Agosto 14, 2026
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Per gli immobili da investimento l’Italia non è un paese per vecchi. Il mutuo superato dal pagamento in contanti

Le indagini sull’età media di chi acquista case per metterle a reddito svela risultati sorprendenti. Più contanti e meno indebitamento.

Il settore immobiliare, una volta vero e proprio traino della nostra Economia, torna periodicamente a far parlare di sè quando alcuni studi degni di nota risvegliano un pò i prezzi dal loro torpore. Le compravendite, infatti, sono in netta ripresa, ma i prezzi mostrano un encefalogramma quasi piatto ormai  da un paio d’anni.

Solo Milano e Roma, per via delle loro caratteristiche peculiari, costituiscono un mondo a parte. Nelle altre città italiane, invece, i prezzi “galleggiano” sui minimi per via di quella profonda trasformazione, in corso da tempo, che in un altro articolo di PATRIMONI&FINANZA abbiamo identificato come la fine dell’Era Immobiliare, e l’inizio dell’Era dell’Abitazione.

Fanno eccezione il mercato degli affitti e, soprattutto, quello dell’acquisto di immobili di piccola metratura per investimento. Relativamente ai secondi, in particolare, secondo un recente studio di Tecnocasa la maggior parte degli investitori che ha comperato per mettere a reddito il proprio investimento è piuttosto giovane. Infatti, il 31,6% ha un’età compresa tra 45 e 54 anni, seguito dai soggetti tra 35 e 44 anni (22,6%); solo coloro con un’età compresa tra 55 e 64 anni totalizzano il 21,0%. Inoltre, il 76,4% degli investitori sono coppie (con figli o meno), mentre il 23,6% è single (ossia celibi, separati, divorziati e vedovi).

l’80% circa di questo mercato è coperto da imprenditori, liberi professionisti e impiegati, mentre i pensionati coprono il 10,8%.

Non c’è dubbio che il boom degli affitti brevi abbia fatto correre i prezzi al metro quadro nei centri storici delle maggiori città italiane (Milano e Venezia, in particolare); la tipologia più richiesta di immobile da mettere a reddito è quella del bilocale, con il 35,1% delle preferenze, seguita da quella dei trilocali (con il 27,8%).

Relativamente al rendimento annuo medio, nessuna novità di rilievo: 5% lordo, da cui scontare le imposte (cedolare secca 21%), l’IMU e i lavori di manutenzione diventati ormai la regola per via dell’elevata vetustà media degli edifici. Rimane, forse, un rendimento netto del 3.0%, che però non tiene conto dei rischi finanziari da mancato incasso dei canoni, tipici di chi mette un immobile in locazione.

Un altro dato piuttosto sorprendente è che, sul totale delle compravendite, il 50% circa è regolato “in contanti” (a vista, a mezzo bonifico o assegno circolare diretto), senza bisogno del mutuo. A scegliere questa tipologia di pagamento è proprio chi compra casa per investimento, ossia il 18,2% del mercato complessivo.

Un’altra indagine ci viene in aiuto sul mercato residenziale. Infatti, secondo le elaborazioni dell’ufficio studi del gruppo Real Estate sui dati OMI (l’osservatorio immobiliare gestito dall’Agenzia delle Entrate), il mercato residenziale nel 2018 ha totalizzato circa 580 mila transazioni immobiliari in Italia, con un fatturato complessivo pari a 94,3 miliardi di euro. Relativamente ai prezzi di vendita,  in media nazionale sono in lieve calo (-1.5%) rispetto al 2017. Differente la situazione – come dicevamo – se parliamo di Roma e Milano, dove il prezzo medio, rispettivamente,  è stato di 2.828 euro al metro quadro e di 3.796 euro al metro quadro (+0,8% rispetto al 2017). Inoltre, a parità di metratura, un immobile a Milano risulta più caro del 25,5% rispetto a Roma, confermando che la prima è la città più cara d’Italia.

La particolarità del mercato immobiliare, oggi, è che chi vuole investire nel mattone difficilmente accende un mutuo, anche se i tassi sono incredibilmente bassi (max 2,5% a tasso fisso, 1% il variabile). Questa caratteristica, che negli USA sembrerebbe incomprensibile (lì il mutuo si stipula già alla prima occupazione) rispecchia la mai sopita voglia degli italiani di comprare il mattone grazie ai risparmi accantonati dalla generazione dei patrimonials, ed oggi utilizzati a beneficio dei millennials (ossia, la generazione dei figli dei patrimonials).

Il problema, semmai, verrà scaricato sulle future generazioni (quella dei figli dei millennials), le quali, pur garantendosi un tetto sotto il quale vivere, o lasciano l’Italia per l’Estero o godono di redditi incerti e livellati verso il basso; conseguentemente, essi beneficeranno di un minore risparmio familiare rispetto a chi li ha preceduti, e ciò costituirà un ulteriore vantaggio per il mercato degli affitti e per quello dei mutui di ristrutturazione o liquidità.

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Warren Buffet e Ray Kroc (McDonald’s), ovvero come creare ricchezza grazie agli immobili e all’economia reale

Due leggendarie storie di successo imprenditoriale, molto diverse tra loro, ma unite dal comune denominatore dei beni reali durevoli.

Il nome di Warren Buffet è quello probabilmente più pronunciato tra i professionisti della finanza e dai cultori del sogno americano. Un uomo di grande intelligenza, arrivato dal nulla, che passo dopo passo costruisce una delle aziende più ricche al mondo. Leggendaria, anche tra gli studenti di Economia, la sua capacità di creare ricchezza usando il buon senso e la pazienza.

Il suo approccio agli investimenti è sempre stato molto semplice, e consiste in quattro fasi:

– scelta di un settore di attività in cui si vuole investire;

– individuazione di una o più aziende interessanti operanti in quel settore;

– esame dei loro bilanci;

– investire “pesantemente” e per lungo tempo, tra quelle prese in esame, nelle aziende sottovalutate, in cui il rapporto tra il valore di libro (che si ottiene sommando il capitale sociale, gli aumenti di capitale intervenuti negli anni e gli utili accantonati) e tutte le azioni in circolazione è superiore o uguale al valore di borsa di una singola azione.

In sintesi, Buffett e il suo socio di sempre – sapevate che avesse un socio? Charlie Munger, il suo primo finanziatore – hanno sempre pensato che la finalità dell’acquisto di azioni sia quello di partecipare concretamente ad un business di lungo termine, e non quello di fare una speculazione di breve periodo sulla base di grafici a candela e su obiettivi di prezzo assolutamente opinabili e differenti da un analista finanziario all’altro.

Seguendo questa metodologia è nata e si è sviluppata Berkshire Hathaway, la “grande creatura” di Warren Buffet, sulla quale egli ha lavorato fin dagli anni ’70. Oggi il suo fatturato complessivo si aggira intorno ai 150 miliardi di dollari USA, e il valore di mercato è pari a circa 400 miliardi di dollari.

Warren Buffett comprò le prime azioni della Berkshire (che era un’azienda tessile) nel 1962, quando crollarono fino a 8 dollari per azione. Siccome il valore dei mezzi propri era di 16,50 dollari ad azione, cominciò ad accumularne in grande quantità fino al 1965, quando raggiunse la maggioranza azionaria e ne assunse il controllo, trasformandola in una holding di partecipazioni. Il prezzo medio di acquisto, per Buffet, fu di 15 dollari ad azione; oggi ognuna di esse vale 294.000 dollari.

Negli ultimi 40 anni, i suoi azionisti hanno ottenuto una crescita del 20% annuo, anche nelle fasi di mercato molto difficili; per esempio, tra il 2000 e il 2010 il rendimento delle azioni è stato pari al 76%, contro il -11% dello S&P500 (l’indice delle prime 500 aziende USA per capitalizzazione).

la mossa vincente di Buffett fu quella di reinvestire gli utili, anziché direttamente nella produzione industriale, in partecipazioni azionarie di altre aziende sottovalutate il cui patrimonio era solido, composto da immobili, impianti industriali e macchinari; aziende, insomma, fortemente legate alla c.d. Economia Reale, e quindi capaci di durare nel tempo. Infatti, in 53 anni, le azioni Berkshire sono cresciute del 2.404.748% (20,9% l’anno), contro un andamento dell’indice S&P500 del 9,9% all’anno.

Solo negli ultimi dieci anni, a seguito della crisi del 2008, Berkshire ha cominciato ad investire sui gruppi finanziari americani, ma la cosa non deve sorprendere: coerentemente con il suo metodo, Buffett ha scelto le banche più sottovalutate e con dentro il più alto patrimonio proprio (immobili, uffici etc), quadruplicando il proprio investimento in pochi anni.

Dal suo portafoglio complessivo di partecipazioni, Berkshire ha ricevuto, solo nel 2018, circa 4 miliardi di dividendi, ma non è questo il suo reale guadagno. Buffett infatti realizza grandi ritorni prospettici soprattutto dagli utili non distribuiti, che nel lungo termine costruiscono valore nelle società e si riflettono sul prezzo delle singole azioni. Gli utili non distribuiti, infatti, consentono di acquistare immobilizzazioni techiche (macchinari o software) e immobili industriali (uffici nelle city), e attribuiscono valore reale all’investimento, e non semplice plusvalore finanziario, che per sua natura è destinato a sgonfiarsi nel tempo.

Questa costruzione del valore, basata sul patrimonio reale delle aziende, è impossibile da praticare nel breve periodo, dove i prezzi delle azioni sono guidati nel dagli umori di mercato e non dal business reale della compagnia.

La storia di Ray Crok eleva il mito del sogno americano a livelli altissimi, perché nel caso del fondatore di McDonald’s esso si è avverato quando lui aveva già 52 anni, e da rivenditore di frullatori ebbe l’idea di sfruttare su vasta scala l’invenzione dei fratelli Mc Donald (che finirono per essere esclusi dal business e persino dall’uso commerciale del loro stesso cognome).

Sappiamo che Buffet non ha mai amato investire nelle aziende commercialmente e geograficamente massificate, giacchè teme i devastanti effetti negativi derivanti dalla erosione della tipica posizione di monopolio in cui esse operano. Pertanto, come si spiega che egli abbia investito – e continua a farlo ancora adesso, anche se in misura minore – nelle azioni di McDonald’s?

Semplice: il vero business della famosa catena di fast food non sono gli hamburger, ma gli immobili. La formula di successo di Mc Donald’s, infatti, è unica nel settore dei fast food: comprare tutti i negozi, affittarli ai gestori in franchising, patrimonializzare il gruppo con valori reali stabili e creare cash con la vendita di hamburger e patatine fritte per consentire buoni guadagni ai franchesee e incassare i canoni di locazione senza problemi. A tal proposito, l’ex direttore finanziario Harry Sonneborn ha detto: “Non siamo nel settore alimentare, ma nel settore immobiliare. L’unica ragione per la quale vendiamo hamburger da 15 centesimi è perché sono i migliori prodotti per realizzare alti margini di incasso, con cui i nostri locatari possono poi pagare l’affitto”.

In sintesi, rispetto alle altre catene di franchising, McDonald’s ha sempre avuto una diversa strategia: invece di fare business vendendo scorte di hamburger e altro materiale di consumo ai locatari o chiedendo loro le royalties, l’azienda di Crok diventa proprietaria dei punti vendita e li affitta ai gestori, i quali hanno il vantaggio di condurre un business con un alto margine di utile grazie ad un marchio che, da solo, vale circa 60 miliardi di USD. In questo modo, McDonald’s riesce a trattenere l’82% dei ricavi generati dai canoni di locazione, mentre si accontenta di un più modesto 16% di ricavi prodotti dall’attività dei punti vendita, a cui destina la fetta maggiore delle vendite.

A ben vedere, quindi, si tratta di un circolo virtuoso che solo in apparenza poggia i piedi sul franchising, per il quale la selezione dei candidati è durissima. L’investimento complessivo necessario all’apertura di un ristorante è di circa 800.000 euro, dei quali 200.000 devono essere di proprietà del candidato e la restante parte può essere ottenuta mediante un finanziamento. L’affiliato, in cambio, dovrà corrispondere a McDonald’s l’affitto del locale, una royalty in percentuale sui profitti e un contributo al finanziamento della pubblicità nazionale.

Grazie a questa formula, l’azienda di Crok ha raggiunto dimensioni impressionanti:

  • 69 milioni: clienti serviti ogni giorno
  • 37.000: ristoranti presenti in tutto il mondo, di cui l’85% in franchising
  • 4,7 miliardi: utile netto.

Concludendo, l’attenzione al valore reale dei beni è ciò che accomuna Warren Buffet a Raymond Kroc (il primo ancora in vita, il secondo morto nel 1984). Buffet, attraverso le sue partecipazioni azionarie, ha basato il proprio successo investendo in aziende con un business solido ed un patrimonio proprio (immobili e macchinari industriali) di notevole entità, che si riflette sempre nel valore intrinseco di ogni singola azione. Crok, invece, ha “mascherato” la più grande società immobiliare del mondo con la catena di fast food più grande del mondo, investendo direttamente negli immobili e ottenendo così un “effetto leva immobiliare” che consente oggi all’azienda di avere una fonte di ricavi e utili molto stabile, nonchè un accesso pressoché illimitato alle fonti di finanziamento, soprattutto nei momenti di rallentamento dell’economia.

Niente “finanza creativa”, insomma, ma solo roba che vedi e che tocchi con le tue stesse mani: case, aerei, soldi, panini e milk-shake.

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Non ne sai abbastanza dei consulenti finanziari? Conoscili. Guida breve alla conoscenza dei professionisti del patrimonio

Molti risparmiatori tendono a confondere il consulente finanziario abilitato con il “consulente bancario”. Ecco alcune informazioni per conoscerli meglio

La professione del consulente finanziario ha ormai 28 anni, ma molti ancora la confondono con altre figure, ugualmente rispettabili ma molto diverse, del mondo bancario.

Infatti, complice la convivenza di soggetti diversi all’interno di una stessa banca, per i clienti non è semplice, oggi, distinguere tra impiegati che prestano anche il lavoro di consulenza ed i professionisti autonomi a partita IVA. Il malinteso, poi, viene amplificato dalle prassi commerciali degli sportelli bancari e postali, che utilizzano sempre più il termine “consulente” per indicare chi, tra i loro dipendenti, viene dedicato all’assistenza dei clienti in tema di strumenti di risparmio.

Molte, invece, sono le differenze (e le competenze) che identificano un consulente finanziario e lo qualificano come tale.

Innanzitutto, per poter intraprendere la carriera del consulente autonomo occorre poter certificare i propri requisiti di onorabilità. In particolare, non possono iscriversi all’albo dei consulenti finanziari coloro che sono interdetti, inabilitati, falliti, o condannati ad una pena che importa l’interdizione, anche temporanea, dai pubblici uffici, oppure sono stati condannati per un reato contro il patrimonio.

Inoltre, per svolgere questa professione è necessario superare una durissimo esame di abilitazione per la verifica delle conoscenze in ambito economico e giuridico. Questa prova valutativa è la condizione necessaria per potersi iscrivere allo speciale elenco di professionisti, e viene gestita dall’Organismo Unico per la tenuta dell’albo dei Consulenti finanziari, che sorveglia e controlla la loro attività disciplinando, insieme ad altri organi di controllo, la formazione obbligatoria che, come nelle altre professioni, questi professionisti sono tenuti ad osservare ogni anno (pena la sospensione dall’attività o da un ramo di essa).

Ma come svolge il proprio lavoro il consulente finanziario?

Egli, in generale, offre la propria consulenza ai clienti che hanno bisogno di una guida per scegliere quali strumenti di investimento utilizzare per raggiungere i propri obiettivi all’interno di un orizzonte temporale: acquistare una casa, far studiare i figli all’estero, costituire una riserva finanziaria per l’età pensionistica, e più in generale

Difesa del patrimonio familiare

qualunque esigenza, presente o futura, che la vita riserva al risparmiatore ed alla sua famiglia. In particolare, egli analizza l’andamento dei mercati finanziari e suggerisce ai propri clienti le decisioni più appropriate, selezionando le opportunità e informando in maniera chiara i clienti sui rischi e sui costi.

Esistono due tipologie di consulenti finanziari: quello che lavora su base autonoma, il quale offre i propri servizi “slegato” dalle banche (consulenza pura, nessuna vendita di prodotti finanziari) e viene remunerato attraverso una parcella pagata direttamente dal cliente; e quello che, invece, riceve il mandato da un istituto di credito o società di intermediazione mobiliare (per i quali lavora con mandato esclusivo, e dai quali viene pagato in base ad alcuni parametri quantitativi e qualitativi), distribuendone i prodotti/servizi.

Esiste una terza categoria di consulenti finanziari abilitati, quella di cui fanno parte coloro che, pur avendo ottenuto l’abilitazione, lavorano in qualità di dipendenti all’interno di una banca. Si tratta di pochi soggetti, che si differenziano comunque, sia per professionalità che per buona competenza specifica, dai “consulenti bancari/postali generici” di cui abbiamo parlato prima.

Per meglio comprendere quali aspettative vengano riposte dai risparmiatori su questa professione, ci sarà utile una recente ricerca, effettuata su un campione di oltre 1.500 investitori italiani di età compresa tra i 25 ed i 74 anni, secondo la quale le attese dei clienti di un consulente finanziario si differenziano in base all’età e, più precisamente, in base alla generazione di appartenenza. Più esattamente:

  • Per la c.d. Generazione Y (quella dei “Millennials”, ossia coloro che sono nati tra il 1984 ed il 1993), il consulente finanziario è una figura quasi irraggiungibile, dal momento che gli appartenenti a questa categoria demografica sono ancora alla ricerca di una stabilizzazione del proprio reddito e hanno poca disponibilità economica.
  • Per i nati tra il 1964 ed il 1983 (“Generazione X”), il consulente finanziario è colui che deve aiutarli a mantenere, con i propri consigli, la stabilità economica, con una proiezione temporale di lunga durata (circa 10 anni).
  • I c.d. Baby Boomers (quelli nati tra il 1944 ed il 1963), invece, hanno una buona stabilità economica e desiderano mantenere l’attuale tenore di vita con un orizzonte temporale di breve-medio periodo, avendo l’obiettivo di mantenere una buona salute personale e di tutelare, anche economicamente, figli e nipoti.

Secondo la stessa ricerca, l’identikit del consulente-tipo scelto dai clienti appartenenti a tutte e tre le categorie generazionali si basa sulla prevalenza di tre fattori fondamentali. Il primo è l’assenza di conflitti di interesse, nel senso che il consulente deve apparire ed operare dalla parte del cliente, e non della propria organizzazione. Il secondo riguarda il suo modo di relazionarsi con i clienti; egli, cioè, deve avere un linguaggio semplice e trasmettere la sua capacità di comprendere le esigenze personali e familiari del cliente. Il terzo (oggi finalmente molto richiesto, anche per via di una maggior tasso di informazione dei clienti) è relativo alla sua formazione: il consulente deve mostrare la propria competenza in molti campi della finanza applicata alla vita di ogni giorno, ed avere un ruolo di “educatore finanziario” più di ogni altra cosa.

Quella del consulente come “educatore” è una nuova visione del suo ruolo, sancita anche dalla legge italiana e dalla normativa europea; pertanto, pretendetela come servizio principale (è assolutamente gratuito), perché qualunque professionista del patrimonio, oggi, deve ritenersi tale solo se è capace di trasmettere alla clientela il proprio patrimonio di conoscenze finanziarie di base.

 

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Vantaggi e svantaggi di vivere in un mondo a bassa inflazione. Storia recente del nostro potere d’acquisto

Chi detiene patrimoni ha bisogno, oggi più che mai, di una consulenza che gli dia consapevolezza del proprio ruolo sociale di Risparmiatore.

Negli anni ’80 e ’90, in Italia il Risparmio era una voce importante delle famiglie. Quando l’U.E.M. ,ossia l’Unione Europea della Moneta (l’U.E.P., l’Unione Europea dei Popoli, rimane un sogno irrealizzato), era ancora una scadenza lontana nel calendario politico internazionale, la quota di risparmio degli italiani sfiorava il 25% del reddito.

Chi aveva uno stipendio, come gran parte dei nostri genitori, accantonava facilmente per qualche anno, costituiva la somma necessaria a pagare l’anticipo per la casa, e poi la comprava con un mutuo che, grazie agli elevati tassi di inflazione, svalutava presto l’importo della rata. Le famiglie con due redditi, poi, compravano anche la seconda casa.

Le piccole e medie imprese creavano ricchezza, alimentando il circuito del risparmio attivato da una popolazione che consumava a gran ritmo (molto più di prima ma molto meno di oggi), e le grandi aziende statali e para-statali erano fantastici collettori dello sviluppo occupazionale.

Il credito scorreva a fiumi. Chi aveva successo nelle professioni liberali costituiva piccoli e grandi patrimoni, e non aveva grandi motivazioni – se non quella del prestigio personale – per fornire nuovi deputati e senatori al Parlamento.

Meglio di noi, solo il Giappone, con il suo imperatore e le case di cartone compresso dai tetti dorati.

Con l’avvento dell’Euro, gran parte di quella quota di risparmio si è trasformata in consumi: chi aveva liquidità, ha cominciato a spenderla per compensare il minor reddito disponibile e la perdita del potere d’acquisto con cui l’inflazione a due cifre, negata ingannevolmente fino all’evidenza dall’ISTAT e dai governi, impoveriva via via il ceto medio, ossia quella classe sociale formata da famiglie con due stipendi, che compravano casa in città e al mare, che cambiavano l’auto ogni 5 anni, che villeggiavano al mare durante tre mesi di vacanze estive, che riuscivano a pagare ai figli le tasse universitarie….qualcuno se ne ricorda?

E così, milioni di famiglie hanno smesso di accantonare: oggi si stima che la quota di risparmio degli italiani sia inferiore al 10% del reddito.

Di fronte all’aumento dei prezzi e al blocco generalizzato dei salari, in un primo periodo i risparmiatori hanno fatto fatica ad adeguarsi, cercando istintivamente di conservare l’abituale tenore di vita spendendo i propri risparmi per continuare a permettersi ciò a cui erano abituati. Molti, nell’illusione che si trattasse di una fase passeggera, hanno anche contratto dei finanziamenti e si sono indebitati.

Finalmente, dopo qualche anno, ci si è resi conto che il denaro guadagnato era stato eroso dall’inflazione, ed era sufficiente ormai per la sussistenza; così i consumi hanno cominciato a ridursi bruscamente, fino ad azzerare quasi del tutto il tasso di inflazione.

Questa è la storia recente del nostro potere d’acquisto, ed è la situazione in cui viviamo oggi. Il presente, però, potrebbe preoccuparci di più, perché vivere in un mondo senza inflazione comporta benefici ma anche svantaggi. Il beneficio principale è che il nostro potere d’acquisto non si riduce più (e vorrei vedere, al punto in cui siamo…), ma chi si è indebitato tra il 2000 ed il 2010, ossia negli anni in cui i prezzi dei beni di maggior consumo aumentavano a doppia cifra percentuale, ha subito un danno non indifferente. Infatti, da un lato, il vero tasso di inflazione veniva camuffato da un paniere che non teneva conto della c.d. inflazione percepita (e cioè dell’enorme aumento dei prezzi sui beni che acquistiamo ogni giorno, dalla frutta e verdura al pane fino al pranzo al ristorante) e, dall’altro, il meccanismo di adeguamento dei salari e delle pensioni è stato rallentato sensibilmente, riducendo così il potere d’acquisto.

In tal modo, nel nostro Paese si è verificato un processo esattamente contrario a quello che fa funzionare le cose in economia: se un tasso di inflazione vero e sostenibile (es. 3.0% annuo), riduce nel tempo il valore reale dei debiti (in 10 anni, la rata di un mutuo a tasso fisso “vale” un buon 34% in meno, cioè il 3.0% di inflazione moltiplicato per 10 anni a tasso composto), l’assenza d’inflazione produce l’effetto contrario, mantenendo intatto il valore dei debiti a fronte di un reddito che non cresce.

C’è da aggiungere, all’analisi appena fatta, una circostanza legata al comportamento del consumatore: l’assenza di inflazione incoraggia a ritardare gli acquisti sperando in una diminuzione dei prezzi nel breve giro di qualche mese. Classico esempio: non compro adesso il nuovo PC portatile (ma anche la TV HD o la cucina a gas) perché tra sei mesi quello che oggi mi piace costerà meno. Decisioni del genere, perfettamente logiche, determinano a lungo andare lo stallo nell’economia, una contrazione importante dei consumi, la riduzione della produzione industriale in base ai consumi attesi (in diminuzione), licenziamenti in massa e, quindi, la crisi occupazionale da cui riprende il “ciclo negativo dei consumi”.

Un crollo epocale, che segna un punto di svolta di fronte al quale il risparmiatore deve cambiare pelle e riformulare il proprio approccio verso gli investimenti: dalla gestione del denaro a quella del patrimonio. Ciò comporterà un cambiamento di visione in tutto quello che tradizionalmente si è fatto. Ad esempio, se vorremo indebitarci, prima di effettuare la scelta dovremo prima capire che conseguenze potrebbe avere e quanto peserà questo indebitamento sul totale del nostro patrimonio, anzichè pensare solo in termini di programmazione e rateizzazione della spesa per la quale è necessario contrarre un debito.

Paradossalmente, la situazione migliore e priva di possibili delusioni è quella in cui partiamo da zero, non abbiamo alcun patrimonio, ma possiamo crearlo tramite il risparmio. In questo caso, il giusto accantonamento ci consentirà di programmare anche l’indebitamento (es.: guadagno 2.500 euro al mese e posso accantonarne 800; questa cifrà sarà la potenziale rata del mutuo che potrò pagare per enne anni, al fine di comprare la casa che desidero).  E’ più complicato, invece, programmare spese importanti quando il patrimonio, con tutto il suo carico di costi di mantenimento (imposte, tasse, manutenzione, imprevisti etc), ce l’abbiamo già; in questo caso ogni scelta sull’ulteriore ricchezza da formare metterà a repentaglio quella già formata.

Anche nel campo dei valori mobiliari, comprare e vendere titoli, fondi, sicav, polizze di risparmio ed altro ancora, pensando che la questione stia tutta lì, è un errore grossolano. Infatti, chi detiene patrimoni (denaro e/o immobili) ha bisogno, oggi più che mai, di una consulenza che dia innanzitutto consapevolezza del proprio ruolo sociale di risparmiatore evoluto (o in via di evoluzione), al fine di proteggere dagli eventi futuri quanto costruito con fatica per sè e per i propri familiari.

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La politica economica italiana dal 1992 ad oggi: un mix di ambizioni personali, conflitti di interesse ed errori da principianti.

Peggio di così non poteva andare. Adesso, per evitare che l’U.E. diventi una prigione, è necessario aumentare il livello di autonomia. Italia compresa, ovviamente

Italia ancora fanalino di coda dell’intera Unione Europea. Queste le recenti previsioni della Commissione europea sulla crescita italiana: 0,1% (contro l’1,5% sperato dal governo a Settembre 2018), e 0,7% per il 2020.

A favore, solo ultimamente, la diminuzione dello spread che, secondo il Premier Conte, è il segnale  di “conti pubblici solidi e in ordine”, che avrebbero permesso all’Italia, grazie anche alla correzione dei conti adottata con un assestamento di bilancio, di scongiurare il pericolo di una procedura d’infrazione.

Da più parti, però, si ritiene che il momento di una verifica più attenta sia soltanto rinviato di qualche mese, a quando cioè sarà terminato il processo post-elettorale di formazione della maggioranza in U.E. e, soprattutto, la fase delle nomine.

A prescindere dagli avvenimenti dell’immediato futuro, è interessante capire come si sia arrivati a questo punto, quale strada abbia imboccato il nostro Paese nel 1992 per arrivare oggi nel punto in cui siamo (e se il punto in cui siamo è migliore di quello in cui saremmo, in tutta probabilità, se non fossimo entrati).

Cominciando dal saldo delle Partite Correnti, nel 2011 esso era pari al -3,7% del PIL, mentre oggi ce l’abbiamo al +2,5%. Praticamente, si trova allo stesso livello di quando avevamo ancora la Lira, solo che oggi non possiamo utilizzare la leva delle svalutazioni della valuta, e possiamo svalutare solo le risorse interne, cioè il lavoro, associando principi economici di austerità che, insieme al mancato controllo dell’inflazione, hanno decretato la scomparsa del ceto medio italiano, su cui il Paese aveva creato ricchezza e prosperità.

Inutile girarci intorno: dal 1992 al 2011 una serie di errori da principianti – commessi da coloro ai quali, anziché consegnarli ad un meritato oblio, i media consentono ancora di aprire bocca – ha permesso la distruzione del nostro tessuto industriale pubblico (per la felicità degli stati del Nord Europa, che si opponevano al nostro ingresso), nonchè il mancato controllo del saldo delle Partite Correnti, a causa del quale abbiamo accumulato una posizione finanziaria netta passiva di oltre 400 miliardi di euro.

Questi i fatti storici. Adesso resta da stabilire chi ne ha la colpa. Soprattutto, è utile farlo?

La risposta positiva ci sembra l’unica possibile; dimenticare, infatti, potrebbe consentire a chi ci governa oggi di ripetere gli errori commessi ieri da personaggi enormemente sopravvalutati e, probabilmente, in grave conflitto di interesse tra gli interessi nazionali da salvaguardare e le proprie ambizioni personali da assicurare alla storia.

Di Prodi e Padoa Schioppa, per esempio, rimane la visione limitata di una Italia tutta ripiegata sull’Europa, nella stessa posizione servile di quando, col piattino in mano, gli stessi chiedevano il permesso di entrare, terrorizzati dall’essere esclusi (da cosa?). Il risultato è stato quello di dover assistere ad accordi extra-UE che destinavano puntualmente a Francia e Germania le migliori opportunità, ed all’Italia gli avanzi.

Da qualche mese, però, incombono i possibili accordi commerciali con la Cina, con i quali l’Italia sta disturbando (e non poco) i sogni di eterna egemonia economica europea dei tedeschi e dei francesi. Non si fa fatica a pensare che siano proprio questi a tifare per una rapida crisi di governo e per un ritorno alle elezioni, dalle quali magari far uscire un governo più accomodante, come quelli precedenti; al netto, però, di quello guidato da Berlusconi fino al 2011, caduto più per gli interessi della Francia sulla Libia di Gheddafi, che per la guerra preventiva scatenata dalle banche estere sul nostro spread (un vile atto di guerra contro di noi, combattuto senza armi di distruzione fisica).

La conclusione di questa breve analisi, pertanto, non può che essere quella di continuare a stare in Europa, ma per starci bene; per farlo, nessuno deve impedire che l’Italia, al pari degli altri paesi dell’UE, possa concludere accordi con il resto del Mondo, in autonomia. Mancando la leva valutaria e quella fiscale, infatti, siamo obbligati a crescere, e la crescita deve essere assicurata attraverso politiche espansive dal punto di vista degli scambi internazionali.

Se l’Europa deve precludere anche quelle, pretendendo di centralizzare tutto a vantaggio degli stati-guida, tanto valeva non entrare affatto.

Pertanto, l’Unione Europea potrà continuare ad esistere solo nel momento in cui si concederà agli aderenti maggiore autonomia.

Sennò diventerà una prigione, da cui evadere in tutti i modi possibili.

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Il mercato dell’Arte, conosciamolo da vicino. I vari passaggi dal “produttore” al “consumatore”

Un mercato in rapida ascesa ma ancora privo di regole fisse. Eppure, le sue caratteristiche non sono molto diverse da quelle presenti nei mercati regolamentati.

Come qualunque mercato di beni di consumo (da quello alimentare a quello automobilistico), anche il mercato dell’Arte funziona attraverso diversi “passaggi” nella catena distributiva, attraverso i quali le opere arrivano al “consumatore” finale, che coincide con un collezionista o con un museo.

A monte di tutto, abbiamo due segmenti fondamentali: il Mercato Primario e quello Secondario.

Nel Mercato Primario, le opere nuove vengono proposte per la prima volta ai collezionisti di qualunque tipologia (privati e pubblici) e ai mercanti d’arte, i quali acquistano i lavori direttamente da un artista o dalle gallerie dove egli espone in esclusiva. Nel Mercato Secondario, invece, le opere vengono rivendute, scontando così il primo “passaggio” nella formazione dei prezzi, ed entrano nel possesso delle case d’asta o delle maggiori gallerie specializzate, le quali insieme costituiscono una sorta di “borsa valori” degli artisti contemporanei e non.

Nel Mercato Secondario, inoltre, i prezzi sono più trasparenti, mentre in quello Primario (definito “opaco”) non è facile determinare il costo di un’opera in vendita, perchè i prezzi tengono conto dei fattori interni alle opere  (es. l’autore, il soggetto, le dimensioni, la tecnica, il formato, il “periodo artistico”, lo stato di conservazione) e dei fattori esterni (pubblicazioni, mostre, provenienza, moda del momento, mercato di riferimento, reputazione dell’artista).

La reputazione, in particolare, sembra essere il principale fattore che guida le aspettative dei collezionisti e il loro gusto personale. Infatti, il legame emotivo che si stabilisce con l’opera determina principalmente il suo valore, mentre i fattori relativi al mercato o ai risultati d’asta sono criteri di valutazione meno importanti ma costituiscono comunque dei passaggi obbligati nella formazione del prezzo.

La valutazione di un’opera, però, varia molto a seconda che si prendano in considerazione i soli collezionisti, i galleristi e i mercanti o le case d’asta.

Per i collezionisti i criteri fondamentali sono l’originalità e la capacità di un’opera di creare un legame emotivo, per i galleristi e i mercanti la reputazione e la vita dell’artista è il criterio fondamentale, seguito dall’originalità del lavoro e dal suo posizionamento di mercato. Per le case d’asta, infine, contano solo i risultati d’asta e il valore di mercato di un artista.

Secondo una recente ricerca elaborata su un campione significativo di collezionisti, i fattori che determinano la scelta di comprare o meno un’opera d’arte sono, in percentuale decrescente:

– Qualità del lavoro (57%)

– Prezzo (25%)

– Reputazione (18%)

Inoltre, anche la galleria di riferimento e la sua storia risultano essere fattori importanti per determinare una decisione d’acquisto.

Quanto detto finora ci fa capire come il prezzo di un’opera non coincida con il “valore” che ognuno le attribuisce. Ma è davvero così difficile determinare una regola, uguale per tutti, utile a determinare un prezzo trasparente?

Per quanto riguarda, ad esempio, il classico “olio su tela”, gli esperti la identificano in una equazione molto semplice:

PREZZO = [(base + altezza) * X] *10 

Dove per X si intende un coefficiente variabile, ossia un numero attribuito all’artista e deciso all’interno del Mercato Primario e/o secondo gli accordi con il proprio gallerista.

Per determinare questo coefficiente ci si basa sul curriculum dell’artista (partecipazione a mostre collettive o personali, eventuali premi vinti, pubblicazioni o acquisizioni da parte di musei etc)

A ben vedere, se la formula di cui sopra venisse accettata universalmente, il mercato potrebbe essere regolato in modo più trasparente sulla base della tipologia di opera (olio su tela, pittura su carta, scultura, opera multipla, fotografia etc) e dell’unica vera variabile, quella del coefficiente di valutazione personale dell’artista. Infatti, questo parametro (come tutti i titoli di borsa), è suscettibile di variazione nel tempo: un giovane artista presente nella sua prima galleria partirà da un coefficiente pari a 1 nel calcolo del prezzo al pubblico, ma il gallerista lo acquisterà ad un prezzo inferiore a quello determinato dalla formula, per poter coprire i costi di promozione e di esposizione, e per realizzare un utile significativo.

Il coefficiente comincerà a salire di valore solo quando i prezzi di quell’artista troveranno conferme in altre gallerie del Mercato Secondario, dove gli acquisti effettuati da altri collezionisti determineranno una maggior richiesta per  mostre o fiere e, in definitiva, la costruzione del curriculum dell’artista.

Col passare del tempo, l’interesse per il suo lavoro crescerà insieme al progredire del suo curriculum, e con essi il coefficiente valutativo.

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Organismo Unico Consulenti: un posto affollato. Professionisti della finanza ancora senza ordine professionale

Nell’O.C.F. convivono soggetti profondamente divisi per identità e obiettivi. E mentre ANASF va all’attacco della presidenza, si sente sempre di più la mancanza di una casa comune di tutti i consulenti.

Periodo caldo, e non solo per via della stagione estiva, quello che precede la sfida sulla governance dell’Organismo Unico dei consulenti finanziari.

Infatti, lo scorso 13 Giugno, il presidente di Anasf, Maurizio Bufi, ha annunciato pubblicamente la candidatura di Francesco Di Ciommo alla guida dell’OCF, al posto dell’attuale presidente Carla Rabitti Bedogni, e dello stesso Bufi come vicepresidente, manifestando così il desiderio di volere assicurare ai consulenti finanziari abilitati fuori sede un peso maggiore all’interno dell’Organismo.

Pertanto, quello di Anasf potrebbe anche definirsi come la prima azione di tutela quasi sindacale, dopo un ventennio che l’ha vista piuttosto distratta su questioni importanti.

In attesa di scoprire i programmi che certamente si accompagneranno alla battaglia (se mai ci sarà) per la guida dell’OCF, esistono alcuni temi che andrebbero approfonditi.

Il primo di questi riguarda proprio la composizione della governance dell’Organismo, che vede coesistere al suo interno ben quattro categorie di soggetti, ognuna delle quali è rappresentata da specifiche organizzazioni aventi natura sindacale o semplicemente di categoria:

– consulenti finanziari non indipendenti (Anasf, Federpromm),

– società mandanti (Assoreti e Abi),

– consulenti finanziari indipendenti (Nafop, Opec Financial),

– società di consulenza finanziaria indipendente (AssoSCF, Ascofind).

L’unica cosa che li accomuna è il contesto di servizio (la consulenza finanziaria) ed il mercato di riferimento, per il resto ciascuna categoria ha esigenze molto differenti da quelle degli altri.

  • I consulenti abilitati fuori sede, ossia l’insieme di professionisti storicamente preponderante, si interrogano sul futuro della professione e incassano l’ennesima previsione di minori ricavi prospettici che la MiFID II impone al sistema.
  • Le società mandanti, così come dopo la prima MiFID, devono rispondere alla necessità degli azionisti di far quadrare il conto economico il più presto possibile, utilizzando legittimamente tutte le leve aziendali disponibili.
  • I consulenti finanziari indipendenti, fino a ieri tenuti nell’oblio di una professione non codificata, hanno ottenuto (era ora) la propria sezione nell’OCF e vedono nella MiFID II un’occasione per acquisire maggiore autorevolezza nel contesto di riferimento.
  • Le società di consulenza indipendente, pur condividendo, in forma societaria, gli interessi e la mission dei consulenti autonomi, sono pronte nel lungo termine ad accogliere i consulenti abilitati espulsi dal sistema ma desiderosi di continuare la propria professione, anche sotto un’altra veste.

Di conseguenza, lo scenario più probabile, nei prossimi 5-7 anni, è quello che vedrà una forte decrescita del numero dei consulenti non autonomi ed una crescita sostenuta di quello degli indipendenti e delle società di consulenza; sullo sfondo, un’industria del risparmio gestito che vorrà mantenere il proprio livello di utili.

Ce n’è abbastanza per definire l’OCF come un “posto piuttosto affollato”, abitato da soggetti diversi all’interno di uno spazio molto ristretto. Una polveriera, pronta ad esplodere nel momento in cui un attore fortemente rappresentativo si farà portavoce del disagio di molti professionisti, spezzando le mille divisioni che consentono al sistema di mantenere l’attuale conformazione.

Pertanto, pur essendo davvero apprezzabile lo sforzo di Anasf di voler far contare di più i propri iscritti all’interno dell’Organismo, non si comprende il perchè le energie del maggiore “non-sindacato” di categoria e quelle delle altre organizzazioni (sindacati compresi) non debbano essere incanalate nello sforzo di ottenere l’unica cosa che manca veramente: un ordine nazionale dei consulenti finanziari, con la sua governance, il suo codice etico, i suoi organi di controllo, ed il suo sistema di tutele interne ed esterne, i suoi ordini regionali o locali, grazie al quale tutti i consulenti, senza distinzione di categoria, sarebbero finalmente uniti, superando quell’affollamento innaturale di ruoli e figure di cui è composto l’OCF e quella netta linea di demarcazione rappresentata, più che simbolicamente, dalle differenti quote annuali di tenuta dell’albo (500 euro gli autonomi, meno di 200 euro gli abilitati fuori sede).

Nello scenario attuale, tanto voluto quanto non necessario, le due categorie di consulenti non trovano alcuno stimolo a confrontarsi e a condividere comuni progetti di crescita. Eppure, oggi il valore della professionalità e dell’autonomia (anche per quelli che lavorano su base non indipendente) varrebbe, sulla carta, molto più delle dimensioni del portafoglio clienti; lo dice chiaramente la MiFID II, e soprattutto lo vogliono i clienti.

Un primo passo importante per iniziare un cammino comune, per esempio, potrebbe essere il confronto con il mondo delle università, al fine di istituire in tutti i maggiori atenei il corso di laurea in Consulenza ed Educazione Finanziaria-Patrimoniale, strumentale alla preparazione dei nuovi professionisti di domani. Infatti, grazie all’aumento degli standard di competenza e autorevolezza richiesti dalla normativa, e per via della diffusione degli strumenti di risparmio gestito a basso costo, oggi non è più così difficile, per un consulente abilitato, concepire una migrazione verso la categoria degli autonomi, e con la MiFID II ci sono tutte le premesse perché ciò accada nel giro di 7-10 anni, giusto il tempo di far crescere la sezione speciale dell’albo a loro dedicata ed il loro peso “politico” all’interno dell’OCF.

Un altro aspetto importante, che desterebbe attenzione, è che un ordine professionale autonomo  risolverebbe anche l’annosa questione dei contributi Enasarco, perché i consulenti potrebbero finalmente avere la propria cassa di previdenza, dove far confluire in forza di legge tutto ciò che è stato versato fino ad oggi (e l’Enasarco non avrebbe più alcuna speranza di tenere alcunchè).

Relativamente alla tutela degli iscritti, poi, oggi migliaia di bravi consulenti di esperienza rischiano ogni anno di dover uscire dal mercato, sollecitati dalla propria mandante, sol perché detengono un portafoglio clienti più basso della “media Italia”. Eppure, anche loro lavorano con grande impegno in un contesto difficile, rappresentandoo con onore sé stessi e l’azienda per cui lavorano.

Quest’ultima questione, peraltro, è strettamente collegata a quella del problema dell’età media dei consulenti: se la dichiarata volontà di risolverlo è una cosa seria, la sua logica conseguenza sarà quella di investire sulle giovani leve, a cui insegnare la professione. Di fronte a questo obiettivo, mettere alla porta i consulenti “sotto la media “ e contemporaneamente far entrare persone senza alcun portafoglio sembra un suicidio per l’OCF, a meno che quello di trovare soluzione al problema dell’età media elevata sia solo uno sterile annuncio privo di contenuto.

E’ all’interno di questo scenario di problemi irrisolti che si svolgerà la tornata elettorale di Settembre per la guida dell’OCF. Resta da capire per chi penderanno i consulenti indipendenti, i quali, a causa della “lontananza d’intenti” con i consulenti abilitati, non sembrano avere altra scelta che quella di appoggiare la candidata di Assoreti/Abi. Così facendo, però, si perderebbe l’occasione di cominciare un percorso comune, in vista dei profondi cambiamenti che il futuro riserva al mondo della consulenza finanziaria.

I segnali ci sono già tutti. Dopo la contrazione del 20% di iscritti conseguente al quinquennio di crisi 2008-2013, e dopo i seguenti quattro anni di sostanziale consolidamento, l’ultimo anno segna un calo dello 0,9%. Se consideriamo che il ritmo di crescita annuale dei quattro anni precedenti era stato dell’1%, è evidente che c’è un problema a monte di tutto, che investe il c.d. “modello di servizio”. In Europa, infatti, esiste anche quello anglosassone, nel quale le banche accettano di accoppiare, al servizio di collocamento dei prodotti finanziari, la consulenza su base indipendente quale servizio a valore aggiunto. Questo modello, pertanto, prevede una sorta di cooperazione fra tre figure professionali che conservano la propria autonomia (cliente, banca depositaria e consulente-advisor), e comporta benefici per ognuna delle figure che ne fanno parte. Infatti:

– il cliente sceglie personalmente la banca di sua fiducia presso la quale depositerà il denaro in custodia, e sceglie autonomamente il consulente a cui affidare la gestione del proprio patrimonio depositato in quella banca,

– il consulente opera in piena tranquillità ed indipendenza, senza vincoli commerciali di alcun tipo, nel rispetto di un contratto di gestione di portafoglio,

– la banca depositaria, in qualità di custode, ha una funzione di controllo sull’operatività e sulla buona diligenza del consulente,

– quest’ultimo controlla direttamente che la banca esegua le disposizioni impartite dal cliente secondo le condizioni ed i tempi concordati.

In un contesto di servizio di questo tipo, a ben vedere, si eliminerebbe anche il conflitto di interessi, escludendosi ogni forma di retrocessione da parte delle società prodotto; in più, il consulente autonomo avrebbe la certezza dell’esecuzione degli ordini nei tempi previsti che ricadrebbero sotto il proprio controllo. Relativamente alla parcella, poi, questa verrebbe pagata sotto forma di commissione di gestione del portafoglio, oppure periodicamente, a seconda dell’entità del patrimonio amministrato e della durata del servizio.

Purtroppo, difficilmente il modello anglosassone vedrà mai la luce in Italia, ed anzi possiamo tranquillamente affermare che le barriere all’entrata verso questa innovazione di processo sono talmente alte da escludere questa ipotesi, almeno per il momento.

Se ne riparlerà, probabilmente, tra 10 anni.

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MiFID II, consuntivo sui ricavi: giù il conto economico dei consulenti. Il rischio della “Consulenza Difensiva”

Ancora molti danni e pochi vantaggi dalla MiFID. Per quanto specifica, la nuova normativa non è in grado di controllare tutti i comportamenti adottati dal consulente durante la relazione con il cliente.

“L’hanno voluta tutti, tranne clienti, consulenti finanziari, sistema bancario e società di gestione”. Si potrebbe riassumere così, in modo paradossale ma efficace, la storia della Mifid II, da molti già soprannominata come la “direttiva infinita” (per via dei continui rinvii della data in cui i clienti riceveranno le famigerate rendicontazioni).

Nonostante la politica e i media stiano facendo di tutto per imporre il mantra politicamente corretto dei (presunti) vantaggi per i risparmiatori, la “nuova” normativa non piace ai consulenti, e i più si chiedono chi l’abbia voluta, e perchè.

“Cui prodest?” (chi ne trae vantaggio?), scriveva Cicerone in una delle sue più famose orazioni. Prendendo spunto dai classici latini, possiamo rispondere per esclusione, ed elencare con serenità coloro i quali non ricavano alcun beneficio dalla MiFID II: banche-reti, consulenti finanziari, società di gestione, SIM, manager di rete, addetti alla vendita delle case d’investimento. Fatto questo, l’elenco di chi ne trae vantaggio si riduce a due categorie di soggetti: i clienti (sulla carta), ed i massimi vertici dell’U.E..

I primi neanche sanno cos’è, avvolti come sono stati fino ad oggi nell’ignoranza (procurata) delle cose; i secondi, invece, l’hanno voluta fortemente, anche a costo di rivoltare l’industria del risparmio come un calzino, con l’obiettivo di generare un primato del sistema finanziario europeo su quello statunitense (che peraltro si sta già parzialmente adeguando, scartando però gli eccessi dell’Europa e creando un sistema di controlli più snello).

Naturalmente, si può anche affermare (senza correre il rischio di passare per ipocriti) che, nel caso delle due MiFID, l’interesse della politica europea sia coinciso con quello dei clienti. Ma è realmente così?

Relativamente ai maggiori beneficiari, cioè i clienti, i dubbi rimangono: il carico informativo delle rendicontazioni verrà compreso solo dal 7-10% di essi, ed il rimanente 90% continuerà a non leggere o a non comprendere sufficientemente ciò che gli arriva. In ogni caso è evidente che, con il suo coacervo di regole, la MiFID II non sarà in grado di controllare tutti i comportamenti adottati dal consulente durante la relazione con il cliente. Infatti, nessuno può assicurare che le proposte di investimento, sia pure conformi alle regole, siano effettivamente utili al cliente, e corrispondano alle sue reali esigenze viste all’interno delle fasi della propria esistenza.

Dal lato dei professionisti, poi, è bene fare un po’ di conti in tasca per comprendere l’impatto economico della normativa. Depurando il numero dei CF attivi (circa 52.000) da quello dei c.d. “dormienti” (circa 21.000), ricaviamo un numero di 31.000 consulenti realmente operativi, sui quali verrà “spalmata” la riduzione prospettica dei ricavi da commissioni di gestione (“danno emergente”), stimata da McKinsey nel 2018 in una forbice compresa tra 300 e 600 milioni di euro ogni anno. In soldoni, assumendo il 45% come percentuale media di partecipazione di ogni consulente ai ricavi da commissioni di gestione della mandante, e prendendo per buono l’estremo inferiore della forchetta (300 milioni di minor ricavo annuale), si determina il risultato medio di 4.300 euro l’anno di minori ricavi per ciascun consulente.

Non sembra poi così tanto, ma non è questo il punto.

Il punto è che , per i consulenti finanziari, al danno emergente è già seguito un “lucro cessante”, rappresentato dalla riduzione della produzione e dal conseguente minor fatturato complessivo indotti dall’arrivo della MiFID II: solo per il 2018 si parla del 15%.  Pertanto, continuando a ficcanasare nelle tasche dei professionisti, e sapendo che il fatturato medio di un consulente è pari a circa 75.000 euro (con portafoglio medio di 15 milioni), il lucro cessante è pari a 11.250 euro, che sommati al “danno emergente” portano l’effetto economico negativo ad una media totale di 15.500 euro circa a consulente.

Su quest’ultimo aspetto, c’è chi sostiene strumentalmente che i minori ricavi causati dalle MiFID siano il prezzo che i consulenti finanziari debbano pagare per gli “eccessi” di una condotta rivolta, più che alla professionalità, alla ricerca di lucrose commissioni. In sintesi, questi soggetti ritengono che: a) i consulenti abilitati fuori sede sono tutti scorretti e b) che i clienti siano tutti analfabeti funzionali, giacchè ricevono puntualmente le comunicazioni sulle commissioni e neanche le leggono.

Una posizione, questa, dettata da evidenti interessi di categoria, inaccettabile ed irrispettosa verso una universalità di professionisti che si interroga su un futuro pieno di incertezze.

Qualunque argomentazione, in ogni caso, si infrange contro una prova induttiva che chiarisce definitivamente come, nel caso delle MiFID, le finalità di politica internazionale dell’U.E. abbiano utilizzato la leva dei presunti benefici ai clienti per raggiungere i propri obiettivi. Infatti,  le istituzioni europee, immerse nell’architettura di nuove norme imperative, non hanno minimamente pensato ad associare a queste ultime la disciplina di un codice etico vincolante (come quello forense, ad esempio), uguale per tutti gli iscritti all’OCF, da allegare al contratto di mandato e/o da consegnare al cliente, da assumere come vera e propria “legge deontologica” per i consulenti finanziari.

Si tratta di una lacuna vistosa – tipica delle novità strutturali “calate dall’alto”, senza la sufficiente preparazione sui bisogni della “base” – grazie al quale il sistema oggi diffonde l’idea secondo cui sarà sufficiente osservare le norme per fornire un buon servizio di consulenza, e cioè basterà avere tutti i documenti e le “firme a posto” per essere “eticamente inattaccabili”.

A ben vedere, questo atteggiamento è del tutto simile a quello prodotto dalla normativa in tema di responsabilità medica, a causa della quale ha preso piede la c.d. medicina difensiva (complesso di pratiche terapeutiche condotte dal sanitario non tanto per tutelare la salute del paziente, quanto per evitare la possibilità di un contenzioso). Parimenti, nel caso dei consulenti finanziari e delle reti di distribuzione, si potrebbe parlare del pericolo di una “consulenza difensiva, e cioè di un complesso di regole formali – quelle della MiFID – sorte a tutela dell’Offerta, e non ad autentica protezione dei clienti (ossia della Domanda).

Per questo motivo, ed anche in considerazione dell’aumento della complessità operativa e dei maggiori costi di gestione, c’è chi vede nella MiFID II non qualcosa che risolva alla radice i possibili problemi legati alla qualità, all’onestà e alla professionalità del servizio, bensì un passo indietro nella diffusione della cultura della consulenza finanziaria.

Libri

A conferma di ciò, è utile raffrontare la MiFID II con i sistemi interni che regolano l’intero Stato. La Costituzione italiana, per esempio, è scritta attraverso 139 articoli e 18 disposizioni transitorie, mentre la MIFID II è articolata in 1400 norme distribuite su 7000 pagine. Pertanto, grazie a questo corposo contenuto normativo, gli intermediari finanziari sono sottoposti ad ulteriori obblighi di comunicazione, di informazione, di trasparenza, di reportistica, di conservazione, di archiviazione, di custodia, di trasmissione e di organizzazione, talmente stringenti che è stato necessario un lungo lavoro di riorganizzazione interna e una fase transitoria che, sotto certi aspetti, dura ancora adesso.

E così, mentre gli Usa si apprestavano ad abrogare progressivamente il famoso Dodd-Frank Act (voluto da Obama per incentivare la tutela dei consumatori e del sistema economico statale), e la Russia stava lavorando sulla criptovaluta di Stato, l’Ue ha deciso di appesantire i conti economici degli intermediari e dei consulenti con più stringenti oneri di compliance, che non garantiscono affatto la prevenzione dei disagi da “consulenza difensiva”. Invece, sarebbe stato preferibile ampliare i poteri di controllo interno, meno oppressivi e più chiari per tutti: formazione degli staff, indipendenza delle tipiche funzioni di controllo (da quello legale a quello di compliance, passando per il c.d. risk management e internal audit), più poteri ad organi come il comitato controllo rischi ed il collegio sindacale.

In sintesi, il problema dei cambiamenti imposti dall’alto è che neanche chi li ha promossi ne ha capito bene le conseguenze, perchè i suoi obiettivi erano diversi da quelli che, solo in apparenza, ne hanno dettato la necessità.

Di certo, agli utenti andava assicurata maggiore trasparenza, ma anche maggiore semplicità.

Invece abbiamo dato loro le MiFID, le direttive politiche infinite.

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Età media dei professionisti in aumento, ricambio generazionale al palo. Dimenticato il progetto di legge sui consulenti finanziari in società

Dopo il trasferimento (non retribuito) ai consulenti di molte mansioni amministrative, il progetto di legge del leghista Centemero rischiava di dare alle società mandanti la possibilità di scaricare sui professionisti anche i costi della formazione delle nuove leve.

La promessa elettorale del deputato (e Capogruppo) della Lega Giulio Centemero, alla vigilia della tornata elettorale europea, era stata chiarissima: anche i consulenti finanziari che lavorano su base non autonoma avrebbero potuto svolgere l’attività di consulenza in forma associata, così come i colleghi indipendenti. E così, Centemero depositava a maggio scorso il progetto di legge denominato “Modifiche agli articoli 3 e 31 del testo unico di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, in materia di esercizio dell’attività di consulente finanziario, abilitato all’offerta fuori sede, da parte di soggetti costituiti in forma societaria” (atto Camera n. 1817).

Non ci è dato conoscere il testo completo del PDL (non è più visibile online nel sito del Parlamento, e l’on. Centemero non ha ancora risposto alla nostra richiesta di visionarlo) ma, in buona sostanza, era stato annunciato da più parti che esso avrebbe permesso ai consulenti, una volta diventato legge, di creare delle società, da gestire nel rispetto dell’autonomia organizzativa dei singoli intermediari.

L’iniziativa parlamentare era stata salutata dai suoi sponsor come un nuovo strumento utile ad incentivare l’ingresso nel mondo della consulenza finanziaria dei neolaureati e a consentire quel ricambio generazionale di cui oggi non si vede traccia.

Oggettivamente, concentrandoci su quest’ultimo aspetto, non si vede alcun rapporto di causa-effetto tra una nuova forma organizzativa dei consulenti finanziari e l’avvio alla professione dei più giovani. Non lo si vedeva a Maggio, e non lo si vede adesso che si riprende a parlare (complice il caldo estivo) dell’argomento.

Anzi, l’insistenza degli sponsor di questo progetto di legge sulla inesistente equazione consulenti in società=introduzione dei giovani,  spinge a fare alcune riflessioni. In particolare, quella secondo cui questa idea strampalata di validare le società di consulenti in regime di mono-mandato non nasconda, in realtà, la volontà del sistema di scaricare sulla rete commerciale, dopo le numerose mansioni amministrative non retribuite, anche l’attività (e i costi) di formazione delle nuove leve.

Non è difficile giungere a questa conclusione: le società mandanti preferiranno, finchè possibile, pagare dei bonus di ingresso ai consulenti meno giovani e con portafoglio, invece di investire in formazione e avviamento dei neolaureati. Relativamente a questi ultimi (che per via della loro giovane età ed inesperienza hanno poca presa sulla clientela più “pregiata”), le banche-reti dovrebbero mettere su una costosa macchina organizzativa che assicuri la selezione dei soggetti più promettenti, l’affiancamento di tutor/supervisori specializzati nel coaching, l’organizzazione di docenti e materiale didattico per la preparazione all’esame, ed un tempo di attesa di almeno 18 mesi prima che uno di questi nuovi consulenti possa cominciare a camminare con i propri piedi e assicurare ricavi.

Tutto troppo costoso, soprattutto in un momento in cui, con la MiFID II, la restrizione dei margini non permette squilibri nel conto economico.

Pertanto, l’età media dei consulenti si innalzerà ancora, e l’unico rimedio per arginare la diluizione dei portafogli dei professionisti in uscita sarà quello di reclutare risorse più giovani (sui 35-40 anni, già sul mercato e con esperienza) a cui affidare il portafoglio clienti dei colleghi in uscita per raggiunti limiti di età.

Mentre la categoria sta sparendo, In Italia, a quanto pare, c’è ancora qualcuno che crede che certi eventi accadano per caso, o per via di strategie sbagliate da parte di soggetti in buona fede.

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Mercato dell’Arte e Passion Investment in continua esplosione, ma non tutto splende dietro le performance. Occhio alle bolle

L’Arte è un mercato in continua espansione, ma gli incrementi del suo giro d’affari nascondono alcune insidie strutturali che presto potrebbero presentare il conto agli investitori

Articolo di Alessio Cardinale

Mentre in Europa ed in Italia ci si arrovella sulle stringenti normative in materia di strumenti e servizi finanziari, esiste (e resiste) un mercato che, pur avendo lunga storia e tradizione, rimane al di fuori di qualunque seria regolamentazione.

Parliamo del mercato dell’Arte, i cui scambi rientrano a pieno titolo in quello che viene definito ancora oggi Passion Investment (settore che comprende opere d’arte, gioielli e pietre preziose, auto e moto d’epoca, grandi imbarcazioni).

La denominazione passion investment, però, sembra non essere più quella più appropriata. Fino a qualche anno fa, infatti, si definiva come tale qualunque investimento, accessorio ai più classici titoli finanziari, effettuato dai grandi detentori di patrimonio in quei beni capaci di conferire un certo status, prestigio, potere e anche persuasione verso i propri interlocutori; oggi questi beni pare abbiano perso la propria caratteristica di strumenti accessori, conquistando, per via delle specifiche peculiarità (in primis, quella di poterli celare a chiunque, fisco compreso, “ripulendo” ricavi non dichiarati), una fetta di mercato ogni anno più grande.

Secondo i dati comunicati da UBS, nel 2018 il giro d’affari globale del mercato dell’arte è stato di 67,4 miliardi di dollari, contro i 63,7 miliardi dell’anno prima, con un incremento del 5,8%.

Gli Stati Uniti continuano ad essere il mercato più grande (44% dei volumi globali), con una grande crescita anche nelle aste pubbliche, mentre il Regno Unito (21%), malgrado la Brexit, ha riconquistato il secondo posto, superando nuovamente la Cina (19%).

Il canale maggiore è quello dei dealer e delle gallerie, che nel 2018 hanno raggiunto un valore stimato di 35,9 miliardi (+7%).

Le vendite all’asta, invece, hanno raggiunto 29,1 miliardi nel 2018, con un aumento del 3% su base annua. In testa sempre gli Usa, con un incremento del 18% a 11,8 miliardi; segue il Regno Unito con +15% a 5,3 miliardi.

Altro canale importante è quello delle fiere d’arte, con un fatturato aggregato stimato di 16,5 miliardi nel 2018, in aumento del 6% su base annua. Le vendite online, infine, hanno totalizzato 6 miliardi, con una crescita annua dell’11 per cento.

Sebbene, parallelamente, si stia sviluppando anche un discreto mercato di opere d’arte di valore più accessibile a categorie di investitori un tempo escluse, i dati più significativi di questo settore scaturiscono sempre dagli scambi dei c.d. HNWI (High net worth individuals, individui con patrimonio compreso tra 5 e 30 mln di USD), ed in particolar modo di quelli che operano nei cinque mercati principali, ossia Regno Unito, Germania, Singapore, Hong Kong e Giappone. Un dato su tutti: mentre i collezionisti statunitensi hanno un’età media di 50 anni e oltre, nei nuovi mercati asiatici emerge un profilo di età molto diverso. A Singapore ed a Hong Kong, rispettivamente, il 46% ed il 39% dei compratori sono millennials, ed il 93% di loro acquista opere su piattaforme online.

Ma non è tutto oro ciò che riluce, e molte nubi si addensano all’orizzonte.

Infatti, eventi storici come la globalizzazione, l’avvento di internet, la facilità negli spostamenti, il crollo delle ideologie anticapitalistiche e l’aumento di nuovi ricchi, sono tutte cause che hanno contribuito a dipingere l’attuale scenario, generando dei risultati che, alla luce dell’assenza di controlli generalizzati di mercato, rischia di creare la più classica delle “bolle”. Inoltre, sembra che i canoni artistici oggi più osservati siano quelli che rispondono ad una minore cultura ed un maggior glamour, e che prediligono le opere prodotte dagli artisti contemporanei in quantità industriali, più che quelle singole e “immortali” dei grandi artisti della storia. Così facendo, però, diminuisce l’aspettativa media di vita “estetica” di un’opera contemporanea, ed in tal modo il mercato di riferimento si ammanta di una logica puramente speculativa, tipica degli strumenti finanziari tradizionali dai quali si vorrebbe mutuare le caratteristiche ed i ritmi vertiginosi di scambio.

Di conseguenza, anche il mercato dell’Arte si sta scindendo con più chiarezza nei due segmenti delle opere “anticicliche”, di cui fanno parte quelle più stabili e appartenenti ai periodi più classici della Storia dell’Arte (Rinascimento, Impressionismo etc), e delle opere “cicliche” (artisti contemporanei), di gran lunga più speculative e, pertanto, più soggette alle crisi di mercato.

Secondo l’economista Olav Velthuis (intervistato da Georgina Adam), “….Alla base di questo fenomeno ci sono meccanismi di creazione e distribuzione della ricchezza nel mondo. Esistono ricerche che mostrano come il mercato dell’arte benefici della distribuzione iniqua della ricchezza”.

Eppure, nonostante le evidenti frizioni sui prezzi (alle stelle), ancora oggi non si interviene con norme e codici che possano regolamentare gli scambi e la trasparenza delle quotazioni. Questo accade perché, nonostante il mercato dell’arte negli ultimi dieci anni sia lievitato sino a raggiungere un giro d’affari elevatissimo (67,4 mld, contro i 50 del biennio 2015-2016), l’arte è un segmento ancora meno sviluppato rispetto agli altri beni di lusso, che valgono 253 miliardi di dollari all’anno. Pertanto, i governi non intenderanno impiegare, ancora per molto tempo, energie e risorse per legiferare specificamente in materia.

Avrebbe potuto farlo l’Europa, ma si è preferito agire, con le due MiFID, solo per il settore finanziario.

In definitiva, finchè il desiderio di primeggiare con gli USA non porterà l’U.E. a fare opportune riflessioni anche sul mercato dell’Arte, i collezionisti si preparino ad affrontare, nel giro di qualche anno, gli effetti di una bolla epocale.

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