Maggio 31, 2026
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Azioni, Bond & Valute

Deutsche Bank: molto limitata l’esposizione finanziaria in Russia

Al momento dell’invasione russa dell’Ucraina l’esposizione al rischio di mercato di Deutsche Bank era ben contenuta, e la banca aveva una modesta posizione difensiva.

Deutsche Bank ha recentemente fornito i dettagli delle sue esposizioni al rischio limitate e sostanzialmente mitigate nei confronti di Russia e Ucraina, compresi i rischi derivanti dalle sue operazioni locali. In particolare, Deutsche Bank ha ridotto significativamente la sua esposizione alla Russia e la presenza locale dal 2014, con ulteriori riduzioni nelle ultime due settimane. “Le nostre esposizioni dirette sono attualmente molto limitate e strettamente gestite. Gli effetti di secondo e terzo ordine della situazione attuale, inclusi sanzioni e rischi per la sicurezza informatica, vengono attentamente valutati e monitorati”, ha affermato Stuart Lewis, Chief Risk Officer e membro della direzione Asse.

Le esposizioni creditizie verso Russia e Ucraina rappresentano una parte molto piccola del portafoglio prestiti complessivo della banca, e sono protette da una serie di misure attenuanti del rischio. Queste includono garanzie offshore e garanzie finanziarie, mentre le esposizioni al rischio di mercato sono state notevolmente ridotte prima e dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Pertanto, al 31 dicembre 2021, l’esposizione netta creditizia della banca verso la Russia era pari a 0,6 miliardi di euro, al netto di garanzie e asset collateral. L’esposizione creditizia lorda era di 1,4 miliardi di euro, circa lo 0,3% del portafoglio crediti complessivo, mentre quella netta comprendeva 0,5 miliardi di euro verso grandi società russe con operazioni rilevanti, e flussi di cassa al di fuori della Russia (1,1 miliardi di euro lordi), contabilizzati offshore e con esposizione de minimis onshore. Inoltre, alla stessa data erano presenti 0,1 miliardi di euro da finanziamenti a società controllate di grandi multinazionali (0,3 miliardi lordi), garantiti prevalentemente da capogruppo, di cui circa il 50% contabilizzati offshore. L’esposizione creditizia netta verso l’Ucraina, invece, era pari a 42 milioni di euro (0,6 miliardi lordi).

Nel frattempo, la stragrande maggioranza dell’esposizione in derivati ​​di Deutsche Bank alla Russia è stata liquidata, e l’esposizione residua non presenta un rischio di credito rilevante in quanto la banca ha una posizione passiva netta. I prestiti offshore a controparti con collegamento russo da parte dell’attività di gestione patrimoniale sono stati adeguatamente garantiti, e la garanzia non è collegata ad attività presenti in Russia.

Inoltre, al momento dell’invasione russa dell’Ucraina l’esposizione al rischio di mercato di Deutsche Bank era ben contenuta, e la banca aveva una modesta posizione difensiva. Anche il rischio operativo derivante da una potenziale chiusura del Russian Technology Center di Deutsche Bank è ben contenuto. Il centro di servizi tecnologici della banca in Russia è uno dei numerosi centri tecnologici diffusi in tutto il mondo, e non presenta rischi significativi per la continuità operativa per il funzionamento delle operazioni globali di Deutsche Bank. Il Centro conta circa 1.500 dipendenti1, circa il 5% della forza lavoro tecnologica interna ed esterna del Gruppo. La banca considera gestibile il rischio di produzione, e ha sottoposto a stress test la capacità degli altri suoi centri tecnologici nel mondo, inclusi quelli dell’Asia, di coprire l’attività del centro localizzato in Russia.

Lemanik: il mercato giapponese il più attrattivo tra quelli sviluppati

Secondo Marcel Zimmermann, la crisi immobiliare in Cina rimane un freno alla sua crescita, mentre le esportazioni potrebbero essere esposte al deterioramento geopolitico in Europa.

“Nel contesto attuale consideriamo le valutazioni del mercato giapponese a medio lungo termine molto attrattive sia per il potenziale della crescita regionale, sia per la possibilità di una rivalutazione del listino nipponico più vicino ai livelli degli altri mercati sviluppati”. È l’analisi di Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity.

L’invasione dell’Ucraina da parte delle forze russe e le immediate e massicce sanzioni sull’aggressore da parte di Ue, Usa e altri paesi hanno messo il mondo finanziario su una strada imprevedibile. Non sappiamo ancora quali effetti avranno le sanzioni sulle catene di approvvigionamento globale, sul sentimento dei consumatori, sull’inflazione. La Banca di Sviluppo Asiatico prevede comunque una crescita regionale del 5.3% nel 2022. Questo è superiore all’Europa e agli Stati Uniti. Nel 2021 è stato firmato il patto più importante di libero scambio a livello globale, il Rcep, che copre il 30% del Pil globale e quasi un terzo della popolazione del mondo. Questo patto darà spinta a una diversificazione delle catene di distribuzione che attualmente è molto concentrata in Cina verso i paesi Sud Est asiatici e apre una grande opportunità d’investimento anche per il Giappone, la Corea del Sud ed i paesi Asean.

Il mercato azionario giapponese ha le valutazioni più attrattive tra i mercati sviluppati, sia a livello di valore intrinseco sia a livello di indebitamento aziendale. Il basso indebitamento dà alle aziende più spazio per gestire momenti di stress finanziario e/o geopolitico. Va anche considerato che con una forte incertezza geopolitica ed economica, la visibilità e le previsioni sugli utili e le vendite diventano scarse. In questo contesto incerto, un basso valore aziendale e un modesto indebitamento sono dei criteri chiave per valutare un’azienda.

Un altro punto a favore del Giappone riguarda la previsione di un aumento dell’inflazione, anche se è un’arma a doppio taglio. Da un lato, l’inflazione riduce il potere d’acquisto il che è chiaramente un fattore negativo, ma le valutazioni aziendali sotto il valore intrinseco sono anche un tipo di protezione inflazionistica. È anche per questo che il mercato si sposta attualmente di più verso il segmento value. “In questo contesto abbiamo continuato a ridurre l’esposizione in Cina. La crisi immobiliare nel paese rimane un freno alla sua crescita, mentre le esportazioni potrebbero essere esposte al deterioramento geopolitico in Europa”, conclude Zimmermann. “La ponderazione nella tecnologia è stata ulteriormente ridotta a favore del segmento value giapponese. Le basse valutazioni fondamentali in Asia, in particolare in Giappone e in Cina, dovrebbero contribuire a mitigare parzialmente il maggiore profilo di rischio globale. Osserviamo infine attentamente il movimento dell’euro: un ulteriore deterioramento geopolitico in Europa sarebbe negativo e segnalerebbe un parziale scioglimento della copertura valutaria contro lo yen, il dollaro di Hong Kong e il dollaro Usa”.

Lemanik: puntiamo su consumi discrezionali, sanità e industriali

La crisi Russia-Ucraina è un evento stagflazionario per le economie mondiali. Le crisi geopolitiche passate hanno generato buoni punti di entrata per gli investitori con un orizzonte temporale a medio-lungo termine.

“La crisi Russia-Ucraina è un evento stagflazionario e nel breve termine avrà un effetto negativo sulla crescita economica aumentando le aspettative di inflazione, specialmente in Europa”. È la view di Filippo Garbarino, gestore del fondo Lemanik Global Equity Opportunities.

Nel mese di febbraio i mercati azionari globali hanno continuato a correggere e l’indice MSCI World è sceso del 2.7%. La correzione è stata determinata dall’escalation della crisi Russia-Ucraina e dal notevole rincaro delle commodities (materie prime) che hanno alimentato ulteriormente le aspettative di inflazione. La crisi in Ucraina ha un effetto stagflazionario, che sembra almeno già parzialmente scontato nei prezzi correnti. Crisi geopolitiche passate hanno generato buoni punti di entrata per gli investitori con un orizzonte temporale a medio-lungo termine e ci sono buone probabilità che sarà così anche questa volta. L’incertezza attuale rallenterà anche le strategie di uscita della Bce e della Federal Reserve dalla loro politica di stimoli.

“In questo contesto il portafoglio del fondo sta trattando in linea con il mercato in termini valutativi, su base Free Cash Flow Yield (n.d.r.: si tratta del rendimento del flusso di cassa, ossia il rapporto di solvibilità finanziaria che confronta il flusso di cassa per singola azione rapportato al suo valore di mercato).”, conclude Garbarino. “A livello settoriale, il portafoglio non ha banche e petroliferi, settori considerati troppo rischiosi, mentre è sovrappesato sul settore dei consumi discrezionali, sanità e industriali. Il portafoglio è invece sottopesato sui beni di primi necessità. I tecnologici sono equipesati”.

La guerra, i mercati e le banche centrali: cosa ci aspetta e cosa non dobbiamo aspettarci

La Russia di Putin è disposta a tutto per difendere la sua posizione, e il mito della guerra-lampo è già crollato miseramente. Ecco cosa ci si può aspettare dalle banche centrali e dai mercati nei prossimi mesi del 2022.

Di Massimo Bonaventura

Dopo undici giorni di aggressione militare, L’invasione russa dell’Ucraina si è rivelata più aggressiva ed espansiva di quanto ci si attendesse all’inizio, allorquando gli analisti davano quasi per scontata una guerra-lampo che, se da un lato suscitava lo sdegno generale, dall’altro era l’auspicio di un attacco con scarsi effetti sui mercati mondiali.

Anche noi di P&F siamo stati incantati come Ulisse dal canto di queste sirene, ma adesso è chiaro più che mai che si tratta di un conflitto di ampio respiro geo-politico, anche internazionale, e l’iniziale obiettivo di smilitarizzare alcune zone russofone dell’Ucraina dove si sarebbero consumati crimini contro la popolazione russa del luogo ha rivelato il vero scopo di annettere l’intera Ucraina, rimuovendo e sostituendo la sua classe dirigente. Prova ne sia che l’esercito russo, a parte mostrare assoluta indifferenza verso i “danni collaterali” subiti dai civili, non sta distruggendo le infrastrutture vitali del paese che ha invaso: reti di telefonia cellulare, centrali energetiche, autostrade e ferrovie, porti commerciali e aeroporti civili vengono accuratamente tenuti lontani dal conflitto, ed anzi, come nel caso delle centrali nucleari, addirittura occupate e difese militarmente. Non si tratta certamente di motivi umanitari – che il dittatore finto-democratico Putin sembra sconoscere del tutto – ma di semplice protezione degli asset sottratti all’Ucraina, la cui continuità di funzionamento deve essere assicurata per la futura dominazione sul territorio e per assicurare una economia funzionale agli interessi della Russia.  

Quanto sopra porta a presagire che anche gli effetti sui mercati e sull’economia europea saranno più significative di quanto inizialmente ipotizzato, e gli impatti negativi potrebbero essere più gravi del previsto per le borse, almeno nel brevissimo periodo. La chiusura del “venerdì nero” della scorsa settimana ne è valida dimostrazione, e l’assenza di nuovi spunti e aperture – la continuazione dei colloqui tra delegati russi e ucraini sembra più che altro un negoziato per le condizioni della resa – non fa prevedere una settimana di corposi recuperi. Nonostante ciò, trasponendo la valutazione degli scenari in un’ottica globale, sembra improbabile che questa guerra possa causare una recessione, poiché l’aumento del prezzo del gas e del petrolio è largamente compensato da fondamentali economici molto solidi e da una ripresa economica che non accenna a diminuire. Inoltre, la produzione di beni durevoli appare robusta e le intenzioni di investimento delle imprese non sembrano essere state intaccate dagli eventi, dando stabilità alla crescita significativa dei redditi da lavoro (che sosterranno la domanda dei consumatori, nonostante l’aumento della bolletta energetica).

Le sorti dei mercati azionari appaiono legate al conflitto bellico attivo: non appena questo si attenuerà, la preoccupazione degli investitori diminuirà come d’incanto e assisteremo ad una rapida crescita dei valori di borsa, anche perché gli impatti negativi a breve termine dei prezzi energetici sulle attività produttive mondiali (secondo uno studio recente di UBS Investment Bank) potrebbero tradursi in un freno dello 0,1% sulla crescita globale, e ciò costituisce un freno per le banche centrali nell’utilizzare aggressivamente i tassi di interesse nel tentativo di rallentare l’inflazione senza provocare anche un rallentamento della crescita economica.

In estrema sintesi, lo scenario migliore – e più cinico, visto il coinvolgimento di una intera popolazione e della Comunità Internazionale – è quello che vede una rapida sostituzione della leadership ucraina e una cessione del controllo alla Russia. Lo scenario “di mezzo”, meno probabile ma ugualmente positivo, è quello in cui la Russia si ritira unilateralmente dopo aver raggiunto determinati obiettivi militari e politici. Gli altri scenari purtroppo prevedono una durata più lunga del conflitto, con impatti negativi gradualmente maggiori a seconda del tempo trascorso e del coinvolgimento della Comunità Internazionale, che oggi appare divisa ed ha un atteggiamento ambiguo: da un lato annuncia sanzioni durissime, e dall’altro non le mette in pratica perché manca la necessaria unanimità politica.

Lo scenario peggiore, manco a dirlo, è quello che vede i paesi membri della NATO entrare in conflitto diretto contro la Russia. Per quanto detto sopra relativamente alle sanzioni, un evento di questo tipo è ritenuto improbabile, ma l’eventuale ingresso di Moldavia e Lituania nell’Unione Europea verrebbe interpretata come una sorta di dichiarazione di guerra, poiché questi paesi –così come l’Ucraina – fanno parte di quella “zona cuscinetto” tra Russia e NATO ritenuta strategicamente irrinunciabile da Putin. Nel frattempo, le banche centrali rimangono preoccupate per i rischi di mantenimento rialzo dell’inflazione, e questo potrebbe giocare un ruolo importante nell’influenzare la propensione al rischio degli investitori. Le prospettive per i rendimenti obbligazionari rimangono incerte, dato il contrasto tra lotta all’inflazione elevata e rischio di rallentare  la crescita economica, ma la prospettiva rimane quella di politiche monetarie e fiscali ancora piuttosto accomodanti. Infatti, se la crescita dovesse iniziare ad indebolirsi, le banche centrali dovrebbero assumere un comportamento a metà strada tra la “modalità easing” e quella restrittiva, tardando il più possibile le misure monetarie restrittive allo scopo di evitare la recessione.

A livello valutario, il dollaro americano o e lo Yen sembrano già più apprezzati dell’Euro, che appare sotto pressione anche per via dell’attuale situazione del continente, molto vicino al conflitto sia politicamente che geograficamente. Inoltre, la Russia non è soltanto un grande produttore di petrolio e gas, ma anche di alluminio e fertilizzanti, per cui occorrerà più tempo per riconfigurare le catene di approvvigionamento verso altri paesi produttori di queste materie prime così vitali per l’Europa. Pertanto, le attese sono per uno spostamento dei capitali verso la Cina e i paesi emergenti dell’Asia, che sono meno colpiti dalla crisi e, soprattutto, saranno beneficiari della riconfigurazione delle catene di approvvigionamento delle materie prime precedentemente fornite dalla Russia.

Mercati: la forte correzione suggerisce che il peggio è alle spalle?

Secondo Didier Bouvignies di Rothschild, la crisi geo-politica sarà più grave rispetto a quella causata dall’annessione della Crimea nel 2014. Il forte deterioramento dello scenario e le sue conseguenze sui mercati finanziari richiedono un’attenta analisi della situazione.

Di Didier Bouvignies*

La situazione tra Russia e Ucraina appare complessa e soggetta a rapidi cambiamenti in base alle risposte delle varie istituzioni. Tuttavia, alla luce della manifestata volontà di smilitarizzare l’Ucraina sono attualmente ipotizzabili due scenari. Il primo implica la rimessa in discussione dell’indipendenza dell’Ucraina, con la destituzione del Presidente Zelenski e l’instaurazione di un nuovo governo filorusso simile a quello della Bielorussia; Il secondo presuppone che il Presidente Putin spinga le sue velleità bellicose fino ai Paesi Baltici o alla Polonia. L’appartenenza di questi stati alla NATO implicherebbe conseguenze molto più drammatiche e suggerirebbe un conflitto armato di ampia portata, a differenza del primo scenario.

Il primo scenario, che al momento sembra il più plausibile, implica che la risposta occidentale si limiterebbe a calibrare solo diverse sanzioni economiche. Bisogna però tenere a mente che le sanzioni attuate dopo l’annessione della Crimea non hanno ottenuto l’effetto dissuasivo previsto, e che la dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia rimane una questione centrale (il 40% delle importazioni europee di gas e il 25% di petrolio provengono dalla Russia). Inoltre, da un punto di vista economico, il più vasto stato al mondo pesa relativamente poco sulla scena mondiale dopo il crollo del rublo. Non è infine da escludere il rischio di interruzione delle forniture, anche se storicamente la Russia non le ha mai sospese. Un conflitto armato potrebbe in ogni caso danneggiare gli oleodotti che attraversano l’Ucraina.

A questo punto, la conseguenza più importante sarebbe un rallentamento della crescita, catalizzato da un aumento dell’inflazione legato all’aumento dei prezzi dell’energia. Questa situazione potrebbe gravare sul prezzo dei fattori produttivi delle aziende e sul potere d’acquisto delle famiglie, ma con una crescita per il 2022 stimata al 4% questo nuovo paradigma non sarebbe in grado di rompere la dinamica positiva, che rimane robusta grazie all’elevato livello di risparmio (quasi il 10% del reddito disponibile delle famiglie) e alle scorte ancora relativamente basse delle imprese.

Gli ultimi accadimenti potrebbero spingere le banche centrali a mettere in discussione la loro stretta monetaria, considerando che l’aumento delle materie prime esercita naturalmente un effetto recessivo. La questione sarà molto più rilevante per la Bce che per la Fed, a causa del limitato impatto dell’escalation militare sull’economia americana, della sua autonomia energetica e delle minori ripercussioni sui prezzi di questo conflitto europeo.

Relativamente ai mercati finanziari, le conseguenze della crisi restano per il momento difficili da misurare. Tuttavia, bisogna tener presente che nei 19 eventi geopolitici che si sono verificati dal 1945 a oggi, nel 78% dei casi, i mercati sono tornati positivi dopo tre mesi, con un calo medio dal punto massimo al punto minimo di circa il 9%, corrispondente al crollo già osservato dall’inizio di febbraio. Fanno eccezione due casi: la guerra del Golfo nel 1990 e la guerra del Kippur nel 1973, con crolli rispettivamente dell’11% e del 15%.

Negli ultimi giorni, i mercati sono andati giù pesantemente e hanno cancellato i guadagni dell’ultimo anno, mentre gli indicatori tecnici suggeriscono che il sentiment degli investitori è sceso fortemente dalla flessione dei mercati di novembre e si sta avvicinando al livello di capitolazione. Anche se questa crisi sarà probabilmente di maggiore portata rispetto a quella causata dall’annessione della Crimea nel 2014, in un contesto in cui le preoccupazioni per l’inflazione sono centrali, la forte correzione dei mercati può comunque suggerire che gran parte delle perdite è ormai alle spalle. Ricordiamo inoltre che, a differenza delle crisi passate, la ricerca di protezione in questo momento di tensione, il cosiddetto fligh to quality, è meno orientata verso i titoli di Stato a causa dell’inversione di tendenza delle politiche monetarie, che diventerà inevitabilmente la principale fonte di dibattito una volta che la situazione si sarà calmata.

* Responsable de gestión Rothschild & Cie Gestion

Guerra in Europa, volatilità garantita. Si teme una nuova Cecenia, ma niente recessione

Le sanzioni comminate alla Russia dall’Unione Europea e dagli altri paesi occidentali tradiscono la previsione di un conflitto dagli effetti durevoli. I mercati finanziari dovranno adattarsi rapidamente, sopportando il ritorno della volatilità.

Di Massimo Bonaventura

“L’aggressione della Russia verso l’Ucraina sarà una nuova Cecenia”? E’ questa la domanda che tutti gli analisti, in buona compagnia dei gestori di asset management, si stanno facendo in queste ore, e la sensazione che siamo di fronte ad un conflitto dagli effetti durevoli sull’economia mondiale è sempre più viva, tanto da far intravedere lo spettro di uno scontro bellico simile a quello che la Russia ha portato avanti per un decennio (1999-2009) contro i separatisti ceceni. Del resto, lo stile della propaganda russa per giustificare un atto vile come la guerra è identico a quello usato a fine millennio: gli ucraini, come i ceceni, definiti “terroristi e neonazisti”, e via con le bombe.

Pertanto, solo tra qualche mese sapremo quanto avrà avuto da perdere la Russia, e quanto il resto del mondo da questa aggressione che, se ci fosse stato un briciolo di buona fede politica da parte di Putin, avrebbe trovato migliore – e pacifico – contenitore nella Assemblea della Nazioni Unite. Nel frattempo, gli stati occidentali si chiedono in che modo poter ovviare alle probabili ritorsioni che la Russia indirizzerà ai paesi europei attraverso le forniture di gas. L’Europa, infatti, ha fatto sapere (tramite la Von Der Leyen) che fornirà armi all’Ucraina, ma contestualmente, con un sofisticato atteggiamento diplomatico, ha tenuto fuori alcune banche russe dallo “spegnimento” del canale bancario internazionale Swift per consentire i pagamenti del gas, quasi a voler comunicare allo zar Putin che le porte non si sono chiuse del tutto, e che al gas russo l’Europa non può rinunciare.

C’è da dire che, al momento, l’UE importa circa il 40% del suo gas dalla Russia. Questo Putin lo sa bene, e certamente un tale livello di dipendenza energetica dell’Europa  – la vera forza strategica della Russia, più efficace di qualunque missile  intercontinentale – permetterà il perpetrarsi di un ricatto potenziale contro le sanzioni economiche imposte dall’Occidente. Peraltro, da quando il Cremlino ha ridotto del 25 per cento le forniture i prezzi del gas nell’Unione europea sono quadruplicati, facendo impennare anche i prezzi dell’energia elettrica che viene prodotta attraverso il gas naturale.

Pertanto, la vera incognita non è la guerra in sé, bensì la durata del suo proseguimento e il grado di coinvolgimento degli altri paesi – dall’Europa al Giappone, passando dall’Australia – che in queste ore stanno manifestando la volontà di sostenere in tutti i modi l’Ucraina, che Putin vorrebbe annessa alla Russia. Ebbene, se la guerra dovesse rimanere confinata in Ucraina, è probabile che i mercati finanziari abbiano già scontato tale scenario nelle quotazioni; ma se così non fosse, la situazione si farebbe grave, e la sommatoria di alta inflazione, inasprimento della politica monetaria di Bce e Fed, i problemi sulle filiere di approvvigionamento delle materie prime e semilavorati, e la pandemia che non accenna a finire sono tutti elementi che mettono paura ai mercati.

Tuttavia, nonostante l’aggressione russa sia più estesa del previsto e le sue richieste per un cessate il fuoco addirittura improponibili, sembra improbabile che tutto ciò possa causare una recessione, dal momento che le ripercussioni sul commercio e le attività sarebbero ampiamente compensate dai fondamentali economici molto solidi e dalla ripresa economica ancora in atto, che genera la attuale crescita significativa del reddito da lavoro. Nel breve periodo, però, l’instabilità dei mercati è garantita, poiché gli scambi azionari basati sull’ipotesi di una guerra lampo e di una soluzione rapida del conflitto lasceranno il posto, nei prossimi giorni, ad una serie di notizie contraddittorie che vanno dalla esclusione della banca centrale russa dai circuiti internazionali all’alert nucleare. Inoltre, la violenza della correzione della Borsa russa e il crollo del rublo sono segnali importanti, e senza l’apertura di una trattativa concreta il mercato rimarrà vulnerabile.

In una situazione del genere, molto dipende dall’atteggiamento delle banche centrali, che potrebbero passare dalle politiche restrittive a nuovi scenari temporaneamente accomodanti. Infatti, Christine Lagarde ha già annunciato che la Bce metterà a disposizione la liquidità necessaria per far fronte ai costi della crisi, e i bond dovrebbero festeggiare. Ma per quanto?

Il “premio Covid” mette a rischio alcuni settori del mercato azionario

Secondo Christian Schmitt di Ethenea, le valutazioni assolute di alcune classi di azioni sono tutt’altro che convenienti in termini storici e soggette a forti oscillazioni di prezzo.

“In un contesto caratterizzato dall’aumento dell’inflazione e dal rialzo dei tassi di interesse, le azioni restano la soluzione di investimento più interessante. Tuttavia, in molti segmenti del mercato azionario, a partire dal Nasdaq, ravvisiamo un significativo potenziale di rischio latente”. È l’analisi di Christian Schmitt, portfolio manager di Ethenea e gestore del fondo Ethna-Dynamisch.

Sul mercato dei capitali, il nuovo anno è iniziato all’insegna di flessioni talvolta drastiche, sia sul fronte azionario sia su quello obbligazionario. Se in termini economici gran parte delle società continua a evidenziare un ottimo andamento, l’inflazione persistentemente alta, soprattutto negli Stati Uniti, sta mettendo sotto pressione la Federal Reserve, inducendola ad aumentare rapidamente i tassi di riferimento e se fino a settembre 2021 le stime di consenso indicavano che il primo intervento sui tassi non sarebbe avvenuto prima del 2023, oggi il mercato sconta già ben cinque rialzi nel solo 2022.

Dal punto di vista dei mercati azionari, gli sviluppi sul fronte dei tassi e in particolare dei rendimenti delle obbligazioni a lunga scadenza sono importanti, in quanto hanno un impatto diretto sulle quotazioni di tutte le asset class. “Le valutazioni assolute delle azioni sono tutt’altro che convenienti in termini storici”, spiega Schmitt, “e le occasioni degne di nota sono pressoché inesistenti. Inoltre, la vera attrattiva delle azioni deriva dalle allettanti valutazioni relative, ossia dal confronto con altre alternative d’investimento. Qualsiasi scostamento potenzialmente duraturo dall’attuale contesto di tassi bassi mette quindi alla prova i livelli di valutazione prevalenti e può generare forti oscillazioni di prezzo”.

Già un anno fa abbiamo notato eccessi in singoli segmenti di mercato, come quello del “non-profitable tech”, aziende tecnologiche giovani, dirompenti, spesso ad alto contenuto tecnologico, che presentano un potenziale di mercato significativo ma che non sono ancora remunerative e, nei casi più estremi, non generano alcun reddito. I prezzi azionari di molte di queste aziende hanno raggiunto i massimi nella primavera del 2021 e da allora hanno subito un brusco calo. Nonostante le perdite, molti di questi titoli presentano tutt’ora quotazioni elevate, eppure, se si prendono come riferimento gli afflussi degli Etf e dei fondi azionari corrispondenti, a differenza di quanto osservato in passato in situazioni analoghe, oggi quasi nessun investitore ha reagito alle pesanti perdite finora subite con vendite indiscriminate. Alla luce di ciò, in questo segmento di mercato continuiamo a ravvisare un potenziale di rischio latente, e situazioni analoghe stanno emergendo anche in altre aree del mercato.

“Molti di questi titoli si trovano all’interno del Nasdaq, dove molte aziende godono di un sostanzioso “premio Covid”, con valutazioni superiori o molto superiori al loro intervallo di valutazione pre-Covid, con un peso sproporzionato all’interno dei portafogli e degli indici”, prosegue Schmitt. “Si va dalle mega cap come Alphabet alle large cap come la tedesca SAP e alle mid cap statunitensi come Dynatrace o Paycom Software. Ma anche in altri settori si trovano società che vengono scambiate al di sopra delle loro medie storiche, come per esempio la farmaceutica svizzera Roche e gli asset manager statunitensi BlackRock e Charles Schwab. L’investimento in ciascuno di questi titoli può avere senso in una logica di investimento bottom-up, ma occorre non si possono ignorare i rischi top-down associati nell’attuale contesto di mercato. Per questo motivo, nel fondo Ethna-DYNAMISCH abbiamo ridotto significativamente le posizioni su questa tipologia di titoli, ma non li abbiamo liquidati completamente”.

La Cina del 2022 sarà una “stand alone asset class”?

Nonostante gli interventi governativi del 2021, il mercato azionario cinese oggi appare più solido e sostenibile, e la Cina potrebbe diventare nel 2022 un asset class quasi impermeabile agli eventi del resto del mondo.

Di UBS A.M. Italia

Sui mercati azionario e obbligazionario cinese dell’Anno della Tigre cominciano ad affermarsi le caratteristiche atipiche rispetto a quelle che negli ultimi venti anni la c.d. globalizzazione economica e produttiva ha determinato in capo alle borse mondiali. Tanto è vero che, mentre nel mondo occidentale si cerca di dare soluzione alla minaccia dell’inflazione durevole alzando i tassi di interesse, in Cina succede l’esatto contrario, con la banca centrale intenta a confermare la politica monetaria accomodante e a non escludere ulteriori limature dei tassi per sostenere ancora l’economia.

Questa decorrelazione così evidente, però, non è inizia certo in epoca di pandemia. Infatti, negli ultimi cinque anni c’è stata una grande accelerazione del numero di asset allocator che hanno iniziato a studiare la Cina come un’asset class separata dai mercati emergenti. Il mercato cinese è secondo solo agli Stati Uniti in termini di dimensioni e può recuperare il ritardo se si continua ad assistere a nuove aziende, IPO e ad una crescita costante. Inoltre, c’è stata una grande correzione del mercato, e ora dovrebbero presentarsi opportunità in determinati settori, in particolare quelli con aziende che puntano alla crescita del reddito medio.

Facendo un passo indietro di qualche mese, se da un lato l’incisiva regolamentazione governativa aveva fatto sorgere un periodo di incertezza e portato ad una sostanziale riduzione del livello dei prezzi, dall’altro il perseguimento del disegno politico della c.d. Common Prosperity cinese ha creato le basi per un mercato più solido e sostenibile per gli anni a venire. In poche parole, si tratta di una nuova era per la Cina, e questo può rappresentare una vera opportunità per gli investimenti. Infatti, la sua caratteristica di “stand alone asset class” è in grado di influenzare anche il suo stesso posizionamento all’interno dei portafogli.

In tal senso, sono quattro i principali motivi per aumentare il peso di questa asset class. Il primo riguarda il c.d. “baricentro della crescita”, che negli ultimi anni si è spostato in Asia e qui rimarrà secondo le stime del FMI. Il secondo è relativo all’ampiezza del mercato cinese, sia azionario che obbligazionario, che rappresentano oggi il secondo mercato al mondo dopo quello degli Stati Uniti ma che non si rispecchia nella giusta proporzione all’interno dei portafogli, dove abbiamo ancora una allocazione residuale. Il terzo motivo riguarda l’apertura dei mercati cinesi nei principali indici globali, che renderà questa asset class sempre più liquida. Ultimo, ma non meno importante, il posizionamento strategico di questa nazione, destinatario di grandi progetti nazionali ed internazionali e sorretto dal piano quinquennale di Xi Jinping incentrato sulla tecnologia e sulla crescita del consumo interno sono tutti segnali di come la Cina voglia pianificare il proprio futuro da protagonista.

Ecco perché la Cina era e sarà sempre di più una stand alone asset class, e continuerà a crescere di importanza tra gli asset allocator.

Relativamente al mercato obbligazionario cinese, il 2021 è stato un anno fenomenale in termini di allocazione nominale su base stand alone, e la domanda di bond è arrivata prima dagli asset manager dell’Europa, poi da altri paesi che hanno gradualmente aumentato la propria esposizione e si sono staccati dalla classica allocazione proporzionale che vedeva la Cina tra i c.d. paesi emergenti. Nonostante ciò, il livello di allocazione di mercato delle obbligazioni cinesi è al 5 o 6% oggi, e rispetto alla percentuale di contribuzione della Cina al PIL mondiale, che è del 20%, lo spazio di crescita è enorme. L’offerta complessiva di credito al mercato probabilmente toccherà il punto di minimo nel primo o nel secondo trimestre del 2022, e poi inizierà a risalire. Probabilmente bisognerebbe essere un po’ più ribassisti sulle obbligazioni nel secondo semestre dell’anno, dato che c’è sempre un ritardo di circa 10 mesi una volta raggiunto il punto minimo dell’impulso creditizio.

Relativamente al mercato azionario, la sensibile correzione dei mesi scorsi ha creato delle opportunità, soprattutto per via dell’obiettivo del governo cinese di far crescere il reddito della classe media. Si ritiene pertanto che potranno crescere le quotazioni delle aziende quotate che si avvantaggeranno dell’aumento del reddito dei consumatori e della domanda di consumi, come quelle di produzione degli elettrodomestici, di quelle finanziarie, di quelle che si occupano di assistenza sanitaria e di beni di largo consumo. Le aziende produttrici di semiconduttori sono probabilmente costose, per cui bisognerà fare attenzione a cosa comprare, mentre relativamente alle aziende di servizi finanziari è necessario distinguere quelle che si occupano di credito, poco convenienti per via dell’alto livello di credito già esistente, da quelle di gestione patrimoniale e di servizi assicurativi, che invece sono sottodimensionate.

Fondamentale, comunque, è concentrarsi in ogni caso sullo stock picking anziché sul beta del mercato in generale. Inoltre, in termini di High Yeld, gli spazi di crescita ed alcuni indicatori suggeriscono che sarebbe conveniente passare dall’high yeld dei mercati emergenti all’high yeld cinese.

La crisi Ucraina affonda i listini mondiali. In caso di guerra recupero in breve tempo

Secondo alcuni analisti, in caso di guerra in Ucraina i mercati recupererebbero le perdite in poco tempo, in linea con le statistiche storiche, riportando i valori in linea con la congiuntura economica mondiale.

Mentre ora dopo ora sale la tensione al confine ucraino e il rischio di un’invasione della Russia si fa più concreta, analisti e gestori si interrogano sul “dopo”. Infatti, nonostante il lavoro febbrile delle diplomazie, la situazione sembra ormai precipitare verso una occupazione territoriale come non se ne vedevano dagli anni ’70, e l’unica speranza di evitare la strada dell’aggressione militare è adesso legata all’accettazione, da parte del governo ucraino e dei maggiori Paesi dello scacchiere mondiale, di una “resa anticipata” nel nome di superiori interessi economici e di un ingresso ufficiale dell’Ucraina nella sfera di influenza economica della Russia.

Del resto, da quando è salito al potere Putin non ha mai fatto mistero che l’Ucraina, per via della sua importanza strategica, fosse una specie di “regione ribelle” della Russia, mai veramente uscita da quella che una volta era l’URSS. Un po’ come Taiwan per il governo cinese, con i dovuti distinguo.

I mercati mondiali, naturalmente, risentono dell’acutizzarsi di queste tensioni, con il prezzo del petrolio che decolla e l’oro che sta a guardare dopo una bella corsa durata otto anni (+100%). Le circostanze, in ogni caso, consigliano prudenza agli investitori in azioni non mediate dal risparmio gestito, suggerendo un alleggerimento delle posizioni sostituendo con titoli di Stato a breve termine o valute rifugio come dollari e yen. Mentre scriviamo, a Piazza Affari il Ftse Mib cede il 3,57%, in linea con Francoforte (-3,53%) e Madrid (-2,92%). Male anche Parigi (-3,34%) e Amsterdam (-2,72%). In particolare, in Italia il rischio di una guerra colpisce soprattutto i titoli bancari, poiché una delle prime sanzioni che verrà applicata dall’Unione Europea alla Russia in caso di aggressione militare sarà la chiusura totale delle operazioni interbancarie verso le banche russe, che verranno isolate finanziariamente facendo cessare di colpo le attività economiche tra Russia e UE.

Secondo alcuni analisti, tuttavia, in caso di guerra in Ucraina i mercati dopo un breve periodo di tensione generalizzata recupererebbero le perdite in poco tempo, in linea con le statistiche storiche che vedono le borse arretrare pesantemente solo nelle prime due settimane, per poi recuperare rapidamente (o meno) a seconda della congiuntura mondiale, che in questo momento è lanciata verso la continuazione della crescita economica dell’area Euro, USA e Giappone, sia pur all’interno di un quadro inflattivo da tenere sotto controllo. Per esempio, la storia dei crolli di borsa degli Stati Uniti in concomitanza con eventi bellici del secolo scorso ci racconta che l’episodio più vistoso corrisponde alla Prima Guerra del Golfo, quando l’Iraq invase incautamente il Kuwait e lo S&P500 fece -16,9%. Al secondo posto l’attacco alle torri gemelle (-11,6%).

Per trovare un crollo più grave, bisogna andare a ritroso all’attacco a Pearl Harbor del 1941, che fece scendere la borsa americana del 19,8%. In tutti gli altri casi le perdite sono state molto più contenute, facendo assestare la media complessiva su un modesto -4,6%. Inoltre, sembra che l’Ucraina sia intenzionata  a rinunciare all’adesione alla Nato allo scopo di evitare una guerra con la Russia ed evitare perdite militari, civili ed economiche. Ciò permetterebbe la creazione di una sorta di “stato neutrale”, sul modello svizzero, che potrebbe rappresentare al momento il miglior risultato possibile.

Azionario Asia, ruotare i portafogli: meno tecnologia e più finanza

Secondo Marcel Zimmermann, le borse asiatiche hanno pagato l’accelerazione della Fed sui tassi d’interesse, ma le prospettive restano positive. La volatilità di questi mercati diminuirà dopo il primo rialzo dei tassi a marzo.

“Nel mese di gennaio, in tutta l’Asia soltanto Singapore, Hong Kong e Thailandia hanno avuto una performance positiva, mentre Corea del Sud, Giappone e Cina hanno fatto segnare le performance peggiori. Tuttavia le prospettive economiche dell’area restano positive, con una previsione di crescita del Pil nel 2022 pari al 5,3% secondo l’Asian Development Bank. Ma l’espansione regionale è legata alla capacità della Cina di contenere le crisi immobiliari, dato che è il più grande mercato di esportazione della regione”. È l’analisi di Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity.

Il sentiment positivo registrato nei mercati asiatici durante i primi giorni dell’anno è diventato negativo dopo la pubblicazione delle minute della riunione di dicembre della Fed, da cui è emerso un quadro ben più aggressivo di quanto gli operatori di mercato si aspettassero. La Federal Reserve ha chiaramente indicato la sua disponibilità a ridurre il sostegno politico in modo deciso. L’inflazione è ora considerata con grande preoccupazione e la piena occupazione potrebbe esacerbare ulteriormente questa tendenza.

Nel mese di gennaio, i rendimenti governativi sono aumentati in tutto il mondo, a eccezione della Cina, dove governo e banca centrale sono impegnati a contenere le ricadute della crisi immobiliare, che sta minando i prezzi e la ricchezza delle persone. Per la prima volta dalla crisi del Covid nel marzo 2020, l’indice Caixin China Manufacturing PMI è sceso sotto il livello di espansione. Mentre i dati sull’inflazione regionale sono relativamente stabili, dato che i colli di bottiglia nella logistica e nel processo di approvvigionamento industriale migliorano. A complicare il quadro, i due principali rischi geopolitici, Ucraina e Taiwan, che non si sono sgonfiati, e la ripresa dei test missilistici da parte della Corea del Nord. Nel prossimo autunno, il Congresso del Partito Nazionale Cinese dovrebbe rieleggere Xi Jinping come segretario generale e la nomina annullerebbe ufficialmente l’attuale meccanismo di successione che concentra un immenso potere su Xi. Mentre negli Stati Uniti, sempre in autunno, a novembre, si terranno le elezioni di metà mandato che decideranno il controllo di Senato e Camera.

“In questo contesto, abbiamo abbassato l’esposizione del fondo ai settori healthcare, tecnologia ed energia a favore dei titoli finanziari e industriali, da cui ci attendiamo una sovraperformance nella parte finale del ciclo economico”, spiega Zimmermann. “L’esposizione alla Cina è leggermente aumentata, ma rimane al di sotto del benchmark a causa della situazione di incertezza del Paese. Mentre è scesa sotto al benchmark anche l’allocazione paese in Corea del Sud, come conseguenza della riduzione dell’esposizione alla tecnologia. Continuiamo invece a sovrappesare il Giappone e il Sud-est asiatico. In generale, riteniamo che le valutazioni nella regione asiatica siano interessanti e ci aspettiamo una minore volatilità dei mercati azionari dopo il primo rialzo dei tassi di interesse a marzo”.