Giugno 26, 2026
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Scenario economico complicato ma non catastrofico. La recessione arriva a fine anno

La recessione non è più una questione di se, ma di quando. I principali indicatori anticipatori segnalano chiaramente un rallentamento in arrivo, previsto per la fine di quest’anno o l’inizio del prossimo, al massimo.

Di Alberto Conca*

I tassi di interesse elevati e le condizioni finanziarie restrittive stanno influenzando l’economia, lentamente, ma inesorabilmente. Alcuni di questi effetti sono già visibili nel mercato immobiliare americano, dove le nuove richieste di mutui sono vicine ai minimi decennali. Altri indicatori, come gli avvii di nuove costruzioni, sono ancora elevati, anche se probabilmente è solo questione di tempo prima che questi numeri inizino a contrarsi.

Un altro indicatore significativo è il credito bancario, che sta diminuendo (soprattutto quello erogato dalle piccole banche regionali) a seguito della debacle finanziaria che ha colpito Silicon Valley Bank. L’inflazione “core”, che esclude i prezzi di alimenti ed energia, rimane ostinatamente alta, e la Federal Reserve non prenderà il rischio di lasciare che le aspettative di inflazione si radichino nelle menti dei consumatori; questa è la ragione per cui non crediamo che la Fed ridurrà i tassi di interesse in previsione di un rallentamento economico: semplicemente perché non può farlo. Tuttavia, siamo d’accordo con il consensus degli analisti che prevedono tassi più bassi verso la fine dell’anno, ma mentre quest’ultimi credono in un atterraggio morbido, noi siamo più propensi a pensare che tassi inferiori saranno il risultato dell’inizio di una recessione.

Detto ciò, per ogni bicchiere mezzo vuoto ce n’è uno mezzo pieno. Il rallentamento economico sta riducendo gli eccessi del mercato del lavoro, come dimostra il dato che monitora il numero di persone che abbandonano il proprio posto di lavoro per cambiarlo (Quit Rate), che ha raggiunto il picco alla fine del 2022 e ora sta tornando a livelli normali. Questa è una notizia positiva per la Fed, poiché apre alla possibilità di agire nel caso in cui l’economia entri in recessione. Allo stesso tempo, l’aumento dei salari è stato in grado di preservare parzialmente il potere d’acquisto dei consumatori statunitensi e, sebbene non siano infiniti, i risparmi dai programmi di assistenza pandemica possono ancora sostenere il consumo per il primo semestre di quest’anno.

Com’è noto, il consumatore americano è colui che tiene in piedi l’economia degli Stati Uniti, e se da un lato gli alti tassi di interesse si faranno sentire, i solidi bilanci familiari garantiranno un alleggerimento dell’impatto recessivo. Attualmente, il grande elefante nella stanza è rappresentato dalle banche regionali americane, la cui forte esposizione al vacillante settore immobiliare commerciale potrebbe avere conseguenze sia per il sistema finanziario che per l’economia. In particolare, la Fed sta lavorando ad una regolamentazione più stringente delle banche regionali, il che renderebbe il credito meno accessibile con effetti negativi sia sulle piccole e medie imprese che sul mercato del lavoro. Tuttavia, non possiamo escludere che SVB e simili rappresentino solo la prima parte del puzzle. Restate vigili.

Passando all’Europa, il clima mite che ha caratterizzato l’inizio dell’inverno è continuato per il resto della stagione, dichiarando ufficialmente la fine di una crisi energetica che (per fortuna) non si è mai verificata. L’economia europea continua ad essere supportata da tassi reali negativi, ma afflitta da un’inflazione ancora troppo elevata e da un mercato del lavoro eccessivamente “stretto”. Sospettiamo che sia solo questione di tempo prima che i consumatori europei riducano le proprie spese, poiché i tassi di interesse in aumento inizieranno a intaccare negativamente le loro abitudini di consumo.

Qualche supporto arriverà dalla Cina, che è appena uscita da anni di lockdown stringenti, attraverso il turismo e il consumo di beni. Tuttavia, l’effetto di ripresa sta già perdendo slancio, come hanno mostrato gli indicatori economici recenti, mentre il consumo interno rimane ancorato ai rallentamenti del settore immobiliare in declino. Ci aspettiamo che le autorità monetarie rimangano vigili per supportare l’economia, ma la necessità di evitare gli eccessi che hanno caratterizzato l’espansione cinese negli ultimi dieci anni limiterà sia gli stimoli monetari che quelli fiscali.

* Responsabile degli investimenti di Zest AM

 

Schmidt, ETHENEA: Bce troppo ottimista sull’inflazione

Nel 2024 si prevede un’inflazione al 4%, contro la previsione Bce del 2,9%. Attesa per un nuovo aumento dei tassi di 50 punti base, ma non sarà l’ultimo.
 
“Probabilmente la Bce effettuerà un nuovo rialzo dei tassi di interesse di 50 punti base. Prevediamo però che serviranno altri interventi, perché le previsioni sull’inflazione a nostro parere sono sottodimensionate: per il 2024 ci aspettiamo un valore del 4% o superiore”. È la view di Volker Schmidt, Senior Portfolio Manager di ETHENEA Independent Investors.
 
Quale sarà la scelta, imminente, della Bce sui tassi di interesse appare questa volta meno chiaro rispetto alle precedenti riunioni. La banca centrale vuole ancorare le proprie decisioni sui tassi ai dati sull’inflazione e ai dati economici più recenti. L’ultima decisione, a marzo 2023, era arrivata solo pochi giorni dopo il fallimento della Silicon Valley Bank, mentre il Credit Suisse vacillava e sarebbe stato venduto a Ubs solo pochi giorni dopo. Oggi possiamo dire che l’impatto sull’economia dell’Eurozona è stato trascurabile. Il settore dei servizi è in fermento, come hanno confermato gli indicatori sul sentiment pubblicati di recente (Purchasing Managers’ Index – PMI). Nel comparto industriale la situazione è più diversificata, ma anche in questo caso gli ordini sono in ripresa. La situazione economica è in fin dei conti solida e non c’è motivo per la Bce di essere cauta. Mentre l’inflazione è ancora troppo alta, anche se in leggero calo.
 
Con la precedente decisione sui tassi di interesse, la Bce ha anche pubblicato le sue previsioni sull’inflazione, riviste al ribasso rispetto a dicembre: un tasso medio d’inflazione del 5,3% nel 2023 e del 2,9% nel 2024. Nel breve termine, contribuiranno a questo risultato il calo dei prezzi dell’energia e la normalizzazione delle catene di approvvigionamento. Un dato chiave in questo senso è stato il crollo dei prezzi regolamentati dell’elettricità in Italia, con un impressionante -55% in aprile. Ma ciò dimostra anche che il tasso d’inflazione generale impedisce di vedere con chiarezza la tendenza di fondo.
 
L’inflazione di fondo, escludendo le componenti volatili dell’energia e dei beni alimentari, continua a salire e si avvicina al 6%. Il che dovrebbe rappresentare un chiaro segnale per la Bce che la lotta all’inflazione è tutt’altro che vinta. “A nostro parere, un ulteriore aumento dei tassi di interesse di 50 punti base sarebbe il modo migliore per portare il tasso di deposito dall’attuale 3% al 3,5% e poi almeno al 4% entro la pausa estiva”, sostiene Schmidt. “Alla fine, l’inflazione di fondo e l’inflazione complessiva convergeranno entro il 2024, ma ci aspettiamo che il valore sarà attorno al 4%, se non superiore, quindi ben al di sopra delle previsioni della Bce, che sarà quindi chiamata a prendere ancora decisioni scomode sui tassi“.

“Morto io, morti tutti”: gli italiani non amano la pianificazione successoria

Nonostante i divorzi in aumento e gli over 54 in crescita sostenuta, in Italia c’è una basso ricorso agli strumenti per la gestione del passaggio generazionale.

In Italia c’è una bassa attitudine alla pianificazione successoria rispetto ad altri Paesi. Infatti, è stato stimato che solamente l’8% della popolazione italiana effettua una pianificazione successoria dei propri beni, mentre in Gran Bretagna, ad esempio, questa percentuale sale all’80%. Eppure, negli ultimi dieci anni l’età media dei componenti delle famiglie è aumentata e, secondo l’ISTAT, la fascia di popolazione di età superiore ai 54 anni rappresenta ad oggi circa il 36% degli individui, mentre nel 2007 era circa il 27%. In più, nello stesso periodo circa il 30% dei matrimoni si è concluso con la separazione e circa il 15% con il divorzio.

Dal contesto descritto finora, è possibile riassumere che i rapporti familiari sono sempre più articolati e complessi da gestire, e che c’è una basso ricorso agli strumenti per la gestione del passaggio generazionale. Oggi più che mai, pertanto, c’è un grande spazio di consulenza professionale che porti avanti l’importanza di una corretta pianificazione successoria e la conseguente necessità di un supporto specialistico per la gestione del passaggio generazionale del proprio patrimonio. Pianificare correttamente (e in tempo) la futura trasmissione del patrimonio, infatti, consente di evitare una eccessiva frammentazione del proprio patrimonio immobiliare e aziendale in presenza di più eredi legittimi generati da diversi matrimoni e, conseguentemente, di generare eventuali liti tra gli eredi. Inoltre, la pianificazione patrimoniale consente di tutelare e proteggere persone che non sarebbero tutelate dalla legge in caso di premorienza in assenza di testamento (ad esempio conviventi more uxorio).

Su tutto, in ogni caso, domina il processo di Successione, che è l’evento attraverso il quale più soggetti subentrano in tutti i rapporti giuridici in cui era titolare un’altra persona (c.d. de cuius). Gli eredi prendono il posto nei rapporti giuridici di carattere patrimoniale attivi e passivi facenti capo al defunto tranne per quanto riguarda i diritti personali che, come tali, si estinguono con la morte (come ad esempio l’usufrutto, il diritto di abitazione, la rendita vitalizia). La successione può essere di due tipi: legittima o testamentaria. La successione si definisce legittima quando l’eredità si devolve per legge, quindi non vi è esistenza di un testamento oppure, pur essendoci, è stato annullato a seguito di vizi presenti sullo stesso. Diversamente, la successione si definisce testamentaria (o testata) quando l’eredità viene devoluta a seguito di un testamento, stilato dal de cuius.

Cosa prevede la legge italiana in merito alle imposte di successione, e come si posiziona il nostro Paese in un confronto internazionale? In base alla dichiarazione di successione presentata all’Agenzia delle Entrate competente, gli eredi sono obbligati in solido alla liquidazione delle corrispondenti imposte:
– 4% (con una franchigia di 1.000.000 euro) per coniuge e parenti in linea retta (discendenti e ascendenti);
– 6% (con una franchigia di 100.000 euro) per fratelli e sorelle;
– 6% (senza franchigia) per altri parenti fino al quarto grado o affini fino al terzo grado;
– 8% (senza franchigia) per altri senza alcun grado di parentela (compresi conviventi more uxorio).

Se a beneficiare del trasferimento è una persona portatrice di handicap grave, riconosciuta tale ai sensi della legge n. 104/1992, l’imposta si applica sulla parte del valore della quota che supera 1.500.000 euro. Le ONLUS, ODV (organizzazioni di volontariato) e APS (associazioni di promozione sociale) sono esenti dal pagamento di imposte di successione. La legge 112/2016 sul «dopo di noi», riconosce la non applicazione delle imposte di successione sui beni gravati da un vincolo di destinazione in favore di una persona portatrice di handicap grave: è possibile istituire, attraverso il testamento, il “Trust dopo di noi” che prevede una serie di requisiti tra cui la finalità esclusiva dell’inclusione sociale, la cura e l’assistenza delle persone con disabilità grave.

Ma quali sono le aliquote previste dagli altri Paesi? Abbiamo visto come in Italia le imposte oscillano tra il 4% e l’8% a seconda del grado di parentela tra eredi e de cuius. Negli altri Paesi però le imposte sono ben più elevate. Infatti, si arriva ad applicare – in alcuni casi – anche una tassazione maggiore del 50%. Andando nello specifico, in Germania ad esempio le imposte di successione oscillano tra il 7 ed il 50%. In Gran Bretagna l’Inheritance Tax Act applica una tassazione del 40%, mentre in Francia l’aliquota varia dal 5 al 60%.

Consulenza patrimoniale

Come viene calcolato l’asse ereditario? L’asse ereditario si ottiene considerando il patrimonio complessivo del de cuius, sottraendo i debiti e sommando il valore, al momento dell’apertura della successione, delle donazioni (dirette e indirette) fatte in vita. All’interno del patrimonio complessivo rientra dunque non solo la componente finanziaria ma anche il valore del patrimonio immobiliare (pro-quota), eventuali quote di partecipazioni societarie, automobili, barche a vela, opere d’arte, collezioni di orologi etc. Il patrimonio del de cuius è anche detto “relictum”. Al relictum vanno poi sottratte le eventuali passività (debitum) ed aggiunte le donazioni fatte (donatum), per arrivare ad una rappresentazione definitiva dell’asse ereditario.

Ai fini della determinazione dell’asse ereditario, è necessaria anche la definizione del regime patrimoniale dei coniugi, ove esistenti. Dal vincolo del matrimonio discendono infatti conseguenze di fondamentale rilievo sul piano patrimoniale e successorio.

È possibile distinguere due possibili convenzioni matrimoniali secondo il codice civile:
a) il regime di Comunione legale, nel quale i beni acquistati durante il matrimonio, insieme oppure individualmente, entrano a far parte di un unico patrimonio comune ai due coniugi i quali, indipendentemente dall’apporto reale di ognuno, ne sono proprietari al 50%; sono esclusi dalla comunione i beni acquistati precedentemente al matrimonio e i beni personali acquistati da un coniuge per una successione o donazione e quelli acquistati reinvestendo il ricavato della vendita di beni personali.  
b) il regime di Separazione dei beni: ciascun coniuge conserva la titolarità esclusiva dei beni acquistati durante il matrimonio e ne mantiene il godimento e l’amministrazione esclusiva. I coniugi mantengono invariati i loro patrimoni personali, sia per i beni acquistati prima del matrimonio sia durante la vita matrimoniale.

In base al primo regime (Comunione), in caso di morte di uno dei genitori la successione imputa il 50% al coniuge superstite e l’altro 50% a tutti i componenti superstiti, coniuge compreso, in parti uguali (salvo diverso utilizzo della quota disponibile da parte del testatore). In base al regime della separazione dei beni, invece, nel classico esempio di famiglia composta da quattro persone (due genitori e due figli) la morte di uno dei genitori fa aprire una successione che imputa il 33% a tutti i componenti superstiti, coniuge compreso (salvo diverso utilizzo della quota disponibile da parte del testatore).

Successione legittima e testamentaria: il “mistero” della quota disponibile

La c.d. quota disponibile nelle successioni testamentarie appare ai più come un oggetto misterioso e difficile da determinare, poiché necessita dell’esame di una piccola casistica.

In tema di successione, gli italiani pagano una cronica insofferenza e impreparazione che ha generato negli anni un grave ritardo culturale nell’affrontare una corretta pianificazione patrimoniale e successoria. Le conoscenze di base degli italiani, infatti, sono molto basse, tanto che molti non riuscono a distinguere neanche le differenze tra successione legittima e testamentaria (tanto è vero che in pochi fanno testamento). La c.d. quota disponibile, poi, appare ai più come un oggetto misterioso, sebbene si tratti di un elemento la cui esatta determinazione necessita dell’analisi di una piccola casistica la cui conoscenza va a discapito dell’immediatezza.

In generale, qualora non sia lasciato testamento – oppure questo venga successivamente dichiarato nullo o annullato – si ha una successione legittima, e in tal caso l’eredità è devoluta per quote, stabilite per legge, ai c.d. eredi legittimi, secondo il rapporto di parentela. Nel caso in cui dovessero mancare parenti fino al VI grado compreso, l’eredità viene devoluta allo Stato. La successione testamentaria, invece, consente alla persona di gestire il proprio patrimonio decidendone la destinazione per quando non sarà più in vita, con l’unico obbligo di non poter ledere quella parte di eredità – chiamata quota legittima – che la legge attribuisce ai c.d. eredi legittimari (di solito il coniuge e i figli).  

La successione senza testamento (successione legittima) viene regolata dalla legge all’art. 565 del codice civile; quest’ultimo individua le categorie di soggetti che la legge istituisce quali eredi del de cuius in assenza di testamento, e cioè il coniuge, i figli legittimi (nati in costanza di matrimonio) e naturali (nati al di fuori del matrimonio ma riconosciuti dal de cuius o dichiarati giudizialmente tali) e altri discendenti, i genitori, i fratelli e sorelle, gli altri parenti entro il sesto grado e, in mancanza di tutti questi, lo Stato. In presenza di testamento, esistono dei soggetti ai quali la legge riserva una quota di eredità o altri diritti nella successione (c.d. “legittimari”), e cioè il coniuge, i figli legittimi naturali e adottivi e gli ascendenti legittimi (in mancanza di figli).

La parte di patrimonio non compresa nella quota di legittima è la c.d. quota disponibile, e cioè quella di cui il testatore può liberamente disporre. A seconda dell’oggetto, le disposizioni testamentarie possono riguardare l’istituzione di uno o più eredi, senza specificazione dei beni oggetto del lascito, oppure l’istituzione di uno o più legati testamentari, con cui il testatore dispone di uno o più beni specificamente identificati a favore di  persone espressamente individuate (spesso non legate da alcun vincolo di consanguineità). Inoltre, al fine di determinare la quota di patrimonio disponibile occorre tener conto anche delle donazioni fatte in vita dal de cuius, che sono considerate dal legislatore come disposizioni testamentarie anticipate. Per calcolare, dunque, la quota disponibile, si dovrà verificare anzitutto l’esistenza di eredi legittimi ovvero coniuge, figli, e in mancanza di questi gli ascendenti. In assenza di eredi legittimi, la quota disponibile sarà priva di limitazioni, e dunque pari al 100%; il testatore potrà pertanto operare come meglio crede, senza limitazione alcuna.

Qualora vi sia qualche successore legittimo invece, per procedere al calcolo della quota disponibile bisognerà considerare due fattori: la “massa” su cui calcolare la quota di legittima e l’ampiezza della quota medesima o delle quote medesime. La massa non corrisponde semplicemente ai beni caduti in successione e costituenti l’asse ereditario, ma dovrà comprendere anche quei beni eventualmente donati. Essa, dunque, è composta dai beni ereditari e dai beni donati da parte del defunto, ed il suo valore deve essere calcolato in riferimento al momento della apertura della successione (e non in riferimento al momento in cui i beni sono stati donati).

Così facendo, le quote degli eredi legittimi cambiano a seconda del numero e del grado dei medesimi. Ecco le possibili ipotesi:
coniuge senza figli e senza ascendenti: la quota spettante al coniuge è pari al 50% della massa. La quota disponibile è dunque pari al 50% della massa;
coniuge e un figlio: la quota spettante al coniuge è di 1/3, così come quella spettante al figlio. La quota disponibile sarà dunque del restate terzo;
coniuge e più di un figlio: la quota spettante al coniuge è di 1/4, mentre i figli – indipendentemente dal numero – concorrono a dividersi 1/2 della massa (se dunque i figli saranno due, spetterà a ciascuno un quarto della massa; se sono tre, spetterà a ciascuno un sesto; se sono quattro, un ottavo ciascuno, eccetera). La disponibile, in tal caso, è pari ad 1/4;
coniuge senza figli (o nipoti) ma con ascendenti: 1/2 della massa spetta al coniuge, 1/4 spetta ai vari ascendenti. La disponibile è dunque di 1/4;
– un figlio senza coniuge: la sua quota di successione necessaria è pari al 1/2 della massa, e dunque la disponibile è pari al restante 1/2;
– due o più figli senza coniuge: spetta loro, proporzionalmente, una quota pari a 2/3 della massa, determinando così una quota disponibile pari 1/3 della massa;
ascendenti senza coniuge: la legge riserva loro una quota di successione necessaria pari ad 1/3, e dunque la quota disponibile sarà pari a 2/3.

Il calcolo deve poi tenere conto del valore dei beni al momento della successione, e non quello dell’eventuale donazione (anche se avvenuta decenni prima dell’apertura della successione). Si dovrà comunque considerare che il coniuge superstite ha, in ogni caso, il diritto di abitazione sulla casa destinata a residenza di famiglia e il diritto di uso su beni mobili in essa presenti. Questo ulteriore e concorrente diritto di godimento, ed il relativo controvalore economico gravano per intero sulla quota disponibile (art. 540 codice civile).

Ethenea: a maggio l’ultimo rialzo dei tassi della Fed

 
Le banche statunitensi stanno diventando più restrittive nella concessione di prestiti, con il risultato di ridurre il numero di aziende che vuole espandersi. Il che a sua volta contribuisce ad allentare le pressioni inflazionistiche.
 
“L’economia americana sta mostrando i primi cauti segnali di rallentamento. Dal meeting della Fed di inizio maggio, i mercati si aspettano un ulteriore rialzo dei tassi di 25 punti base, in linea con le previsioni dell’Open Market Committee della stessa Fed, portando quindi il tasso di riferimento in una fascia tra il 5% e il 5,25%. Potrebbe trattarsi dell’ultima stretta nell’attuale ciclo di rialzi della Banca centrale Usa”. È l’analisi di Illia Galka, Junior Portfolio Manager di Ethenea Independent Investors
 
Dopo il fallimento della Silicon Valley Bank (SVB), il Federal Open Market Committee (Fomc) della Fed potrebbe aver trovato un aiuto inaspettato nella lotta all’inflazione. Sebbene non abbia (ancora) portato a una grave crisi bancaria, la bancarotta ha irrigidito le condizioni del mercato del credito statunitense. Gli indicatori attuali suggeriscono che le banche statunitensi stanno diventando più restrittive nella concessione di prestiti, con il risultato di ridurre il numero di aziende che vuole espandersi, per la mancanza di fonti di finanziamento a basso costo. Il che a sua volta contribuisce ad allentare le pressioni inflazionistiche. Questo dovrebbe aver reso i membri della Fed più fiduciosi, così che non saranno necessari molti interventi sui tassi di interesse per combattere l’inflazione. Forse ne basterà uno soltanto. 
 
Gli ultimi dati sullo sviluppo economico dipingono un quadro contrastante. A marzo l’economia americana ha creato 236.000 nuovi posti di lavoro, superando di poco le aspettative. Il tasso di disoccupazione è rimasto stabile al 3,5%, mentre il tasso di occupazione ha continuato a salire al 62,6%. Nonostante la solidità del mercato del lavoro, i salari medi statunitensi sono aumentati solo del 4,2% su base annua e di un misero 0,1% su base mensile. Anche l’indice dei prezzi al consumo Cpi è aumentato di un modestissimo 0,1% su base mensile e del 5% su base annua a marzo, con un calo significativo rispetto a febbraio. Per contro, il tasso di inflazione di fondo, che esclude i prezzi volatili dell’energia e dei generi alimentari, è aumentato più del Cpi (5,6% su base annua), ma è rimasto in linea con le aspettative. In futuro, il tasso d’inflazione dovrebbe diminuire ulteriormente, ma rest aerà un livello ben superiore all’obiettivo della Fed.
 
Uno dei segnali più importanti che l’economia sta inviando ai banchieri centrali è la domanda relativamente forte di credito, da cui discende che il livello dei finanziamenti finora è stato tutto sommato soddisfacente. Inoltre, le dichiarazioni rilasciate da vari rappresentanti della Fed nelle ultime settimane hanno dissipato quasi del tutto l’incertezza: i mercati si aspettano un ulteriore rialzo dei tassi di 25 punti base, che porterebbe il tasso di riferimento in una fascia compresa tra il 5% e il 5,25%. Il consenso implicito del mercato su una tale decisione sui tassi, che peraltro coincide con le attuali previsioni dell’Open Market Committee, è di poco inferiore all’80%.
 
Dal punto di vista del mercato, ulteriori interventi sui tassi d’interesse in estate sono decisamente meno probabili. Tutto parrebbe indicare che quello di maggio potrebbe segnare la fine del ciclo di rialzi dei tassi della Fed. Questo sembra essere un raro momento di accordo tra la Fed e il mercato. Prima, infatti, il mercato non credeva alla determinazione della Fed di perseguire una politica monetaria restrittiva, così come ora non crede alle dichiarazioni della Fed, ripetute a ciclo continuo, di non voler tagliare i tassi di interesse fino alla fine del 2023. La traiettoria della Fed sui tassi implicita nel mercato prevede il primo taglio dei tassi già a luglio 2023: un’indicazione a nostro avviso eccessivamente ottimistica. L’inflazione è ancora troppo alta e la Fed ha dichiarato di non essere disposta a tagliare i tassi anche in caso di recessione più lieve. La banca centrale statunitense ha effettuato numerosi cicli di rialzi dei tassi e l’economia americana sta mostrando i primi cauti segnali di rallentamento. Ma i membri della Fed sembrano decisi a dare un ultimo giro di vite, dopo tutto.

Reti di consulenza finanziaria: ieri laboratori del talento, oggi vittime di burocrazia

Le reti investono ancora pochissime risorse sui giovanissimi neolaureati desiderosi di avvicinarsi al mondo della consulenza di investimento, limitandosi ai programmi di “sostituzione” dei consulenti over 60.

C’è stato un tempo in cui il termine promozione/consulenza finanziaria faceva rima con talento, e le reti di allora erano vere e proprie palestre dove i giovani più talentuosi venivano tirati su dai manager di prossimità (i supervisori) a suon di riunioni motivazionali, tecniche di relazione e affiancamenti sul campo. Quel mondo oggi non esiste più; ne esiste un altro che è frutto dei fisiologici cambiamenti avvenuti negli anni e che hanno avuto comunque il merito di affermare il ruolo del consulente finanziario nella società civile.

In una fase così avanzata del nostro sistema finanziario, pertanto, sarebbe stato più che normale progettare il futuro attraverso i piani di inserimento dei giovanissimi, soprattutto dei neolaureati, che avrebbero dovuto mantenere l’età media dei consulenti in una fascia più bassa rispetto a quella riscontrabile adesso. Dal 2005 ad oggi, infatti, le banche-reti non hanno più avviato seri piani di investimento di medio-lungo periodo per la formazione di giovanissimi consulenti che, oltre a potenziare l’organico esistente, possano garantire il passaggio generazionale ai consulenti anziani e prossimi alla pensione. L’attività di recruiting, di conseguenza, si è appiattita sostanzialmente su due tipologie di professionisti: il consulente già operativo in altra rete, con esperienza e portafoglio clienti, e il “bancario di belle speranze”, che altri non è che un dipendente di banca che svolge mansioni di private banker e, pertanto, ha un elevato potenziale di relazioni e di masse finanziare da trasferire.

Com’è noto, oggi le caratteristiche di un buon candidato nel settore della consulenza finanziaria devono convergere su alcuni punti fermi, tra i quali: 
– una solida formazione e conoscenza del settore finanziario, nonché abilità e competenze tecniche specifiche, come la capacità di analisi finanziaria, la conoscenza dei prodotti finanziari, le tecniche di vendita e di gestione del portafoglio;
– comprovata esperienza nel settore finanziario e familiarità con i prodotti finanziari, le esigenze dei clienti e le migliori pratiche della consulenza finanziaria;
– spirito di adattamento, capacità di apprendimento rapido e attitudine al lavoro di squadra;
– orientamento al cliente, abilità di comunicazione e attitudine alla gestione delle relazioni.
– alto livello di integrità e di etica professionale;
– capacità di gestire il tempo e di lavorare sotto pressione.

Ad eccezione della esperienza e delle tecniche di gestione del portafoglio, quasi tutte le altre caratteristiche sono perfettamente riscontrabili anche nei candidati giovanissimi, su cui le banche-reti, al momento, non intendono investire se non attraverso programmi di “sostituzione” dei consulenti over 60 – inserisco un professionista giovane e gli affido a titolo oneroso il portafoglio di uno che sta andando in pensione – o con rarissimi piani di inserimento di giovanissimi dalla durata breve (massimo due anni e a costi ridotti) al fine di formare gruppi di giovani che, dopo un biennio, hanno la sufficiente esperienza sul campo per gestire la cessione di portafoglio da parte di un collega “older” e assicurare la buona riuscita del processo di “sostituzione” di cui sopra. Pertanto, di investimenti di lungo periodo su giovani neolaureati (mediamente 5 anni, se si parte da zero) non se ne vedono ancora, e questo è certamente frutto dell’assenza di quei bravi formatori/affiancatori, i celebri supervisori, che una volta popolavano le reti e decretavano la crescita di nuovi professionisti della consulenza ed il successo di tanti team locali. Infatti, il taglio pressoché sistematico di questo ruolo è stato deciso per accorciare la “piramide” della gerarchia e risparmiare sui costi della rete, determinando così il disinteresse delle banche verso i giovanissimi.

Per capire meglio il problema dei costi, analizziamo quali potrebbero essere le azioni più idonee – e più costose, senza dubbio – che il settore della consulenza finanziaria dovrebbe effettuare per attirare i giovani neolaureati più talentuosi.
1. Inserire i giovani neolaureati in un ambiente di lavoro dinamico e collaborativo, che permetta di esprimere la loro creatività e di imparare continuamente: costo indiretto medio-alto (linea di management capace di trasmettere tale spirito).
2. Investire nella formazione continua e nella crescita professionale: costo diretto medio-basso con direct learning online (meno efficace), medio con lezioni in presenza (molto efficaci).
3. Utilizzare tecnologie innovative: costo indiretto medio-alto.
4. Programmi di formazione interna, di mentorship e di apprendimento on-the-job: costo diretto medio-alto.
5. Stage e corsi di formazione in università e scuole di business: costo diretto medio-alto.
6. Investimenti in tecnologie di apprendimento, come le piattaforme di e-learning, i simulatori di mercato e i software di analisi finanziaria: costo indiretto medio-alto.
7. Programmi di sviluppo della leadership e di collaborazione con altre organizzazioni del settore, gruppi di studio, comunità online etc.: costo indiretto medio-basso.

Quanto costerebbe, pertanto, investire su un giovane e talentuoso neolaureato? A conti fatti, in un quinquennio non costerebbe meno di 75.000 euro a candidato, soprattutto per via dei minimi provvigionali da garantire a fondo perduto per l’intero periodo, parzialmente recuperabili grazie alla raccolta (modesta) dei primi due, salvo exploit inattesi che consentano il rientro totale dell’investimento nel primo biennio. Discorso a parte meritano i dipendenti di banca più giovani e promettenti, che decidendo di diventare consulenti finanziari portano con loro una dote di clienti e sono in grado di realizzare una copertura finanziaria dell’investimento nel breve periodo. Questa tipologia di candidati può essere motivata da alcuni vantaggi specifici, come la flessibilità degli orari di lavoro, le opportunità di crescita professionale e di sviluppo di competenze trasversali, la remunerazione potenzialmente più elevata, l’ambiente di lavoro collaborativo e dinamico, il confronto e lo scambio di idee tra colleghi ed altro ancora; tutti elementi di grande interesse, che compensano il sensibile appiattimento della professione verso le procedure burocratiche che, dopo le due MiFID, hanno costretto i consulenti a dedicare molte ore di lavoro settimanali a mansioni amministrative un tempo neanche immaginabili.

Pertanto, la spasmodica attenzione verso i candidati bancari e la contemporanea scarsità di programmi di inserimento dei giovanissimi rappresentano un chiaro effetto della peggiore burocrazia piombata sulle banche-reti e sui consulenti – entrambi vittime sacrificali sull’altare della “grandeur finanziaria” europea – dal 2008 ad oggi, in nome della c.d. Compliance. Gli obblighi di adeguamento  alle nuove normative, costate alle banche nel loro insieme più di due miliardi di euro, sono stati capaci di “omologare” tendenzialmente la professione di consulente abilitato ai servizi fuori sede a quella di un normale dipendente di banca sommerso dagli adempimenti amministrativi. Quest’ultimo aspetto, a ben vedere, è quello più pericoloso per il futuro della professione di consulente finanziario, poiché la burocrazia tradizionalmente comprime la creatività ed il talento, imprigionandoli all’interno di procedure e “protocolli” che domani potrebbero far prevalere il nascente fenomeno della “Consulenza Difensiva” (come accade negli ospedali con la “Medicina difensiva”) sulle capacità di ascolto e attenzione all’investitore, nonché sulla abilità del consulente di saper adattare il portafoglio di investimenti alla storia individuale e familiare del cliente. (mb)

Milano, prezzi delle case elevati: tutti cercano il bilocale. Ecco i budget a seconda della zona

Comprare casa a Milano è diventato quasi proibitivo nelle zone centrali e semicentrali. Interessante analisi di Casa.it sull’acquisto di un bilocale con budget diversi in base alle quotazioni di Aprile 2023.

Milano è sotto i riflettori per i prezzi elevati delle case superiori a quelli medi nazionali e in crescita. In città gli appartamenti più cercati nel primo trimestre del 2023 si sono confermati i bilocali. Nella seconda parte del 2022 le quotazioni immobiliari di Milano hanno messo a segno un incremento del 2,5%. Questo è quanto emerso dall’analisi condotta da Tecnocasa sulla città meneghina.

Da alcuni anni ormai, il mercato immobiliare di Milano prosegue il suo trend positivo, e a livello di prezzi non registra riduzioni dal 2016, anno in cui si sono stabilizzati, per poi incrementarsi sempre anche durante il periodo della pandemia. Per quanto riguarda le compravendite, a Milano nel 2022 sono state scambiate 28.595 abitazioni residenziali, +6,1% rispetto al 2021. Le zone centrali segnano un recupero dei valori dell’1,1%. Come sempre tiene il segmento di pregio della città che continua a dare risultati interessanti grazie a una domanda sostenuta e a un’offerta limitata. Queste tipologie sono ricercate in zona Moscova dove si toccano valori di 17 mila euro al mq per il nuovo. Si tratta di tagli grandi, oltre 200 mq, possibilmente in edifici di nuova o recentissima costruzione con servizi di portineria h24, accesso diretto ai garage auto, locali comuni come la palestra.

Permane comunque l’interesse per gli stabili d’epoca. Si chiedono balconi abitabili, almeno tre camere da letto e due bagni, meglio se posizionati dal terzo piano in poi. Negli ultimi tempi è sempre più importante la presenza di box auto di grandi dimensioni e con possibilità di caricare l’auto elettrica. Prezzi stabili in Porta Romana–Crocetta dove si segnala un mercato rallentato alla luce della maggiore incertezza e dell’aumento dei tassi di interesse, pur registrando un basso ricorso al credito. A rallentare le dinamiche anche i lavori di ristrutturazione, i cui tempi di ultimazione si sono allungati e di conseguenza è più difficile che gli immobili arrivino sul mercato. Sono diminuiti gli investitori, nonostante la vicinanza del futuro Villaggio Olimpico. Si realizzano prevalentemente compravendite di abitazione principale, soprattutto acquisti migliorativi spesso realizzati nella prestigiosa piazza Mondadori e limitrofe dove si toccano punte di 10mila euro al mq.

Casa.it ha analizzato i prezzi medi richiesti per gli appartamenti con due locali in vendita nelle varie zone di Milano ad aprile 2023, e ha individuato le zone dove poter acquistarne uno a seconda del budget che si vuole investire. Se si vogliono investire al massimo 200.000 euro, si può acquistare un bilocale nelle zone Comasina, Quarto Oggiaro; Baggio, Bisceglie, Olmi; Macconago, Quintosole; Figino, Quinto Romano. In queste zone i bilocali hanno un prezzo medio tra 169.000€ e 193.000€. Con un budget  da 200.001 a 300.000 euro, invece, si può scegliere di comprare un bilocale nelle zone Forlanini; Parco Lambro-Cimiano; Bicocca, Niguarda-Cà Granda, Parco Nord; Viale Certosa; San Siro; Bovisa; Lorenteggio; Famagosta; Abbiategrasso; Ripamonti; Loreto; Lambrate. In queste zone i prezzi medi dei bilocali vanno da 209.000 a 288.000 euro.

Con un investimento da 300.001 a 400.000 euro si può scegliere un bilocale nelle zone Città Studi, Susa, Corsica; Navigli, Porta Genova; Centrale, Repubblica. In queste zone i bilocali costano mediamente da 329.000 a 378.000 euro. Con un budget più ampio, compreso tra 400.001 e 500.000 euro, si può avere un bilocale nelle zone Arco della Pace, Sempione; Corso Magenta; Buenos Aires, Porta Venezia; CityLife; Fiera; Lotto; Porta Romana, Risorgimento; Garibaldi, dove i bilocali hanno un prezzo medio che va da 402.000 a 472.000 euro, mentre con una cifra compresa tra 500.001 e 600.000 euro si può acquistare un bilocale, nella zona Guastalla e Palestro, dove il prezzo medio dei bilocali è 544.000 euro. Per acquistare un bilocale in Centro, Duomo e Brera, infine, la richiesta media è 661.000€.

La mente umana e i bias cognitivi nelle decisioni di investimento: mai silenziare il “Sistema 2”

Nel processo cognitivo la mente umana si lascia guidare da due “sistemi” aventi funzioni differenti, entrambi necessari per prendere decisioni senza farci dominare dagli istinti primordiali e senza crearci inutili complicazioni.

Di Giovanni Tommaso Olivieri

In un precedente articolo pubblicato su P&F abbiamo già affrontato i due bias (errori) principali in cui la nostra mente cade durante il processo di investimento in strumenti finanziari: il bias di disponibilità, ovvero quel processo mentale per il quale tendiamo a prendere in considerazione gli eventi più recenti come veri ed assoluti rispetto a quello che accadrà nel futuro, e l’overconfidence bias, che si manifesta quando siamo talmente sicuri del nostro operato passato e dei nostri schemi mentali da ritenere corrette e prive di errori tutte le operazioni future.

Secondo Daniel Khaneman – Premio Nobel per l’Economia nel 2002 – nel processo cognitivo la mente umana si lascia guidare da due “sistemi” aventi funzioni differenti, il Sistema 1 ed il Sistema 2. Il primo è quello che svolge le mansioni per così dire automatiche: parlare con il passeggero mentre guidiamo un’auto su una strada libera e senza ostacoli, rispondere a quesiti elementari (“quanto fa 2+2…?”) senza bisogno di alcuna riflessione, digitare il numero di telefono del nostro smartphone (a meno che non abbiate appena cambiato numero), chiamare per nome il vostro cane che sta urinando sulle rose del vicino ed altri comportamenti, catalogabili tra quelli che utilizzano i c.d. pensieri rapidi. Il Sistema 2, invece, è quello che governa i pensieri per i quali è richiesta una maggiore concentrazione e la necessità di estraniarsi dagli automatismi, al fine di analizzare ciò che sta succedendo in quel preciso istante: svolgere una operazione matematica complessa, rispondere in modo appropriato durante un colloquio di lavoro, spiegare a qualcuno la teoria della relatività di Einstein etc (i c.d. pensieri lenti). Entrambi i due sistemi sono necessari per proseguire la nostra esistenza senza farci dominare dagli istinti primordiali e senza crearci inutili complicazioni, così permettendoci di svolgere mansioni semplici e necessarie in automatico.

Ebbene, la mente umana utilizza i due sistemi a seconda delle circostanze e si trova alla continua ricerca di un giusto bilanciamento tra pensieri rapidi e pensieri lenti, e deve evitare che un sistema prevalga sull’altro togliendo razionalità alle decisioni di particolare rilevanza. I bias cognitivi, sfortunatamente, si inseriscono perfettamente all’interno dei due sistemi, creando scompiglio nel “Sistema 2”, ossia in quello che dovrebbe rappresentare per la mente umana un momento di pura analisi e ragionamento, strumentale a non commettere errori anche fatali.

Tra i più interessanti si annovera la “Paura del rimpianto” o herding behaviour, un bias molto diffuso che opera nella nostra mente quando decidiamo di non compiere o compiere un azione per paura che questa sviluppi in noi una sorta di rimpianto. In finanza, questo accade quando, per esempio, una persona decide di non vendere un prodotto finanziario (azioni, obbligazioni, ETF, fondi, etc) o, al contrario, di comprare uno di questi prodotti senza un attenta analisi dell’azione che si sta compiendo. A causa di questo bias, per smarcarci da una assunzione di responsabilità verso noi stessi – e quindi da una scelta più razionale verso la quale temiamo di provare poi rimpianto – prendiamo per buono il comportamento di massa. Se questa scelta dovesse rivelarsi sbagliata, il soggetto tenderà in automatico ad attribuire l’errore al gruppo, così attenuando il rimpianto di aver compiuto quell’azione. Questo bias agisce soprattutto nei momenti di incertezza di mercato, quando troviamo più conveniente osannare i gestori di una singola casa d’investimento senza prima aver valutato tutte le opzioni disponibili sul mercato, o comunque senza aver approfondito analiticamente la parte statistica e delle scelte da mettere in campo.

Un altro bias degno di nota è il c.d. Mental Accounting. Ognuno di noi, studiandolo, riconoscerà di avere agito almeno una volta nella vita seguendo questo bias. Il Mental Accounting è definito così poiché ognuno di noi elabora nel tempo, quasi in maniera automatica, una sorta di “contabilità mentale”, in base alla quale suddividiamo i risparmi/guadagni in categorie differenti. In parole semplici, i soldi che ricaviamo dal nostro lavoro, al quale abbiamo dedicato una parte importante del nostro tempo e dei nostri sforzi, vengono solitamente considerati come una parte del patrimonio da difendere, e quindi siamo tentati di investire quel denaro in strumenti a basso rischio/volatilità. Invece, il guadagno derivante da una vincita o da un lavoro che ha richiesto poco impegno è visto nella maggior parte dei casi come la parte da “scialacquare”, e quindi è più probabile che venga investito in strumenti più ad alto rischio, oppure utilizzato per spese poco utili al nostro sostentamento ed alla nostra sicurezza. Questo bias, oltre ad essere uno dei più frequenti è anche il più gestibile, soprattutto se ci si avvale di un professionista che ci aiuti a non silenziare il Sistema 2 e a farci assumere, in ogni campo (come in quello finanziario), decisioni razionali o comunque adottate grazie ad un percorso di attenta analisi delle migliori opzioni disponibili.

Consulenti finanziari e sindacato, Marucci: rimuovere bias cognitivi e credenze errate

I consulenti, ed in special modo i manager, devono prendere coscienza della loro condizione oggettiva di lavoro e delle difficoltà sempre più evidenti nel svolgere la loro professione.

Intervista di Massimo Bonaventura

Il termine “Sindacato”, all’interno della categoria dei consulenti finanziari, è qualcosa di astratto, una parola che sembra appartenere a periodi storici del passato più remoto. Questa sensazione di distanza ideale aumenta quanto più è alto il valore del portafoglio clienti, ossia il comune denominatore che ancora oggi tiene in piedi l’industria del risparmio gestito e le stesse reti di consulenza finanziaria.

Fino alla prima MiFID, e cioè fino al 2007-2008, il settore della promozione finanziaria era talmente in crescita – così come i fatturati personali dei consulenti – che i possibili problemi di sistema, quelli cioè in grado di protrarsi nel tempo e creare danni, non sono stati compresi. Solo con l’arrivo delle due MiFID, e con il loro naturale portato di tagli ai margini di ricavo decisi dall’alto, i promotori–consulenti si sono accorti che nessuno aveva coperto loro le spalle: nessuna rappresentanza sindacale di base (ad eccezione di Federpromm), nessuna negoziazione con i governi e con l’Europa, nessuna protesta organizzata in caso di abbassamento delle provvigioni o dei tagli al numero dei consulenti operativi sul campo in base al semplice parametro di portafoglio.

Ne abbiamo parlato con Manlio Marucci, presidente di Federpromm-Uiltucs, che ha accettato di rispondere “fuori dai denti” ad alcune domande sul tema delle tutele sindacali dei consulenti e agenti finanziari.

1) Cosa vuol dire “fare sindacato”, oggi, per i consulenti finanziari?
Il contesto socio economico italiano, storicamente, è sempre stato caratterizzato da rapporti di lavoro ben disciplinati nei vari CCNL tra i soggetti legati alla formazione del capitale e alla produzione – operai, impiegati, quadri e dirigenti – attraverso il ruolo negoziale tra organizzazioni sindacali e associazioni dei datori di lavoro. La rappresentanza sindacale di nuove categorie professionali legate al settore dei servizi, come quella dei consulenti finanziari, non è mai decollata veramente, e nonostante nel corso degli ultimi quarant’anni le condizioni di lavoro siano radicalmente cambiate – soprattutto nei settori chiave del credito e della finanza – i modelli di natura contrattuale sono rimasti molto fragili. Di conseguenza, la tutela sindacale dei consulenti e agenti finanziari oggi è diventata una necessità primaria per ottenere un riconoscimento concreto sul piano contrattuale e le garanzie di stabilità sul piano lavorativo.     

2) Per quale motivo i consulenti finanziari, notoriamente poco avvezzi a rafforzarsi all’interno di un sindacato, oggi dovrebbero pensarci seriamente?
Perché è diventata una esigenza oggettiva, almeno per coloro che vogliono mantenere, senza fare passi indietro, i livelli di miglioramento economico e di crescita professionale acquisiti nel tempo. Ne va di mezzo la loro sopravvivenza, e i dati censiti presso l’OCF sono lì a dimostrare come il fenomeno sia preoccupante: pochissime nuove iscrizioni da molti anni, con conseguente invecchiamento medio dei consulenti, scarsa capacità di attrazione per i giovani, che vedono questa professione priva di tutele concrete.

3) I consulenti che vogliono trovare unità sindacale devono aver paura delle società mandanti, storicamente abituate a non dover affrontare alcuna battaglia sindacale da parte dei consulenti?
Non credo sia questo il vero problema. Innanzitutto, va analizzata a fondo la natura dei comportamenti assunti dai singoli consulenti, molti dei quali considerano irrilevante la funzione svolta dal sindacato, salvo poi sentirne la mancanza quando si rendono conto di non avere alcuna capacità di condizionare le decisioni importanti (quasi sempre assunte in modo unilaterale) delle società mandanti. Vanno rimossi i bias cognitivi che hanno sempre condizionato alcune credenze sull’argomento: se i consulenti si organizzano sindacalmente, nessuna mandante potrà assumere comportamenti contrari all’interesse del singolo appartenente alla categoria, come successo diverse volte in passato.  I consulenti, ed in special modo i manager, devono prendere coscienza della loro condizione oggettiva di lavoro e delle difficoltà sempre più evidenti nel svolgere la loro professione.

4) In che cosa il sindacato si differenzia dalle attività di ANASF, a lungo erroneamente considerato uno “pseudo-sindacato” da parte di molti consulenti?
Non ho mai dato molto rilevanza a tale Associazione, essendone uscito nel lontano 1994, prima del congresso di Ischia, quando insieme ad altri colleghi operatori di borsa demmo vita a Federpromm perchè in Anasf mancavano le basi del ragionamento su cui affrontare i problemi reali della categoria da un punto di vista sindacale. Ad Anasf riconosco invece il ruolo significativo svolto a favore dei consulenti sul piano della formazione.

5) Federpromm-Uiltucs-Uilca ha intenzione di intavolare un dialogo con le società mandanti?
E’ un ruolo che quotidianamente la nostra organizzazione ha sempre svolto e svolge con incisività e passione, e in diverse reti di consulenza abbiamo designato molti responsabili sindacali proprio per aprire un dialogo con tali aziende e affrontare le varie problematiche presenti. Purtroppo devo constatare come questa nostra disponibilità venga vista in modo non dialettico ma di disturbo. Per questo abbiamo stabilito un rapporto organico con la Uiltucs e la Uilca, ambedue federazioni firmatarie dei rispettivi Accordi e Contratti collettivi di lavoro, al fine di avere formale riconoscimento dei diritti sindacali nel nostro settore.  

6) Quali sono, in ordine di priorità, i problemi della categoria di cui intendete occuparvi?
Prevalentemente stiamo lavorando per fare in modo di avere un riconoscimento formale della qualifica del consulente finanziario all’interno dei rispettivi contratti applicati al nostro settore, ivi compreso quello creditizio anch’esso in fase di rinnovo. Una volta ottenuto questo riconoscimento sul piano contrattuale, si avrà modo di affrontare le singole specificità con il negoziato di secondo livello, con particolare attenzione al welfare.

7) Qual è il programma di attività sindacali di Federpromm-Uiltucs-Uilca nell’immediato futuro per i consulenti finanziari? 
Lavoriamo su più fronti, sia nei rinnovi contrattuali, nella formazione di accordi con diverse università per il riconoscimento della figura del consulente patrimoniale, nello sviluppo dei servizi per dare maggiore tutele agli associati, quali assistenza legale e contrattuale; tutela per i risparmiatori (non ultima la vicenda di Eurovita), assistenza di natura previdenziale.

8) Un consulente che volesse valutare l’iscrizione presso la vostra sigla sindacale, cosa dovrebbe fare?
E’ molto semplice. Info sul nostro sito www.federpromm.it , sul sito della Uiltcucs www.ultics.eu/federpromm; oppure scrivere a info@federpromm.it o federpromm@uiltucs.eu.

Diversificazione e opportunità esclusive: le esigenze di investimento delle famiglie con grandi patrimoni

Le famiglie che detengono grandi patrimoni hanno esigenze di investimento molto diverse rispetto alle famiglie che non hanno accesso alle stesse risorse finanziarie.

Di Massimo Bonaventura

In qualunque campo dell’industria, la classificazione socio-economica dei clienti è una scienza in continua evoluzione. In tal senso, non fa differenza il settore della consulenza finanziaria, che da almeno quarant’anni (in Italia) ha utilizzato tante classificazioni quante sono state le trasformazioni nel frattempo intervenute nel tessuto produttivo del nostro Paese.

Tra gli anni ’80 e’90 del secolo scorso, la allora nascente industria del Risparmio Gestito ha via via ampliato l’offerta di strumenti finanziari adattando sempre di più le strategie di vendita di prodotti standardizzati alle differenti esigenze di ciascuna fascia di clientela. In particolare, nella c.d. “fase pionieristica” (primi anni ’80) i fondi comuni di investimento venivano proposti quasi esclusivamente alla clientela di pregio al fine di farle “sperimentare”, con piccole cifre, prodotti di investimento che all’epoca erano sconosciuti e incomprensibili. Il termine “diversificazione”, a quel tempo, non esisteva neanche – soprattutto come lo intendiamo oggi – e le uniche due proto-reti di venditori (la denominazione di “promotore finanziario” sarebbe arrivata solo con la legge n. 1/91)  riuscivano ad ottenere una buona remunerazione anche attraverso piccoli investimenti, grazie alle commissioni di ingresso elevatissime – fino  al 10% – e senza il pilastro fondamentale del c.d. management fee.

Dopo il crack di borsa del 1986, che ridimensionò tantissimo il volume di vendite dei fondi comuni, l’industria del risparmio gestito, ancora poco rilevante, perse centinaia di risorse umane e si trascinò faticosamente verso gli anni ’90, durante i quali ha beneficiato della sistemazione normativa ed ha iniziato ad aumentare i suoi volumi anche presso la clientela minore, abitualmente legata ai prodotti bancari più tradizionali (titoli di stato, obbligazioni bancarie, libretti a risparmio), cominciando a progettare strumenti finanziari più sofisticati ed esclusivi (gestioni patrimoniali in titoli e/o in fondi) da destinare alla clientela più patrimonializzata. Questa fase storica, in cui le reti si sono sviluppate e la strategia di prodotto si è affinata sempre di più attorno alle varie classi di clientela, è durata a lungo, ha attraversato una crisi mondiale (2008) che ha messo in dubbio l’esistenza stessa del Capitalismo, e nel 2018 ha battezzato la nascita ufficiale della già esistente consulenza finanziaria indipendente, imponendo un cambio di rotta che è ancora in corso. Negli ultimi cinque anni, infatti, si è fatto strada con forza il concetto di consulenza patrimoniale, e cioè di quell’approccio professionale che possa permettere agli odierni consulenti finanziari di intercettare i bisogni dei clienti con grandi patrimoni, e soprattutto di essere in grado di proporre loro una offerta di servizio adeguata.

Infatti, questa tipologia di famiglie-clienti dispone solitamente di maggiore liquidità e maggiore capacità di investire in una vasta gamma di strumenti di investimento, anche “alternativi” (immobili da investimento, preziosi, opere d’arte, auto d’epoca etc), ma pretende di avere attorno a sè consulenti finanziari specializzati e ad altri professionisti del settore, che con i primi lavorano in team, in grado di soddisfare una delle principali esigenze di investimento per le famiglie con grandi patrimoni, e cioè la diversificazione del portafoglio, da attuare secondo delle macro-asset che spaziano dal denaro agli immobili (patrimonio in senso stretto), dalle quote aziendali ai beni mobili non finanziari e alla proprietà intellettuale (patrimonio allargato), fino ad arrivare al “patrimonio immateriale”, e cioè quello speciale insieme di asset – anche culturali – che caratterizza la c.d. Identità Familiare, composta da valori affettivi, sociali, imprenditoriali e/o professionali che vengono trasmessi nel tempo ai discendenti.

In sintesi, per i detentori di grandi patrimoni il concetto di rendimento esce fuori dagli schemi più classici della asset allocation e della diversificazione del portafoglio finanziario – concetti importanti ma ritenuti quasi “elementari” da questo target – e coinvolge strumenti e competenze che, oltre a perseguire gli obiettivi di riduzione del rischio e aumento della stabilità, fanno evolvere la consulenza da “finanziaria” a “patrimoniale”, delineando con chiarezza il principio di “sostenibilità intergenerazionale del patrimonio nel tempo”. Tutto ciò comporta l’erogazione di una serie di servizi di consulenza, aggiuntiva a quella finanziaria, che spaziano dalla pianificazione fiscale alla gestione del rischio e alla consulenza immobiliare, fino alla pianificazione patrimoniale/successoria. Messi insieme in un unico “contenitore”, questi servizi soddisferebbero il bisogno di esclusività che tale tipologia di clienti oggi non trova nè in banca nè presso un “normale” consulente finanziario. Peccato che se ne parli tanto, ma nè le banche-reti nè gli stessi consulenti – di età media elevata e un pò troppo “scarichi” – spingano l’acceleratore verso questa riorganizzazione così auspicabile.

E’ questa domanda di servizi più esclusivi che porta le famiglie con grandi patrimoni a valutare positivamente opportunità di investimento meno tradizionali e ad elevato rendimento potenziale, come il Private Equity, il Venture Capital e gli hedge fund in campo finanziario; ma anche le opere d’arte, gli orologi di pregio, il rare whisky, le monete antiche, l’oro ed altro ancora nel campo degli investimenti alternativi. Inoltre, le famiglie con grandi patrimoni mostrano maggiore sensibilità verso gli investimenti socialmente responsabili, che mirano a ottenere un impatto positivo sulla società e sull’ambiente (energia rinnovabile, infrastrutture verdi, tecnologie per il risparmio energetico etc). Questi strumenti, com’è noto, possono offrire nel medio-lungo periodo un potenziale di crescita del capitale superiore rispetto agli investimenti tradizionali, ma richiedono anche un livello maggiore di conoscenza e competenza finanziaria da parte del consulente, le cui caratteristiche personali devono essere adeguate al tipo di clientela.

In particolare, il consulente patrimoniale deve possedere:
– una vasta conoscenza dei mercati finanziari, delle strategie di investimento e della gestione del rischio;
– esperienza nella gestione di patrimoni di grandi dimensioni e una comprovata capacità di ottenere risultati positivi per i propri clienti;
– professionalità, etica ed elevata affidabilità, insieme ad un forte senso di responsabilità nei confronti dei suoi clienti, evitando conflitti di interesse;
– capacità di ascolto e comunicazione, al fine di comprendere le esigenze e le preferenze dei clienti, e di adattare ad esse le proprie raccomandazioni di investimento;
– capacità di personalizzare i suoi servizi in base alle esigenze e alle preferenze specifiche di ciascun cliente, sulla base del fatto che ogni cliente ha una situazione patrimoniale unica;
– disponibilità e pronta reattività alle domande dei clienti, fornendo loro assistenza in modo tempestivo e accurato;
– abilità nell’uso dell’innovazione e della tecnologia, utilizzando gli strumenti digitali per migliorare l’esperienza del cliente e l’efficienza dei processi;
– spirito di collaborazione con la propria rete di contatti e con altri professionisti (come avvocati, commercialisti, notai, etc.) per offrire ai suoi clienti un’esperienza integrata e completa.
A tutte questa caratteristiche, va aggiunto anche il necessario spirito di leadership che serve per guidare, come primus inter pares, un team di professionisti con i quali attuare reciproche sinergie commerciali e professionali, in grado di aprire nuovi mercati e nuovi orizzonti di certezza economica per la professione di consulente finanziario, chiaramente arrivata alla tipica fase di estrema standardizzazione dei processi e, senza una rapida evoluzione di sistema, in pieno declino.