Giugno 15, 2026
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“Fine guerra mai”. I mercati si adegueranno come nella pandemia?

Nel conflitto scatenato dalla Russia rischiano di prevalere sulla pace gli inconfessabili interessi delle grandi corporations e gli obiettivi di politica internazionale, ma i mercati si adegueranno anche a questo.

di Alessio Cardinale*

Se c’è qualcosa che abbiamo imparato negli ultimi due anni, è che la narrazione sugli eventi più gravi della nostra Storia Moderna si sia ridotta al lumicino: nulla sappiamo sulle origini del Covid-19, e nulla sappiamo sulle cause più segrete di questo conflitto armato, tranne che entrambi gli eventi sono accaduti e producono danni. L’informazione ufficiale, infatti, ci racconta solo metà della storia e si ferma in superficie, ed espone con dovizia di dettagli – molti da verificare, vista la insolita scarsità di giornalisti inviati sullo scenario di guerra – solo gli effetti di questi eventi. Per esempio, a distanza di ben due anni dallo scoppio della pandemia, nessuno dei governi del mondo e nessuna organizzazione sovranazionale ha compiuto una seria indagine sulla origine del Coronavirus, nonostante la Scienza e i mezzi di investigazione a disposizione abbiano fatto passi da gigante; però hanno trovato a tempo di record un vaccino – sulla cui reale efficacia l’informazione non è stata trasparente – e poi lo hanno anche messo in produzione e distribuito in tutto il mondo.

Persino in occasione della diffusione dell’HIV, ben quaranta anni fa, fu possibile identificare l’origine del virus e il c.d. paziente zero, e gli strumenti di indagine non erano certamente quelli di oggi; nel caso del Coronavirus, invece, tutto rimane avvolto dal mistero più fitto, ed è ormai evidente che alla versione del passaggio da animale – i famosi pipistrelli del mercato di Wuhan – a uomo la gente non abbia abboccato. Del resto, dopo l’inganno delle inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam Hussein – con cui l’Occidente si è di fatto impadronito dell’Iraq e del suo petrolio – si tende a non credere più alle versioni di USA, Regno Unito ed Unione Europea, e invece si attribuisce sempre più credito allo scenario del “fine virus mai“, che innegabilmente ha spostato enormi ricchezze dai consumatori a specifici settori industriali, grazie alla scelta di produrre il “rimedio” a più alto margine finanziario, ossia il vaccino, anzichè la terapia farmacologica, che è il vero grande assente di questa pandemia insieme alla verità sulle sue origini. I media, infatti, inondano ogni giorno la comunicazione con la narrazione riguardante i vaccini, ma pochissime sono le notizie riguardanti la ricerca sui farmaci efficaci per attaccare l’infezione in modo specifico e curare chi si è contagiato.

Allo stesso modo, non si sente parlare di iniziative diplomatiche volte alla cessazione dei combattimenti, semplicemente perchè non ce ne sono se non di facciata, e gli sforzi di tutti sembrano indirizzati più al mantenimento della conflittualità internazionale che alla mediazione. Nonostante il palpabile oscurantismo dell’informazione ufficiale, però, qualche riflessione è ancora possibile farla, e non abbiamo bisogno della Scienza per comprendere il groviglio di interessi industriali e politici che gravitano attorno a questi due eventi – pandemia e guerra – che stanno avvenendo in rapida successione, ed anzi l’uno dentro l’altro, dal momento che la pandemia è lontana dall’essere dichiarata estinta. Inoltre, la sensazione che Biden e lo stesso Zelensky non abbiano tanta voglia di porre fine a questa guerra – il c.d. “fine guerra mai“, con il suo naturale portato di produzione di armi, distruzione e business della ricostruzione – ormai è forte, così come è evidente che il completo fallimento della diplomazia internazionale

La sensazione, a voler essere un pò complottisti, è che questi ultimi due anni e mezzo abbiano consentito alle corporation più potenti di mettere in atto una sorta di “turnazione” per dividersi i mega profitti ottenuti grazie alla pandemia e alla guerra. Secondo questa improbabile (ma non impossibile) teoria del complotto, il primo turno sarebbe toccato a Big Pharma, che con il business dei vaccini ha messo a segno un jackpot stimato in 35 miliardi di dollari fino ad oggi, destinato ad arrivare ai 100 miliardi entro cinque anni grazie al richiamo annuale che verrà adottato, si stima, da almeno 5 miliardi di individui ogni anno a partire dal prossimo autunno. Il secondo turno sarebbe andato agli estrattori di materie prime fossili, cioè gas e petrolio, da anni alle prese con il differenziale geografico sui costi di estrazione – bassi nei paesi arabi, alti in USA – e, di conseguenza, sul differenziale sugli utili. In particolare, gli stati del Golfo beneficiano di un costo di estrazione di circa 19-22 dollari al barile, mentre gli USA estraggono il loro Shale Oil (petrolio prodotto dai frammenti di rocce di scisto bituminoso) ad un costo superiore a 45 dollari al barile. E’ evidente, quindi, che gli aumenti vertiginosi sul prezzo del petrolio stiano portando nelle casse dei petrolieri di tutto il mondo utili da capogiro, e solo un aumento mai visto prima della produzione da parte dell’OPEC potrebbe oggi far abbassare il prezzo in costanza di conflitto armato Russia-Resto del Mondo dagli attuali 116 dollari (Brent) ad una quota più sostenibile di 70-80 dollari.

Per fare un esempio in casa nostra, non va male neanche per Eni, che nell’anno dello scoppio del Covid aveva chiuso il bilancio con una perdita di 750 milioni di euro, ma già nell’ultimo trimestre 2021, e cioè quando i venti di guerra sulle fonti energetiche cominciavano a soffiare sul prezzo del gas, aveva aumentato il profitto del 631% rispetto allo stesso periodo del 2020. Oggi, a distanza di due anni dall’inizio dell’emergenza pandemica, Eni chiuderà l’esercizio 2022 con un profitto pari a 4,6 miliardi di euro – il miglior risultato dal 2012 – e ciò è merito dei contratti a lungo termine sulle forniture di gas firmati a suo tempo da Paolo Scaroni e stipulati a prezzi competitivi proprio con la Russia di Putin. Ebbene, secondo una recente inchiesta televisiva trasmessa da RAI3, nessuno conosce il prezzo a cui Eni acquista il gas dalla Russia, poichè i contratti sono segretati; però sappiamo che verrà staccato un utile per azione pari a 0,88 euro, di cui lo Stato beneficerà in proporzione alla sua quota del 30%. Tuttavia, ne beneficeranno anche (e soprattutto) gli azionisti privati con il loro 70%, tra cui tre fondi americani che da soli si spartiranno circa 400 milioni di utili. Tutto legale, per carità, ma questo la dice lunga sul fatto che gli interessi forti di cui parliamo ce li abbiamo anche in casa. Peraltro, a proposito di interessi forti, l’ultima intesa firmata da Eni è stata con l’Egitto, e cioè con il paese che sta ostacolando il processo a carico dei quattro agenti dei servizi segreti egiziani (Nsa) accusati di aver sequestrato, torturato e ucciso il nostro Giulio Regeni

Il terzo turno, infine, sarebbe toccato all’industria delle armi, che scaldava le polveri già da un pezzo e con questo conflitto così esteso politicamente al di fuori dei confini ucraini sta realizzando utili immensi anche per gli anni a venire. Relativamente alle quote di mercato, gli Stati Uniti detengono la leadership mondiale di esportatori di armi, raddoppiando la distanza proprio con la Russia, che è comunque al secondo posto sia come utilizzatore diretto, sia per via delle richieste provenienti dai clienti del Medio Oriente. L’Italia, nel 2019, era nella top 10, al nono posto, ma con quote di mercato in calo. Usa e Russia, insieme a Francia, Germania e Cina, valgono tre quarti del mercato. In particolare, gli Stati Uniti hanno una quota di mercato del 36%, mentre la Russia è al 25-27%. La Cina, dopo il +195% del realizzato tra il 2004 ed il  2013, nell’ultimo periodo ha visto crescere i suoi affari solo del 2,7%, mentre il fatturato europeo quota un buon 27% del mercato mondiale. 

Relativamente ai mercati, mentre in Europa le tensioni sul fronte ucraino continuano a pesare sul mercato, il presente vede un cambio di posizione della Federal Reserve, e le dichiarazioni di diversi presidenti della FED sembrano confermare la volontà di abbassare drasticamente il bilancio federale e di aumentare i tassi fino a 300 bps entro la fine dell’anno per contenere una inflazione che ha già superato il 7%. Del resto, la narrazione sui crimini di Bucha ha determinato un ulteriore ciclo di sanzioni contro la Russia, in vista dello spostamento del fronte sul vero obiettivo di Putin, ossia la conquista dei territori del Donbass ricchi di materie prime. Se così stanno le cose, non appena la Russia avrà consolidato l’occupazione di quei territori aumenteranno le probabilità della sospensione del conflitto armato e del ritorno della diplomazia. Ciò darà respiro ai mercati finanziari e alle quotazioni, facendo rimanere sullo sfondo la Cina, con il suo carico di mistero sulle sue  future mosse nello scacchiere economico internazionale. 

Pertanto, come si comporteranno i mercati finanziari se anche il conflitto dovesse durare molto di più di quanto non fosse previsto all’inizio? L’esperienza insegna che anche loro si adegueranno a questo trinomio terribile – pandemia, inflazione e guerra – a condizione di mostrare uno spirito di adattamento che neanche in occasione della pandemia si era visto. Per cui ci vorrà più tempo, poichè la congiuntura economica precedente allo scoppio della pandemia era completamente differente da quella che ha preceduto l’inizio del conflitto in Ucraina. Infatti, alla pandemia si è arrivati con un ampio margine di manovra delle banche centrali per adottare politiche monetarie accomodanti, ma l’emergenza sanitaria ha generato interruzioni nella produzione e nelle catene di approvvigionamento di materie prime e semilavorati, e quindi una elevata inflazione per via della domanda dei consumatori che continua ad essere robusta.

La situazione non è facile, poichè mentre si discuteva su come far scendere l’inflazione è arrivata la guerra a mutare gli scenari (che non erano proprio rosei) e a dettare un cambiamento dell’agenda delle banche centrali. Tuttavia, la congiuntura economica non concede più spazio per politiche monetarie accomodanti, e le frizioni sul prezzo di gas e petrolio non fanno altro che alimentare le aspettative di aumento dei prezzi al consumo in molti dei settori che compongono il c.d. paniere.

Come ne usciremo?

* Editore e direttore editoriale di  Patrimoni&Finanza

 

Il mercato immobiliare USA è caldo, la Fed riuscirà a raffreddarlo prima che esploda?

I bassi tassi di interesse e le scorte scarse di materie prime hanno portato i prezzi degli immobili a salire verso nuovi record anche dopo la pandemia, con un aumento del 19%, ma la domanda è destinata a rallentare.

Secondo Bill Gross, fondatore di PIMCO, “nessuno può guidare le quotazioni delle obbligazioni al di fuori delle banche centrali, che sono le uniche regine del mercato”. La definizione appare appropriata, perché mai come oggi la Federal Reserve ha voluto così fortemente tassi di interesse più alti nel minor tempo possibile e condizioni finanziarie rigide, mentre gli Stati Uniti vedono schizzare il costo della vita al livello più alto degli ultimi 40 anni: i salari sono aumentati, ma prezzi di benzina, generi alimentari, automobili, alloggi si sono spinti ben al di sopra dell’aumento del reddito medio.

I verbali della riunione di marzo della Fed hanno fatto eco alla posizione inasprita della banca centrale nei confronti dell’inflazione, ribadendo il piano per ridurre il suo bilancio di quasi 9 trilioni di dollari al ritmo più rapido di sempre. Con sorpresa, i verbali hanno anche lasciato la porta aperta alle vendite a titolo definitivo dei $ 2,7 trilioni di titoli garantiti da ipoteca della banca centrale, un processo potenzialmente dirompente che richiede ad altri investitori di colmare il vuoto. “Chiaramente, la Fed è molto concentrata sulla riduzione dell’inflazione“, ha affermato Greg Handler, responsabile dei mutui e del credito al consumo presso Western Asset Management, osservando che le abitazioni costituiscono circa un terzo dell’indice dei prezzi al consumo, nonchè un indicatore chiave dell’inflazione che ha raggiunto un tasso annuo del 7,9% a febbraio. 

Il presidente della Fed Jerome Powell la scorsa estate ha minimizzato qualsiasi legame diretto tra i suoi acquisti di titoli del Tesoro pandemici e obbligazioni ipotecarie con l’aumento dei prezzi delle case. Ma la Fed è stata per anni un acquirente chiave di tale debito e la banca centrale esercita un’influenza considerevole sui tassi di interesse. Dalla recessione del 2007-2009 e il governo è stato un ingranaggio vitale nel mercato del debito immobiliare statunitense di circa 12 trilioni di dollari. Infatti, sempre più americani si affidano ai finanziamenti per l’acquisto di case, con l’obiettivo di costruire ricchezza generazionale. Anche l’edilizia abitativa rimane un segmento critico dell’economia, il che significa che la posta in gioco è alta per ciò che verrà dopo. “Stiamo prendendo atto che una quota significativa del patrimonio netto delle famiglie è costituita dal capitale proprio“, ha affermato Mike Reynolds, vicepresidente della strategia di investimento di Glenmede, aggiungendo che i baby boomers possiedono una grande quantità di case di famiglia rispetto ai 142 milioni di single statunitensi.

I bassi tassi di interesse e le scorte scarse di materie prime hanno portato i prezzi degli immobili a salire verso nuovi record anche dopo la pandemia, con un aumento del 19% annuo tra gennaio 2021 e gennaio 2022. Ma mentre parte dello slancio dei prezzi al rialzo potrebbe attenuarsi quando i mutui a tasso fisso a 30 anni si avvicineranno improvvisamente al 5% e rallenteranno la domanda di nuovi acquirenti, le bollette dei mutui a tasso variabile si sono già avvicinate ai livelli dell’era della bolla. Infatti, in relazione agli aumenti di prezzo negli Stati Uniti, la società di rating S&P Global ora considera l’88% delle quotazioni immobiliari di tutti gli stati come ampiamente sopravvalutate. “Sta arrivando sul mercato un crollo chiaro e imminente?” ha chiesto Reynolds. “Sembra improbabile data l’interazione tra domanda e offerta”.

Gli strateghi di BofA Global, all’inizio di aprile, hanno affermato di aspettarsi un apprezzamento dei prezzi delle case statunitensi del 10% quest’anno e del 5% nel 2023. Allo stesso tempo, parti del mercato delle obbligazioni ipotecarie che la Fed ha acquistato hanno già ripreso il prezzo da quando la banca centrale ha iniziato a segnalare una riduzione potenzialmente più rapida del suo bilancio. “Purtroppo per la Fed, il mercato immobiliare è caldo”, ha detto Handler. Ma in termini di offerta criticamente bassa di stock immobiliare, “non c’è molto che la Fed possa fare a questo punto”.

Mercati globali: il “long Covid dell’economia” domina gli scenari più della guerra

In Europa crescono i timori  per gli scenari di guerra, in Cina dominano le preoccupazioni per il destino dei titoli cinesi quotati negli USA, mentre in Giappone si rilancia l’economia. La guerra in Ucraina fa da sfondo, e nulla più.

Servendoci degli scenari elaborati da  T. Rowe Price sui principali player mondiali del mercato azionario (ex USA), proviamo ad effettuare una analisi lucida di quanto sta accadendo nei  più importanti mercati mondiali. In tal senso, se il biennio 2020-2021 era stato dominato dalla pandemia, questo 2022 è solo in apparenza “sconnesso” dagli effetti durevoli (problemi alla produzione e inflazione) del Covid-19 che, come in numerosi cluster di ex contagiati, continua a farsi sentire anche dopo qualche tempo. Si potrebbe parlare di un “long Covid dell’Economia mondiale”, che fa sentire i  propri effetti sul malato anche molti mesi dopo la sparizione del virus – identificabile nella contrazione delle catene di approvvigionamento di materie prime e semilavorati – e mai definizione potrebbe essere più calzante di questa.

Ma una cosa deve essere chiara: il conflitto scatenato dalla Russia in Ucraina non ha niente a che vedere con gli effetti della pandemia, neanche in termini anche vagamente indiretti, poiché si tratta di un’azione pianificata da molti mesi – probabilmente da qualche anno – e rinviata a causa dell’esplosione generalizzata del contagio che avrebbe fatto del conflitto armato “old-style” una mossa ancora più inopportuna di quanto non lo sia adesso in termini di principio e in termini pratici (visti gli sviluppi negativi assai inaspettati per Putin).

EUROPA e Regno Unito – L’attività economica dell’Eurozona è sembrata rallentare a marzo, con l’indice composito dei gestori degli acquisti S&P Global che è sceso a 54,5 da 55,5 di febbraio (N.d.R. le letture PMI superiori a 50 sono comunque segnali di espansione). I costi e i prezzi praticati dalle imprese sono aumentati a tassi record a causa dell’impennata dei prezzi delle materie prime e dei ritardi della catena di approvvigionamento dovuti al conflitto in Ucraina, mentre la fiducia delle imprese è crollata a causa della crescente preoccupazione per le prospettive economiche.

Le azioni in Europa si sono indebolite a causa dell’invasione russa in corso dell’Ucraina e della prospettiva di una politica monetaria più restrittiva. I rendimenti obbligazionari core dell’eurozona sono aumentati, dopo il rialzo dei Treasury statunitensi  a seguito dei commenti del presidente della Fed  Jerome Powell e delle aspettative per rialzi dei tassi più aggressivi. Anche i sondaggi dei gestori degli acquisti della zona euro, più forti del previsto, hanno spinto i rendimenti al rialzo. In questo contesto, il rendimento del bund decennale tedesco ha raggiunto il livello più alto dal 2018. Anche i rendimenti dei Gilt britannici hanno per lo più chiuso al rialzo, generalmente in tandem con i Treasury statunitensi. Tuttavia, le notizie di una minore offerta di Gilt per il prossimo anno fiscale sembravano mitigare in una certa misura questo aumento dei rendimenti.

L’Occidente impone più sanzioni alla Russia e agli Stati Uniti per fornire all’Europa più gas naturale. Questa è una mossa del tutto logica, poiché i paesi occidentali hanno concordato in diversi vertici di fornire maggiore supporto militare all’Ucraina, rafforzare le truppe ai confini europei ed estendere le sanzioni alle istituzioni, alle aziende e agli individui russi. Le misure economiche includevano l’impedire alla banca centrale russa di vendere le sue riserve auree per rafforzare la valuta e pagare l’invasione dell’Ucraina. I leader dell’Unione europea (UE) si sono concentrati sull’inasprimento delle sanzioni esistenti e sulla repressione dell’evasione, ma si sono fermati prima di imporre ulteriori limiti alle importazioni di energia russa. Di conseguenza, gli Stati Uniti hanno deciso di fornire all’UE altri 15 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto quest’anno, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza del blocco dalla Russia.

L’inflazione nel Regno Unito ha raggiunto il massimo da 30 anni a febbraio, esercitando pressioni sulla Banca d’Inghilterra affinché continui ad aumentare i tassi di interesse. L’indice dei prezzi al consumo è aumentato di un tasso annuo del 6,2%, superando la previsione mediana del 6% tra gli economisti intervistati da FactSet, trainato al rialzo principalmente dall’aumento delle bollette energetiche delle famiglie e dai prezzi della benzina. Anche i prezzi dei generi alimentari sono aumentati fortemente.

GIAPPONE – I mercati azionari giapponesi sono aumentati durante la settimana, con l’indice Nikkei 225 in rialzo del 4,93% e l’indice TOPIX più ampio del 3,78%. Il sentiment è stato rafforzato dalle aspettative di ulteriori stimoli economici e dalle rassicurazioni da parte della Bank of Japan (BoJ), che manterrà politiche monetarie molto accomodanti. Il rendimento del titolo di Stato giapponese a 10 anni è salito a un massimo di oltre sei anni dello 0,24%, dallo 0,21% della settimana precedente, nel mezzo di un’ondata di vendite globali di obbligazioni quando le principali banche centrali hanno iniziato ad aumentare i tassi di interesse. Lo yen si è indebolito a un minimo da oltre sei anni di circa 121,58 JPY rispetto al dollaro USA, da 119,23 della settimana precedente, principalmente a causa delle prospettive divergenti di politica monetaria per il Giappone e gli Stati Uniti.

Il governo annuncerà ulteriori misure per rilanciare l’economia, anche sulla scorta delle crescenti pressioni sul primo ministro Fumio Kishida affinché agisca per attutire l’impatto dell’aumento dei prezzi del carburante e delle materie prime su famiglie e imprese. L’indice principale dei prezzi al consumo di Tokyo, un indicatore anticipatore della media nazionale, è aumentato dello 0,8% a marzo rispetto all’anno precedente. Il governatore della BoJ Haruhiko Kuroda ha affermato che è troppo presto perché la BoJ cambi la sua posizione accomodante, con l’inflazione che rimane al di sotto del suo obiettivo del 2%, anche se ha ammesso che l’inflazione al consumo potrebbe accelerare intorno a quel livello da aprile, guidata principalmente dall’aumento dei costi energetici. Inoltre Kuroda ha ribadito la sua opinione secondo cui uno yen debole è generalmente positivo per l’economia giapponese, poiché le società nazionali beneficiano di un aumento del valore dei profitti esteri.

Anche in Giappone le gravi interruzioni della catena di approvvigionamento hanno continuato a rappresentare un ostacolo, e le aziende del settore privato hanno segnalato che le pressioni sui prezzi si stanno intensificando, principalmente a causa dell’aumento dei prezzi delle materie prime, e hanno segnalato un più debole ottimismo per quanto riguarda le prospettive per il prossimo anno qualora il conflitto Russia-Ucraina dovesse perdurare e amplificare il suo impatto economico nell’interscambio commerciale.

CINA – I mercati cinesi sono crollati a causa dei timori di rimozione dalla quotazione per le società cinesi quotate negli Stati Uniti derivanti da una ribollente disputa bilaterale sugli standard di revisione. Per la settimana, l’indice CSI 300 a grande capitalizzazione è sceso del 2,1% e lo Shanghai Composite Index ha perso l’1,2%, secondo Reuters. In particolare, le preoccupazioni per il destino dei titoli cinesi a doppia quotazione hanno continuato a smorzare il sentiment. Le autorità di regolamentazione cinesi hanno incaricato alcune delle società quotate negli Stati Uniti del paese di preparare documenti di audit per l’anno finanziario 2021, ha riferito Reuters, citando fonti anonime. Secondo quanto riferito, le società includevano il principale motore di ricerca cinese Baidu, le piattaforme di e-commerce Alibaba e JD.com e la società di social media Weibo.

La notizia delle istruzioni delle autorità di regolamentazione cinesi alle società con doppia quotazione sembrava segnalare una certa disponibilità da parte di Pechino a capitolare alle richieste di Washington di risolvere una situazione di stallo di lunga data sugli standard di revisione. Tuttavia, gli analisti hanno notato che non è chiaro se i colloqui tra i regolatori di entrambe le parti si sarebbero concretizzati in qualcosa di chiaro. In una dichiarazione, il Public Company Accounting Oversight Board ha aggiunto che “non è chiaro” se la Cina consentirebbe alle autorità di regolamentazione statunitensi di rivedere gli audit delle società cinesi quotate negli Stati Uniti.

Per anni, gli Stati Uniti hanno chiesto l’accesso ai libri contabili delle società quotate negli Stati Uniti, ma Pechino ha rifiutato di dare accesso agli audit aziendali adducendo motivi di sicurezza nazionale. All’inizio di marzo, la Securities and Exchange Commission (SEC) degli Stati Uniti ha nominato cinque società cinesi che potrebbero subire il delisting ai sensi della Holding Foreign Companies Accountable Act, una legge che obbliga la SEC a revocare le azioni delle società se le autorità di regolamentazione statunitensi non possono rivedere i loro audit per tre anni consecutivi.

Rothschild: dal 2020 al 2022 tre “shock” diversi. Rischi da politiche meno accomodanti

La pandemia è stata un catalizzatore di cambiamenti a cui famiglie e imprese si sono  adattate in ​​un breve periodo di tempo. Il sostegno monetario e fiscale straordinario ha comunque raggiunto un chiaro punto di svolta.

Di Marc-Antoine Collard*

A Gennaio le infezioni giornaliere globali da Covid-19 segnalate hanno raggiunto 2,5 milioni, più del doppio del picco precedente registrato nell’aprile 2021, sebbene le distorsioni nei test e i ritardi nelle segnalazioni durante le festività potrebbero aver gonfiato in qualche modo le statistiche sul virus. Nel frattempo, diversi studi suggeriscono che l’Omicron causa sintomi più lievi, il che comporta un tasso di ospedalizzazione inferiore rispetto alla precedente ondata di variante Delta. Tuttavia, sebbene l’impatto negativo sul PIL sarà probabilmente più attenuato rispetto al 2020 e 2021, la variante Omicron a rapida diffusione sta danneggiando comunque l’attività economica. Infatti, le aziende hanno cercato di adattarsi all’aumento dei nuovi casi di Covid-19, inclusa la pressione sui livelli di personale, e migliaia di cancellazioni di voli hanno fornito esempi delle sfide che le aziende devono affrontare.

I governi stanno ora valutando come mantenere in funzione i servizi critici in un’ondata di assenze del personale. Paesi come gli Stati Uniti ed il Regno Unito hanno ridotto i periodi di isolamento per le persone che risultano positive al Covid-19, senza mostrare sintomi, per prevenire la carenza di lavoratori in aree importanti come gli ospedali. Al contrario, la Cina mantiene la sua politica zero-Covid di eradicazione immediata della trasmissione del virus, che continueranno a pesare sull’economia. È probabile che il recupero venga ritardato a causa dell’impatto del virus, ma non per molto tempo. Infatti, i produttori globali hanno già chiuso il 2021 con condizioni operative favorevoli, poiché il settore continua a raccogliere i frutti della forte domanda interna e internazionale.

I vincoli della catena di approvvigionamento raggiungeranno presto il picco?
Sebbene la maggior parte degli analisti rimanga ottimista riguardo alle prospettive economiche per il 2022, è difficile ignorare l’impatto della pandemia. Ad esempio, la carenza di materiali e le interruzioni della catena di approvvigionamento hanno ostacolato la crescita e causato notevoli pressioni sui prezzi. L’inflazione è aumentata nella maggior parte delle economie poiché le perturbazioni nei mercati dell’energia, dei prodotti alimentari e delle materie prime hanno fatto salire i prezzi. Inoltre, i prezzi elevati dell’energia stanno limitando la produzione di materiali chiave e beni intermedi e le strozzature nelle catene di produzione stanno portando a una carenza più generalizzata di beni.

Inoltre, il mercato del lavoro manifesta segni di squilibrio. Ad esempio, negli Stati Uniti 4,5 milioni di americani si sono dimessi dal lavoro a novembre e ha spinto il tasso di dimissioni fino al 3%, il livello più alto da quando i dati sono stati pubblicati per la prima volta nel 2000. A livello globale, i tassi di disoccupazione nella maggior parte dei paesi rimangono al di sopra dei livelli pre-pandemia, e le ore lavorate si sono solo parzialmente riprese. Tuttavia, le imprese di diversi settori hanno difficoltà a reclutare lavoratori, in parte spiegate da una mancata corrispondenza delle competenze. Una carenza di lavoratori in diversi settori riflette anche un calo dei tassi di partecipazione alla forza lavoro in diversi paesi, poiché alcune persone hanno deciso di andare in pensione in anticipo mentre le esigenze di assistenza all’infanzia o i problemi di salute hanno portato altre persone ad uscire dal mercato del lavoro. Infatti, indipendentemente dal fatto che gli equilibri di potere tra capitale e lavoro siano cambiati per sempre, la pandemia avrà innescato molti cambiamenti.

Detto questo, l’indagine Markit sulla produzione industriale di dicembre ha inviato segnali provvisori che i vincoli di fornitura potrebbero aver iniziato a diminuire. Dopo aver raggiunto il massimo storico in ottobre, il sottoindice dei tempi di consegna globali ha indicato una riduzione dei ritardi, ed è ora tornato ai livelli dello scorso maggio. Inoltre, il miglioramento è in linea con il calo delle pressioni sui prezzi, poiché il sottoindice dei prezzi alla produzione è sceso per un secondo mese e, sebbene sia ancora elevato, è ora tornato al livello più basso da aprile.

Rischi derivanti da politiche meno accomodanti
Nel complesso, gli impatti di Omicron – e la possibilità di nuove varianti – sono ancora sconosciuti, ma gli investitori sono ottimisti che i policymaker rimarranno impegnati a contenere eventuali ripercussioni negative sull’economia. Tuttavia, le prospettive di inflazione sono incerte e le banche centrali sono state costrette a inasprire le politiche monetarie di fronte alle dilaganti pressioni sui prezzi. Il rischio è che l’economia globale sia colpita da uno “shock dei tassi” nel 2022, dopo lo “shock inflazionistico” del 2021 e lo “shock di crescita” del 2020. Nel frattempo, la maggior parte delle banche centrali nei paesi emergenti, ma anche alcune economie avanzate come Norvegia e Regno Unito, hanno intrapreso cicli di rialzo dei tassi di interesse in un momento in cui la politica fiscale è sul punto di essere meno stimolante.

Negli Stati Uniti, i tassi sono rimasti al limite inferiore dello zero, ma la Fed ha lanciato un messaggio da falco nelle ultime riunioni, e ha raddoppiato il ritmo del tapering degli acquisti di asset in vista della fine del programma a metà marzo. Inoltre, la previsione mediana per il tasso sui fondi federali ora prevede tre rialzi dei tassi nel 2022, e alcuni membri sono arrivati ​​al punto di sostenere che la riduzione del bilancio potrebbe iniziare subito dopo il rialzo dei tassi, aggiungendo che potrebbe essere appropriato un calo significativo. Questi aggiustamenti riflettono le modifiche alle aspettative economiche della Fed, con in particolare l’inflazione core PCE rivista fino al 2,7% nel 2022, rispetto alla stima precedente del 2,3% e dopo il 4,4% nel 2021. Inoltre, un tasso di disoccupazione in calo è stato visto come una prova che il mercato del lavoro si sta rapidamente avvicinando all’obiettivo di massima occupazione e, di conseguenza, gli operatori di mercato si aspettano che la Fed potrebbe iniziare ad aumentare i tassi già a marzo se l’inflazione dovesse aumentare significativamente.

* Chief Economist & Head of Research di Rothschild
(traduzione fedele dall’inglese a cura della redazione di P&F)

Prospettive di mercato per l’anno in corso: definitivamente forse

Nel complesso il 2021 è stato un anno positivo per gli investitori, ma scrutare il 2022 in profondità è un altro paio di maniche. La previsione di eventi futuri in questo periodo dell’anno si rivela quasi sempre di scarsa utilità.

Di Hans F. Olsen

La contrapposizione tra l’inizio del 2021 e la sua fine ispira grande meraviglia. Lo spettro della pandemia, con il suo carico di minacce poste da varianti virali, di regimi fiscali potenzialmente punitivi, di rudimenti geopolitici che potrebbero cambiare l’ordine mondiale, di un impressionante e inquietante aumento dei prezzi e di banche centrali sconvolte, ha creato il set per un annus horribilis. Nonostante ciò, gli investitori hanno concluso l’anno 2021 molto meglio di quanto non fosse iniziato, e la maggior parte dei mercati azionari di tutto il mondo ha registrato rendimenti notevoli.

Gli Stati Uniti e l’Europa si sono distinti producendo solidi rendimenti a due cifre, mentre i mercati giapponese e cinese hanno lottato nel reggere il confronto. Per gli investitori dei mercati sviluppati, il 2021 è stata una vittoria, mentre per gli investitori dei mercati emergenti l’anno è stato un misto di alti e bassi. I mercati brasiliano, cileno, peruviano e di Hong Kong hanno registrato notevoli , mentre negli Stati Uniti le azioni di qualunque tipo hanno ottenuto buoni risultati, grazie ai quali i titoli a grande, media e piccola capitalizzazione hanno tutti premiato gli investitori con rendimenti a due cifre. In particolare, tra le aziende più grandi il settore energetico ha prodotto rendimenti eccezionali, battendo di 8,3 punti percentuali il secondo miglior settore. Il settore peggiore, quello dei servizi pubblici, è aumentato “soltanto” del 17,7%. I mercati obbligazionari, invece, sono ampiamente diminuiti lo scorso anno. L’aumento dei tassi di interesse ha prodotto un mare di perdite nel panorama dell’investment grade, mentre le obbligazioni ad alto rendimento, che hanno guadagnato il 5,3%, sono state l’unico rifugio per gli investitori. All’interno del settore high yield, i rendimenti del debito con rating più basso hanno superato di oltre due volte il debito con rating più elevato.

Nel complesso, pertanto, il 2021 è stato un anno positivo per gli investitori, ma scrutare il 2022 in profondità è un altro paio di maniche. Infatti, nel settore degli investimenti, la previsione di eventi futuri è una caratteristica di questo periodo dell’anno, ma la maggior parte di queste previsioni si rivela di scarsa utilità o addirittura straordinariamente fuori luogo. Molti tentano di indovinare il futuro estrapolando il passato recente e la storia. E così, ci si affida a quel 76% di volte in cui l’indice S&P 500, dal 1926, ha registrato rendimenti positivi nell’anno solare, senza riflettere sul rimanente 24% delle volte in cui il risultato è stato negativo o prossimo allo zero.

Rimangono le domande sulla coesistenza con il Covid-19, e ci si chiede se il virus farà parte della vita futura oppure cesserà di dettare l’emergenza. Del resto, con oltre 270 milioni di casi in tutto il mondo e più di 5 milioni di decessi segnalati e altri in arrivo, è una domanda ovvia, e il modo in cui la società calibrerà le sue interazioni in base alla presenza del virus avrà un impatto sul modo in cui conduciamo la nostra vita anche nei settori commerciali. Infatti, si potrebbe ottenere l’immunità di gregge attraverso la vaccinazione, l’infezione, la competizione virale o una combinazione di questi fattori. Forse il virus diventerà endemico, essenzialmente una versione aggressiva dell’influenza o del comune raffreddore, e dopo la grande stagione dei vaccini (e degli utili conseguenti) la ricerca scoprirà quella delle terapie. In ogni caso, è altamente probabile che affrontare il Covid-19 sarà una caratteristica del nostro futuro, con le interruzioni episodiche che ne conseguiranno mentre la società lotta per affrontare i rischi sia reali che percepiti. Per ora, e nel prossimo futuro, il Covid è un dato di fatto.

Altro quesito di grande portata riguarda l’inflazione, per la quale ci si chiede se sarà transitoria o duratura. Al momento, alcuni indicatori sembrano convergere sull’inflazione durevole. L’aumento del 6,8% dei prezzi al consumo di novembre, il più alto in 39 anni, ha messo i denti saldamente in tensione. Inoltre, le medie mobili a tre, sei e dodici mesi sono tutte nettamente superiori a 6,1%, 5,7% e 4,2%, rispettivamente. Transitoria o meno, l’inflazione sarà presente, e i dati dipingono un quadro secondo cui l’inflazione è diffusa e in peggioramento. Del resto, è risaputo che i banchieri centrali temono l’inflazione, la deflazione e i mercati caotici, mentre la piena occupazione, inflazione bassa e stabile e, naturalmente, mercati ordinati sono la loro ragion d’essere. Resta da vedere se la Federal Reserve, la Banca Centrale Europea, la Banca d’Inghilterra più Banca del Giappone e Banca Centrale Cinese saranno in grado di architettare una politica monetaria che non rafforzi le attuali tendenze inflazionistiche ma eviti abilmente di far cadere le loro economie in recessione.

L’occupazione – altro tema di grande interesse – continuerà a riprendersi? Negli Stati Uniti, nonostante gli americani abbiano continuato a trovare lavoro nel 2021, l’occupazione complessiva rimane di oltre tre milioni di lavoratori inferiore rispetto a prima della pandemia. Visto da una diversa angolazione, c’è una enorme carenza di manodopera: attualmente ci sono quasi 12 milioni di posti di lavoro in cerca di persone e solo 6,9 milioni di disoccupati. Le cause della carenza di lavoratori sono oggetto di molte speculazioni. L’aumento delle attività finanziarie ha creato un effetto ricchezza che ha consentito ai lavoratori più anziani con risparmi di dedicare più tempo alla loro vita lavorativa, mentre le preoccupazioni in corso sull’efficacia del vaccino e sulle varianti virali stanno facendo riflettere i lavoratori nel determinare se tornare in prima linea. Gli sforzi dei presidenti Trump e Biden per integrare i sussidi di disoccupazione hanno aumentato la soglia del reddito di emergenza per i senza lavoro, costringendo il settore privato ad aumentare la paga per attirare lavoratori già pagati sufficientemente bene dal governo anche se non lavorano.

Dal lato degli utili aziendali, ossia il maggior propellente di medio periodo del prezzo delle azioni, sembra che aumenteranno di poco meno del 10% nel 2022, dopo essere balzati di circa il 45% nel 2021. Questo calo della crescita degli utili è normale, poiché l’impatto recessivo della pandemia si attenua e la crescita degli utili tenta di normalizzarsi. Quanto la carenza di manodopera e materiali influirà sui margini di profitto, però, è una questione ancora aperta, poiché le aziende devono prendere la decisione di trasferire altrove i costi più elevati o di assorbirli attraverso margini di profitto inferiori.

I differenziali di tasso di interesse e di crescita tra i blocchi economici avranno un impatto importante sui mercati azionari internazionali. Le condizioni di liquidità e gli aggiustamenti valutari fungeranno da vento favorevole per le azioni statunitensi e da vento contrario per le azioni internazionali. I mercati emergenti tendono ad essere i più sensibili all’aumento dei tassi e alle oscillazioni valutarie, ed è probabile che le politiche per affrontare la crescita e l’inflazione avvantaggeranno le azioni statunitensi a scapito delle azioni europee e giapponesi. Implicita in questa affermazione è la probabilità che il dollaro salga nei confronti dell’euro e dello yen.

In conclusione, quest’anno gli investitori probabilmente vedranno frequenti attacchi di turbolenza del mercato. Potrebbe essere un altro anno di rendimenti deludenti per gli investitori nel reddito fisso, mentre gli investitori azionari troveranno opportunità di profitto ma a prezzo di una attenta selezione di titoli a larghissima capitalizzazione.

Prospettive dei mercati finanziari e congiuntura economica nel 2022

La Cina rimane il grande punto interrogativo del 2022, e ci si chiede se sarà in grado di effettuare un soft landing su livelli di crescita del 4-5% annui, oppure si posizionerà su livelli più bassi, in ciò influendo negativamente sui mercati.

di Cristiano Iacopozzi*

Il 2021 è stato caratterizzato da almeno tre elementi di interesse. Il primo è indubbiamente il “risk on” che ha visto quasi tutti i mesi dell’anno registrare performance competitive dei mercati azionari, con la prevalenza di Wall Street ma con ottimi risultati anche dalle borse europee. Pertanto, i rendimenti azionari dei maggiori indici americani ed europei sono a doppia cifra, mentre hanno deluso la borsa di Hong Kong – con una performance negativa del 10% – e quella brasiliana. Nel dettaglio, il 2021 ha registrato da un lato il riequilibrio delle performance tra i comparti Growth e Value, dopo molti anni in cui il primo aveva visto risultati brillanti a scapito del secondo e, dall’altro, risultati meno confortanti delle borse dei paesi emergenti, che hanno abbastanza deluso le aspettative di inizio 2021, nonostante i risultati positivi, poichè hanno sottoperformato rispetto alle piazze più mature.

Il secondo elemento di interesse del 2021 è rappresentato dalla evoluzione dei tassi di interesse, che dopo tre anni hanno fatto registrare un aumento sensibile dei rendimenti sui treasuries americani, e meno pesante sui bund tedeschi. A questo fa da contraltare l’aspettativa sull’innalzamento dei tassi futuri, dal momento che se si prendono in considerazione i tassi impliciti dei contratti future sui tassi interbancari, a cominciare da quelli relativi all’Euribor 3 mesi, si può evidenziare come il mercato prezzi in ampio anticipo il ritorno in territorio positivo dell’Euribor 3 mesi da metà 2026 a metà 2024, e in qualche occasione dell’anno scorso si è visto prezzare in territorio positivo il contratto future sull’Euribor 3 mesi anche durante il 2023. A riprova di ciò, si segnala che gli indici sulle aspettative di inflazione indicano un aumento sia in Europa che negli Stati Uniti, a riprova dell’esaurimento  del periodo di bassa inflazione e di contenimento delle spinte inflazionistiche che si era consolidato fin dal 2008.

Il terzo ed ultimo tema del 2021 riguarda le valute, con il Dollaro americano che dopo una partenza incerta ed un conseguente indebolimento nella prima parte dell’anno passato, ha registrato un netto recupero nel secondo semestre, sia sull’Euro che sullo Yen, sulla scorta degli annunciati interventi da parte della Fed nel breve periodo. Poche sorprese, infine, sul versante delle materie prime, che hanno finito per confermare i significativi segnali di ripresa che erano già emersi nell’ultima parte del 2020, accentuando la stessa tendenza nel corso del 2021.

Passando agli scenari prospettici per il 2022, i temi oggetto di riflessione ed attenzione sono essenzialmente due. Il primo riguarda la solidità della congiuntura economica e in seconda battuta il ritorno dell’inflazione dopo molti anni in cui l’andamento dei prezzi al consumo si era mantenuto su livelli oggettivamente contenuti e bassi.

Con riferimento alla dinamica della crescita globale, non si può fare a meno di sottolineare che i tassi di crescita del PIL mondiale sono stati superiori alle aspettative di fine 2020, e che le indicazioni di fine 2021 sono confortanti per le principali economie occidentali. Gli Stati Uniti, per esempio, presentano degli indici anticipatori sostenuti anche in chiave prospettica per il 2022. Occorre anche sottolineare come l’area dell’Euro abbia conseguito livelli di PIL positivi del tutto inattesi, specialmente in Italia e Francia, e come gli indici PMI si stiano posizionando su livelli di crescita sostenuta. L’unica delusione è rappresentata dalla Cina, che non ha confermato la prontezza del rimbalzo avvenuto dopo lo scoppio della pandemia, ed anzi ha visto una decelerazione nel corso del 2021 sia sul versante della produzione industriale che su quello della domanda interna. L’economia cinese, pertanto, è il grande punto interrogativo del 2022, ed in particolare ci si chiede se la Cina sarà in grado di effettuare un soft landing su livelli di crescita soddisfacenti del 4-5% annui, oppure si posizionerà su livelli più bassi, in ciò generando una sorpresa negativa. Non è un caso, infatti, che i tassi cinesi abbiano subito una limatura nel corso del 2021, a differenza di quelli europei ed americani.

Il grande tema che dominerà almeno la prima parte del 2022 è l’inflazione, che è balzata su livelli che non venivano segnati da almeno trent’anni nelle economie occidentali, che sono ascrivibili alla presenza di più variabili contemporaneamente. Innanzitutto dal rincaro delle materie prime e dall’aumento dei prezzi per il trasporto, come accaduto nei noli marittimi che hanno visto un grande balzo, soprattutto per i container. A questi due elementi, comuni a tutte le economie, negli Stati Uniti si aggiunge l’aumento dei salari medi, che ha raggiunto percentuali del 6% come non accadeva da un trentennio.

Da ultimo, rimane sostenuta la domanda interna, anche in questo caso maggiormente negli Stati Uniti, come testimonia la robustezza delle vendite al dettaglio. Pertanto, il mantenimento di una atteggiamento “risk on” richiederà necessariamente la stabilizzazione dell’inflazione su livelli più contenuti rispetto a quelli degli ultimi mesi, ma non così bassi come quelli a cui ci eravamo abituati nel corso del decennio precedente, quindi con un target del 3% per gli Stati Uniti e del 2-2,5% per quanto riguarda l’Europa, tenuto conto del mutamento del target del 2% medio (e non più come massimo assoluto) concordato dalla Bce per fronteggiare le fasi più gravi della crisi pandemica.

* Cristiano Iacopozzi, docente di Asset Allocation (facoltà di Economia, Università di Siena)

Azionario troppo “tirato” e rischi da inflazione durevole? I gestori tra cauto ottimismo e prudenza

Secondo M&G Investment i prezzi dei titoli azionari sono mediamente elevati, e una inflazione più duratura e il tapering potrebbero portare volatilità. Secondo Fidelity, nel 2022 lo scenario macroeconomico resta di supporto alle asset class a rischio.

“L’azionario globale è salito davvero molto negli ultimi anni, ad un ritmo doppio rispetto alle medie storiche di lungo termine. Inoltre, le quotazioni di molti titoli sono tirate o addirittura care, e questo comporta che un eventuale elemento di discontinuità, come una inflazione più duratura oppure politiche monetarie meno accomodanti, potrebbero portare con loro quella volatilità che ormai non si vede da un anno e mezzo”. Così ha commentato Manuel Pozzi, Investment Director di M&G Investment.

“In termini di approccio all’investimento – afferma Pozzi – è molto importante innanzitutto fruire di strumenti che sfruttino l’intelligenza artificiale, che negli ultimi anni ha fatto passi da gigante e consente di adottare nuove metodologie di selezione dei titoli azionari, aiutando i gestori in carne ed ossa a superare i propri limiti e le proprie convinzioni, oppure ad analizzare un universo enorme di titoli”. “Un altro tema che stiamo guardando con molto favore – continua Pozzi – è quello di investire nelle aziende che detengono o gestiscono infrastrutture-chiave, e quindi in un contesto completamente diverso da quello della tecnologia. Infatti, il settore delle infrastrutture-chiave è caratterizzato da decenni di sotto-investimenti e regole rigide, ma oggi i piani di recovery americani ed europei (PNRR per l’UE, ndr) stanno spingendo tantissimo sulle infrastrutture, creando un contesto fiscale e regolamentare potenzialmente molto favorevole”.

“Inoltre – aggiunge Pozzi – si tratta di un settore estremamente diversificato, tra infrastrutture sociali, economiche e di nuova generazione, e se vediamo le quotazioni possiamo notare che si tratta di un area di mercato rimasta molto indietro nell’ultimo anno e mezzo a causa della pandemia e dei lockdown, che hanno avuto un impatto forte sulle infrastrutture legate ai trasporti. Oggi il rapporto prezzo/valore di libro di queste aziende è attorno a due volte, rispetto allo stesso rapporto della borsa mondiale che è pari a tre volte”. “(Possiamo aspettarci) valutazioni più normali – conclude Pozzi – a fronte di prospettive fiscali e regolamentari più favorevoli e rispetto alla capacità di offrire flussi di cassa stabili, spesso legati anche all’inflazione, con dividendi superiori”.

Secondo Pasquale Borra, Head of Distribution Italy di Fidelity International, “ci avviciniamo a grandi passi verso la fine di un 2021 per molti versi assolutamente straordinario. Per il 2022 lo scenario macroeconomico resta di supporto alle asset class a rischio. Infatti, è vero che stiamo vivendo una fase di maturazione di questo ciclo economico così concentrato, ma è altrettanto vero che possiamo aspettarci dei tassi di crescita ancora molto superiori ai trend di lungo periodo”. “La crescita – afferma Borra – è diffusa ed è trainata soprattutto dall’Asia e dalla Cina, ma vede anche un contributo molto forte da parte degli Stati Uniti, mentre l’Europa sta facendo la sua parte anche se si prenderà un po’ più di tempo prima di ritornare in termini di crescita ai livelli pre-Covid. Il sostegno delle banche centrali continuerà ad essere sostenuto, soprattutto negli Stati Uniti dove l’Amministrazione Biden è alle prese con un calo dei consensi enorme, come non si vedeva dai tempi della presidenza Carter, innescato dalla difficile gestione della crisi in Afghanistan. Pertanto, Biden ha tutte le motivazioni per avvicinarsi alle elezioni di Midterm stimolando l’economia americana e, di conseguenza, i mercati azionari. E lo fa annunciando un ulteriore stimolo fiscale che si aggiunge ai 6.000 miliardi di dollari già immessi nel sistema”.

“Relativamente alle aspettative di inflazione – aggiunge Borra – secondo noi non porteranno la Fed “dietro la curva”, poiché i target di inflazione della banca centrale americana sono passati dall’essere puntuali all’essere valutati all’interno di un ciclo di mercato, dando così maggior tempo alla Federal Reserve per diluire la fase di normalizzazione dei tassi di riferimento. E poi non va dimenticato che il prossimo stimolo fiscale promesso da Biden verrà finanziato da una maggiore tassazione, e questo farà sì che il tapering sarà più intenso e più breve del precedente ed avrà un impatto limitato per via della minore emissione di debito pubblico conseguente alla maggiore tassazione. Infine, non dimentichiamoci del megatrend dell’Asia e della Cina”.

Borse EU in caduta nel 2022 per bassa crescita e inflazione. Bene l’azionario USA

Secondo le previsioni di Komorebi, la bassa crescita e l’inflazione sopra al 4% causeranno una caduta degli indici azionari europei intorno al 10%. Al contrario, negli Stati Uniti il mercato azionario salirà ancora e l’inflazione rientrerà.

Nel 2022 le strade di Europa e Stati Uniti torneranno a divergere, con un rafforzamento dell’economia americana e un indebolimento dell’economia europea: è lo scenario prefigurato da Gianluca Gabrielli, strategist e gestore di Komorebi Invest Suisse.

“Nonostante l’output gap sia oggi negativo e simile per l’Europa e gli Stati Uniti, con un differenziale tra produzione effettiva e produzione potenziale del -3,3% al di qua dell’Atlantico e del -4,3% in America, le situazioni sono sostanzialmente diverse”, spiega Gabrielli, “perché in Europa, dove il Pil non cresce ormai da 14 anni, la scintilla inflattiva mondiale rischia di attecchire e svilupparsi, a causa di quei 5.800 miliardi di liquidità riversati sul mercato dalla Banca centrale europea, che non si sono trasformati in investimenti, beni e servizi”. Questa situazione farà salire il livello dei prezzi nell’Area euro al 4-5%, con i tassi decennali destinati a crescere, collocandosi tra il 2 e il 5%, e l’euro che scenderà e raggiungerà la parità col dollaro. Inoltre, la crescita nulla e l’inflazione sopra al 4% causeranno una caduta degli indici azionari europei, stimabile mediamente in un calo del 10%, mentre il trend dei ricavi aziendali non sarà in grado di contrastare questa tendenza.

“Al contrario, l’economia americana proseguirà nella sua capacità di crescere e di trasformare il capitale disponibile in opportunità, innovando prodotti e processi produttivi, grazie al traino offerto dalla sua leadership nel settore trainante del futuro: la tecnologia”, aggiunge Gabrielli. “Da qui il nostro secondo set di previsioni per il 2022 ci porta a stimare l’indice S&P500 a 5.200 e il Nasdaq100 a 18.000, spinti da un solido trend degli utili aziendali. Mentre la graduale chiusura dell’output gap e il rafforzamento del cambio favoriranno il rientro dell’inflazione, che dovrebbe scendere sotto al 3% nel corso dell’anno”.

In conseguenza a questo scenario, le scelte di asset allocation per il 2022 dovranno tener conto del calo sia dei mercati azionari sia di quelli obbligazionari in Europa, dove l’unico asset con rendimenti positivi saranno i titoli legati all’inflazione, il lento recupero delle materie prime e gli indici azionari Usa in crescita mediamente del 10%, con le obbligazioni Usa che rimarranno sui livelli attuali.

Quanto è solida la ripresa economica in Unione Europea?

Cresce l’incertezza sulla ripresa dell’economia europea dalla crisi generata dal Covid-19. La Commissione Europea è ottimista sulla crescita, e stima una espansione dell’economia del 5% e del 4.3% rispettivamente nel 2021 e nel 2022.

di Daniel Gros e Cinzia Alcidi – ceps.eu

Relativamente alla ripresa economica in UE, un numero crescente di analisti giudica il potenziale di crescita smorzato dalle nuove restrizioni che sembrano probabili nel periodo che precede l’imminente Natale, e la quarta (e quinta) ondata dei contagi non saranno meno pesanti delle precedenti in quanto aggravate dalla nuova variante Omicron. Anche l’aumento dell’inflazione, dovuto in parte agli alti prezzi dell’energia e all’interruzione delle catene di approvvigionamento, è vista come una minaccia per l’economia dell’area dell’euro e dell’UE in generale, così come gli elevati livelli di debito pubblico in molti paesi.

All’inizio del 2021, la maggior parte degli economisti, compresi quelli all’interno delle organizzazioni internazionali, avevano previsto che la ripresa dallo scoppio della pandemia di Covid-19 sarebbe stata molto più rapida negli Stati Uniti che in Europa. Un lancio più rapido del vaccino e l’enorme stimolo fiscale annunciato dalla nuova amministrazione Biden, in contrasto con i problemi istituzionali intrinseci dell’UE e i suoi problemi iniziali con la produzione di vaccini, sembravano puntare in questa direzione. Tuttavia, nel giro di pochi mesi la situazione è completamente cambiata. Il miglioramento della situazione sanitaria e l’allentamento delle misure di contenimento della pandemia hanno consentito la riapertura della maggior parte dei settori, compresi i servizi alle imprese e il turismo. E così, in combinazione con un forte aumento dei consumi, la ripresa in Europa ha superato le aspettative, mentre la terza ondata e la resistenza alla vaccinazione in ampie sacche degli Stati Uniti hanno rallentato l’economia.

Il risultato è che l’area dell’euro ha ora recuperato terreno. In termini reali, il PIL dell’area dell’euro è al di sopra del livello del Q12020 e, negli ultimi due trimestri, la ripresa appare più rapida che negli Stati Uniti. Rispetto alla crisi finanziaria globale, il modello è molto diverso con un chiaro recupero della forma a V. Inoltre, gli Stati Uniti hanno fatto molto meglio dell’area dell’euro durante la fase più acuta della crisi finanziaria globale, con un calo dell’attività leggermente inferiore e una ripresa più forte. Quindi, adesso lo scenario sembra diverso sotto due aspetti: la ripresa è stata a forma di V (o quasi a forma di V) su entrambe le sponde dell’Atlantico, e questa volta l’area dell’euro si è ripresa rapidamente quanto gli Stati Uniti.

Questa rapida ripresa dell’economia dell’area dell’euro ha potenzialmente importanti implicazioni per il ruolo della politica fiscale. Negli Stati Uniti il ​​sostegno di bilancio è stato straordinario, con il disavanzo che ha raggiunto quasi il 16% del PIL, mentre nell’area dell’euro il disavanzo di bilancio medio è ora (secondo le previsioni d’autunno della Commissione) stimato solo di poco superiore al 6% del PIL. Nonostante il deficit sia stato superiore negli USA di oltre 9 punti percentuali del PIL – tradottosi in un’enorme differenza nel sostegno alla domanda – l’economia statunitense non sembra essersi ripresa più rapidamente. Questa politica fiscale inefficiente per sostenere la domanda dei consumatori in una recessione (dato che le persone si astengono dalla spesa perché hanno paura per il loro futuro finanziario), era prevedibile, e il confronto transatlantico fornisce un’impressionante conferma di questa ipotesi.

 

Previsioni future: Tutto bene… per ora – Le previsioni autunnali recentemente pubblicate dalla Commissione Europea, intitolate “Dalla ripresa all’espansione, tra venti contrari”, confermano una prospettiva positiva per l’UE con potenziali venti contrari di natura a breve termine (come la cosiddetta quarta ondata già iniziata nell’autunno del 2021). Tuttavia, poiché il virus diventa endemico, il modo in cui i governi lo affronteranno, ovvero se verranno ripristinate alcune misure di contenimento, avrà un impatto sulla crescita, soprattutto attraverso il settore dei servizi.

Un’altra sfida è che, quest’anno, l’economia dell’UE sta ancora ricevendo sostegno da politiche fiscali e monetarie espansive. A livello nazionale i disavanzi inizieranno presto a ridursi, tuttavia il consolidamento della spesa nazionale sarà compensato dai fondi del programma Next Generation EU. Questi fondi hanno già iniziato ad affluire agli Stati membri, ma diventeranno più consistenti l’anno prossimo. Inoltre, come mostrato sopra, il sostegno fiscale non è stato l’unico fattore che ha guidato la ripresa più rapida che l’economia europea abbia mai registrato.

Prendendo una prospettiva più a medio termine, la pandemia ha accelerato l’automazione e alterato i modelli di consumo, presentando la sfida di un cambiamento strutturale più profondo. Questa è la sfida chiave per l’UE. Nel frattempo, gli Stati Uniti dovranno affrontare maggiori esigenze di consolidamento fiscale rispetto all’Europa, ma potrebbero avere un vantaggio nell’adattarsi più rapidamente a una economia “endemica Covid” altamente digitalizzata. L’economia europea ha avuto un impressionante rimbalzo (con sorpresa di molti), ma ora ha davvero bisogno di dimostrare che può crescere, prosperare e avere successo mentre ci muoviamo nel nuovo mondo verde e digitale post-pandemia.

Consulenti finanziari USA: in che modo creano e coinvolgono la propria clientela

I consulenti “invecchiano” insieme ai propri clienti, con i quali spesso condividono gli aspetti della propria crescita personale. Pertanto, è fondamentale che il professionista abbia le capacità di rinnovare il portafoglio clienti, usando le migliori strategie di acquisizione.

Di Coryanne Hicks e Susannah Snider – usnews.com

Nei servizi finanziari, le questioni più importanti sono incentrate esclusivamente sui clienti: di cosa hanno bisogno, cosa vogliono, dove sono, dove stanno andando e a chi possono fare riferimento lungo il percorso. Non c’è business senza clienti, e tutti i consulenti finanziari devono essere esperti anche nell’arte di trovarne di nuovi e di coinvolgere quelli già acquisiti in portafoglio.

Il fattore età, naturalmente, è essenziale: i bravi consulenti “invecchiano” insieme ai propri clienti, con i quali spesso condividono gli aspetti della propria crescita personale ed economica, i propri successi ma anche gli insuccessi e a volte gli eventi più tristi. Dal punto di vista degli obiettivi di investimento e del ciclo di vita del patrimonio, però, c’è un momento in cui consulente e cliente si confrontano da due posizioni differenti. Infatti, man mano che i clienti invecchiano, essi passano dalla fase dell’accumulo a quella della distribuzionequest’ultima determinata dal raggiungimento degli obiettivi di spesa – e se il denaro accumulato viene speso, le risorse di un consulente (asset in gestione) diminuiscono, e con esse anche le sue entrate. Pertanto, è fondamentale che il consulente abbia le capacità di rinnovare costantemente il portafoglio clienti, facendo leva su moderne strategie di acquisizione e nuove regole che, in particolare negli Stati Uniti, sono il risultato di una evoluzione cominciata già negli anni ’60-‘70, e che in Italia – con i dovuti distinguo – si sono diffuse già da qualche tempo, una volta abbandonate le vecchie “telefonate a freddo“. 

Restringere il focus – Secondo Kevin Darlington, vicepresidente di Broadridge Advisor Solutions (New York), “il consulente finanziario che restringe le dimensioni del proprio target di destinazione massimizza il proprio investimento in tempo e alla fine attira  i clienti ideali. Invece di prendere di mira chiunque abbia almeno 1 milione di dollari, è meglio restringere il campo ai potenziali clienti che, tra quelli con disponibilità di almeno 1 milione, abbiano un’età compresa tra 45 e 60 anni e vivono entro 50 miglia dalla sede di lavoro del consulente”.

Definire il proprio cliente ideale – Il processo di restringimento del campo aiuta a anche a definire il profilo del cliente ideale, quello con il quale il consulente finanziario ha maggiori chance di adattare la propria strategia di marketing e, una volta acquisito, di esprimere al meglio il proprio modello di servizio. Questa fase richiede l’identificazione dei bisogni primari del cliente-tipo, le sue domande e le sue preoccupazioni più probabili, individuate anche in base alla esperienza maturata con clienti simili. E’ grazie a questo studio preliminare che il consulente potrà costruire la sua proposta di valore originale, capace di “parlare” – e far parlare di sè – non solo al potenziale cliente, ma anche al mercato.

Sviluppare campagne di content marketing – Definite le domande che il cliente ideale si sta ponendo, è possibile – e conveniente, dal punto di vista dell’autorevolezza – creare campagne di content marketing che lo portino al proprio sito Web, dove troverà delle risposte di base, utili a fissare l’attenzione e, magari, a richiedere un contatto. Un consulente finanziario alla ricerca di imprenditori, ad esempio, potrebbe creare campagne sulla pianificazione della successione aziendale; oppure creare video didattici che affrontano le sfide finanziarie che gli imprenditori devono affrontare. In particolare, i contenuti video di buona qualità, rivolti al cliente ideale, generano molte risposte e aumentano il livello di “conferma” nel caso in cui il nominativo del consulente sia stato riferito da un altro cliente.

Diventare “social” – I social si amano o si odiano, ma questo non deve interessare ai consulenti più efficaci, poiché i social network sono una solida fonte per scoprire nuove opportunità per nuove relazioni con i clienti potenziali. Soprattutto su LinkedIn, dove i consulenti possono comunicare in modo efficiente il proprio brand personale, creando una sorta di “impronta digitale” con cui venga identificata la sua specializzazione. In caso contrario, infatti, si rischia di perdersi nel mare dell’uniformità e dell’anonimato in cui galleggiano moltissimi consulenti. Per vitare ciò, è consigliabile l’espansione su più canali di social media (Youtube, per esempio, oltre a Facebook, Instagram, Twitter e Linkedin), rimanendo però sempre coerenti con il proprio messaggio.

Fin qui si è parlato di “accademia”, ossia di strumenti e strategie universalmente conosciute dai consulenti (sebbene non sviluppate con regolarità). Infatti, la creatività nell’individuare metodi di acquisizione di nuova clientela, così complicata e indiretta nel mondo virtuale, non ha limiti nel mondo reale. Infatti, esistono altri modi per socializzare con i potenziali clienti oltre ai canali virtuali (con i quali molti professionisti non hanno un buon rapporto), e sebbene richiedano maggiori energie e costi, sono sicuramente molto più efficaci se perfezionati con una certa costanza e con metodo. In pratica, si tratta di identificare i possibili interessi comuni a quelli della clientela ideale, e sfruttarli per trovare opportunità di interazione al di là del PC, come facevano i consulenti di una volta. Per esempio, uno dei più bravi consulenti newyorkese, appassionato di cani, acquisiva clientela nuova organizzando – o improvvisando, molto spesso – riunioni e incontri “casuali” proprio in un parco per cani. Altri, molto più “classici”, fanno ancora identica cosa nei circoli del tennis e persino in occasione dei celebri “mercatini del vicinato” americani.

Il capitolo dedicato ai clienti già acquisiti (mercato effettivo) non certo è meno importante di quello del mercato potenziale, ed anzi necessita di grandissima attenzione, poiché i “già clienti” sono i migliori testimonial del consulente. Pertanto, è utilissimo coinvolgerli nelle proprie riunioni di acquisizione, senza alcun “copione”: parleranno comunque bene, in modo del tutto spontaneo, del professionista, e in più si sentiranno orgogliosi di averlo fatto. In generale, però, il mantenimento di un buon livello di relazione con i clienti passa dalla sensibilità del consulente nel saper definire le loro aspettative di contatto periodico, nel senso che alcuni di loro desiderano ricevere notizie solo una volta all’anno, mentre altri si aspettano contatti più frequenti (trimestrali o addirittura mensili).

Negli Stati Uniti, poi, non di rado i consulenti organizzano i c.d. “eventi trimestrali di apprezzamento dei clienti”, veri e propri happening informali, dalla durata di qualche giorno (o un week end) in occasione dei quali i clienti possono andare e venire a loro piacimento, anche più volte, magari invitando amici “non clienti” a pranzi o cene a base di vino e formaggio, oppure ad un barbecue, con tanto di giochi per i bambini, nei mesi estivi. Dopo due anni di Covid, naturalmente, la necessità del distanziamento sociale ha fatto sì che le riunioni-clienti al chiuso siano diminuite enormemente – non i “parties on barbecue” che sono all’aperto – e siano aumentati esponenzialmente gli eventi in video, molto meno coinvolgenti dal punto di vista emozionale ma più sicuri, da svolgere invitando anche le famiglie dei clienti rendendo così la pianificazione finanziaria un evento familiare.