi finanziaria negli USA dopo le elezioni: come posizionarsi di fronte a questo scenario?

Buone prospettive di rialzo per il Bund e per il Treasury decennale, dove è meglio assumere posizioni “long”. Sull’Equity meglio andare parzialmente “short”.

Di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy

Dopo aver esposto le ragioni di una recessione e di una probabile crisi finanziaria negli Stati Uniti a cavallo delle elezioni presidenziali, analizziamo come affrontare questo scenario di inevitabile stress a cui verrà sottoposto il sistema finanziario.

L’asset allocation, innanzitutto, dovrebbe modificarsi in modo da poter sfruttare elevata volatilità prospettica sui tassi, ribilanciando le posizioni short equity per dare maggiore spazio a strategie long short su tassi e valute. Il budget di rischio punta a una struttura di portafoglio più diversificata tra le asset class, dato che entreremo in un contesto di crisi ed elevata volatilità. Pur rimanendo piuttosto negativi sulle prospettive degli indici azionari, nonostante Nvidia, abbiamo preferito spostare le posizioni short dall’indice del mercato (SPX o Eurostoxx) al settore bancario, sia tramite acquisto di opzioni put su banche US che tramite short sull’indice del settore bancario UE.

Qualunque possano essere le dinamiche sulla bolla speculativa di alcuni titoli ad elevato peso sull’indice SPX, è abbastanza certo che il settore bancario americano sarà sottoposto a una lunga crisi. Le insolvenze sul Commercial Real Estate, infatti, hanno iniziato a emergere anche in Europa, e la congiuntura economica globale non lascia spazio a un miglioramento della qualità del credito nei bilanci delle banche, che costituiscono ora l’anello debole più evidente della crisi finanziaria in corso negli Stati Uniti. Quindi l’equity rimane uno short (-30%) su un comparto specifico che mostra fondamentali in evidente cedimento.

Siamo al momento positivi sulle prospettive di rialzo per il Bund e per i Treasury decennali, dove siamo long del 30%. Caduta dei consumi e l’aumento delle insolvenze sul credito al consumo, tenute nascoste per molto tempo, sono un indicatore inequivocabile di cedimento dell’economia. Il rallentamento dell’economia Usa procurerà temporaneamente un ribasso dei tassi a lunga scadenza, ma poiché tale scenario innescherà il rischio di una recessione, le politiche monetarie e fiscali necessarie ad evitarla procureranno un elevato disordine sui tassi.

Ritengo che la volatilità sui tassi d’interesse sulla parte lunga della curva sarà molto più elevata del 2022 e si trasmetterà a tutti i segmenti del mercato finanziario (Bonds, Equity, FX e Commodities). L’attuale posizione long sui bond è compatibile con uno scenario di rischio recessivo, ma è abbastanza scontato che gli Stati Uniti sceglieranno l’inflazione per cercare di contrastare la caduta in recessione. Le posizioni attualmente long sono quindi disegnate su un orizzonte temporale di sei mesi e predisposte ad una inversione della posizione su aspettative di politiche reflazionistiche dopo le elezioni Usa. Per quanto detto, l’Oro rimane predisposto a un bull market significativo di lungo periodo. Il cedimento dell’economia Usa, i rischi latenti di crisi finanziaria già in corso, i tentativi di contrastare tali scenari con ulteriori politiche reflazionistiche, sono tutti fattori positivi per l’Oro, dove attualmente abbiamo una posizione long del 7% destinata ad aumentare sulle fasi di debolezza.

Poiché, come già accennato, gli Stati Uniti hanno sempre scelto l’inflazione rispetto a un rischio di recessione (sebbene poi le recessioni sono sempre e comunque arrivate), le ripercussioni sul mercato dei cambi saranno significative. I tassi reali attesi sul dollaro saranno destinati quindi a scendere e così anche la divisa Usa. JPY è particolarmente esposto ad apprezzamento, non perché BOJ intende alzare i tassi, ma perché esiste una colossale posizione di carry trade da parte di investitori giapponesi che in questi anni hanno venduto JPY per acquistare asset in dollari. Anche gli investitori europei sono tutti long sul dollaro, come tutto il mondo d’altronde. L’attuale sopravalutazione del dollaro è strettamente correlata alla sopravalutazione degli asset finanziari americani, esattamente come nel 1928 e nel 1999.

L’evasione aumenta nelle crisi. Cos’è l’Hugo Effect e perchè favorisce l’economia informale

Due economisti di Ca’ Foscari e Harvard hanno studiato un nuovo metodo per misurare l’economia informale, coniando l’Hugo Effect per spiegare il carattere anticiclico dell’evasione.

“Quando la popolazione soffre, quando il lavoro manca, quando il commercio è nullo, il contribuente recalcitra all’imposta, lascia passare le scadenze, e lo Stato spreca molto denaro in spese di costrizione e di riscossione. Quando il lavoro abbonda, quando il paese è felice e ricco, l’imposta si paga facilmente e costa poco allo Stato”. Così scriveva Victor Hugo ne I Miserabili, ambientato nella Francia di circa 200 anni fa. Oggi, quell’intuizione dello scrittore ispira uno studio sull’evasione fiscale e in suo onore nasce lo “Hugo Effect”. Lo hanno coniato gli economisti Francesco Pappadà dell’Università Ca’ Foscari Venezia e Kenneth S. Rogoff di Harvard.

In uno studio pubblicato dalla rivista economica del National Bureau of Economic Research i due studiosi propongono un nuovo metodo per misurare l’economia informale (attività economiche in grado di generare reddito, nonostante la scala ridotta della loro dimensione, le tecnologie semplici e lo scarso capitale iniziale – es.: artigiani, lavoratori a domicilio, piccoli commercianti, gestori di chioschi, venditori ambulanti, lustrascarpe, intrattenitori di strada, etc) nei paesi dell’Unione Europea scoprendo che l’andamento dell’evasione fiscale è anticiclico: l’evasione cresce nella recessione e cala in periodi di boom economico. “I metodi tradizionali per misurare l’economia informale ci mostrano un andamento relativamente piatto nel corso del tempo. Viceversa, il nostro metodo riesce a catturarne la volatilità, che va di pari passo con il Pil e la disoccupazione – spiega Francesco Pappadà, ricercatore al Dipartimento di Economia di Ca’ Foscari -. Le autorità monetarie e fiscali dovrebbero considerare di più l’economia informale e le possibili conseguenze del suo comportamento anticiclico”.

La misura dell’economia informale nei vari paesi restituisce un quadro negativo per l’Europa meridionale. Grecia e Italia, nell’ordine, hanno mostrato un’evasione media tra il 1999 e il 2020 del 36 e 31 per cento del prodotto interno lordo, secondo le stime (prudenziali) della misura EVADE sviluppata da Pappadà e Rogoff. Questa misura si basa sul confronto tra versamenti dell’Iva e consumi: se il gettito Iva non corrisponde a quello ipotizzabile dalla mole di consumi, significa che l’economia ha trovato strade ‘informali’ per muoversi. Osservando l’andamento nel corso degli anni, emerge chiaramente la corrispondenza tra i picchi di evasione e le annate di recessione economica dei paesi.  L’aumento dell’evasione fiscale durante periodi di recessione, fanno notare gli autori della ricerca, può spiegarci perché paesi come Grecia, Italia e Spagna abbiano potuto reggere dal punto di vista sociale e politico periodi prolungati di crisi. L’Hugo Effect è anche stato quantificato: per una diminuzione del Pil dell’1%, l’economia informale aumenta dello 0,6%.

Lemanik: qualunque cosa farà la Fed sui tassi, avremo una recessione

La recessione innescata dalla crisi del credito nello Shadow Banking System. Se la Fed porterà l’economia in reflazione ci saranno problemi per i Treasuries e per la borsa. 

Di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy

L’approccio storico dei policymakers americani dal 1900 a oggi prevede che le politiche monetarie diventino “schiave” delle bolle speculative create. Il problema della “bolla speculativa” è che tutti coloro che partecipano al gioco sanno che tipo di gioco stanno facendo e sanno che non può durare. L’instabilità prospettica del sistema economico e finanziario è dunque strettamente correlata alla psicologia dei giocatori che sanno di partecipare a un gioco a tempo determinato. 

In uno scenario del genere, quindi, quali strategie di investimento adottare? In considerazione degli eventi storici che hanno caratterizzato i fenomeni economici degli ultimi anni, risulta particolarmente difficile perseguire una strategia d’investimento basata sui fondamentali dell’economia e dei mercati azionari, sia short che long. I mercati azionari rispecchiano attualmente solo la propensione al rischio. Acquistare o vendere equity è come acquistare e vendere propensione al rischio, dato che non acquisti certamente azioni per i parametri fondamentali che esprimono, salvo rarissimi casi. I bond esprimeranno una volatilità decisamente elevata nei prossimi mesi, e di conseguenza anche il mercato dei cambi. Questa volatilità si trasferirà progressivamente anche ai mercati azionari.

L’attuale correzione sui bond governativi a 10y/30y è stata determinata dalla Fed. Politiche fiscali espansive e politiche monetarie reflazionistiche non sono positive per i tassi a lunga scadenza. La correzione attuale dei bond non può durare comunque molto senza procurare ulteriori effetti negativi sul ciclo e sulle variabili finanziarie, aumentando comunque il rischio di recessione anziché diminuirlo. La situazione è dunque molto più complicata di quello che gli indici di borsa tendono a far credere. In un anno elettorale è poi particolarmente difficile perseguire una sana e corretta politica monetaria e fiscale. Per questo motivo il mercato dei bond è particolarmente attraente per le opportunità (Long/Short) che può offrire per le strategie macro e per la volatilità prospettica, che avrà comunque ripercussioni significative su tutte le altre asset class e sull’economia. Allo stato attuale, è la Bce che sta perseguendo una vera politica monetaria antinflazionistica, quindi il Bund è da acquistare sulle correzioni in corso.

I mercati azionari UE si muovono in correlazione con quelli Usa, ma le prospettive macro in Europa sono poco favorevoli e l’economia è già in stagnazione e così vi rimarrà per un bel po’ di tempo. Le posizioni short equity su Eurostoxx sono vulnerabili a rialzi poco significativi. In sintesi, la potenzialità di upside del mercato azionario UE è più limitata rispetto al potenziale downside procurato da una recessione o da politiche antinflazionistiche, per cui lo scenario per l’economia UE implica recessione o stagnazione con tassi in discesa a partire dall’estate. Per questo motivo, l’Euro si prospetta rimanere debole vs USD e JPY, mentre la Banca Centrale di Norvegia vuole il cambio forte per contrastare l’inflazione importata e i tassi rimangono per ora al 4,5%.

I mercati azionari Emergenti non sono ancora pronti per uscire dalla lunga fase di crisi. Le prospettive macro su commercio globale e attività manifatturiera penalizzano la crescita ed i profitti dei listini emergenti. Anche se le valutazioni rimangono estremamente favorevoli per investimenti sul lungo periodo, allo stato attuale non ci sono ancora le condizioni per l’inizio della fase rialzista. La Cina rimane un ulteriore elemento negativo, dato il forte interscambio commerciale con l’Asia e alcuni Emergenti Latam (Chile e Brasile). L’India rimane al momento l’unico mercato interessante nell’area Emergente per la sua decorrelazione dall’economia cinese.

Se la Fed cadrà nella “trappola” di reflazionare l’economia, le aspettative d’inflazione in Usa saliranno e questo produrrà problemi ai Treasuries e alla borsa. A questo punto appare difficile scommettere su ampi ribassi dei tassi in Usa, salvo l’arrivo di una recessione che il settore finanziario americano non sarebbe in grado di reggere. Questo è appunto un altro problema: lo stock di debito speculativo nel sistema non reggerebbe una recessione e neppure una stagnazione. La Fed si trova dunque nel dilemma di reflazionare per evitare una crisi nello Shadow Banking System, che è già iniziata, ma non può farlo più di tanto senza modificare le aspettative di inflazione e provocare un rialzo dei tassi sui Treasuries. Per questo motivo credo che la bolla speculativa in corso sull’Equity Usa dovrà fronteggiare tre eventi probabili: o una recessione nel corso del 2024, o una politica monetaria non espansiva come si crede o un rialzo dei tassi a lunga procurato da una Fed che si affianca al Tesoro nelle politiche reflazionistiche.

Ovviamente, dei tre scenari probabili, la borsa ha scelto l’ultimo. Ma se in questo momento l’Equity sa sta prezzando tassi giù, tale scenario reflazionistico è destinato a trasformarsi in negativo per: 1) aspettative di rischio di ritorno dell’inflazione e 2) per un conseguente aumento dei tassi sui Treasuries. Sembra abbastanza chiaro che la Fed si trovi nella posizione di compiere “per certo” un altro policy mistake: la scelta di fare scendere i tassi o tenerli dove sono procura conseguenze comunque negative. Infatti, la Banca Centrale non ha ancora scelto cosa fare, ma sa che qualsiasi cosa deciderà, non avrà alcun impatto sul risultato finale che è comunque già scritto nei dati di bilancio delle banche e nel credito cartolarizzato: avremo una recessione innescata dalla restrizione del credito all’economia da parte dello Shadow Banking System e dall’accentuarsi della crisi bancaria in America iniziata lo scorso anno. Anche nel 2007 il governo americano continuava a pubblicare dati macro che evidenziavano sempre espansione economica, ma nel frattempo la crisi finanziaria nello Shadow Banking System era già iniziata. Mentre il Pil cresceva i fallimenti bancari erano già in corso e le insolvenze sul credito salivano. Questo dovrebbe farci capire che alcuni dati macro sono platealmente politicizzati e non sono un indicatore della solidità del sistema.