Quanti clienti sono disposti a pagare la consulenza finanziaria? Il nuovo modello di business non brilla alla prova del mercato
I consulenti finanziari lavorano in un contesto ancora poco favorevole alla consulenza a pagamento, e questo potrebbe pesare sul futuro della categoria. Tra calma piatta e tempesta MiFID in arrivo.
La maggioranza degli economisti e dei maggiori studiosi è concorde nel definire le due MiFID come l’apparato di regole necessarie alla creazione di un sistema finanziario europeo che possa gareggiare con quello statunitense. Anzi, è notizia recente che gli americani stiano importando un pò di MiFID nel loro modo di fare consulenza finanziaria.
Gli intenti di chi ha concepito le nuove norme, certamente comprensibili nell’ottica di un progetto continentale ad ampio raggio, si scontrano però con una differenza fondamentale rispetto agli USA: i cittadini americani, fin dagli anni ’20 del secolo scorso, hanno ricevuto la necessaria educazione finanziaria e, soprattutto, sono stati capaci di trasmetterla (anche con l’aiuto delle istituzioni pubbliche, sia nella scuola media-superiore sia nelle università) alle generazioni successive; in Europa invece, e soprattutto in Italia, il livello medio di competenza finanziaria delle famiglie è sempre stato medio-basso, e solo da due anni si è cominciato a parlare di educazione finanziaria.
Per quanto scritto sopra, le profonde trasformazioni iniziate nel 2008 e ancora in corso (con la seconda edizione della MiFID) non sono state il frutto delle istanze provenienti dalla Domanda (ossia dai clienti), bensì la traduzione di una volontà politica che ha coinvolto l’Offerta (cioè l’industria del risparmio gestito), senza tenere conto che lo scarso livello di competenza dell’utenza avrebbe comportato notevoli investimenti in formazione di base per i risparmiatori.
Infatti, in tema di gestione del risparmio, secondo lo studio della Consob “Rapporto sulle scelte di investimento delle famiglie italiane per il 2018”, più della metà degli italiani non sa definire esattamente (o per nulla) cosa sia il servizio di consulenza in materia d’investimenti. Dal Rapporto emerge che ciò che orienta i risparmiatori italiani nella scelta dell’interlocutore (consulente o bancario) a cui affidare i risparmi sono, in ordine di importanza:
- le indicazioni fornite dal proprio istituto bancario;
- la fiducia;
- i prodotti offerti;
- le competenze.
Si tratta di uno scenario un po’ sconfortante – sebbene prevedibile – che attribuisce alla valorizzazione della competenza l’ultimo posto. Inoltre, lo studio rivela che nel 37% dei casi gli investitori sono convinti che la consulenza sia gratuita, mentre nel 45% dei casi essi dichiarano di non sapere neanche se il consulente venga retribuito, e come.
Infine, la fedeltà alla propria banca sembra avere ancora un ruolo fondamentale. Allo stesso modo, lo è anche nel rapporto con il consulente, dal quale tutti i risparmiatori ormai si aspettano che egli effettui l’analisi dei bisogni (soprattutto quella sulla capacità finanziaria, sull’assunzione del rischio e sulle aspettative riguardo ai rendimenti attesi). Dopo questa fase, infatti, più del 60% dei clienti segue il consiglio della banca o del consulente e solo il 10% ascolta una seconda “campana”.
Questi dati, in apparenza, sembrano rivelare quanto spazio ci sia oggi in Italia per la consulenza finanziaria e patrimoniale, ma lo scenario non è così lineare come sembra.
Infatti, lo studio che abbiamo citato rivela che il 50% degli utenti non è disposto a pagare la consulenza, e che la disponibilità a pagare crescerebbe con il crescere del livello di cultura finanziaria degli utenti. Il problema, però, è che un intervistato su due non è stato in grado di definire correttamente le nozioni finanziarie di base. Come se non bastasse, in caso di forti turbolenze dei mercati soltanto il 20% degli investitori dichiara di volersi rivolgere ad un consulente, mentre gli altri rimarrebbero in balìa di se stessi o degli operatori bancari (che oggettivamente fanno un altro lavoro ed hanno un altro tipo di preparazione).
Pertanto, stando così le cose, si delinea un contesto difficile, e non certo favorevole ad un rapido attecchimento della consulenza finanziaria a pagamento nel comune sentire degli utenti. E questo rappresenta un problema strutturale per migliaia di consulenti abilitati fuori sede, i quali dovranno convivere con una sensibile riduzione (già in atto) dei margini da risparmio gestito e, non riuscendo a compensare i minori guadagni con i ricavi da consulenza, saranno costretti, per non essere espulsi dal mercato del lavoro (il portafoglio minimo di equilibrio ipotizzato per il prossimo triennio è pari a 30 milioni di euro a consulente), a tentare in ogni modo di aumentare il valore di portafoglio.
È chiaro che in tanti non ce la faranno. Le stime più prudenti parlano di 5.000 fuoriuscite nette entro il prossimo triennio, ed è ragionevole pensare che, entro i prossimi 10 anni, le uscite nette potrebbero essere anche 15.000.
nfatti, la “blindatura” commerciale della clientela di pregio da parte delle banche-reti, da un lato, e l’estrema standardizzazione dell’Offerta, dall’altro, rendono difficile l’acquisizione di clientela con portafoglio medio maggiore di 500.000 euro, e la crescita per mezzo dell’acquisizione di clientela c.d. retail – ossia, proprio quella che non è interessata ad acquistare il servizio di consulenza continuativa, ma occasionale – risulterebbe antieconomica.
In definitiva, il nuovo modello di business (minori ricavi da management fee, maggiori commissioni da consulenza) non riesce a rassicurare la categoria sul proprio futuro, perchè non è sorretto dal contesto attuale (come abbiamo visto).
Preoccupa ancora di più, peraltro, l’inspiegabile assenza di campagne istituzionali sul ruolo centrale della consulenza finanziaria, le quali dovrebbero provenire, prima ancora che dai singoli istituti, dalle associazioni di categoria e, se vogliamo, anche dalle istituzioni.
Lo scenario attuale, pertanto, è quello che vede la categoria dei consulenti finanziari “galleggiare” su una nave alla deriva, spinta dal vento ad arenarsi sugli scogli di un isola deserta, sconosciuta alla carte geografiche.
Non sembra una semplice mareggiata quella in atto, ma una tempesta perfetta.
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