Luglio 30, 2026
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Fondo Patrimoniale e debiti del coniuge: irrilevante se l’obbligazione sia nata prima o dopo la costituzione

Come va identificato il criterio in base al quale un debito può definirsi “contratto per i bisogni della famiglia”? La risposta corretta a questa domanda è fondamentale per definire il livello di protezione assicurato dal Fondo Patrimoniale.

di Bisconti Avvocati

Il Fondo Patrimoniale rientra a pieno titolo nelle c.d. convenzioni matrimoniali. Tecnicamente, esso è uno strumento attraverso il quale uno dei coniugi o entrambi vincolano determinati beni destinandoli ai bisogni della famiglia. In tal modo, i beni individuati (immobili, auto e motoveicoli, titoli di credito e altro) costituiscono un patrimonio separato, la cui funzione è quella di soddisfare i diritti di mantenimento e assistenza di tutti i componenti della famiglia. I coniugi non possono disporre dei beni che formano il fondo per scopi estranei agli interessi della famiglia, né i creditori particolari dei coniugi (per obblighi sorti per scopi estranei ai bisogni della famiglia) possono soddisfare i loro diritti sui beni oggetto del fondo patrimoniale stesso.

Relativamente alla sua opponibilità ai creditori, il livello di protezione offerto dal fondo patrimoniale non è elevato, ed è pacifico affermare che esso è opponibile con successo solo nei casi in cui la sua costituzione sia effettivamente riferibile al soddisfacimento dei bisogni della famiglia e sia anteriore all’insorgenza di un debito non onorato o, come accade nel campo della libera professione, rispetto ad una richiesta di risarcimento danni per responsabilità professionale che, per effetto di una sentenza, trasforma in un debitore l’imprenditore (o il professionista) che ha già costituito un Fondo Patrimoniale.

E’ corretto chiedersi come vada identificato il criterio in base al quale un debito può definirsi “contratto per i bisogni della famiglia”. Ebbene, esso non va ricercato nella natura del debito/credito (che può nascere per gli effetti di legge o per via di un contratto), ma nella relazione che esiste tra l’evento che lo ha generato e i bisogni della famiglia, non tenendo in nessun conto se il debito/credito sia nato prima o dopo la costituzione del Fondo patrimoniale. L’irrilevanza del fattore temporale, peraltro, è dimostrata dalla esistenza dell’azione revocatoria, che ha la facoltà di “andare indietro nel tempo” (comunque limitatamente ad un certo numero di anni) ed avere così effetto retroattivo. 

Possiamo tradurre con un esempio pratico questo criterio generale con il quale individuare la relazione tra il debito e i bisogni della famiglia. Secondo la giurisprudenza dei tribunali, un debito contratto da un piccolo imprenditore o da un professionista verso la banca (o un fornitore) per esigenze legate all’attività rientra tra i debiti contratti per i bisogni della famiglia perché, senza quel debito, l’imprenditore o il professionista potrebbero non essere in grado di produrre il reddito d’impresa (o professionale) con cui mantenere la propria famiglia. Pertanto, spetta al debitore (imprenditore o professionista che sia) dimostrare che quel debito non è funzionalmente collegato alla produzione del reddito necessario a soddisfare i bisogni della famiglia, e questa prova – per quanto non impossibile – risulta oggettivamente difficile per le micro imprese o per i piccoli studi professionali. Paradossalmente, quindi, il fondo patrimoniale finisce per essere maggiormente protettivo per gli imprenditori o professionisti con reddito molto alto, perchè per questi sarà più agevole dimostrare l’estraneità del debito rispetto al soddisfacimento dei bisogni della famiglia.

Per quanto visto sopra, l’esecuzione sui beni e sui frutti del fondo patrimoniale non può avvenire qualora il creditore fosse a conoscenza che i debiti fossero stati contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia: ma come è possibile per il debitore dimostrare ciò? La prova può ricavarsi anche da presunzioni semplici, ed è sufficiente provare che lo scopo dell’obbligazione “apparisse” come estraneo ai bisogni della famiglia al momento del perfezionamento dell’atto da cui deriva il debito, per cui la consapevolezza del creditore va valutata caso per caso. Riprendendo l’esempio di prima, se un imprenditore con tre dipendenti ed una fatturato di 400.000 euro chiede alla banca un prestito di 50.000 euro, è ragionevole per la banca presumere che quel prestito sarà indirettamente finalizzato ai bisogni della famiglia dell’imprenditore perchè, attesa la dimensione dell’impresa, il reddito derivante viene utilizzato per i bisogni familiari. Se, diversamente viene concesso un prestito di un milione di euro ad un imprenditore con cento dipendenti ed un fatturato di 5.000.000 di euro, è ragionevole presumere che l’obbligazione assunta non è immediatamente collegabile al soddisfacimento dei bisogni della famiglia, poiché quell’imprenditore avrebbe comunque avuto, anche senza il prestito della banca, un reddito sufficiente a soddisfare i bisogni della famiglia

Sarà onere del debitore provare l’estraneità dell’obbligazione dai bisogni della famiglia, mentre il creditore potrà provare il contrario anche mediante presunzioni semplici, ossia per mezzo di un ragionamento attraverso il quale si deduce l’esistenza di una circostanza ignota da provare partendo da una circostanza nota e già provata. Quando questa deduzione è rimessa al giudice, la presunzione è definita semplice, ed  ammette la prova contraria. Ad esempio, per stabilire mediante presunzioni semplici che l’obbligazione assunta sia finalizzata a far fronte ai bisogni della famiglia, il giudice valuterà alcuni elementi di grande importanza deduttiva, quali le dimensioni dell’attività di impresa (o professionale), l’importo del debito, la composizione della famiglia, lo stile di vita, l’età dei componenti e l’intensità del vincolo familiare.

In vendita il libro di Manlio Marucci: “Il consulente finanziario? Alla mercè degli intermediari”

“…ll consulente finanziario, come un maggiordomo, è alla mercé degli interessi e delle logiche espansive degli intermediari finanziari. In giacca e cravatta, svolge un ruolo subalterno e strumentale ed è alle dipendenze dell’intermediario senza esserlo giuridicamente…”.

E’ già in vendita il libro di Manlio Marucci, presidente di Federpromm (Federazione intercategoriale consulenti finanziari, operatori dei mercati finanziari, creditizi e assicurativi), sociologo e docente di discipline socio-psicologiche, del lavoro e di economia.  

Il tema affrontato dall’autore nel testo dal titolo Consulenti finanziari zelanti maggiordomi degli intermediari (edito da Lightsky), costituisce uno schema di riferimento per comprendere la natura dei reali problemi che hanno governato la formazione della professione di consulente finanziario a partire dagli anni ottanta del secolo scorso fino ad arrivare ai giorni nostri, e cerca di far emergere una serie di contraddizioni, ancora oggi non risolte, che nascono dalla distorsione della qualifica di promotore dei servizi finanziari originariamente attribuita dalla legge sulle SIM del 2 gennaio 1991, n.1.

L’autore, lungo la sua narrazione, fa riferimento all’universo dei consulenti finanziari abilitati per l’offerta fuori sede – i consulenti con mandato e iscritti all’OCF – che sono circa 33.000, e non prende in considerazione i consulenti autonomi (c.d. feeonly) nè le società di consulenza finanziaria (Scf), per via del loro numero ancora molto limitato; però egli dà particolare risalto alle dinamiche di natura politica e socio-culturale sotto le quali si è venuta ad affermare tale professione agli occhi della comunità finanziaria e del vasto popolo dei risparmiatori-investitori nel nostro Paese. Inoltre, dedica alcuni paragrafi alle criticità ancora oggi presenti in relazione al riconoscimento formale del ruolo svolto dai consulenti finanziari, continuamente alla ricerca di un consenso sociale e di uno status più definito come educatori finanziari.

Il libro di Marucci si snoda attraverso una aperta provocazione, che nulla toglie al noto stile dialogante dell’autore, il quale definisce il consulente finanziario abilitato fuori sede come “uno zelante maggiordomo, alla mercé degli interessi e delle logiche espansive degli intermediari finanziari. In giacca e cravatta, svolge un ruolo subalterno e strumentale ed è alle dipendenze dell’intermediario senza esserlo giuridicamente”. Con questo approccio Marucci intende mettere in luce le crepe esistenti nell’immagine mainstream del consulente come di anello di congiunzione tra cliente, società prodotto e rete distributiva, veicolata dalla pubblicistica tradizionale, e ricostruisce la storia di questa professione facendo emergere, da un lato, le contraddizioni di fondo legate ai processi di formazione, alle dinamiche intersettoriali e ai rapporti di forza e lavoro tra i vari soggetti abilitati, e fornendo dall’altro uno strumento di analisi e riflessione critica per affrontare i problemi che hanno coinvolto e continuano a coinvolgere i professionisti dell’intermediazione finanziaria, creditizia e assicurativa.

Il libro è formato da una raccolta di 52 tra articoli e interviste di Manlio Marucci, pubblicati su carta, web e social network nel corso della sua carriera trentennale, durante la quale l’autore ha potuto sia maturare una significativa esperienza personale che ricevere numerosissimi racconti da parte dei colleghi che hanno condiviso con lui le stesse gratificazioni, frustrazioni e talvolta anche umiliazioni legate alla professione di consulente finanziario.

“….Assistiamo quindi ad una realtà certamente sempre più complessa che presenta però al suo interno molteplici criticità, soprattutto se al valore attribuito a queste dinamiche dello sviluppo si associa anche la situazione oggettiva delle aspettative di chi vuole intraprendere – in un mercato sempre più competitivo – l’attività di consulente finanziario e le condizioni umane ed economiche con cui si sono determinate le situazioni di lavoro nel tempo. Dinamiche che vedono in modo subalterno e strumentale la funzione degli stessi consulenti finanziari, alla mercé degli interessi e delle logiche espansive degli intermediari ….”.

Il testo è attualmente in vendita sul sito ManlioMarucci.it.

Startup settore food, non solo delivery. Dieci aziende per nuove soluzioni

Nel 2020 la pandemia ha letteralmente fatto esplodere il settore, soprattutto per quelle aziende locali ben conosciute attive sul digitale tramite le piattaforme di delivery, con investimenti a livello mondiale pari a 17 miliardi di dollari.

Le soluzioni innovative sviluppate da dieci startup nell’ambito del comparto food sono state recentemente protagoniste del Tavolo Giovani #Foodtech, incontro organizzato da Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, a riprova che il mercato del food tech ha già aperto scenari di crescita esponenziale che vanno ben oltre il segmento della consegna di cibo pronto a domicilio. Nel 2020, infatti, la pandemia ha letteralmente fatto esplodere il settore – soprattutto per quelle aziende locali ben conosciute attive sul digitale tramite le piattaforme di delivery – con investimenti a livello mondiale pari a 17 miliardi di dollari.

In Italia il totale delle imprese innovative agroalimentari ammonta a 251 unità. 35 di queste startup hanno sede nell’area metropolitana milanese, e in Lombardia sono complessivamente 57, rappresentando imprese giovani, ad alto contenuto tecnologico, con forti potenzialità di crescita sostenibile e per questo candidate ad essere una risorsa strategica per trainare la ripresa economica. In tutti i settori merceologici, nell’area di Milano, Monza Brianza e Lodi le startup innovative sono 2.851 (rilevazione di ottobre 2021), e sono cresciute del 108% in quattro anni rappresentando il 20,3% del dato riferito all’Italia (dati di novembre 2021).

L’Orto di Jack è un marketplace end-to-end per la vendita al dettaglio e all’ingrosso di prodotti di frutta e verdura, sia per il mercato privato che per la ristorazione. Offre una soluzione digitale completamente integrata per il controllo di tutta la catena del valore, che assiste in modo smart e diretto il comparto della ristorazione nell’acquisto dei prodotti.

Qromo offre un servizio unico che fornisce tutti gli strumenti necessari per una gestione ottimale della tua attività e che ti aiuta quotidianamente a vendere di più. È l’unico servizio che consente di ricevere ordini e pagamenti direttamente dallo smartphone dei clienti. Il cliente scannerizza un Qr-Code, ed ordina direttamente dal menù digitale.
Divinea è un’impresa tecnologica con l’obiettivo di aiutare le cantine italiane a dialogare in maniera semplice ed efficace con i propri clienti attraverso la promozione di attività enoturistiche e la vendita di vino. La principale piattaforma di esperienze in cantina in Italia che connette più di 400 aziende vitivinicole con migliaia di appassionati del mondo del vino.

Meracinque nasce da una tradizione e da un sogno di famiglia, 5 sorelle si riuniscono per la produzione del riso Carnaroli, unico a Roncoferraro (MN) grazie all’utilizzo di un metodo innovativo nel segno di un’agricoltura sostenibile del futuro. L’azienda investe in un packaging 100% compostabile – che si decompone in 90 giorni nei rifiuti organici senza lasciare alcuna traccia di microplastica.
Orapesce intende portare la freschezza e la naturalezza del pesce dei nostri mari sulla vostra tavola. Attraverso la riduzione della filiera e dei passaggi intermedi, e grazie all’uso delle piattaforme digitali, vuole connettere e ricreare relazioni, alimentando un processo snello, supportando le comunità dei pescatori locali, rispettando la stagionalità del nostro pesce e diffondendo la bontà e la semplicità dei prodotti del nostro mare.

Smafolo offre una piattaforma dove i ristoranti possono acquistare direttamente  dagli artigiani del cibo. In particolare: offre ai ristoranti un nuovo modo di reperire prodotti unici e rinfrescare il loro menù con nuovi ingredienti, aiutandoli a scoprire artigiani del cibo unici, a conoscere le loro storie e a rendere facile l’ordinazione dei loro prodotti; aiuta gli artigiani ad aumentare le vendite promuovendo i loro prodotti in migliaia di ristoranti, caffè e hotel in tutta Europa.
Around rivoluziona il mondo del packaging  nei servizi di asporto e food delivery attraverso la diffusione di contenitori smart, riutilizzabili, dotati di tecnologia QRcode collegati all’app Aroundrs, per dare vita ad un lifestyle responsabile e sostenibile. Tramite la funzione Zero Food Waste dell’app, i ristoratori potranno fare richiesta di contenitori per i propri servizi; i clienti potranno acquistare cibo invenduto a fine giornata dai ristoranti.

Restworld si occupa di supportare il settore Ho.Re.Ca nella gestione del capitale umano a vantaggio sia di chi lavora che dei proprietari dei locali. Oltre che un servizio per ristoranti, bar e hotel, la visione di RestWorld è quella di favorire il benessere lavorativo nell’ecosistema ristorazione andando a compiere azioni adatto impatto sociale.
Stuart è una piattaforma di consegna last mile che connette aziende, clienti e corrieri, al fine di rivoluzionare il modo in cui le merci vengono trasportate nelle città. In particolare mette in comunicazione piccole e grandi imprese con corrieri geolocalizzati, attraverso una tecnologia di consegna proprietaria. “Logistica per un mondo sostenibile” è il suo motto, in nome di un approccio disruptive per combattere la congestione e l’inquinamento e migliorare la vivibilità.

Healthy Food (MyCia) ha sviluppato l’app: “la carta d’identità alimentare” (C.I.A.) un documento digitale che racchiude tutte le informazioni sul proprio stile alimentare. Ideata da un team di dietisti italiani, è collegata ad un database che comprende migliaia di alimenti diversi, pensata per aiutare le persone con esigenze alimentari che non hanno nulla al giorno d’oggi che le supporti adeguatamente.

Ethenea: nel 2022 produzione globale su del 5%

Secondo Andrea Siviero, l’outlook 2022 della società prevede che la crescita ciclica continuerà l’anno prossimo, anche se a un ritmo più moderato. Le difficoltà saranno ancora legate alle persistenti strozzature delle catene di approvvigionamento e ai prezzi elevati dell’energia.

“La crescita ciclica continuerà nel 2022, anche se a un ritmo più moderato, poiché l’economia globale è ora entrata nel suo ciclo intermedio. Lo scenario di base per il 2022 prevede quindi una continua espansione della produzione globale a un ritmo solido di circa il 5%”. È l’analisi di Andrea Siviero, Investment strategist di Ethenea Independent Investors.

Dopo l’annus horribilis 2020, il 2021 è stato l’anno della grande ripresa dell’economia globale, sostenuta da uno stimolo politico senza precedenti e dal lancio progressivo di vaccini efficaci contro il Covid-19. La crescita proseguirà nel 2022, grazie a una forte domanda interna, una ricalibrazione della crescita verso il settore dei servizi e la ripresa del commercio globale, una volta risolti i problemi delle catene di approvvigionamento. Anche gli investimenti di capitale e l’aumento delle scorte contribuiranno alla crescita futura. Il mercato del lavoro migliorerà progressivamente, ma è probabile che resti indietro rispetto alla ripresa della produzione e, inoltre, rimarrà disomogeneo tra le regioni

“Nel 2022, gli output gap – cioè i differenziali tra produzione effettiva e produzione potenziale – si chiuderanno progressivamente e la produzione globale dovrebbe tornare ai livelli pre-pandemia, anche se l’economia globale dovrà affrontare diversi venti contrari e l’incertezza rimarrà elevata”, sottolinea Siviero. La persistente carenza di input, le strozzature delle catene delle forniture e l’impennata dei prezzi dell’energia potrebbero far durare più a lungo la pressione inflazionistica e consolidarla, costringendo le banche centrali a inasprire le loro politiche prima del previsto, poichè il disallineamento tra domanda e offerta rappresenta il rischio al ribasso più elevato per la crescita e il rischio al rialzo più rilevante per l’inflazione.

Per le prospettive macro e per i responsabili politici la maggior preoccupazione deriva dalla combinazione tra il rallentamento dello slancio economico e un tasso d’inflazione ostinatamente elevato. È probabile che l’inflazione rimanga elevata durante la prima metà del 2022, tuttavia nella maggior parte dei Paesi dovrebbe tornare progressivamente al target del 2% individuato dalle banche centrali, una volta che le problematiche legate al Covid-19 saranno assorbite e, di conseguenza, i prezzi si riaggiusteranno a un livello più basso. Nelle economie avanzate, le banche centrali dovranno mantenere un equilibrio tra il sostegno alla ripresa economica e il controllo dell’inflazione. Inoltre, la pandemia non è ancora completamente sotto controllo e lo sviluppo di nuove varianti contagiose presenta ancora un rischio considerevole che minaccia la ripresa.

“Il prossimo anno fornirà ulteriori indizi sul corso della globalizzazione e anche gli sviluppi macroeconomici e geopolitici in Cina e il futuro delle relazioni Usa-Cina avranno un impatto sull’economia globale”, conclude Siviero. “I leader politici di tutto il mondo dovranno scegliere se riprendere con decisione la via della collaborazione e del multilateralismo oppure votarsi al protezionismo e all’unilateralismo e queste decisioni plasmeranno la cooperazione economica, il commercio internazionale e la crescita globale negli anni a venire”.

In Italia una ecatombe di imprenditori. Un paese economicamente allo sbando

I dati dell’OCSE sul reddito reale degli italiani fotografano il trentennale fallimento della politica economica che si pensava di migliorare, come per magia, con l’ingresso nell’Euro. Calo preoccupante del numero degli imprenditori, corsa alla libera professione.

Di Alessio Cardinale

Se esistesse un codice etico degli amministratori di stato, quelli italiani probabilmente lo avrebbero già violato. Allo stesso modo, se esistesse la possibilità di presentare una azione di responsabilità – tecnica e non semplicemente politica – contro la mala gestio dei cattivi amministratori, chi ha portato gli italiani ad avere oggi un reddito reale medio inferiore a quello di trent’anni fa dovrebbe quanto meno risarcire i danni morali. Infine, se qualcuno in passato ha sperato che l’Unione Monetaria avrebbe compiuto il “miracolo” – preannunciato temerariamente (e in modo quasi spregiudicato) da Romano Prodi – di risollevare la nostra economia e creare un fantomatico benessere individuale, oggi ha la certezza assoluta che non sarebbe mai potuto accadere nemmeno se la Germania ci avesse ceduto gratuitamente la sovranità sulla Baviera e su tutte le sue risorse.

Infatti, mentre i media si sbracciano per attribuire la colpa di tutti i mali odierni alla “globalizzazione”, adesso che il Covid-19 ha sparigliato le carte e ha fatto intravedere l’inizio di un processo di “de-globalizzazione” la verità viene impietosamente a galla e scopre le macerie fino a ieri nascoste sotto la coperta – sempre più corta – dell’Unione Europea, non lasciando più spazio agli alibi: il nostro Paese, negli ultimi trent’anni, è stato governato da persone scarsamente capaci e poco preparate a rivestire un ruolo che avrebbe richiesto almeno un po’ di attenzione verso l’interesse collettivo; e poi l’ingresso nella Moneta Unica a trazione franco-tedesca, effettuato in assenza di reali condizioni di convenienza finanziaria, ha finito con il coprire di ridicolo i propri accesi fautori della prima ora ed ha accentuato gli squilibri creati dalla mediocre classe dirigente italiana precedentemente all’entrata nell’Euro. Se infine aggiungiamo che tutto questo non ha protetto la Società Civile dall’atavico spauracchio germanico dell’inflazione – che da noi invece ha corso a doppia cifra almeno durante i primi dieci anni di moneta unica, devastando ancora una volta il potere d’acquisto interno – il quadro è completo.

Intendiamoci, dire che i salari reali sono inferiori a quelli di trent’anni fa non vuol dire che in valore assoluto sono gli stessi del 1990, ma che al netto dell’inflazione e della svalutazione monetaria sono poco meno che identici (-2,9%, per l’esattezza) ad allora, a differenza dei salari reali medi di quasi tutti i paesi OCSE ricadenti nell’area Euro i quali, al contrario, hanno riportato un aumento reale significativo. Ciò è affermato a chiare lettere dai dati dell’OCSE pubblicati nel 55mo Rapporto Censis qualche giorno fa: tra il 1990 e oggi, l’Italia è l’unico Paese aderente all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico in cui le retribuzioni medie lorde annue sono diminuite (-2,9%) in termini reali, mentre la Lituania, per esempio, nello stesso periodo ha sfoderato un +276,3%, l’Irlanda un +85,50% e persino la Grecia, messa pochi anni fa a ferro e fuoco dalla Troika e sensibilmente impoverita, ha segnato comunque un +30,50%; relativamente alle grandi potenze europee, la Germania ha fatto +33,7% e la Francia +31,1%.

Quanto sopra trova conferma nella serie storica decennale del PIL reale (ossia al netto dell’inflazione), che era cresciuto del 45% negli anni ’70, del 27% negli anni ’80, del 17% negli anni ’90, del 3,2% negli anni ’10 del 2000 e soltanto dello 0,9% negli anni ’20 fino al 2019 (nel 2020 è crollato di quasi il 9% per via della pandemia). Pertanto, il male dell’Italia non è del tutto ascrivibile all’Euro, e trova origine nei decenni non ricompresi nello studio del Censis, e cioè dagli anni ’70 e ’80, allorquando la Lira è passata da un cambio di 174 per un Marco Tedesco ad un cambio di 750 e, poco prima dell’ingresso nell’Euro, di quasi 1.000, svalutandosi di 5,7 volte rispetto alla moneta tedesca. La Moneta Unica e i suoi meccanismi di funzionamento, semmai, hanno dato un colpo ulteriore alla fragile economia italiana, e soprattutto hanno messo in evidenza l’incapacità della nostra classe politica a mettere in atto un serio controllo dei prezzi che, già all’indomani dell’entrata in vigore dell’Euro, cominciavano a lievitare spinti da una speculazione selvaggia.

La situazione di oggi è sotto gli occhi di tutti: retribuzioni disincentivanti che i datori di lavoro (compresa la P.A.) offrono in cambio del lavoro di chi ha competenze elevate, e condizioni scoraggianti per tutti coloro che desiderano avviare una impresa, dagli adempimenti burocratici allo scandaloso carico fiscale. Solo negli ultimi dodici anni (dal 2008 al 2020) le forme di lavoro indipendente, tra micro e piccole imprese, si sono ridotte di 719.000 unità (-12,2%), compensate solo in parte dall’aumento del lavoro dipendente (+532.000, +3,1%) che però, a differenza del lavoro indipendente, non crea posti di lavoro in forma diretta. Nello stesso periodo, invece, sono aumentate le libere professioni (+241.000 unità, +20,9%), sebbene nel 2020 il saldo è negativo di 38.000 occupati.

Bastano questi dati per definire l’Italia come un Paese economicamente allo sbando, dove la vocazione imprenditoriale del Secondo Dopoguerra sembra svanita nel nulla, che punta alla progettualità dettata dal PNRR, ossia dal secondo “Piano Marshall” della nostra storia. Il problema è che a gestire questo fiume di denaro ci sarà la stessa classe dirigente di un tempo – al netto di Draghi, che non rimarrà a lungo in sella al governo  – mascherata da sigle politiche diverse ma identiche per stile e scarsa visione del futuro.

Federpromm sulle modifiche in tema di estinzione anticipata del finanziamento

Sulla recente posizione di Banca D’Italia, Daniela Pascolini di Federpromm avanza alcune riflessioni su questioni che determinano forti instabilità per le reti agenziali. Si spera sull’intervento chiarificatore della Corte Costituzionale.

“E’ motivo di forte preoccupazione per le reti agenziali la rinuncia, a cui bisognerà fare fronte con la parte di provvigioni percepite e da restituire, per il mancato periodo coperto dalla mandante, sia per la parte assicurativa che quella finanziaria, su quei clienti che decidono di rescindere anticipatamente il contratto concluso con l’intermediario creditizio”. Così afferma in una nota Daniela Pascolini di Federpromm. Risale difatti al 1 dicembre 2021 l’uscita del comunicato di Banca d’Italia, il quale ha richiamato l’Art. 11-octies del d. l. 23 maggio 2021, n.73 (decreto cd. “Sostegni bis”) convertito in legge 23 luglio 2021,n.106 che andrebbe contro le “linee orientative” diramate da quest’ultima in data 4 dicembre 2019, in esito alla sentenza della Corte di giustizia europea cd. “Lexitor” dell’11 settembre 2019. 

“Si spera quindi – precisa la responsabile del credito e assicurazioni di Federpromm, Daniela Pascolini (nella foto) –  che ulteriori sviluppi in materia possano giungere grazie all’intervento chiarificatore della Corte Costituzionale, avocata in giudizio, il cui esito potrebbe ripristinare la “linea orientativa” di Banca d’Italia od escluderla definitivamente, rendendo operativo il nuovo assetto impartito”. “Qualora trovasse definitivo spazio il disposto della sentenza cd. “Lexitor” con il “possibile” ristorno provvigionale alla rete – segnala ancora Daniela Pascolini – andrebbe valutata la possibilità di far intervenire in favore del settore il mondo assicurativo, analizzando il fenomeno, chiedendosi: è possibile che questo danno possa essere generato dall’infedeltà del collaboratore?”

La cd. “polizza fedeltà” è già utilizzata nel settore assicurativo per la rete agenziale e copre la perdita di profitto (perdita di reddito a seguito di perdita di clientela conseguenza di una richiesta di risarcimento aperta) per responsabilità derivante all’Assicurato da atti/fatti di dipendenti di società mandanti e loro incaricati in gestioni interinali o in operazioni di consegna da agente uscente a subentrante. Il fattore di recesso anticipato dei contratti è spesso indotto e non scaturisce in modo autonomo sul cliente, il quale viene sovente condotto su incitazione esterna (pur legittimando l’operato dei consulenti e salvaguardando la libertà di scelta del cliente). Il rischio è già noto ed andrebbe solo riesaminato in questo contesto. Potrebbe venire a tale riguardo richiesta da OAM una integrazione di copertura alla polizza base dell’agente in attività finanziaria, per sua tutela, così come è stato previsto a tutela dell’agente assicurativo, che ha subito lo stesso percorso a seguito di una direttiva UE degli anni passati che ne ha riformato il mercato.

“Un ‘paracadute’ siffatto non risolve, ma argina il problema, ne riduce gli effetti indotti; migliora la trasparenza del mercato; limita il dilagare della concorrenza sleale esistente da anni che ha causato il depauperamento progressivo della professione e il malcontento generale.  Si potrebbe  inoltre valutare positivamente l’inserimento di variabili sensibili a detti aspetti critici anche nella polizza delle mandanti. In questo contesto assume senz’altro un ruolo importante quello svolto dalla Autority di vigilanza, quale appunto l’Organismo Agenti e Mediatori (OAM)”. “E’ solo attraverso l’interazione e la comunicabilità dei vari settori – conclude Pascolini – che si possono portare nuove risorse ed aperture in mercati ad ampio respiro, a tutela del consumatore e degli operatori medesimi”.

Borse EU in caduta nel 2022 per bassa crescita e inflazione. Bene l’azionario USA

Secondo le previsioni di Komorebi, la bassa crescita e l’inflazione sopra al 4% causeranno una caduta degli indici azionari europei intorno al 10%. Al contrario, negli Stati Uniti il mercato azionario salirà ancora e l’inflazione rientrerà.

Nel 2022 le strade di Europa e Stati Uniti torneranno a divergere, con un rafforzamento dell’economia americana e un indebolimento dell’economia europea: è lo scenario prefigurato da Gianluca Gabrielli, strategist e gestore di Komorebi Invest Suisse.

“Nonostante l’output gap sia oggi negativo e simile per l’Europa e gli Stati Uniti, con un differenziale tra produzione effettiva e produzione potenziale del -3,3% al di qua dell’Atlantico e del -4,3% in America, le situazioni sono sostanzialmente diverse”, spiega Gabrielli, “perché in Europa, dove il Pil non cresce ormai da 14 anni, la scintilla inflattiva mondiale rischia di attecchire e svilupparsi, a causa di quei 5.800 miliardi di liquidità riversati sul mercato dalla Banca centrale europea, che non si sono trasformati in investimenti, beni e servizi”. Questa situazione farà salire il livello dei prezzi nell’Area euro al 4-5%, con i tassi decennali destinati a crescere, collocandosi tra il 2 e il 5%, e l’euro che scenderà e raggiungerà la parità col dollaro. Inoltre, la crescita nulla e l’inflazione sopra al 4% causeranno una caduta degli indici azionari europei, stimabile mediamente in un calo del 10%, mentre il trend dei ricavi aziendali non sarà in grado di contrastare questa tendenza.

“Al contrario, l’economia americana proseguirà nella sua capacità di crescere e di trasformare il capitale disponibile in opportunità, innovando prodotti e processi produttivi, grazie al traino offerto dalla sua leadership nel settore trainante del futuro: la tecnologia”, aggiunge Gabrielli. “Da qui il nostro secondo set di previsioni per il 2022 ci porta a stimare l’indice S&P500 a 5.200 e il Nasdaq100 a 18.000, spinti da un solido trend degli utili aziendali. Mentre la graduale chiusura dell’output gap e il rafforzamento del cambio favoriranno il rientro dell’inflazione, che dovrebbe scendere sotto al 3% nel corso dell’anno”.

In conseguenza a questo scenario, le scelte di asset allocation per il 2022 dovranno tener conto del calo sia dei mercati azionari sia di quelli obbligazionari in Europa, dove l’unico asset con rendimenti positivi saranno i titoli legati all’inflazione, il lento recupero delle materie prime e gli indici azionari Usa in crescita mediamente del 10%, con le obbligazioni Usa che rimarranno sui livelli attuali.

Quanto è solida la ripresa economica in Unione Europea?

Cresce l’incertezza sulla ripresa dell’economia europea dalla crisi generata dal Covid-19. La Commissione Europea è ottimista sulla crescita, e stima una espansione dell’economia del 5% e del 4.3% rispettivamente nel 2021 e nel 2022.

di Daniel Gros e Cinzia Alcidi – ceps.eu

Relativamente alla ripresa economica in UE, un numero crescente di analisti giudica il potenziale di crescita smorzato dalle nuove restrizioni che sembrano probabili nel periodo che precede l’imminente Natale, e la quarta (e quinta) ondata dei contagi non saranno meno pesanti delle precedenti in quanto aggravate dalla nuova variante Omicron. Anche l’aumento dell’inflazione, dovuto in parte agli alti prezzi dell’energia e all’interruzione delle catene di approvvigionamento, è vista come una minaccia per l’economia dell’area dell’euro e dell’UE in generale, così come gli elevati livelli di debito pubblico in molti paesi.

All’inizio del 2021, la maggior parte degli economisti, compresi quelli all’interno delle organizzazioni internazionali, avevano previsto che la ripresa dallo scoppio della pandemia di Covid-19 sarebbe stata molto più rapida negli Stati Uniti che in Europa. Un lancio più rapido del vaccino e l’enorme stimolo fiscale annunciato dalla nuova amministrazione Biden, in contrasto con i problemi istituzionali intrinseci dell’UE e i suoi problemi iniziali con la produzione di vaccini, sembravano puntare in questa direzione. Tuttavia, nel giro di pochi mesi la situazione è completamente cambiata. Il miglioramento della situazione sanitaria e l’allentamento delle misure di contenimento della pandemia hanno consentito la riapertura della maggior parte dei settori, compresi i servizi alle imprese e il turismo. E così, in combinazione con un forte aumento dei consumi, la ripresa in Europa ha superato le aspettative, mentre la terza ondata e la resistenza alla vaccinazione in ampie sacche degli Stati Uniti hanno rallentato l’economia.

Il risultato è che l’area dell’euro ha ora recuperato terreno. In termini reali, il PIL dell’area dell’euro è al di sopra del livello del Q12020 e, negli ultimi due trimestri, la ripresa appare più rapida che negli Stati Uniti. Rispetto alla crisi finanziaria globale, il modello è molto diverso con un chiaro recupero della forma a V. Inoltre, gli Stati Uniti hanno fatto molto meglio dell’area dell’euro durante la fase più acuta della crisi finanziaria globale, con un calo dell’attività leggermente inferiore e una ripresa più forte. Quindi, adesso lo scenario sembra diverso sotto due aspetti: la ripresa è stata a forma di V (o quasi a forma di V) su entrambe le sponde dell’Atlantico, e questa volta l’area dell’euro si è ripresa rapidamente quanto gli Stati Uniti.

Questa rapida ripresa dell’economia dell’area dell’euro ha potenzialmente importanti implicazioni per il ruolo della politica fiscale. Negli Stati Uniti il ​​sostegno di bilancio è stato straordinario, con il disavanzo che ha raggiunto quasi il 16% del PIL, mentre nell’area dell’euro il disavanzo di bilancio medio è ora (secondo le previsioni d’autunno della Commissione) stimato solo di poco superiore al 6% del PIL. Nonostante il deficit sia stato superiore negli USA di oltre 9 punti percentuali del PIL – tradottosi in un’enorme differenza nel sostegno alla domanda – l’economia statunitense non sembra essersi ripresa più rapidamente. Questa politica fiscale inefficiente per sostenere la domanda dei consumatori in una recessione (dato che le persone si astengono dalla spesa perché hanno paura per il loro futuro finanziario), era prevedibile, e il confronto transatlantico fornisce un’impressionante conferma di questa ipotesi.

 

Previsioni future: Tutto bene… per ora – Le previsioni autunnali recentemente pubblicate dalla Commissione Europea, intitolate “Dalla ripresa all’espansione, tra venti contrari”, confermano una prospettiva positiva per l’UE con potenziali venti contrari di natura a breve termine (come la cosiddetta quarta ondata già iniziata nell’autunno del 2021). Tuttavia, poiché il virus diventa endemico, il modo in cui i governi lo affronteranno, ovvero se verranno ripristinate alcune misure di contenimento, avrà un impatto sulla crescita, soprattutto attraverso il settore dei servizi.

Un’altra sfida è che, quest’anno, l’economia dell’UE sta ancora ricevendo sostegno da politiche fiscali e monetarie espansive. A livello nazionale i disavanzi inizieranno presto a ridursi, tuttavia il consolidamento della spesa nazionale sarà compensato dai fondi del programma Next Generation EU. Questi fondi hanno già iniziato ad affluire agli Stati membri, ma diventeranno più consistenti l’anno prossimo. Inoltre, come mostrato sopra, il sostegno fiscale non è stato l’unico fattore che ha guidato la ripresa più rapida che l’economia europea abbia mai registrato.

Prendendo una prospettiva più a medio termine, la pandemia ha accelerato l’automazione e alterato i modelli di consumo, presentando la sfida di un cambiamento strutturale più profondo. Questa è la sfida chiave per l’UE. Nel frattempo, gli Stati Uniti dovranno affrontare maggiori esigenze di consolidamento fiscale rispetto all’Europa, ma potrebbero avere un vantaggio nell’adattarsi più rapidamente a una economia “endemica Covid” altamente digitalizzata. L’economia europea ha avuto un impressionante rimbalzo (con sorpresa di molti), ma ora ha davvero bisogno di dimostrare che può crescere, prosperare e avere successo mentre ci muoviamo nel nuovo mondo verde e digitale post-pandemia.

Est Europa, il 50% delle aziende teme l’onda lunga delle insolvenze post pandemia

Secondo  un sondaggio di Atradius, in Est Europa il 43% delle fatture viene pagato in ritardo, mentre il 5% viene dichiarato inesigibile. Meglio dell’Europa Occidentale, dove tra ritardi di pagamento e crediti inesigibili si arriva al 63%.

L’onda lunga della pandemia preoccupa le aziende in Est Europa. Nonostante ciò, resta sostanzialmente invariato il valore totale dei crediti inesigibili derivanti da operazioni commerciali a credito tra aziende nella regione. In media, il 43% delle fatture viene pagato in ritardo, mentre il 5% viene dichiarato inesigibile. Meglio di quanto rilevato in Europa occidentale, dove i ritardi di pagamento sono al 53% ed i crediti inesigibili al 10% dal 7% dello scorso anno. Questo, in sintesi, uno dei principali risultati del sondaggio condotto da Atradius, tra gli assicuratori del credito leader a livello mondiale, in sette tra i principali mercati dell’Est Europa (Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Romania, Slovacchia e Turchia).

Il sondaggio, condotto nel terzo trimestre di quest’anno, coinvolge aziende fornitrici dell’Est Europa, attive sia sul mercato domestico che all’export. Dato positivo è il forte clima di fiducia delle aziende a livello generale. Il 73% degli intervistati prevede di crescere l’anno prossimo. Le più ottimiste le aziende in Slovacchia (l’87% di intervistati prevede di crescere) e Repubblica Ceca (84%). Questo clima di fiducia, però, è fortemente condizionato dai timori dell’onda lunga della pandemia (come afferma il 53% degli intervistati) e delle nuove varianti sulle insolvenze, attese al rialzo nel 2022, con impatti sia sui mercati domestici presi in esame in Est Europa, sia nei rapporti commerciali tra aziende fornitrici e aziende clienti all’export.

Thomas Langen, Direttore Regionale Atradius per la Germania, Europa centrale e dell’Est, commenta: “E’ molto importante per le aziende fornitrici operanti in Europa dell’Est, ma soprattutto per quelle operanti sui mercati esteri ed attive nei flussi del commercio internazionale, adottare misure di tutela dei bilanci dal rischio di credito commerciale. Questo prima degli attesi peggioramenti di scenario previsti già nei prossimi mesi del 2022″. 

La cessazione delle varie misure di sostegno governativo e fiscale, varate a seguito della pandemia, potrebbe contribuire a rendere il peggioramento del rischio d’insolvenza, non solo in Europa dell’Est, ancora più significativo. Queste incertezze spingono le aziende ad utilizzare sempre di più le tecnologie digitali nei prossimi mesi (come sostiene il 57% degli intervistati). E-commerce, lavoro da casa, ma anche adattamento ai cambiamenti della domanda dei clienti, alle nuove modalità di funzionamento delle catene di fornitura interessate dagli impatti della pandemia si rivelano le nuove sfide cui dovranno confrontarsi le aziende intervistate in Est Europa e non solo.

I risultati del sondaggio condotto da Atradius nei sette tra i principali mercati dell’Est Europa prendono in esame i comportamenti di pagamento e le modalità di gestione del rischio di credito commerciale anche all’interno di specifici comparti industriali di particolare rilievo in tali mercati. 

Compravendite immobiliari 2021, transazioni in aumento. Performance e dati

L’Agenzia delle Entrate ha diramato i dati dei primi nove mesi del 2021 sulle compravendite immobiliari. Ovunque dati in crescita. Tecnocasa: a fine anno il totale degli scambi a circa 700 mila unità. Idealista: aumentano le quadrature medie delle abitazioni.

L’Ufficio Studi Tecnocasa ha analizzato i dati diramati dall’Agenzia delle Entrate sui primi nove mesi del 2021: in Italia sono state scambiate 536.022 abitazioni, con una crescita del +43,1% rispetto allo stesso periodo del 2020 e del +23,0% rispetto ai primi nove mesi del 2019. Continua quindi la crescita delle compravendite, anche rispetto ai mesi precedenti all’arrivo della pandemia, confermando un andamento nettamente positivo del mercato immobiliare nazionale.

Considerando solo il terzo trimestre del 2021 in Italia sono state scambiate 172.272 abitazioni residenziali con un aumento del +21,9% rispetto allo stesso periodo del 2020 e del +25,5% rispetto al terzo trimestre del 2019. È ancora una volta evidente la migliore performance dei comuni non capoluogo che mettono a segno un incremento del +31,6% rispetto al terzo trimestre del 2019, mentre i capoluoghi crescono del +13,6%. Quest’ultimo trend conferma il buon andamento delle realtà più piccole che stanno attirando acquirenti per la loro offerta immobiliare in linea con le richieste scaturite post lockdown e, naturalmente per i prezzi più convenienti.

Tra le grandi città italiane spiccano le performance di Bari con +21,7% e Genova con +19,6% rispetto allo stesso periodo del 2019. Bene Verona con +16,3%, Roma con +15,3%, Torino e Firenze con percentuali superiori al 10%. Prendendo in considerazione solo il terzo trimestre del 2021, è Roma la grande città con l’aumento maggiore rispetto al 2019 (+16,5%), seguita da Genova (+15,7%).

Bene anche il settore terziario-commerciale, che fa segnare un incremento del 26,9%, e quello produttivo, dove la crescita supera il 47%. In particolare, il mercato del comparto terziario-commerciale è aumentato del 26,9%, soprattutto al nord. Infatti, gli scambi di uffici e studi privati sono aumentati del 18%, sfiorando il +30% nel nord-est; un +22,7%, invece, per le transazioni immobiliari su negozi e laboratori; le compravendite di depositi commerciali sono balzate in avanti del 30,6%, mentre le autorimesse e i capannoni industriali del 47,1%; il settore produttivo agricolo, infine, è cresciuto del 19,3%.

Alla luce dei dati attuali, pertanto, Tecnocasa prevede per la fine dell’anno in corso un numero totale di compravendite intorno alle 700 mila unità. Idealista, invece, si concentra sul dato delle quadrature medie delle abitazioni scambiate, che aumenta di 1,6 mq rispetto al 2020 e di 1,8 mq rispetto al 2019. Tale aumento si riscontra in tutte le aree tranne al Sud, dove rimane stabile, ma solo rispetto al 2019.

In ogni caso, la ripresa degli scambi coinvolge tutti i segmenti, e Idealista rileva una crescita più ampia per le abitazioni nella classe di quadratura più grande, oltre 145 mq, per le quali si rilevano i picchi dei rialzi nel Centro. La quadratura media, da 85mq fino a 115mq, seppur in crescita di oltre il 20%, presenta il tasso di variazione minore rispetto al 2019.