Agosto 14, 2026
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Auto da collezione, le Youngtimer rubano la scena alle “Old”. Ora spazio ai veri appassionati

Dagli USA sale la febbre per le auto da collezione prodotte dagli anni ’80 al 2000. Scambi e prezzi rivelano che stiamo entrando in una nuova fase storica di questo mercato, meno speculativa e più “passionale”.

Monta sempre di più l’attenzione degli appassionati sulle c.d. Youngtimer, le auto sportive che hanno fatto sognare i ragazzi degli anni Ottanta e Novanta ed i loro papà (che spesso le affiancavano alle utilitarie “Young”, anch’esse oggi molto apprezzate).

La febbre per questo segmento di vetture con circa 30 anni di età si fa sentire anche in Italia, dove lo scorso 26 ottobre, a Padova, ha preso il via il più importante raduno nazionale di questa categoria (arrivato alla quarta edizione e riservato alle auto immatricolate dopo il primo gennaio 1980 e non oltre l’anno 2000).

Ma è soprattutto nel resto del mondo che si sta verificando un cambiamento nel mercato delle auto da collezione, dal momento che le principali case d’aste hanno cominciato ad offrire in abbondanza  veicoli “Youngtimer”, soprattutto in USA, dove le negoziazioni di queste vetture portano grandi soldi. Infatti, i recenti risultati d’asta di Amelia Island indicano che la generazione “Youngtimer” in arrivo sta trasformando il contesto generale, ed esiste oggi un grande, giovane e benestante gruppo demografico che desidera automobili dalla fine degli anni ’80 ai primi anni 2000.

I prezzi d’asta di Amelia Island e di Gooding traducono economicamente questa tendenza. Ad esempio, una Mercedes 560 SEC con pochissimi chilometri percorsi ha consentito di realizzare un prezzo di vendita di 75.400 USD, mentre una Porsche Carrera GT del 2004 è stata battuta a 687.000 USD. Una BMW 850 CSi del 1994 è stata comprata a 184.800 USD, ed una Ferrari 550 Maranello (che necessitava di riparazioni per 15.000 dollari) ha realizzato “solo” 184,800 USD.

Tutti prezzi piuttosto elevati per delle auto Youngtimer, anche perché molti modelli erano stati prodotti, all’epoca, in numero elevato.

Come si spiega, allora, l’origine di questi prezzi? Nonostante l’alto numero originario di esemplari, in realtà ne esistono ancora pochi, ed in passato la maggior parte di queste auto si era semplicemente esaurita, visto il numero di richieste. Pertanto, trovare una Porsche 928 GTS o una Nissan 300ZX Twin Turbo sotto i 10.000 chilometri non è facile. Sarebbe più facile trovare un unicorno che un Saab 900 Turbo SPG Convertible del 1992 con meno di 5.000 miglia.

I risultati delle aste della scorsa settimana ad Amelia aggiungono ulteriore credibilità alle tendenze in via di sviluppo che abbiamo osservato negli ultimi anni. Il messaggio di quest’anno, quindi, è che i gusti stanno cambiando. Forse l’esempio più sorprendente è l’incredibile vendita a 173.600 USD di una Toyota Turbo Supra nera da Sotheby’s, mentre due splendide Ferrari Dino offerte da Gooding e da RM Sotheby’s sono state battute a meno di 300.000 USD, quasi la metà rispetto non molto tempo fa, quando le Dinos Ferrari godettero di una forte domanda ed erano vendute regolarmente ad oltre 500.000 USD. Un altro messaggio, pertanto: la Ferrari Dino è “Out”, e la Toyota Supra è “In”!

Secondo il battitore d’asta di Pebble Beach, Jonathan Sierakowski, il mercato sta perdendo gli speculatori e le quotazioni “si sgonfiano”, eliminando la componente speculativa, facendo sì che, ancora una volta, i veri appassionati e intenditori sono tornati al volante. Così, le offerte sono rimaste abbastanza forti su tutta la linea, ad eccezione dei veicoli che mancano di qualità e provenienza. Alcune auto importanti degli anni ’30 sono volate via in un soffio, in particolare quelle con carrozzeria su misura. Ma sono state le classiche moderne Youngtimer a rubare lo spettacolo, segno evidente  che stiamo entrando in una nuova era del mercato delle auto da collezione.

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Le vie della donazione sono (quasi) infinite. Clausole e patti per pianificare la trasmissione del patrimonio familiare

Chi intende donare un bene può apporre svariate clausole, utili per rendere la donazione idonea alle esigenze del donante e della sua famiglia.

Chi prende in considerazione la donazione, in genere, non conosce quante sfumature essa può avere in ambito pratico e giuridico, soprattutto quando si vogliono prendere decisioni sulla trasmissione del patrimonio familiare ed evitare di trasmettere ai futuri eredi, insieme ai propri beni, anche i possibili attriti che si possono verificare persino di fronte al testamento più cristallino ed equo.

Cosa significa precisamente donare un bene? Quando si parla di beni di valore la donazione è un vero e proprio contratto in cui un soggetto donante arricchisce un soggetto donatario gratuitamente, trasferendogli un proprio bene senza pretendere alcuna ricompensa. Perché il contratto di donazione sia valido, quindi, è necessario che entrambe le parti coinvolte, il donante e il donatario, siano d’accordo sul dare e ricevere l’immobile.

In particolare, attraverso la donazione immobiliare (ossia la forma più frequente in Italia, vista l’altissima percentuale di proprietari di case del nostro Paese) si possono donare abitazioni, locali commerciali, terreni e qualsiasi altri tipo di beni immobili, dei quali può essere ceduta la proprietà intera o il diritto di usufrutto, di uso o di abitazione.

Una donazione è valida se viene sottoscritta per atto pubblico redatto da un notaio, in presenza di almeno due testimoni. Le parti devono indicare se tra loro vi siano state altre donazioni e il loro valore, ed il notaio dovrà assicurarsi che il bene non sia interessato da vincoli e/o difformità di qualsiasi natura (es. ipoteche gravanti sull’immobile o abusi edilizi non ancora riportati nei documenti ufficiali).

In tema di pianificazione patrimoniale, la donazione costituisce un validissimo elemento per anticipare in vita le volontà successorie dei detentori di patrimoni, perché consente al donatario di non cumulare, ai fini del calcolo delle imposte, ciò che ha ricevuto in vita con quanto riceverà eventualmente anche in occasione della successione, ovviamente entro i limiti della percentuale di imposta (4%) e della generosa franchigia (1 milione di euro) riconosciuta ai consanguinei più stretti (moglie e figli), che fanno dell’Italia il “paradiso fiscale” delle successioni.

Per quanto tempo ancora sarà possibile beneficiare di queste condizioni, non lo sappiamo.

Oltre a questo, però, il nostro Ordinamento prevede che la donazione possa assumere varie forme, a seconda del grado di efficacia nel tempo dei suoi effetti.

Donazione con apposizione di condizione. Con questa tipologia il donante subordina l’inizio del godimento della donazione al verificarsi di un evento futuro ed incerto (condizione sospensiva), oppure subordina la cessazione del godimento al verificarsi di un evento futuro ed incerto (condizione risolutiva). Le condizioni sospensive o risolutive non devono essere contrarie alle leggi o, pur essendo legali, non devono prevedere una restrizione della libertà del donatario (es. la donazione ha effetto solo se il donatario si sposa);

Donazione con apposizione di termine. In questo caso il termine deve essere certo, e può essere “iniziale” (il donante indica il momento, futuro e certo, a partire dal quale la donazione avrà efficacia), o “finale” (il donante indica il momento, futuro e certo, fino al quale la donazione avrà efficacia.

–  Donazione modale (con previsione di risoluzione). In questo caso, il donante impone un’obbligazione di fare a carico del donatario (es. donazione di un immobile per costruire un ospedale, oppure per assistere per tutta la vita il donante). In questo tipo di donazione, si può prevedere, ricorrendo al giudice, la risoluzione della donazione nel caso in cui il donatario non adempia all’obbligo, ma solo se così è previsto nell’atto di donazione.

Donazione con riserva di usufrutto. Il donante riserva a proprio vantaggio il diritto di usufrutto sui beni donati. In tal modo il donante può conservare il diritto di utilizzare il proprio bene e di percepirne i frutti (es. canoni di locazione), anche per tutta la durata della sua vita ed al beneficiario della donazione andrà solo la nuda proprietà.

Donazione con clausola di riserva di disporre di cose determinate o di una determinata somma sui beni donati. Con l’apposizione di tale clausola il donante (e solo lui, non anche i suoi eredi) potrà decidere di disporre di qualche bene/oggetto (anche somme di denaro) compreso nella donazione.

Donazione con clausola di riversibilità. Il donante può stabilire che le cose donate ritornino a lui nel caso di premorienza del solo donatario o del donatario e dei suoi discendenti.

Donazione con dispensa dalla collazione. In occasione delle successioni, le donazioni ricevute in vita da alcuni donatari vengono conferite (Collazione) nell’asse ereditario in modo da dividerle con gli altri coeredi, in proporzione delle rispettive quote. Tuttavia, il donante può dispensare dalla collazione un suo erede, esonerandolo dall’obbligo di collazione in sede di futura divisione dell’eredità. Tale deroga a può essere prevista nell’atto stesso di donazione o in un testamento successivo.

In definitiva, lo strumento della donazione può adattarsi alle situazioni familiari più disparate, ed è per questo motivo che essa diventa un formidabile strumento di pianificazione patrimoniale, del quale i professionisti del patrimonio (consulenti finanziari, avvocati, commercialisti e notai) dovrebbero fare opera di diffusione della conoscenza a tutte le famiglie con cui entrano in contatto nell’atto stesso di svolgere la loro attività professionale (es. subito dopo aver prestato consulenza per un acquisto o una vendita immobiliare).

Oltre all’educazione finanziaria, di cui tanto si parla di questi tempi, esiste infatti una “educazione patrimoniale” che, pur rappresentando l’evoluzione più naturale della prima, non è ancora resa accessibile alle famiglie dei c.d. patrimonials,  la cui stragrande maggioranza ne ignora opportunità e vantaggi.

 

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Federpromm, Marucci: i consulenti finanziari come “zelanti maggiordomi” degli intermediari

“…se si esamina la sua  condizione   contrattuale, di rispetto al vincolo della restrittiva normativa, alla sua funzione di puro adempimento  amministrativo, si può ben affermare come  oggi  il consulente finanziario sia uno ‘zelante  maggiordomo’ in giacca e cravatta,  alle dipendenze dell’intermediario senza esserlo giuridicamente…”

di Manlio Marucci *

Roma 19 ottobre 2019 – Più volte e in diverse occasioni  mi sono interessato  – molto spesso in modo poco ortodosso  –  nel  capire i veri problemi di tutto il settore dell’intermediazione finanziaria ed in modo particolare della posizione espressa  dalla figura del consulente finanziario  nell’ambito dei rapporti formali  con i vari soggetti abilitati, ma soprattutto nel capire quale ruolo tale figura professionale rivesta nel contesto  più ampio della società italiana e nel contempo verificare se il suo  valore culturale di trasmissione of financial knowledge  – di educatore finanziario – abbia  un  riconoscimento formale dalla comunità dei risparmiatori. Molte ricerche ormai confermano questa tendenza e sicuramente le istituzioni ne hanno compreso l’importanza.

Manlio Marucci – Federpromm-Uiltucs

Fin dalla sua nascita con l’istituzione dell’albo professionale dei PF che risale ormai ad oltre venticinque anni, abbiamo assistito ad un processo evolutivo che tra alti e bassi della congiuntura dei mercati ha disegnato  un quadro  sufficientemente  attraente nel  sostenere ed indirizzare milioni di famiglie verso forme di investimento alternative ai classici prodotti  monetari che per i bassi tassi di interesse cercano oggi di  ottimizzare i loro risparmi verso strumenti del risparmio gestito per avere  maggiori rendimenti e per limitare il livello dei rischi. Ormai si può affermare che esiste un’ampia letteratura intorno alla figura del consulente finanziario che ne esalti sia l’aspetto più propriamente esoterico, di facciata, che di una vera attribuzione di cultore della materia, di “paidéia”,  nei confronti della comunità finanziaria. Un compito assai difficile come elemento demistificante del tessuto sociale italiano vista la scarsa propensione verso la finanza e la previdenza, senza che ne  intacchi tuttavia la natura della composizione dei rapporti strutturalmente combinati tra lo stesso sistema finanziario, sistema politico, sistema produttivo. Non cito per comodità  i dati oggi facilmente reperibili dai vari operators of the reference market .

Tale complessità dei problemi  indubbiamente, vista anche la velocità dei cambiamenti in atto, mette in crisi la natura dei modelli di sviluppo  approvati nei vari piani industriali da parte delle reti e delle banche con l’effetto di  far uscire dal mercato  migliaia di consulenti finanziari che hanno modesti portafogli , e questo nonostante abbiano dedicato anni di lavoro, risorse e sacrifici,  adeguandosi  psicologicamente ad un lavoro a partita Iva e con mancanza di tutele contrattuali e previdenziali.  Una contraddizione di fondo che mette in crisi l’intero sistema così strutturato attraverso un processo di razionalizzazione dell’utilizzo massiccio della figura dei CF e dell’avanzata della tecnologia che sembra dominare tutto  il settore della “nuova” finanza.

Assistiamo quindi ad una realtà certamente sempre più complessa che presenta però al suo interno molteplici criticità, soprattutto se il valore attribuito a queste dinamiche dello sviluppo si associa anche la situazione oggettiva delle  aspettative di chi vuole intraprendere – in un mercato sempre più competitivo – l’attività di consulente finanziario e le condizioni umane ed economiche  con cui si sono determinate le situazioni  di lavoro nel tempo.  Dinamiche che vedono in modo subalterno e strumentale la funzione dello stesso CF alla mercé degli interessi  e delle logiche espansive degli intermediari finanziari.

Non vorrei essere considerato un “guastafeste” rispetto alla vasta pubblicistica che con enfasi ha sempre valorizzato il consulente finanziario come l’anello di congiunzione –certamente vero – tra cliente, società prodotto e rete distributiva, ma il suo raggio di influenza, la sua capacità di comprendere appieno il ruolo sociale che svolge non sempre esprimono  atteggiamenti positivi  proprio perché se si esamina la sua  condizione   contrattuale, di rispetto al vincolo della restrittiva normativa, alla sua funzione di puro adempimento  amministrativo, si può ben affermare come  oggi  il CF sia uno “zelante   maggiordomo” in giacca e cravatta  alle dipendenze dell’intermediario senza esserlo giuridicamente.  Tralascio la figura del consulente c.d. fee only poiché ancora il mercato – con i limitati numeri di iscritti all’apposita sezione in OCF –  non ne ha recepito la sua rilevante importanza, anche se i tempi possono sembrare maturi.

C’è anche da dire che le case di investimento sono lì a vigilare come grandi sacerdoti che i dati e la realtà oggettiva delle condizioni di lavoro in capo ai CF (contratto di agenzia assimilabile al settore commercio, anziché –come sarebbe naturale – a quello del credito) non riescano ad essere troppo scandalose.  Alcune domande infine poste a voce alta allora sono indispensabili:  è sostenibile ipotizzare un nuovo modello di relazioni industriali applicate a tutto il settore dell’intermediazione finanziaria, creditizia ed assicurativa ? Con al centro la figura del Consulente finanziario nel rapporto fiduciario con i potenziali investitori ?  Utopia o presa di coscienza  collettiva ? O forse sarà la Robotic Process Automation  & Artificial Intelligence a dominare lo scenario futuro ?  Realtà con cui bisogna decidersi di fare i conti.

*Presidente Federpromm-Uiltucs

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Consulenti finanziari con mandato e indipendenti a confronto. Un’attività fiscalmente “borderline”

Numerose le differenze nel trattamento fiscale tra le due categorie della consulenza finanziaria. Focus sulle partnership con altri professionisti.

Articolo a cura de L’AngeloFiscale.it 

L’argomento che affronteremo, sperando di fare un pò di chiarezza, è l’aspetto fiscale dell’attività di consulente finanziario, analizzando anche gli aspetti più noti lungo un percorso finalizzato a fugare i dubbi di quanti, in questo momento di profondi cambiamenti della categoria, potrebbero trovarsi nella condizione di valutare una trasformazione da consulente non autonomo a consulente indipendente (o viceversa).

Riteniamo utile ricordare che la MiFID II (la direttiva Markets in financial instruments directive 2004/39/EC) ha disciplinato i mercati finanziari dell’Unione europea. Essa ha fatto chiarezza, una volta per tutte, sulla definizione di consulenza in materia di investimenti su base indipendente e sui requisiti che un operatore deve avere per poter prestare questo tipo di servizio.

La consulenza indipendente, infatti, è offerta da consulenti finanziari (consulenti autonomi o consulenti abilitati all’offerta fuori sede) retribuiti esclusivamente a parcella, pagata direttamente dal cliente stesso, e la cui attività deve essere esclusivamente quella di fornire consulenza riguardo le soluzioni che si adattano meglio allo specifico caso del cliente.

Indipendenza significa soprattutto agire in totale autonomia e senza alcun conflitto d’interesse.

L’attività di consulente finanziario può quindi essere svolta sia nei confronti di intermediari del credito (banche, assicurazioni etc. etc.) sia autonomamente, esercitando quindi una reale attività di consulenza nei confronti del cliente finale, unico soggetto al quale poter e dover rendere conto (cd attività fee only).

Ma cosa cambia a livello fiscale nei 2 casi sopra esposti?

La risposta è da ricercare analizzando l’attività svolta dall’intermediario finanziario. Nella prima ipotesi (CF non autonomo), il professionista agisce per conto di istituti finanziari con i quali instaura quasi un vero e proprio rapporto di rappresentanza; nel secondo caso, viceversa, la consulenza espletata nei confronti del cliente lo configura come un soggetto autonomo e indipendente da qualsiasi vincolo di mandato e/o rappresentanza. Da ciò discende che, nel caso del CF non autonomo, il destinatario della fattura sarà l’istituto per il quale egli lavora, sarà assoggettato a ritenuta d’acconto ed alle ritenute enasarco ex lege (non inseriamo le percentuali perché oltre ad essere di facile reperimento, cambiano di anno in anno); nel caso del CF autonomo, la fatturazione avverrà direttamente nei confronti del cliente, ed il compenso non subirà alcuna decurtazione.

Ma l’aspetto più importante riguarda l’IVA. Infatti, il consulente che fattura all’istituto di credito per cui opera (in esclusiva) emetterà il documento non assoggettandolo ad IVA in quanto “esente ex art. 10 DPR 633/72”; al contrario, il consulente “indipendente”, che fattura direttamente al cliente, dovrà emettere la propria fattura assoggettandola alla normale aliquota IVA.

Un’ulteriore e importantissima conseguenza riguarda i costi deducibili (ossia cosa mi posso scaricare?): la differenza tra essere vincolato all’istituto di credito o assicurativo o a qualsiasi soggetto commerciale con un contratto di mandato e/o rappresentanza mi consente la deduzione di alcune categorie di costi; l’incarico di consulenza quindi il consulente fee only, avrà una deduzione di costi totalmente differente. Nella prima fattispecie, infatti, saranno consentite le deduzioni uguali a quelle dei rappresentanti (cioè l’80%) sui costi delle autovetture strumentali, e sarà interamente detraibile l’IVA sulle stesse con i tetti massimi stabiliti dalla normativa vigente (ad es. non posso comprare un’auto di 1 milione di euro e dedurne l’80%!); nel secondo caso, la deduzione seguirà le regole fiscali previste in caso di autoveicolo dell’imprenditore ad uso promiscuo (non parliamo quindi né d’ipotesi di uso esclusivo né di auto concessa in uso al dipendente o di auto propria data in utilizzo alla propria società), e quindi i costi saranno deducibili al 20% (anch’essi con i limiti stabiliti dalla normativa) e l’IVA al 40%.

Per quanto concerne le imposte dirette (in maniera “masticabile”: le tasse che si pagano ogni anno sul reddito) la differenza non sarà collegata al tipo di attività esercitata ma dipenderà da 2 fattori: il regime contabile e la forma di impresa scelta (ditta individuale, s.n.c., s.r.l. etc).

Infine, ma non meno importante, è bene affrontare anche la fattispecie della partnership tra professionisti (notai, avvocati, commercialisti etc,) e il consulente finanziario. Infatti, allo scopo di “fare rete”, spesso i consulenti finanziari decidono di collaborare con figure professionali che possono portare nuovi bacini di utenti.

Come viene regolato tra le parti questo rapporto?

La natura del rapporto è sicuramente quella di contratto di consulenza tra le parti; quindi va normato in base ad un contratto dove vengono stabilite tra le parti patti e condizioni, limiti ed importi. Da un punto di vista strettamente fiscale, il consulente finanziario o il commercialista (a seconda di chi paga chi…) che emettono fattura, lo devono fare applicando l’IVA (o meno in base al regime contabile), ma senza l’applicazione di alcun tipo di ritenuta (fiscale o previdenziale).

Per ricevere maggiori informazioni, vi rimandiamo al prossimo inserto che verrà pubblicato su Patrimoni&Finanza e nel sito angelofiscale.it.

Dott. Giuseppe Scaringi, Commercialista, Revisore Contabile, Contezionso Tributario                                         Founder langelofiscale.it

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Orologi da investimento: 10 regole da osservare per non essere travolti dalla passione

Il problema, nella scelta di un primo orologio da collezione, è sapere da dove iniziare e come riconoscere un orologio di prestigio, che si rivaluti nel tempo. 

Gli orologi, da quando sono stati inventati, costituiscono un orpello di vanità e passione che colpisce in egual modo sia le donne che gli uomini, ai quali è dedicata la maggior parte della produzione mondiale nel settore “pregio e lusso”. Non è un mistero, infatti, che in quanto a “purezza tecnica”, gli orologi maschili vengono venduti in base alle loro caratteristiche specifiche di funzionamento, mentre quelli destinati al pubblico femminile necessitano di un accostamento al settore dell’alta gioielleria (tramite l’aggiunta di pietre preziose, come diamanti e rubini) per essere più attrattivi.

Ciò che accomuna il pubblico maschile di appassionati dell’orologio, pertanto, è la passione per i suoi dettagli tecnici, e quando ci si accosta per la prima volta ad uno di questi articoli allo scopo di costituire un piccolo/grande investimento per il lungo periodo, il rischio di venire travolti da questa passione (e perdere la necessaria lucidità) è altissimo. Infatti, un orologio di lusso, oltre a dirti elegantemente che ora è, può diventare un buon investimento alternativo a lungo termine. E’ certamente un’aggiunta di stile al proprio guardaroba, ma indossarlo al polso racconta molto del proprio successo e dello status all’interno della comunità.

Insomma, un orologio da collezione è un bellissimo accessorio che serve a più di uno scopo, e prima o poi, nella vita, ognuno di noi si trova a fare questa scelta, una volta raggiunta la possibilità economico-finanziaria per farla. Il problema è sapere da dove iniziare, e come fare per riconoscere un orologio di qualità, che si rivaluti nel tempo.

Cominciamo col dire che ci sono tanti aspetti da considerare e molte funzionalità da cercare, ed è essenziale dedicare del tempo per trovare, tra le opportunità di investimento (che in questo settore non sono poche), l’orologio giusto che si adatti alla nostra personalità e al nostro stile di vita. Secondo i maggiori esperti di questo particolare mercato, dieci sono i fattori essenziali da prendere necessariamente in considerazione prima di acquistare un orologio di lusso.

1. Impostare il proprio budget – Il primo passo quando si pianifica di acquistare un orologio di lusso è decidere quanto si è disposti a spendere. Il rischio, infatti, è che ci si possa indirizzare, con lo stesso budget, nell’acquisto di più orologi che, pur essendo oggettivamente belli da indossare, non sono affatto articoli da investimento. Pertanto, se il negoziante, una volta saputa la tua disponibilità, ti consiglia di comprarne due anziché uno solo, è meglio rifiutare. Inoltre, la maggior parte dei marchi di pregio (Rolex, Patek Philippe etc) produce un’ampia gamma di orologi con differenze di prezzo anche molto vistose.

2. Non avere fretta – E’ fondamentale confrontare i prezzi degli orologi di lusso prima di fare una scelta. Infatti, esistono orologi come il Bulgari Diagono, l’IWC Ingenieur ed il Rolex Day-Date, che hanno quasi le stesse caratteristiche ma prezzi diversi, per cui è preferibile spendere un po’ di tempo prima di effettuare l’acquisto.

3. Scegliere un marchio affidabile con un buon valore di conservazione – Quando si pensa al designer o al marchio di lusso da acquistare, ci sono due cose fondamentali da considerare. Il primo è la storia del marchio e l’attuale valore al dettaglio, la seconda è se si prevede che il marchio aumenterà di valore in futuro. In generale, è meglio farsi dire quali sono stati la diminuzione o l’aumento della domanda di quei particolari orologi negli ultimi anni. In generale, marchi come Rolex, IWC, Omega, Patek Philippe, Zenith e altri sono famosi da anni per la loro tecnica e sono ritenuti tra i più affidabili.

4. Prestare attenzione alla misura del polso dell’orologio e della cassa – Gli orologi che si adattano perfettamente al polso sono la chiave del proprio look e del proprio. Se si ha una costituzione fisica piuttosto grande, è preferibile acquistare un orologio di lusso con un quadrante grande o quadranti forti e attraenti. Un orologio troppo piccolo su un polso possente perde qualunque attrattiva. Per le donne, che in generale hanno un polso piccolo, un orologio con misura 32 mm è l’opzione migliore. Gli orologi di lusso sono disponibili in una varietà di forme e dimensioni, ed ogni marchio ha una specializzazione anche in base alla misura dei polsi; per gli orologi da 41 mm, ad esempio, Bell & Ross Vintage è l’azienda giusta, mentre per un orologio da 28 mm il Rolex Lady Datejust è il più indicato. Conoscere le dimensioni della cassa, infine, consente di confrontare ciò che abbiamo scelto con gli altri orologi della propria collezione, il che può dare un’idea di come potrebbe trovarsi l’orologio all’interno del proprio asset di alternative investments prima di avere l’opportunità di provarlo.

5. Scegliere uno stile di orologio di lusso adatto alla propria personalità – E’ bene assicurarsi che l’orologio scelto corrisponda alla propria personalità ed integri il proprio stile di vita sociale e professionale. Esistono orologi molto versatili e adatti ad ogni abito o situazione, come quelli minimali con quadrante color oro, facili da leggere con complicazioni limitate, una semplice corona e una fascia in oro 18kt che si abbina a ogni outfit.

6. Acquisire la conoscenza dei movimenti dell’orologio – La maggior parte degli orologi di lusso sono dotati di movimenti meccanici e questi sono spesso preferiti al movimento al quarzo. Che cos’è il movimento meccanico? Si tratta di componenti piccoli che si integrano perfettamente e richiedono precise capacità di orologeria da parte degli orologiai, dal momento che essi ricevono energia da una piccola molla avvolta all’interno del movimento. Inoltre, gli orologi meccanici sono di due tipi: automatico e manuale. I secondi, in particolare, devono essere caricati a mano per accumulare energia nella molla dell’orologio, che si srotolerà lentamente e rilascerà energia. Gli orologi a carica automatica, invece, ottengono energia dai movimenti del polso di chi li indossa. Se indossati regolarmente, non è necessario caricarli.

7. Controllare la riserva di carica – Il vero cuore degli orologi di lusso è la riserva di carica che li guida, senza i quali l’orologio spesso smette di funzionare a dovere. La riserva di carica si riferisce all’energia disponibile immagazzinata nella molla principale di un orologio di lusso. Quando l’orologio gira, la molla si srotola gradualmente, fino a quando tutta la potenza termina e l’orologio si ferma. La riserva di carica degli orologi di lusso varia da 30 ore a pochi giorni; ad esempio, lo Zenith Chronomaster El Primero Grande da un minimo di 50 ore di riserva di carica.

8. Fare attenzione ai falsi – Esistono molte repliche quasi perfette degli orologi di lusso sul mercato, e solo gli esperti possono conoscere la differenza tra l’orologio originale e l’orologio duplicato. Ciò che è dentro l’orologio conta molto, dato che la cassa può sembrare la stessa, ma i movimenti, la precisione, il potere di riserva sono tutti molto più complicati negli orologi replica. Pertanto, quando si acquista un orologio di lusso, bisogna verificare l’autenticità del pezzo e informarsi sulle sue specifiche tecniche e sul periodo di garanzia.

9. Cercare orologi con caratteristiche speciali – Calendari perpetui, fasi lunari, fusi orari multipli, catene metalliche e gruppi di fusibili sono caratteristiche comuni che si trovano nella maggior parte degli orologi di lusso. Lancette e numeri luminosi sono altre caratteristiche da cercare, ma più in generale la grande varietà dei marchi di lusso non facilita il compito. Ad esempio, gli orologi cronografo hanno più complicazioni rispetto ai semplici orologi eleganti. Pertanto, prima dell’acquisto, bisogna tenere a mente le funzionalità che si desidera per un uso a lungo termine dell’orologio. Proprio come nello stile, nel design e nei materiali, ci sono funzioni dell’orologio che determinano la scelta: orologi militari o orologi da sub oppure quelli sportivi, per non parlare di quelli da ufficio, che puoi indossare ogni giorno, o quelli da pilota o da uomo d’affari che viaggia molto e che deve saltare da diversi fusi orari. L’acquisto di un orologio di pregio deve ruotare intorno alla professione e allo stile di vita.

10. Fare una buona ricerca – Come dice il proverbio, la conoscenza è potere. Più conosci o fai delle ricerche su un orologio prima di acquistarlo, minore sarà il prezzo che otterrai per lo stesso modello.

In conclusione, bisogna guardarsi bene dal trasformare una passione in pura “mania da possesso”. A maggior ragione, l’acquisto di un orologio di lusso è sicuramente una scelta intensamente personale, dettata dalla passione e difficile da condividere se non con un vero esperto. Stile, aspetto, caratteristiche, longevità, materiale e nome del marchio sono tutti fattori importanti da considerare per evitare un acquisto esclusivamente “emozionale”, che porti al mero possesso di un bel quadrante senza alcuna storia né opportunità di valorizzazione nel tempo.

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Addio all’età del risparmio a basso rischio: la funzione-Tempo alla guida della nuova era geologica dell’Investitore

Il crollo dello Stato Sociale e la prolungata fase di tassi negativi attribuiscono al  fattore tempo un ruolo fondamentale nelle decisioni di investimento e di accantonamento previdenziale, soprattutto  per i millennials.

Articolo di Ilaria Porro

Il crollo del Welfare State italiano ha dettato, negli ultimi cinque anni, un profondo cambiamento socio-economico i cui risvolti sembrano non essere ancora chiari alla quasi totalità degli ex risparmiatori del nostro Paese.

Perché “ex”?

E’ presto detto. Il c.d. “stato sociale”, e cioè l’insieme delle prestazioni che lo Stato garantisce nei settori della Scuola, della Sanità, dei Servizi Pubblici, dell’Assistenza Sociale (ed altro ancora), che per decenni ha tenuto gli italiani sotto una campana di vetro in materia di cura delle malattie, istruzione e pensione, ha trasmesso alcune abitudini finanziarie che oggi sono difficili da interrompere, soprattutto per le fasce di popolazione “over 60”. Infatti, nessuno si era preoccupato, in tutti quegli anni, di pianificare i propri obiettivi nel tempo, perché sulle tipiche emergenze della vita interveniva sempre il nostro generoso Welfare.

I consulenti (allora promotori finanziari) che parlavano di pianificazione e di investimento “a rate” per gli studi dei figli o per una pensione integrativa sembravano parlare una lingua straniera; chi proponeva polizze sanitarie per i grandi interventi chirurgici, poi, era visto come una specie di extraterrestre.

La conseguenza più grave di questo scenario è stata quella di non far capire a coloro che detenevano risparmio il valore della “funzione-Tempo”, ed in particolar modo dell’investimento di lungo periodo, perché semplicemente non ne avevano bisogno, pieni com’erano di BOT e BTP brevi con cedole al 15%.

Tutti costoro erano, appunto, quelli che una volta si chiamavano risparmiatori. E oggi, con i tassi a breve stabilmente negativi (e quelli a lungo al 2% scarso),  com’è cambiata la loro mentalità? La risposta è che non è affatto cambiata: essi sono sempre alla ricerca, come se nulla fosse successo, di un buon rendimento senza rischio né volatilità. Eppure, già da anni il Welfare State è stato drasticamente ridimensionato, e a molte delle spese per sanità, pensione e scuola dei figli ci devono pensare i millennials e (soprattutto) i patrimonials con i loro soldi faticosamente accantonati. Pertanto, anche il c.d. risparmiatore non esiste più, e chi detiene patrimoni liquidi (e non solo), anche di modesta entità, deve oggi cominciare a ragionare come un investitore dotato di grandi mezzi finanziari, dando spazio ai progetti di lungo periodo e cercando di acquisire competenze che prima erano destinate solo ai ricchi.

Il web, per fortuna, consente di ricevere già oggi un buon livello di consulenza di base, ma molto dovrà succedere nei prossimi anni. In questo nuovo scenario, l’importanza del fattore tempo diventa una componente fondamentale nelle decisioni di investimento e di accantonamento previdenziale, sia per i più giovani millennials (che di tempo a disposizione ne hanno un po’ di più), sia per i c.d. patrimonials (indicativamente i genitori dei millennials) cinquantenni, ed in particolar modo per quanti tra loro esercitano lavoro autonomo e dovranno affidarsi ad una cassa di previdenza per costruire l’ossatura principale della pensione.

Warren Buffet, il guru di Omaha e il più grande value investor di sempre, ha affermato in diverse occasioni che se la Borsa chiudesse per 10 anni per lui sarebbe indifferente: ”se non sei pronto a tenere un’azione per 10 anni, non tenerla nemmeno per 10 minuti”.

La prerogativa dei nuovi investitori  dovrebbe essere quella di proiettare i propri investimenti nel lungo periodo, allungando il più possibile l’orizzonte temporale, che quasi mai dovrebbe essere inferiore ai 10-15 anni. In particolare, nel 2019 il profilo finanziario di un giovane dovrebbe prevedere:

Obiettivi finanziari e previdenziali di lungo raggio → lungimirante

Propensione al risparmio → previdente

Conoscenza e accettazione del rischio → razionale

ESSERE LUNGIMIRANTI – In un investimento il tempo è l’elemento fondamentale, e potendo contare sul giusto tempo a disposizione è possibile ottenere risultati eccezionali dai propri risparmi. La regola generale, infatti, è che la pianificazione di lungo periodo consente di mettere in portafoglio strumenti migliori con lo stesso profilo di rischio. Ovvero, quanto più a lungo resta investito il capitale, tanto maggiore è il rischio che si può sostenere. Il lungo periodo, inoltre, mette al riparo dall’ansia delle decisioni prese all’improvviso e dalle mode del momento. Investire nel lungo termine consente infine di mettersi al sicuro dalle oscillazioni di breve termine, e poter investire persino sulle aziende attive nel settore Green e nei prodotti c.d. SRI (Social Responsible Investment).

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ESSERE PREVIDENTI – La generazione di coloro che ad oggi hanno una età compresa tra i 18 e i 35 anni è composta da persone con condizioni lavorative spesso precarie, oppure da chi ha già avviato una carriera lavorativa e si trova a sostenere spese sempre più elevate. Tutti costoro, viste le circostanze e la bassa capacità di risparmio, tendono a non investire e a lasciare parcheggiati i soldi sui conti correnti o nei così detti conti deposito, esponendo così il denaro alla ineluttabile erosione dell’inflazione. Infatti, negli ultimi anni il tasso di inflazione è stato mediamente pari al 2 % annuo, e ipotizzando che rimanga tale nei prossimi dieci anni 100.000 euro del 2019 varranno circa 80.000; praticamente una perdita del 20% dovuta alla decisione di non investire.

Inoltre, la maggior parte dei giovani adulti riconosce il problema legato alle future pensioni, ma solo in pochi affrontano la situazione aderendo a forme di previdenza complementare, al fine di costruire un assegno integrativo che possa affiancarsi a quello della pensione principale e mantenere un livello di vita soddisfacente quando servirà.  Peraltro, lo Stato riconosce ai sottoscrittori di questi contratti importanti forme di agevolazioni fiscali: i versamenti volontari sono deducibili fino al limite di 5.164,67 euro all’anno; ai rendimenti ottenuti viene applicata un’aliquota ridotta pari al 20% (anziché al 26%) e la pensione integrativa ottenuta viene tassata con un’aliquota agevolata massima del 15% (con una riduzione dopo il quindicesimo anno di adesione dello 0,3 % fino a raggiungere un minimo del 9%).

ESSERE RAZIONALI – Gli ex risparmiatori italiani hanno paura del comparto azionario, perché lo associano a concetti estremi di rischio, speculazione, perdita, scommessa, convincendosi che tutto questo è lontano dalle proprie attitudini e che non potrebbe che portare con sé una qualche fregatura dalla quale tenersi serenamente alla larga. Invece, il mondo azionario potrebbe rivelarsi il migliore alleato in tema di investimenti, se ben conosciuto ed utilizzato. E non si tratta di market timing (abilità nel cogliere il momento preciso in cui entrare e uscire dal mercato), ma di semplice informazione storica: sfruttando il nostro amico tempo, il mercato azionario si è dimostrato negli anni il più profittevole e sicuro.

Volete una dimostrazione? Eccola. Gli esperti di Goldman Sachs, prendendo ad esempio i risultati storici dell’indice azionario MSCI World, hanno concluso che rimanere investiti nell’intero periodo Gennaio 1999-Marzo 2019 (cioè tutti i 5281 giorni) ha permesso di realizzare più del doppio dei guadagni di chi si è lasciato sfuggire i migliori 10 giorni di mercato.

Pertanto, rimanere investiti, piuttosto che provare a scegliere il momento giusto, è un elemento fondamentale per il successo degli investimenti nel lungo termine.

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Investimenti Alternativi, quali sono quelli che hanno reso di più? Ce lo dice l’indice Knight Frank’s Luxury

Un benchmark per gli appassionati di tutto il mondo che amano investire in qualcosa che “si vede, si tocca, si annusa, si gusta”.

Dopo decenni di tassi generosi, ormai da qualche anno viviamo in un epoca di tassi negativi e di inflazione quasi nulla. Con l’allungarsi di questo scenario, gli investimenti alternativi hanno smesso di attirare solo i grandi detentori di patrimoni, diventando progressivamente materia di interesse generale per una clientela più diffusa (e ben patrimonializzata) e per molti consulenti patrimoniali.

Mercati come quello dell’Arte, degli orologi di prestigio e delle auto classiche stanno letteralmente spopolando tra la clientela upper affluent, e ad essi si affiancano altre categorie di investimenti (vino, champagne, whisky raro) che, oltre ad essere ancora più “alternativi”, sono, a detta degli appassionati, anche molto divertenti. A differenza di azioni, obbligazioni ed immobili, però, questi mercati sono alla ricerca di maggiore trasparenza e certezza delle quotazioni, e laddove le aste – che rappresentano il vero momento di mercato per queste categorie di beni – non riescono a dare una direzione costante per via della loro periodicità irregolare, interviene il Knight Frank’s Luxury Investment Index (KFLII), un indice che monitora le prestazioni di un paniere teorico di classi di attività da collezione, in cui ciascuna di esse viene ponderata in base alla sua importanza ed al suo valore all’interno del paniere.

Grazie a questo benhmark, siamo in grado di sapere che, per esempio, il Whisky Raro ha sovraperformato lo stesso indice con un rendimento del 40% nei 12 mesi precedenti all’ultimo trimestre del 2018, portando la performance del Rare Whisky ad un stratosferico +550% negli ultimi dieci anni.

Relativamente al whisky raro, in particolare, l’indice Knight Frank Rare Whisky 100 è composto dalle quotazioni di 100 bottiglie del rare whisky scozzese più desiderato al mondo, i cui prezzi reali vengono monitorati regolarmente nelle aste nel Regno Unito. A novembre 2018, ad esempio, una bottiglia unica di The Macallan 1926 Peter Blake, dipinta a mano dall’artista irlandese Michael Dillon, è stata venduta per una cifra record di 1,2 milioni di sterline, facendo schizzare in avanti il rendimento complessivo del comparto.

Come per il mercato dell’Arte, l’aumento così sostenuto del “rare” è stato guidato dalla domanda proveniente dal mercato asiatico. Secondo lo Scotch Whisky Association, le vendite di rare whisky scozzese in India, Cina e Singapore sono aumentate rispettivamente del 44%, 35% e 24% nel 2018, con i single malt che rappresentano quasi il 30% delle esportazioni scozzesi totali. Inoltre, il luxury rare whisky sta trainando il mercato delle bottiglie “rare vintage” (meno preziose dei rare luxury ma di gran valore), le quali hanno beneficiato di una crescita straordinaria negli ultimi dieci anni, sia in termini di volume scambiati sia in termini di valore.

La chiave di volta della crescita sostenuta di questa classe di attività, così come delle altre appartenenti all’universo degli “alternatives”, è la passione che gli acquirenti di tutto il mondo condividono nell’investire in qualcosa che “si vede, si tocca, si annusa, si gusta”. Secondo Andrew Shirley, redattore di The Wealth Report e del Knight Frank Luxury Investment Index, la straordinaria crescita dei prezzi dei rari whisky single malt mostra che l’appetito degli investitori per le classi di attività alternative rimane forte, soprattutto tra quelli con un patrimonio netto elevato. Contestualmente, però, stiamo assistendo a un rallentamento della crescita per le auto classiche, che avevano registrato prestazioni straordinariamente forti negli anni precedenti (fino al 2017). Ciò è certamente dovuto al rallentamento dell’attività degli investitori speculativi ed al ritorno nel mercato dei veri collezionisti, i quali fanno prevalere l’elemento emozionale su quello del profitto a tutti i costi.

In ogni caso, negli ultimi anni tutte queste classi di investimenti alternativi hanno sovraperformato rispetto alle azioni e alle obbligazioni. In particolare, il rapporto sulle auto classiche pubblicato da Knight Frank rivela che, nonostante la fortissima crescita degli anni precedenti (+258% dal 2009), il mercato di nicchia delle auto classiche rimane solido e la prospettiva a lungo termine rimane molto forte, poiché l’offerta è ampiamente fissa e la domanda continua ad espandersi sia geograficamente che demograficamente. Allo stesso modo, il segmento dell’arte rimane il “principe ereditario” degli investimenti da collezione, grazie ad una sorprendente crescita a due cifre (+25% negli ultimi 12 mesi).

Analizzando l’indice KFLII, la crescita del 40% raggiunta dal rare whisky è seguita da quella delle monete, con una performance annuale del 12%, dal vino e dalle opere d’arte (questi ultimi due con una crescita del 9%). Un po’ più in basso gli orologi di lusso (+5% in 12 mesi), le auto d’epoca (+2%) e l’antiquariato (+1%), quest’ultimo a picco (-32%) negli ultimi 10 anni.

Ai fini comparativi, il KFLII nel suo complesso performa bene anche rispetto all’oro, che lo supera negli ultimi 12 mesi (+26%) ma va sotto negli ultimi dieci anni (+89% contro un robusto +161% del KFLII).

In definitiva, gli investimenti alternativi vengono giustamente considerati il ​​massimo in termini di divertimento o emozione, e non è raro incontrare investitori che dedicano al settore del passion investment anche il 70-80% del proprio patrimonio, relegando ad una percentuale quasi marginale le attività liquide.

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Auto classiche e muscle car, ecco le aste USA con i prezzi più alti. Dal 2000 la Ferrari GTO ha reso più delle azioni Microsoft

Nonostante i record leggendari provenienti dagli USA, secondo gli analisti il più ampio mercato delle auto classiche rimane ancora frenato.

Può un’auto da collezione valere quanto un intero edificio nel centro di Roma? A quanto pare sì. Nel mese di agosto del 2018, infatti, una Ferrari del 1962 è diventata l’auto più costosa mai venduta all’asta, essendo stata battuta per 48,4 milioni di USD. L’auto, una Ferrari 250 GTO, è stata venduta da Sotheby’s a Pebble Beach – una sorta di Coachella per auto classiche e ricchi collezionisti che include cinque giorni di aste, feste, inaugurazioni, tour, e si svolge intorno a Monterey e Pebble Beach, in California.

La vendita della Ferrari, l’anno scorso, ha contribuito a spingere le vendite totali delle aste di auto da collezione a circa 368 milioni di USD solo in quella manifestazione, ma gli analisti hanno precisato che – nonostante record isolati che anche nel 2019 stanno alimentando la leggenda – il più ampio mercato delle auto classiche rimane ancora un po’ frenato.

Se non altro, l’asta di Pebble Beach del 2018 ha dimostrato ancora una volta che le 250 GTO rimangono il “Santo Graal” per i collezionisti di auto d’epoca, che inseguono le aste in ogni parte del mondo quando uno dei 36 esemplari prodotti dalla Ferrari viene messo all’asta (per il 2019 si narra di una vendita tra privati perfezionata ad un prezzo vicino ai 70 milioni di USD).

Per la cronaca, l’auto del record del 2018 è stata venduta da Greg Whitten, un ex dirigente di Microsoft (dipendente n. 15, 1979) che ha acquistato l’auto nel 2000 a meno di un decimo del prezzo di realizzo. Anche se aveva venduto la sua GTO, Whitten ha detto che ha ancora “una dozzina” di altre Ferrari e che, con il ricavato della vendita, spera di acquistare molte altre auto da corsa classiche. Alla domanda su quale investimento, tra la Ferrari GTO e le azioni Microsoft, fosse stato quello più profittevole, ha risposto che dipendeva dal lasso di tempo considerato: se partiamo dal ’79, le azioni vincono in rendimento, ma dal 2000, anno di acquisto della macchina, la GTO era stata “un investimento molto migliore” delle azioni, ed anche quello più divertente!

Le regine incontrastate delle aste americane rimangono comunque le c.d. muscle car. Fin dagli anni ’60 e ’70, queste auto sportive americane hanno conquistato il paese per la loro potenza e audacia, e sono diventate il sogno di ogni appassionato di auto. L’amore per questi modelli non è svanito in tutti questi anni; l’unica cosa che è cambiata nel tempo è il loro prezzo. Infatti, un buon numero di queste auto classiche è molto apprezzata, e può far realizzare all’asta anche somme principesche. In particolare, esiste un club piuttosto esclusivo, quello dei proprietari delle “10 muscle car più costose”,  il cui prezzo d’asta è andato ben oltre il milione di USD. Vediamole una per una.

10° posto: 1965 SHELBY COBRA ROADSTER CSX – USD 1.595 milioni

Questa vettura fu originariamente costruita nel Regno Unito, ma nel settembre del 1961, Carroll Shelby della Ford Motor Company chiese se AC Motors potesse costruire un telaio per accettare un motore V8, poiché Ford voleva un’auto in grado di competere con la Corvette. Progettato nello stabilimento di Windsor, il motore ha subito numerose modifiche prima di essere pronto. Questa Shelby Roadster è stata venduta per 1,595 milioni USD all’asta di Scottsdale (Barrett Jackson) nel 2015.

9° posto: 1971 HEMI ‘CUDA CONVERTIBLE — USD 2.2 milioni

Questa auto, venduta in occasione di un’asta Barret-Jackson, è stata una degli 11 esemplari prodotti nel 1971, ed ha realizzato un prezzo di vendita di USD 2,2 milioni nel 2007. In realtà, avrebbe potuto spuntare un prezzo anche doppio, ma questa vettura aveva un motore che non era quello originale che era stato installato sulla catena di montaggio, e così è diventata l’auto non completamente originale più costosa di sempre.

8° posto: 1970 PLYMOUTH HEMI ‘CUDA CONVERTIBLE – USD 2.25 milioni

Le convertibili non erano così popolari tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, ma questa particolare auto era una delle sole 14 prodotte nel l’anno 1970 e una delle nove equipaggiata con il cambio automatico a tre velocità. Dopo un restauro completo avvenuto nel 2002, questo esemplare è stato battuto nel 2015 per USD 2,25 milioni, un prezzo davvero notevole considerato che si tratta di un modello profondamente restaurato.

7° posto: 1954 PONTIAC BONNEVILLE SPECIAL MOTORAMA CONCEPT CAR – USD 3.08 milioni

All’inizio degli anni ’50, GM voleva disperatamente dipingere il suo marchio Pontiac come sportivo ed eccitante per attirare un pubblico più giovane negli showroom. Il risultato fu il progetto speciale della Pontiac Bonneville, della quale furono costruiti solo due auto, perchè considerate “troppo moderne” per i gusti dell’epoca e quindi troppo all’avanguardia (tanto da essere considerate “il papà e la mamma” delle muscle car che esplosero ben 13 anni più tardi). Una di queste è stata venduta per USD 3,08 milioni all’asta del 35° anniversario di Barrett-Jackson a Scottsdale, nel 2006.

6° posto: 1967 L88 CHEVROLET CORVETTE STINGRAY CONVERTIBILE – USD 3,2 milioni

La Chevy Corvette è una delle muscle car americane più riconoscibili e una delle preferite di molti appassionati. L’iconico design e le potenti prestazioni l’hanno aiutata a mantenere il suo valore abbastanza bene nel corso degli anni, ma poche Corvette hanno mai eguagliato il prezzo di questa L88 del 1967, che è stata una delle 20 prodotte quell’anno.

5° posto: HEMI 1971 “CUDA CONVERTIBILE – USD 3,5 milioni

Sorprendentemente simile in apparenza al ’71 ‘Convertibile Cuda, questa decappottabile del 1971 è particolarmente desiderabile perché è l’unica sopravvissuta con tutte le sue parti originali ed i numeri di corrispondenza. Ha ancora il suo motore originale, ed è l’unico Hemi ‘Cuda esistente con il cambio manuale a 4 marce originale. Ne sono state prodotte solo 11 nel 1971, ed è per questo motivo che viene soprannominata il “Santo Graal delle muscle car”. È stata venduta nel 2014 all’asta di Seattle Mecum per USD 3,5 milioni, diventando la Chrysler più costosa di sempre.

4° posto: 1967 CORVETTE L88S COUPE – USD 3,85 milioni

Questo modello rimane una delle Corvette più desiderate mai costruite. Nel 1967 ne furono prodotte soltanto 20, e questa è l’unica ad avere una combinazione di colori in tonalità di rosso su rosso. E’ stata venduta ad un acquirente molto ricco in occasione dell’asta Barrett-Jackson Scottsdale nel 2014, per 3,85 milioni di USD, ed è già valutata dagli esperti oltre 5 milioni di USD.

3° posto: 1966 SHELBY COBRA 427 “SUPER SNAKE” – USD 5,115 milioni

Questo modello è il più raro che esista, in quanto è uno dei soli due mai costruiti e l’unico sopravvissuto. Carroll Shelby lo costruì per se stesso, ed è stato sottoposto a meticolose ispezioni, tra cui il confronto con altri Cobra da competizione. L’auto ha ancora il suo blocco motore originale codificato in data 1965, e la sua intestazione originale impressa nei tubi laterali cromati. Non sorprende che questa muscle sia stata venduta per USD 5,115 milioni all’asta di Barrett-Jackson a Scottsdale, in Arizona.

2° posto: 1964 FORD GT40 PROTOTYPE – USD 7 milioni

Questa GT40 è stata l’auto del debutto di Henry Ford a Le Mans ed è stata guidata da piloti del calibro di Bruce McLaren e Phil Hill. Ford ha esposto questa rara gemma automobilistica al Detroit Auto Show per un certo numero di anni fino al suo ultimo restauro del 2010, ed è stata venduta all’asta di Houston Mecum nel 2014 per USD 7 milioni. Trattandosi dell’unico esemplare mai costruito, il suo valore è destinato ad aumentare nei prossimi anni, candidandola ad essere l’auto che potrebbe eguagliare la “n. 1”, ossia la Shelby Cobra che segue in questa speciale classifica di auto milionarie.

1° posto: 1962 SHELBY COBRA CSX2000 – USD 13,75 milioni

La Shelby Cobra ha una lunga e illustre reputazione negli archivi della storia delle muscle car americane. Possedere una Shelby Cobra vintage è un sogno per molti fanatici, ed ogni originale varrà un sacco di soldi; ma la prima Cobra avrà sempre un prezzo molto più alto di ogni altro. Il modello con il numero di telaio CSX2000 è stato venduto per la monumentale cifra di USD 13,75 milioni in un’asta di Monterrey, in California. La storia di questa  Cobra è davvero affascinante: fu dipinta in diversi colori durante il suo primo anno di esistenza poiché fu spedita da un evento all’altro per far sembrare che la produzione fosse ufficialmente iniziata. In realtà non lo era, ma il trucco ha funzionato. La brillante tonalità di blu di oggi è l’ultimo colore con cui fu verniciata, peraltro in modo grossolano e frettoloso. Non fu mai restaurata (ancora oggi si notano macchie di colore di intensità diversa rispetto al resto della carrozzeria), e forse per questo finì per essere l’auto americana più costosa mai venduta.

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Buona lettura !

Le polizze vita e la loro intestazione fiduciaria: nessuna protezione in assenza di un uso credibile

L’Intestazione Fiduciaria è di per sé sufficiente ai fini della segregazione patrimoniale di una polizza vita, ma solo se prevale la finalità previdenziale.

La polizza vita, strumento sul quale si sono concentrate le attenzioni delle banche-reti, ancora oggi viene raccomandata, dagli addetti ai lavori, in funzione della sua impignorabilità e della sua insequestrabilità, che le sono riconosciute dal nostro codice civile. L’art.1923 del codice, infatti, sancisce che le somme dovute dall’assicuratore al contraente o al beneficiario non possono essere sottoposte ad azione esecutiva o cautelare.

Ma è proprio vero?

Sì, ma solo in parte. L’efficacia della previsione di cui al Codice Civile, infatti, subisce una limitazione ogni volta che, della polizza assicurativa, si fa un uso sconsiderato e non corrispondente alle sue finalità.

Per cominciare, nulla può una polizza di fronte alle disposizioni relative alla revocazione degli atti compiuti in pregiudizio dei creditori (in particolare sui crediti già formalizzati, esistenti ed in situazione di contenzioso alla data di stipula della polizza) e degli eredi. Inoltre, secondo una pronuncia del 2007 della Corte di Cassazione, l’impignorabilità e l’insequestrabilità della polizza vita sono attinenti esclusivamente alla garanzia patrimoniale ricompresa nella disciplina civile, e pertanto l’efficacia dell’art. 1923 del C.C. non tocca la disciplina della responsabilità penale, nel cui ambito ricade il sequestro preventivo.

In presenza di una responsabilità penale, quindi, l’insequestrabilità della polizza decade.

Ancora – ed è la riflessione più consistente, parlando di polizze vita – bisogna distinguere tra le polizze a Gestione Separata (appartenenti al c.d. Ramo I), e le polizze del c.d. Ramo III (prodotti Unit Linked, con fondi interni), le quali, negli ultimi due anni, sono state oggetto di importanti pronunce della Corte di Cassazione in merito al livello di protezione offerto anche in ambito civilistico. I prodotti del Ramo III, infatti, non determinano, in capo al risparmiatore, l’impossibilità di perseguire i propri obiettivi di investimento e la propria inclinazione al rischio/rendimento, e gli consentono di creare un portafoglio assolutamente in linea con le proprie caratteristiche ed abitudini finanziarie. In pratica, secondo la Suprema Corte, dando al cliente la possibilità di fare ingresso in un circuito di consulenza professionale del tutto simile a quello tipico dei servizi finanziari, verrebbe meno la prevalenza della finalità previdenziale, superata da quella del risparmio/investimento.

Quest’ultima caratteristica sembrerebbe confermata dal particolare regolamento di questa tipologia di polizza, la quale prevede la possibilità di investire in una pluralità di fondi e titoli interni, consentendo al contraente di effettuare gratuitamente tutti i movimenti in entrata e uscita (i c.d. ribilanciamenti del portafoglio) che ritiene opportuni, proprio come in un qualunque sistema di fondi/sicav. Pertanto, alcuni tribunali di merito, nell’attribuire efficacia oppositiva in giudizio ai detentori di polizze, hanno mostrato preferenza per quelle di Ramo I (gestione separata), o per le c.d. multiramo (un mix tra Ramo I e Ramo III) che meglio tutelerebbero la c.d. finalità previdenziale quale interesse meritevole di maggior tutela.

In realtà, anche le c.d. Unit Linked (Ramo III), qualora sottoscritte in forma sostanzialmente vincolante (con commissioni di uscita “a tunnel” almeno quinquennali) e con versamenti graduali sembrano rispondere perfettamente ai requisiti richiesti, dal momento che il deterrente al riscatto anticipato (di solito neanche consentito prima che siano trascorsi 12 mesi), rappresentato dalle commissioni di uscita, permette di coniugare i vantaggi di una gestione attiva e partecipativa del portafoglio con l’indubbia finalità previdenziale sottostante alla sottoscrizione della polizza a simili condizioni contrattuali. Nessun sistema di fondi o sicav è gravato da simili penalità di uscita, e ciò costituisce, in chiave giuridica, un valido argomento di opposizione anche per le polizze Ramo I aventi queste caratteristiche.

La protezione prestata dalla polizza vita aumenta qualora essa venga sottoscritta nell’ambito di un mandato fiduciario, che ne aumenta legalmente il grado di riservatezza nei confronti dei terzi. Le società fiduciarie, infatti, offrono in forma tecnico-professionale la c.d. intestazione fiduciaria, che si realizza due distinti ma ben collegati atti: il primo vincola solamente le parti che lo sottoscrivono (il fiduciante e la società fiduciaria); il secondo vincola i rapporti con i terzi, ma non comporta il trasferimento della proprietà e prevede l’intestazione del bene e la contestuale legittimazione della società fiduciaria ad esercitare i diritti tipici del proprietario. Per questo motivo, l’intestazione fiduciaria è di per sé spesso sufficiente ai fini della segregazione patrimoniale di una polizza innanzi ai terzi creditori del fiduciante, i quali rimangono all’oscuro relativamente alla sua esistenza; l’effetto è quello di non farla risultare nel patrimonio del presunto debitore: se non sai che esiste, non la cerchi (in ogni caso, non sai dove cercarla).

L’intestazione fiduciaria, paragonata al trust o alla gestione delle holding famigliari, è più economica (mediamente è gravata da una commissione di apertura una tantum di circa 1.000,00 euro, più una commissione di gestione annuale da 2.000,00 euro in su, a seconda dei beni da gestire e della loro complessità), ma come il Trust permette un’attenta e dedicata pianificazione patrimoniale e fiscale.

Bisogna però farne un uso credibile. Infatti, con la decisione n. 10333/2018, la Corte di Cassazione ha stabilito il principio di diritto secondo cui, se l’investimento è operato dal cliente per mezzo di una società fiduciaria a cui è attribuita l’intestazione della polizza per conto del fiduciante, il soggetto obbligato al rispetto delle regole di condotta previste dalla normativa è il cliente finale, e non la società fiduciaria. Pertanto, anche nel caso in cui una polizza vita venga sottoscritta tramite mandato fiduciario (e questo venga individuato dai creditori), essa deve apparire sottesa ad un congruo e verificabile interesse meritevole (finalità previdenziale), che prevalga su quello di eventuali pretese di altri soggetti (creditori, Stato).

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Top advisor USA, 250 di loro gestiscono quasi un bilione di dollari. Cosa chiedono i milionari americani ai loro consulenti

Negli Stati Uniti, la maggior parte degli operatori si guadagna da vivere vendendo investimenti e prodotti assicurativi, mentre i veri esperti finanziari, quelli più ricercati dai grandi detentori di patrimonio, sono più rari.

La recente classifica Forbes dei migliori consulenti patrimoniali americani, sviluppata da Shook Research, ha rivelato come i primi 250 gestiscano qualcosa come 910.000.000.000 di dollari, vale a dire una media di 3,64 miliardi a testa. In realtà, spesso non parliamo di singoli professionisti, ma di veri e propri team di lavoro, facenti parte di aziende con centinaia di consulenti e collaboratori, ognuna delle quali specializzata in alcuni settori.

Secondo questa speciale classifica (nell’immagine i primi 10 dello speciale elenco di Forbes), ai primi posti troviamo professionisti che lavorano per i grandi gruppi (Morgan Stanley e Merril), ma anche per marchi meno conosciuti in Europa (come Zhang Financial, con l’astro nascente Charles Zhang al sesto posto). Per i clienti, soglie di accesso piuttosto alte: da un minimo di un milione (Zhang) a soglie minime anche di 25 milioni (Brian C. Pfeifler, Morgan Stanley New York).

C’è da dire che, negli Stati Uniti, la maggior parte degli operatori si guadagna da vivere vendendo investimenti e prodotti assicurativi, mentre i veri esperti finanziari, quelli più ricercati dai grandi detentori di patrimonio, sono più rari e si stima che siano al massimo il 25% del totale dei consulenti. Pertanto, qual’è la regola più importante che un milionario americano deve osservare per trovare il consulente giusto? La risposta è identica per tutti: “scegliere qualcuno che raccomanderemmo a un amico o un familiare“.

La qualità, pertanto, è sempre al primo posto, soprattutto in un mercato come quello statunitense, dove gli studi di consulenza finanziaria hanno dimensioni ragguardevoli. Va da sé che qualunque top client americano, prima di fare la propria scelta, vorrà controllare attentamente tutti i candidati. “Di solito inizia chiedendo ad amici e parenti”, afferma Sophia Bera, pianificatore finanziario certificato con sede a Minneapolis, “e poi chiede consigli a persone le cui esigenze finanziarie, prospettive o fascia di età sono simili alle sue”. “Successivamente li cerca online e su LinkedIn, per avere un’idea di come sia ogni professionista e l’azienda per cui lavora. Dopo aver ottenuto un elenco di potenziali consulenti, verifica se qualcuno di loro è mai stato sanzionato per qualsiasi comportamento illegale o non etico. Questa verifica è semplice, basta utilizzare il portale BrokerCheck dell’autorità di regolamentazione del settore finanziario (FINRA), oppure verificare che i nominativi prescelti abbiano la certificazione CFP”.

E così, dopo questa “scrematura”, si arriva al colloquio iniziale. In questa occasione, sarà fondamentale, per il milionario a stelle e strisce, porre domande come quelle che elenchiamo qui di seguito.

  1. Come addebita i suoi servizi, e quanto costa?

Si tratta di conoscere se è prevista una commissione di pianificazione iniziale, un addebito percentuale per le risorse gestite o se il consulente guadagna vendendoti un prodotto specifico, ed in particolar modo se ha un incentivo su alcuni prodotti

  1. Quali licenze, credenziali o altre certificazioni ha?

Dei quattro principali tipi di consulenti finanziari, la designazione di pianificatore finanziario certificato (CFP) è più difficile da ottenere rispetto a quella di Chartered Financial Consultant (ChFC), poiché il primo richiede un esame di abilitazione più completo. In generale, è bene cercare un consulente per gli investimenti (RIA) registrato e, se il reddito è elevato o il cliente è un piccolo imprenditore, sarà meglio orientarsi su un account pubblico certificato (CPA), che è in grado di offrire una pianificazione fiscale. Di solito, questi ultimi possiedono anche la certificazione di specialista finanziario personale (PSF).

  1. Quali servizi offre il professionista e/o la sua azienda di consulenza?

Alcuni consulenti, infatti offrono solo consulenza per gli investimenti, mentre altri svolgono una pianificazione finanziaria completa in materia di pensionamento, assicurazione, pianificazione patrimoniale e pianificazione fiscale.

  1. Quali sono i suoi clienti preferiti, con i quali ha più affinità?

Alcuni consulenti finanziari hanno un interesse specifico – come donazioni di beneficenza o investimenti socialmente responsabili o allocazioni post-divorzio – ma la maggior parte dei consulenti tende a concentrarsi sulle persone entro 10 anni di differenza dalla loro età, per via di una maggiore comprensione dei loro problemi.

  1. E’ possibile vedere un esempio di piano finanziario?

Questa è una domanda che rischia di complicare la scelta, perché alcuni consulenti poitrebbero consegnare un fascicolo lungo 50 pagine, pieno zeppo di diagrammi e grafici, mentre è bene ricercare chi può fornire un’istantanea di cinque pagine di una situazione finanziaria.

  1. Qual è il suo approccio agli investimenti?

In pratica, bisogna chiedere al consulente qual è la sua filosofia di investimento, se, ad esempio,  preferisce utilizzare fondi a basso costo oppure fondi gestiti attivamente o investimenti passivi. La regola è “non sono qui per farti guadagnare un sacco di soldi. Se vuoi che qualcuno lo faccia, e scambia azioni ogni giorno, non sono io la persona che cerchi, a meno che tu non stia cercando qualcuno che effettui investimenti coerenti con la tua tolleranza al rischio e i tuoi obiettivi“.

  1. Quanti contatti ha periodicamente con i suoi clienti?

Alcuni pianificatori tengono una riunione di pianificazione iniziale e poi li si incontra una volta all’anno, altri effettuano check-in trimestrali. Tutto dipende dall’importo che si desidera pagare e dal livello di coinvolgimento desiderato. Un recente sondaggio (JD Power & Associates) ha rivelato che gli investitori contattati 12 o più volte all’anno hanno avuto i più alti tassi di soddisfazione.

  1. Lavorerà da solo con me o avrò a che fare con un team?

Alcune aziende hanno un approccio di squadra piuttosto che un approccio individuale, e questo è molto gradito da una certa fascia di clientela che necessita di risposte anche quando il loro il planner di riferimento è in vacanza.

Il mercato della consulenza finanziaria, negli USA, è già molto avanzato, per cui certe qualità (che qui in Italia cominciano ad essere richieste solo adesso) sono entrate da decenni nella mentalità degli investitori. In generale, tutti cercano di selezionare un consulente in grado di dimostrare di essere un vero esperto finanziario in base alla propria istruzione, all’esperienza e alle certificazioni pertinenti, ed i migliori consulenti hanno anni di esperienza applicabile nel fornire consulenza e servizi all’avanguardia.

Inoltre, il cliente americano pretende trasparenza, che i consulenti di alta qualità offrono volontariamente, evidenziando subito le informazioni necessarie per prendere la giusta decisione. Del resto, essi vengono remunerati con parcella professionale, proprio come gli altri professionisti (fiscalisti, avvocati), a tariffa oraria, fissa o basata sull’attività svolta. A queste vanno aggiunte le spese generali, che i migliori consulenti finanziari riveleranno con precisione e relativa documentazione di spesa.

Infine, i professionisti più affidabili sanno che il cliente ha delle aspettative di rendimento, e forniscono documentazione sui loro risultati passati e sulle metodologie applicate per ottenerli, fornendo poi una buona attività di comunicazione fatta di rapporti, riunioni, e-mail e chiamate, allo scopo di tenere il cliente sempre pienamente informato sui risultati e sulle fasi del mercato, nonché sul grado di raggiungimento degli obiettivi.

In definitiva, ciò che si richiede ad un consulente negli Stati Uniti non è molto dissimile agli standard che si vanno via via formando anche in Italia, dove l’analfabetizzazione finanziaria è ancora piuttosto frequente. Del resto, in Italia abbiamo già più di 500.000 investitori “over one million”, e sarà soprattutto a questi che viene oggi destinato uno stile di consulenza improntato al “modello americano”, con il quale le banche europee (le MiFID ne sono una valida testimonianza) vorrebbero rivaleggiare, per acquisire una posizione di leadership nel prossimo futuro.

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