Non è il momento di scappare dagli asset rischiosi ma di acquistare sui ribassi, con selettività. I titoli delle rinnovabili torneranno presto sotto i riflettori.
di Andrea Scauri, gestore del fondo Lemanik High Growth
L’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran, iniziata sabato 28 febbraio, ha innescato una reazione di avversione al rischio nei mercati globali, che finora è rimasta relativamente ordinata. La situazione favorisce chiaramente i settori della difesa e dell’energia, mentre quelli industriale e dei consumi sono più vulnerabili, sia a causa dell’aumento dei costi energetici/logistici e dell’impatto sul reddito disponibile, sia per le potenziali ripercussioni macroeconomiche. Molto dipenderà dalla durata, dall’entità e dall’intensità del conflitto, dall’aumento del rischio di interruzioni dell’approvvigionamento energetico attraverso lo Stretto di Hormuz, dalle più ampie ripercussioni economiche del conflitto e dalle incertezze che circondano la successione della leadership iraniana le prime reazioni suggeriscono una rivalutazione selettiva del rischio piuttosto che una fuga indiscriminata dagli asset rischiosi.
Vediamo molte opportunità in questo contesto. Come sempre, quando le cose cambiano rapidamente, ci sono vincitori e vinti. E siamo molto convinti della nostra capacità di selezionare i titoli, leggendo sotto la superficie. Chi sono i vincitori? Riteniamo che una forte rotazione verso i titoli delle energie rinnovabili sia la chiave di volta in Europa e abbiamo agito di conseguenza. Crediamo che, dopo anni di declassamento, il settore tornerà sotto i riflettori, data la chiara necessità dell’Unione Europea di essere meno dipendente dal petrolio e dal gas importati sia dagli Stati Uniti (tramite GNL) che dalla Russia/Medio Oriente. Prevediamo che i nuovi investimenti saranno incentivati grazie a rendimenti consentiti più elevati e normative favorevoli.
Outlook e Posizionamento: buy the dip, ma con selettività – Finora, la situazione in Medio Oriente è tutt’altro che sotto controllo e lo Stretto di Hormuz rimane chiuso. Lo scenario peggiore è ormai alla sua seconda settimana, con notizie notturne di attacchi diretti alle petroliere nel Golfo che vedono i prezzi del petrolio tornare verso la soglia dei 100 dollari. Pertanto, non dovrebbe sorprendere più di tanto che gli asset rischiosi saranno nuovamente sotto pressione. Gli Stati Uniti, e in particolare Trump, dovranno trovare molto presto una via d’uscita, poichè il danno economico globale autoinflitto che si sta causando sta compromettendo più di ogni altra
cosa le possibilità di vittoria alle elezioni di medio termine, e questa è la questione più importante per Trump. Le probabilità che i Democratici conquistino la Camera dei Rappresentanti sono già all’85%, ma dall’inizio della guerra le probabilità di conquistare il Senato sono aumentate da poco più del 30% a quasi il 50% attuale. Se i Democratici conquisteranno entrambe le camere, Trump dovrà molto probabilmente affrontare nuovamente l’impeachment. Questo fatto avrà un’influenza determinante sulle decisioni future dell’amministrazione statunitense.
Il nostro punto è capire se il mercato costringerà il governo statunitense ad agire. Riteniamo che la soglia del dolore sia vicina agli estremi che abbiamo visto lunedì 9. Pertanto, se dovessimo testare nuovamente quei livelli, vorremmo sfruttarli come opportunità di acquisto per gli asset rischiosi. Inoltre, continuiamo a osservare un elevato livello di avversione al rischio, se misurato dalla domanda continua di protezione o da vari indicatori di posizionamento di altri broker. Secondo GS, l’esposizione corta nei prodotti macroeconomici statunitensi è ai livelli registrati l’ultima volta nel 2022. Pertanto, se abbiamo ragione e un’altra mossa di avversione al rischio crea abbastanza dolore da aspettarsi una risoluzione, allora questo può portare a un significativo allentamento e a una copertura delle posizioni corte. L’impatto economico della chiusura dello Stretto di Hormuz è enorme. Non si tratta solo di petrolio. Taiwan Semi, ad esempio, dovrà ridurre la produzione di chip, poiché non riceverà più elio dal Qatar. Il danno sarà semplicemente troppo grande per non trovare una via d’uscita.
Perché suggeriamo di acquistare sui ribassi? Innanzitutto, Trump non ha l’opinione pubblica dalla sua parte; in secondo luogo, ci sono le elezioni di medio termine, e non crediamo che Trump possa permettersi di arrivare a novembre con un mercato azionario in frantumi, quindi la guerra deve finire presto. I nostri temi preferiti includono Energie rinnovabili, come sottolineato in precedenza, STM e Saipem. Abbiamo recentemente aggiunto Stellantis sulla scia delle recenti notizie molto negative relative alle svalutazioni che hanno portato il prezzo delle azioni a livelli che consideriamo un punto di ingresso molto interessante.
Telecom Italia Svg rimane una posizione chiave sulla scia del solido caso di investimento, supportato da un panorama competitivo migliore e da una governance molto più lineare con l’ingresso di Poste Italiane. Molto selettivi sui finanziari, con una preferenza per BPER e BMPS. Infrastrutture, trainate dagli investimenti pianificati dal fondo tedesco per il rinnovamento energetico, digitale e infrastrutturale (Danieli Sav.). In merito al settore della Difesa, manteniamo la nostra esposizione dopo la debolezza del 4° trimestre 2025. Le posizioni sono ponderate su nomi come Leonardo, ma abbiamo recentemente ricostruito una posizione su Fincantieri dopo il collocamento.



Il successo dei precedenti collocamenti ha dimostrato come il Btp Valore risponda a esigenze molto specifiche della clientela retail. La struttura a cedole crescenti offre una percezione di protezione dal rischio tassi nel tempo, mentre il premio fedeltà finale incentiva il mantenimento fino a scadenza. Sono elementi psicologicamente rassicuranti, soprattutto per chi cerca flussi cedolari certi e programmabili, in un contesto in cui la volatilità dei mercati finanziari rimane elevata. Tuttavia, proprio questa apparente semplicità può trasformarsi in un limite. Il rendimento effettivo del titolo, infatti, va valutato considerando l’intero orizzonte temporale e confrontandolo non solo con altri titoli di Stato, ma anche con strumenti obbligazionari alternativi. In uno scenario di progressivo calo dei tassi, infatti, bloccare oggi una parte rilevante del patrimonio su un’unica emissione a medio-lungo termine può ridurre la flessibilità del portafoglio. Il rischio non è tanto quello di perdite nominali, quanto di costo opportunità.
Il Btp Valore resta uno strumento adatto a chi ha un profilo prudente, una bassa propensione al rischio e un orizzonte temporale coerente con la durata del titolo. È particolarmente indicato per chi vive di rendita o desidera integrare il reddito con cedole periodiche, senza esporsi alle oscillazioni quotidiane dei mercati. Meno adatto, invece, per chi ha bisogno di liquidità o potrebbe dover disinvestire prima della scadenza, accettando il rischio di vendere in una fase di mercato sfavorevole. Il tema centrale diventa quindi la diversificazione: inserire il Btp Valore all’interno di un portafoglio equilibrato può avere senso, ma solo come una componente e non come pilastro unico.
Concentrarsi eccessivamente sul debito sovrano italiano espone il risparmiatore domestico ad un rischio Paese che spesso egli sottovaluta: la familiarità con l’emittente non elimina la necessità di distribuire il rischio tra più aree geografiche e settori. Una corretta diversificazione obbligazionaria, pertanto, dovrebbe includere strumenti con diverse scadenze, emittenti differenti e, in alcuni casi, anche valute diverse. Per esempio, accanto al Btp Valore possono trovare spazio fondi obbligazionari flessibili, strumenti indicizzati all’inflazione, o obbligazioni corporate di emittenti solidi, capaci di offrire un rendimento aggiuntivo a fronte di un rischio controllato. In questo modo si riduce la dipendenza da un singolo scenario macroeconomico.
In conclusione, il Btp Valore in collocamento dal 2 al 6 marzo non è né una trappola né una soluzione universale. Conviene a chi lo utilizza per quello che è: uno strumento di stabilità e reddito, inserito con misura all’interno di una strategia più ampia. La vera convenienza non sta nel singolo titolo, ma nell’equilibrio complessivo del portafoglio. Chi lo sottoscrive pensando di aver “sistemato” i propri risparmi rischia di perdere di vista il principio fondamentale dell’investimento: non esiste rendimento senza una gestione consapevole del rischio e, soprattutto, senza una reale diversificazione.
La visibilità generale sul 2026 dipende dalla continua crescita della spesa statunitense in materia di intelligenza artificiale, investimenti in difesa, temi legati alla decarbonizzazione e dal ritorno alla crescita dei consumatori cinesi. La performance del settore della difesa europeo è stata debole nel quarto trimestre a causa dei colloqui di pace in Ucraina, che sembrano progredire ma senza alcuna evidenza di una soluzione realmente positiva. Tuttavia, lo scenario che si sta delineando mostra che gli Stati Uniti si stanno preparando a un ulteriore disimpegno dal Vecchio Continente, costringendo i paesi europei a confermare (se non ad aumentare) i propri investimenti
I nostri temi preferiti includono Stm e Saipem. Azimut è una delle principali posizioni singole grazie alla valutazione molto bassa rispetto ai concorrenti, agli eccellenti dati relativi agli afflussi e alla prevista scissione della “nuova banca”, che determinerà un rialzo del rating dell’intero gruppo. Telecom Italia Svg rimane una posizione chiave grazie al solido caso di investimento, supportato da un panorama competitivo migliore e da una governance molto più lineare con l’ingresso di Poste Italiane; Restiamo molto selettivi sui finanziari, con una preferenza per Bper e Bmps. Puntiamo su infrastrutture, trainate dagli investimenti pianificati dal fondo tedesco per il rinnovamento energetico, digitale e infrastrutturale (Danieli Sav.). Manteniamo la nostra posizione su Mfe (Media For Europe), dopo l’offerta vincente su ProsiebenSat1. L’integrazione tra le due società di media potrebbe generare sinergie rilevanti, più che raddoppiando l’Ebitda di Mfe da sola.
In Italia, l’indice delle mid cap (Ftse Mid) ha sovraperformato l’indice principale (Ftse Mib), registrando un +3% contro un +1,6%. Negli Stati Uniti, tutti gli indici hanno chiuso in territorio positivo, con un particolare spicco delle small cap: il Russell 2000 ha registrato un +4,5%, sovraperformando l’S&P500 (+0,6%) e il Nasdaq (+0,2%). La crescita europea procede a un ritmo più lento rispetto a quella degli Stati Uniti, ma mostra segnali incoraggianti: i PMI flash di gennaio (a 51,5, in territorio espansivo) indicano che l’economia dell’Eurozona continua a crescere a un ritmo moderato, con il settore manifatturiero che mostra segni di stabilizzazione.
A gennaio le materie prime hanno registrato un aumento (Bloomberg Commodities Index +8%), ma l’oro e l’argento hanno subito una forte correzione negli ultimi giorni, con una perdita di valore di oltre 7.000 miliardi di dollari. Dal 28 gennaio l’argento è sceso del 27% a 85 dollari l’oncia e l’oro del 10% a 4.890 dollari, chiudendo comunque il mese di gennaio in territorio positivo. Il movimento, apparentemente legato all’annuncio della nomina di Kevin Warsh a presidente della Fed, riflette un’improvvisa contrazione della liquidità piuttosto che un cambiamento di sentiment. Con l’aumento della volatilità, le vendite sono state amplificate dai limiti di rischio, dai requisiti di margine e dai meccanismi di controllo della volatilità. L’argento, essendo un mercato più sottile e più speculativo, ha amplificato lo stress, con posizioni recentemente più affollate.
Rimaniamo ottimisti sull’oro, poiché l’aumento del debito pubblico statunitense e la crescente necessità di monetizzazione da parte della Fed implicano un contesto di tassi di interesse reali più bassi e una graduale erosione del dollaro, rafforzando il ruolo dell’oro come strumento per preservare il valore reale e diversificare il rischio sovrano. Anche i prezzi del petrolio sono aumentati (+12% a 69 dollari al barile) a causa del ritorno delle tensioni geopolitiche in importanti aree di approvvigionamento (Iran, Venezuela) e del conseguente aumento del premio di rischio. Anche il gas naturale ha registrato un forte aumento (+45% a 40 euro/MW/h) a causa dell’ondata di freddo negli Stati Uniti, che ha aumentato la domanda e limitato le esportazioni di GNL, con ripercussioni sul mercato europeo.
L’annuncio della nomina di Kevin Warsh alla guida della Fed è stato inizialmente interpretato dai mercati come un segnale più “restrittivo”, innescando un temporaneo rafforzamento del dollaro e prese di profitto sull’oro e sulle materie prime. In realtà, sia i suoi recenti risultati che le dinamiche macroeconomiche suggeriscono che Warsh potrebbe adottare un approccio più pragmatico che restrittivo, in particolare in presenza di tensioni sui mercati del credito. Il coordinamento con il Tesoro potrebbe diventare centrale, aumentando l’incertezza sul percorso dei tassi di interesse e aprendo la porta a misure non convenzionali. Nel complesso, a nostro avviso, la sua nomina aggiunge volatilità a breve termine, ma non altera i vincoli strutturali che continuano a guidare le prospettive macroeconomiche.
La novità dell’AI come fattore di mercato, unita all’intensa competizione all’interno del settore, rende questo tipo di sorprese quasi inevitabile (vi ricordate DeepSeek?). Dall’estate scorsa, la volatilità del settore tecnologico è stata doppia rispetto a quella del resto del mercato. Ci vorrà tempo perché gli analisti valutino l’impatto netto di tutti questi fattori e adeguino le stime sugli utili. Per questo, nel breve periodo è consigliabile un atteggiamento prudente. Quasi la metà delle società incluse nell’indice Nasdaq 100 deve ancora pubblicare i risultati trimestrali. Per le aziende che hanno già comunicato i conti, la crescita degli utili appare solida, pari all’11% complessivo, ma è solo in linea con le attese, in un contesto in cui gli investitori si sono abituati a sorprese positive più consistenti ogni trimestre. Per lo S&P 500, invece, la crescita degli utili è più elevata (14%) e anche le sorprese positive sono maggiori (8%), un fattore che aiuta a spiegare perché i titoli non tecnologici stiano sovraperformando.

Paradossalmente, il rischio di valutazione potrebbe essere maggiore per i titoli “value” che per quelli tecnologici. Lo z-score – misura statistica che misura gli scostamenti di uno strumento/indice finanziario dalla media pari a 0 – del rapporto prezzo/utili (P/E) prospettico per il Nasdaq 100 è pari a 0,2, mentre quello dei titoli tecnologici dei mercati emergenti è in linea con la media di lungo periodo (z-score pari a zero). Per alcuni indici value, invece, il punteggio è decisamente più elevato. L’MSCI Japan e il Russell 1000 Value presentano entrambi uno z-score del P/E pari a 1,8. L’Europa rappresenta una parziale eccezione, con uno z-score di 0,5: sopra la media, ma non a livelli estremi.
Gli eventi recenti non fanno che rafforzare l’importanza di una buona diversificazione dell’esposizione al settore tecnologico, sia tra industrie diverse sia tra aree geografiche, includendo mercati sviluppati ed emergenti. La diversificazione è sempre utile in un portafoglio, ma diventa ancora più cruciale alla luce della rapidità con cui evolve l’industria tecnologica. Quasi ogni operatore può essere messo in difficoltà dall’innovazione, ma è probabile che il nuovo vincitore emerga comunque all’interno dello stesso indice. Le perdite su un singolo titolo dovrebbero quindi essere compensate dai guadagni su un altro, mentre gli utili complessivi continuano a crescere.
La recente sorpresa positiva dell’indice ISM manifatturiero statunitense di gennaio, salito a 52,6 (in territorio di espansione) dopo dieci mesi sotto quota 50, evidenzia uno dei rischi per lo scenario positivo sulle azioni USA nel corso dell’anno. La crescita del PIL ha registrato una media del 4,1% negli ultimi due trimestri e la stima GDPNow della Fed di Atlanta è al 4,2%, ben al di sopra del potenziale di crescita di lungo periodo dell’economia, stimato intorno all’1,8%. Considerando che l’inflazione potrebbe tornare a salire nei prossimi mesi con il venir meno degli effetti distorsivi legati alle chiusure e alle condizioni meteo, per la Federal Reserve potrebbe non essere semplice attuare i due tagli dei tassi d’interesse che i mercati attualmente scontano.
Molto dipenderà dall’evoluzione del mercato del lavoro: da un lato l’offerta di lavoro aumenta perché le aziende licenziano e sostituiscono lavoratori con strumenti di AI; dall’altro, però, diminuisce a causa delle deportazioni. Un aggiustamento dei mercati azionari a un numero inferiore di tagli dei tassi (o a nessun taglio) da parte della Fed risulterebbe traumatico, poiché l’aumento del tasso di sconto ridurrebbe i multipli di valutazione, in particolare per i titoli tecnologici e le small cap. Una volta completato questo adeguamento, però, uno scenario di crescita economica solida e inflazione leggermente più alta potrebbe sostenere nuovi rialzi dei mercati.
L’Europa continua a scontare un’eccessiva frammentazione del mercato, retaggio di un modello competitivo che negli ultimi due decenni ha privilegiato la compressione dei prezzi a scapito della redditività degli operatori e della loro capacità di sostenere investimenti infrastrutturali di lungo periodo. Il confronto internazionale, d’altra parte, rende evidente la posta in gioco. Negli Stati Uniti, un mercato con un numero più limitato di operatori, il settore ha beneficiato di una maggiore capacità di investimento a fronte di una migliore monetizzazione della crescente domanda di servizi digitali avanzati, mentre in Cina, la forte presenza statale e la struttura industriale concentrata hanno consentito investimenti infrastrutturali su larga scala, pur in un contesto di prezzi medi più contenuti.
In Europa, dunque, il rischio è quello di trovarsi in una posizione di svantaggio proprio nel momento in cui l’intelligenza artificiale diventa un fattore determinante di crescita economica e competitività geopolitica. Tuttavia, si intravedono alcuni elementi di discontinuità. In particolare, l’approvazione del Digital Networks Act (DNA) del 21 gennaio scorso rappresenta il primo tentativo organico a livello europeo di affrontare in modo strutturale le criticità industriali del settore e di riconoscere alle reti digitali un ruolo di infrastruttura strategica per la competitività economica, la sicurezza e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
Inoltre, il dibattito sul consolidamento del settore ha compiuto un passo avanti significativo. In diversi mercati europei si osserva una maggiore apertura, anche a livello regolamentare, verso operazioni di fusione che riducano il numero di operatori, nella consapevolezza che una struttura industriale più razionale sia condizione necessaria per sostenere gli investimenti richiesti dalla transizione digitale. Sempre più spesso, il consolidamento viene come un processo di “market repair”, necessario per ricostruire condizioni di redditività coerenti con la natura fortemente capital-intensive del settore. Parallelamente, si è rafforzata la tendenza alla separazione tra infrastrutture di rete e servizi. L’ingresso di investitori specializzati e di capitali con un orizzonte di lungo periodo ha favorito lo sviluppo di modelli in cui le reti vengono valorizzate come asset infrastrutturali a sé stanti, capaci di generare ritorni stabili su archi temporali estesi.
Dopo una lunga fase caratterizzata da investimenti particolarmente intensivi, in diversi mercati europei il ciclo di costruzione delle reti sta progressivamente entrando in una fase di maggiore maturità. La diffusione delle infrastrutture di nuova generazione (fibra e 5G) consente una graduale normalizzazione dei livelli di capex, migliorando la visibilità sui flussi di cassa e la sostenibilità finanziaria del settore. Secondo la Commissione Europea, circa il 40% delle reti di distribuzione elettrica dell’Unione ha oggi più di 40 anni di età, evidenziando un significativo fabbisogno di ammodernamento infrastrutturale: saranno necessari oltre 580 miliardi di euro di investimenti nelle infrastrutture di trasmissione e distribuzione entro il 2030. E secondo alcune stime (Fonte: Agency for the Cooperation of Energy Regulators; EIB – European Investment Bank), il fabbisogno complessivo potrebbero superare il trilione di euro nel lungo periodo.
Le conseguenze per gli investitori – Per i portafogli di investimento, il settore delle TLC europee non può più quindi essere interpretato in modo uniforme. La creazione di valore sarà probabilmente concentrata in specifici segmenti: da un lato, gli asset infrastrutturali di qualità, come ad esempio le reti in fibra, torri, backbone e piattaforme wholesale, che offrono visibilità sui flussi di cassa e profili di rendimento più stabili; dall’altro, quegli operatori integrati che potranno beneficiare di economie di scala, riduzione della pressione competitiva e maggiore capacità di monetizzare servizi a valore aggiunto rivolti al segmento corporate.
Queste caratteristiche sono in larga misura sovrapponibili a quelle delle infrastrutture elettriche. In un’ottica di asset allocation, telecomunicazioni ed energia possono dunque essere lette come componenti di una più ampia allocazione infrastrutturale, caratterizzata da orizzonti di investimento lunghi, barriere all’ingresso elevate e flussi di cassa relativamente stabili, spesso regolamentati o contrattualizzati. La convergenza tra transizione digitale e transizione energetica rafforza il ruolo delle infrastrutture come asset class strategica, potenzialmente in grado di offrire diversificazione e protezione in scenari di volatilità.

Dopo due anni dominati dai titoli growth e tecnologici, sostenuti dall’intelligenza artificiale e dalla compressione dei tassi attesa dalle banche centrali, l’avvio dell’anno ha portato prese di profitto sulle large cap più affollate e un ritorno selettivo verso comparti rimasti indietro. Le valutazioni elevate del tech statunitense, con multipli ampiamente superiori alla media storica, stanno spingendo parte degli investitori istituzionali a riequilibrare i portafogli. Non si tratta di sfiducia strutturale, ma di gestione del rischio e ricerca di rendimento relativo.
I flussi stanno premiando settori più ciclici e value. Industria, finanziari, energia tradizionale e materie prime stanno mostrando performance migliori rispetto ai mesi precedenti. Le banche, in particolare, beneficiano di margini di interesse ancora sostenuti e di una qualità del credito che, almeno per ora, non evidenzia un deterioramento significativo. In Europa il comparto bancario recupera attrattività grazie a dividendi elevati e multipli più contenuti rispetto ai peer americani.
La rotazione coinvolge anche lo stile di investimento. I fondi passivi e tematici che avevano concentrato gli acquisti su pochi nomi stanno lasciando spazio a strategie più bilanciate e a gestione attiva. Si assiste a un ritorno dell’attenzione sui fondamentali: utili, flussi di cassa, debito e capacità di generare dividendi tornano centrali nelle scelte. In uno scenario di crescita moderata e inflazione non del tutto rientrata, la narrativa pura non basta più.
Per il risparmiatore italiano questo contesto implica un cambio di approccio. I portafogli concentrati su pochi temi dominanti e su pochi strumenti di investimento rischiano maggiore volatilità, mentre la diversificazione tra settori e asset class torna decisiva. Strategie multi-asset, dividendo, value e obbligazionario a breve-media scadenza possono offrire un equilibrio migliore tra rendimento e rischio. Anche strumenti come PIR, fondi small cap domestici e credito alle PMI potrebbero beneficiare di questa rotazione, intercettando capitali alla ricerca di nicchie meno affollate.
In sintesi, la fase attuale non segnala una fuga dal rischio ma una redistribuzione. I capitali non escono dal mercato, cambiano destinazione. È il segnale di un ciclo più maturo, in cui conta meno inseguire il titolo di moda e più costruire portafogli robusti e bilanciati. La rotazione in corso rappresenta quindi non un campanello d’allarme, ma un’evoluzione fisiologica che premia selettività, disciplina e attenzione ai fondamentali. Chi saprà leggere per tempo questi spostamenti potrà trasformare un contesto apparentemente incerto in un’opportunità di riposizionamento strategico.
I dati diffusi da JPMorgan, per esempio, sono particolarmente interessanti perché non parlano di una crisi imminente, ma di un deterioramento graduale della qualità creditizia. Circa 63 miliardi di dollari di obbligazioni societarie statunitensi oggi classificate come investment grade mostrano caratteristiche tipiche del debito high yield: rating BBB- da alcune agenzie, outlook negativi e valutazioni già speculative da parte di altri osservatori. Un anno fa erano 37 miliardi. Il salto è significativo. Il punto centrale è il rifinanziamento del debito in un contesto di tassi strutturalmente più alti rispetto al passato. Molte aziende continuano ad accedere al mercato senza problemi, ma lo fanno pagando interessi più elevati. Questo aumenta la pressione sui bilanci, soprattutto per gli emittenti più indebitati. Non è un problema di liquidità, almeno per ora, ma di sostenibilità nel medio periodo.
Gli ETF obbligazionari investment grade replicano indici che, per definizione, escludono i titoli che perdono il rating minimo richiesto. Quando un’obbligazione viene declassata a “junk”, l’ETF è costretto a venderla, spesso nel momento peggiore, quando gli spread esplodono e la liquidità si riduce. Non c’è valutazione discrezionale: è una vendita meccanica. L’ETF high yield, al contrario, tende a includere quel titolo solo dopo il downgrade, quando il prezzo ha già subito un forte aggiustamento. Questo meccanismo è fondamentale per capire perché gli ETF investment grade non sono privi di rischio, soprattutto quando gli spread sono molto compressi, come oggi: con spread intorno ai 70–80 punti base, ben al di sotto della media storica, il margine di sicurezza è ridotto, e basta un aumento moderato dei downgrade o un peggioramento del ciclo economico per generare performance deludenti.
Nel segmento high yield, la situazione è ancora più delicata. I rendimenti offerti sono più elevati, ma lo sono anche i rischi. Se il flusso di “angeli caduti” continuerà a superare quello delle aziende che migliorano il proprio merito creditizio, l’universo high yield potrebbe popolarsi di emittenti ex investment grade con bilanci sotto pressione. In uno scenario di rallentamento economico nel 2026, questo aumenterebbe la probabilità di default e l’ampliamento degli spread. Gli ETF high yield potrebbero quindi offrire rendimenti nominali interessanti, ma con una volatilità spesso sottovalutata dal retail.
Gli ETF aggregate, che combinano obbligazioni governative e corporate, rappresentano una via di mezzo. Tuttavia, molti investitori europei tendono a considerarli automaticamente “difensivi”, senza analizzare la composizione. In realtà, una parte rilevante della performance dipende dalla componente corporate investment grade. Se questa entra in una fase di stress, l’effetto stabilizzante dipenderà molto dalla quota di titoli governativi e dalla duration complessiva. Diverso è il discorso per gli ETF su titoli di Stato: in uno scenario di rallentamento economico nel 2026, i governativi potrebbero tornare a svolgere il loro ruolo classico di stabilizzatori di portafoglio, soprattutto se le banche centrali dovessero adottare un tono più accomodante. Non è detto che generino rendimenti eccezionali, ma possono offrire protezione nei momenti in cui il credito soffre.
Qui entra in gioco anche la differenza tra gestione passiva e gestione attiva. Un fondo obbligazionario attivo, a differenza di un ETF, non è costretto a vendere automaticamente un titolo al downgrade. Può anticipare il rischio riducendo l’esposizione prima, oppure decidere di mantenere il titolo se ritiene che il mercato stia reagendo in modo eccessivo. Può anche gestire attivamente la duration, la liquidità e l’esposizione settoriale. Ma questo non significa che un fondo attivo sia automaticamente migliore, poiché un gestore deve prestare grande attenzione a diversi fattori: il livello di leva degli emittenti, la sostenibilità degli investimenti legati all’intelligenza artificiale, il rischio di acquisizioni finanziate a debito e la capacità delle aziende di mantenere margini sufficienti in un contesto di costi finanziari più elevati. Se sbaglia queste valutazioni, il fondo attivo può fare peggio di un ETF, soprattutto in fasi di stress.
Per l’investitore retail europeo, la questione è ancora diversa. Molti investono in ETF obbligazionari per diversificare il portafoglio azionario, ma spesso senza considerare il rischio di credito e quello valutario. Un ETF corporate USA non coperto espone anche al dollaro, che può amplificare o ridurre i rendimenti in modo significativo. Inoltre, concentrare tutta la parte obbligazionaria su corporate investment grade americani significa scommettere implicitamente sulla tenuta del credito USA. In vista del 2026, un approccio più prudente potrebbe essere quello di diversificare non solo per asset class, ma anche per tipologia di rischio: combinare governativi, aggregate, una quota moderata di corporate investment grade e, solo se coerente con il proprio profilo, una piccola esposizione all’high yield. Senza dimenticare che l’obbligazionario non è più il “porto sicuro” automatico che molti hanno conosciuto nel decennio dei tassi zero.
Sui titoli governativi dei Paesi sviluppati prevale una dinamica di stabilizzazione dei rendimenti. Dopo mesi di forte volatilità, le curve tendono ad appiattirsi, con movimenti più contenuti sulle scadenze lunghe e un’attenzione particolare sul tratto breve e medio. Qui si concentra infatti la sensibilità alle aspettative di politica monetaria e alle indicazioni macroeconomiche di inizio anno. I rendimenti restano su livelli storicamente interessanti, ma senza gli scossoni che avevano caratterizzato le fasi di maggiore incertezza inflattiva. Nel comparto dei titoli di Stato dell’area euro, invece, emerge una domanda più selettiva: gli investitori privilegiano emissioni con duration intermedia, considerate un buon compromesso tra rendimento e rischio tasso.
Il tema dello spread resta presente, ma con oscillazioni più contenute rispetto al passato recente. La percezione del rischio sovrano appare meno emotiva e più legata ai fondamentali, in un contesto in cui i conti pubblici e la crescita economica tornano al centro delle valutazioni. Sul fronte corporate, gennaio mostra un mercato diviso in due: da un lato le emissioni investment grade beneficiano di flussi in ingresso, sostenute dalla ricerca di rendimento con un profilo di rischio relativamente controllato, e gli spread creditizi restano compressi, segnale che il mercato non sta prezzando scenari di stress imminenti sul fronte delle insolvenze; dall’altro lato, il segmento high yield si muove con maggiore cautela, poiché gli investitori chiedono premi più elevati e mostrano attenzione alla qualità degli emittenti, penalizzando i settori più ciclici o maggiormente esposti al rallentamento economico.

Le nuove barriere tariffarie aumentano l’incertezza sul ciclo economico e rafforzano le pressioni al ribasso sui rendimenti a breve termine. Nel breve periodo, lo scenario centrale resta quello di tassi stabili o in calo, mentre ipotesi di rialzi tornerebbero in gioco solo come risposta ad un rischio più estremo: un ritorno inatteso dell’inflazione. Eventuali tagli, invece, dipenderanno dall’evoluzione dell’attività economica e da quella del mercato del lavoro, fattori di crescita oggi certamente più esposti agli effetti indiretti delle tensioni commerciali.
In parallelo, emergono segnali più strutturali sul fronte delle materie prime. Dopo anni di disinvestimento, le allocazioni globali sulle commodities restano su livelli storicamente bassi, mentre il controllo delle risorse strategiche — sempre più concentrato in poche aree del mondo — diventa una questione di sovranità economica. Non a caso, negli Stati Uniti le esportazioni di oro non monetario hanno raggiunto livelli record, segnalando un crescente interesse per gli asset reali come copertura contro rischio geopolitico, incertezza commerciale e potenziale debolezza delle valute.
Il quadro macroeconomico è noto, ma ciò che sta cambiando è la lettura che il mercato ne offre. L’accumulo di debito pubblico e la gestione sempre più complessa della normalizzazione monetaria stanno ridefinendo le aspettative di lungo periodo. L’oro intercetta questo cambiamento prima che diventi manifesto altrove. È in questo contesto che va interpretata l’azione delle banche centrali: l’accumulo di oro non risponde all’urgenza del momento, ma alla necessità strategica di ridurre l’esposizione a valute sempre più soggette a pressioni politiche e strumentalizzazione geopolitica. L’oro, a differenza delle riserve finanziarie tradizionali, non può essere congelato, né diluito, né condizionato da decisioni discrezionali.
Il 2025 ha segnato un ulteriore passaggio: anche gli investitori finanziari hanno iniziato a trattare l’oro non più come copertura tattica, ma come componente strutturale di portafoglio, in un contesto in cui manca un riferimento credibile privo di rischio in termini reali. L’oro sta diventando il punto di convergenza di timori diversi — geopolitici, monetari, istituzionali — fino a essere percepito come soluzione universale. Non perché lo sia davvero, ma perché il sistema fatica a offrire un’alternativa altrettanto solida. In questo senso, il rialzo dell’oro degli ultimi due anni non prezza il caos, ma la normalizzazione dell’instabilità: un mondo caratterizzato da maggiore indebitamento, minore coordinamento internazionale e crescente interferenza politica nelle decisioni monetarie. L’oro non sale perché il sistema sta per rompersi, ma perché sta cambiando natura.
Perché il confronto 26% vs 43% è fuorviante – Il 43% Irpef è un’aliquota marginale: colpisce l’ultima porzione di reddito oltre una soglia, non l’intero stipendio. Molti contribuenti, anche con redditi medio-alti, sperimentano un’aliquota media sensibilmente più bassa della marginale. Il 26% sui redditi di capitale, invece, opera spesso come prelievo “separato” sul singolo flusso: ogni cedola, ogni interesse, ogni capital gain realizzato viene tassato in modo lineare, senza scaglioni e senza che la progressività attenui l’impatto sugli importi più piccoli. Questa differenza di architettura fiscale spiega perché i due numeri non siano direttamente comparabili: mettere 26 e 43 sullo stesso piano produce un confronto estetico, non economico.
Pertanto, la domanda utile per un risparmiatore evoluto non è “qual è l’aliquota?”, bensì “quanta performance resta dopo imposte, oneri ricorrenti e inflazione?”. In altre parole: l’oggetto del confronto non è la percentuale stampata sulla norma, ma il rendimento che entra davvero nel processo di accumulazione. Inoltre, c’è un aspetto psicologico che conta: sul lavoro la tassazione si percepisce come un prelievo sul reddito, sul risparmio spesso come una piccola trattenuta “sul rendimento”. Nella pratica, però, quell’apparente “piccola trattenuta” può diventare un fattore che decide se un piano di investimento raggiunge o no gli obiettivi reali.
Come imposte e oneri erodono la capitalizzazione composta – Il costo fiscale del risparmio emerge soprattutto nel tempo, perché colpisce il motore della crescita patrimoniale: la capitalizzazione composta. Un’imposta pagata oggi non pesa solo per l’importo pagato oggi, ma per il rendimento futuro che quel capitale non potrà più generare. E’ un concetto semplice, ma spesso ignorato quando si ragiona “per aliquote”. Se un portafoglio rende il 4% lordo e subisce il 26% di imposta, il rendimento netto scende al 2,96%. Su quel risultato si innesta l’imposta di bollo sul dossier titoli, tipicamente pari allo 0,2% annuo sul valore. La caratteristica decisiva del bollo è che non è legato all’esito dell’anno: è un costo che corre anche quando il rendimento rallenta e che, di fatto, agisce come “tassa sul tempo” del capitale investito.
Quando i rendimenti sono moderati, quel 0,2% diventa un moltiplicatore dell’incidenza fiscale. Un esempio concreto: su 50.000 euro che rendono il 2% (1000 euro lordi), il 26% riduce il flusso a 740 euro; il bollo vale altri 100 euro. Restano 640 euro. In quel caso, il prelievo complessivo “visibile” arriva al 36% del rendimento. Se il rendimento lordo scende all’1%, l’effetto diventa ancora più netto: il bollo pesa quanto una frazione elevata del rendimento e l’incidenza complessiva può avvicinarsi o superare soglie che, nel dibattito pubblico, vengono associate solo all’Irpef più alta.
Inflazione e base nominale: quando la tassa resta piena e il rendimento reale si svuota – L’inflazione introduce un’altra distorsione cognitiva nel risparmiatore: molte imposte sul risparmio colpiscono il rendimento nominale, mentre l’investitore vive nel mondo del rendimento reale. Se i prezzi crescono, una parte del rendimento nominale serve solo a non arretrare in potere d’acquisto. La tassazione, però, non distingue automaticamente tra “guadagno” e “recupero dell’inflazione”, poiché continua a calcolarsi sulla cifra nominale. E’ in questo punto che l’aliquota effettiva sul rendimento reale può impennarsi. Se, per esempio, un investimento produce un rendimento nominale vicino al tasso d’inflazione, il guadagno reale si restringe, ma l’imposta sul nominale resta quasi invariata. La conseguenza pratica è che una quota crescente del rendimento reale viene assorbita, fino al paradosso di rendimenti reali prossimi allo zero con imposta comunque pagate.
Un discorso analogo vale per le plusvalenze: la base imponibile è la differenza tra prezzo di vendita e prezzo di acquisto. In contesti inflattivi, una parte dell’incremento può essere solo “monetaria”, ma viene tassata allo stesso modo. L’investitore vede un numero positivo in conto capitale, il fisco vede una plusvalenza imponibile, ma il potere d’acquisto guadagnato può essere molto inferiore a quanto suggerisce il dato nominale. Questo passaggio è centrale per l’educazione finanziaria avanzata: non basta guardare il rendimento netto “in euro”, occorre interrogarsi su quanto quel rendimento aggiunga realmente in termini di capacità di spesa futura.
Dividendi e realizzi: quando il 26% diventa più di un livello – Il dividendo è il caso più istruttivo perché mostra la stratificazione del prelievo. Il flusso distribuito al socio nasce da utili societari già tassati in capo all’impresa; poi, quando il socio incassa, scatta la ritenuta del 26%. Se si misura il carico sul profitto originario che genera quel dividendo, la tassazione complessiva può arrivare attorno – e in taluni casi oltre- la soglia del 43%. E’ una dinamica che sorprende chi guarda solo alla ritenuta finale, ma diventa evidente non appena si sposta l’analisi dalla “cedola incassata” al “profitto che la rende possibile”.
A questo si somma la variabile spesso trascurata: la frequenza dei realizzi. Un portafoglio che ruota spesso paga imposte con maggiore frequenza e repentinamente. Pagare prima significa ridurre prima il capitale investito e, di conseguenza, ridurre la base che potrà capitalizzare negli anni successivi. Per un investitore evoluto il punto non è demonizzare il trading, ma riconoscerne il costo fiscale implicito: a parità di rendimento lordo, il portafoglio ad alta rotazione tende ad avere un rendimento after tax inferiore, perché anticipa il prelievo e riduce l’effetto composto. In pratica, la fiscalità crea un incentivo strutturale alla pazienza: non perché “sia meglio” sempre e comunque, ma perchè differire il realizzo, quando coerente con la strategia, preserva il capitale e consente al tempo di lavorare.
Irpef 2026 e risparmio invariato: perché il confronto diventa ancora più sottile – Le modifiche agli scaglioni Irpef per il 2026 alleggeriscono alcune fasce, ma non cambiano la struttura della tassazione sui rendimenti finanziari, che resta ancorata al 26% per molte categorie di redditi di capitale. Questo rende il confronto ancora più delicato: molti contribuenti possono trovarsi con un’aliquota marginale sul lavoro inferiore al 43%, mentre il risparmio continua a essere tassato in modo lineare e subisce oneri patrimoniali e penalità legate all’inflazione e ai tempi di realizzo. In questo scenario, l’idea che il risparmio sia “sempre e comunque” fisicamente favorito rispetto al lavoro diventa una semplificazione. Può essere vera per alcune combinazioni di strumenti, rendimenti e orizzonti; può essere falsa per altre, soprattutto quando i rendimenti lordi non sono elevati o quando la strategia comporta realizzi frequenti.







