Agosto 14, 2026
Home Articles posted by Redazione (Page 1047)

“PER QUEL CHE NE SO”, TORMENTO E TIROMANCINO PER LA PRIMA VOLTA INSIEME

MILANO (ITALPRESS) – Tormento e Tiromancino insieme per la prima volta. Dopo 20 anni di amicizia e stima reciproca, nasce la collaborazione tra i due artisti e il risultato è il brano "Per quel che ne so", in rotazione radiofonica a partire da domani (venerdì 22 novembre). La canzone è stata scritta insieme a Federico Zampaglione, Raige, Dutch Nazari e Matteo Di Nunzio, con la produzione degli SDJM. "Tanti artisti sono coinvolti nella produzione di questo brano, e ognuno ha regalato energie che ti investono quando lo ascolti – racconta Tormento – Caratteri diversi, esperienze personali, emozioni che si incontrano e si ritrovano unite quando si tratta un argomento così delicato che ci accompagna in ogni istante di questo viaggio. Ognuno alla ricerca di immagini che raccontino la propria visione dell'amore. Immagini, perché le parole da sole non bastano. La musica permette questa magia evocando le sensazioni come un incantesimo". "È un onore per me collaborare con i Tiromancino li seguo da quando ero alle prime armi. La profondità che ha Federico nella scrittura è stata da sempre un'ispirazione. L'atmosfera che crea il suo timbro ha sempre portato la musica italiana in nuovi territori, racchiude le più alte vette e la profondità del mare" ha dichiarato Tormento, mentre Federico Zampaglione ha aggiunto: "Tormento è una voce storica e unica nella scena hip hop italiana. Ho sempre amato la sua vena soul e la sua scrittura diretta e ispirata. È stato un vero piacere collaborare con un artista come lui, scrivendo e cantando il ritornello di questa canzone". (ITALPRESS).

Articolo di Italpress.

ARRIVA IN ITALIA IL PRIMO INVESTIMENTO SOSTENIBILE PER OBIETTIVI ONU

MILANO (ITALPRESS) – Investimenti non solo di valore ma anche legati alla sostenibilità ambientale. La soluzione assicurativa proposta da Generali, con GeneraSviluppo Sostenibile, è la prima in Italia basata sugli obiettivi che l'Onu si è posta da qui al 2030 per lo sviluppo sostenibile. Il cliente quindi non solo valuterà l'impatto finanziario di un investimento, ma anche quello ambientale, visionando il MioS, il "Mio impatto Sostenibile". Diecimila euro investiti sulla "Tutela del clima" fanno risparmiare in un anno oltre 900 mila litri d'acqua (pari a 13 mila docce) e riducono l'inquinamento di 1.260 chilogrammi di CO2 (pari a 9 viaggi Milano-Roma). Questo è un esempio di come il cliente potrà non solo immaginare, ma misurare concretamente l'impatto del proprio investimento sull'ambiente grazie a MioS. La scelta sarà infatti tra 5 portafogli che combinano gli obiettivi Onu 2030: Pari Opportunità, Crescita Sostenibile, Salute e e Benessere, Consumo Responsabile e Tutela del Clima. GeneraSviluppo Sostenibile e MioS sono stati presentati a Milano, alla presenza del Country Manager e Ceo di Generali Italia e Global Business Lines, Marco Sesana, che ha sottolineato come "nello sviluppo delle nostre iniziative esistano tre pilastri fondamentali: l'ascolto, lo sviluppo dell'iniziativa e l'impatto concreto. Con GeneraSviluppo Sostenibile abbiamo seguito queste tre fasi. Quando parliamo di ascolto, parliamo di scelte, perché il cliente ha una sua sensibilità e vuole che l'investimento sia sostenibile perché indirizzato secondo le sue sensibilità. Inoltre incentivare investimenti in aziende sostenibili innesca un meccanismo virtuoso perché più realtà possano spingere sulla sostenibilità ambientale", ha aggiunto Sesana. (ITALPRESS).

Articolo di Italpress.

MANOVRA, MELONI “ABOLIRE IL REDDITO DI CITTADINANZA”

ROMA (ITALPRESS) – "Noi crediamo che questa manovra di bilancio sia una dichiarazione di guerra contro chi produce e chi lavora, non c'è niente che riguardi la crescita, niente che riguardi il tentativo di creare nuovi posti di lavoro e si vedono i risultati: l'Italia anche nel 2020 sarà fanalino di coda per crescita economica in Europa". Lo ha detto la leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, nel corso della presentazione degli emendamenti di Fdi alla legge di Bilancio. "E' una manovra che crea deficit, che mette diverse nuove tasse, è una manovra fatta per vessare chi lavora e non ci sono investimenti – ha aggiunto Meloni -. La proposta di Fratelli d'Italia è: deficit al 3% per gli investimenti, allo 0% per la spesa corrente, per noi va bene fare deficit ma per gli investimenti, non per coprire la spesa corrente. Ci sono soldi spesi in deficit per pagare il reddito di cittadinanza e altre marchette elettorali". Tra le proposte più "qualificanti" di Fdi c'è proprio l'abolizione del reddito di cittadinanza, aiutando i veri bisognosi e chi lavora. "Nei nostri emendamenti ci sono proposte per utilizzare le risorse del reddito di cittadinanza per favorire la crescita dei posti di lavoro, incentivi all'occupazione – ha spiegato Meloni – o per aiutare i veri bisognosi. Siamo contrari anche al tetto dei contanti e all'obbligo dei pagamenti con la moneta elettronica, un regalo alle banche". (ITALPRESS).

Articolo di Italpress.

Fund-raising e Crowfunding: cosa (o chi) impedisce ai consulenti finanziari di occuparsene?

Mentre l’industria del Risparmio studia come sopravvivere nei prossimi dieci anni, i consulenti finanziari vengono esclusi dai profittevoli mercati dell’Equity Crowfunding e del Fund-Raising, che si concentrano nelle mani di pochi attori.

Con l’entrata in funzione della MiFID II, il mondo della consulenza finanziaria italiana è stato scosso definitivamente nelle sue fondamenta, portando con sé una nuova fase di profondi cambiamenti nel modo di interpretare sia la professione di consulente sia il modo di fare industria. Le banche-reti, infatti, si sono sorrette sull’aumento vertiginoso della raccolta gestita causato esclusivamente dai tassi di interesse negativi, e non sulla innovazione del modello di servizio e/o prodotto.

Quanto durerà il “travaso” della liquidità dal risparmio amministrato verso la gestita è il quesito che il sistema si è posto con grave ritardo, ed il massiccio ricorso ai nuovi strumenti assicurativi (altro travaso in corso, attraverso il connubio “bancassicurazione”) anche da parte degli istituti di credito tradizionali è da interpretare come il canto del cigno di una industria che sta ripensando se stessa ed il proprio ruolo sul mercato, atteso che il modello di business tradizionale era già in declino da qualche anno e oggi suggerisce uno sforzo notevole per soddisfare le nuove tipologie di investitori, cioè quelli che erediteranno (o stanno già ereditando) i patrimoni degli over 65.

E così, mentre tutti gli operatori del mercato studiano come sopravvivere nei prossimi dieci anni, due settori di attività molto profittevoli, che presentano numerosissimi punti di contatto con quella dei consulenti finanziari, stanno per concentrarsi nelle mani di pochi attori che agiscono legittimamente ma in assenza di una stretta regolamentazione. Ci riferiamo al Fund-Raising ed al Crowfunding, dai quali i consulenti finanziari sembrano essere tagliati definitivamente fuori, pur avendo tutte le caratteristiche professionali per occuparsene a pieno titolo ed anche meglio di tutti gli altri. Peraltro, il nuovo filone di marketing finanziario degli investimenti socialmente responsabili (SRI) sembra essere un ottimo veicolo di sollecitazione commerciale per gli investitori appartenenti alla generazione dei c.d. millennials, molto sensibili verso le tematiche dell’ambiente e del clima.

Eppure, dal V Rapporto Consob sulle scelte finanziarie delle famiglie italiane emerge che solo il 5% dei soggetti intervistati si ritiene bene informato sui SRI (acronimo di social responsible investments), mentre il 60% di loro riferisce di averne una conoscenza solo molto approssimativa. In totale, soltanto il 5% degli investitori dichiara di avere prodotti SRI nel proprio portafoglio, mentre il 40% degli intervistati non è neanche in grado di esprimere un’opinione sulla importanza dei fattori di sviluppo sostenibile ESG (Enviromental, Social e Governance), a cui numerosi strumenti finanziari già si ispirano. In particolare, il tema della tutela dell’ambiente è quello più sentito (seguito dal supporto alle persone svantaggiate), ed oltre un terzo degli intervistati ha dichiarato un’elevata propensione a spendersi per una buona causa senza attendersi nulla in cambio: esattamente ciò che ispira il Fund-Raising, di cui invece si occupa una ristretta cerchia di operatori (strutture amministrative di associazioni onlus e fondazioni) sotto l’egida della più assoluta riservatezza.

A ben vedere, pertanto, ai consulenti finanziari oggi viene sottratto un settore che, opportunamente regolamentato, consentirebbe di allacciare relazioni con grandi investitori o, comunque, con una clientela di pregio con cui entrare in contatto in forza di motivazioni di altissimo livello morale.

Non è superfluo, poi, immaginare come un consulente finanziario sia in grado, nell’ambito del fund-raising, di veicolare presso il proprio portafoglio clienti i progetti più meritevoli, ai quali poter destinare annualmente (a fronte di benefici fiscali, peraltro) apporti di solidarietà.

L’unica controindicazione, in assenza di regolamentazione, potrebbe essere quella di dover aprire un “mercato della solidarietà”, nel quale i beneficiari delle donazioni si farebbero battaglia per accaparrarsi i migliori players; ma anche questa visione risulta miope: quel mercato esiste già, ed è regolato da un marketing che ogni anno (soprattutto a Natale) è sotto i nostri occhi. Invece, affidare i progetti di fund-raising ad una rete di consulenti finanziari eliminerebbe l’opacità di cui è rivestita l’effettiva destinazione delle donazioni in denaro, che per la gran parte (si dice circa il 60% e anche di più) alimenterebbero i costi interni organizzativi delle associazioni beneficiarie, mentre solo una parte minoritaria confluirebbe verso gli effettivi beneficiari (adozioni a distanza, fame nel mondo, clima, povertà etc).

Pertanto, nessuna controindicazione: il settore e i donatari vivrebbero una stagione di trasparenza che non potrebbe che fare bene: è proprio questo ciò che si vuole evitare, non professionalizzando un’attività come la Solidarietà, così centrale nella vita di tutti?

Ciò che manca, in tutta evidenza, è una regolamentazione di queste particolari attività, ma vi è la certezza che nessuno potrebbe occuparsene meglio di un consulente finanziario. Infatti, il fundraiser viene definito come colui che “unisce cuore e portafoglio, che unisce fonte e foce” (Doppiero, 2002). Egli è colui dunque che crea lo scambio di valori fra il donatore e l’azienda nonprofit, e raccoglie fondi sui vari mercati (privato, aziende, fondazioni) attraverso la definizione di programmi e strategie (raccolta annuale, campagna capitali e/o grandi donazioni, donazioni pianificate). In sintesi, Fund Raising significa saper costruire relazioni solide, proprio come fanno i consulenti finanziari, i quali potrebbero ricercare potenziali nuovi donatori, attraverso programmi generali di relazioni pubbliche, al fine di identificare persone e gruppi dotati di capacità finanziarie e di propensione a donare, e concentrare su di essi ulteriori sforzi di ricerca e sensibilizzazione. Il tutto all’interno di azioni condotte in conformità con il quadro normativo vigente, sia sotto il profilo fiscale che civilistico (oltre che su quello della privacy).

Altra materia, ma non meno interessante per i consulenti, è quella relativa alle campagne di Equity Crowdfunding.

Si tratta di una vera e propria metodologia di investimento, pensata per favorire e agevolare i progetti delle piccole e medie imprese. Il settore è oggi dominato dalle piattaforme di Equity Crowdfunding, che permettono a startup e PMI innovative, regolarmente iscritte al registro Consob, di raccogliere capitali per sostenere ambiziosi piani di crescita, oppure di proporre le proprie iniziative imprenditoriali a potenziali investitori.

La disciplina italiana sull’Equity Crowdfunding consente di sottoscrivere solo strumenti di capitale delle start-up e delle Pmi innovative; pertanto, si tratta di investimenti tra i più rischiosi, perché si diventa soci dell’azienda e si partecipa al rischio economico che caratterizza tutte le iniziative imprenditoriali, il che comporta anche il rischio per gli investitori di perdere l’intero capitale investito. Per un consulente finanziario, abituato a regole ferree di controllo della profilatura, è  assolutamente naturale far investire in start-up solo le somme per le quali il cliente ritiene di poter sostenere la totale perdita, in ciò desinando una percentuale molto limitata del portafoglio complessivamente investito in attività più tradizionali (titoli governativi, obbligazioni corporate, azioni, quote di fondi comuni, prodotti finanziari assicurativi etc).

Anche l’Equity Crowfunding, per le sue caratteristiche specifiche, si presterebbe quindi ad entrare a far porte del portafoglio di offerta di un consulente finanziario, soprattutto per via della sua spendibilità presso un pubblico di investitori di età più giovane, con cui entrare in contatto. Peraltro, l’attività delle piattaforme web operanti in questo settore si rivolge ad un pubblico di potenziali investitori non necessariamente qualificati, e pertanto assume i contorni della sollecitazione del pubblico risparmio da regolamentare nell’ambito MiFID.

Nonostante ciò, i consulenti finanziari rimangono ancora ai margini anche di questo mercato che, come quello del fund-raising, li vedrebbe subito come protagonisti assoluti, capaci di decidere del successo di progetti e nuove aziende e, in definitiva, di avere un ruolo ancora più attivo nel rilancio dell’economia nazionale.

Sei interessato al futuro della professione di consulente finanziario?

Scarica gratuitamente la guida a puntate “Da Consulente Finanziario a Consulente Patrimoniale“, e-book edito da PATRIMONI&FINANZA. Basta registrarsi! Buona lettura

 

Innovazione e ascolto del cliente, la tecno-finanza batte le banche d’investimento

Le start-up fin-tech, contrariamente a quanto si pensa, sono in grado di offrire ai clienti prodotti e servizi sempre più flessibili e personalizzati. La leadership delle banche d’investimento sempre più a rischio.

Con il dilagare della Tecno-finanza, gli utenti hanno potuto beneficiare delle nuove tecnologie a basso costo che stanno rivoluzionando il mondo dei mercati finanziari, delle banche tradizionali e delle assicurazioni. Iniziata in sordina, la rivoluzione fin-tech cammina a passo svelto e costringe i più famosi istituti bancari (HSBC, Credit Suisse, Unicredit, solo a titolo di esempio) ad investire nello sviluppo dei processi interni basati sulla tecnologia applicata alla finanza, oppure ad acquisire la titolarità di progetti fin-tech.

La loro tecnologia è alla portata di tutti, e le app sfruttano ormai software che utilizzano l’intelligenza artificiale o dei big data. Di conseguenza, le applicazioni di pagamento online (PayPal, Apple Pay, Satispay), le criptovalute (Bitcoin, Ripple, Ethereum etc), la c.d. blockchain, il crowdfunding, le chatbot ed i robo-advisor sono entrati a far parte del vocabolario comune dei millennials, maggiori utilizzatori di tecnologia (al contrario dei più anziani patrimonials, rimasti fedeli alla relazione tradizionale con il mondo bancario).

Si tratta, pertanto, di una innovazione talmente disruptive (che rompe, cioè, il sistema dominante) da alterare la maniera in cui operano i mercati finanziari, e costringere le istituzioni finanziarie a ripensare il proprio approccio all’industria del risparmio, senza perdere di vista leggi e regolamenti; come ad esempio quelle che disciplinano l’automazione e la digitalizzazione della normativa antiriciclaggio, nonché quelle che identificano e verificano l’identità dei clienti delle società finanziarie per prevenire la compartecipazioni a truffe, frodi e terrorismo.

Parallelamente, negli ultimi anni si è sviluppato anche il settore dell’insurtech, settore che regola l’uso della tecnologia per semplificare e migliorare l’efficienza del settore assicurativo. In particolare, un recente rapporto di Capgemini e EFMA evidenzia come le compagnie assicurative tradizionali stiano affrontando una crescente pressione concorrenziale a causa della nascita di una serie di start-up specializzate nell’insurtech.

Ma è nella competizione tra aziende fin-tech e banche d’investimento tradizionali che si sta consumando una guerra commerciale senza precedenti. Infatti, secondo l’analisi di The Boston Consulting Group, nel 2006 le seconde pesavano per il 48% dei ricavi totali generati dai mercati di capitale, mentre nel 2017 la percentuale si è ridotta al 33%, con un andamento negativo ormai quinquennale. Pertanto, sui mercati dei capitali le grandi banche di investimento hanno visto progressivamente erodere la loro base ricavi a causa di nuove categorie di operatori che basano la propria attività sulle nuove tecnologie in grado di sfruttare il web, i sistemi cloud e l’intelligenza artificiale. Contrariamente a quanto si possa pensare, infatti, le start-up fin-tech sono in grado di offrire ai propri clienti prodotti e servizi interessanti, flessibili e personalizzabili, che mettono sempre il cliente al centro. Al contrario delle banche d’investimento, che sono ancora troppo strutturate in funzione del prodotto e del modo di produrlo al costo minimo piuttosto che sulla relazione con il cliente.

Secondo una recente ricerca (Trustpilot), più del 40% degli soggetti intervistati ritiene che le aziende di questo settore siano altamente affidabili, perchè nate in tempi molto recenti ed in grado di spaziare nella più assoluta creatività di servizio, senza la “zavorra” dei cicli produttivi delle aziende tradizionali e con l’obiettivo di mantenere e rafforzare la fiducia dei clienti. La loro “capacità di ascolto” è tale da migliorare costantemente l’esperienza del cliente, ritenuta significativamente più importante della notorietà del brand e del prezzo del servizio.

Capitolo a parte merita la reputazione online: più di un terzo delle start-up fin-tech, infatti, reputa le recensioni positive come fondamentali per trasformare un cliente potenziale in un cliente effettivo, mentre la metà di esse le ritiene almeno “importanti”.

Consulenti finanziari, la sopravvivenza passerà dal modello di consulenza anglosassone?

Senza una profonda rivisitazione del modello giuridico-professionale, nel giro di 10 anni i consulenti finanziari non autonomi potrebbero quasi sparire dal mercato.

Con l’avvento della MiFID II, le fondamenta del sistema che vede i consulenti abilitati fuori sede ancora in numero largamente totalitario (98,5%) stanno cedendo vistosamente sotto i colpi della continua riduzione dei margini di ricavo alle reti, della cronica mancanza di un serio piano di educazione finanziaria negli utenti (ci vorranno altri dieci anni prima che la “Generazione Z” acquisisca una vera familiarità con i principi di gestione dei mezzi finanziari) e della più assoluta assenza di tutela sindacale da parte degli enti maggiormente rappresentativi, protesi come ad agire sulla limitazione degli effetti delle decisioni prese dal lato dell’offerta, e non sulla loro concertazione (e quindi sulle cause).

La tendenza alla diminuzione dei margini per i consulenti, in particolare, li espone alla necessità di dover allargare continuamente le masse amministrate, ossia la “base imponibile” delle proprie provvigioni, e ciò determina una sorta di selezione indotta che espellerà ogni anno centinaia di bravi professionisti, “rei” unicamente di non stare al passo con l’aumento di raccolta che è diventato sempre più difficile per via della fortissima competizione e del tasso di fidelizzazione della clientela opposto anche dal sistema bancario tradizionale (da cui tradizionalmente si attingeva).

La MiFID II, poi, ha fatto emergere una categoria – quella dei consulenti c.d. indipendenti – che nei decenni precedenti era rimasta nascosta, in attesa di tempi migliori. In particolare, ciò che si sta rivelando sono le differenze tra le due categorie. Gli indipendenti, infatti, sembrano essere i soggetti destinatari naturali di quella rivoluzione della professione spesso annunciata ma mai codificata: la consulenza patrimoniale. Infatti, il mondo dei CF non autonomi si continua a muovere lungo i binari della gestione e remunerazione del solo risparmio, difettando vistosamente di iniziative (anche di semplice formazione) rivolte alla gestione di tutto il patrimonio delle famiglie: denaro, immobili, beni preziosi, investimenti alternativi (arte, auto, orologi etc).

Adesso sembra esserci un solco profondo tra consulenti finanziari indipendenti e non indipendenti, e la sensazione generale è che se il compito del pianificatore deve continuare ad essere solo quello di creare un paniere di titoli o fondi comuni, il valore aggiunto di tale professione, a causa del futuro utilizzo della consulenza online e “robotica”, non può che diminuire, fino ad annullarsi. Pertanto, la gestione del portafoglio mobiliare è solo il minimo che un consulente finanziario può fare oggi per il cliente, e il differente approccio professionale tra le due categorie si rivela sul piano dei servizi considerati “accessori” dall’industria del risparmio gestito e dalle banche-reti, e non ancora retribuiti. I consulenti che lavorano su base autonoma oggi possono già “codificare” questi servizi, lavorando anche in partnership con altre categorie professionali (avvocati, commercialisti, notai etc) e condividendone il risultato economico. Ciò non accade per i CF non indipendenti, costretti a farsi schermare economicamente da quei professionisti, in merito alla condivisione della parcella, perché il proprio inquadramento impedisce una “codifica” semplice del proprio apporto professionale (che c’è, ed è innegabile). Per meglio chiarire il concetto dei servizi “accessori” non retribuiti, ecco alcune delle funzioni più comuni svolte dal consulente finanziario su base non indipendente:

– sviluppo e aggiornamento del piano finanziario;

– comprensione delle leggi e delle modifiche fiscali;

– pianificazione di strategie di reddito del capitale investito;

– consulenza sulle opzioni di previdenza sociale e assicurativa;

– protezione e passaggio generazionale del risparmio familiare;

– protezione del risparmio dall’erosione del potere d’acquisto;

– ideazione di strategie di donazione e di beneficenza;

– formazione al cliente sulla finanza comportamentale e sulla fedeltà al piano finanziario nei periodi di correzione (anche violenta) dei mercati.

In tutta evidenza, tutte queste funzioni ad altissimo valore aggiunto, insieme all’elevatissimo tasso di mansioni amministrative di competenza delle banche-reti e svolte gratuitamente dai consulenti, non vengono oggi riconosciute economicamente. Eppure, sono proprio queste funzioni a segnare il rapporto di fiducia consulente-cliente ed a trainare la vendita dei prodotti finanziari.

L’intera industria del Risparmio, di conseguenza, dovrebbe rivolgere più di una riflessione sulla urgenza di codificare un servizio di consulenza allargato a queste funzioni; se non lo fa, vuol dire che non lo ritiene strategicamente interessante, in ciò compiendo un errore madornale.

Secondo il nuovo Rapporto annuale Consob sulle scelte di investimento degli italiani, più del 50% di chi ha partecipato al sondaggio non è in grado di definire in cosa consista il servizio di consulenza in materia di investimenti, ed in relazione alle scelte di investimento solo il 20% degli individui si affida a un consulente finanziario.

Inoltre, secondo un report di Cerulli Associates, si prevede che oltre un terzo dei consulenti finanziari andrà in pensione nei prossimi 10 anni, determinando la necessità di “trasmettere” il portafoglio clienti ad altri colleghi per un valore pari a quasi il 39% delle attività del settore, ma quasi un quarto dei consulenti in tutti i canali che prevedono di ritirarsi nel prossimo decennio non ha un piano di successione. Nel frattempo, il settore sta lottando per reclutare e/o trattenere consulenti adeguatamente preparati e con buone masse, senza però aumentare gli sforzi di reclutamento di consulenti più giovani all’interno del team per gestire programmi di successione aziendale dei consulenti più anziani e prossimi alla pensione.

Questa circostanza, più delle altre, preoccupa i consulenti non indipendenti che si trovano “in mezzo al guado” e che, quando verrà il loro momento dei “raggiunti limiti di età”, potrebbe vedere il proprio portafoglio non valorizzato in uscita, per assenza di colleghi pronti a subentrare o per via di modifiche unilaterali del contratto.

In definitiva, il modello di servizio migliore, grazie al quale dare continuità ad una professione troppo “ingessata” giuridicamente sul vincolo del mono-mandato, sarebbe quello anglosassone. Questo, in sintesi, prevede una sorta di cooperazione fra tre figure professionali che, pur mantenendo le proprie caratteristiche, conservano la loro autonomia: cliente, banca depositaria e consulente. Il modello anglosassone, in questo modo, comporta benefici per ognuna delle figure che ne fanno parte. Infatti:

– il cliente sceglie personalmente la banca di sua fiducia presso la quale depositerà il denaro in custodia,

– il cliente sceglie il consulente a cui affidare la gestione del proprio patrimonio depositato in quella banca,

– il consulente opera in piena tranquillità ed indipendenza, senza conflitto di interesse e senza vincoli commerciali di alcun tipo, nel rispetto di un contratto di gestione di portafoglio,

– la banca depositaria, in qualità di custode, ha una funzione di controllo sull’operatività e sulla buona diligenza,

– Il consulente controlla che la banca esegua le disposizioni impartite dal cliente secondo le condizioni ed i tempi concordati.

Il vantaggio più evidente, che segna così il superamento dei limiti tipici del contratto mono-mandatario, è l’eliminazione del conflitto di interessi, dal momento che il modello esclude ogni forma di retrocessione dalle società prodotto ma attribuisce al consulente anche la certezza dell’esecuzione degli ordini, che così ricadrebbero sotto il proprio controllo.

Relativamente alla parcella, poi, questa verrebbe pagata sotto forma di commissione di gestione del portafoglio, oppure periodicamente, a seconda dell’entità del patrimonio amministrato e della durata del servizio.

Purtroppo, in Italia le barriere all’entrata (e l’inattività delle associazioni di categoria) verso questa innovazione di processo sono talmente alte da non permettere, al momento, di intravedere una simile prospettiva.

Ma si rimane fiduciosi in un risveglio delle coscienze e, soprattutto, delle intelligenze sottratte all’interesse di parte.

Sei interessato al futuro della professione di consulente finanziario?

Scarica gratuitamente la guida a puntate “Da Consulente Finanziario a Consulente Patrimoniale“, e-book edito da PATRIMONI&FINANZA. Basta registrarsi! Buona lettura

 

La difesa del patrimonio dei proprietari immobiliari: holding di famiglia e Trust

Le società-holding e i trust, grazie alla loro particolare natura giuridica, costituiscono una buona protezione degli immobili conferiti.

Abbiamo già visto come conferire gli immobili di famiglia all’interno di una società di persone (tipicamente, una c.d. società immobiliare, sotto forma di S.n.c. o S.a.s.) offre il vantaggio di segregare i cespiti in quote societarie che sono di fatto impignorabili per tutta la durata della società (in genere alcuni decenni).

In ordine al conferimento di beni immobili all’interno di società di capitali, queste espongono l’azienda di famiglia a costi di gestione più alti delle società di persone, ed a dinamiche gestionali ben più complesse, ma i soci sono limitatamente responsabili per le obbligazioni assunte dalla società.

Una soluzione interessante, che sintetizza le prime due, potrebbe essere quella rappresentata dalla costituzione di una S.n.c. (o di una S.a.s.), nella quale far confluire gli immobili di proprietà della famiglia, e la costituzione di una holding di famiglia (ad es. sotto forma di S.r.l.) che a sua volta detiene una partecipazione rilevante nella società di persone. La holding (molto diffusa in Italia sotto forma di società in accomandita per azioni), diventa così una società detentrice di partecipazioni controllata dai componenti della famiglia, avente lo scopo di tutelare il patrimonio e garantire un adeguato passaggio generazionale.

Del Trust abbiamo parlato già nell’articolo in cui ci siamo occupati del passaggio generazionale dell’azienda. Questo strumento di tutela ha fatto ingresso nel nostro Ordinamento nel 1989, in occasione della ratifica della Convenzione de l’Aja.

In un Trust, una o più persone (i c.d. disponenti) trasferiscono i propri beni nella disponibilità di un Trustee, ossia un soggetto esterno, il quale assume l’obbligo di  amministrarli nell’interesse di alcuni beneficiari ben individuati o per una finalità determinata.

Il Trust, pertanto, può essere utilmente impiegato per affrontare le problematiche tipiche della famiglia di diritto ed anche di quella di fatto; può servire per tutelare particolari soggetti (es. disabili) all’interno della famiglia, così come essere utilizzato per trasmettere semplicemente la ricchezza familiare (es. alla morte del disponente o dei disponenti, se previsto espressamente dall’atto costitutivo).

Vale la pena mettere a confronto il Trust con una società di persone, per verificarne l’efficacia nei conferimenti immobiliari in società di persone. Nella società semplice, nel caso in cui l’atto costitutivo contenga il conferimento di beni immobili o di diritti reali su beni immobili, il tributo opera in misura pari al 9% del valore, salva la possibilità di operare in quasi esenzione di imposta a seconda della natura dei beni conferiti. La base imponibile è costituita dal valore venale dei beni conferiti al netto delle passività (mutuo, ad esempio) accollate alla società conferitaria.

Il trust invece, all’atto del conferimento, sconta l’imposta di registro in misura fissa e ridotta, sebbene l’Autorità Finanziaria abbia insistito (fino al recente e definitivo pronunciamento della Cassazione) a fare applicare l’aliquota dell’8 per cento (ma la base imponibile del tributo era individuata nel valore catastale del bene e non nel valore venale); pertanto l’ammontare dell’imposta sarà notevolmente inferiore.

Ancora per poco, probabilmente. Infatti, riteniamo che l’imminente la revisione dei valori catastali come base imponibile per le imposte colpirà ineluttabilmente anche l’istituto del Trust, il quale, nel corso degli anni, è stato gradualmente ridimensionato nella giurisprudenza dei tribunali di merito (e dalle leggi di stabilità) per via del suo passato utilizzo ritenuto fin troppo “intensivo” nelle problematiche di natura fiscale.

Hai trovato utile questo articolo e vuoi sapere come tutelare il tuo patrimonio familiare dagli attacchi esterni?

Scarica l’e-book “La Protezione del Patrimonio Familiare dai possibili atti di aggressione dei terzi“, edito da PATRIMONI&FINANZA.

Non costa assolutamente nulla, è sufficiente registrarsi

Buona lettura !

 

L’insostenibile leggerezza di essere ANASF

Sterile, negli ultimi 15 anni, l’azione di tutela di ANASF. Eppure, forte dei suoi 12.000 iscritti, dovrebbe essere in grado di contrapporre alle controparti sociali una forza notevole su tutte le questioni più importanti.

Di Alessio Cardinale

Alla luce dei profondi cambiamenti imposti dalle due MiFID, ed in considerazione del significativo impatto economico che esse hanno avuto e avranno per i professionisti del risparmio, oggi sono in molti a chiedersi se l’azione di ANASF, nell’ultimo decennio, sia stata efficace oppure del tutto inconsistente.

Per dare una risposta, serve partire dalle basi.

L’associazione nazionale consulenti finanziari (unica associazione di categoria che conta su circa 12.000 consulenti iscritti, circa un terzo di quelli in attività), è stata fondata nel lontano 1977 da veri e propri pionieri della promozione, allora già auto-definiti “consulenti finanziari”, i quali avevano l’obiettivo di ottenere il riconoscimento e la tutela della professione mediante la creazione dell’albo (poi istituito con la legge n. 1/1991, che ne ha mutato la denominazione in “promotori”). Peraltro – non dobbiamo dimenticarlo – si arrivò alla creazione dell’Albo dopo una prima grande battaglia di ANASF sul riconoscimento del c.d. Management Fee, ossia di quella stabile struttura di remunerazione che ha portato l’intera categoria a prosperare fino al 2008, quando la prima MiFID generò (non senza il “contributo” delle mandanti) una prima sforbiciata alla ricca remunerazione dei promotori.

Alcune interessanti coincidenze suscitano curiosità. La prima è che oggi, dopo “soli” 27 anni dalla L. 1/91, si sia tornati all’antica definizione di “consulenti”. La seconda è che proprio il Management Fee, dopo 30 anni, venga messo sotto attacco dalla MiFID II, anche questa “calata dall’alto” (cioè, non generata da istanze dei consumatori) come la prima. Eppure, la nuova normativa ha richiesto anni di studio e step vari, che certamente avrebbero consentito ad ANASF di svolgere un incisivo ruolo di tutela dei propri iscritti che, invece, si è rivelato quasi inesistente.

Non sappiamo il perché di questo immobilismo: forse l’Associazione dei consulenti ritiene che chi guadagna bene (lavorando però anche 15 ore al giorno) non sia poi così meritevole di tutela collettiva (o “sindacale”) come un metalmeccanico o un quadro bancario?

La domande che precede, a questo punto, diventa fondamentale. Infatti, sulla carta, ANASF svolge una azione di rappresentanza degli interessi della categoria presso Governo, Parlamento e Istituzioni, e dialoga con la Consob su tutti gli aspetti di regolamentazione dell’attività dei consulenti finanziari, partecipando attivamente alla gestione dell’Organismo Unico dei consulenti (OCF). Quindi, per via della sua rappresentatività diffusa, dovrebbe essere in grado di contrapporre alle controparti sociali una forza notevole su tutte le questioni che interessano gli iscritti.

Tutto questo in teoria. Nella realtà, dalla fine degli anni ‘90 ad oggi tutti noi abbiamo assistito ad una serie di avvenimenti negativi per la categoria. Più precisamente:

  • taglio continuo (e di notevole entità) dei margini economici alle reti commerciali,
  • eliminazione (prima) e mancata riproposizione (poi, come vedremo nel seguito dell’articolo) della figura del praticante, indispensabile per assicurare il ricambio generazionale della rete,
  • mancata attivazione, presso il Parlamento, per la nascita di un ordine professionale riconosciuto (come quello di altre professioni, ben tutelate, che non necessitano di un diploma di laurea – vedi quello dei geometri),
  • mancanza di un contratto unico con garanzie collettive,
  • trasferimento massivo e non retribuito di mansioni amministrative (elaborazione contratti) dalla sede ai consulenti,
  • consulenza finanziaria come servizio non autonomo, ma da vendere in esclusiva di prodotto e, quindi, in regime di conflitto di interessi rispetto agli strumenti finanziari distribuiti.

Il succedersi di questi elementi sotto gli occhi passivi di ANASF, fa di questa un ente per nulla incline alla “lotta sindacale” e, pertanto, del tutto inconsistente dal lato della tutela dei diritti di quei consulenti che oggi vengono cinicamente ritenuti “scartabili” dal sistema delle banche-reti solo perché hanno un portafoglio medio-basso (inferiore a 10 milioni, ma l’asticella sta per essere alzata a 15).

Per meglio analizzare un ideale bilancio di lungo periodo dell’attività di ANASF, vediamo di ripercorrere alcune tappe importanti, andando a ritroso nel tempo di circa vent’anni. Lo facciamo con un articolo di Italia Oggi  (numero 213,   pag. 11  del 08/09/1998), dove leggiamo che “La Federpromm-Finass critica la scelta della Consob di far gestire l’albo dei promotori ad ABI, ASSORETI e ANASF. Si contesta in particolare la legittimità regolamentare e la fondatezza giuridica di questa scelta….L’albo dei promotori deve avere il suo ordine eletto dagli iscritti.…come avviene per tutti gli altri ordini professionali. La scelta della commissione di vigilanza, presa per giunta senza consultare la Federpromm-Finass, è preoccupante, perché la gestione dell’albo sarebbe affidata ai datori di lavoro, con il pericolo di ‘ingabbiare’ e ‘rendere docile’ la categoria”.
Quelli di Federpromm la sapevano lunga, a quanto pare, ma furono rapidamente zittiti dagli eventi: crescita vertiginosa del risparmio gestito, affermazione del ruolo del promotore finanziario, attrattività della professione verso la Società Civile, guadagni stabili e prosperità economica degli operatori.

La festa continuava ininterrotta fino al 2007-2008, ma cessava improvvisamente allorquando entrava in vigore la prima MiFID; questa – è bene precisarlo per tutti coloro che ancora oggi si interrogano sulla sua genesi – nacque non tanto per soddisfare le istanze della Domanda (e cioè degli utenti, del tutto disinteressati alla questione), ma per ragioni squisitamente politiche provenienti dal lato dell’Offerta (cioè, le banche) e dalla U.E.: bisognava creare un mercato europeo dei capitali integrato in grado di rivaleggiare con quello statunitense.

Peccato, però, che con la MiFID I si dava anche un taglio netto alla storia della promozione finanziaria in Italia, facendo dei promotori le “vittime economiche sacrificali” sull’altare della politica internazionale. Infatti, agli indubbi vantaggi costituiti dalla maggiore trasparenza per gli utenti e dai maggiori controlli degli organi preposti (che negli USA sono, invece, molto più blandi, ed in ciò l’U.E. a trazione tedesca vuole essere superiore), si contrapponeva un taglio dei ricavi per le aziende e per i promotori finanziari per via del divieto, soprattutto per gli strumenti di gestione patrimoniale in OICR, del raddoppio commissionale (commissioni interne dei fondi più commissioni trimestrali per remunerare la gestione del portafoglio).

Il problema è che, come in tutti gli eventi sistemici, a pagare sono sempre i “terminali” della catena produttiva.
Infatti, negli anni immediatamente successivi, il sistema delle banche-reti avviava la più grande operazione di razionalizzazione strutturale mai vista prima di allora in Italia, ed il peggioramento del conto economico delle banche veniva “scaricato” in massima parte sulla rete commerciale (i promotori), ai quali, via via che l’informatizzazione dei servizi di elaborazione dati prendeva piede grazie alla tecnologia, venivano trasferite anche tutte le mansioni amministrative di base connesse all’elaborazione dei dati, consentendo alle banche di non assumere più altro personale di sede, di riqualificare quello esistente e di consolidare così un miglioramento strutturale del proprio conto economico.

Il risultato? Oggi i promotori-consulenti guadagnano mediamente, rispetto al 31/12/2017 il 50% in meno (n.b.: in rapporto al valore di portafoglio di quell’epoca), mentre le banche-reti, anche grazie all’azzeramento dei tassi ed al boom del risparmio gestito, hanno aumentato sensibilmente gli utili aziendali già un anno dopo l’entrata in vigore della MiFID I, quando le masse erano quasi identiche a quelle pre-MiFID.

Certo, è anche vero che il portafoglio medio dei consulenti è aumentato, per cui il loro tenore di vita non è diminuito (o, nella media, è diminuito di poco); bisogna però considerare che oggi, con un portafoglio notevolmente superiore rispetto al 2008, il medesimo tenore di vita sarebbe superiore di almeno il 50%.

Prima di arrivare ai giorni nostri, un’ideale tappa intermedia nella sostanziale inattività categoriale di ANASF è rappresentata dall’It Forum di Rimini di Luglio 2013. In quel tempo, durante una tavola rotonda organizzata da BancaFinanza, si confrontavano Maurizio Bufi, presidente di ANASF; Massimo Doris (Banca Mediolanum); Armando Escalona (Finanza e Futuro); Stefano Grassi (Banca Generali); Mario Incrocci (Banca Mps) e, naturalmente, Marco Tofanelli (segretario generale ASSORETI).

Durante quel forum si parlò di tante cose belle e positive per la categoria. Tra queste, il mandato anche per le società di persone, argomento spinoso dal punto di vista regolamentare ma auspicato da tutti, relativamente al quale Bufi dichiarava «…Sono temi che fanno parte della nostra proposta al mercato sul contratto di categoria. Richiedono tempo per essere attuati e per questo vanno affrontati tempestivamente» (Il Giornale.it del 15.07.2013). Gli faceva eco Scalona, il quale affermava «…Dopo anni, finalmente si inizia a parlare seriamente di questo tema…..Perché il nostro albo è l’unico tra quelli esistenti a cui ci si può iscrivere solo come persona fisica? L’albo degli agenti assicurativi permette l’iscrizione anche alle persone giuridiche nelle forme di spa, srl, sas, e anche nel caso dell’OAM, ci si può iscrivere in entrambe le formei vantaggi del team sono innumerevoli sia per i professionisti sia per i clienti. All’interno dello studio associato si possono formare i nuovi promotori e dare una risposta corretta al nodo del ricambio generazionale…”.

Ne avete più sentito parlare?

Durante quello stesso forum si parlò anche di una proposta dell’ANASF, e cioè del contratto europeo dei promotori, il quale avrebbe apportato grandi vantaggi di categoria: semplificazione del sistema di remunerazione, valorizzazione del portafoglio, organizzazione in forma collettiva dell’attività, tirocinio e praticantato, solo per citare alcune delle qualità decantate da ANASF. “…Abbiamo lavorato due anni su questa proposta e riteniamo che sia arrivato il momento giusto di presentare al mercato il tema del rapporto contrattuale perché, alla luce della nostra evoluzione, non ha più senso essere agganciati agli agenti di commercio…”.

Così dicevano, ma la questione è stata “dimenticata”. Ed invece quella sarebbe stata l’occasione, per ANASF, di riagguantare un pò l’orgoglio perduto e battere i pugni sul tavolo di ASSORETI, la quale invece, sull’argomento, dichiarava “…se c’è un contratto di categoria da siglare ci deve essere una controparte pronta a siglarla…non possiamo essere noi, come associazione non abbiamo alcun mandato sulla contrattazione collettiva…”.

Pertanto, la proposta si è arenata, fino ad oggi (sono passati 6 anni, nel frattempo) su un fatto puramente tecnico (la presunta assenza di una controparte) usato strumentalmente un pò da tutti per lasciare il mondo così com’è. O meglio, così com’era, visto l’arrivo della MiFID II.

In buona sostanza, il destino della nostra professione, fino ad oggi, è stato ancorato stabilmente alla “contrattazione” tra un’associazione (ANASF), che non è un sindacato nazionale, ma un ente senza scopo di lucro, ed un’altra associazione (ASSORETI) che si dichiara (correttamente, dal punto di vista giuridico) incompetente a svolgere la contrattazione collettiva.

Ma allora, se non esiste una sola struttura di interesse pubblico (come potrebbe essere un ordine nazionale dei consulenti finanziari) in grado di tutelare davvero i consulenti finanziari per le questioni di interesse collettivo, dovrebbe continuare a farlo ANASF?

A 20 anni dal primo allarme lanciato da Federpromm, arriviamo alla kermesse Consulentia 2017, in occasione della quale arriva il grido d’allarme di Maurizio Bufi, presidente ANASF, il quale, dopo cinque anni passati infruttuosamente, preannunciava (dicembre 2017) ciò che tutti sapevano da tempo, e cioè che “…La Mifid 2 tra tante cose buone potrebbe portare un regalo sgradito: una sforbiciata alle remunerazioni dei consulenti finanziari. A questa decisione impopolare potrebbero essere indotte le reti a seguito delle spinte della seconda versione della direttiva europea verso una maggiore qualità del servizio, maggiore trasparenza dei costi e pressione competitiva in aumento…..Il rischio o la possibilità che ci sia un intervento sui margini (ndr da parte delle società mandanti) non è un’ipotesi remota ma verosimilmente è già una realtà….”.

Pertanto, con una insostenibile leggerezza, ANASF – che finora non ha assunto alcuna forte iniziativa di pubblica tutela riguardo ai colleghi che, per via di un portafoglio modesto, da un giorno all’altro vengono costretti a trovare una diversa collocazione lavorativa senza giusta causa – ci dice che saremo costretti a stringere di nuovo la cinghia; e senza protestare più di tanto, dal momento che lei stessa non lo fa.

Per il futuro dei consulenti finanziari, pertanto, nulla di buono. Parafrasando una celebre frase di A. Einstein, potremmo dire che non abbiamo idea di come sarà la terza MiFID, ma la quarta sarà in vigore solo per le banche.

Sei interessato al futuro della professione di consulente finanziario?

Scarica gratuitamente la guida a puntate “Da Consulente Finanziario a Consulente Patrimoniale“, e-book edito da PATRIMONI&FINANZA. Basta registrarsi! Buona lettura

Amanti delle obbligazioni alla ricerca dell’inflazione. Come avvicinarsi ai portafogli alternativi al risparmio gestito

L’assenza durevole di inflazione può trasformarsi in un grosso problema per l’Economia e per la remunerazione dei risparmi. Con la deflazione alle porte, chi ama le obbligazioni farebbe meglio a diversificare (con il supporto di un consulente finanziario) in valute diverse dall’Euro e dal Dollaro.  

Negli ultimi due anni, complice l’arretramento stabile a livello zero dei tassi di interesse (anzi, a livello negativo…), si è fatta strada la consapevolezza di un profondo cambiamento nello stile di gestione dei propri risparmi, che insieme ad una generale incertezza sta lentamente facendo nascere, nei risparmiatori passivi di un tempo, la necessità di una trasformazione in “investitori attivi”, bisognosi anche di un più elevato tasso di informazione relativamente ai mercati, agli strumenti di investimento ed alla comprensione dei rischi ad essi legati.

Questo cambiamento è ancora in atto, non si è ancora pienamente realizzato, e ciò è dimostrato dalla grande massa di liquidità che staziona per molti mesi nei conti correnti delle famiglie prima di essere investita nel risparmio gestito (principale beneficiario di questo contesto, insieme agli ETF).

Ma è proprio vero che, in un mercato senza inflazione, non ci sia alcuna possibilità di evitare il ricorso a fondi comuni, sicav, gestioni patrimoniali e polizze per realizzare un buon portafoglio di investimento? La risposta è che esiste un modo alternativo di investire senza ricorrere al c.d. risparmio gestito, ma prima di approfondire la materia è bene ribadire alcuni concetti di base sull’inflazione e sui rischi derivanti da una sua assenza prolungata.

E’ noto che la stabilità dei prezzi permetta di avere una visione più sicura del prossimo futuro (sia in termini di investimenti che di attività economiche), e che una inflazione fuori controllo, invece, distrugge il potere d’acquisto e indebolisce l’economia. L’ideale è, pertanto, perseguire un “livello aureo” di inflazione per evitare che un contesto  di inflazione inesistente si trasformi nel lungo periodo in un grosso problema, rappresentato dal disincentivo verso i consumi: perché comprare un telefonino oggi quando tra tre mesi costerà meno?

Negli ultimi 24 mesi, le principali banche centrali avevano individuato questo “livello aureo” di inflazione nel 2%, salvo accorgersi che non è affatto semplice da raggiungere. Così, la FED ha annunciato che perseguirà il raggiungimento un tasso di inflazione medio del 2 per cento nel corso di un certo periodo, in ciò rivelando che si potrà tollerare in futuro un tasso di inflazione superiore all’obiettivo del 2 per cento per un periodo altrettanto lungo.

Quest’ultimo scenario è certamente favorevole all’investimento in obbligazioni c.d. emergenti, e cioè quelle espresse nella valute di paesi che hanno una inflazione non ancora vicina al “livello aureo medio” tratteggiato dalla FED, ma in progressivo miglioramento rispetto alle soglie che possono creare preoccupazione.

Dal punto di vista operativo, i possibili titoli utili a definire un portafoglio di obbligazioni espresse in valute emergenti è bene che vengano scelti all’interno di un paniere di emittenti privi di rischio, e cioè BEI (o EIB, European Investment Bank, cioè Banca Europea degli Investimenti), BERS (in inglese EBRD, European Bank of Reconstruction and Development)  e World Bank (Banca Mondiale), evitando le obbligazioni governative espresse nella stessa valuta (che hanno invece un rating molto basso). I vantaggi di questa scelta sono molteplici, e sono in grado di compensare, nel medio-lungo periodo, la tipica volatilità delle valute emergenti:

– rating massimo (stabilmente tripla A), in quanto le emissioni sono sovranazionali ed eliminano il c.d. Rischio Emittente, e cioè quello che chi ha emesso i titoli possa fallire mandando in default  l’obbligazione;

– ritenuta fiscale dei rendimenti in misura agevolata (12.5% anziché 26.0%);

– cedole elevate, visibili sul conto bancario ad ogni scadenza, da reinvestire per aumentare il REN (rendimento effettivo netto) del portafoglio;

– quotazione ufficiale giornaliera;

– acquisto diretto nel mercato secondario (immissione nel deposito titoli);

– elevato risparmio nel costo di gestione del portafoglio (nessuna commissione di gestione, a differenza del risparmio gestito, e commissioni di negoziazione trattabili da banca a banca).

Ecco un elenco di paesi ritenuti interessanti dai maggiori gestori di portafogli specializzati in economie emergenti (per ciascuno di essi un esempio di titoli con rating AAA su cui poter investire), raccomandando di evitare accuratamente il “fai da te” e di studiare attentamente, con l’ausilio di un consulente finanziario, il peso da attribuire a ciascuno di essi all’interno di questo ipotetico portafoglio.

SCARICA GRATUITAMENTE “Dalla Finanza Complicata alla Finanza Elementare”, e-book gratuito edito da Patrimoni&Finanza

TURCHIA – buoni fondamentali macro-economici, distensione geo-politica con USA ed inflazione in forte discesa nei prossimi 2 anni fanno prevedere un notevole apprezzamento delle obbligazioni ed un buon recupero della valuta. Rimane una buona volatilità dovuta all’indebitamento privato in USD, ma il fenomeno è in riduzione grazie al nuovo corso di politica monetaria del governo turco ed alla distensione del clima geo-politico che ha determinato, nell’estate del 2018, il crollo della Lira.

– EIB TF Ap26 Try 11.00% – Isin XS1807207581* (Lira Turca)                                     https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1807207581&market=MOT&lang=it

– EIB TF Ap24 Try 10.50% – Isin XS1059896016* (Lira Turca)                   https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1059896016&market=MOT&lang=it

MESSICO – L’imminente accordo commerciale USA-MEX-CAN (c.d. NAFTA) ha stabilizzato il cambio e attribuisce oggi al Peso Messicano lo status di “valuta forte” all’interno del panorama di quelle c.d. emergenti.

– EIB TF Lg27 Mxn 6.50% – Isin XS1588672144* (Peso Messicano)                                                  https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1588672144&market=MOT&lang=it

RUSSIA – L’economia russa è strettamente dipendente dal petrolio, per cui se i prezzi del greggio crollano, anche il rublo dovrebbe scendere, e viceversa. l’intervento veloce da parte della Banca centrale russa, che ha lasciato crollare il rublo nel 2018 ed ha alzato i tassi di interesse per evitare un’inflazione eccessiva, hanno permesso all’economia del paese di assorbire il forte ribasso del prezzo del greggio. Il biennio 2019-2020 si prospetta migliore, dal momento che non ci sono in vista fattori in grado di destabilizzare l’economia, di influenzare i tassi di cambio o di modificare l’inflazione.

– EIB TF Fb22 Rub 6.75% – Isin XS1947924921* (Rublo Russia)                          https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1947924921&market=MOT&lang=it

SUDAFRICA – La Banca centrale sudafricana ha tagliato di recente i tassi di 25 punti base portando il costo ufficiale del denaro al 6.50%, e questa mossa potrebbe non rimanere isolata. Al momento il mercato sconta un’ulteriore riduzione nei tassi entro la fine del 2019, e se le previsioni della banca centrale per l’economia sudafricana non appaiono particolarmente esaltanti (+ 0.6% la crescita attesa nel 2019) l’inflazione non appare un problema.

– EIB TF Fb23 Zar 7,25% – Isin XS1179347999* (Rand Sudafricano)                    https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1179347999&market=MOT&lang=it

INDONESIA – L’Indonesia è un Paese con inflazione sotto il livello target, con profilo di rischio investment grade, e a livello geopolitico non si intravedono grandi problemi. Di qui, ne consegue che le preoccupazioni riguardo questo Paese emergente, formulate nel recente passato quando la valuta (come tutte le altre emergenti) si è indebolita, sono eccessive, ed oggi rimetterla in portafoglio è una buona opportunità.

– EIB TF Gen25 Idr 5.75% – Isin XS1757690992* (Rupia Indonesiana, quotato alla borsa di Berlino) https://www.boerse-berlin.com/index.php/Bonds?isin=XS1757690992

– EBRD TF Dc22 Idr 6.45% – Isin XS1734550897* (Rupia Indonesiana , quotato alla borsa di Berlino)                 https://www.boerse-berlin.com/index.php/Bonds?isin=XS1734550897

INDIA – A influenzare negativamente le valute dei mercati emergenti, compresa quella indiana, è stata nel corso della prima parte del 2019 l’escalation della guerra commerciale USA-Cina. Nonostante questo, la rupia indiana sembra recupere bene le perdite conseguite contro il dollaro e, grazie all’emissione di obbligazioni sovrane in valuta estera, dovrebbe rafforzarsi per tutto il 2020. L’unico rischio potrebbe essere quello di doversi appoggiare pesantemente alle emissioni di valuta forte come mezzo di recupero, per cui è meglio attribuire un peso molto moderato all’interno di un portafoglio ideale di valute emergenti.

– EBRD TF Fb23 Inr 6.00% – Isin XS1766853367* (Rupia Indiana)                https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1766853367&market=MOT&lang=it

Hai trovato interessante questo articolo e vorresti approfondire le tue conoscenze di base della finanza?

Scarica l’e-book “Dalla finanza complicata alla Finanza Elementare“, edito da PATRIMONI&FINANZANon costa assolutamente nulla, è sufficiente registrarsi

 

* N.B. Le informazioni pubblicate nel presente articolo non devono essere considerate una sollecitazione al pubblico risparmio o la promozione di alcuna forma di investimento, ne raccomandazioni personalizzate ai sensi del Testo Unico della Finanza, trattandosi unicamente di informazione standardizzata rivolta al pubblico indistinto. Le eventuali raccomandazioni fornite tengono conto unicamente delle caratteristiche degli strumenti finanziari oggetto della raccomandazione e devono essere intese a mero titolo di esempio generale, non conoscendosi alcuna informazione relativa alle conoscenze ed esperienze, alla situazione finanziaria e agli obiettivi di investimento dei singoli lettori, i quali soltanto potranno adattare il contenuto dell’articolo alla specifica situazione personale in corrispondenza con il proprio personale profilo di rischio.

Mondo dell’Arte al bivio: tecnologia e finanza “assediano” il mercato dei collezionisti

Con il supporto dell’information technology, la finanza preme per una maggiore regolamentazione del mercato dell’Arte, ma diversi ostacoli si frappongono alla sua “finanziarizzazione” 

La dodicesima edizione della “Art & Finance Conference”, organizzata da Deloitte e svoltasi lo scorso 14 ottobre nel Principato di Monaco, ha visto come protagonista assoluto il sesto Rapporto su arte e finanza redatto dalla stessa Deloitte con la collaborazione di ArtTactic, nota società di studi sul mercato dell’arte che utilizza le tecniche dell’analisi finanziaria per prestare consulenza in questo particolare settore.

Dal Rapporto emerge come quello dell’Arte sia sempre più un mercato dominato dai c.d. super-ricchi e da pochi autorevoli intermediari che lavorano con grande riservatezza e, conseguentemente, con scarsa trasparenza, in totale assenza di regole.

Questo contesto, però, è proprio l’architrave su cui si regge l’attuale modo di regolare gli scambi, e i “listini segreti” dei maggiori galleristi di ogni parte del mondo continuano a ad essere quello che, in ambito finanziario, è il mercato secondario.

Recentemente, l’agenzia Knight Frank (che cura l’aggiornamento dell’omonimo indice Knight Frank’s Luxury) ha stimato il valore totale degli asset in arte posseduti dai super-ricchi in 1.712 miliardi di dollari, pari al 6% del totale dello stock di ricchezza. Questo dato conferma come il mercato dell’arte dovrebbe crescere di pari passo con la concentrazione di ricchezza a favore dei miliardari del pianeta, riservando soltanto a loro la regolamentazione degli scambi su opere dal costo spesso inarrivabile anche per un facoltoso professionista. A questa visione ”conservatrice” si oppone il mondo della finanza, che alimenta le proprie aspettative di guadagno grazie alla convinzione che il mercato dell’arte, una volta sottratto dal monopolio dei super-ricchi, si riveli sottosviluppato in relazione alle sue potenzialità, e che la causa di questo sia da ricercare nel “mistero” che lo avvolge e nella scarsa trasparenza derivante dalla mancanza di regolamentazione.

Onestamente, è davvero difficile non intravedere una forzatura, strumentale agli interessi di chi progetta nuovi veicoli e strumenti finanziari, in questo tentativo di massificare il valore economico di un’opera d’arte.

Infatti, la circostanza che la singola opera di un artista non venga prodotta in serie (parliamo delle opere in senso stretto, eliminando le riproduzioni limitate come litografie ed altro, che non sono “Arte”) è un ostacolo grandissimo per le necessità di standardizzazione tipiche dei prodotti finanziari, creando al massimo le condizioni per un moderato sviluppo del mercato dei prestiti con arte come collaterale (il c.d. Art Lending). Per risolvere il problema, il rapporto Deloitte-ArtTactic  individua due possibili soluzioni; la prima è rappresentata dallo sviluppo di tecnologie, e la seconda dall’estensione al mercato dell’arte delle regole cui devono sottostare gli operatori finanziari. Relativamente al secondo aspetto, il mondo della finanza ripone grande fiducia nelle due direttive anti-riciclaggio imposte dall’UE ed estese, a partire dal 2020 e 2022, anche all’arte, sulla scorta del principio che una trasparenza obbligatoria possa permettere l’individuazione di operazioni di riciclaggio effettuate anche dalla criminalità organizzata. In realtà, la spinta più forte di questo aggiornamento normativo  è quella di ridurre lo svantaggio informativo attuale degli operatori finanziari, desiderosi di massificare il prodotto-arte, nei confronti degli operatori tradizionali (mercanti, galleristi e grandi collezionisti).

Maggiore interesse viene riposto da Deloitte nello sviluppo dell’Information Technology legata al mondo dell’arte, nella convinzione che l’iniezione di dosi massicce di tecnologia permetta finalmente di annullare le barriere all’ingresso che favoriscono oggi i tradizionali canali di business.

Sfortunatamente, la convinzione che la tecnologia porterà ad un mercato più regolamentato e trasparente si scontra con risultati opposti. Il mercato online, per esempio, è addirittura meno trasparente e verificabile di quello delle aste tradizionali.

Dal punto di vista prettamente finanziario, inoltre, i fondi d’investimento in arte possono considerarsi un esperimento fallimentare in termini di sviluppo e di raccolta, per cui la sensazione che si stia cercando di forzare un mercato fisiologicamente dedicato ai detentori di buoni (o grandi) mezzi finanziari rimane viva.

Nel frattempo, però, le mani della finanza si stanno comunque allungando sull’arte, che presto cambierà il proprio status tecnico: da mercato auto-regolato a mercato disciplinato da un regolatore esterno.

Non sappiamo cosa succederà in termini di scambi e di valore, ma è certo che anche i super-ricchi, detentori di grandi patrimoni artistici, dovranno rivedere già adesso parecchi aspetti legati alla gestione di ciò che possiedono.

Se hai trovato utile questo articolo forse potrebbe interessarti sapere come tutelare il tuo patrimonio artistico dagli attacchi esterni

Scarica l’e-book “La Protezione del Patrimonio Familiare dai possibili atti di aggressione dei terzi“, edito da PATRIMONI&FINANZA.

Non costa assolutamente nulla, è sufficiente registrarsi

Buona lettura !