Giugno 16, 2026
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Consulenti finanziari e strumenti di crescita del portafoglio: wealth management, costumer meeting e comunicazione digitale

Il modello di servizio ideale del consulente finanziario è basato su una combinazione di finanza d’impresa e private wealth management. Necessario allargare il proprio spettro d’azione verso i clienti imprenditori e le loro strategie di crescita aziendale, conseguendo così un vantaggio competitivo rispetto a chi rimane legato al modello tradizionale.

Articolo di Tonino Borro*

La crescita del portafoglio e del patrimonio dei propri clienti sono due facce della stessa medaglia, che ogni consulente finanziario si appunta idealmente sul suo completo grigio tutte le mattine, prima di uscire da casa. Si tratta quindi di un obiettivo composito, che richiede una strategia efficace per essere realizzato con regolarità, stabilità e costanza, e si fonda sulla combinazione di strategia, comunicazione e marketing.

A monte di tutto, negli ultimi anni si sono fatti strada i benefici di un approccio “olistico” dell’attività di consulente, e cioè quello che mixa I temi finanziari con quelli extra-finanziari e consente ad imprenditori e clienti di gestire al meglio i propri patrimoni, soddisfacendo contestualmente – in una naturale comunione di interessi – l’esigenza del consulente di poter contare su un portafoglio in crescita costante.

In particolare, il modello di servizio ideale è basato su finanza d’impresa e private wealth management, ossia di un metodo di lavoro che allarga lo spettro d’azione del professionista ai servizi dì wealth management specificamente rivolti ai clienti imprenditori, con l’obiettivo di offrire loro supporto nella definizione delle strategie di crescita dell’azienda, e non solo del patrimonio personale-familiare. Oggi, soprattutto in alcune realtà regionali, gli imprenditori rappresentano circa il 20% dei clienti privati, ed il loro numero è destinato a salire di pari passo all’allargamento dell’offerta delle banche-reti a chi conduce un’impresa.

Il private banker, grazie a questo approccio, cambia pelle, e diventa sempre più un “pivot” in grado di guidare l’evoluzione dell’impresa in veste di consulente “globale” dell’imprenditore, diventando più influente persino del commercialista o del legale. Egli, infatti, si conferma come primo interlocutore relativamente a molti temi extra-finanziari, come la consulenza su patrimoni all’estero, l’analisi dei rischi del patrimonio, la corporate advisory, la consulenza per la gestione del credito, i modelli di ottimizzazione dei costi finanziari e di tesoreria, le linee di sviluppo del business.

Adottando queste nuove dinamiche lavorative, inoltre, si crea un enorme vantaggio competitivo rispetto agli altri operatori del settore, perché si lavora in stretta sinergia su ogni tipo di strumento: dai  servizi per il corporate al lending, da quelli di intestazione fiduciaria ai ai trust, dai servizi immobiliari alla gestione del patrimonio artistico (oltre a tutti i servizi ‘in house’ messi a disposizione dalla struttura di wealth management della banca per cui lavora il consulente).

Per quanto riguarda la comunicazione, l’approccio olistico del consulente prevede tre tipologie di documenti: uno di global wealth report, che ha il vantaggio di avere una visione integrata di tutte le componenti reddituali e patrimoniali esaminate tramite la swat analysis; un secondo documento di advisory continuativa, in cui si analizzano e controllano i singoli asset, le aree di intervento e le leve per la creazione di valore; infine, un documento di advisory specialistica in cui si implementano soluzioni predisposte dalla banca o da partners specialisti del gruppo.

Anche le strategie operative e di marketing, rispetto a questa nuova veste del consulente, subiscono una mutazione, e si indirizzano sempre di più verso un rafforzamento della sua presenza sul territorio e sulla progettazione di iniziative individuali, che permettono di sviluppare nuove relazioni e di aumentare rapidamente il portafoglio. E’ fondamentale, per esempio, mettere in atto un mix di azioni di intervento sia sul territorio (offline) che attraverso strumenti digitali (online), allo scopo di “essere sul mercato” sia con le modalità “tradizionali”, sia con quelle più innovative. Il customer business meeting è un ottimo strumento offline, perchè consente di far incontrare (su invito), con periodicità settimanale/quindicinale, una ventina di propri clienti che svolgono mestieri e professioni differenti, allo scopo di consentire un confronto di opinioni, consolidare l’immagine del consulente e far scaturire nuove referenze.

Altra iniziativa offline è quella dei c.d. salotti d’impresa, cioé incontri dedicati a imprenditori e professionisti per confrontarsi su temi aziendali, dei quali il consulente finanziario rappresenta il “pivot”.

La più efficace delle azioni offline, però, è certamente quella legata alla creazione di un network con i professionisti del territorio (es. avvocati, commercialisti, notai) che hanno tutto l’interesse a confrontarsi con le competenze di un consulente finanziario e con le sue capacità di veicolare nuova clientela.

Le iniziative online, invece, agiscono da supporto alla presenza fisica del consulente. Tra queste deve avere una certa priorità la corretta ed efficace comunicazione digitale, per mezzo della quale il consulente si prenderà cura del proprio profilo professionale sui social media, moltiplicando le opportunità di relazione virtuali che, tramite un successive approccio individuale, possono trasformarsi in relazioni reali.

* Tonino Borro, manager con funzioni di gestione e sviluppo rete consulenti finanziari nella provincia di Asti e Acqui Terme

A ciò va aggiunta la redazione e diffusione periodica di una newsletter rivolta a clienti potenziali, referral e clientela già acquisita, non sottovalutando il contatto frequente con gli organi di informazione finanziaria, a cui proporre le proprie pubblicazioni.

 

 

 

 

Reclutamento, i manager e le reti hanno perso lo stile

Il Recruitment non è una vendita, ma un processo di trasmissione al candidato dei valori aziendali, all’interno di una relazione perfettamente alla pari.

Editoriale di Alessio Cardinale*

Molti consulenti finanziari, anche durante il 2020, stanno assistendo in diretta nazionale ad una accesa competizione tra reti,  effettuata a suon di bonus di ingresso (probabilmente gli ultimi “a pioggia”, perchè la MiFID II e le trasformazioni innescate dalla pandemia di Coronavirus stanno influenzando indirettamente anche le regole di questa particolare attività di raccolta masse).

E così, molti professionisti, anche negli ultimi due mesi in cui l’emergenza ha segnato il successo di meeting e colloqui in video, hanno ricevuto una telefonata mirata a reclutarli. A chiamare, di solito, sono giovani “head-hunters” oppure, sempre più spesso, le assistenti personali dei manager, munite dello schema di domande chiuse-aperte sulla scrivania.

I cacciatori di teste, si sa, costano, e le reti da tempo hanno scaricato sui manager questa voce di spesa non indifferente (compensandola con qualche basis point di over commission in più, o con qualche promessa di carriera).

I manager che appartengono alla vecchia scuola (quelli che facevano lunghi corsi di recruiting, e poi se la cavavano da soli, con risultati visibili), arricciano un pò il naso di fronte a certi estremismi del sistema, caratterizzato oggi da molta improvvisazione e scarsa preparazione. Nel caso del reclutamento, poi, l’improvvisazione del manager poco preparato si scarica ineluttabilmente sulla propria assistente, la quale, destinata solo ad eseguire gli ordini, farà quel che può (spesso maldestramente), con risultati deludenti: decine e decine di contatti “bruciati”, e pochissimi candidati.

A qualcuno di voi, magari più attento ed esperto della materia, potrà  interessare un colloquio telefonico di questo tipo, avvenuto di recente:

  • “…buongiorno, sono la signora Anna Rossi, la chiamo da parte del manager dott. Fantastico di Migliorbancarete per fissare un incontro e farle una proposta economica… posso farle alcune domande? Sì? Bene. Da quanti anni lavora in Peggiorbanca? Da 15 o da 20? E’ iscritto all’albo?...”
  • “…signora, si chiama Organismo Unico…se lavoro da 20 anni come consulente, sarebbe piuttosto strano che non vi fossi iscritto...”
  • “…ah sì (risatina di imbarazzo). Solo un’altra domanda: ha un portafoglio clienti di almeno 15 milioni di euro?

Dopo questa illuminata domanda, le reazioni possono essere di due tipi:

A) reazione del consulente-narciso (“…sì, signora, 18,5 milioni per l’esattezza, e 182 clienti che mi amano follemente…);

B) reazione del consulente evoluto/riservato (“…chi le ha dato questa informazione, non le sembra inopportuno chiederlo al telefono…?”).

Avendo avuto una significativa formazione ed esperienza nel Reclutamento, faccio queste riflessioni:

  • il manager non chiama personalmente: non è capace di farlo?
  • forse il candidato (inconsapevole) non merita la sua attenzione?
  • se è così indaffarato da non poter fare una telefonata di recruiting, quanto tempo sarà in grado di dedicare al nuovo collega se dovesse lavorare nella sua struttura?
  • perchè chiede così brutalmente del suo portafoglio, è interessato al suo carisma ed alla sua competenza, oppure la risorsa lo interessa solo per la raccolta che sarebbe in grado di apportare?
  • perchè consente ad una collaboratrice di fare domande così riservate e personali?
  • In fondo, chi è costui, chi lo conosce?

Il dialogo non è inventato, quel tal manager e la sua assistente esistono davvero (vivono tra noi), e non sono i soli a lavorare con queste modalità. Pertanto, è lecito concludere che  esso rappresenti il canto del cigno di un business model che, avendo eliminato la figura del praticante, sta esalando l’ultimo respiro per mancanza di ricambio generazionale. Infatti, se si fosse assicurato alla professione di consulente un buon numero di giovani ingressi ogni anno, si sarebbe garantita anche una diversificazione delle strategie di Reclutamento in base all’esperienza, alla preparazione ed alla competenza (indici di qualità), e non solo in base al portafoglio complessivo ed al numero di clienti (indici di quantità). Mancando del tutto la “nuova linfa”, le reti si sono impegnate per anni ad offrire i pacchetti-bonus più esotici pur di acchiappare un buon portafoglista (le reti ed i magazine di finanza e mercati ci vanno matti, e non mancano mai di notiziare sull’argomento), e si sono concentrate esclusivamente sugli indici di quantità, con conseguenze evidenti in fatto di stile e sostanza, con buona pace del ricambio generazionale della professione.

Peraltro, questo modo di agire ha costretto le società mandanti a dover mantenere livelli di bonus molto elevati – fino al 2,5% delle masse gestite – penalizzando i propri conti economici (molte non ce l’hanno fatta a rimanere sul mercato, e sono state acquisite); altre, invece, hanno dovuto reclutare frettolosamente giovani consulenti per “ereditare” lo spezzatino dei portafogli di quelli più anziani, ormai stanchi e sulla soglia della pensione.

In definitiva, il successo nella professione è anche una questione di stile, e lo stile è lo specchio delle politiche di recruitment che il sistema richiede. Però lo stile, anche in questo periodo di declino del business model, fa ancora la differenza tra chi riesce a reclutare colleghi di valore, e chi no. Selezionare una nuova risorsa, infatti, non è la mera vendita di un premio in denaro o di provvigioni più elevate, ma un processo di trasmissione, all’interno di una relazione alla pari tra colleghi, dei valori aziendali riconosciuti dal mercato.

Il candidato non è un robot-portafoglio, ma una persona, con i suoi obiettivi e i suoi sogni, ed ogni sollecitazione in più (o qualunque forzatura commerciale) rappresenta per chi recluta l’assunzione di una maggiore responsabilità morale in caso di fallimento del consulente nella nuova struttura. Pertanto, vanno esplorati in profondità, durante il percorso di selezione, tutti gli elementi utili al candidato, al fine di costruire un’offerta condivisa e su misura.

Il valore umano viene prima di tutto, qualunque manager degno del ruolo dovrebbe saperlo. Dovrebbero saperlo anche le aziende che vogliono reclutare, perché lo stile, nell’imminente futuro, farà sempre di più la differenza.

* Consulente patrimoniale, editore e direttore editoriale di PATRIMONI&FINANZA

Sei interessato al futuro della professione di consulente finanziario?

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Consulenti finanziari: addio al bonus di ingresso, spazio ai nuovi strumenti di reclutamento

Sempre più in difficoltà i conti economici futuri delle società mandanti, “alleggeriti” anche dalla riduzione dei margini determinata dalla MiFID II. Nuovi strumenti di reclutamento ai nastri di partenza

Il 2020 è l’anno in cui la generazione dei cosiddetti “baby boomers” (o patrimonials, come li chiamiamo noi) compirà 75 anni, mentre quella dei “tardo-millenials” entrerà nei  40 anni. Le differenze tra le due classi demografiche sono nette: i primi si caratterizzano per l’elevata ricchezza accumulata nel corso dei passati decenni, mentre i secondi iniziano adesso a guadagnare e risparmiare. La diversità tra primi e secondi, inoltre, si intravede nelle rispettive propensioni al rischio. I patrimonials hanno saputo investire anche nei comparti azionari, mentre i 40enni millennials investono principalmente in quelli obbligazionari.

In ogni caso, entrando nella fase dell’anzianità, i padri passeranno gradualmente il testimone ai figli, i quali si troveranno a gestire sia i patrimoni mobiliari già investiti in azioni (o in risparmio gestito di categoria equivalente), sia la relazione con i consulenti finanziari che seguivano i genitori. Relativamente a quest’ultimo aspetto, i tardo-millennials sapranno adattarsi ai professionisti legati, per esperienza ed affinità culturale, ai baby-boomers?

Infatti, anche l’età dei consulenti è cresciuta, e si presuppone che essa si trovi in una fascia demografica mediana, equidistante sia dai patrimonials che dai loro figli; pertanto, i professionisti del risparmio dovranno essere capaci di gestire il “passaggio delle consegne” lavorando di anticipo, e cioè ponendo in essere azioni propedeutiche alla trasmissione generazionale prima ancora che si verifichi la scomparsa dell’anziano capo famiglia.

E l’asset allocation attuale di quei portafogli, che fine farà? Saranno capaci, i consulenti, di educare  gli eredi dei patrimonials alla gestione del rischio e dell’emotività che esso comporta, oppure dovranno piegarsi alle scelte prudenti che sembrano prevalere negli investitori più giovani?

LEGGI ANCHE: Il consulente finanziario e le scelte irrazionali degli investitori: la gestione emotiva degli imprevisti

Dalla risposta a queste domande, in tutta evidenza, dipende l’esistenza futura di molti strumenti che caratterizzano oggi l’offerta di servizi finanziari, nonchè i margini di ricavo delle società mandanti e dei consulenti. Uno di questi è il bonus di ingresso, ossia quell’investimento che una banca effettua nel momento in cui cerca di assicurarsi la professionalità e la clientela di un consulente appartenente ad un’altra rete. Com’è noto, il bonus offerto (in media pari al 2.0% delle masse migrate, in un periodo massimo di 24 mesi), per essere finanziariamente significativo, deve essere ammortizzato dalla banca-rete in un periodo massimo di tre anni, e richiede che il nuovo collega aumenti, per quanto possibile, la contribuzione di fondi e sicav azionarie (o flessibili) – che hanno spese correnti più ricche – per rendere sostenibile l’investimento e farlo arrivare al c.d. break-even entro il periodo considerato. Pertanto, se la trasmissione del patrimonio mobiliare dai baby-boomers ai millennials (poco avvezzi e “ineducati” ai comparti azionari) dovesse segnare una maggiore contribuzione degli asset obbligazionari – che sono più “poveri” di spese correnti – l’ammortamento dell’investimento nei consulenti finanziari con portafoglio consolidato dovrà avere una durata non inferiore a cinque anni, in ciò determinando la necessità di un cambio di strategia nelle politiche di recruiting delle banche-reti.

All’interno di questo scenario, che vede in difficoltà i conti economici futuri delle società mandanti, si aggiungerà la riduzione dei margini determinata dall’avvento della MiFID II. La prima vittima di tutto ciò sembra essere proprio il “vecchio” bonus di ingresso, il quale non verrà subito accantonato, ma fortemente ridimensionato e “spalmato” nei primi anni di contratto, magari sotto forma di maggiorazione “a tempo” del livello provvigionale e del management fee, per poi sparire del tutto entro 5-7 anni. Resta da capire come l’affievolimento del bonus, molto caro ai consulenti anche per via della sua funzione previdenziale (il bonus una tantum è considerato dai professionisti come un vero accantonamento per la vecchiaia, visto il basso livello pensionistico a cui essi sono destinati), potrà essere compensato da altri strumenti ugualmente motivanti. Ad esempio, esso potrebbe lasciare il posto a piani pensionistici integrativi personalizzati, che peraltro hanno il pregio di essere maggiormente fidelizzanti per i consulenti e le società mandanti.

Un altro strumento di reclutamento, che potrebbe farsi strada nei prossimi anni, è quello dello sviluppo e supporto gratuito per il personal marketing, e cioè la realizzazione (a carico dell’azienda) di siti personalizzati e fortemente interattivi, che diano al professionista la possibilità di accedere a programmi di video-meeting con i clienti (potenziali ed effettivi) più evoluti, soprattutto quando le società mandanti aggiungeranno all’offerta tradizionale di strumenti finanziari anche il servizio di consulenza indipendente.

La maggioranza dei millennials adora la tecnologia digitale, e gli studi più recenti dimostrano come il contatto in video e la firma elettronica vengano considerati, al contrario di quanto pensato dagli anziani patrimonials, come dei mezzi più che accettabili per il mantenimento della relazione professionale, alternata occasionalmente ad incontri de visu.

LEGGI ANCHE: Consulenti finanziari, gli “anziani” valgono 500 mld di raccolta e 10 mld di fatturato: a chi andrà questa ricchezza?

Il consulente finanziario e le scelte irrazionali degli investitori: la gestione emotiva degli imprevisti

Le scelte degli investitori non sono razionali, ma si basano quasi sempre su esperienze ed emozioni legate ad eventi passati, che non potranno ripetersi più.

Articolo di Filippo Foggetti

Nel suo libro “Nudge” (“la spinta gentile”) il Premio Nobel 2017 per l’Economia Richard H. Thaler ha voluto dimostrare che le decisioni e le scelte degli investitori non sono assolutamente razionali, ma emotive, basate cioè sulle esperienze passate e sulle emozioni e sugli errori che quelle stesse esperienze hanno generato. In termini tecnici, parliamo dei cosiddetti Bias Comportamentali, ovvero di quei giudizi che nascono dall’interpretazione delle informazioni errate di cui si è in possesso, le quali conducono a compiere errori di valutazione e ad assumere comportamenti inopportuni.

Richard H. Thaler

In campo finanziario, le scelte inconsapevoli, basate persino sul semplice sentito dire, non rivelano i loro effetti nell’immediato, bensì nel medio-lungo periodo, e possono rivelarsi molto “nocive”. La c.d. Overconfidence, per esempio, sta ad indicare una sovrastima delle informazioni e delle proprie conoscenze su un determinato mercato o titolo, e può generare problemi di grave entità come l’eccessiva concentrazione dell’investimento in un unico strumento finanziario o in un’unica categoria di strumenti che appartengono ad uno specifico settore e che, secondo opinione non qualificata, “vanno benissimo”.

L’Effetto Gregge, poi, porta un investitore ad essere tranquillizzato se viene a conoscenza che un gruppo nutrito di persone ha fatto determinate scelte di investimento.

Un altro degli errori più ricorrenti è la mancanza di diversificazione degli asset,  e la scelta conseguente di concentrare la totalità (o quasi) del proprio patrimonio in strumenti finanziari o asset di emittenti (Stati, banche o imprese) che supponiamo di conoscere bene perché si trovano in “casa nostra”, vicine a noi, e per questo ritenute più solide. In questi casi si parla di Home Bias.

Il fatto che dopo Daniel Kahneman sia stato premiato un altro psicologo (ossia Richard H. Thaler ) come premio Nobel per l’economia sembra non essere un caso. Infatti, il mondo di oggi e le sue dinamiche socio-economiche possono essere espresse  nell’acronimo VUCA (in inglese Volatility, Uncertainty, Complexity e Ambiguity). Si tratta di un mondo totalmente diverso da quello che esisteva fino a poco tempo fa, in cui volatilità, incertezza, complessità  e ambiguità dominano le scelte e le azioni conseguenti; pertanto, basare le nostre scelte su ciò che è accaduto nel passato è un errore gigantesco. Per esempio, fino ad oggi abbiamo fatto affidamento totale sul “braccio lungo” dello Stato, assistenzialista in tutti i campi della nostra vita (lavoro, salute, previdenza, tutela del risparmio ecc.); ma continuare a vivere con queste convinzioni e paradigmi di un tempo contrasterebbe, appunto, con un contesto in cui lo Stato assistenziale non esiste più già in molti campi.

LEGGI ANCHE: Caro direttore, il richiamo di ANASF sul futuro dei consulenti è come un “mea culpa”

Filippo Foggetti, Consulente Finanziario di Progetto Sim

Per tutti questi motivi il premio Nobel Thaler pone l’attenzione sull’esigenza di avere a nostro fianco una figura autorevole, credibile, competente e preparata, che sappia guidarci nelle scelte di natura economica e finanziaria grazie a quelle che lui definisce “spinte gentili”. Di conseguenza, oggi è importantissimo che il consulente finanziario sappia sostituire con decisione le decisioni “prese di pancia” con altre che tengano conto degli obiettivi e delle necessità di ciascun investitore, facendo chiarezza sui motivi che lo spingono a risparmiare, come essi si traducono in obiettivi sostenibili e quanto tempo sia necessario per raggiungerli e raccogliere i frutti. Qualunque scelta dovrebbe dare risposta unicamente alla domanda “è adatto a soddisfare i miei bisogni?” e non “quanto mi rende?” o “quando è il momento giusto?“.

Sul tema delle scelte irrazionali-emotive, uno studio recente della University of California ha appena stilato un nuovo elenco delle diverse emozioni umane, trovandone ben 27 (molte di più di quanto pensato finora dagli psicologi). Il team di autori statunitensi, in particolare, ha messo mano alla lista convenzionale che comprendeva solo 6 categorie di emozioni (ovvero felicità, tristezza, rabbia, sorpresa, paura e disgusto), aggiungendone altre 21. Di conseguenza, sembra che le esperienze emotive delle persone (considerati anche nella loro veste di investitori) siano molto più complesse e più sfumate di quanto finora si pensasse.

La gestione emotiva degli imprevisti, pertanto, sembra essere la nuova competenza richiesta ai consulenti finanziari più evoluti.

 

Caro direttore, il richiamo di ANASF sul futuro dei consulenti è come un “mea culpa”

“Manca una vera presa di coscienza collettiva determinata proprio dal fatto che regna un “esasperato individualismo” che fa gioco ai soggetti abilitati, in qualità di case mandanti, a cui la istituzioni e le associazioni di tendenza non oppongono minimamente resistenza.”

Nota di Manlio Marucci (Segretario Nazionale Federpromm)

Caro Direttore di P&F,

ho letto il tuo editoriale sui Consulenti finanziari ed il richiamo – come un “mea culpa” – da parte del presidente di ANASF sui futuri scenari legati alla sopravvivenza della categoria. Un’analisi molto accorta e ricca di elementi e dati che interpretano la situazione storica del settore, anche con un taglio critico e realistico che, attraverso la lente e gli strumenti dell’analisi sociologica, evidenziano i reali problemi di una professione che non ha mai preso coscienza della propria condizione di vita e di lavoro.

Se penso alla scala sociale e ai valori che questa esprime nel determinare le scelte di investimento dei potenziali risparmiatori, alla salvaguardia del patrimonio e ricchezza della famiglie italiane, alla condizione oggettiva in cui si trovano ad interpretare questo significativo ruolo politico e, nel contempo, all’indice di gradimento del trattamento economico subito, credo che la condizione di lavoro del Consulente Finanziario si ponga ad una gradino equiparabile ad un categoria di livello esecutivo, se non inferiore.

Sembra un paradosso imbevuto di retorica, ma la realtà oggettiva di tale condizione va interpretata nel senso che manca una vera presa di coscienza collettiva determinata proprio dal fatto che regna un “esasperato individualismo” che fa gioco ai soggetti abilitati, in qualità di case mandanti, a cui la istituzioni e le associazioni di tendenza non oppongono minimamente resistenza.

Assistiamo, ahimè spesso, a espressioni capricciose ed inefficaci che non intaccano minimamente la logica del potere economico e finanziario, che invece andrebbe riposizionato attraverso una riaffermazione della necessità di valorizzare il ruolo espresso e riconosciuto della figura del Consulente Finanziario.

Sarebbe auspicabile, caro direttore, che questo sforzo riuscisse ad essere impersonale ed oggettivo sui grandi temi e problemi che coinvolgono tutto il settore dell’intermediazione finanziaria, creditizia ed assicurativa.

Probabilmente il fatto stesso che se ne comincia a parlare è già un buon segno.

Cordialmente

M. Marucci

 

Fintech ed ecosistema finanziario: assediato dai robo-advisor, quale destino per il lavoro umano in Finanza?

I robot rubano il lavoro delle persone? Il 72% degli europei è convinta che i posti creati dalla tecnologia siano meno di quelli distrutti.  Quella del consulente finanziario abilitato fuori sede è tra le professioni più esposte al rischio di estinzione causato dallo sviluppo dell’universo Fintech.

Articolo di Matteo Bernardi

La rivoluzione digitale, grazie alle sue innovazioni, ha invaso tutti gli aspetti della vita umana, dalle relazioni personali a quelle internazionali, passando per quelle professionali e industriali. Anche la Finanza non è rimasta esclusa da questa ondata di novità, e l’intero ecosistema finanziario tradizionale risulta modificato ormai in modo permanente. E’ questa la portata del c.d. Fintech, neologismo che accorpa i vocaboli FIN (Finance) e TECH (technology), ovvero la tecnologia applicata alla finanza.

Affermatosi da un decennio, solo dal 2015 questo termine ha cominciato a diventare familiare per il grande pubblico italiano ed europeo. Il Fintech può definirsi come il prodotto omogeneo di tutte le piattaforme digitali che consentono all’utente di compiere operazioni di natura finanziaria, senza l’ausilio di risorse umane, operando comodamente da casa tramite il proprio computer; tutto ciò senza perdere in velocità, efficienza, trasparenza e, molto spesso, effettuando operazioni a costi ridotti.

Nonostante in Italia ormai più di 11 milioni di persone abbiano avuto occasione di accedere ad un servizio fintech (es. investimenti finanziari e immobiliari, pagamenti, finanziamenti), molti consumatori sono ancora diffidenti verso l’utilizzo di servizi innovativi, preferendo avvalersi ancora del canale tradizionale. Ma i margini di sviluppo, soprattutto nella clientela dei c.d. tardo-millennials, sembrano elevatissimi.

Contestualmente, la nascita di Robo-advisor, Real Estate Advisor e Robo-trader ha modificato profondamente il sistema finanziario e immobiliare. Con il termine Roboadvisor si indica un algoritmo progettato per costruire servizi di Wealth management distribuiti online, tramite portafogli personalizzati e segnali di acquisto e di vendita sui mercati finanziari, senza il supporto di un consulente fisico. In questo caso è il cliente che va ad eseguire l’ordine manualmente sul mercato.  Invece, nel caso dei Robotrader, anche quest’ultima mansione viene svolta dal programma. Infine, per Real Estate Advisor s’intende lo stesso servizio di consulenza online, ma questa volta rivolto al mercato immobiliare.

Anche le banche italiane, che corrono il rischio di veder ridotti drasticamente i propri margini di guadagno dall’introduzione di queste nuove tecnologie, hanno compreso che questo è un trend da non sottovalutare, e molte di esse hanno dato vita ai propri Roboadvisor da offrire ai clienti.

Anche i mezzi di pagamento si sono evoluti in questi anni; basti pensare alla nascita di Paypal e più recentemente ai pagamenti peer to peer (P2P) via mobile, che permettono di trasferire somme di denaro gratuitamente tra privati, in real time e con disponibilità immediata sul conto di colui che riceve il pagamento.

LEGGI ANCHE: Consulenti finanziari, gli “anziani” valgono 500 mld di raccolta e 10 mld di fatturato: a chi andrà questa ricchezza?

Nonostante siano serviti quasi 3000 anni di storia per far sì che si affermasse come intermediario negli scambi, oggi la moneta fisica non sembra più essere quella grande scoperta che nel VII secolo a.C. rivoluzionò il commercio internazionale. A questo risultato si è arrivati con un processo abbastanza rapido. Già negli anni ’50, la nascita delle carte di credito mostrò come fosse possibile acquistare e vendere beni, senza l’utilizzo della moneta cartacea. L’introduzione delle carte di credito è probabilmente la prima innovazione che il Fintech ha portato nel sistema dei pagamenti, ed oggi il settore si è arricchito delle carte di credito online (tra le più note Hype e Yap), del tutto simili a quelle tradizionali in quanto a funzionalità, ma totalmente gestite tramite smartphone.

L’ultimo segmento finanziario che ha subito profonde modifiche dall’avvento del fintech è stato il mercato del credito e del finanziamento alle imprese. Qui, la rivoluzione ha preso il nome di Crowdfunding, ossia di quel processo di raccolta fondi con il quale investitori privati o istituzionali, senza l’ausilio di una banca, finanziano con fondi propri un progetto specifico di una azienda nuova o giovanissima (c.d. startup), oppure film indipendenti, videogiochi, musica, spettacoli teatrali e molto altro, favorendo lo sviluppo di iniziative che altrimenti non troverebbero il modo di farsi strada attraverso il credito tradizionale.

L’Investment-based Crowdfunding e il Lending-based Crowdfunding sono ad oggi, le tipologie preferite dagli investitori. La prima consiste nella raccolta di fondi online tramite emissione di strumenti rappresentativi del capitale sociale, mentre la seconda, rappresenta un vero e proprio prestito peer to peer tra privati attraverso siti di social lending (prestito diffuso). La differenza tra queste due tipologie di finanziamento risiede nella partecipazione al passivo delle società: nel primo caso si tratta di partecipazione al capitale azionario (dunque capitale di rischio, tipicamente azioni), nel secondo caso si tratta invece di capitale di debito (simile alle obbligazioni).

Tutto questo sviluppo tecnologico ha destato più di una preoccupazione tra coloro che hanno concepito la propria vita lavorativa in modo statico, imprimendo alle persone la necessità di assumere una visione dinamica del lavoro, e determinando una serie di insicurezze riguardo al futuro. Infatti, secondo una ricerca di Eurobarometro del 2017, il 72 per cento degli europei crede che i robot rubino il lavoro delle persone, e circa la stessa percentuale è convinta che i posti creati siano inferiori a quelli distrutti. Negli ultimi anni, poi, fonti autorevoli hanno aumentato la soglia di allarme; secondo due ricercatori dell’università di Oxford (2013), quasi la metà dei lavoratori americani sarebbe ad alto rischio automazione e digitalizzazione entro i prossimi 14 anni (erano 20 nel 2013), mentre uno studio della società di consulenza McKinsey (2017) ha concluso che il 49 per cento dei lavori attualmente svolti da persone fisiche nel mondo potrà essere automatizzato in un tempo non superiore ai 30 anni.

Fonte: “Racing with or against the machine? Evidence from Europe”, di T. Gregory, A. Salomons, U. Zierahn

Invece la più recente ricerca sul tema, quella svolta dagli economisti Gregory, Salomons e Zierahn, ha osservato i movimenti del mercato del lavoro in Europa avvenuti tra il 1999 e il 2010, ed ha ricavato il dato di 1,64 milioni di posti di lavoro sostituiti da un macchinario o un algoritmo, compensati però da altri 1,4 milioni di posti di lavoro nati grazie all’aumento della produttività, e da 2 milioni in altri settori, generati anche questi dalla tecnologia. L’effetto netto quindi, per i tre ricercatori, è stato positivo nel suo insieme (+ 1,8 milioni di posti di lavoro in Europa), ma tale crescita ha rivelato un problema di distribuzione, poiché la maggior parte dei nuovi lavori non è stato occupato da coloro che lo avevano perso: costoro sono stati “scartati” dal nuovo scenario digitale ed oggi alimentano timori ed insicurezze all’interno della fascia di occupati che potrebbero essere interessati a breve dal fenomeno della sostituzione tecnologica.  In particolare, nei paesi OCSE sarebbero il 14 per cento i lavori a rischio automazione, e oltre un terzo quelli le cui mansioni dovrebbero cambiare considerevolmente per la stessa ragione.

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A livello italiano, la stima è del tutto simile a quelle OCSE, ed è preoccupante relativamente alle professioni, che si prevede verranno rivoluzionate dalla tecnologia in misura maggiore del 50 per cento. Tra queste, quella del consulente finanziario abilitato fuori sede è tra le più esposte al rischio di estinzione dovuto allo sviluppo dell’universo Fintech, da un lato, e dalla futura affermazione della consulenza indipendente, dall’altro. Quest’ultima, in particolare, sembra essere l’unica capace di poter raccogliere il testimone degli attuali 35.000 consulenti non autonomi nei prossimi 10-15 anni, allorquando l’offerta bancaria, grazie a robo-advisor e robo-trader, avrà assorbito del tutto le mansioni di distribuzione di servizi e strumenti finanziari alla clientela retail e affluent, lasciando ai consulenti indipendenti la clientela di pregio (circa 750.000 famiglie-clienti solo in Italia), l’unica che sarà disposta a pagare laute parcelle annuali ai nuovi professionisti della finanza – magari “gemellati” agli attuali commercialisti – in cambio di una consulenza di altissimo standing.

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Consulenti finanziari, gli “anziani” valgono 500 mld di raccolta e 10 mld di fatturato: a chi andrà questa ricchezza?

Mentre i consulenti finanziari continuano a creare valore in borsa per le società, la sensazione generale è che si voglia imprimere una data di scadenza all’intera categoria dei non autonomi. Bufi (ANASF): “c’è un tema di sostenibilità della professione”.

Editoriale di Alessio Cardinale*

Secondo un vecchio ma sempre attualissimo luogo comune, esiste la possibilità che un evento particolare, o una serie di eventi tra di loro collegati, possano costituire “l’eccezione che conferma la regola”. Quale regola? Quella secondo cui, appunto, a tutto c’è una eccezione. Adattando questo principio al mondo del risparmio e delle banche, potremmo affermare che la professione di consulente finanziario sta morendo (regola), ma va alla grande (eccezione).

Al di là dell’apparente controsenso, la faccenda sta proprio in questi termini, tanto da costringere ANASF, per bocca del suo presidente Maurizio Bufi, a dire che “….bisogna investire sui giovani professionalizzati, bisogna valorizzare tutto ciò che ruota intorno all’accesso alla professione (…), bisogna sostanzialmente che le società si convincano che il ricambio generazionale va fatto non perché lo dice ANASF,  va fatto perché c’è un tema di sostenibilità della professione”.

La terminologia utilizzata da Bufi va analizzata bene: egli non parla di “futuro”, oppure di “prospettive”, ma di “sostenibilità della professione”, e cioè  della possibilità che la categoria possa implodere su se stessa e scomparire perché, appunto, non più sostenibile.

Detto da ANASF, visti gli errori commessi fino ad oggi, è piuttosto preoccupante.

I sintomi di questo scenario ci sono tutti. Infatti, nonostante la crescita sostenuta della raccolta (portafoglio medio passato da 19,8 a 26 milioni negli ultimi cinque anni), il numero dei professionisti del risparmio sta diminuendo. Secondo i dati dell’OCF (l’Organismo di vigilanza e tenuta dell’albo unico dei Consulenti Finanziari), il numero di consulenti iscritti è pari a circa 55.000, ed è sceso di ben 12.000 unità dal 2002 (quando erano 67.000). Nessuno si lasci ingannare, poi, dal mini trend positivo inanellato dal 2013, quando gli iscritti erano poco più di 51.000: l’aumento di quasi 4.000 unità è dovuto massimamente all’ingresso di ex bancari tra le fila dei consulenti, e non di neofiti con i quali assicurare il ricambio generazionale della categoria oggi (finalmente) vagheggiato da ANASF.

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In considerazione della congiuntura (tassi negativi) favorevolissima alla raccolta gestita, quindi, negli ultimi cinque anni si è persa l’occasione di formare nuovi consulenti che, grazie ad una ritrovata formazione sul campo (supervisori in affiancamento commerciale, quanto ci mancate!), avrebbero costruito un proprio portafoglio e costituito un “serbatoio” di colleghi più giovani a cui i più anziani, una volta arrivati alle soglie della pensione, avrebbero potuto cedere il proprio portafoglio, rendendo così sostenibile la visione del futuro dell’intera categoria.

Ci si chiede perchè nulla di tutto questo sia stato fatto. Infatti, il cosiddetto ricambio generazionale si persegue facendo coesistere soggetti giovani, ai quali trasmettere conoscenza e clienti, con soggetti di provata e durevole esperienza; senza reintrodurre il praticantato e tagliando fuori i consulenti con masse inferiori a 10 milioni di euro, l’unica cosa che si ottiene è assicurare alle società mandanti la fidelizzazione dei quasi 20.000 consulenti con portafoglio “storico”, rinviando al futuro – ammesso e non concesso che se ne abbia davvero l’intenzione – la soluzione del problema di dover garantire la presenza dei nuovi professionisti, pronti a prendere il posto degli “anziani” per conservare le masse amministrate.

Le statistiche confermano queste conclusioni.  Infatti, in base ai dati forniti da OCF, l’età media dei consulenti finanziari attivi (35.000 su 55.000) è superiore a 50 anni per il 56,7% del totale degli iscritti. Ciò significa che quasi 6 professionisti attivi su 10 (esattamente 19.845) hanno di fronte, mediamente, 11-12 anni di lavoro prima della pensione. Inoltre, in considerazione della loro lunga presenza nel mercato, è ipotizzabile che il loro portafoglio sia almeno pari alla media Italia (26 milioni pro capite), il che porterebbe le masse complessivamente amministrate da questa specifica sotto-categoria di consulenti  a circa 500 miliardi di euro, per un fatturato lordo a sistema di 10 miliardi l’anno (di cui 2,5 miliardi l’anno sono il monte provvigioni complessivo dell’insieme di questi professionisti di lungo corso).

Ebbene, chi erediterà questa ricchezza nel 2032, ipotetico anno di pensionamento di questi consulenti anziani, se le società mandanti non avranno investito per tempo nelle nuove leve?  Forse qualcuno sta pensando di “disintermediare” gradualmente la gestione delle masse dei clienti per rendere sostenibile il proprio conto economico, sacrificando l’esistenza in vita dei consulenti?   

Maurizio Bufi, tramite quello che a molti è sembrato un vero e proprio “avviso pubblico agli interessati”, ha affermato a Repubblica che “…. bisogna sostanzialmente che le società si convincano che il ricambio generazionale va fatto….”, non lasciando molto spazio all’interpretazione: secondo Bufi le società mandanti non sono convinte che sia necessario adottare un nuovo modello di business, che preveda azioni concrete per permettere il ricambio generazionale. La sensazione generale, pertanto, è che si voglia imprimere una data di scadenza all’intera categoria dei consulenti finanziari abilitati fuori sede.

Bisogna dire che l’attuale scenario è grottescamente contraddittorio. Infatti,  i consulenti finanziari, nonostante grosse nubi si addensino sul loro futuro, continuano ad attribuire valore alle società mandanti. Mentre i loro margini di guadagno si riducono da dieci anni, la produttività aumenta e il valore delle banche-reti vola in borsa. Quest’ultimo fenomeno  (aumento della produttività e del portafoglio medio, e mancata espansione numerica degli iscritti effettivi) può significare una sola cosa: il settore è entrato in una fase “guidata” di declino irreversibile dell’attuale modello di business, caratterizzata da una riduzione strutturale dei margini e da una pressione normativa che aumenta  il tempo dedicato al lavoro “improduttivo” (compliance e mansioni amministrative non retribuite) e diminuisce quello da dedicare alla relazione ed allo sviluppo commerciale. Di conseguenza, il consulente dedica meno tempo anche alla formazione, e non riesce ad abbracciare compiutamente gli altri ambiti professionali (protezione del patrimonio, passaggio generazionale, gestione del patrimonio immobiliare) che dovrebbero assicurare la sua trasformazione in consulente patrimoniale quando il sistema avrà finalmente codificato (se mai lo farà) questi nuovi servizi.

Su tale scenario, alimentato da una vasta campagna mediatica sulle magiche virtù dei c.d. robo-advisor, esiste un largo consenso politico, e questo amplifica il senso di preoccupazione dei circa 15.000 professionisti attivi ancora lontani dalla soglia della pensione.

Dice benissimo Bufi, quando afferma che “….se una professione vuole avere un futuro, non può basarsi sul passaggio da genitori a figli: bisogna investire sui giovani professionalizzati, bisogna valorizzare tutto ciò che ruota intorno all’accesso alla professione, quindi praticantato e tirocinio (…),  lavorare molto con le università, prevedere corsi di laurea breve ad hoc…”.

Peccato che lo stia gridando solo adesso.

* Direttore editoriale di Patrimoni&Finanza

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Tutela del patrimonio: in caso di divorzio è fondamentale la scelta del regime patrimoniale della coppia unita

Il regime di separazione dei beni scelto all’atto del matrimonio rappresenta una prima forma elementare di protezione del patrimonio familiare anche in caso di separazione.

Com’è noto, in caso di separazione l’Ordinamento garantisce l’esecuzione di tutti i provvedimenti disposti dal giudice nell’interesse della prole, e cioè l’assegnazione della casa coniugale, i tempi di permanenza dei figli presso ciascun genitore e la quantificazione degli obblighi di mantenimento.

Come abbiamo già scritto a proposito della casa coniugale, tali provvedimenti, spesso presi senza il necessario approfondimento, sono alla base della distruzione di patrimoni anche di notevole entità, a tutto svantaggio delle generazioni successive. Relativamente ai diritti successori, infatti, il coniuge separato è equiparato a tutti gli effetti a quello non separato: tranne che in caso di addebito della separazione, egli godrà della medesima posizione che rivestiva in presenza del matrimonio con convivenza. Tale circostanza è amplificata dal lungo intervallo temporale che intercorre tra la redistribuzione (spesso frettolosa, per via giudiziale) del patrimonio familiare in seguito ad una separazione, ed il passaggio del medesimo patrimonio (o di ciò che rimane), alle generazioni successive, una volta intervenuto il divorzio; tale intervallo di tempo può determinare risultati ampiamente differenti a seconda dell’assetto patrimoniale che è stato dato dalla coppia all’origine.

In generale, i beni acquistati prima delle nozze e quelli personali restano di esclusiva proprietà del coniuge intestatario. La scelta del regime patrimoniale da adottare va fatta all’atto del matrimonio; in assenza di scelte, vale automaticamente il regime della comunione legale, e qualunque esclusione di beni acquistati durante la comunione può essere convenuta solo se:

  • il denaro impiegato per l’acquisto sia di esclusiva titolarità di uno dei coniugi fin dal periodo antecedente al matrimonio (e quindi la sua provenienza deve essere anche tracciabile),
  • il denaro era frutto di successione o di donazione,
  • il denaro era derivante dalla vendita di beni di proprietà del coniuge (Cassazione Sezioni Unite, sentenza n. 22755 del 28 ottobre 2009).

Di conseguenza, anche l’acquisto di beni strumentali all’esercizio della professione di uno dei coniugi ricade automaticamente in comunione se il denaro impiegato, sia pur “lavorato” e fatto fruttare da uno solo di essi, è invece riconducibile alla comunione (es. prelevato da un conto cointestato ad entrambi).

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Riassumendo, al fine di scegliere il giusto regime patrimoniale, si fa riferimento all’art. 177 del Codice civile, secondo il quale costituiscono oggetto della comunione legale:

  1. gli acquisti compiuti dai due coniugi insieme o separatamente durante il matrimonio, ad esclusione di quelli relativi ai beni personali;
  2. i proventi dell’attività separata di ciascuno dei coniugi se, allo scioglimento della comunione, non siano stati consumati.

Secondo l’articolo 179 del Codice civile, invece, non costituiscono oggetto della comunione e sono beni personali del coniuge:

  1. i beni di cui, prima del matrimonio, il coniuge era proprietario o rispetto ai quali era titolare di un diritto reale di godimento;
  2. i beni acquisiti successivamente al matrimonio per effetto di donazione o successione;
  3. i beni di uso strettamente personale di ciascun coniuge e i loro accessori;
  4. i beni che servono all’esercizio della professione del coniuge, tranne quelli destinati alla conduzione di un’azienda facente parte della comunione;
  5. i beni ottenuti a titolo di risarcimento del danno nonché la pensione attinente alla perdita parziale o totale della capacità lavorativa;
  6. i beni acquisiti con il prezzo del trasferimento dei beni personali di cui sopra o con il loro scambio, se la circostanza è espressamente dichiarata all’atto dell’acquisto.

I coniugi possono anche ricorrere alla comunione convenzionale, effettuata mediante un atto pubblico notarile, in presenza di due testimoni, che modifica il regime di comunione dei beni e consente di mettere in comunione anche le proprietà acquisite individualmente prima del matrimonio, che sono escluse dal regime di comunione legale.

La scelta del regime di separazione dei beni deve effettuarsi avendo ben presenti la normativa del Codice Civile relativa alla responsabilità per i debiti contratti dai coniugi. Infatti, secondo l’articolo 186, i beni della comunione sono destinati a soddisfare, in generale, tutti gli obblighi derivanti dalla loro gestione, ed in particolare le spese per il mantenimento della famiglia e per l’istruzione e l’educazione dei figli, nonchè ogni obbligazione contratta dai coniugi, anche separatamente, nell’interesse della famiglia e per qualsiasi ragione o finalità. Ne consegue che (articolo 189) i creditori di uno dei coniugi che non trovino capienza nel suo patrimonio individuale potranno soddisfarsi in via sussidiaria sui beni della comunione, oppure (articolo 190) potranno agire in via sussidiaria sui beni personali di ciascuno dei coniugi, nella misura della metà del credito, quando i beni della comunione non sono sufficienti a soddisfare i debiti su di essa gravanti.

Invece, nella separazione dei beni, delle obbligazioni personali di uno dei coniugi risponde solo il patrimonio personale di costui, mentre quello dell’altro non viene coinvolto in nessun modo. Pertanto, nei confronti dei terzi creditori il regime di separazione dei beni rappresenta una prima forma elementare di protezione del patrimonio familiare della coppia unita.

Nel divorzio, però, esiste una inaccettabile e sproporzionata (rispetto alle reali esigenze) compressione del diritto di proprietà che di fatto interrompe il ciclo di vita naturale del patrimonio, privilegiando nel lunghissimo periodo le esigenze dei c.d. soggetti deboli (tra cui i figli ricadono solo in via indiretta). I giudici, del resto, sono protesi a dover decidere su scenari di breve termine, e si dimostrano poco inclini a valutare quei progetti educativi e familiari che, tanto agognati dai genitori, non trovano mai spazio nei tribunali italiani.

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COP25: il suo fallimento è uno “stress test” per la domanda di risparmio e bond sostenibili

Il mercato di green bond e risparmio gestito “sostenibile” ha registrato notevoli progressi ed è ancora in piena fase espansiva, ma presto la domanda dovrà scontare l’attuale impasse mondiale sulle questioni climatiche.

Articolo di Matteo Bernardi

Nonostante i mille appelli ad una maggiore educazione e consapevolezza finanziaria, la maggioranza dei risparmiatori finisce sempre alla ricerca, più che di un bravo consulente, di un “buon prodotto” su cui investire. Infatti, viviamo in una società finanziariamente “ineducata”, in cui gli investitori si interessano ancora al rendimento che una certa attività genera, non prestando attenzione alla consulenza sugli strumenti di investimento proposti e, soprattutto, a quale tipologia di aziende finirà per destinare il suo denaro.

Questo diffusa superficialità è amplificata dalla natura stessa dei prodotti di risparmio gestito (ormai preferiti alle obbligazioni governative o corporate, per via dei tassi negativi), i quali contengono nel proprio portafoglio piccole quote di centinaia di emittenti internazionali che il singolo risparmiatore, spinto dalla logica del rendimento, non è interessato a conoscere.

Per coloro che, invece, vogliono avere un controllo diretto sulla destinazione del proprio denaro, da qualche anno è possibile destinare i propri risparmi a fondi/sicav specializzati sul tema della sostenibilità ambientale, oppure ai c.d. green bond, cioè ad obbligazioni emesse da imprese e istituzioni che intendono impiegare le risorse per  fronteggiare il più grande problema della nostra epoca: i cambiamenti climatici. Queste obbligazioni, in particolare, permettono ai risparmiatori di nuova generazione (soprattutto i c.d. millennials, molto attenti a queste tematiche) di monitorare costantemente i progetti finanziati, ricondotti all’interno della “finanza sostenibile”, ossia quel complesso di decisioni di investimento che porta a tenere in considerazione prioritariamente i fattori ambientali e sociali, con l’obiettivo di orientare verso questi ultimi i risparmi degli investitori, in un’ottica di lungo periodo.

Questo punto di vista è stato riassunto nel “Piano d’azione della Commissione europea per finanziare la crescita sostenibile”, presentato a marzo 2018 e implementato a partire dal 2019. Il Piano ha lo scopo di collegare il mondo della finanza alle esigenze specifiche dell’economia per apportare benefici alla nostra società e al nostro pianeta, proseguendo il percorso già intrapreso con l’Accordo di Parigi sul clima del 2015, all’interno del quale l’Unione europea ha stabilito l’obiettivo di ridurre del 40%, entro il 2030, le emissioni di gas-serra rispetto ai livelli del 2005. Questo obiettivo richiederà investimenti supplementari pari a circa 180 miliardi di euro all’anno, ed in questo contesto sarà necessario:

– riorientare i flussi di capitali verso investimenti sostenibili,

– gestire i rischi finanziari derivanti dai cambiamenti climatici, dall’esaurimento delle risorse, dal degrado ambientale e dalle questioni sociali,

– promuovere la trasparenza e la visione di lungo termine nelle attività economico-finanziarie.

I green bond, tecnicamente, rispondono perfettamente a questi criteri, e rientrano a pieno titolo nelle forme di investimento SRI (Sustainable and Responsible Investment), ossia quegli strumenti finanziari che, insieme alla ricerca di performance, mirano a generare un valore aggiunto sociale e ambientale e consentono di finanziare progetti di sostenibilità sui quali, finalmente, si va concentrando anche il marketing delle grandi banche di investimento (attraverso la valutazione e selezione dei titoli che rispettano i criteri c.d. ESG – Environmental, Social and Governance). Essi si presentano come una valida alternativa agli investimenti tradizionali, dal momento che hanno rendimenti simili e investono in progetti che promettono di salvaguardare e migliorare il contesto climatico in cui viviamo.

I principali obiettivi che gli emittenti dei green bond vogliono perseguire riguardano l’efficienza energetica, l’uso sostenibile dell’acqua potabile e dei terreni, la prevenzione dell’inquinamento, il ricavo di energia da fonti pulite e il trattamento dei rifiuti. Queste obbligazioni, oltre a soddisfare la domanda di strumenti  SRI, risultano particolarmente interessanti anche dal punto di vista operativo. La caratteristica che le contraddistingue è un’assoluta trasparenza: l’investitore è in grado di monitorare il progetto dal momento della sottoscrizione a quello della liquidazione, ricevendo report periodici sull’avanzamento dei progetti finanziati.

La crescita dei Green Bond – così come degli strumenti di risparmio gestito attivi in questo settore – è in rapida ascesa; basti pensare che il loro mercato è passato da 17 miliardi di dollari nel 2014 a 440 miliardi di dollari nell’agosto del 2019. Uno dei principali emittenti di queste obbligazioni è la Banca Mondiale, la quale presenta un rating da tripla A e, secondo i dati riportati sul suo sito, dal 2008 ad oggi ha emesso 13 miliardi di dollari di “obbligazioni verdi” attraverso oltre 150 transazioni in 20 diverse valute.

Recentemente la Commissione Europea ha elogiato le potenzialità di questo mercato, presentando un pacchetto di misure intitolato “Energia pulita per tutti gli europei”, secondo il quale dal 2021 sarà necessario un implemento di 177 miliardi per raggiungere gli obiettivi climatici che sono stati posti per il 2030.

Nonostante gli scambi  le emissioni abbiano registrato notevoli progressi, la domanda è ancora in piena fase espansiva, e presenta interessanti opportunità di investimento future; essa, però, deve scontare l’attuale impasse mondiale sulle questioni climatiche. Infatti, La 25esima conferenza sul cambiamento climatico organizzata dall’ONU a Madrid, la cosiddetta COP25, è stata considerata praticamente da tutti un fallimento. Alla conferenza hanno partecipato i rappresentanti di più di 190 paesi del mondo, che avevano l’obiettivo di trovare una soluzione su uno dei punti più importanti e discussi dell’Accordo di Parigi sul clima: il meccanismo previsto dall’articolo 6, che dovrebbe permettere ai paesi che inquinano meno di “cedere” la loro quota rimanente di gas serra a paesi che inquinano di più, per permettere loro una transizione più facile senza compromettere il raggiungimento degli obiettivi generali. Oltre a non avere concordato nulla sull’articolo 6, la COP25 non ha prodotto niente di vincolante sull’obbligo per i singoli paesi di presentare piani per ridurre ulteriormente le proprie emissioni di gas serra, necessari per raggiungere gli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi nel 2015.

Pertanto, sembra che le nuove politiche di marketing delle banche di investimento e delle società emittenti stiano anticipando (e di molto, il dibattito sul clima è stato rinviato al 2020, in Scozia) la futura evoluzione della domanda di questi strumenti, che prima o poi si scontrerà con l’incapacità dei singoli stati (soprattutto Stati Uniti, Australia e

Brasile) di superare le forti reticenze ad assumersi nuovi impegni e responsabilità sulle questioni legate al cambiamento climatico.

Pertanto, il fallimento della conferenza di Madrid è, in tutta evidenza, uno “stress test” sulla tenuta della domanda di green bond e risparmio gestito a tema SRI, il cui successo è strettamente collegato alla profonda eco mediatica con cui le questioni climatiche vengono trattate.  In particolare, grazie al traino dei media, si prevede una domanda sostenuta fino a quasi tutto il 2020, dopodiché sarà necessaria una “conferma politica” sulla validità delle istanze degli ambientalisti, oppure l’industria del risparmio gestito e gli emittenti “green” dovranno fronteggiare una nuova bolla e trovare nuovi terreni su cui battere.

 

Passaggio generazionale: Trust o società di persone? Consulenti finanziari poco attivi sulle questioni patrimoniali

Il trust fiscalmente più conveniente, soprattutto all’atto della dotazione iniziale di immobili e beni registrati. Consulenti finanziari ancora indietro nel proporsi come “professionisti in rete” per le esigenze di protezione del patrimonio familiare delle proprie famiglie-clienti, superati dalle altre categorie professionali tradizionalmente interessate al settore.

In tema di protezione del patrimonio immobiliare (e non solo), la scelta tra conferimento di beni in una società di persone o in un trust è un argomento sempre “caldo”, che un buon consulente finanziario dovrebbe essere in grado di intercettare per primo, grazie al suo grado di prossimità con le famiglie-clienti, e condividere proattivamente con le altre categorie di professionisti, con i quali costruire un team di consulenza strumentale alla tutela del patrimonio dei clienti di fascia medio-alta. Eppure i consulenti finanziari spesso – per non dire regolarmente – si fanno sfuggire le opportunità di crescita personale generate dal settore ad esclusivo vantaggio di avvocati, commercialisti e notai, tradizionalmente (e tecnicamente) interessati all’Asset Protection Advisory.

Al fine di migliorare tale capacità di “attrazione” delle problematiche inerenti i beni immobiliari e, soprattutto, la loro distribuzione preventiva tra gli aventi diritto, per i consulenti finanziari sarebbe sufficiente, per i professionisti del risparmio, aggiornare periodicamente il proprio livello di formazione (cosa a cui sono già abituati) e aggiungere nuove competenze a quelle relative alla consulenza sugli investimenti, sulla quale anche le società mandanti appaiono ancora troppo fossilizzate.

In tema di “casseforti immobiliari familiari”, poi, le novità normative succedute di anno in anno rendono oggi possibile una valutazione più chiara dei possibili assetti patrimoniali, e sembrano suggerire una soluzione (trust) a discapito di un’altra (società di persone). In particolare, il regime di imposte di registro e ipotecarie-catastali applicate, all’atto dispositivo di un trust, in misura fissa e non proporzionali, consentono di ottenere un notevole risparmio fiscale grazie alla costituzione di questo particolare strumento di pianificazione patrimoniale ed aziendale, con cui un c.d. disponente trasferisce al c.d. trustee (gestore effettivo dei beni conferiti) immobili e partecipazioni sociali allo scopo del successivo passaggio a favore dei futuri beneficiari (suoi familiari). Infatti, nel conferimento di cespiti immobiliari in società di persone (la forma sociale delle S.n.c. o delle S.a.s è preferibile a quella della SRL per via della impignorabilità delle quote sociali per tutta la durata della società) si sconta l’handicap di una imposta di registro pari al 9%, da calcolare sul valore venale netto (e non di quello catastale) di ciascun immobile, determinando così un peso fiscale a volte talmente proibitivo da scoraggiare qualunque scelta in tal senso e lasciare gli immobili di famiglia senza difesa da un eventuale attacco dei terzi.

Questo vantaggio fiscale non è frutto del caso. Esso si verifica – sembra banale doverlo precisare, ma così non è per tutti – perché il trust e la società di persone, sebbene siano entrambi due contenitori ideali per il patrimonio immobiliare della famiglia, sono due istituti profondamente diversi. Una S.n.c. o una S.a.s, infatti, sono due persone giuridiche ben definite fin dalla loro costituzione, titolari di diritti e obblighi (esattamente come le persone fisiche), ed i beni ad esse conferiti entrano a far parte del loro patrimonio immediatamente. Il trust, invece, è un “contenitore giuridico transitorio” dei beni conferiti, dei quali i titolari si spossessano in vista del passaggio generazionale ai familiari che ne saranno, in seguito (e non subito), effettivi beneficiari.

Ciò comporta un diverso trattamento fiscale in relazione al “momento impositivo” dell’imposta di registro dovuta per il conferimento di immobili e/o altri beni registrati. Infatti, l’imposta sulle successioni e donazioni, anche per i vincoli di destinazione, non è dovuta al momento della costituzione dell’atto istitutivo o di dotazione patrimoniale, perché si tratta di atti fiscalmente neutri e “di uso strumentale”. L’imposta vera e propria, proporzionale al valore venale dei beni, si applicherà in seguito all’eventuale trasferimento finale al beneficiario, in quanto solo quest’ultimo costituisce, ai sensi dell’art. 53 della Costituzione, un trasferimento effettivo di ricchezza mediante un’attribuzione patrimoniale stabile e non meramente strumentale.

Secondo l’Ordinanza della Corte di Cassazione n. 30821 del 26 Novembre 2019, nel trust tale trasferimento imponibile non è costituito né dall’atto istitutivo, né da quello di dotazione patrimoniale fra disponente e trustee, in quanto gli stessi sono meramente attuativi degli scopi di segregazione e costituzione del vincolo di destinazione. Pertanto, l’atto dispositivo di un trust sconta le imposte di registro, ipotecaria e catastale in misura fissa e ridotta, dal momento che il trasferimento avviene a titolo gratuito e non determina effetti traslativi, poiché non ne comporta l’attribuzione definitiva allo stesso trustee, il quale è tenuto solo ad amministrare i beni conferiti ed a custodirli a futuro beneficio dei familiari del disponente.

La Cassazione, quindi, è finalmente intervenuta in aperto contrasto con numerosi atti di indirizzo dell’Amministrazione Finanziaria, secondo la quale (documenti di prassi: Circ. 48/E/2007 e 3/E/2008risposta ad interpello n. 371/2019) il conferimento di beni immobili nel trust doveva essere assoggettato a imposta in misura proporzionale. Questa posizione è stata respinta dalla Suprema Corte che, con la sentenza 30821/2019, ha ribadito che nel caso di un trust non si verifica un effettivo conferimento di immobili (fiscalmente rilevante ai fini dell’imposizione indiretta), bensì solo una disponibilità transitoria in attesa del successivo trasferimento dei beni agli effettivi beneficiari.

Fin qui la ratio di una sentenza che fa chiarezza e giurisprudenza. Relativamente alla sua storia, numerose sono le sfumature che colorano il caso in questione, il quale è riuscito a disciplinare nel giusto modo una questione di natura familiare (i beneficiari del trust erano i figli del disponente) che, evidentemente, è sfuggita al consulente finanziario/private banker di quella famiglia. La vicenda, infatti, è la prova inconfutabile che i contrasti tra legittimità e prassi errate sono molto frequenti, e che dietro il lungo percorso intrapreso per giungere a conclusione, oltre alla tenacia di chi non si è piegato alle prassi, c’è la professionalità di un consulente (in questo caso un avvocato cassazionista) che ha agito a tutela del patrimonio del cliente.

I consulenti finanziari che vogliano definirsi “patrimoniali” facciano tesoro del caso di specie, perché per un cliente che arriva a vincere in Cassazione, altri dieci si perdono (e perdono) tra le prassi dannose dell’Autorità Finanziaria, e di solito i consulenti finanziari sono i primi a saperlo. In tutti questi casi, “fare rete” con uno studio legale esperto in questioni tributarie, condividendo – perchè no? – anche il risultato economico (senza gravare sui clienti), è la soluzione.

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