Maggio 10, 2026
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Auto classiche e muscle car, ecco le aste USA con i prezzi più alti. Dal 2000 la Ferrari GTO ha reso più delle azioni Microsoft

Nonostante i record leggendari provenienti dagli USA, secondo gli analisti il più ampio mercato delle auto classiche rimane ancora frenato.

Può un’auto da collezione valere quanto un intero edificio nel centro di Roma? A quanto pare sì. Nel mese di agosto del 2018, infatti, una Ferrari del 1962 è diventata l’auto più costosa mai venduta all’asta, essendo stata battuta per 48,4 milioni di USD. L’auto, una Ferrari 250 GTO, è stata venduta da Sotheby’s a Pebble Beach – una sorta di Coachella per auto classiche e ricchi collezionisti che include cinque giorni di aste, feste, inaugurazioni, tour, e si svolge intorno a Monterey e Pebble Beach, in California.

La vendita della Ferrari, l’anno scorso, ha contribuito a spingere le vendite totali delle aste di auto da collezione a circa 368 milioni di USD solo in quella manifestazione, ma gli analisti hanno precisato che – nonostante record isolati che anche nel 2019 stanno alimentando la leggenda – il più ampio mercato delle auto classiche rimane ancora un po’ frenato.

Se non altro, l’asta di Pebble Beach del 2018 ha dimostrato ancora una volta che le 250 GTO rimangono il “Santo Graal” per i collezionisti di auto d’epoca, che inseguono le aste in ogni parte del mondo quando uno dei 36 esemplari prodotti dalla Ferrari viene messo all’asta (per il 2019 si narra di una vendita tra privati perfezionata ad un prezzo vicino ai 70 milioni di USD).

Per la cronaca, l’auto del record del 2018 è stata venduta da Greg Whitten, un ex dirigente di Microsoft (dipendente n. 15, 1979) che ha acquistato l’auto nel 2000 a meno di un decimo del prezzo di realizzo. Anche se aveva venduto la sua GTO, Whitten ha detto che ha ancora “una dozzina” di altre Ferrari e che, con il ricavato della vendita, spera di acquistare molte altre auto da corsa classiche. Alla domanda su quale investimento, tra la Ferrari GTO e le azioni Microsoft, fosse stato quello più profittevole, ha risposto che dipendeva dal lasso di tempo considerato: se partiamo dal ’79, le azioni vincono in rendimento, ma dal 2000, anno di acquisto della macchina, la GTO era stata “un investimento molto migliore” delle azioni, ed anche quello più divertente!

Le regine incontrastate delle aste americane rimangono comunque le c.d. muscle car. Fin dagli anni ’60 e ’70, queste auto sportive americane hanno conquistato il paese per la loro potenza e audacia, e sono diventate il sogno di ogni appassionato di auto. L’amore per questi modelli non è svanito in tutti questi anni; l’unica cosa che è cambiata nel tempo è il loro prezzo. Infatti, un buon numero di queste auto classiche è molto apprezzata, e può far realizzare all’asta anche somme principesche. In particolare, esiste un club piuttosto esclusivo, quello dei proprietari delle “10 muscle car più costose”,  il cui prezzo d’asta è andato ben oltre il milione di USD. Vediamole una per una.

10° posto: 1965 SHELBY COBRA ROADSTER CSX – USD 1.595 milioni

Questa vettura fu originariamente costruita nel Regno Unito, ma nel settembre del 1961, Carroll Shelby della Ford Motor Company chiese se AC Motors potesse costruire un telaio per accettare un motore V8, poiché Ford voleva un’auto in grado di competere con la Corvette. Progettato nello stabilimento di Windsor, il motore ha subito numerose modifiche prima di essere pronto. Questa Shelby Roadster è stata venduta per 1,595 milioni USD all’asta di Scottsdale (Barrett Jackson) nel 2015.

9° posto: 1971 HEMI ‘CUDA CONVERTIBLE — USD 2.2 milioni

Questa auto, venduta in occasione di un’asta Barret-Jackson, è stata una degli 11 esemplari prodotti nel 1971, ed ha realizzato un prezzo di vendita di USD 2,2 milioni nel 2007. In realtà, avrebbe potuto spuntare un prezzo anche doppio, ma questa vettura aveva un motore che non era quello originale che era stato installato sulla catena di montaggio, e così è diventata l’auto non completamente originale più costosa di sempre.

8° posto: 1970 PLYMOUTH HEMI ‘CUDA CONVERTIBLE – USD 2.25 milioni

Le convertibili non erano così popolari tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, ma questa particolare auto era una delle sole 14 prodotte nel l’anno 1970 e una delle nove equipaggiata con il cambio automatico a tre velocità. Dopo un restauro completo avvenuto nel 2002, questo esemplare è stato battuto nel 2015 per USD 2,25 milioni, un prezzo davvero notevole considerato che si tratta di un modello profondamente restaurato.

7° posto: 1954 PONTIAC BONNEVILLE SPECIAL MOTORAMA CONCEPT CAR – USD 3.08 milioni

All’inizio degli anni ’50, GM voleva disperatamente dipingere il suo marchio Pontiac come sportivo ed eccitante per attirare un pubblico più giovane negli showroom. Il risultato fu il progetto speciale della Pontiac Bonneville, della quale furono costruiti solo due auto, perchè considerate “troppo moderne” per i gusti dell’epoca e quindi troppo all’avanguardia (tanto da essere considerate “il papà e la mamma” delle muscle car che esplosero ben 13 anni più tardi). Una di queste è stata venduta per USD 3,08 milioni all’asta del 35° anniversario di Barrett-Jackson a Scottsdale, nel 2006.

6° posto: 1967 L88 CHEVROLET CORVETTE STINGRAY CONVERTIBILE – USD 3,2 milioni

La Chevy Corvette è una delle muscle car americane più riconoscibili e una delle preferite di molti appassionati. L’iconico design e le potenti prestazioni l’hanno aiutata a mantenere il suo valore abbastanza bene nel corso degli anni, ma poche Corvette hanno mai eguagliato il prezzo di questa L88 del 1967, che è stata una delle 20 prodotte quell’anno.

5° posto: HEMI 1971 “CUDA CONVERTIBILE – USD 3,5 milioni

Sorprendentemente simile in apparenza al ’71 ‘Convertibile Cuda, questa decappottabile del 1971 è particolarmente desiderabile perché è l’unica sopravvissuta con tutte le sue parti originali ed i numeri di corrispondenza. Ha ancora il suo motore originale, ed è l’unico Hemi ‘Cuda esistente con il cambio manuale a 4 marce originale. Ne sono state prodotte solo 11 nel 1971, ed è per questo motivo che viene soprannominata il “Santo Graal delle muscle car”. È stata venduta nel 2014 all’asta di Seattle Mecum per USD 3,5 milioni, diventando la Chrysler più costosa di sempre.

4° posto: 1967 CORVETTE L88S COUPE – USD 3,85 milioni

Questo modello rimane una delle Corvette più desiderate mai costruite. Nel 1967 ne furono prodotte soltanto 20, e questa è l’unica ad avere una combinazione di colori in tonalità di rosso su rosso. E’ stata venduta ad un acquirente molto ricco in occasione dell’asta Barrett-Jackson Scottsdale nel 2014, per 3,85 milioni di USD, ed è già valutata dagli esperti oltre 5 milioni di USD.

3° posto: 1966 SHELBY COBRA 427 “SUPER SNAKE” – USD 5,115 milioni

Questo modello è il più raro che esista, in quanto è uno dei soli due mai costruiti e l’unico sopravvissuto. Carroll Shelby lo costruì per se stesso, ed è stato sottoposto a meticolose ispezioni, tra cui il confronto con altri Cobra da competizione. L’auto ha ancora il suo blocco motore originale codificato in data 1965, e la sua intestazione originale impressa nei tubi laterali cromati. Non sorprende che questa muscle sia stata venduta per USD 5,115 milioni all’asta di Barrett-Jackson a Scottsdale, in Arizona.

2° posto: 1964 FORD GT40 PROTOTYPE – USD 7 milioni

Questa GT40 è stata l’auto del debutto di Henry Ford a Le Mans ed è stata guidata da piloti del calibro di Bruce McLaren e Phil Hill. Ford ha esposto questa rara gemma automobilistica al Detroit Auto Show per un certo numero di anni fino al suo ultimo restauro del 2010, ed è stata venduta all’asta di Houston Mecum nel 2014 per USD 7 milioni. Trattandosi dell’unico esemplare mai costruito, il suo valore è destinato ad aumentare nei prossimi anni, candidandola ad essere l’auto che potrebbe eguagliare la “n. 1”, ossia la Shelby Cobra che segue in questa speciale classifica di auto milionarie.

1° posto: 1962 SHELBY COBRA CSX2000 – USD 13,75 milioni

La Shelby Cobra ha una lunga e illustre reputazione negli archivi della storia delle muscle car americane. Possedere una Shelby Cobra vintage è un sogno per molti fanatici, ed ogni originale varrà un sacco di soldi; ma la prima Cobra avrà sempre un prezzo molto più alto di ogni altro. Il modello con il numero di telaio CSX2000 è stato venduto per la monumentale cifra di USD 13,75 milioni in un’asta di Monterrey, in California. La storia di questa  Cobra è davvero affascinante: fu dipinta in diversi colori durante il suo primo anno di esistenza poiché fu spedita da un evento all’altro per far sembrare che la produzione fosse ufficialmente iniziata. In realtà non lo era, ma il trucco ha funzionato. La brillante tonalità di blu di oggi è l’ultimo colore con cui fu verniciata, peraltro in modo grossolano e frettoloso. Non fu mai restaurata (ancora oggi si notano macchie di colore di intensità diversa rispetto al resto della carrozzeria), e forse per questo finì per essere l’auto americana più costosa mai venduta.

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Le polizze vita e la loro intestazione fiduciaria: nessuna protezione in assenza di un uso credibile

L’Intestazione Fiduciaria è di per sé sufficiente ai fini della segregazione patrimoniale di una polizza vita, ma solo se prevale la finalità previdenziale.

La polizza vita, strumento sul quale si sono concentrate le attenzioni delle banche-reti, ancora oggi viene raccomandata, dagli addetti ai lavori, in funzione della sua impignorabilità e della sua insequestrabilità, che le sono riconosciute dal nostro codice civile. L’art.1923 del codice, infatti, sancisce che le somme dovute dall’assicuratore al contraente o al beneficiario non possono essere sottoposte ad azione esecutiva o cautelare.

Ma è proprio vero?

Sì, ma solo in parte. L’efficacia della previsione di cui al Codice Civile, infatti, subisce una limitazione ogni volta che, della polizza assicurativa, si fa un uso sconsiderato e non corrispondente alle sue finalità.

Per cominciare, nulla può una polizza di fronte alle disposizioni relative alla revocazione degli atti compiuti in pregiudizio dei creditori (in particolare sui crediti già formalizzati, esistenti ed in situazione di contenzioso alla data di stipula della polizza) e degli eredi. Inoltre, secondo una pronuncia del 2007 della Corte di Cassazione, l’impignorabilità e l’insequestrabilità della polizza vita sono attinenti esclusivamente alla garanzia patrimoniale ricompresa nella disciplina civile, e pertanto l’efficacia dell’art. 1923 del C.C. non tocca la disciplina della responsabilità penale, nel cui ambito ricade il sequestro preventivo.

In presenza di una responsabilità penale, quindi, l’insequestrabilità della polizza decade.

Ancora – ed è la riflessione più consistente, parlando di polizze vita – bisogna distinguere tra le polizze a Gestione Separata (appartenenti al c.d. Ramo I), e le polizze del c.d. Ramo III (prodotti Unit Linked, con fondi interni), le quali, negli ultimi due anni, sono state oggetto di importanti pronunce della Corte di Cassazione in merito al livello di protezione offerto anche in ambito civilistico. I prodotti del Ramo III, infatti, non determinano, in capo al risparmiatore, l’impossibilità di perseguire i propri obiettivi di investimento e la propria inclinazione al rischio/rendimento, e gli consentono di creare un portafoglio assolutamente in linea con le proprie caratteristiche ed abitudini finanziarie. In pratica, secondo la Suprema Corte, dando al cliente la possibilità di fare ingresso in un circuito di consulenza professionale del tutto simile a quello tipico dei servizi finanziari, verrebbe meno la prevalenza della finalità previdenziale, superata da quella del risparmio/investimento.

Quest’ultima caratteristica sembrerebbe confermata dal particolare regolamento di questa tipologia di polizza, la quale prevede la possibilità di investire in una pluralità di fondi e titoli interni, consentendo al contraente di effettuare gratuitamente tutti i movimenti in entrata e uscita (i c.d. ribilanciamenti del portafoglio) che ritiene opportuni, proprio come in un qualunque sistema di fondi/sicav. Pertanto, alcuni tribunali di merito, nell’attribuire efficacia oppositiva in giudizio ai detentori di polizze, hanno mostrato preferenza per quelle di Ramo I (gestione separata), o per le c.d. multiramo (un mix tra Ramo I e Ramo III) che meglio tutelerebbero la c.d. finalità previdenziale quale interesse meritevole di maggior tutela.

In realtà, anche le c.d. Unit Linked (Ramo III), qualora sottoscritte in forma sostanzialmente vincolante (con commissioni di uscita “a tunnel” almeno quinquennali) e con versamenti graduali sembrano rispondere perfettamente ai requisiti richiesti, dal momento che il deterrente al riscatto anticipato (di solito neanche consentito prima che siano trascorsi 12 mesi), rappresentato dalle commissioni di uscita, permette di coniugare i vantaggi di una gestione attiva e partecipativa del portafoglio con l’indubbia finalità previdenziale sottostante alla sottoscrizione della polizza a simili condizioni contrattuali. Nessun sistema di fondi o sicav è gravato da simili penalità di uscita, e ciò costituisce, in chiave giuridica, un valido argomento di opposizione anche per le polizze Ramo I aventi queste caratteristiche.

La protezione prestata dalla polizza vita aumenta qualora essa venga sottoscritta nell’ambito di un mandato fiduciario, che ne aumenta legalmente il grado di riservatezza nei confronti dei terzi. Le società fiduciarie, infatti, offrono in forma tecnico-professionale la c.d. intestazione fiduciaria, che si realizza due distinti ma ben collegati atti: il primo vincola solamente le parti che lo sottoscrivono (il fiduciante e la società fiduciaria); il secondo vincola i rapporti con i terzi, ma non comporta il trasferimento della proprietà e prevede l’intestazione del bene e la contestuale legittimazione della società fiduciaria ad esercitare i diritti tipici del proprietario. Per questo motivo, l’intestazione fiduciaria è di per sé spesso sufficiente ai fini della segregazione patrimoniale di una polizza innanzi ai terzi creditori del fiduciante, i quali rimangono all’oscuro relativamente alla sua esistenza; l’effetto è quello di non farla risultare nel patrimonio del presunto debitore: se non sai che esiste, non la cerchi (in ogni caso, non sai dove cercarla).

L’intestazione fiduciaria, paragonata al trust o alla gestione delle holding famigliari, è più economica (mediamente è gravata da una commissione di apertura una tantum di circa 1.000,00 euro, più una commissione di gestione annuale da 2.000,00 euro in su, a seconda dei beni da gestire e della loro complessità), ma come il Trust permette un’attenta e dedicata pianificazione patrimoniale e fiscale.

Bisogna però farne un uso credibile. Infatti, con la decisione n. 10333/2018, la Corte di Cassazione ha stabilito il principio di diritto secondo cui, se l’investimento è operato dal cliente per mezzo di una società fiduciaria a cui è attribuita l’intestazione della polizza per conto del fiduciante, il soggetto obbligato al rispetto delle regole di condotta previste dalla normativa è il cliente finale, e non la società fiduciaria. Pertanto, anche nel caso in cui una polizza vita venga sottoscritta tramite mandato fiduciario (e questo venga individuato dai creditori), essa deve apparire sottesa ad un congruo e verificabile interesse meritevole (finalità previdenziale), che prevalga su quello di eventuali pretese di altri soggetti (creditori, Stato).

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Top advisor USA, 250 di loro gestiscono quasi un bilione di dollari. Cosa chiedono i milionari americani ai loro consulenti

Negli Stati Uniti, la maggior parte degli operatori si guadagna da vivere vendendo investimenti e prodotti assicurativi, mentre i veri esperti finanziari, quelli più ricercati dai grandi detentori di patrimonio, sono più rari.

La recente classifica Forbes dei migliori consulenti patrimoniali americani, sviluppata da Shook Research, ha rivelato come i primi 250 gestiscano qualcosa come 910.000.000.000 di dollari, vale a dire una media di 3,64 miliardi a testa. In realtà, spesso non parliamo di singoli professionisti, ma di veri e propri team di lavoro, facenti parte di aziende con centinaia di consulenti e collaboratori, ognuna delle quali specializzata in alcuni settori.

Secondo questa speciale classifica (nell’immagine i primi 10 dello speciale elenco di Forbes), ai primi posti troviamo professionisti che lavorano per i grandi gruppi (Morgan Stanley e Merril), ma anche per marchi meno conosciuti in Europa (come Zhang Financial, con l’astro nascente Charles Zhang al sesto posto). Per i clienti, soglie di accesso piuttosto alte: da un minimo di un milione (Zhang) a soglie minime anche di 25 milioni (Brian C. Pfeifler, Morgan Stanley New York).

C’è da dire che, negli Stati Uniti, la maggior parte degli operatori si guadagna da vivere vendendo investimenti e prodotti assicurativi, mentre i veri esperti finanziari, quelli più ricercati dai grandi detentori di patrimonio, sono più rari e si stima che siano al massimo il 25% del totale dei consulenti. Pertanto, qual’è la regola più importante che un milionario americano deve osservare per trovare il consulente giusto? La risposta è identica per tutti: “scegliere qualcuno che raccomanderemmo a un amico o un familiare“.

La qualità, pertanto, è sempre al primo posto, soprattutto in un mercato come quello statunitense, dove gli studi di consulenza finanziaria hanno dimensioni ragguardevoli. Va da sé che qualunque top client americano, prima di fare la propria scelta, vorrà controllare attentamente tutti i candidati. “Di solito inizia chiedendo ad amici e parenti”, afferma Sophia Bera, pianificatore finanziario certificato con sede a Minneapolis, “e poi chiede consigli a persone le cui esigenze finanziarie, prospettive o fascia di età sono simili alle sue”. “Successivamente li cerca online e su LinkedIn, per avere un’idea di come sia ogni professionista e l’azienda per cui lavora. Dopo aver ottenuto un elenco di potenziali consulenti, verifica se qualcuno di loro è mai stato sanzionato per qualsiasi comportamento illegale o non etico. Questa verifica è semplice, basta utilizzare il portale BrokerCheck dell’autorità di regolamentazione del settore finanziario (FINRA), oppure verificare che i nominativi prescelti abbiano la certificazione CFP”.

E così, dopo questa “scrematura”, si arriva al colloquio iniziale. In questa occasione, sarà fondamentale, per il milionario a stelle e strisce, porre domande come quelle che elenchiamo qui di seguito.

  1. Come addebita i suoi servizi, e quanto costa?

Si tratta di conoscere se è prevista una commissione di pianificazione iniziale, un addebito percentuale per le risorse gestite o se il consulente guadagna vendendoti un prodotto specifico, ed in particolar modo se ha un incentivo su alcuni prodotti

  1. Quali licenze, credenziali o altre certificazioni ha?

Dei quattro principali tipi di consulenti finanziari, la designazione di pianificatore finanziario certificato (CFP) è più difficile da ottenere rispetto a quella di Chartered Financial Consultant (ChFC), poiché il primo richiede un esame di abilitazione più completo. In generale, è bene cercare un consulente per gli investimenti (RIA) registrato e, se il reddito è elevato o il cliente è un piccolo imprenditore, sarà meglio orientarsi su un account pubblico certificato (CPA), che è in grado di offrire una pianificazione fiscale. Di solito, questi ultimi possiedono anche la certificazione di specialista finanziario personale (PSF).

  1. Quali servizi offre il professionista e/o la sua azienda di consulenza?

Alcuni consulenti, infatti offrono solo consulenza per gli investimenti, mentre altri svolgono una pianificazione finanziaria completa in materia di pensionamento, assicurazione, pianificazione patrimoniale e pianificazione fiscale.

  1. Quali sono i suoi clienti preferiti, con i quali ha più affinità?

Alcuni consulenti finanziari hanno un interesse specifico – come donazioni di beneficenza o investimenti socialmente responsabili o allocazioni post-divorzio – ma la maggior parte dei consulenti tende a concentrarsi sulle persone entro 10 anni di differenza dalla loro età, per via di una maggiore comprensione dei loro problemi.

  1. E’ possibile vedere un esempio di piano finanziario?

Questa è una domanda che rischia di complicare la scelta, perché alcuni consulenti poitrebbero consegnare un fascicolo lungo 50 pagine, pieno zeppo di diagrammi e grafici, mentre è bene ricercare chi può fornire un’istantanea di cinque pagine di una situazione finanziaria.

  1. Qual è il suo approccio agli investimenti?

In pratica, bisogna chiedere al consulente qual è la sua filosofia di investimento, se, ad esempio,  preferisce utilizzare fondi a basso costo oppure fondi gestiti attivamente o investimenti passivi. La regola è “non sono qui per farti guadagnare un sacco di soldi. Se vuoi che qualcuno lo faccia, e scambia azioni ogni giorno, non sono io la persona che cerchi, a meno che tu non stia cercando qualcuno che effettui investimenti coerenti con la tua tolleranza al rischio e i tuoi obiettivi“.

  1. Quanti contatti ha periodicamente con i suoi clienti?

Alcuni pianificatori tengono una riunione di pianificazione iniziale e poi li si incontra una volta all’anno, altri effettuano check-in trimestrali. Tutto dipende dall’importo che si desidera pagare e dal livello di coinvolgimento desiderato. Un recente sondaggio (JD Power & Associates) ha rivelato che gli investitori contattati 12 o più volte all’anno hanno avuto i più alti tassi di soddisfazione.

  1. Lavorerà da solo con me o avrò a che fare con un team?

Alcune aziende hanno un approccio di squadra piuttosto che un approccio individuale, e questo è molto gradito da una certa fascia di clientela che necessita di risposte anche quando il loro il planner di riferimento è in vacanza.

Il mercato della consulenza finanziaria, negli USA, è già molto avanzato, per cui certe qualità (che qui in Italia cominciano ad essere richieste solo adesso) sono entrate da decenni nella mentalità degli investitori. In generale, tutti cercano di selezionare un consulente in grado di dimostrare di essere un vero esperto finanziario in base alla propria istruzione, all’esperienza e alle certificazioni pertinenti, ed i migliori consulenti hanno anni di esperienza applicabile nel fornire consulenza e servizi all’avanguardia.

Inoltre, il cliente americano pretende trasparenza, che i consulenti di alta qualità offrono volontariamente, evidenziando subito le informazioni necessarie per prendere la giusta decisione. Del resto, essi vengono remunerati con parcella professionale, proprio come gli altri professionisti (fiscalisti, avvocati), a tariffa oraria, fissa o basata sull’attività svolta. A queste vanno aggiunte le spese generali, che i migliori consulenti finanziari riveleranno con precisione e relativa documentazione di spesa.

Infine, i professionisti più affidabili sanno che il cliente ha delle aspettative di rendimento, e forniscono documentazione sui loro risultati passati e sulle metodologie applicate per ottenerli, fornendo poi una buona attività di comunicazione fatta di rapporti, riunioni, e-mail e chiamate, allo scopo di tenere il cliente sempre pienamente informato sui risultati e sulle fasi del mercato, nonché sul grado di raggiungimento degli obiettivi.

In definitiva, ciò che si richiede ad un consulente negli Stati Uniti non è molto dissimile agli standard che si vanno via via formando anche in Italia, dove l’analfabetizzazione finanziaria è ancora piuttosto frequente. Del resto, in Italia abbiamo già più di 500.000 investitori “over one million”, e sarà soprattutto a questi che viene oggi destinato uno stile di consulenza improntato al “modello americano”, con il quale le banche europee (le MiFID ne sono una valida testimonianza) vorrebbero rivaleggiare, per acquisire una posizione di leadership nel prossimo futuro.

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Orologi da investimento: il segreto è nel marchio. Alcuni esempi di “blue chips” da polso

Non è sufficiente che il tuo orologio di lusso abbia l’etichetta (e il prezzo) di un “luxury model” per avere un valore crescente nel corso degli anni, serve anche l’appartenenza ad un marchio di grande prestigio.

Come testimoniano gli appassionati di tutto il mondo, gli orologi di lusso sono molto richiesti quando si tratta di farne un investimento. Infatti, con i rendimenti a zero ed un mercato azionario sempre difficile, gli investitori più evoluti sono sempre più alla ricerca di nuove strade in cui investire in modo alternativo il proprio denaro. Gli orologi di lusso, contrariamente alle apparenze, sono caratterizzati da scambi molto vivaci (soprattutto in asta) nonostante non siano sottoposti alle norme stringenti di un mercato regolamentato.

Che cos’è un orologio di investimento e cosa lo differenzia da un orologio normale?

La dinamica del valore, naturalmente: un orologio normale di solito si deprezza nel tempo a causa della mancanza di domanda e di affinità con il marchio, mentre un orologio da investimento è simile a una proprietà di lusso, e conserva il suo valore o addirittura lo aumenta.

E’ questa caratteristica che costituisce il grande richiamo per i collezionisti di orologi e per coloro che vogliono investire in qualcosa di diverso dalle azioni, dalle obbligazioni o dagli immobili.

Per valutare i vantaggi dell’investimento in orologi di lusso, bisogna partire da un dogma assoluto: tutto sta nel nome (e su alcuni nomi, in particolare). Certo, gli orologi di lusso appartengono ad un’area di mercato piuttosto rarefatta, diciamo pure una classe a parte; ma anche all’interno di questa classe esiste una nicchia ancora più esclusiva, quella dei grandi nomi. Infatti, non è sufficiente che il tuo orologio venga etichettato come “di lusso” per avere un valore crescente nel corso degli anni, bensì deve inevitabilmente appartenere ad un marchio prestigioso, con una storia dietro ed una riconoscibilità mondiale che “fa status” per chi lo porta al polso (o sopra il polsino della camicia, come faceva qualcuno…).

Questo prestigio è qualcosa di cui possono vantarsi solo alcuni marchi; il loro valore, cioè, dipende interamente dal nome e dai riferimenti / modelli unici. Infatti, quello degli orologi di lusso è un settore che può essere associato, ancora più dei gioielli, a quello delle opere d’arte, e come queste non tutti i “pezzi” si apprezzano nel tempo. Si tratta di un mercato esigente, dove valore e apprezzamento sono dettati dai tempi, dalle tendenze e dall’incontro tra domanda e offerta. A volte, lo stesso modello, ma con numeri di riferimento diversi, può avere un prezzo notevolmente superiore rispetto a quello con un riferimento meno prestigioso.

Infatti, all’interno di marchi di alto valore come Rolex e Patek Philippe, il valore di alcuni modelli è crollato nel tempo, mentre quello di altri è cresciuto a dismisura, rappresentando il sogno di molti appassionati.

Pertanto, il mercato di questi beni è di fatto limitato ad un determinato numero di marchi, attorno ai quali gli acquirenti gravitano per via della loro liquidità ed il prezzo di rivendita nel tempo. Questa dinamica, però, mette inevitabilmente da parte i marchi meno noti, anche se i loro orologi sono bellissimi e di grande classe.

L’interesse verso i modelli più scambiati è tale che, se stai acquistando un Rolex GMT-Master vintage in acciaio con la scatola e documenti originali, allora è probabile che dovrai sborsare molto di più di quello che era il prezzo al dettaglio a cui è stato venduto nel corso della stessa giornata.

Alcuni orologi, specialmente nella nicchia vintage, potrebbero valere milioni se sono anche appartenuti a personaggi famosi di valore; il Rolex Daytona di Paul Newman, per esempio, è stato venduto nel 2017 per 17,8 milioni di USD, diventando il secondo orologio più costoso mai venduto in un’asta.

Relativamente ad orologi di lusso “più abbordabili” di quello appartenuto al grande Newman, il Rolex Submariner referenza 5512 è probabilmente uno dei Sub vintage più ambiti; il modello con quadrante Gilt 4-Line e documenti + scatola completamente originali potrebbe valere oltre 40.000 USD, mentre altri modelli popolari di Rolex, come il GMT-Master o GMT-Master II, sono saliti notevolmente di prezzo pur essendo più accessibili: quattro anni fa un GMT Master referenza 1675 si acquistava per meno di 7.000 USD, oggi sei fortunato se lo trovi sotto i 13.000 (con documenti e scatola.

Il Rolex Daytona (versione moderna o vintage in acciaio) ha avuto un percorso verso il successo a dir poco affascinante. Il periodo di massimo splendore è arrivato solo anni dopo la sua produzione, e per un certo periodo è rimasto a raccogliere polvere mentre altri modelli volavano dagli scaffali. Il suo improvviso exploit può essere attribuito alla scoperta tardiva della sua versatilità, e la sua produzione inizialmente limitata (si vendeva meno degli altri Rolex) oggi fa sì che l’offerta sia sempre inferiore alla domanda.

Il Patek Philippe Nautilus (In acciaio) è diventato oggi il modello più ricercato del marchio, in particolare il riferimento 5711, in acciaio inossidabile: il mercato secondario lo ha valutato oltre 50.000 USD, che supera di oltre 20.000 il suo prezzo al dettaglio che è di 29,800 USD, ed è quasi impossibile prenderne uno presso un rivenditore autorizzato.

Come ogni strumento di investimento, anche gli investimenti in orologi di lusso possono andare piuttosto male se non vengono condotte ricerche più che adeguate sul modello che interessa acquistare. Uscire fuori dal seminato, e comprare marchi diversi da quelli più prestigiosi può essere un salto nel buio, e probabilmente oggi è più sicuro scegliere i marchi più scambiati e, tra questi, i riferimenti / modelli con un buon track record.

A ciò si aggiunga che l’investimento in un orologio prestigioso ha un vantaggio riscontrabile solo nel mondo dei gioielli di alta gamma: è bello da vedere e da indossare anche (e soprattutto) per gli uomini.

Possibilmente sotto il polsino della camicia.

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Buona lettura !

 

L’economia mondiale cambia troppo velocemente. Ci attende un futuro alla “Blade Runner”?

Come nel celebre film di Ridley Scott, l’economia iper-tecnologica e i profondi cambiamenti della geografia umana accelerano la velocità di sviluppo delle innovazioni e aumentano il rischio di effetti collaterali per la qualità di vita.

Il mondo sta cambiando più velocemente che mai. Con miliardi di persone iper-connesse tra loro in una rete globale senza precedenti nella storia dell’Umanità, la Rivoluzione Digitale consente una diffusione quasi istantanea e senza attriti di nuove idee e innovazioni.

La Rete combina questa estrema connessione con i dati demografici in rapido cambiamento, spostando valori e atteggiamenti, creando crescente incertezza politica e, contemporaneamente, progressi esponenziali nella tecnologia.

Solo un cieco potrebbe non vedere i cambiamenti in corso, ed è chiaro a tutti che il prossimo decennio si appresta a diventare quello che segnerà una trasformazione storica nella Società Mondiale.

Allora, come possiamo impostare le vele della nostra nave per sfruttare le opportunità offerte da questo mare di cambiamenti?

Non senza difficoltà. La più evidente è quella di non essere in grado di interpretare le enormi quantità di dati disponibili sui cambiamenti del mondo. Per questo motivo, sta aumentando esponenzialmente la diffusione di video, capaci come sono di utilizzare la narrazione visiva per rendere le informazioni più accessibili e veloci.

I temi principali su cui il cambiamento si distribuisce vanno dallo spostamento della geografia umana all’evoluzione infinita del denaro; in mezzo, una immensa area di contenuti e informazioni alle quali è quasi impossibile stare dietro. Se proprio volessimo fare esercizio di sintesi, potremmo elencare alcune direttrici principali, ad ognuna delle quali sono collegati diversi sotto-gruppi di informazioni.

L’invasione tecnologica – Per la maggior parte della storia economica, le aziende leader a livello mondiale si sono sempre focalizzate sulle strategie di sviluppo industriale. Pionieri come Henry Ford e Thomas Edison hanno innovato nel regno fisico escogitando nuovi modi per riorganizzare la produzione ed il godimento di beni e servizi (rispettivamente la catena di montaggio per le auto e la lampadina a incandescenza per l’illuminazione). Di conseguenza, le aziende hanno investito enormi quantità di capitale per costruire fabbriche fisiche, pagare migliaia di lavoratori e costruire queste “cose”. Anche la maggior parte delle grandi società sono state costruite in questo modo: IBM, General Electric, Walmart e Ford sono solo alcuni esempi. Ma la realtà aziendale di oggi è molto diversa. Viviamo in un mondo di byte, e per la prima volta la tecnologia e il commercio si sono scontrati in un modo che rende i dati molto più preziosi degli oggetti fisici e tangibili. Ne è testimonianza il successo di aziende come Apple, Amazon e Microsoft, le quali hanno soppiantato in valore le tradizionali blue chips che costruiscono cose fisiche. Infatti, l’invasione tecnologica sta sfruttando la connettività, gli effetti di rete e l’intelligenza artificiale per creare piattaforme globali con cui è quasi impossibile competere. L’invasione tecnologica, per esempio, ha già preso il controllo della vendita al dettaglio (Amazon) e della pubblicità (Google e Facebook), e presto primeggeranno anche in altri settori come la Sanità, la Finanza e l’istruzione.

L’evoluzione del denaro – Nel mondo moderno, la definizione di denaro è più sfocata che mai. Le banche centrali, a seguito della grande crisi finanziaria del 2008, hanno optato per creare miliardi di dollari di valuta dal nulla, e oggi si fa strada la tecnologia blockchain, capace di creare le c.d. criptovalute. Indipendentemente da ciò che è denaro e cosa non lo è, le persone ne prendono in prestito quantità record: il mondo ha accumulato oggi 247 trilioni di USD di debiti, di cui 63 trilioni presi in prestito dai governi centrali:

La distribuzione della ricchezza – il panorama della ricchezza sta cambiando. Amazon e Apple valgono oltre 1 trilione di dollari, Jeff Bezos ha una fortuna di oltre 100 miliardi di dollari e l’attuale mercato al rialzo è il più lungo della storia moderna. Questa crescita continuerà? E se sì, da dove verrà?

Promesse orientali – L’ascesa economica della Cina è stata una storia avvincente per decenni, ma fino ad oggi siamo stati in grado di vedere solo un’anteprima di ciò che la superpotenza orientale sarà in grado di realizzare nei prossimi anni su una scala sconcertante per molti. Infatti, la Cina ha oltre 100 città con oltre 1.000.000 di abitanti. Queste città, molte delle quali sconosciute ai più, hanno ciascuna economie impressionanti costruite su fabbriche, produzione di risorse naturali o economia dell’informazione. Ad esempio, il delta del fiume Yangtze – una singola regione che contiene Shanghai, Suzhou, Hangzhou, Wuxi, Nantong, Ningbo, Nanchino e Changzhou – ha un PIL pari a 2,6 trilioni di USD, che è più dell’Italia.

Accelerazione del progresso tecnologico – Parlando di progresso tecnologico, il tasso di cambiamento sta diventando sempre più veloce. Ogni anno porta in grembo sempre più progressi tecnologici rispetto a quello precedente, confermando la validità di teorie come la legge dell’accelerazione dei rendimenti ipotizzata da Ray Kurzweil già decenni fa.

Non solo la velocità del cambiamento sta diventando più veloce, ma per vari motivi i mercati sono in grado di adottare più rapidamente le nuove tecnologie. Infatti, i nuovi prodotti possono raggiungere milioni di utenti in pochi mesi, come è successo con il gioco Pokémon Go, che nel 2017 ha accumulato 50 milioni di utenti in soli 19 giorni. Per fare un paragone, le automobili ci misero 62 anni a raggiungere quella cifra, il telefono 50 anni e le carte di credito 28 anni.

La rivoluzione verde – Non è un segreto che la nostra civiltà sia nel mezzo di uno spostamento sistemico verso fonti di energia più sostenibili. Studi autorevoli dimostrano che, negli ultimi due secoli e mezzo, l’energia che utilizziamo per alimentare lo sviluppo non è stata permanente o statica nel corso del tempo. Pertanto, con la velocità con cui la tecnologia oggi si muove, ci si deve aspettare che le nostre infrastrutture energetiche si evolvano a un ritmo ancora più intenso di quanto abbiamo sperimentato prima.

Geografia umana mutevole – I dati demografici globali cambiano sempre, ma l’ondata di marea della popolazione nei prossimi decenni ridisegnerà completamente l’economia globale. Nei paesi occidentali e in Cina, le popolazioni si stabilizzeranno a causa dei tassi di fertilità e della composizione demografica. Nel frattempo, nel continente africano e in tutto il resto dell’Asia, le popolazioni in forte espansione, combinate con una rapida urbanizzazione, si tradurranno nella crescita di megalopoli che potranno contenere fino a 50 milioni di persone. Entro la fine del 21° secolo, l’Africa da sola potrebbe contenere almeno 13 megalopoli più grandi di New York:

Le relazioni commerciali internazionali – Basandosi sul consenso degli economisti sul libero scambio, i paesi di tutto il mondo hanno costantemente lavorato per rimuovere le barriere commerciali fin dal secondo Dopoguerra. Oggi, però, sembriamo intrappolati in un paradosso commerciale in cui i politici si dichiarano favorevoli al libero scambio, ma spesso agiscono nella direzione opposta. La dimostrazione di ciò è data dalla guerra commerciale tra USA e Cina, o dai continui stop ai nuovi trattati commerciali internazionali, bloccati (tra i molti motivi) dalle nuove tendenze protezionistiche degli stati.

La conclusione di tutta questa analisi è logica: poiché le nuove tecnologie vengono create a un ritmo sempre più rapido, e vengono adottate a velocità record dai mercati, è corretto affermare che il futuro potrebbe arrivare a un ritmo vertiginoso, con tutto il suo portato di possibili controindicazioni e contraddizioni sociali: sovrappopolamento di alcune aree geografiche continentali e natalità negativa di altre, conseguenti migrazioni di massa (quelle di oggi nell’area del Mediterraneo sono solo un assaggio di ciò che succederà nei prossimi 10 anni…), inquinamento dell’aria che respiriamo, scarsità di cibo e continua ricerca di metodi di produzione aumentata delle colture di base, estremo divario nella distribuzione della ricchezza mondiale, ed altri “effetti collaterali”, che fanno sembrare il futuro più prossimo del tutto simile a quello vagheggiato nel visionario (a quei tempi) mondo del film “Blade Runner”.

Come affrontare questo futuro così incerto e quasi scontato, dipende dalla capacità dell’attuale élite economica, ancora troppo affascinata dalle ipotesi di crescita senza conseguenze, di mettere da parte i piani di sviluppo tradizionali, aggiornandoli con la semplicità di un ragioniere: minori risorse nei settori che creano i problemi, e maggiori in quelli che li risolvono, rendendo gradualmente obsoleti i primi.

Tutto questo, evitando di pensare ai replicanti e alle macchine volanti.

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Banche e reti, la tecnologia guida le nuove professioni. Un futuro da consulenti digitali?

L’intelligenza umana continuerà a superare quella delle macchine ancora per molto tempo, ma l’aumento della tecnologia migliorerà l’esperienza dei clienti.

Sembra lontana un secolo l’epoca in cui i consulenti – promotori a quel tempo – viaggiavano con la valigetta piena zeppa di moduli “pronti all’uso”, da compilare e poi scaricare alla segreteria del proprio ufficio per la spedizione. Al resto, ossia alla verifica delle firme e della correttezza della compilazione, ci pensava la sede, mentre la copia-cliente era l’unica prova dell’investimento per il risparmiatore, prima che arrivasse via posta (dopo un mesetto) la tanto sospirata conferma per via postale. Oggi, invece, la tecnologia applicata dalle aziende alla relazione commerciale con i clienti si sta facendo strada un tutti i settori, anche in quello delle banche-reti, dove il contatto visivo/fisico tra consulenti e investitori (soprattutto quelli di età over 50) è ancora un caposaldo di solidità e continuità nel rapporto professionale.

Non ci sorprende, pertanto, che i professionisti della finanza possano procedere all’identificazione dei propri clienti attraverso sessioni audio/video protette, relazionandosi con loro “a distanza”, grazie ad un sistema che garantisce la cifratura del canale di comunicazione audio/video e l’identificazione chiara dell’interlocutore, registrando e conservando l’intera sessione dopo aver ottenuto il consenso del cliente alla privacy. Allo stesso modo, non è una novità che tutta questa tecnologia, ed i processi ad essa collegati, debbano essere progettati, creati, aggiornati ed infine gestiti da risorse umane che entrano a pieno titolo nel novero delle nuove professioni legate al mondo bancario.

Secondo un recente rapporto di HSBC (“Human Advantage: The Power of People”) l’intelligenza umana continuerà a superare quella delle macchine ancora per molto tempo, ma l’aumento della tecnologia migliorerà l’esperienza dei clienti, soprattutto di quelli appartenenti alla fascia dei c.d. millennials. In sintesi, l’intelligenza artificiale non sostituirà l’intelligenza umana, ed il segreto del successo delle banche risiederà nella loro capacità di mescolare la migliore tecnologia con il sapere delle persone”.

Relativamente alle nuove competenze richieste dal mondo bancario e finanziario, HSBC prevede che in futuro saranno importanti sei ruoli, e più precisamente quelli di:

Mixed Reality Experience Designer, ossia di colui che sovrappone i dati nel mondo fisico per creare personaggi o oggetti immaginabili e localizzarli nello spazio fisico come se fossero reali. Questo nuovo ruolo si adatta meglio a chi possiede competenze in design estetico, marchi, esperienza dell’utente e meccanica 3D.

Algorithm Mechanic, che ha il compito di supervisione degli algoritmi necessari ad ottimizzare l’esperienza del cliente bancario nel suo rapporto con la macchina. Questo ruolo richiede competenze nella gestione del rischio, nella progettazione dei servizi e nell’educazione finanziaria, piuttosto che nella competenza tecnologica.

Conversational Interface Designer, il quale aiuta a sfruttare al meglio i c.d. chatbot vocali e di testo, e supervisiona la costruzione di interfacce per sorprendere piacevolmente. Questo ruolo richiede un mix di abilità creative e linguistiche.

Universal Service Advisor, ossia colui che combina la conoscenza del prodotto e del dominio con un’eccellente “comunicazione empatica” con i clienti. Ciò richiede un buon livello di conoscenza delle principali tecnologie di comunicazione, comprese le prestazioni in un ambiente virtuale.

– Il Digital Process Engineer analizza, assembla e ottimizza i crescenti flussi di lavoro derivanti dalla crescita esponenziale delle informazioni da gestire ed archiviare, massimizzando la produttività e minimizzando l’attrito.

– Il Partnership Gateway Enabler monitora e aiuta a gestire la complessa rete di relazioni che nasce dai nuovi modelli di business, e garantisce che le prestazioni siano conformi alle normative.

Secondo Tom Cheesewright (di Applied Futurist, coautrice del rapporto insieme ad HSBC) mentre le macchine continueranno ad assumere maggiore importanza nei processi più “robotici”, una maggiore enfasi verrà data alle nostre risorse “più umane”, come la curiosità, la creatività e l’empatia: Grazie a queste, per fortuna, continueremo a distinguerci dalle macchine.

Sempre secondo il rapporto di HSBC-Applied Futurist, l’apprendimento permanente e la necessità di migliorare le competenze dei dipendenti diventeranno essenziali durante tutto il periodo in cui ci sarà carenza, come adesso, di candidati qualificati nelle discipline digitali. Pertanto, si prevede un aumento degli investimenti, da parte delle banche-reti, in risorse umane e nel loro sviluppo personale, le quali dovranno abituarsi a vedere tutto attraverso un “obiettivo digitale”, cambiando la propria mentalità ed offrendo un’esperienza migliore ai clienti.

Se non è chiaro, si tratta di una vera rivoluzione del lavoro nel mondo delle banche e delle reti di consulenza, che irrimediabilmente segnerà la necessità di un aumento delle competenze degli stessi consulenti nelle discipline digitali.

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La difesa del patrimonio dagli attacchi esterni: fondo patrimoniale, atti di destinazione traslativi e usucapione

Gli strumenti di protezione patrimoniale, anche se adottati con un tempismo credibile, non hanno tutti la stessa efficacia.

Per coloro che si vogliano avvicinare alla materia dell’Asset Protection Advisory, c’è da dire che il nostro Ordinamento prevede il ricorso ad alcune norme, ognuna delle quali risponde ad una propria specifica finalità, a seconda che serva a tutelare i beni facenti capo alle attività imprenditoriali o a quelli inerenti la famiglia.
In ambito prettamente familiare, in particolare, diversi sono gli strumenti di pianificazione e protezione del patrimonio (anche dell’imprenditore nella sua veste di persona fisica e non di uomo-azienda). Il primo tra questi è il Fondo Patrimoniale, il quale rientra nelle c.d. convenzioni matrimoniali.
Si tratta di uno strumento che attribuisce un primo livello di protezione, attraverso il quale uno dei coniugi o entrambi vincolano determinati beni destinandoli ai bisogni della famiglia. In tal modo, i beni individuati (immobili, auto e motoveicoli, titoli di credito e altro) costituiscono un patrimonio separato la cui funzione è quella di soddisfare i diritti di mantenimento e assistenza di tutti i componenti della famiglia.
In teoria, i coniugi non possono disporre dei beni che formano il fondo per scopi estranei agli interessi della famiglia né i creditori particolari dei coniugi (per obblighi sorti per scopi estranei ai bisogni della famiglia) possono soddisfare i loro diritti sui beni oggetto del fondo patrimoniale stesso. Infatti, relativamente alla sua opponibilità ai creditori, il fondo patrimoniale è suscettibile di revocatoria fallimentare, così come di revocatoria ordinaria, qualora la sua costituzione sia avvenuta in una fase immediatamente successiva all’assunzione del debito con la consapevolezza di arrecare pregiudizio agli interessi del creditore (smettendo quasi subito di pagare, per esempio, le rate di un mutuo). Pertanto, solo in presenza di interessi concretamente meritevoli di tutela (es. figli con disabilità, genitori conviventi molto anziani, familiari conviventi con gravi problemi di salute), la costituzione del fondo patrimoniale rende i beni conferiti scarsamente aggredibili, riducendo efficacemente la garanzia generale spettante ai creditori sul patrimonio dei debitori.
Con l’atto di destinazione, un soggetto può sottrarre alla garanzia patrimoniale (quella sancita dall’art. 2740 del Codice Civile), uno o più beni immobili o beni mobili registrati (auto e moto veicoli, natanti) appartenenti al suo patrimonio, imprimendo su di essi un vincolo di destinazione strumentale al soddisfacimento di interessi meritevoli di tutela, con beneficiari determinati (generalmente, i figli, ma non solo). Anche l’atto di destinazione, quindi, costituisce un patrimonio autonomo ma, a differenza del fondo patrimoniale, ha il vantaggio di poter essere costituito da chiunque (compresi single e coppie di fatto), e la sua finalità si estende a un più generico interesse meritevole di tutela. Ad esempio, questo strumento può essere utilizzato per la tutela dei figli minori a seguito di separazione e divorzio da parte dei genitori, oppure per la tutela di figli naturali da parte delle coppie di fatto; oppure ancora per la tutela dei nipoti da parte dei nonni.
Relativamente alla opponibilità verso i creditori, l’atto di destinazione, per essere veramente efficace, dovrà essere di natura traslativa, dovrà cioè accompagnarsi ad un negozio giuridico (tipicamente la donazione) che ne trasferisca la proprietà ad un altro soggetto. Diversamente, si tratterebbe di un “negozio destinatorio puro”, caratterizzato da un vincolo di auto-destinazione unilaterale che non avrebbe adeguata tutela contro le pretese di creditori di qualsivoglia natura.
L’elemento traslativo, ad esempio, si potrà perfezionare tramite la donazione della sola nuda proprietà. Questa potrà essere perfezionata, a sua volta, anche con un patto di riversibilità, che limiterà comunque l’efficacia degli eventuali futuri atti di disposizione (es. successiva vendita da parte del donatario) verso i terzi senza l’assenso liberatorio espresso del donante. Sommata ad un atto di destinazione, la donazione con patto di riversibilità darà al donante un controllo indiretto del bene, e se l’atto di donazione è avvenuto in un tempo lontano dall’insorgenza di una controversia o da una situazione che ha impedito di onorare un debito, consentirà di opporre, ai terzi che volessero aggredire il bene tramite revocatoria, un periodo di tempo talmente lungo (coincidente con la fine temporale del vincolo) da far preferire loro soluzioni transattive a qualunque altra di natura giudiziale, certamente più logorante e dall’esito comunque incerto.
La protezione legale del patrimonio si realizza anche tramite l’istituto dell’Usucapione, che ha un effetto retroattivo e fa discendere il passaggio di proprietà all’inizio dei 20 anni che precedono la sentenza. Questa norma apre un ventaglio di opportunità, tra le quali è bene distinguere quelle messe in atto in frode ai creditori da quelle che, pur raggiungendo il medesimo risultato di opporre resistenza alle istanze di un creditore, vengono perseguite a tutela di interessi meritevoli di tutela morale e sostanziale.
Delle prime fanno parte le cause fittizie di usucapione incardinate al solo scopo di opporsi ai pignoramenti (un terzo compiacente dichiara di aver avuto possesso della casa per oltre venti anni, e avvia la causa di opposizione all’esecuzione contro il creditore che sta effettuando il pignoramento sull’immobile oggetto di esecuzione). Per fare un esempio pratico, ipotizziamo che una persona abbia contratto un debito con la banca che ha iscritto ipoteca sulla casa. Se egli, una volta caduto in disgrazia finanziaria, vendesse o donasse l’immobile per sottrarlo ai creditori, l’atto sarebbe soggetto a revocatoria per 5 anni, e l’istituto di credito potrebbe sempre sottoporre il bene ad esecuzione forzata. Per evitare tutto ciò, il debitore si accorda con un cugino per trasferirgli l’immobile mediante usucapione, e la sentenza, avendo effetto retroattivo (20 anni), sancirà che quel familiare era già proprietario prima della nascita del debito e dell’ipoteca stessa, rendendo impossibile il pignoramento.
In questi casi, l’unica tutela per il creditore è quella di agire con la causa di “opposizione di terzo”, ma risulterà molto difficile per lui dimostrare che la sentenza di usucapione è l’effetto di un dolo (il legame di parentela non rileverebbe in presenza delle prove inoppugnabili che i due consanguinei metterebbero in atto con complice tempismo).
Ma non sempre le cause di usucapione fittizie nascondono intenti poco onorevoli. Esistono, infatti, atti compiuti dai patrimonials a favore dei figli più che quarantenni, abitanti (per necessità, per convenzione familiare etc) in una delle case di proprietà degli anziani genitori; tutti questi atti, evidentemente, sono finalizzati a proteggere l’interesse legittimo del congiunto (e della sua famiglia) alla continuità abitativa, che adesso viene messa a rischio dall’azione di un creditore, nonostante l’ingresso del figlio nell’abitazione sia avvenuto quando i proprietari neanche immaginavano di poterla mettere a rischio per via di eventi che si sarebbero verificati solo molti anni dopo.
In casi come questo, l’usucapione diventa il mezzo migliore non solo per evitare la donazione (che è sempre revocabile) ed eliminare i costi notarili, ma anche per trasferire la proprietà di un bene accertando che il suo possesso sia stato esercitato, per almeno 20 anni, da una persona diversa del proprietario, che a sua volta si sia comportato come l’effettivo titolare dell’immobile, magari sostenendo spese di ristrutturazione o intestandosi le utenze.
In definitiva, nel pieno rispetto della legge, e senza la tipica conflittualità che, in casi diversi da quelli descritti, sussiste nelle cause di usucapione tra il titolare dell’immobile ed il suo possessore, l’accertamento dell’usucapione può avvenire senza alcun giudizio né costo. È sufficiente un semplice accordo tra le parti, ed anzi è la stessa legge che favorisce, con il ricorso alla Mediazione Obbligatoria, il raggiungimento di un’intesa per evitare il ricorso al tribunale. Sul punto, però, la Corte di Appello di Reggio Calabria ha stabilito che, per essere validamente opposta ai creditori, è necessario che l’usucapione venga dichiarato dal giudice e non in sede di mediazione, dal momento che in giudizio c’è sempre un giudice che verifica l’eventuale frode ai creditori, mentre nel corso della mediazione questa garanzia non c’è.

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Mercato immobiliare in Campania, prosegue il calo delle compravendite. A Napoli prezzi in flessione

Il mercato napoletano degli immobili e della Campania è “a due facce”, ad ognuna delle quali corrisponde un diverso andamento, solo in apparente contraddizione con quello dell’altra.

Per chi osserva i prezzi sul campo, è evidente come la congiuntura economica italiana stia penalizzando anche l’andamento del ciclo immobiliare dell’intero Paese.

Il mercato immobiliare della Campania – ed in particolare modo quello di Napoli – non si discosta dal dato nazionale”, ci racconta Domenico Amicuzi, Real Estate Specialist di una primaria rete nazionale. “Esso denota come la flebile crescita del prodotto interno lordo, abbinata ad un mercato del lavoro molto instabile, si ripercuote inesorabilmente sul rallentamento della crescita del mercato immobiliare Italiano”. Infatti, nel secondo trimestre 2019 si è comunque registrato un incremento a livello nazionale (seppur meno marcato rispetto al primo trimestre) del numero compravendite, pari al 3.9% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. A fare da traino nel periodo compreso tra Aprile e Giugno sono state le regioni del Centro Italia e le Isole, che registrano rispettivamente un +4.4% ed un +4.3%. In leggera flessione l’incremento nelle regioni del Nord Italia (+3.8%), con il Sud fanalino di coda (+3%).

Relativamente al mercato immobiliare residenziale di Napoli, nel corso del secondo trimestre del 2019 si sono scambiate meno abitazioni rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con un saldo negativo pari a -3.2%, che segue il calo del -1.3% del primo trimestre dell’anno in corso. “Analizzando nello specifico questo dato”, prosegue Amicuzi, “emerge come il mercato napoletano degli immobili, ed in generale quello della Campania, è “a due facce”, ad ognuna delle quali corrisponde un diverso andamento, solo in apparente contraddizione con quello dell’altra: vendite a rilento per quanto riguarda le unità immobiliari usate, in significativo aumento (+ 3.5%), invece, per le nuove abitazioni”.

Nel capoluogo Campano, i prezzi di vendita hanno segnato una variazione negativa del -0.3%, attestandosi ad un valore medio di 3.900 euro al metro quadro, con un picco di 5.3000 euro al mq nelle zone di maggior pregio della città.

Per quanto riguarda i tempi medi di vendita, Napoli si allinea alla media nazionale, attestandosi a 5 mesi come periodo medio di conclusione di una trattativa di acquisto.

Le performance non entusiasmanti si registrano anche in relazione al mercato immobiliare non residenziale o terziario, che in Campania ed a Napoli continua ad esprimere valori al mq in diminuzione sia per i negozi che per gli uffici (rispettivamente -0.3% e -0.7%). Le unità immobiliari ad uso commerciale dislocate nella periferia di Napoli hanno evidenziato una diminuzione dei prezzi del -1.2%, con una media di € 3.290 al metro quadro, mentre i locali commerciali situati nella zona centrale hanno registrato un incremento del +1.1% su base annua, con una quotazione media di € 5.400 al metro quadro.

Per quanto concerne i rendimenti lordi provenienti dalla locazione di unità immobiliari ad uso ufficio e ad uso commerciale, si riscontra una tendenza alla stabilizzazione, con una remunerazione lorda su base annua che si attesta mediamente tra il 5.5% ed il 6%.

Se volessimo azzardare delle previsioni, durante i mesi finali del 2019 le dinamiche economiche fanno propendere per la prudenza. Mentre per il numero delle transazioni residenziali l’orientamento è quello di ipotizzare un leggero incremento rispetto al 2018 (grazie anche alla spinta derivante dai tassi dei mutui al minimo storico), per il mercato immobiliare terziario si prevede una certa stabilità dei prezzi e del numero di compravendite.

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La crisi del mercato immobiliare continuerà ancora a lungo. Siamo ancora dentro la “Grande Scommessa”?

Ha ancora senso parlare degli immobili come un investimento della vita? Oppure siamo ancora dentro l’onda della crisi cominciata nel 2008?

In generale, per comprendere bene ciò che succede oggi , dobbiamo ricordare cosa è accaduto ieri. E se non lo ricordiamo, dobbiamo chiedere a chi ha buona memoria.
A volte, ci viene in aiuto il Cinema, che con il cult-movie “La Grande Scommessa” (“The Big Short”, USA 2015) vi farà conoscere il passato recente in modo chiaro e, grazie alla storia tracciata con maestria da Adam McKey, vi farà comprendere come ciò che succede oggi al mercato immobiliare è la diretta conseguenza di ciò che succedeva circa dieci anni fa negli Stati Uniti.
Qualora non abbiate voglia di vedere il film, vi raccontiamo noi brevemente.
In quell’epoca assai vicina accadeva che il prezzo delle case veniva “drogato” dalla estrema facilità con la quale venivano concessi i mutui. Il meccanismo perverso era questo:

  • le banche davano il mutuo a chiunque, anche ai disoccupati, ma a tasso variabile;
  • tutti costoro compravano casa, anche più di una;
  • ogni sei mesi, per qualche anno, il valore della casa aumentava anche del 20%, grazie al libero accesso al credito bancario e alla domanda di case che cresceva di settimana in settimana;
  • coloro che avevano stipulato il mutuo, ogni sei mesi chiedevano di rinnovarlo, per monetizzare la plusvalenza; le banche periziavano la casa, deliberavano in 48 ore il nuovo valore, e drenavano liquidità sui conti dei titolari;
  • questi, in tal modo, mantenevano un elevato tenore di vita, acquistavano ogni sorta di diavoleria elettronica e potevano permettersi di pagare le rate del mutuo che diventavano più alte ad ogni rinnovo;
  • nel frattempo, le banche d’affari “cartolarizzavano” i mutui, cioè li prendevano in quantità, senza alcuna distinzione, e li impacchettavano dentro obbligazioni a cui le agenzie di rating – quelle che oggi sono diventate irreprensibili censori di stati e grandi aziende – attribuivano generosamente la valutazione massima della doppia o tripla A;
  • non appena i tassi sono saliti in modo apprezzabile, le rate di mutuo a tasso variabile sono diventate insostenibili, dal momento che, ogni volta che i titolari avevano monetizzato la plusvalenza realizzata sulla casa, i mutui venivano rinnovati con un importo superiore rispetto a quello iniziale;
  • le rate, divenute pari anche al triplo rispetto a qualche anno prima, non venivano più pagate, e le case andavano all’asta (in USA queste procedure esecutive durano al massimo tre mesi, non tre anni come in Italia);
  • gli acquisti delle case si sono fermati nel giro di pochissimo tempo, mettendo in ginocchio il settore dell’edilizia abitativa, ed il prezzo degli immobili è crollato, insieme alle obbligazioni c.d. “subprime” (quelle con dentro i mutui), che diventavano carta straccia;
  • la gente ha perso casa e lavoro, e centinaia di banche sono fallite. La crisi si è propagata presto in tutto il mondo, con un effetto domino che ha messo in dubbio persino la validità del c.d. Modello Economico Capitalistico, trasformandolo fin dalle sue fondamenta.

Questa la trama del film, tratto da una storia vera, nel quale i protagonisti – un piccolo gruppo di analisti finanziari dell’epoca – comprendono in anticipo cosa stia succedendo e, appunto, scommettono tutto quello che hanno sul crollo delle obbligazioni e dei mercati, vincendo una vera fortuna.

La domanda è: siamo usciti da quel tunnel, o siamo ancora dentro la “Grande Scommessa”?

Tranquilli, qui da noi le banche danno i soldi solo ai grandi imprenditori (anche con garanzie insufficienti) e, tra i comuni mortali, li danno a chi i soldi già li ha ma non vuol privarsene. Il resto della ciurma sta nella stiva. Pertanto, l’effetto subprime in Italia ha avuto inizio quando le banche italiane hanno smesso di erogare il credito, terrorizzate dalla possibilità che le piccole e medie imprese, strette nella morsa della crisi, non potessero onorare gli impegni.

Comportamento illogico e, sotto certi aspetti, veramente miope: proprio in un momento di crisi le aziende con un business robusto ma temporaneamente in difficoltà sono da sostenere con il credito, non da abbattere con immotivati rientri nei fidi… Ma si sa, la qualità dei banchieri italiani è quella che è.

Il 2010 passerà alla storia del credito come l’anno in cui le banche italiane hanno dato “budget zero” sui mutui alla rete commerciale.

Avete capito bene: zero.

In pratica, hanno detto alla propria rete commerciale di non farne; e ai clienti che li chiedevano, non potendo dire “non facciamo mutui”, le banche frapponevano indagini patrimoniali fino al ramo familiare del sesto grado.
Niente mutui, niente compravendite di case. Anche da noi, quindi, il loro prezzo è sceso di brutto; si va dal -35% di Palermo ad un buon -20% di Milano e Roma.

E’ ancora conveniente investire in immobili? Ha ancora senso parlare degli immobili come un investimento della vita, “tanto salgono sempre di valore”?

Propendiamo per il no ad entrambe le domande, e la lezione proveniente dagli USA dovrebbe insegnarcelo. In Italia, infatti, siamo di fronte ad un cambio di era geologica dal punto di vista immobiliare, solo che stentiamo a prenderne atto.

Diversi sono i fattori che dovrebbero imporci di fare molta attenzione all’acquisto di case che non servano a soddisfare la loro funzione di servizio primaria, e cioè abitarci dentro. Innanzitutto, le quotazioni, nel lungo periodo, sconteranno un ulteriore calo dei valori per via della massiccia migrazione di giovani in altri paesi. Infatti, la partenza dall’Italia di decine di migliaia di “futuri acquirenti immobiliari” ogni anno, ha effetti durevoli sulle quotazioni future, e condiziona fortemente le previsioni sui prezzi. Inoltre, a questo scenario dobbiamo aggiungere il subentro, nel mercato delle compravendite, di famiglie straniere (oggi circa sei milioni di non-italiani residenti in Italia) i cui modesti mezzi finanziari garantiscono una copertura solo per gli immobili non di pregio e più popolari.

Inoltre, avete notato come oggi alcune banche si propongano come agenzie immobiliari? Non si tratta certo dell’apertura di un nuovo business, ma di una spia della crisi del mercato. Il motivo ricade squisitamente sui problemi di bilancio: se una banca manda un immobile all’asta per crediti insoluti, dovrà iscriverlo a bilancio con un valore inferiore, e quindi inserire a riserva quei capitali che verrebbero così distratti dal business principale, ossia fare credito. Se lo vende al mercato, praticando anche uno sconto medio del 20%, la banca evita il penalizzante prezzo d’asta a riserva obbligatoria ed il suo bilancio “respira”, ma sul mercato arrivano immobili a sconto che abbassano o tengono ferme al ribasso le quotazioni medie delle case, soprattutto quelle di quadratura più grande, costruite per i baby boomers.

Gli amici agenti immobiliari, pertanto, non hanno niente da temere (i debitori, sì).

In ultimo, ma non meno importante (forse, l’elemento più importante di tutti), la riforma del catasto spezzerà il mercato delle compravendite immobiliari. Le transazioni, infatti, avranno come base imponibile i valori OMI (Osservatorio Immobiliare Agenzia delle Entrate), e questo determinerà un ulteriore calo delle quotazioni per via di una maggiore tassazione. A ciò si aggiunga che:

  1. gli immobili sconteranno imposte di successione e donazione sempre più elevate, tanto che parte delle case dovrà essere gradualmente venduta dai grandi detentori di immobili per approntare la liquidità necessaria agli eredi per pagarle;
  2. il c.d. rischio del conduttore, ossia gli insoluti da locazione e le spese da ristrutturazione straordinaria, per via della crisi e della sempre maggiore età media degli immobili, aumenterà a dismisura;
  3. le case sono caratterizzate da scarsa liquidabilità;
  4. il loro reddito è da tassare…

Insomma, è cambiato il vento: comprare immobili da puro investimento non è più conveniente, e tutti noi stiamo inesorabilmente passando dall’”Era Immobiliare” all’”Era dell’Abitazione”.

Non è come la scomparsa dei dinosauri, ma poco ci manca.

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Millennials e consulenti finanziari, un rapporto difficile. I giovani investitori costretti ad utilizzare app e piattaforme digitali

Il modello tradizionale di addebito delle commissioni, basato sulle masse amministrate, rende i clienti più giovani poco attrattivi per i consulenti. Allora, a chi deve rivolgersi oggi un millennial per le sue esigenze finanziarie?

Oggi, in Italia, le quote di mercato del risparmio sono suddivise in maniera netta e inequivocabile: 12% ai consulenti finanziari (sia non autonomi che indipendenti), 12% alle poste, 76% alle banche tradizionali. Il primo, in particolare, sembra inaccessibile ai millennials, e per il futuro non si intravede una soluzione al problema senza sfruttare la tecnologia.

Per capire meglio le dimensioni della questione, mettiamoci nei panni di uno dei 6 milioni di millennial italiani, e immaginiamo di essere uno di loro, mentre facciamo i primi passi importanti nella carriera; è il momento migliore per pensare di comprare la nostra casa o di sottoscrivere un fondo pensione o un programma di accumulo per un acquisto futuro. Pertanto, potremmo pensare di rivolgerci ad un consulente finanziario ma……quale consulente è disponibile per un cliente come un millennial, senza risparmio già accumulato ma con bisogni e necessità come tutti gli altri?

In Italia i consulenti raramente rifiutano di incontrare un cliente giovanissimo e senza risparmio (anche perché egli avrà certamente dei genitori “patrimonials” a cui rivolgersi in seguito), ma questa disponibilità non durerà ancora a lungo. Già oggi, per esempio, nel Regno Unito nessun consulente finanziario accetta di lavorare per i millennials, i quali sono così costretti a rivolgersi a singoli brokers per specifiche esigenze, frammentando con estremo disagio la platea dei propri interlocutori. In Italia, la situazione non è molto diversa, ed il concetto di “fare numero” è già stato sostituito da tempo da quello di “fare massa”, possibilmente attraverso clientela con patrimonio consolidato e di buona entità. Pertanto, a meno che un giovane investitore non abbia uno stipendio elevato, una grande eredità o sia all’inizio di una carriera potenzialmente redditizia, è probabile che il consulente non sia in grado di guadagnare in maniera soddisfacente, ed è altrettanto probabile che gli dedicherà poco tempo.

Non è una questione di “cinismo professionale”, ma una sorta di selezione naturale indotta dal modello retributivo di reti e consulenti, calcolato sulle masse, e dalle politiche di marketing delle banche-reti, rivolte oggi quasi esclusivamente alla clientela “di pregio” che consente – ancora per quanto? – di realizzare ricavi adeguati. Infatti, le modalità tradizionali di addebito delle commissioni al cliente – noto nel settore come modello ad valorem – rende i clienti più giovani e asset-light poco attrattivi.

Alla luce di queste considerazioni, a chi deve rivolgersi oggi un millennial per ricevere assistenza riguardo le sue esigenze finanziarie?

Da qualche tempo vengono in aiuto nuovi servizi digitali, con i quali si tenta di colmare il “divario di consulenza” tra clienti patrimonials e clienti più giovani, e alcune di questi sono così innovativi, eleganti e convenienti, che potrebbero far temere per la tenuta della professione di consulente tradizionale per il futuro imminente. Stiamo parlando di Internet, naturalmente, e delle piattaforme di consulenza online, le quali stanno venendo incontro alle sempre più pressanti richieste provenienti dai millennials in materia di finanza.

Il motivo di tanto fervore innovativo è rintracciabile nelle previsioni di sviluppo di questo segmento di investitori, il quale è previsto in aumento numerico esponenziale nel prossimo decennio. In Italia, la sostanziale scomparsa della classe media e la decrescita sostenuta del reddito disponibile delle famiglie hanno causato, negli ultimi quindici anni, la mancata creazione di nuovo risparmio e, relativamente al mercato dei servizi finanziari, hanno aumentato a dismisura il numero dei clienti ritenuti oggi “meno interessanti” (da 100.000 euro in giù) dalle banche-reti. I millennials, poi, si collocano all’interno di una fascia ancora inferiore (tra 0 e 50.000 euro di risparmio), e quindi hanno serie difficoltà a farsi prendere sul serio da un consulente navigato e alla ricerca di masse che compensino la continua diminuzione dei margini di ricavo a cui le reti commerciali sono state costrette dal 2008 ad oggi.

Tutto ciò ha notevoli conseguenze anche sul futuro della professione di consulente. Infatti, i consulenti finanziari che ricadono nella fascia d’età 30- 40 anni dovranno affrontare una vera e propria sfida per trovare la loro “prossima generazione” di clienti, una volta che quella dei patrimonials (i genitori dei millennials, nella fascia di età over 65) si sarà esaurita per intervenuti limiti di vita. Probabilmente, il modello economico basato sulle masse dovrà lasciare il posto a quello basato sul servizio e sulla parcella, il quale oggi trova un muro invalicabile nel vincolo di mono-mandato a cui devono sottostare i consulenti finanziari. In tal senso, il modello anglo-sassone (che dà al consulente autonomo la possibilità di occuparsi direttamente delle operazioni di acquisto presso qualunque banca “depositaria”) è certamente più avanzato del nostro.

Così, i millennials hanno trovato nelle piattaforme di investimento fai-da-te, letteralmente esplose negli ultimi tre anni, un contenitore di servizio dove poter gestire le proprie esigenze legate al denaro, sviluppando, insieme alla dimestichezza nell’uso della tecnologia, l’idea che si possa investire con successo anche senza il supporto di un consulente. I gestori patrimoniali digitali online (come Moneyfarm) oggi invitano gli aspiranti investitori a presentare il loro orizzonte temporale di investimento e le loro opinioni sul rischio, suggerendo loro il miglior fondo di investimento. Questo approccio rappresenta esattamente ciò che vuole un millennial, il quale cerca soluzioni semplici a quesiti altrettanto semplici: come accumulare, quale mutuo scegliere, quali commissioni pagare…il tutto in tempo reale, con poca spesa e senza interagire eccessivamente con qualcuno.

Peraltro, nel corso dei prossimi 20 anni, i millennials italiani erediteranno circa 5 miliardi di euro dai baby boomers: a chi verranno affidate queste masse, frazionate tra vari eredi? Non esiste nessuna ricerca di questo tipo, ma ci viene in aiuto una ricerca inglese (condotta da Kings Court Trust) secondo la quale un quarto dei beneficiari di eredità si è immediatamente allontanato dai consulenti dei genitori o dei nonni, portando via, in media, circa 300.000 sterline presso le banche tradizionali per operare in autonomia. Il restante 75% di ereditieri, in tutta probabilità, apprezzerà ancora il “tocco umano” del consulente per interagire con il mondo della finanza, anche perché, secondo la stessa ricerca, molti dei giovani investitori si dichiarano spaventati all’idea di andare su un sito Web finanziario, rispondere ad alcune domande automatizzate e vedersi addebitare la propria carta di credito per una consulenza che potrebbe essere stata erogata anche da un c.d. Robo-Advisor.

Di contro, rispetto ai colleghi britannici, i consulenti italiani rimangono ancora “umani” e si rivelano amichevoli, professionali e disposti ad aiutare le giovani generazioni. Ma non sappiamo quanto a lungo durerà, perchè i punti critici rimangono, e sono i costi, la convenienza e il tempo. Pertanto, anche per i millennials italiani, la soluzione sembra essere quella di usare una combinazione intelligente di app, piattaforme di investimento e presenza umana (simpatica ed efficace) di tanto in tanto.

Chi ha già intravisto questo cambiamento, tra i consulenti, si attrezzi in fretta ad investire sul proprio sito web.

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