Maggio 10, 2026
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Mercato immobiliare, gli italiani emigrano e non comprano. Gli immigrati regolari valgono già 100 miliardi

Le richieste di case provenienti dalle famiglie di immigrati sono sempre in aumento, e presto potrebbero raggiungere la cifra di un milione. Sempre giù il mercato di compravendite dei residenti.

Secondo l’ultimo rapporto annuale realizzato da Scenari Immobiliari, il mercato immobiliare italiano degli immigrati regolari vale oggi più di quello dei residenti, e i dati relativi ai loro acquisti di case mostrano un giro d’affari in aumento anche nell’anno in corso, con un incremento stimato del 13,7% rispetto al 2018, pari a 5 miliardi di euro.

Grazie a questo trend, che dura già da qualche anno (soprattutto nei piccoli centri e nelle periferie delle grandi città del nord e del centro), il 21,5% degli immigrati “di lungo corso” – quelli arrivati da circa 30 anni – abita in una casa di proprietà, e negli ultimi 12 anni sono 860.000 le case acquistate da loro, per un volume d’affari complessivo che ha superato i 100 miliardi di euro.

Il numero maggiore di compravendite si è realizzato a Milano, Roma e Bari, con una fascia media di costo pari a circa 100.000 euro; la tipologia più ricercata è quella degli immobili di bassa qualità ma sufficientemente spaziosi e in periferia.

Il Rapporto realizzato da Scenari Immobiliari evidenzia la possibilità che in breve tempo le abitazioni acquistate da immigrati in Italia possano raggiungere il numero di un milione. Ma gli immigrati trainano anche il fiorente mercato delle locazioni. Infatti, solo uno di loro su cinque vive in una casa di proprietà, mentre il 63,5% è in affitto e il restante 15% diviso tra la sistemazione da parenti e connazionali o il pernottamento in luoghi di fortuna. In considerazione dell’alto tasso di occupazione (gli immigrati regolari, prima o poi, trovano tutti lavoro!), anche quel 15% è destinato, nei prossimi anni, ad alimentare il numero di locazioni e compravendite.

Ma se la domanda proveniente dalle famiglie di immigrati è sempre in grande fermento, quella dei residenti è appiattita sul fondo ormai da qualche anno, con l’offerta che ancora supera la domanda. Gli esperti attribuiscono tale

fenomeno, innanzitutto, agli effetti di una congiuntura economica sfavorevole di lungo periodo, che porta ogni anno decine di migliaia di giovani italiani a cercare all’estero un futuro professionale migliore. Questo trend è in preoccupante aumento negli ultimi 10 anni, durante i quali si calcola che almeno 700.000 giovani laureati e diplomati (ossia, 700.000 futuri potenziali acquirenti di case!) abbiano scelto Germania, Francia, USA e UK (ma anche Albania e altri paesi dell’Est Europa) per lavorare in un contesto migliore di quello italiano. Ciò spiega il tasso di sostituzione che si è verificato tra gli acquisti dei residenti e quelli degli immigrati regolari, i quali, di fatto, oggi sostengono il mercato.

Questa enorme rivoluzione ha determinato anche un differente ruolo attribuito alla casa da questi due gruppi di acquirenti, sia in base alla finalità che alla topologia ricercata: semplice abitazione per gli immigrati, abitazione-investimento per i residenti; casa di media quadratura ed in periferia per i primi, spaziosa ed in zone centrali (o semi-centrali) per i secondi.

Di conseguenza, anche il modello di business del mercato immobiliare si trova ad un punto di svolta epocale, oltrepassato il quale niente sarà più come prima. Noi pensiamo che quel punto di svolta sia già stato superato, e che gli italiani abbiano smesso ormai da tempo di considerare il mattone come il “l’investimento più sicuro”.

I sintomi di un simile scenario di crisi del settore ci sono tutti, come testimonia il livello dei tassi sui mutui, che la generazione dei baby-boomers non aveva mai visto così basso fino ad oggi. Pertanto, anche il modello di marketing delle vendite immobiliari deve necessariamente individuare nuovi spunti che possano arricchire e veicolare la domanda verso soluzioni il più possibile “su misura” e “a target”. Le grandi reti di intermediazione, fiutando già qualche anno fa il trend in aumento proveniente dalle famiglie di immigrati regolari, avevano già avviato politiche di marketing operativo fortemente geo-localizzate, nonchè pronte ad accogliere le richieste delle famiglie immigrate regolari, alle quali veicolare una “scheda-immobile” semplice e immediata: localizzazione periferica, quadratura medio-piccola, rifiniture normali, vicinanza alle fermate dei mezzi pubblici.

Tutt’altre caratteristiche deve avere, invece, la “scheda” informativa da destinare alla domanda dei residenti che già abitano, al momento della ricerca, nei semi centri cittadini o nelle zone più centrali. Nel loro caso, l’esigenza di abitarci dentro è pari all’interesse all’investimento, per cui le variabili da utilizzare sono:

– l’aumento di valore realizzabile con la ristrutturazione,

– il valore locativo,

– la vicinanza a servizi e scuole,

– il risparmio derivante dalla prossimità al posto di lavoro,

– i futuri (e previsti) miglioramenti del contesto di quartiere,

– la previsione di apertura di ipermercati e centri commerciali,

– i nuovi servizi per la città (metropolitana, ospedali, tram etc).

Tutti questi elementi fanno sì che si possa determinare il calcolo di un rendimento prospettico, che tanto piace ai patrimonials (i genitori dei millennials).

Di recente, il tema dei dati scientifici con cui corredare la scheda informativa di un immobile è stato trattato alla tavola rotonda organizzata MVA-Master in Valutation & Advisory del Politecnico di Milano. Lo scopo di questo incontro tecnico è stato quello di valutare il superamento della logica secondo la quale un bene vale per quanto produce, sostituendola con quella del valore per quanto può produrre se si attuano determinate circostanze (esempio, l’arrivo della linea metropolitana), o se si attuano determinate modificazioni (esempio, cambio d’uso da ufficio ad alloggio).

La conclusione degli esperti è che c’è grande bisogno di una figura professionale che sia in grado di redigere una analisi immobiliare (legale, tecnica, contabile, di rischio) in grado di rispondere compiutamente alle domande degli investitori.

Si tratta di un’esigenza che sarà sempre più sentita in Italia, dove il patrimonio immobiliare è tra i più vecchi d’Europa ed oltre la metà degli edifici, realizzati prima degli anni ’70, necessita oggi di continui interventi straordinari che influiranno inevitabilmente sul loro prezzo di vendita futuro.

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Responsabilità professionale e tutela del patrimonio del medico: 35.000 richieste di risarcimento ogni anno

Se il medico non agisce preventivamente per mezzo della pianificazione patrimoniale, ogni azione tardiva volta alla tutela dei propri beni diverrà inefficace in giudizio.

In tema di responsabilità medica, ogni anno oltre 35.000 azioni legali vengono intentate da pazienti che denunciano presunti casi di malasanità, coinvolgendo un numero altrettanto elevato di medici e sanitari. Pertanto, nonostante il 95% delle denunce penali sia destinato a risolversi in un nulla di fatto, i procedimenti legali in sede civile sono in costante aumento, e circa un terzo di questi procedimenti “va a segno”, generando risarcimenti piuttosto onerosi in capo al medico la cui responsabilità viene accertata.

La tendenza ad addebitare alla negligenza dei medici qualunque evento che colpisca gli utenti è certamente il risultato di un onda lunga generata negli anni ’90, allorquando l’assenza di una legislazione che chiarisse i termini della responsabilità professionale e della colpa medica aveva fatto aumentare a dismisura i procedimenti e, conseguentemente, i costi delle assicurazioni sul rischio.

La legge n.24 (c.d. Gelli/Bianco) del 2017, e soprattutto una serie di pronunciamenti di merito e legittimità della Giurisprudenza hanno portato un po’ di chiarezza. Relativamente al riparto dell’onere probatorio (Corte appello Milano sez. II, 15/02/2019, n.698), per esempio, si è stabilito che nei giudizi risarcitori da responsabilità medica si delinea un duplice ciclo causale: uno relativo all’evento dannoso e l’altro relativo all’impossibilità di adempiere. Il primo (evento dannoso) deve essere provato dal danneggiato, mentre il secondo (impossibilità di adempiere) deve essere provato dal danneggiante nel caso in cui il danneggiato sia riuscito a provare l’evento dannoso. Pertanto, mentre il danneggiato dovrà provare il nesso di causalità fra l’insorgenza (o l’aggravamento) della patologia e la condotta del sanitario, il danneggiante dovrà provare che una causa imprevedibile ed inevitabile ha reso impossibile la prestazione.

In tal modo, ognuna delle parti ha oggi un ruolo ben delineato da interpretare nell’ambito del giudizio (civile o penale), e questo restituisce equilibrio in un momento storico molto delicato per la Sanità italiana, che a seguito dei tagli ventennali di spesa pubblica ha ridotto significativamente l’offerta e, in troppi casi, la qualità del servizio sanitario.

Responsabilità medica

Responsabilità medica

Il clima di sfiducia degli utenti verso tutto il sistema sanitario, che si traduce in numerosi casi di aggressione fisica nei P.S. (dove a fronte di 50 pazienti in attesa, in condizioni anche serie, operano mediamente due soli medici), ha creato l’insorgenza di un loro meccanismo di difesa conosciuto come “medicina difensiva”, cioè la richiesta di un numero eccessivo di esami e accertamenti, al fine di evitare l’assunzione di eccessiva responsabilità; il costo di questa pratica è stato stimato in più di 11 miliardi di euro l’anno.

Pertanto, a meno che la Politica non segni un deciso cambio di rotta, interrompendo la dinamica dei tagli ai posti-letto e restituendo motivazione e dignità al personale sanitario, questa tendenza pare sia destinata ad aumentare.

Dal punto di vista patrimoniale, i medici che vengono colpiti dai procedimenti risarcitori, una volta conclamata la propria responsabilità, finiscono con l’essere esposti al rischio di vedersi bloccare (o di perdere) tutti i propri beni a seguito di un sequestro preventivo o di altre iniziative messe in atto da chi si ritiene danneggiato, ed ogni azione tardiva volta alla tutela di quel patrimonio diverrà inefficace a causa, appunto, della strumentalità con cui essa è stata effettuata.

Le assicurazioni mediche, poi, spesso non riescono a coprire tutti i rischi. E’ fondamentale, quindi, che ciascun medico agisca preventivamente, tutelando sé stesso ed i propri familiari prima dell’insorgenza di un problema, e non dopo (è sufficiente la ricezione anche di una semplice diffida per eliminare o affievolire la buona fede di fonte al giudice). Una giusta prevenzione può essere attuata efficacemente attraverso la pianificazione patrimoniale, che è un procedimento semplice, messo in atto con il necessario ausilio di esperti professionisti, grazie al quale una eventuale e futura azione risarcitoria da parte di un terzo potrà essere ricondotta ad una sola parte del patrimonio (o a nessuna parte di esso), e non all’intero.

Il costo di tale consulenza, nonostante può coinvolgere anche quattro figure professionali (notaio, avvocato, commercialista e consulente finanziario) è enormemente più basso di quello derivante dal blocco dei mezzi operato a seguito di un giudizio civile o penale, in occasione dei quali soltanto le parcelle di avvocati e periti possono raggiungere la cifra di 20.000 euro (N.B. solo per il primo grado di giudizio), ed il risarcimento medio riconosciuto al danneggiato è pari a circa 90.000 euro.

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Auto d’epoca, 5 categorie promettenti. Le 8 regole d’oro di David Gooding per non sbagliare investimento

Alcune auto classiche non sono così appariscenti come le Ferrari da un milione di euro, ma mostrano forti segnali di aumento di valore. Per investire bene servono soprattutto passione, pazienza, ricerca e un occhio alle possibili frodi.

Così come per l’arte e per il vino, il mercato delle auto da collezione è piuttosto fiorente, ma bisogna ancora fare molta attenzione quando si deve effettuare una scelta.

Dopo aver analizzato le guide agli investimenti, i risultati delle aste, i rapporti sulle assicurazioni, le vendite online e gli acquisti sul mercato, oggi possiamo individuare cinque categorie in cui il trend è in aumento ed è possibile trovare un buon affare. Le auto di questi gruppi costano (molto) meno di una Ferrari blue chip, ma hanno un buon potenziale di guadagno nei prossimi anni.

  1. “La potenza giapponese” – Le auto classiche provenienti dalle fabbriche giapponesi stanno battendo quasi tutte le altre nel 2019 in termini di aumento di valore. Un’auto giapponese in condizioni “eccellenti” si è apprezzata mediamente del 18% negli ultimi tre anni, e del 39% negli ultimi cinque. La più performante è stata l’Acura Integra Type R del 1997, venduta recentemente per 63.800 USD ad un’asta Barrett-Jackson.
  2. “Le tedesche trascurate” – Le BMW classiche hanno visto il secondo più alto aumento delle richieste di preventivi assicurativi nell’ultimo anno, conseguendo un certo successo negli acquirenti di età inferiore ai 55 anni.
  3. “Quelle strane ma divertenti” – Fanno parte di questa categoria le auto che sono state derise quando sono uscite, ma che successivamente hanno sviluppato un seguito di culto sui social media. La familiare Buick Roadmaster, per esempio, è aumentata del 14% nell’ultimo anno, più delle classiche Jaguar.
  4. “Le Youngtimer” – Youngtimer è un termine usato per la prima volta dagli appassionati per indicare un’auto promettente con età variabile da 20 a 30 anni, ma non ancora diventata un classico in senso stretto. Nella cultura americana, il termine si è evoluto fino ad essere associato a quei millennials che amano le auto sportive di fascia alta e agli appassionati appartenenti alla generazione X, ossia quella degli attuali 25-30enni, che oggi possono permettersi l’acquisto di quei modelli. I risultati di questo trend sono sorprendenti: la Mercedes SL-Class di metà degli anni ’90 è cresciuta dell’8% in valore dal 2017 al 2018, e la BMW M3 del 2000 è aumentata del 22% rispetto all’anno precedente.
  5. I Truck (camion) – I prezzi alle aste per i camion classici sono aumentati del 15% rispetto allo scorso anno, e le quotazioni su cui si basano le maggiori compagnie di assicurazione sono aumentate del 40%. Le difficoltà e i costi dell’ingombro vengono compensate dall’esiguo numero di modelli in circolazione.

Qualunque sia la tendenza del mercato, l’acquisto di un auto d’epoca deve sempre essere attuato rispettando alcune regole. David Gooding, patron della grande asta di Pebble Beach (California), ha raccolto delle vere e proprie “pillole di saggezza” in una speciale classifica. Secondo Gooding, se si decide di investire in auto d’epoca (a prescindere dalla fascia di prezzo), è bene:

– ascoltare il proprio cuore, e comprare ciò che si ama cercando il modello nel miglior stato possibile;

– non preoccuparsi dell’investimento, perché un’auto con una grande storia andrà sempre bene nel lungo periodo;

– sapere che il mercato non è fatto solo di Ferrari! Chi non può permettersi una Ferrari degli anni ’60, ma ha buoni mezzi finanziari, potrà dirigersi verso un’Alfa Romeo dei ‘60, oppure su una Mercedes-Benz 300 SL Gullwing o Roadster;

– “ricercare, studiare e confrontarsi”, ossia trascorrere del tempo accumulando quante più conoscenze possibile sul modello specifico che si sta cercando, parlare con gli esperti o con altre fonti informate e imparziali è fondamentale per scegliere rimanendo aggiornati;

– conoscere l’esatta provenienza dell’auto e ricostruire la sua storia. Sapere che il potenziale acquisto proviene da una collezione stimata o da qualche eccellente collezionista aggiunge valore al prezzo di un’auto;

– ricercare il modello con tutte le sue parti originali (compreso targa e documenti!). Una macchina non deve essere completamente restaurata per essere preziosa (anzi…), e se proprio è necessario effettuare dei lavori, bisogna cercare i restauratori riconosciuti come esperti per quel modello specifico.

– conservare l’auto in un deposito asciutto e arioso, per evitare a tutti i costi l’umidità, e pulirla accuratamente dopo ogni utilizzo, lasciando le finestre leggermente aperte in modo che l’aria possa circolare all’interno. Durante i mesi invernali, fare pompare le gomme un pò più del normale per prevenire il deterioramento degli pneumatici, e avviarla per circa 15 minuti ogni due settimane, allo scopo di mantenere la batteria carica e il motore correttamente lubrificato.

– guidare le proprie auto d’epoca! Le auto sono pensate per essere guidate, questo è ciò che rende così speciale il collezionismo di automobili. Pertanto, è bene utilizzare il proprio investimento su strada e goderselo con altri appassionati, anche (e soprattutto) se si tratta di una Ferrari da 20 milioni di dollari.

Su tutto, bisogna prestare attenzione alle possibili frodi. Il settore delle auto d’epoca, infatti, non è immune da rischi e truffe; secondo un sondaggio di Classic Trader, il 35% degli utenti intervistati ha dichiarato di aver subito almeno un tentativo di truffa, il 70% dei quali è avvenuto in Italia. La truffa più comune è quella dei difetti taciuti dal venditore, seguita dagli incidenti nascosti e dalla truffa del contachilometri. Inoltre, il 18% degli intervistati segnala denunce di pagamenti anticipati su presunti accordi e spedizionieri scomparsi con gli acconti di garanzia. Ciò dipende dal fatto che circa l’80% delle transazioni avviene mediante pagamento in contanti, ed espone così il compratore sia al rischio di truffa che a quello di ricevere e detenere banconote false.

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Millennials italiani e immobili, mancano i soldi. Crowfunding immobiliare, Co-housing e affitto breve per riqualificare il mercato

I millennials nostrani seguono con grande interesse l’evoluzione dei prezzi delle case, ma non hanno il capitale necessario per comprarle. Servono nuove idee per rivitalizzare il settore.

Il mercato immobiliare italiano sta subendo, negli ultimi tre anni, gli effetti di quei grandi cambiamenti che la Rivoluzione Digitale e i flussi migratori hanno portato nella Società Italiana, influendo incisivamente sullo stile di vita delle generazioni successive a quella dei c.d. baby-boomers.

In particolare, la domanda di immobili (non solo di case per civile abitazione) si è frammentata in due componenti principali: quella proveniente dagli immigrati regolari, molto attiva sul comparto delle unità abitative dei piccoli centri e delle periferie, e quella dei residenti, in perenne stagnazione per via dell’offerta di abitazioni ampie  e centrali che supera la domanda.

Su tutto, l’emigrazione di giovani residenti italiani (i futuri acquirenti di case) all’estero crea un vuoto nella domanda futura di immobili, determinando l’appiattimento del mercato.

Oggi servirebbe riqualificare l’offerta verso case più piccole, ma è quasi impossibile costruire su vasta scala dopo il boom degli anni ’60-’70-’80, e mancano le aree edificabili. Nonostante ciò, nella popolazione dei residenti pare che il modo di considerare gli immobili non sia cambiato di molto. Infatti, secondo una recente ricerca condotta da Housers.com sui consumatori italiani di età compresa tra i 18 e i 35 anni, si conferma la tradizionale propensione verso l’investimento immobiliare, ma solo il 10% ha a disposizione una somma mensile compresa da 300 a 500 euro, utile per pagare la rata di un mutuo.

Dalla ricerca, condotta su un campione di circa 4.000 millennials, emerge che, avendo a disposizione un capitale importante, l’84,48% degli intervistati acquisterebbe una casa, mentre la restante parte sceglierebbe l’affitto per via dell’incertezza economica e per preservare liquidità sul conto. Pertanto, sembrerebbe che la casa venga considerata, anche dai millennials, come il miglior investimento, dal momento che quello in valori mobiliari di lungo periodo viene scartato in partenza (solo il 17% di loro investirebbe in azioni). Tuttavia, il 30,15% ritiene che il mercato immobiliare sia interessante ma insicuro, e solo il 28,56% lo considera un mercato solido che dà maggiori certezze. Il risultato è che il 21,33% dei giovani intervistati, non disponendo di somme adeguate, è costretto ad aspettare molti anni prima di formare un capitale idoneo ad un anticipo.

Secondo Giorgio Spaziani Testa (Presidente Confedilizia) “gli scambi avvengono a prezzi di gran lunga inferiori rispetto a quelli di pochi anni fa. Si tratta in gran parte di svendite, soprattutto di prime case, e manca quasi del tutto l’acquisto per investimento, che un tempo rappresentava una fetta importante del mercato. In merito alle previsioni per il 2019, altro che ripresa. I prezzi sono in caduta libera e la discesa non accenna a fermarsi”.

A ciò si aggiunga che la valutazione del futuro immobiliare non può prescindere dall’andamento del settore del credito e dell’economia in generale. Quindi, sarà importante per il futuro la fiducia legata alla ripresa economica e all’occupazione.

Su tutto, pesa il ruolo giocato dal “convitato di pietra”, ossia dal sistema bancario. Negli ultimi 11 anni, infatti, le continue ricapitalizzazioni dovute alla crisi dei c.d. titoli tossici ed i relativi accantonamenti a bilancio hanno determinato, a fronte della iniezione di liquidità permessa dal Quantitative Easing, un continuo giro di vite sui criteri di accesso al credito, mutui compresi. Le tensioni finanziarie che hanno generato questo contesto sembrano ancora presenti, ed il timore è che una nuova riduzione delle erogazioni possa causare ulteriori effetti negativi sulle compravendite.

Sembrerebbe uno scenario senza soluzione, ma non è esattamente così, perché non mancano gli spunti positivi. Deve registrarsi, infatti, il ritorno sul mercato degli investitori esteri, dei fondi o delle banche d’affari, interessate adesso al mercato residenziale come segmento su cui investire in alternativa a uffici e immobili commerciali.

Inoltre, c’è sempre maggiore attenzione sulle soluzioni di risparmio energetico e sulla gestione dei servizi annessi all’edificio e agli spazi comuni: spazi di coworking, sale per eventi, spa, parrucchiere, celle frigorifere ed altro, il tutto gestito da app condominiali fornite da società di property management.

Sul fronte degli affitti, quello breve andrà sempre meglio, soprattutto nelle aree turistiche e nelle grandi città ricche di attrattiva storica (praticamente tutte, in Italia!). In questo particolare settore, l’approccio è radicalmente cambiato: le famiglie residenti nei piccoli centri della provincia non comprano più casa al proprio figlio studente, né affittano una camera o un appartamento condiviso, ma si rivolgono sempre di più allo student housing, puntando all’affitto di qualità.

Sul fronte tecnologico, poi, non mancano le iniziative per investire, che si diffondono direttamente nella Rete. Walliance (walliance.eu), per esempio, è la prima piattaforma di crowdfunding in Italia per il Real Estate. Relativamente a questo mercato, le stime del Politecnico di Milano parlano di un crowdfunding complessivo pari già ad oltre 10 miliardi di dollari, e secondo le previsioni di Forbes si arriverà a 300 miliardi entro il 2025.

Viste le premesse, persino la Commissione Europea sta lavorando per un mercato unificato del crowdfunding immobiliare.

In definitiva, serve riqualificare le politiche di marketing relative all’offerta di immobili, segmentandola sempre di più a fronte delle nuove tipologie di acquirenti. Le reti di intermediazione lo stanno già facendo, ma anche i privati dovrebbero muoversi in tal senso, per esempio investendo un pò di liquidità nella ristrutturazione degli appartamenti di grande quadratura (le città italiane ne sono piene) per realizzare unità abitative più piccole, meglio vendibili o da mettere a reddito più facilmente.

Trasformare un appartamento di 200 mq in due unità di 90 ciascuna (più parti comuni), per esempio, richiede un investimento (finanziabile) non superiore a 25.000 euro, recuperabile immediatamente mediante la successiva vendita che – inutile dirlo – avverrà più rapidamente ed a prezzo superiore, dal momento che la sommatoria dei prezzi delle due unità sarà superiore al prezzo dell’intero. Trasformare lo stesso immobile in casa per studenti con rifiniture di qualità non costerà più di 35.000 euro, da ammortizzare con ricavi medi mensili pari a non meno di 2.000 euro.

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La “Scienza di Beppe”. Sul Fatto Quotidiano un articolo al vetriolo contro i consulenti finanziari

Marucci (Federpromm): “Il prof. Scienza dovrebbe fare più attenzione prima di avanzare formule dogmatiche  e strumentali nei confronti di una categoria professionale che con dignità, professionalità e serietà svolge quotidianamente il proprio lavoro nell’interesse dei risparmiatori e della trasparenza del mercato”.

Lo scorso 5 Agosto, in pieno periodo di ferie, a non pochi sarà sfuggito l’articolo pubblicato dal Fatto Quotidiano (edizione cartacea e in abbonamento), a firma di Beppe Scienza, con il quale l’autore si scaglia contro l’intera categoria dei consulenti finanziari.

Chi è costui?

Ce lo dice lui stesso: “Sono un matematico e insegno all’Università di Torino. Dal 1976 mi occupo di risparmio e dal 1984 di previdenza integrativa. Ne “Il risparmio tradito” ho denunciato i danni causati da fondi e gestioni, ma anche le connivenze del giornalismo economico….. Pubblicista, dal 1984 ho collaborato a varie testate.…, ora solo al Fatto Quotidiano. Intervengo nel blog di Beppe Grillo sui temi del risparmio e della previdenza.”.

Pertanto, sarà certamente il suo autorevole curriculum ad averlo autorizzato a scrivere sul Fatto Quotidiano che “Bancari e promotori (…) finanziari le provano tutte per dissuadere i risparmiatori dal tenere i soldi fermi sul conto. Questo gli impedisce infatti di addebitargli commissioni, provvigioni, caricamenti ecc. Hanno perciò cercato di spaventarli col rischio del bail–in, poi con l’inflazione, quindi col rischio di fantomatici controlli fiscali sui conti non movimentati. Sono ricorsi pure alla mozione degli affetti: il denaro dev’essere investito per rilanciare l’economia, ridurre la disoccupazione, insomma per salvare la patria. Ma niente! Gli italiani bruciati da azioni e obbligazioni azzerate, certificati andati a picco e diamanti strapagati hanno mangiato la foglia.”.

Oltre a definirli provocatoriamente come “promotori”, secondo Scienza “…i sedicenti consulenti finanziari ne hanno pensata un’altra: bisogna mettere in fretta i risparmi in fondi comuni, per sfuggire a un’imminente imposta patrimoniale. Anche questa è una frottola…”.

In pratica, Beppe Scienza inventa – lui stesso – una frottola (quella secondo cui sarebbe attuale abitudine dei professionisti del risparmio terrorizzare i propri clienti prevedendo scenari da governo Amato) e la mette in bocca a quelli che, in barba alle norme che hanno reso possibile il cambio di denominazione, definisce “sedicenti” consulenti finanziari.

Tutto questo, naturalmente, senza portare prove a sostegno delle sue indagini e chiedendo ai lettori del Fatto di fidarsi della sua parola di insigne matematico.

Su questa enorme frottola, Scienza costruisce un articolo di bassa lega, che il Fatto Quotidiano gli pubblica probabilmente confidando sulla scarsità di lettori tipica del periodo vacanziero.

A noi, però, non è sfuggito.

Le conclusioni a cui la Scienza di Beppe giunge sono autenticamente folli anche per gli stessi risparmiatori: “liquidare senza indugio quanto tenuto in fondi comuni, polizze e gestioni varie e spostarlo su impieghi dove l’industria parassitaria del risparmio gestito non possa raschiare nulla. Riportarlo quindi su conti correnti e libretti, tassati al massimo 34,5 euro l’anno qualunque sia la cifra giacente, sui buoni fruttiferi postali o decisamente in banconote.”.

Con buona pace della pianificazione, degli obiettivi e degli impegni costruiti nel tempo dagli investitori, i quali dovrebbero seguire il pensiero unico di una persona che ha fatto di una industria con milioni di addetti un nemico da abbattere con ogni mezzo, anche quello più discutibile.

Interpellato dalla redazione di PATRIMONI&FINANZA, Manlio Marucci, Segretario Generale di Federpromm, dice “…meraviglia che un giornale serio come il Fatto Quotidiano dia spazio a tesi così formulate senza un processo di controllo che ne avvalori sia in termini quantitativi che qualitativi la portata delle argomentazioni esposte….

Manlio Marucci

Conosco Bebbe Scienza non come giornalista ma come matematico; tra l’altro sul suo sito (ilrisparmiotradito.it)  si può ampiamente vedere e capire la sua linea di pensiero e gli orientamenti politici che sono alla base delle sue azioni, molto spesso orientati a fomentare un clima di sfiducia ed arrembaggio  che diventa deterrente per i facinorosi della protesta. Non so a vantaggio di chi e a quali logiche risponda questa sua impostazione analitica dei problemi senza che abbiano un rigore metodologico basato sulla concreta realtà dei fatti e del lavoro svolto da seri professionisti quali i consulenti finanziari….”

Capire la complessità dei fenomeni che sottendono i vari strumenti monetari e finanziari e la sua organizzazione distributiva, le dimensioni e la portata di un mercato così articolato e difficile, credo siano argomenti seri a cui il prof. Scienza dovrebbe fare più attenzione prima di avanzare formule dogmatiche  e strumentali nei confronti di una categoria professionale che con dignità, professionalità e serietà svolge quotidianamente il proprio lavoro nell’interesse dei risparmiatori e della trasparenza del mercato. De te fabula narratur!”.

Tirando le somme, l’articolo del prof. Scienza (che non è nuovo a queste critiche durissime rivolte al mondo dei consulenti finanziari), al di là di convincere i lettori a sposare i suoi argomenti, rivela soltanto ciò che l’autore dell’articolo dovrebbe sapere bene, e cioè che gli attacchi scomposti ad una intera categoria di professionisti nascondono spesso motivazioni molto personali e poco obiettive.

Forse è il caso che Scienza le chiarisca, una volta per tutte.

(ac)

Acquistare un’auto d’epoca è un buon investimento? Alcuni esempi nella fascia di prezzo da 6.000 a 15.000 euro

Sebbene le auto classiche siano aumentate di valore nel lungo periodo, investire in un motore d’epoca non garantisce sempre un guadagno nel breve periodo. Mai procedere “a naso”.

Milioni di persone sono follemente innamorate della loro vecchia auto classica, e alcuni collezionisti pagherebbero una fortuna per una Ferrari F40 in condizioni ottimali. Ma i pezzi da collezione più preziosi non sono alla portata di tutti; infatti, il mercato è costituito per lo più da auto classiche che altro non erano che le vecchie macchine di ieri tenute bene dai pochi proprietari (a volte, da uno solo di essi).

Quel vecchio secchio di ruggine che oggi raccoglie polvere e ragnatele sotto una tettoia in campagna, tra 30 anni potrebbe valere un bel po’ di denaro, se nel frattempo non è andato in pezzi!

C’è da dire che il mercato delle auto classiche è notoriamente instabile. I prezzi sono cominciati ad aumentare notevolmente alla fine degli anni ’80, quando per la prima volta una Ferrari F40 aveva raggiunto all’asta il prezzo di più di un milione di euro attuali, ma all’inizio degli anni ’90 il mercato è crollato, ed i prezzi sono scesi anche del 40% negli anni immediatamente successivi. Oggi, una Ferrari F40, solo se in ottime condizioni, ha ripreso e superato di poco quella quota (circa un milione di euro), ma ci sono voluti oltre 15 anni, durante i quali si è sviluppato un mercato fiorente di auto classiche appartenenti alle fasce di prezzo inferiori. Secondo la ricerca di una banca londinese, i prezzi delle auto classiche sono aumentati del 257% in 13 anni in UK (del 218% in UE), e alcune quotazioni di auto d’epoca sarebbero ora ai massimi e potrebbero non aumentare ulteriormente, ma scendere fisiologicamente.

Il problema con l’investimento in auto d’epoca è che non tutti i modelli sono uguali, e che la passione ed il mito prevalgono spesso sulle tipiche logiche dell’investimento. Alcune auto si apprezzano molto più di altre, come i veicoli associati a film o celebrità. Ad esempio, il valore delle Aston Martin DB7 è aumentato moltissimo grazie al film di James Bond 007; anche la Lotus Elan è un acquisto intelligente, grazie alla connessione con il film Avengers; qualsiasi auto classica associata a Steve McQueen merita un posto d’onore, come la sua Ferrari 275 GTB, battuta all’asta per 6 milioni di sterline nel 2014.

La scarsità degli esemplari in circolazione influenza i valori delle auto classiche, e quelle più rare tendono ad essere più preziose. Una Ferrari 335 Sport Scaglietti del 1957, per esempio, è stata venduta alla strabiliante somma di 25 milioni di sterline nel 2016, dal momento che era una delle quattro ancora esistenti ed era anche stata guidata da Stirling Moss a Le Mans. Il “simbolo” di questa equazione (pochi esemplari=prezzo sempre crescente) è rappresentato dalla leggendaria “barchetta” della fabbrica Auto Avio, ossia quella che Ferrari fondò dopo essere uscito dall’Alfa Romeo senza poter utilizzare, per via di un accordo commerciale vincolante, il suo stesso cognome per 5 anni. Successivamente, venuto a conoscenza che un meccanico d’auto di nome Mario Righini era venuto in possesso del suo primo veicolo costruito (Auto Avio numero 1), Ferrari sino a pochi mesi prima della morte inviò emissari da Righini muniti di assegni in bianco su cui egli avrebbe potuto scrivere la cifra che voleva. Ma Righini non accettò e si tenne l’auto, ancora adesso parte più importante della sua grande collezione.

E’ bene sapere che, in generale, per investire in auto d’epoca bisogna speculare su quali dei modelli di oggi saranno i classici di domani. Pertanto, rispetto ad altri tipi di investimento, quello nelle auto classiche richiede una certa lungimiranza. Molti sostengono, ad esempio, che le auto a benzina di oggi potrebbero valere una fortuna tra 30 anni, allorquando il motore a benzina sarà stato sostituito da auto elettriche ad alta efficienza energetica. Possederne una oggi, quindi, potrebbe significare molto, a condizione di avere un garage e poter curare la propria auto meticolosamente, proprio come si farebbe con la propria casa. L’importante, come sempre, sarà scegliere i modelli “giusti”, magari evitando di fidarvi del vostro naso e confrontandovi con gli esperti che troverete nei club di appassionati di auto d’epoca. Ecco alcuni esempi per giovani (e non) amatori.

– Da 6.000 a 8.000 euro – Porsche Boxster 986 – Lanciato nel 1996, il Boxster originale sta diventando un classico moderno a sé stante. Si trova anche a circa 6.000 euro con un chilometraggio alto, ma un buon intervento nella meccanica e nella carrozzeria potrebbe ripagare subito l’investimento con un aumento di valore, ma dato che gli esemplari in circolazione sono diverse migliaia, non c’è da aspettarsi lo stesso apprezzamento ottenibile acquistandone una con chilometraggio basso, che invece garantisce una buona tenuta del prezzo nel tempo e una maggiore “liquidità” nel mercato, ossia la possibilità di realizzare rapidamente il passaggio di mano da un proprietario all’altro.

– Da 8.000 a 12.000 euro – Fiat 500 (originale) – Fino a tre anni fa, per una Fiat 500 leggermente sporca e mal tenuta chiunque avrebbe chiesto anche 6.000 euro; oggi la stessa auto ne varrebbe 8.000. A detta degli appassionati (soprattutto inglesi e americani, che ne vanno letteralmente matti), la Fiat 500 trasuda fascino e stile retro come poche altre, e come tutte le vecchie auto italiane la ruggine è il suo principale nemico; pertanto, è bene cercarne una che richieda un intervento minimo, perchè se ne trovano parecchie per le quali il solo costo di rimozione della ruggine richiede somme finanziariamente non convenienti. I modelli di Fiat 500 in ottime condizioni vengono venduti anche a 11-12.000 euro, e quelli eccezionali arrivano fino a 20.000.

– Da 12.000 a 15.000 euro – Jaguar XJS – L’XJS è uno dei modelli Jaguar dall’aspetto più classico, mescolando sportività con stile. I modelli più ricercati risalgono agli inizi degli anni Novanta, soprattutto quelli che incorporano parti del corpo in acciaio zincato. In un intervallo di prezzo compreso tra 12.000 e 15.000 euro, oggi ci si può aspettare di poter acquistare una coupé successiva al 1991, a condizione di controllare accuratamente il motore e, soprattutto, le condizioni del condensatore dell’aria condizionata, delle pale della ventola di raffreddamento e del radiatore (oltre alla ruggine, molto presente nei punti di sollevamento e nei sotto-telai della carrozzeria).

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Per i consulenti finanziari un futuro da “impiegati”? Fineco: no al modello Azimut

Il peso delle mansioni amministrative ha già comportato per i consulenti abilitati fuori sede una profonda trasformazione verso il ceto impiegatizio. Il “modello Azimut” rimane isolato.

Mai come adesso è chiara la visione dei futuri scenari relativi alla sollecitazione del pubblico risparmio; nel senso che da oggi (forse anche “da ieri”) in poi si dovrà parlare di “sollecitazione del pubblico interesse alla consulenza”, ossia il servizio destinato, nella mente di chi ha voluto politicamente tutto questo, a sostituire nel lungo periodo il management fee, o a colmarne la prevista diminuzione, per il mondo dei consulenti, già da quest’anno.

A questo risultato si è giunti al culmine di un percorso che ha inizio nel 2008. E’ proprio allora che  i massimi vertici dell’U.E., in virtù di un disegno complessivo volto all’armonizzazione di tutti i processi all’interno dei paesi membri, hanno deciso di costruire attorno al mercato finanziario europeo una serie di regole che gli consentissero di rivaleggiare (se non addirittura di prevalere) con quello americano. Pertanto, negli ultimi dieci anni, il sistema di servizi che regola l’attività dei consulenti finanziari ha adottato sempre più sofisticati strumenti di controllo sulla loro attività e sulle caratteristiche dei risparmiatori, che vanno dagli obblighi di adeguata verifica alla necessità di catalogare i clienti all’interno di profili e categorie di rischio. Le due MIFID (quella del 2007, e quella entrata in vigore a gennaio 2018), poi, hanno preteso un livello di trasparenza tale da determinare una rivoluzione portatrice anche di effetti negativi sul conto economico degli operatori del settore, soprattutto in considerazione dell’impatto che la competizione tra società-prodotto sta avendo sui costi di gestione del risparmio gestito (e cioè, sulla maggior fonte di ricavo delle banche/reti).

Tali funzioni di controllo (anche ex-ante, in sede di proposta di investimento), così incisive e vincolanti, sono il naturale portato della necessità di introdurre alcune regole europee la cui assenza, nei decenni passati, ha causato ai risparmiatori alcune brutte esperienze (sulle quali, ad onor del vero, gli ex promotori hanno avuto una parte assolutamente marginale e del tutto inconsapevole), ed ha determinato la possibilità, per alcuni soggetti, di poter mettere in atto comportamenti al di fuori delle regole (dall’evasione fiscale all’espatrio di capitali, dal riciclaggio di denaro all’appropriazione indebita).

Nonostante questo, però, risulta impossibile sorvolare sulle contraddizioni che hanno accompagnato questo processo di trasparenza. Da un lato, infatti, nel nome di questa stessa trasparenza si è pretesa una forte diminuzione di autonomia professionale dei consulenti finanziari mentre, dall’altro, non si è avuta alcuna remora nel gettare sul lastrico migliaia di risparmiatori italiani colpiti dagli effetti delle norme europee (direttiva BRRD – Bank Recovery and Resolution Directive), ratificate supinamente dal passato governo, del c.d. Bail-In, sopraggiunte in barba alla tanto sbandierata tutela del risparmiatore.

Quanta ipocrisia!

Ma questa non è stata l’unica “controindicazione”; ce n’è una, molto più silenziosa, che colpisce direttamente i principali attori delle reti commerciali, ossia i consulenti. Già da qualche anno, infatti, è in atto una certa tendenza del sistema bancario a trasferire alla rete commerciale specifiche mansioni amministrative di elaborazione dei dati che, fino a qualche anno fa, venivano svolte dalle strutture di sede a supporto del consulente. Su questo processo di trasferimento di mansioni, dalla struttura amministrativa a quella commerciale, nessuno ha ritenuto di dover vigilare o di dover rivendicare una logica retribuzione, sotto qualsiasi forma, e le associazioni di categoria (ANASF, soprattutto), si sono perse da tempo in un ruolo sfumato e inconcludente, risultando “non pervenute” sul tema.

Questa “razionalizzazione” dei costi aziendali da parte delle banche-reti genera per il consulente finanziario un maggior carico amministrativo e, quindi, minor tempo da dedicare allo sviluppo della clientela. Tutto ciò, sommato alla diminuzione dei margini provvigionali dettata dalle due MIFID, si è tradotto – e si tradurrà ancora di più nell’immediato futuro – in un minor fatturato personale e nel conseguente abbassamento del tenore medio di vita.

Intendiamoci, questi processi aziendali di razionalizzazione, che sono riscontrabili in tutte le aziende commerciali che attraversano la c.d. fase di maturità o di declino del proprio modello di business, sono perfettamente normali e rispondono ad esigenze che, a volte, permettono la stessa sopravvivenza dell’azienda e dei posti di lavoro che essa garantisce. Però, così facendo, la figura del consulente finanziario su base non indipendente è diventata oggi una sorta di tutto in uno, un professionista con due anime e due mansioni distinte: sollecitatore del pubblico risparmio (o del pubblico accesso alla consulenza), da un lato, e collaboratore amministrativo, dall’altro.

Relativamente alla seconda, resta ancora da capire come essa verrà remunerata, dal momento che, sebbene non sia ricompresa nel sistema provvigionale (altrimenti i margini, anziché ridursi, sarebbero dovuti aumentare), è innegabile che oggi venga svolta senza corrispettivo. Ma di questo argomento, che certamente coinvolge aspetti molto delicati della professione e del rapporto di lavoro, ci occuperemo in altra sede.

Per compensare, nel tenore di vita dei consulenti, il vuoto che verrà lasciato dalla diminuzione dei margini di ricavo, il sistema banche-reti ha creato, con una mossa poco ortodossa, un nuovo servizio che in realtà era già “vecchio” prima di nascere: la consulenza (a pagamento, però). In pratica, da qualche anno si sta cercando di imporre al mercato un servizio, che i consulenti e le reti già erogavano gratuitamente ai clienti, arricchito solo da una nuova veste grafica e dalle indicazioni vincolanti previste dalla seconda puntata della MiFID. Trattandosi di una iniziativa calata dal lato dell’Offerta, ossia dal sistema banche-reti, i clienti (che ce l’avevano già, ma non la pagavano) la considerano come viene realmente percepita: una forzatura, un costo in più. Pertanto, il servizio di consulenza a pagamento – come tutte le forzature non sorrette da un’adeguata politica di marketing preventiva di settore – ci metterà anni prima di perfezionarsi ed essere accettata come un servizio ad alto valore aggiunto; per questo motivo essa non può certo considerarsi come una fonte di ricavo capace di compensare nel breve periodo i minori introiti da management fee. Ci vorranno anni, giusto il tempo di far dimenticare alla clientela che, una volta, il servizio era gratuito.

Tutto ciò comporterà per i consulenti, in un momento in cui il tempo a disposizione per lo sviluppo commerciale è diminuito per via del maggior carico amministrativo, una serie di conseguenze; ed in particolare:

  • la necessità di aumentare il proprio lavoro di relazione con i clienti e con i contatti potenziali, al fine di poter amministrare un portafoglio in continuo aumento (la c.d. massa critica);
  • quindi, aumentare le proprie ore lavorative, oppure
  • assumere un’assistente personale da formare (e pagare) per un paio di anni prima di potervi fare reale affidamento.

Molti non ce la faranno, nonostante amino questo lavoro. Pertanto, oggi diventa imprescindibile, per i professionisti della consulenza, il bisogno di riqualificare rapidamente il proprio ruolo, nonchè di accrescere la propria immagine presso l’utenza, aprendo nuovi mercati e attraendo nuove masse. Infatti, persino la stessa denominazione di Consulente Finanziario (salutata come una conquista, ma del tutto tardiva) risulta insufficiente ad attrarre clientela, giacchè decenni di competizione e fusioni tra aziende mandanti hanno reso l’Offerta di prodotto/servizio del tutto omogenea e succedanea, senza alcuno spazio per l’innovazione. A monte di tutto, il termine “Finanza” oggi non è più adatto a identificare e veicolare l’immagine del consulente, né a creare nuove opportunità, per cui sarà meglio cominciare a parlare ai clienti di “Patrimonio” e del suo ciclo di vita: denaro, immobili, opere d’arte, preziosi, collezioni, quote societarie, beni immateriali, cultura imprenditoriale, valori familiari.

Solo così sarebbe possibile veder sorgere l’alba di una nuova era, quella della consulenza patrimoniale integrata, e del suo nuovo modello di business fondato, da un lato, sul ritorno prepotente della formazione e, dall’altro, su una struttura economica di reale condivisione del rischio e degli utili aziendali anche per i consulenti, ai quali andrebbero riconosciute delle significative partecipazioni al capitale delle società mandanti e/o delle banche. Purtroppo, questo scenario appare ancora lontano dal poter essere realizzato. Infatti, proprio di recente l’amministratore delegato di Fineco, Alessandro Foti, ha dichiarato che i propri consulenti finanziari non entraranno nel capitale della neo public company ridisegnata dopo la vendita delle posizioni di UniCredit, dal momento che “…il modo migliore per guadagnarsi la fedeltà dei consulenti non è offrirgli azioni ma farli lavorare in un contesto efficiente, consentendogli di raggiungere gli obiettivi che si sono posti come imprenditori“.

Il “modello Azimut”, pertanto, sembra destinato a rimanere un caso pressoché isolato nel panorama delle reti di consulenza non indipendente, e questo dato segna certamente il proseguimento di un percorso accidentato per il futuro della professione.

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Auto da collezione, prezzi in frenata: bolla speculativa o semplice riassestamento?

Dopo anni di aumenti percentuali a due cifre, i prezzi delle auto da collezione segnano un appiattimento che coglie impreparati più gli investitori speculativi che i veri collezionisti.

 Articolo di Claudio Negrello*

Chi lavora nel mondo della automobili da prima della “grande crisi” del 2007-2008, in questi ultimi anni ha potuto osservare in prima persona come sia cambiato il mondo delle auto da collezione, e come gli operatori del settore siano stati obbligati ad adattarsi rapidamente a questo cambiamento.

Nel frattempo, da fenomeno commerciale per pochi eletti, questo particolare mercato si è saputo trasformare in un contesto massificato, e l’aumento esponenziale delle fiere di settore, associato alle numerose trasmissioni televisive sul tema, hanno fatto sì che aumentasse l’interesse ed il fermento (anche culturale) attorno a questi veicoli.

Le case d’asta, poi, segnano record di vendite ad ogni incanto, confermando così un trend al rialzo che si è protratto fino alla prima metà del 2018. Basta guardare l’aumento dei prezzi: una Ferrari Testarossa, che fino a pochi anni fa si acquistava a 70.000 euro, oggi viene proposta a 150.000, così come alcune Porsche 911, passate di mano al doppio del prezzo rispetto al 2015.

Come in ogni mercato, l’aumento della domanda fa sì che aumenti anche l’offerta, ma parlando di auto da collezione, che non sono “riproducibili” e sono uscite dalle fabbriche in tiratura limitata, l’offerta rimane stabile e così i prezzi schizzano alle stelle, trascinando anche quelli delle automobili meno importanti ma prodotte in numero più elevato.

Un mercato con queste caratteristiche e di dimensioni ormai planetarie ha attirato l’attenzione di investitori privati, dando vita ad un sistema di scambi parallelo a quello dei veri collezionisti d’auto. Per questo motivo, sempre più spesso gli operatori vengono contattati da persone non appassionate del fantastico mondo delle auto d’epoca, ma da investitori e autentici speculatori.

La passione, così, sembra aver lasciato il cuore al profitto, ma ciò rientra nella logica di qualunque mercato. In compenso, nel settore delle auto Youngtimers (quelle di minor pregio, ma di qualità), la passione la fa ancora da padrone, grazie anche alle associazioni di settore che ravvivano un mercato secondario molto liquido e, per quanto riguarda i prezzi, piuttosto stabile e trasparente.

Dopo anni di rialzi, però, stiamo assistendo ad una frenata dei prezzi delle auto di maggior pregio, che appare sensata per quanto crei, ovviamente, un raffreddamento da parte degli investitori e dei collezionisti. Infatti, chi ha acquistato un’auto due anni fa o lo scorso anno, oggi farebbe un pò di fatica a trovare un compratore disposto a pagare subito la cifra richiesta, mentre chi vorrebbe acquistare, vedendo i prezzi in leggera discesa, si chiede se sia il momento giusto per comprare, o è meglio temporeggiare.

Sono gli inconvenienti di una mercato che viaggia in rapida salita fin dal periodo post-crisi, durante il quale l’attenzione verso gli investimenti alternativi, da parte di coloro che erano rimasti danneggiati dai tipici investimenti finanziari, è aumentata considerevolmente, surriscaldando i prezzi. Bisogna chiedersi, pertanto, se la recente frenata delle quotazioni sia un preludio alla esplosione di una bolla speculativa, oppure sia solo una salutare pausa di riflessione che segnerà l’avvio di un c.d. “mercato laterale”, ossia un periodo di bassa oscillazione dei prezzi all’interno di una fascia di quotazioni minime-massime non lontane tra loro e con scambi ridotti.

E mentre i veri appassionati, poco avvezzi alle analisi di mercato, continueranno a comprare seguendo i parametri del gusto e della collezione, gli speculatori dovranno stare attenti ad acquistare quando le quotazioni sono in prossimità del minimo della banda di oscillazione laterale, e per farlo dovranno essere in grado di capire se si trovano in quel punto (cosa affatto facile).

In definitiva, per le auto da collezione sembra prevalere il comune denominatore della passione, e non dell’intento speculativo. Per quanto le sue logiche possano avvicinarsi al mondo della finanza, il mercato delle auto sarà sempre trainato da due elementi sconosciuti ai maghi del rendimento: il gusto e il cuore.

* Broker specializzato in auto classiche e supercar 

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Immobiliare, l’affitto breve traina le locazioni: canoni su e inquilini in fuga. Compravendite ancora al palo

Il boom del mercato delle locazioni trainato dagli appartamenti sfitti riadattati ad attività ricettiva e affitto breve. Chi non regge al caro-affitti, accende un mutuo per acquistare una casa di basso pregio.

Nonostante dagli osservatori immobiliari delle varie reti di intermediazione giungano con cadenza quasi settimanale continui inviti alla fiducia e improbabili report positivi di mercato, lo scenario immobiliare odierno appare invece molto contrastato sia nel settore delle compravendite che in quello degli affitti.

In particolare, esso si può scindere in due sotto-scenari, ognuno dei quali è legato all’altro da un comune denominatore: i (bassi) tassi di interesse.

Il primo sotto-scenario riguarda le compravendite. Nonostante i tassi dei mutui più convenienti della storia, i prezzi sono ancorati saldamente ai livelli della crisi, con aumenti nell’ordine del punto percentuale annuo nei grossi centri e ampie zone d’Italia dove nei piccoli centri si continua a registrare un andamento addirittura negativo. L’unica eccezione è rappresentata da alcune grandi città, come Milano, Roma e Bologna, nella quali si registrano aumenti più sensibili, ma sempre nell’ordine del 2-3% e solo nelle zone centrali o di pregio.

Un segnale positivo, appena accennato, riguarda i tempi medi di conclusione delle compravendite, scesi a circa 140 giorni dai 180-200 degli anni scorsi. Gli interessi dei mutui a tasso fisso, oggi davvero allettanti, potrebbero costituire un volano del mercato (e infatti in tanti si lasciano ingannare da questa facile equazione), ma l’attuale struttura dell’offerta immobiliare delle maggiori città, costituita da un gran numero di appartamenti di quadratura medio-alta, non consente ancora ad una larga fascia di potenziali acquirenti la possibilità di valutarne l’acquisto, dirottando le loro scelte verso appartamenti di quadratura più bassa o situati in zone periferiche, dove le quotazioni sono più accessibili.

Così, la statistica ci regala aumenti annuali sul numero delle compravendite, ma non rivela che queste sono concentrate sugli immobili non di pregio. Ciò determina un “doppio binario” sui trend di mercato, lungo il quale gli appartamenti più piccoli si apprezzano per via di vendite più sostenute, mentre gli appartamenti di grande quadratura si deprezzano o, se situati in centro città, “tengono” la stessa quotazione post-crisi.

Il secondo sotto-scenario, collegato strettamente al primo, riguarda gli affitti, che subiscono l’influenza dei bassi tassi di interesse in via indiretta. Le difficoltà nella vendita di case di buona quadratura (a meno che non si scenda pesantemente sul prezzo), spingono i proprietari a diversificarne la destinazione d’uso, approntando così una crescente offerta di affitto breve o locazione frazionata che, per le loro caratteristiche (appartamenti trasformati in case-vacanza, B&B o posti-letto per studenti fuori sede), spinge in alto le quotazioni dell’intero settore.

Il livello degli affitti, pertanto, registra aumenti diventati insostenibili per molte famiglie, soprattutto per quelle mono-reddito, e questa condizione si va aggravando sempre più sia per l’accresciuta presenza di turisti che preferiscono la soluzione dell’appartamento a quella dell’albergo, sia per la crisi, che ha ridotto fortemente le capacità reddituali di larghe fasce della popolazione lavorativa, ed in special modo quella dei 30-40enni.

Dallo studio di Confcooperative Habitat e Censis (“Città, la crisi dell’abitare e la mappa dei disagi”) emerge che delle 4 milioni di famiglie in affitto circa il 40% (1,6 milioni) è in condizioni di disagio abitativo a causa dei costi, e che tra le famiglie in affitto il 28% dichiara di sostenere una spesa per la casa che supera il 40% del reddito.

Questo scenario ha determinato, oltre ad una eccezionale lievitazione degli sfratti, una lunga permanenza dei giovani in famiglia (in Italia, il 66,4% dei giovani, tra i 18 e i 34 anni, vive ancora con i genitori). I millennials, infatti, sarebbero anche orientati ad acquistare casa, ma sono costretti a ripiegare sull’affitto per via del lavoro precario e della conseguente impossibilità di dare garanzie bancarie per accendere un mutuo. Secondo FIAIP, a quest’ultimo  fenomeno va prestata molta attenzione, perché quello dei c.d. millennials è il mercato del futuro,  il target di riferimento dei prossimi anni; e senza misure di garanzia governative a beneficio dei giovani che hanno bisogno di un finanziamento, il trend delle compravendite potrebbe avvitarsi in una spirale decrescente di lunghissimo periodo.

Su tutto, l’offerta ininterrotta di mutui a tassi bassi testimonia quella che sembra essere la grande paura delle istituzioni finanziarie, e cioè che questo scenario complessivo durerà molto a lungo.

La prossima tendenza di mercato, che ci sentiamo di anticipare con una certa sicurezza, è quella che vedrà esplodere il settore del frazionamento di immobili di larghe dimensioni, e dei finanziamenti ad esso legati. Per trasformare un appartamento di semi-periferia di 200 mq in un B&B o in una casa per studenti con 8-10 posti-letto e parti comuni è sufficiente un investimento di 40.000,00 euro, ed una rata mensile decennale da 450,00 euro, coperta ampiamente da ricavi prospettici mensili pari a circa 3.000,00 euro.

Un rendimento lordo che si avvicina al 10% annuo. Niente male come alternativa alla vendita “a tutti i costi”.

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Gestione separata INPS, Federpromm: ora più vicina una Cassa di previdenza dei consulenti finanziari

Gestione separata INPS: secondo la Federpromm, dopo la recente sentenza della Corte di Appello di Palermo occorre rivedere la sua obbligatorietà anche per i consulenti finanziari

Con la sentenza dello scorso 11 Luglio, la Corte di Appello di Palermo si è pronunciata sulla illegittimità della iscrizione d’ufficio alla gestione separata INPS di un avvocato esonerato, in base al regolamento della Cassa di Previdenza Forense, dal versamento del contributo soggettivo.

MANLIO MARUCCI – FEDERPROMM

Con questa decisione”, sostiene Manlio Marucci (segretario di Federpromm) “la Corte di Appello si contrappone alla Cassazione (in particolare le sentenze nn. 30344 e 30345 del 2017) in tema di iscrizione alla gestione separata presso l’Inps da parte di soggetti iscritti ad un Albo (nella fattispecie, si trattava di un avvocato), e riapre per i consulenti finanziari una finestra di dialogo che rimette in discussione e in modo critico in capo a tali professionisti l’obbligo di iscrizione vincolante alla gestione separata Inps, avendo già antecedentemente alla riforma come previdenza obbligatoria complementare quella versata all’Ente di previdenza Enasarco”.

Le argomentazioni della C.d.A. di Palermo sembrano combaciare perfettamente con quanto sostenuto in passato dalla stessa Federpromm, la quale, durante l’approvazione della legge di riforma Dini  (Legge n.335/1995) aveva affermato che coloro che avevano, antecedentemente alla riforma,  l’iscrizione ad un albo, avevano diritto alla istituzione di una Cassa di Previdenza. Tale principio, come sappiamo, fu aspramente avversato dall’INPS che, con la legge 662/96, ha obbligato gli allora Promotori finanziari  alla iscrizione nella gestione separata – Fondo commercianti.

Uno dei paradossi più impensabili che  ha creato successivamente forti storture e discriminazioni tra categorie professionali iscritte ad albi”, secondo Marucci.

In sintesi, con la recente interpretazione dei giudici di merito (che si sono pronunciati su numerosi ricorsi depositati da altrettanti avvocati), non sarebbero tenuti alla gestione separata INPS:

– coloro che per svolgere la loro attività devono essere iscritti ad albi  (come i consulenti finanziari) lo sono di fatto i Promotori finanziari (oggi consulenti finanziari)

– oppure “coloro la cui attività non sia priva di collegamento con un ente previdenziale  di categoria (in questo caso Enasarco) e ciò in assoluta coerenza con la natura residuale della gestione separata, che è volta ad attribuire tutela previdenziale a categorie di lavoratori autonomi che ne sono prive”.

Ed infatti, già prima della riforma Dini i promotori finanziaria erano obbligati, in quanto lavoratori autonomi con mandato di agenzia assimilabile a quello degli agenti di commercio, al pagamento della previdenza obbligatoria  all’Enasarco, e solo dal gennaio 1997 (legge n.662 del dicembre 1996) hanno contratto l’obbligo di iscrizione anche alla gestione separata INPS. Una doppia previdenza obbligatoria, quindi, derivante da un abuso di potere  che, secondo Federpromm, andrebbe rimosso.

In definitiva, alla luce di questo nuovo filone giurisprudenziale, sarà necessario effettuare tutti gli approfondimenti del caso. “Già i legali dell’organizzazione sono stati coinvolti per verificarne l’effettiva incidenza sul piano delle  eventuali  azioni che si riterranno necessarie  a tutela degli operatori finanziari associati”, afferma Marucci; “occorre ricondurre tutto all’interno di  un accordo economico collettivo nazionale di settore, mediante la costituzione di un fondo pensione di tipo negoziale”.

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