Maggio 25, 2026
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Covid19, l’incertezza nuoce all’Economia. Per vincere, bisogna agire come sopravvissuti

Quanto tempo durerà la crisi connessa alla pandemia del Covid19, e quando potremo considerarci fuori? Quando cominceremo a ricevere notizie certe e potremo pensare di essere tornati alla normalità? 

Articolo di Luca Marucci*

Da oltre due mesi, ormai, gli interrogativi sulla efficacia degli strumenti messi in atto dall’Italia e da tutti i più grandi paesi del mondo non smettono di alimentare un generale clima di incertezza che influenza interi settori dell’Economia, mercati finanziari compresi, e la Società Civile, tutti in attesa di vedere i risultati delle politiche d’intervento messe in campo dalle istituzioni nazionali e sovranazionali. In particolare, ci si chiede se le misure già adottate permetteranno all’economia globale di ripartire e di far intravedere i segnali di un recupero.

Pertanto, quando potremo dire di essere fuori dalla crisi?

La risposta non è semplice, e richiede alcune riflessioni. Certamente le politiche fin qui adottate rappresentano un primo intervento che andrà sicuramente e necessariamente ampliato, e sarà soggetto ad una costante revisione sia nel breve che nel medio periodo, quando si uscirà da un contesto “anormale” e si rientrerà in uno “normale” (che sarà comunque diverso da quello pre-Covid19). Nel frattempo, la necessità di uno sforzo generalizzato di tutti soggetti chiamati ad intervenire dovrà essere qualcosa d’inedito a livello globale, dal momento che la situazione che il mondo si è trovato ad affrontare non ha precedenti nella storia, dal dopoguerra in poi.

Dobbiamo anche considerare il fatto che, rispetto all’ultima pandemia (la famigerata “Spagnola”) la Società è profondamente cambiata, è esplosa la Rivoluzione Digitale e le interconnessioni globali – in primis le possibilità di spostamento di persone e merci – hanno raggiunto livelli impensabili anche solo fino ad un ventennio fa. Questo comporta l’esigenza di affrontare il problema come una singola entità, e non come unità separate che viaggiano in ordine sparso.

Di conseguenza, a prescindere dalla natura dagli strumenti messi in campo, questi dovranno essere armonizzati il più possibile e dovranno avere una “sensibilità” maggiore per quanto riguarda le singole realtà nazionali, allo scopo di non penalizzare in maniera eccessiva quei paesi che hanno problemi economici e di bilancio talmente seri che, qualora le misure intraprese non dovessero tenerne conto, potrebbero subire danni irrimediabili.

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Nell’immediato, i settori che avranno una maggiore resilienza saranno certamente quelli legati alle esigenze primarie delle persone, e cioè la c.d. grande distribuzione, i generi alimentari e l’intrattenimento domestico. Invece, i settori che avranno una ripartenza più difficile, e cioè quelli legati al turismo – con tutte le sue interconnessioni – dal settore aereo alle vacanze, dagli affitti brevi alla ristorazione, dovranno ripensare profondamente il loro business insieme a tutti quei settori dove le ridotte distanze fisiche e sociali erano il cardine della propria attività (cinema, concerti, discoteche, locali notturni etc).

In ogni caso, si può essere moderatamente ottimisti: molti settori potranno tornare ad uno stato di pre-crisi nel momento in cui il percorso di uscita dall’emergenza sanitaria sarà confermato dai dati e da una rinnovata fiducia da parte della popolazione, la cui vera necessità è ricevere notizie certe e pensare che il peggio sia finalmente alle spalle.

Infatti, l’incertezza viene costantemente alimentata da un numero impressionante di notizie non verificate, che circolano e ricevono immeritato credito. La diffusione di contenuti non veritieri, peraltro, influenza non poco, in circostanze come queste, le abitudini e il nostro stile di vita, che fino a due mesi fa davamo per scontati e che sono stati brutalmente sradicati da un evento inaspettato per velocità e virulenza.

Probabilmente, ciò che è successo, con il suo corollario di messaggi confusi e contrastanti, farà vivere all’intera popolazione mondiale uno stato di incertezza prolungata su tutte le sfere del nostro vivere.  Sicuramente questo comporterà, anche quando avremo superato pienamente l’emergenza e torneremo ad uno stato di tranquillità reale, un periodo di transizione temporalmente non ancora quantificabile. Basti pensare alla esperienza comune a tutti coloro che sono scampati un ad un grande pericolo (es. un incidente grave o qualsiasi altra cosa che fa temere la persona per la propria incolumità): questi soggetti hanno bisogno di un tempo e di input positivi per poter ritornare ad uno stato pre-evento. Allo stesso modo, per far sì che la crisi attuale sia la più breve possibile, tutti i soggetti che concorrono alla fase di “normalizzazione” ed al superamento dell’emergenza dovranno riflettere costantemente sui segnali da dare alla popolazione mondiale, in maniera omogenea, al fine di non allungare più del dovuto il periodo dell’incertezza.

Nel frattempo, sarà necessario imparare ad agire come dei “sopravvissuti”, ed apprezzare anche i piccoli progressi dell’Economia che, in attesa del ritorno alla normalità, saranno gli unici elementi su cui rifondare la nostra fiducia per il futuro.  

*Luca Marucci, consulente finanziario indipendente, analista quantitativo e formatore

 

Federpromm scrive a Conte. Estendere i bonus delle PMI a tutti i professionisti del risparmio

E’ necessario che i bonus previsti dal Governo vengano erogati a tutti, senza ulteriori strumenti di selezione, al fine di non aggravare ulteriormente lo stato di precarietà e di difficoltà  personale in cui attualmente si trovano tutti i lavoratori autonomi.

Roma 05 maggio 2020 – Con una nota inviata al Presidente del Consiglio e al Ministro del Lavoro e del Mef, Federpromm ha voluto richiamare l’attenzione del Governo a voler comprendere, nei prossimi provvedimenti in fase di approvazione, anche le figure professionali che oggi sono particolarmente attente alla tutela del risparmio delle famiglie italiane (consulenti finanziari, agenti in attività finanziaria e agenti assicurativi) affinchè possano beneficiare delle agevolazioni previste per le PMI, potenziando il Fondo Centrale di Garanzia.

Ecco il testo integrale:

In considerazione delle varie iniziative che il Suo Governo ha intrapreso e intende prossimamente adottare per poter superare la difficilissima situazione di crisi che interessa il nostro Paese, causa la pandemia di Covid 19, con evidenti ricadute su una possibile veloce ripresa di tutto il tessuto economico e produttivo ma anche – ci auguriamo – sulla tenuta dei rapporti occupazionali e delle conseguenti positive relazioni sociali, la scrivente Organizzazione sindacale Federpromm (Uiltucs)  in rappresentanza delle categorie associate (consulenti ed agenti finanziari, agenti e altri operatori del mercato finanziario ed assicurativo) chiede di estendere le agevolazioni previste per le PMI dal DL Liquidità, anche a tali figure professionali potenziando il Fondo Centrale di Garanzia PMI. 

Tale richiesta già fortemente avanzata sia dal Presidente dell ‘Organismo dei CF (OCF), prof.ssa C.R. Bedogni, e dal  Presidente dell’ OAM, prof. A. Catricalà, come da altre Organizzazioni di rappresentanza, è rispettosa del principio di uguaglianza costituzionalmente garantito per tutte le categorie professionali sopra citate e costituisce valido strumento di sostegno per poter consentire – in questo difficilissimo momento di identità collettiva  – il riavvio e rilancio di tutta la filiera delle attività finanziarie, di protezione, di educazione finanziaria  e di sviluppo della ripresa economica dell’Italia. 

In ultimo si vuole segnalare come il bonus di 600,00 euro per gli autonomi, già  erogato ad oltre 3,5 milioni di utenti, veda ancora in attesa circa 700 mila lavoratori autonomi. E’ pertanto necessario che il bonus venga erogato a tutti, senza ulteriori strumenti di selezione, al fine di non aggravare ulteriormente lo stato di precarietà e di difficoltà  personale in cui attualmente si trovano.

Manlio Marucci – Presidente  Federpromm””

L’UE futura colonia di USA, Cina e Russia? Senza una NEP (Nuova Politica Economica) è inevitabile

“Bisogna capire che tipo di modello di società si vorrà realizzare una volta passata la bufera del Covid19: ancora capitalismo di ultima generazione, oppure una  transizione obbligata verso una  società di tipo socialista o di vera democrazia partecipata?”

Di Manlio Marucci*

Saremo condannati a non far altro che sanare piaghe”. Così si espresse  Lenin al congresso del PC nel marzo del 1921, dopo che l’armata rossa, con tremenda ferocia,  soppresse  l’ammutinamento dei marinai e della guarnigione dei socialisti rivoluzionari di Kronstadt . Una triste storia, che diede vita poi a quel processo  di riforme obbligate che va sotto il nome di NEP (Nuova Politica Economica), con il ritorno al sistema  capitalistico e al libero commercio.  Una pagina amara che forse è utile ricordare per la sua similitudine con questa fase storica e socio-politica che sta attraversando l’Europa.

In  questa attuale fase di transizione, le trasformazioni  del  processo di sviluppo sono dominate variabili biologiche (e forse chimiche), i rapporti di scambio a livello mondiale sono condizionati  da un sistema finanziario governato dalla speculazione selvaggia e le politiche economiche dei vari Stati sono orientate su come mantenere posizioni di potere e di privilegio. In un sistema così, nasce l’esigenza di comprendere che tipo di modello di società si vorrà realizzare una volta passata la bufera del Covid19: ancora capitalismo di ultima generazione, o transizione obbligata verso una  società di tipo socialista o di vera democrazia partecipata ?

John Adam (1735-1826) così definiva l’idea futura di società:  “Ci sono due modi per conquistare e rendere schiava una nazione. Uno è tramite la spada. L’altro è tramite il debito”. Una locuzione quanto mai efficace nell’attuale contesto, soprattutto per  il nostro paese.  E se il debito fosse un falso problema? Per comprendere bene il fenomeno, e soprattutto il modo in cui il debito influenza  i vari aspetti  della società, bisogna risalire alla istituzione del sistema monetario, alla formazione del denaro e alle politiche che lo governano. In proposito ci aiutano alcuni dati. In un mondo in cui l’1% della popolazione possiede il 40% della ricchezza planetaria, 34.000 bambini muoiono ogni giorno di povertà e di malattie e il 50% della popolazione mondiale vive con meno di 2 dollari al giorno, ci vuol poco a capire che c’è qualcosa di veramente sbagliato in un siffatto sistema economico. Già nel lontano 1913, nel documento intitolato “Modern Money Mechanies” (La Tecnica Moderna della Moneta), si descriveva minuziosamente la procedura ufficiale per creare moneta (c.d. sistema a riserva frazionaria), mediante la quale la FED acquistava già allora i titoli del Tesoro attraverso miliardi di banconote della Federal Reserve create dal nulla (semplicemente stampate) e depositate su un conto corrente, trasformandole così in “moneta a corso legale”.

Oggi questa transazione moneta-titoli avviene elettronicamente, senza l’utilizzo di carta moneta, e solo il 3% della massa monetaria esiste in valuta fisica. L’altro 97% vive essenzialmente solo nei computer. Il problema è che quando la FED acquista questi titoli con moneta che ha creato essenzialmente dal nulla, il Governo in realtà sta promettendo di restituire quei soldi alla FED. Lo stesso sistema è stato adottato poi da tutti i Paesi , compresa la BCE; in questo senso, quindi,  Il denaro  viene creato dal debito, il quale diventa, per la collettività che lo deve utilizzare, una forma di schiavitù della società moderna, indipendentemente dal regime politico e di governo (cit. a ZEITGEIST:  https://youtu.be/H_oMPNYP9EM).

In questo momento di grave emergenza planetaria, sull’argomento si è aperto un vivace dibattito che sta coinvolgendo scuole di pensiero  di diversi orientamenti: economisti, banchieri, sociologici, politologi, governanti, scienziati, intellettuali di grido, giornalisti ed accademici; ma anche tecnici ed esperti  di comunicazione e  persino  la Chiesa. Ognuno di questi cerca di far prevalere la propria tesi, in ciò impedendo il perseguimento di una linea unitaria che consenta il superamento della pandemia ed il ritorno alla normalità. Tra gli interventi più significativi vale la pena ricordare quello di  Mario Draghi“…..Se è vero che nel tempo presente e futuro i debiti pubblici devono salire in tutto il mondo senza limiti, è però anche vero che, a fronte di questo processo incrementale, limiti possono pur sempre essere drammatici per l’Italia..” – oppure quello di Giulio Tremonti  – “……Al posto del Global Order si sta formando un Global Disorder, e la cassetta degli attrezzi è vuota…”). Degne di nota anche la proposta di Assonime  – “…..creare un nuovo soggetto, nella forma di un fondo di investimento a capitale prevalentemente pubblico, che possa supportare le imprese italiane nella difficile fase di ripresa dell’economia dalla crisi del Covid-19 attraverso nuove iniezioni di capitale e di liquidità, trasformabili in capitale a determinate condizioni…”, quella del Copasir  sul rischio derivati – “….Il Governo ha finito le cartucce a disposizione, ma il sistema creditizio va protetto dalla speculazione, altrimenti va in default tutta la baracca” – e quella di Paolo Savona – “…poggiare il peso interamente sull’indebitamento nelle sue varie forme aggrava il problema storico della leva finanziaria squilibrata della nostra economia, che viene considerato un freno a un maggiore saggio di investimento produttivo”. Non meno importante la tesi dell’AD di Banca Intesa Carlo Messina  – “….Le aziende hanno bisogno di finanziamenti a fondo perduto. Non bastano aiuti che aumentano i debiti, che vanno restituiti. Non è accettabile pensare di fare affidamento solo alle soluzioni in discussione sui tavoli europei”.

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In tutto questo fermento di idee, mi preme segnalare anche una proposta avanzata dall’associazione Moneta Positiva, che si è fatta promotrice di un comitato per un “Piano di Salvezza Nazionale” che si può leggere nella sua interezza al link https://pianodisalvezzanazionale.it/

Mentre il dibattito in corso tra i paesi dell’UE non trova una linea di azione unitaria, e gli USA varano un piano di intervento di ampia portata, ci si chiede se i  1.800 miliardi di euro stanziati dalla UE saranno sufficienti  per far ripartire l’economia dell’intero continente,  oppure se questi aiuti saranno usati prevalentemente  dalla Germania e pochi altri a scapito di tutti gli altri, soprattutto dell’Italia.

Del resto, se viene meno quel processo di unità politica tra tutti i 27 paesi dell’UE, sulla scorta della quale affrontare tutte le riforme necessarie (in primis quella fiscale), la stessa UE sarà inevitabilmente una semplice appendice coloniale, funzionale agli interessi  internazionali di USA, Russia, Cina e Giappone, ossia delle grandi potenze economiche che oggi sono veramente indipendenti da qualunque condizionamento esterno.    

 

 

Manlio Marucci, Presidente Federpromm-Uiltucs

Impresa e innovazione ai tempi del Covid-19. Lo zafferano di montagna siciliano, analisi costi e ricavi

Lo zafferano è una spezia di altissimo valore di mercato, fluttuante di anno in anno secondo le quantità prodotte. Il clima ideale è quello delle colline del Nord Italia, generalmente più freddo di quello della Sicilia, dove però è possibile riprodurre le stesse condizioni ad altitudini maggiori e con una migliore qualità dettata dalla maggiore esposizione al sole dell’isola.

Coniugare impresa e innovazione, anche in agricoltura, è sempre possibile, ed i requisiti richiesti sono uguali per tutti: decidere a quale settore imprenditoriale dedicarsi, avere una buona idea innovativa (o anche re-innovativa, nel senso di rielaborare nuovi processi di qualcosa che già esisteva), una media capacità di investimento, propensione alla comunicazione d’impresa ed un po’ di fortuna. Queste sono le poche tessere del puzzle che qualunque azienda deve mettere per avviare un’iniziativa che, in poco tempo, sia in grado di reggersi sulle proprie gambe, soprattutto allorquando gli effetti della pandemia di Covid-19 sull’economia (in termini di domanda) si saranno ridimensionati e permetteranno la ripresa degli scambi commerciali.

Negli ultimi anni, la maggior parte delle c.d. startup sono nate nel campo dei servizi digitali ed informatici, ma non sono pochi gli imprenditori e i manager che hanno scelto di indirizzare le proprie energie verso l’agricoltura, coniugando tecnologia e nuove idee a colture già note. Un caso a parte, per via delle caratteristiche specifiche, è quello della produzione dello Zafferano, che in Sicilia ha visto emergere la qualità di montagna grazie all’azienda agricola “La Torre” (nella foto il CEO Mauro Alcamisi, produttore dello “Zafferone“), una startup che ha sede all’interno della zona protetta del Parco delle Madonie, e che sviluppa il suo core business interamente su una mono coltivazione di altissima qualità.

Lo zafferano è una spezia molto pregiata e dalla resa molto bassa, al punto di meritarsi l’appellativo di “oro giallo”. Il paese con la maggior produzione di zafferano è l’Iran, seguito da India e Sri Lanka. Ma anche l’Italia, come vedremo, fa la sua parte. Lo zafferano italiano è qualitativamente superiore a quello proveniente dall’estero, per questo motivo piace molto ai consumatori stranieri che ne fanno grande richiesta. Basti pensare che ogni anno, l’Italia esporta ben 16 tonnellate di Zafferano in USA, Germania, Francia, Regno Unito e Brasile su tutti. La produzione diretta italiana – quella di pregio – si attesta annualmente sui 500-600 Kg., mentre tutto il resto (più di 15 tonnellate) è rappresentate da zafferano importato dall’Iran, lavorato in polvere e rivenduto all’estero.

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In Italia si produce in varie regioni, tra le quali la Toscana, le Marche, Abruzzi, Molise, Sardegna ed Emilia Romagna. Tuttavia, la produzione avviene nella pressoché totalità dei casi ad altitudini medie di 6oo metri sul livello del mare, e questo permette una produzione quantitativamente ottimale e qualitativamente soddisfacente. L’azienda di Alcamisi, però, si è spinta oltre gli 850 metri, riprendendo la tradizione – che giaceva del tutto abbandonata – di quei comuni montani che coltivavano zafferano (per uso personale, non per profitto) fino all’inizio del 1900, allorquando anche i piccoli fazzoletti di terra destinati alle coltivazioni delle spezie vennero convertiti per produrre ortaggi e legumi, necessari alla sopravvivenza.

Gli eventi storici del primo e secondo conflitto mondiale, a seguito dei quali molti contadini, chiamati alle armi, non tornarono più alle loro case, ne impedirono definitivamente il ricollocamento, e così la tradizione della produzione dello zafferano in Sicilia andò perduta.

C’è da dire che lo zafferano è una spezia di altissimo valore di mercato, fluttuante di anno in anno secondo le quantità prodotte, e richiede una grande quantità di ore/lavoro da parte di manodopera senza particolare specializzazione. Il clima ideale è quello delle colline del Nord Italia, generalmente più freddo di quello della Sicilia, dove però è possibile riprodurre le stesse condizioni ad altitudini maggiori – cioè in montagna – e con una migliore qualità dettata dalla maggiore esposizione al sole dell’isola. In Sicilia, infatti, i c.d. crochi, dai quali nascono i fiori viola dello zafferano, crescono spontaneamente nel sottobosco e nei prati di montagna del Parco delle Madonie.

La fase di startup della produzione nelle Madonie è stata avviata circa 5 anni fa, con un primo ciclo sperimentale della durata di 6 mesi, nel quale si è provveduto a preparare il terreno, ad implementare l’impianto dei primi duemila bulbi di crocus sativus. In occasione del primo raccolto (da agosto a fine ottobre), le analisi hanno confermato l’elevatissima qualità del prodotto, e così si è dato il via, dopo quasi un secolo, al primo zafferaneto di montagna che oggi occupa circa un ettaro di terreno soleggiato e conta quasi 500mila bulbi. La produzione in altura è quantitativamente inferiore (circa il 30-40% in meno) rispetto a quella collinare, ma la qualità del prodotto di montagna essiccato risulta più elevata. La conferma arriva dall’interessamento da parte dell’industria dolciaria, che ha dedicato allo zafferano di montagna una linea di prodotti specifica (come il celebre panettone dell’azienda Fiasconaro, realizzato in partnership con gli stilisti Dolce e Gabbana, agli agrumi e zafferano di Sicilia), molto apprezzata in tutto il mondo.

Per quanto riguarda le rese della coltura poliennale in collina, da 1000 m² di superficie si possono ricavare 120-150.000 fiori, e da questi si ricavano da 5 a 7 kg di stimmi freschi che, dopo l’essiccatura, divengono 1,0 – 1,4 kg. Nelle aree a coltura poliennale, di solito, al primo anno si realizzano  da 4 a 6 kg per ettaro di stimmi freschi, ma al secondo ben 12 kg e oltre. Negli anni successivi la produzione tende a diminuire, scendendo a 10 kg per ettaro al 3° anno e a livelli ancora inferiori negli anni successivi. In montagna, però, dove il livello qualitativo è molto più elevato, la produzione media non raggiunge i 5 kg per ettaro, ed è per questo motivo che la domanda risulta essere costantemente superiore all’offerta, determinando un prezzo maggiore.

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Relativamente all’analisi dei costi e dei ricavi, li possiamo sintetizzare brevemente in un elenco abbastanza esaustivo, che rende bene l’idea dell’investimento complessivo e delle aspettative di rendimento.

ANALISI DEI COSTI DI IMPIANTO

– valutazione agronomica del terreno: 200,00 euro;

– acquisto di 100.000 bulbi di zafferano olandese (dimensione > 3,18 cm di diametro – circonferenza 10/+). 30.000,00 euro;

– aratura, concimazione, fresatura, assolcatura e messa a dimora dei bulbi e successivo espianto dei bulbi con selezione: 1000 ore complessive per un totale di 10.000,00 euro;

– concime: 6.000,00 euro per 6.000 kg..

COSTI RICORRENTI

– eventuale affitto annuale del terreno: 5.000,00 euro per ettaro;

Naturalmente tutti i costi di impianto, in una coltivazione poliennale, si azzerano dal secondo anno.

Tali costi dovrebbero permettere un raccolto compreso tra 120.000 e 150.000 fiori in circa 30 giorni. Viste le dimensioni medie dello zafferaneto, serviranno complessivamente circa 8 ore (2 ore per due persone) al giorno per raccogliere tutti i fiori, e per la mondatura degli stimmi. Per l’essiccazione è sufficiente un essiccatore elettrico che consuma circa 0,5 euro di corrente all’ora, per un costo complessivo di circa 60 euro. A questi, infine, si aggiungono le analisi di laboratorio dello zafferano (fondamentali per capire il livello di qualità), al costo di 100,00 euro.

ANALISI DEI RICAVI – Occorrono circa 130 fiori per produrre 1g di zafferano essiccato; pertanto, con circa 100.000 la produzione sarà di 1,5 kg di prodotto, il cui valore – che dipende anche dalla qualità certificata dalle analisi – oscillerà tra i 10 e i 25 euro al grammo, a seconda del tipo di cliente finale (es. se utilizzatore industriale, artigianale, ristoratore o privato). Attribuendo un valore medio di 15 euro al grammo, e assumendo l’unità di prodotto in 0.20 grammi a confezione, possiamo stimare i ricavi medi annuali (tra vendite all’ingrosso e vendite al dettaglio) in circa 30.000,00 euro, ed un break-even point (punto di pareggio con rientro totale dall’investimento) a circa 20 mesi dal primo raccolto (26 mesi in totale). A questi risultati vanno aggiunti i maggiori ricavi derivanti dall’aumento spontaneo dei bulbi, utili per le produzioni future. Infatti, i bulbi di Zafferano messi a dimora solitamente si riproducono, e aumentano il capitale investito di circa il 35% ogni anno, consentendo un risparmio notevole, proprio nel bene che rappresenta l’investimento più impegnativo (i bulbi, appunto), nel caso in cui si voglia aumentare la produzione mettendo a coltura nuovo terreno da coltivare a zafferano. In alternativa, i bulbi in più che non si intende utilizzare possono essere venduti ad altri competitor o startupper, generando una voce costante di ricavo annuale che si aggiunge a quella della produzione principale.

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In definitiva, le nuove regole di distanziamento sociale e le difficoltà che i settori tradizionali dell’Economia incontreranno per effetto della pandemia di Covid-19, potrebbero favorire un ritorno delle nuove generazioni d’impresa verso l’agricoltura, che garantisce uno stile di vita più sicuro rispetto a quello cittadino delle fabbriche e dell’alta densità abitativa.

L’Italia, con la sua varietà di colture e secolari tradizioni in campo agricolo, potrebbe rivelarsi nell’imminente futuro come un laboratorio produttivo capace di creare nuovo lavoro e prosperità.

I patrimonials alla prova del tempo. L’Italia è un paese di imprenditori mancati e mancanti

Molte le imprese italiane in procinto di passare di mano nei prossimi venti anni, e l’attuale situazione di emergenza mondiale alimenta l’incertezza del futuro. Diventa fondamentale il ruolo dell’Asset Protection Advisory.

La Società Civile, intesa anche come insieme di “persone-lavoro”, sta vivendo profondi cambiamenti, che vanno da un progressivo invecchiamento della popolazione in età lavorativa alla concentrazione dei patrimoni e delle leve decisionali nella fascia dei patrimonials di età over 65; in più, anche la famiglia sta vivendo una sua evoluzione, dovendosi aggiungere, a quella tradizionale, le altre forme familistiche generate dalle unioni civili e dalle coppie di fatto.

Su tutte, regna sovrana una scarsa propensione a pianificare la successione familiare, persino in un momento così difficile rappresentato dalla pandemia di Coronavirus.

Infatti, una ricerca recente ha rivelato che il 77.0% dei patrimonials (i genitori dei millennials, gli attuali 60-70enni) non sta facendo niente di concreto per pianificare la successione (neanche il classico testamento), solo l’11.0% di coloro che ci stanno pensando ha protetto i soli valori mobiliari in una polizza vita, ed appena il 2.0% di loro ha costituito un fondo patrimoniale.

Queste percentuali, da sole, rivelano quanto bisogno ci sia in Italia di fare una corretta informazione sulla Consulenza Patrimoniale Integrata (Asset Protection Advisory), all’interno della quale la pianificazione successoria ha una parte molto importante.

Sul tema, peraltro, sembra che le uniche forme di comunicazione – meglio definirle pubblicità – oggi esistenti sono le brochure di alcune Organizzazioni Non Governative (cosiddette O.N.G.) che cercano, legittimamente, di sollecitare i detentori di patrimonio a donare la c.d. quota disponibile del proprio asse ereditario per sostenere le proprie strutture organizzative e le iniziative di solidarietà. Peccato che a queste ultime, in realtà, sia destinato solo, in media, il 40% del valore complessivo delle donazioni, mentre il restante 60% di esse va a coprire i costi strutturali (impiegati, volontari, pubblicità etc) delle stesse organizzazioni beneficiarie.

Altro assente ingiustificato è lo Stato, dal quale non proviene alcuna informazione utile (sotto forma di campagna istituzionale, per esempio) a restituire chiarezza a tutti coloro che, nel loro piccolo o nel loro grande, vorrebbero decidere da soli, ma bene informati, a chi donare la propria quota disponibile della futura eredità.

In campo imprenditoriale, poi, l’assenza di una rete di consulenti esperti in tutela del patrimonio si fa sentire particolarmente, dal momento che oltre 3.500.000 di imprese oggi sono condotte da un singolo imprenditore appartenente alla ormai “vetusta” generazione dei c.d. baby boomers, e molte aziende familiari chiudono i battenti in assenza di qualunque pianificazione del passaggio generazionale. Sul tema, c’è da dire che il nostro Paese non ha una vocazione alla trasmissione di una sana educazione d’impresa, che poche famiglie sono riuscite a portare avanti con successo. Nelle scuole superiori e nella maggioranza degli atenei universitari, infatti, la prevalenza di insegnamenti nozionistici sulla pratica professionale ha scoraggiato molti millennials a seguire le orme dei padri, e ciò ha sacrificato la formazione di nuovi leader aziendali generando una certa preferenza verso le professioni intellettuali, che spesso nulla hanno a che vedere con le attività di famiglia.

L’Italia, dunque, è un paese di imprenditori mancati e oggi “mancanti”, e di imprese a scomparsa (o in procinto di passere di mano). Sulla base di questi scenari, l’Asset Protection Advisory, con il consulente al centro del progetto di trasmissione degli asset familiari, non potrà che diventare la frontiera più avanzata della consulenza finanziaria, il cui format attuale – il c.d. Private Banking – viene ritenuto non più sufficiente a soddisfare le richieste dei patrimonials lungo l’intero ciclo di vita del patrimonio.

La consulenza patrimoniale, però, non è per molti; infatti, è richiesto dai clienti:

  • un rapporto professionale e fiduciario,
  • l’analisi puntuale dei loro bisogni (costruzione, sviluppo, protezione e trasmissione del patrimonio),
  • la possibilità di avere una visione di insieme, in ogni momento, di tutto il patrimonio, con strumenti semplici e di immediata fruizione,
  • un check-up accurato dello stato patrimoniale e del contesto familiare ed aziendale del cliente,
  • la giusta combinazione di soluzioni.

Questa consulenza ad ampio raggio protegge i patrimonials dagli specifici interessi dei fornitori dei servizi finanziari, per i quali la consulenza in funzione delle necessità del cliente non è certamente al primo posto. Infatti, l’errore più diffuso nel mondo bancario (anche nelle sezioni del c.d. Private Banking) è stato quello di non parlare con le persone dei loro desideri e obiettivi familiari, delle proprie aspirazioni, e soprattutto di non valutare il loro patrimonio complessivo ma solo la sua componente finanziaria liquida o investita in strumenti finanziari. Invece, i bisogni primari per ogni investitore sono le ragioni del loro risparmio e lo stile di vita desiderato: tutti bisogni semplici, che influenzano ogni giorno la situazione economica della famiglia e che hanno una certa ripetitività nel tempo.

In definitiva, l’eccessiva attenzione alla distribuzione dei servizi finanziari ha depresso quella relativa al patrimonio nella sua interezza: quote societarie, immobili, denaro, auto e moto veicoli, oggetti preziosi e opere d’arte; ma anche il patrimonio di affetti e tradizioni familiari, nonché quello delle competenze professionali trasmissibili alle nuove generazioni.

Sono questi gli aspetti della relazione che differenziano il consulente patrimoniale da un private banker o da un consulente finanziario.

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Buona lettura !

 

USA, top advisor al femminile: talento e sudore. Dalla povertà a portafogli da miliardi di dollari

Nel mondo della finanza mondiale esiste un nutrito numero di consulenti finanziari donne che, sebbene non siano molto conosciute nei circoli delle celebrità, sono piuttosto famose tra i top clients, ed i loro risultati non sono meno sbalorditivi dei migliori consulenti uomini.

In USA ed Europa, quando cerchi un consulente finanziario che sia adatto alle tue esigenze, lo trovi subito, ma quasi sempre si tratta di un uomo. Infatti, in qualunque canale dei media, i volti che scorrono sono prevalentemente al maschile. Non si tratta di discriminazione – come qualcuno vorrebbe far credere, cavalcando il concetto “politicamente corretto” (tutto europeo) della donna discriminata in tutti i settori – ma di un costume professionale ben radicato, a causa del quale, nel passato, si sono avvicinati a questa professione massimamente gli uomini, e solo negli ultimi quindici anni (in Europa) le donne.

A ben vedere, uguale fenomeno è accaduto in Italia nei ruoli dell’insegnamento, verso i quali le donne si sono proposte in massima parte, al contrario degli uomini (rapporto 70/30), ma nessuno grida allo scandalo né inneggia a “politiche di parità” per riequilibrare la situazione a favore del mondo maschile in quel settore.

Alcuni consulenti finanziari, soprattutto oltreoceano, sono diventati nomi e volti familiari attraverso programmi televisivi e libri, ma nel mondo della finanza esiste anche un nutrito numero di consulenti donne che, sebbene non siano molto conosciute nei circoli delle celebrità, sono piuttosto famose tra i top clients, ed i loro risultati sono assolutamente degni di nota. In USA, per esempio, esse gestiscono già miliardi di dollari per conto di aziende e di ricchi clienti, facendo professione di educazione finanziaria come “cavallo di Troia” per aggiungere nuova clientela e gestirne i patrimoni. Nella “vecchia” Europa, le consulenti cominciano a farsi strada in un mondo tradizionalmente dominato da figure maschili ma del tutto aperto, per sua natura, alle donne, il cui numero totale nel settore rimane basso ma è in costante aumento e non necessita affatto di quegli inopportuni strumenti di parità, utili soltanto ad aumentare artificiosamente la loro presenza numerica a totale detrimento della qualità e del merito.

In ogni caso, ci vuole determinazione per diventare un consulente finanziario di successo, quindi non sorprende leggere le storie di consulenti donne che, in un mercato difficile come quello americano, ce l’hanno fatta superando enormi difficoltà iniziali prima di imbattersi nella professione che le ha accolte e le ha fatte prosperare.

Suze Orman, per esempio, oggi ha un patrimonio personale di circa 35 milioni di dollari, e potrebbe essere sorprendente per alcuni sapere che una volta viveva in un furgone e lavorava per soli 3,50 dollari l’ora, nel 1973, ripulendo le chiome degli alberi. Ha sviluppato la sua forte etica del lavoro quando era bambina, vivendo nel sud della città di Chicago. Suo padre possedeva un negozio di specialità gastronomiche, dove lei e i suoi fratelli lavoravano ogni giorno dopo la scuola. Nel 1973 Suze lasciò l’Università dell’Illinois per dirigersi in California, e lungo il tragitto, per sopravvivere, lavorò presso una ditta di rimozione di detriti dalle strade, vivendo nel furgone di un’amica. In California trovò lavoro come cameriera, guadagnando bene con le mance dei clienti fissi, ma il denaro messo da parte fu perso a causa degli investimenti sbagliati del suo consulente di allora.  Anziché perdersi d’animo, sviluppò interesse per il settore della consulenza finanziaria e, dopo aver ottenuto le autorizzazioni per lavorare ed un prestito di 50.000 dollari dai suoi ex clienti più affezionati, ha intrapreso una splendida carriera ed è diventata prima vicepresidente degli investimenti presso Prudential Financial, e dopo qualche anno fondatrice del Suze Orman Financial Group (non mancando di restituire ogni singolo centesimo del prestito di 50.000 dollari).

Mellody Hobson era la figlia minore di una madre single che, a Chicago, si occupava di affitto e manutenzione di condomini per conto terzi, ma non era un lavoro che permetteva una certa stabilità finanziaria. Cadute in bassa fortuna, un giorno Mellody raggiunse l’apice della indigenza quando dovette riscaldare l’acqua per il bagno su una piastra calda in cucina, e fu quel giorno che giurò a se stessa che non si sarebbe mai più trovata in quella situazione, che lei non si stanca di definire come un “utile corso di sopravvivenza di base”.  Dopo aver abbracciato la professione di advisor e aver gradualmente raggiunto il successo nella vita, la Hobson oggi presiede numerose organizzazioni benefiche e filantropiche, è membro del consiglio di amministrazione di tre importanti società (tra cui DreamWorks Animation) ed è CEO di Ariel Investments, una società di investimento che gestisce 13 miliardi di dollari per conto di ricchi clienti USA. Da sempre seguace di Warren Buffett, Mellody Hobson sostiene che la pazienza ed il tempo sono i migliori ingredienti per costruire la ricchezza; non a caso il logo di Ariel Inv. è una tartaruga. “La cosa più importante che si può imparare dai soldi, e anche Warren Buffett parla di questo, è la tecnica dell’interesse composto. È l’ottava meraviglia del mondo. Se capisci l’interesse composto, capisci quali soldi lavorano a favore o contro di te”.

Karen McDonald

Karen McDonald, cresciuta in una tipica famiglia della middle class americana, è oggi consulente di punta di Morgan Stanley, e si è classificata al primo posto nel tradizionale sondaggio Barron’s del 2019. Ha un patrimonio gestito di 75 miliardi di dollari, e dirige un team di 11 collaboratori con i quali presta consulenza a molti dei clienti presenti nella speciale classifica Fortune 500. Oltre a fornire ai propri clienti imprenditori soluzioni di benefit per i dipendenti, si concentra anche sulla loro educazione a prendere decisioni finanziarie migliori o sui migliori piani di pensionamento privato. La McDonald, fautrice del gioco di squadra ad ogni livello aziendale, attribuisce il suo successo al fatto di essersi circondata di persone fantastiche e di aver costruito negli anni un team forte.

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Susan Kaplan

Susan Kaplan è il presidente di Kaplan Financial Services a Newton, nel Massachusetts. Ha un patrimonio gestito di 2,05 miliardi di dollari ed una media a cliente di 11 milioni. Proveniente da una famiglia poverissima, Susan ha usufruito di diverse borse di studio per conseguire una laurea, ed ha dovuto lavorare di notte per ottenere un MBA in finanza. Oggi ha una forte presenza mediatica (in particolare nel Wall Street Journal, su Bloomberg News, CNBC, WGBH ed altri canali televisivi nazionali), ed è stata nominata dai magazine Barron’s, Worth Magazine e Medical Economics tra i migliori consulenti finanziari del paese, consecutivamente, ogni anno dal 2000 ad oggi. La sua principale attività è quella di progettare piani pensionistici di altissimo livello per i suoi ricchi clienti, assicurando loro anche l’assistenza in campo immobiliare, fiscale e successorio.

Gillian Yu

Nata e cresciuta a Taiwan, Gillian Yu parla fluentemente mandarino, taiwanese e inglese, ed ha conseguito l’MBA presso l’Università della California, Berkeley, nel 2001. Gillian è entrata in Morgan Stanley Private Wealth Management nel 2015 dopo aver trascorso 14 anni con Credit Suisse Securities (USA) a San Francisco. All’inizio della sua carriera ha lavorato per la Chase Manhattan Bank a Taiwan. Dal 2011 è classificata tra le prime 100 consulenti finanziarie donne nella speciale classifica di Barron’s, ed è stata tra le prime 10 consulenti finanziarie donne nel 2013 e nel 2014. Le attività totali gestite di Yu sono pari a 5,85 miliardi di dollari, con una media per cliente di 100 milioni. Gillian concentra il proprio lavoro sulla fornitura di soluzioni complesse e olistiche di gestione patrimoniale transfrontaliere per individui e famiglie con un patrimonio netto molto elevato che vivono in Asia, negli Stati Uniti o in una combinazione di entrambi.

Elaine Meyers

Elaine Meyers si posiziona costantemente nella top 10 della lista Barron’s delle migliori consulenti finanziari donne, arrivando al nono posto nel 2019 ed all’ottavo nel 2018. È Amministratore Delegato e Consulente finanziario di JP Morgan Securities , una divisione di gestione patrimoniale di JP Morgan, ed è molto richiesta sulle strategie di gestione patrimoniale per i dirigenti , fondatori di tecnologia e imprenditori della Silicon Valley. Offre un approccio di tipo family-office alla gestione patrimoniale completa, fornendo assistenza nelle aree di diversificazione della ricchezza, della minimizzazione fiscale e della pianificazione patrimoniale, creando portafogli su misura non correlati alle posizioni azionarie tradizionali. Prima di entrare in JP Morgan nel 2016, Elaine ha iniziato la sua carriera nei servizi finanziari presso la Private Bank della Bank of America, ed ha trascorso oltre 10 anni come amministratore delegato presso Credit Suisse e quasi 14 anni presso importanti società di investimento internazionali. Il suo patrimonio gestito ammonta a circa 3,2 miliardi di dollari, ed i suoi clienti hanno un patrimonio netto medio di 300 milioni.

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Personaggi famosi e loro patrimoni. 10 storie “dalle stalle alle stelle” che alimentano il mito del sogno americano

Quasi tutti i personaggi più famosi del mondo dello spettacolo e dell’imprenditoria sono stati anche molto poveri. Un successo ed una ricchezza realizzati grazie alla lucida visione di se stessi e da tanta fatica.

Tranne rarissime eccezioni, il dorato mondo dello spettacolo e quello imprenditoriale sono popolati da persone e storie ai limiti del mito, tutti accomunati da inizi stentati e da tanta gavetta. La strada verso la fama e la ricchezza, per tutti questi, è stata disseminata da fallimenti, difficoltà e fatica, e non pochi di loro hanno stentato persino ad assicurarsi tutti i pasti giornalieri prima di raggiungere il benessere.

Qui di seguito vi raccontiamo dieci storie di altrettanti personaggi famosi e dei loro patrimoni, realizzati grazie al duro lavoro (anche 20 ore al giorno) e ad una buona dose di fortuna.

1. La famiglia di Sarah Jessica Parker, la protagonista della fortunata serie televisiva “Sex & The City”, non poteva permettersi l’elettricità o regali di compleanno. Molto prima che lei assumesse il ruolo iconico della scrittrice newyorkese Carrie Bradshaw, era solo una ragazza di Nelsonville, nell’Ohio, e la sua famiglia raramente celebrava compleanni, vacanze o altre occasioni familiari. Sarah Jessica Parker ha ottenuto il suo primo ruolo a Broadway all’età di 11 anni, e nel 19812 si è trasferita a Hollywood dove ha coronato una grande carriera. Il suo patrimonio personale vale oltre 100 milioni di dollari.

2. Ed Sheeran è oggi uno dei più grandi nomi della musica, ma ha iniziato come artista “povero” nella vivace scena musicale di Londra. Sheeran lasciò la scuola all’età di 16 anni, quando si trasferì nell’area metropolitana per frequentare la scuola di musica e suonare nei concerti locali. Il cantante passava spesso le notti a dormire nelle stazioni ferroviarie della metropolitana di Londra o in cima alle prese d’aria di riscaldamento fuori da Buckingham Palace. Sheeran ora vende milioni di CD ed è acclamato negli stadi di tutto il mondo. Il suo patrimonio netto è di 110 milioni di sterline.

3. Prima che Leonardo Di Caprio fosse uno dei più grandi nomi di Hollywood, con successi al botteghino come Titanic, The Revenant e The Wolf of Wall Street, era un bambino povero che cresceva alla periferia di Los Angeles, in un quartiere dominato dalla violenza delle gangs cittadine (da questa esperienza deriva il lato “oscuro” del famoso interprete). L’attore racconta di aver vissuto in grande povertà e di aver usato droghe in giovane età. In un’intervista con il Times, ha detto: “…sono cresciuto molto povero e ho visto l’altro lato dello spettro”. Il patrimonio netto stimato di Di Caprio è di 245 milioni di dollari.

4. Prima di essere “The Terminator” e governatore della California, Arnold Schwarzenegger viveva in una casa senza impianto idraulico e telefono. Cresciuto in una città austriaca del secondo dopoguerra, l’attore ricorda sempre la fame e le rivolte che si verificarono fuori dalla sua porta dopo la fine dell’annessione alla Germania nazista. Oggi è una delle star di film d’azione più ricche di tutti i tempi, e vanta un patrimonio netto di 400 milioni di dollari. Il catalogo di film che ha interpretato e prodotto ha guadagnato al botteghino circa 4,73 miliardi di dollari.

5. Celine Dion è cresciuta in Canada come la più piccola di quattordici fratelli. La sua famiglia ha attraversato momenti difficili nel tentativo di allevare dignitosamente tutti questi figli, ma fortunatamente la Dion ha realizzato le sue abilità musicali, iniziando ad esibirsi in piccoli eventi locali. Ha conosciuto il successo planetario con successi come “My Heart Will Go On” e “It’s All Coming Back To Me Now”, e man mano che la sua fama cresceva aumentava anche il patrimonio netto della star, che attualmente è valutato in 800 milioni di dollari.

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6. Prima che l’idea di Harry Potter arrivasse a J.K. Rowling in un sogno, la scrittrice era una madre single che faticava a pagare l’affitto e ad arrivare alla fine del mese senza aiuti economici da amici e parenti. La Rowling, inoltre, ha combattuto contro la depressione e altri ostacoli prima di diventare una delle scrittrici di maggior successo nella storia recente, nonché una delle autrici britanniche più amate di tutti i tempi. I diritti ricevuti sulla fortunata serie di film di Harry Potter le hanno un patrimonio netto pari a a circa 1 miliardo di sterline, costruito anche grazie alle vendite di sette romanzi di Harry Potter e una serie di film risultante di grande successo.

7. Oprah Winfrey è nata in una povera famiglia del Mississippi nel 1954, ma ciò non le ha impedito di raggiungere un successo senza pari. Dopo un’educazione traumatica in cui è stata abusata e molestata da due membri della famiglia e un amico di famiglia, è scappata di casa all’età di 13 anni. A 14 anni ha partorito – la bambina morì poco dopo – e appena maggiorenne ricevette una borsa di studio alla Tennessee State University. Dopo un’apparizione in un concorso di bellezza locale, divenne la prima corrispondente televisiva afroamericana nello stato alla giovane età di 19 anni. Il suo “The Oprah Winfrey Show” è andato in onda per 25 stagioni, dal 1986 al 2011, fin quando la Winfrey ha fondato OWN, la Oprah Winfrey Network. Il suo patrimonio netto è calcolato in circa 2,6 miliardi di dollari, rendendola una delle donne di colore più ricche al mondo.

8. Howard Schultz, CEO della catena di caffetterie Starbucks, è cresciuto come figlio di un camionista che a malapena riusciva a sbarcare il lunario. Nonostante sia cresciuto in una famiglia povera, aveva un talento atletico e conseguì una borsa di studio per il calcio all’Università del Michigan settentrionale. Dopo essersi laureato in comunicazione, Schultz ha lavorato per la Xerox, fin quando si è imbattuto in un piccolo bar chiamato Starbucks. Amava così tanto il caffè di quel bar che divenne il loro amministratore delegato nel 1987 dopo aver lasciato Xerox. Con l’aiuto di Schultz, Starbucks è presto cresciuto da una piccola azienda di caffè con una decina di negozi a un gigante con oltre 16.000 punti vendita in tutto il mondo. L’attuale patrimonio netto di Howard Schultz è di 4,1 miliardi di dollari.

9. Ralph Lauren ha sempre sognato di diventare un uomo ricco e di successo. Nel suo annuario della DeWitt Clinton High School del 1957, secondo quanto riferito Ralph Lauren scrisse “milionario” come uno dei suoi più grandi obiettivi di vita (non sapeva che sarebbe arrivato a superare quella cifra dieci volte). Figlio più giovane di immigrati ebrei che vivevano nel Bronx, Lauren è fuggito dalla sua realtà entrandone in una nuova. Il giovane Ralph Lipschitz (in seguito avrebbe cambiato il suo cognome in Lauren) amava i film, e alcuni sostengono che le star della Vecchia Hollywood continuino a ispirare i suoi progetti stilistici. Lauren ora ha un patrimonio netto di circa 7 miliardi.

10. Sebbene Steve Jobs sia esaltato oggi come una delle più grandi menti della storia moderna, è venuto da umili origini. I giovani genitori della classe operaia di Jobs hanno faticato a sostenerlo e a sbarcare il lunario. Fu presto accolto da un’altra coppia, Paul e Clara Jobs. Jobs era affascinato dai computer, anche in giovane età. Tuttavia, a Jobs non è mai piaciuta l’educazione formale. Dopo aver lasciato il college dopo il suo primo semestre, ha iniziato a lavorare presso la società di produzione di videogiochi Atari. Poco dopo, Jobs ha creato la prima macchina Apple in assoluto insieme a Steve Wozniak. All’età di 23 anni, Jobs valeva 1 milione di dollari, ha guadagnato 10 milioni all’età di 24 anni e ha superato i 100 milioni quando aveva 25 anni. Prima di morire, nel 2011, il suo patrimonio valeva già 10 miliardi di dollari; oggi, le azioni Apple ereditate dai suoi familiari varrebbero circa 50 miliardi.

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Economie emergenti: mercati e settori più promettenti nel 2020 secondo Atradius

Brasile, Colombia, Kazakistan, Emirati Arabi Uniti, Senegal e Vietnam offrono le migliori opportunità di sviluppo commerciale agli esportatori nel 2020.

Roma, 10 febbraio 2020 – Brasile, Colombia, Kazakistan, Emirati Arabi Uniti, Senegal e Vietnam: questi i Paesi che nel 2020 offriranno le migliori opportunità di sviluppo commerciale agli esportatori. L’analisi condotta da Atradius che evidenzia per le economie di questi Paesi un forte potenziale di crescita, in controtendenza rispetto alle controversie commerciali e al clima di incertezza globale, in particolare nei settori alimentare, farmaceutico, oil & gas, costruzioni e infrastrutture.

In America Latina, importanti opportunità di crescita sono attese nel settore dell’industria farmaceutica del Brasile (PIL +2,2% nel 2020), dove l’aumento della domanda di medicinali e farmaci specialistici e innovativi faranno da traino alla crescita del settore. Anche il comparto alimentare mostra una buona performance, supportato dalla crescente richiesta di prodotti alimentari ad alto valore aggiunto, in particolare quelli lattiero caseari. In Colombia, ci sono buone previsioni di crescita degli investimenti nei settori oil & gas e infrastrutture, il cui valore aggiunto dovrebbe crescere, rispettivamente, del +2,8% e del + 3,8% nel 2020.

Nell’Asia centrale, buone prospettive di crescita commerciale per l’export sono offerte dal Kazakistan (crescita del Pil prevista +4,2% nel 2020) nel settore farmaceutico, dove la maggiore stabilità del mercato ed il più ampio accesso ai servizi sanitari, sostengono la crescita dei consumi privati. La domanda di prodotti farmaceutici è motore di crescita anche negli Emirati Arabi Uniti (PIL + 2,3% nel 2020), considerato oggi un punto di rifermento internazionale per il turismo medico. Il valore del mercato farmaceutico dovrebbe aumentare a oltre 4,5 miliardi di dollari nel 2021 (3,2 miliardi di dollari nel 2016) stimolato dalla crescita della domanda di medicinali e servizi sanitari avanzati.

Tra i Paesi dell’Africa sub-sahariana, il Senegal si distingue per la buona tenuta dell’economia che, grazie a un clima politico stabile e un sistema istituzionale forte, mostra una previsione di crescita del + 6,4% nel 2020, ed è pronto ad offrire promettenti opportunità di crescita per l’export nei settori oil & gas e infrastrutture, grazie al nuovo programma di investimenti attuato dal governo locale per stimolare la costruzione di reti ferroviarie, infrastrutture per l’elettrificazione e nuovi parchi energetici.

A livello regionale, le economie emergenti dell’Asia hanno attualmente il più alto tasso di crescita, nonostante l’impatto del rallentamento dell’economia cinese. Buone opportunità per gli esportatori internazionali, in particolare nei settori dei trasporti e logistica, vengono offerte dal Vietnam che vedrà una crescita del PIL del 6,6% quest’anno, sostenuta dalla solida performance delle esportazioni e della produzione industriale. Opportunità di sviluppo commerciale nel mercato vietnamita sono attese anche nel settore retail e beni di consumo, che beneficia dell’aumento dei consumi privati con una crescita prevista del valore aggiunto del 6,5% nel 2020. Previsioni positive anche per il settore delle costruzioni, supportato dalla crescita degli investimenti nell’edilizia e nel mercato immobiliare, e per il settore agricolo, che tornerà a crescere dopo un rallentamento nel 2019, stimolato dalla domanda di fertilizzanti e pesticidi.

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Gli strumenti di protezione dell’imprenditore: separare l’azienda dalla famiglia. Patto di famiglia e Trust

La prima forma di difesa patrimoniale di un imprenditore consiste nel separare nettamente l’ambito familiare da quello aziendale, non facendo gravare il rischio d’impresa anche su quella parte di patrimonio che è riconducibile esclusivamente alle esigenze della famiglia.

Il nostro Ordinamento prevede il ricorso ad alcuni mezzi di protezione del patrimonio, ognuno dei quali risponde ad una propria specifica finalità, a seconda che serva a tutelare i beni facenti capo alle attività imprenditoriali o a quelli inerenti la famiglia. Pertanto, sebbene a molti possa sembrare innaturale, la prima forma di difesa del patrimonio dell’imprenditore consiste nel fare attenzione a separare nettamente i due ambiti (impresa e famiglia), senza creare alcuna “confusione” tra le rispettive risorse ed evitando i punti di contatto tra le due aree. Non è raro, infatti, che a seguito di un sequestro preventivo (che, ricordiamolo, in assenza di precedenti azioni di difesa coinvolgerà l’intero patrimonio), chi ne viene colpito faccia una enorme fatica a dimostrare al tribunale che certi beni, anziché all’impresa, erano destinati da sempre alla famiglia.

Pertanto, il lavoro di un imprenditore ha una doppia valenza: quella di portatore di reddito familiare, e quella di proprietario di un bene, l’azienda, dal quale ricavano il reddito l’imprenditore stesso ed una universalità di persone estranee alla sua famiglia.

Per i piccoli imprenditori spesso si tratta di una distinzione puramente ideale, dal momento che l’impresa assorbe tutti i mezzi finanziari (ed anche molti dei suoi congiunti, in qualità di collaboratori) dell’uomo-azienda, la cui serenità familiare dipende in tutto e per tutto dal successo della sua iniziativa. Questo atteggiamento, in caso di insuccesso e del tipico sovra-indebitamento riscontrabile nelle situazioni di crisi, mette a repentaglio anche quella parte di patrimonio che è riconducibile esclusivamente alle esigenze della famiglia in quanto tale, per cui è bene che l’imprenditore, al pari degli altri patrimonials[1], possa accedere ai tipici strumenti di protezione di quei beni (casa, conti e depositi personali, autoveicoli etc) che sono destinati ad essere fruiti da sé stesso e dai familiari.

In ambito imprenditoriale, Il nostro Codice Civile prevede la possibilità di costituire i c.d. patrimoni destinati ad uno specifico affare, e cioè uno o più patrimoni destinati ad una particolare operazione dal contenuto economico (ma non solo). Tale fattispecie “primordiale” di protezione – non sempre efficace, soprattutto se considerata “tardiva” rispetto all’insorgenza di iniziative da parte di terzi – viene costituito esclusivamente a garanzia dei finanziatori di quello specifico affare e crea un vero e proprio patrimonio separato da quello dell’azienda e della famiglia.

Altro strumento, molto meno semplice ma più efficace, è il Patto di Famiglia. Introdotto nel 2006 (L. n. 55), esso  viene utilizzato per il passaggio generazionale dell’azienda mentre l’imprenditore è ancora in vita, in deroga al divieto dei patti successori sancito dal nostro Ordinamento. Grazie a questo istituto, è possibile trasferire ad un l’azienda o rami di essa ad un congiunto, compensando gli altri familiari con il pagamento di una somma di denaro equivalente al valore delle quote dell’azienda che sarebbero loro spettate.

Per la sua validità è che necessario vi sia il consenso di tutti i legittimari, condizione spesso non perseguibile per eventuali dissensi tra questi. Inoltre, occorre contestualmente liquidare le quote di legittima ai medesimi legittimari cui non viene assegnata l’azienda o le partecipazioni societarie, e ancora più spesso questa circostanza impedisce il perfezionamento del patto di famiglia.

Le peculiarità del patrimonio aziendale, con il suo corollario di diritti di dipendenti, fornitori e finanziatori hanno richiesto uno strumento giuridico che permettesse una efficace modalità di trasmissione dell’azienda, alla cui guida non può subentrare solo colui (o coloro) che ne vengono investiti in virtù di soli criteri di legge; in tutti questi casi, infatti, gli errori o i litigi legati all’incompetenza dei nuovi dirigenti o alla mancanza di leadership possono determinare un ridimensionamento dell’impresa o addirittura la sua chiusura.

Infatti, gli imprenditori italiani di età superiore a 60 anni sono circa il 60% del totale nell’universo aziendale, ed è quindi probabile che la maggior parte di essi sarà portata a confrontarsi con il passaggio generazionale dell’azienda. Da una recente ricerca, il 70% degli imprenditori desidera far proseguire la conduzione dell’azienda da altri componenti della famiglia, mentre la restante parte non intende cederne il comando né la gestione. Ciò spiega, in parte, la bassissima percentuale (25%) di sopravvivenza delle aziende che giungono alla seconda generazione, e quella ancora più bassa (15%) che raggiunge la terza generazione.

In pratica, secondo queste statistiche, ogni 100 aziende presenti oggi solo 25 approderanno alla seconda generazione, e meno di 4 alla terza.

È interessante confrontare il Patto di Famiglia con un altro strumento giuridico che sembra tutelare con maggiore efficacia il passaggio generazionale dell’impresa: il Trust. Si tratta di un negozio giuridico tramite il quale l’imprenditore destina irrevocabilmente parte o l’intero patrimonio a un determinato scopo, a favore di specifici soggetti beneficiari; questi ultimi potranno godere di taluni benefici provenienti dal patrimonio conferito durante il periodo di efficacia del Trust, ed al suo termine si vedranno assegnare il patrimonio, il tutto secondo le regole dell’atto di istituzione del trust.

Il conferimento delle quote societarie nel Trust avviene mediante l’intestazione dei beni a un soggetto – persona fisica o giuridica – che è denominato trustee, il quale può disporre dei beni soltanto in conformità alle disposizioni contenute nell’atto istitutivo del Trust. Spesso, questo prevede anche la nomina di un guardiano (protector), al quale sono attribuiti poteri autorizzativi o di veto su determinati atti del trustee.

Il Trust, rispetto al Patto di famiglia, presenta alcuni vantaggi. Esso infatti può essere istituito con atto unilaterale del disponente senza la presenza e il consenso dei soggetti legittimari, purché, comunque, le sue caratteristiche non ledano i loro diritti. Il passaggio dei beni è soltanto futuro: finché il Trust è efficace (di solito si prevede che il trust termini con il decesso del disponente) essi sono gestiti dal trustee sulla base delle disposizioni contenute nell’atto istitutivo del Trust, così come redatto dall’imprenditore.

Da ciò deriva che il conferimento di beni immobili (o mobili registrati) e la loro tutela da aggressioni dei terzi avvenga senza l’applicazione dell’imposta di registro in misura proporzionale (9% del valore venale) che lo Stato esige nel caso di conferimento in una società, ma solo in misura fissa e del tutto marginale, dal momento che non si realizza una cessione di tali beni, ma solo un temporaneo spossessamento.

[1] Gruppo di individui nati tra il 1950 ed il 1965, ognuno dei quali è a capo di un patrimonio familiare, tra beni mobili ed immobili, superiore a 750.000 euro.

 

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Le famiglie italiane ed il patrimonio immobiliare privato: chi pagherà le tasse di successione?

Nell’ambito di una corretta pianificazione patrimoniale, i detentori di immobili di pregio e/o da reddito dovranno accantonare una specifica riserva di denaro per garantire ai propri familiari la copertura delle imposte di successione, previste in forte aumento negli anni a venire anche per via della probabile riforma del Catasto.

Coloro che hanno creato ricchezza, ed oggi si ritrovano nella fase “discendente” della propria vita (ma mossi da maggiore saggezza), faranno bene a dedicare maggiore attenzione al futuro del patrimonio familiare. In particolare, chi ha privilegiato lo sviluppo degli asset immobiliari a discapito di quelli mobiliari (cioè, il denaro disponibile) dovrebbe leggere questo articolo e trarre subito le dovute conclusioni operative.

Infatti, la ricchezza complessiva degli italiani è composta per il 68.0% circa in proprietà immobiliari, polverizzate in tutti gli strati sociali della popolazione. In particolare, la superficie complessiva dei soli immobili residenziali degli italiani è di circa 2,4 miliardi di mq, ed il suo valore complessivo è pari a circa 3.450 miliardi di euro. Secondo l’ultimo Rapporto Istat e Banca d’Italia, a fine 2017 la ricchezza netta delle famiglie italiane era pari a 9.743 miliardi di euro. Di questi, le abitazioni costituiscono la principale forma di investimento e, con un valore di 5.246 miliardi di euro, rappresentano la metà della ricchezza lorda. In particolare, poi, circa 600.000 famiglie detengono una quota pro-capite (da 3 in su) di immobili superiore a quella media, e quasi tutti vengono “messi a reddito” per integrare il proprio tenore di vita. Molte di queste famiglie, però, non vedono ancora emergere le nuove leadership nella generazione dei millennials, un pò in ritardo rispetto ai tempi di affermazione sociale, profondamente diversa da quelle precedenti e tendente a ritardare il proprio ingresso nel mondo del lavoro.

Tutto questo patrimonio immobiliare, nei prossimi 30 anni, verrà trasmesso gradualmente agli eredi, i quali si troveranno a pagare, nella migliore delle ipotesi, imposte di successione che gradualmente arriveranno ad essere pari a più del doppio rispetto a quelle attuali, con una contestuale diminuzione della generosa franchigia minima rispetto a quella prevista oggi (un milione di euro per coniuge e figli, 100.000 per fratelli e sorelle). Lo scenario, infatti, attraversa una fase di profonda mutazione: presto l’Italia potrebbe non essere più una sorta di “paradiso fiscale delle successioni e donazioni”, ma uno stato del tutto allineato a quelli dell’U.E.. Per esempio, in Francia le aliquote vanno dal 5 al 40% per i parenti in linea retta, in base al valore del bene (per un appartamento di 300.000 euro si paga il 20%, ossia 60.000 euro), con esenzione del coniuge e franchigia di 100.000 euro per i figli. Per gli altri eredi le aliquote vanno poi dal 35 al 60%. In Inghilterra (vale la pena citarla, nonostante la Brexit), invece, la franchigia è di 325.000 sterline, indipendentemente dalla parentela, e tutto ciò che eccede è soggetto ad un’aliquota del 40% (coniuge esente da imposta). In Germania, in virtù del valore del bene, le aliquote variano dal 7 al 30% per parenti in linea retta, dal 15 al 43% per fratelli, sorelle, nipoti, e dal 30 al 50% per altri soggetti (franchigia individuale da 100.000 a 500.000 euro a seconda del grado di parentela).

Pertanto, non è difficile prevedere che nel nostro Paese si possa arrivare molto presto un’aliquota media compresa tra l’8 ed il 12%, ed alla sensibile riduzione delle franchigie; l’impatto, per le  600.000 famiglie proprietarie di apprezzabili patrimoni immobiliari, sarà devastante: su di esse graveranno, nella migliore delle ipotesi, imposte complessive (patrimonio mobiliare ed immobiliare) per circa 150 miliardi di euro, pari ad una media di circa 250.000 euro a famiglia, che potrebbero aumentare se verrà portata a termine la riforma del Catasto.

Chi pagherà queste imposte? E soprattutto, con quali mezzi verranno pagate, se il de cuius non avrà accantonato somme liquide sufficienti a coprirle?

In tutti quei casi in cui non si sono effettuate opportune donazioni in vita, questo scenario di lungo periodo, che prevede un aumento considerevole delle tasse di donazione e successione, suggerisce caldamente di accantonare una specifica riserva di denaro che serva a garantire ai propri familiari il pagamento delle imposte di successione, quando verrà il momento.

A ben vedere, il passaggio generazionale può essere vantaggiosamente pianificato già in vita, donando – come già detto – parte dei propri beni a favore dei congiunti. Da un punto di vista squisitamente fiscale, successione e donazione hanno la stessa struttura impositiva, ed è evidente come il sistema di imposizione italiano sia oggi molto conveniente. Infatti, un padre che dona/lascia in eredità al figlio un patrimonio immobiliare e mobiliare pari a circa un milione di euro:

  1. in Germania paga 75.000 euro di imposte,
  2. in Francia 195.000 euro,
  3. in Gran Bretagna 250.000 euro
  4. in Italia… zero.

Pertanto, alla luce dell’ineluttabile processo di armonizzazione europea, la probabile revisione dell’attuale struttura di tassazione dovrebbe determinare una profonda riflessione sulla opportunità di una pianificazione patrimoniale da effettuare in vita tramite l’istituto della donazione che, in vista dell’aumento delle aliquote e della diminuzione delle franchigie, avrebbe il vantaggio di proteggere i propri congiunti dai maggiori e gravosi esborsi futuri derivanti da una successione. In più, almeno fino ad oggi, la franchigia di un milione vale separatamente sia per l’istituto della donazione, sia per quello della successione, determinando così l’opportunità di una doppia franchigia che, per quelle famiglie che saranno state previdenti, potrebbe annullare del tutto le tasse da pagare alla morte dei titolari del patrimonio che residua dopo le operazioni di donazione.

 

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