Giugno 19, 2026
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INVESTITORI

Non ne sai abbastanza dei consulenti finanziari? Conoscili. Guida breve alla conoscenza dei professionisti del patrimonio

Molti risparmiatori tendono a confondere il consulente finanziario abilitato con il “consulente bancario”. Ecco alcune informazioni per conoscerli meglio

La professione del consulente finanziario ha ormai 28 anni, ma molti ancora la confondono con altre figure, ugualmente rispettabili ma molto diverse, del mondo bancario.

Infatti, complice la convivenza di soggetti diversi all’interno di una stessa banca, per i clienti non è semplice, oggi, distinguere tra impiegati che prestano anche il lavoro di consulenza ed i professionisti autonomi a partita IVA. Il malinteso, poi, viene amplificato dalle prassi commerciali degli sportelli bancari e postali, che utilizzano sempre più il termine “consulente” per indicare chi, tra i loro dipendenti, viene dedicato all’assistenza dei clienti in tema di strumenti di risparmio.

Molte, invece, sono le differenze (e le competenze) che identificano un consulente finanziario e lo qualificano come tale.

Innanzitutto, per poter intraprendere la carriera del consulente autonomo occorre poter certificare i propri requisiti di onorabilità. In particolare, non possono iscriversi all’albo dei consulenti finanziari coloro che sono interdetti, inabilitati, falliti, o condannati ad una pena che importa l’interdizione, anche temporanea, dai pubblici uffici, oppure sono stati condannati per un reato contro il patrimonio.

Inoltre, per svolgere questa professione è necessario superare una durissimo esame di abilitazione per la verifica delle conoscenze in ambito economico e giuridico. Questa prova valutativa è la condizione necessaria per potersi iscrivere allo speciale elenco di professionisti, e viene gestita dall’Organismo Unico per la tenuta dell’albo dei Consulenti finanziari, che sorveglia e controlla la loro attività disciplinando, insieme ad altri organi di controllo, la formazione obbligatoria che, come nelle altre professioni, questi professionisti sono tenuti ad osservare ogni anno (pena la sospensione dall’attività o da un ramo di essa).

Ma come svolge il proprio lavoro il consulente finanziario?

Egli, in generale, offre la propria consulenza ai clienti che hanno bisogno di una guida per scegliere quali strumenti di investimento utilizzare per raggiungere i propri obiettivi all’interno di un orizzonte temporale: acquistare una casa, far studiare i figli all’estero, costituire una riserva finanziaria per l’età pensionistica, e più in generale

Difesa del patrimonio familiare

qualunque esigenza, presente o futura, che la vita riserva al risparmiatore ed alla sua famiglia. In particolare, egli analizza l’andamento dei mercati finanziari e suggerisce ai propri clienti le decisioni più appropriate, selezionando le opportunità e informando in maniera chiara i clienti sui rischi e sui costi.

Esistono due tipologie di consulenti finanziari: quello che lavora su base autonoma, il quale offre i propri servizi “slegato” dalle banche (consulenza pura, nessuna vendita di prodotti finanziari) e viene remunerato attraverso una parcella pagata direttamente dal cliente; e quello che, invece, riceve il mandato da un istituto di credito o società di intermediazione mobiliare (per i quali lavora con mandato esclusivo, e dai quali viene pagato in base ad alcuni parametri quantitativi e qualitativi), distribuendone i prodotti/servizi.

Esiste una terza categoria di consulenti finanziari abilitati, quella di cui fanno parte coloro che, pur avendo ottenuto l’abilitazione, lavorano in qualità di dipendenti all’interno di una banca. Si tratta di pochi soggetti, che si differenziano comunque, sia per professionalità che per buona competenza specifica, dai “consulenti bancari/postali generici” di cui abbiamo parlato prima.

Per meglio comprendere quali aspettative vengano riposte dai risparmiatori su questa professione, ci sarà utile una recente ricerca, effettuata su un campione di oltre 1.500 investitori italiani di età compresa tra i 25 ed i 74 anni, secondo la quale le attese dei clienti di un consulente finanziario si differenziano in base all’età e, più precisamente, in base alla generazione di appartenenza. Più esattamente:

  • Per la c.d. Generazione Y (quella dei “Millennials”, ossia coloro che sono nati tra il 1984 ed il 1993), il consulente finanziario è una figura quasi irraggiungibile, dal momento che gli appartenenti a questa categoria demografica sono ancora alla ricerca di una stabilizzazione del proprio reddito e hanno poca disponibilità economica.
  • Per i nati tra il 1964 ed il 1983 (“Generazione X”), il consulente finanziario è colui che deve aiutarli a mantenere, con i propri consigli, la stabilità economica, con una proiezione temporale di lunga durata (circa 10 anni).
  • I c.d. Baby Boomers (quelli nati tra il 1944 ed il 1963), invece, hanno una buona stabilità economica e desiderano mantenere l’attuale tenore di vita con un orizzonte temporale di breve-medio periodo, avendo l’obiettivo di mantenere una buona salute personale e di tutelare, anche economicamente, figli e nipoti.

Secondo la stessa ricerca, l’identikit del consulente-tipo scelto dai clienti appartenenti a tutte e tre le categorie generazionali si basa sulla prevalenza di tre fattori fondamentali. Il primo è l’assenza di conflitti di interesse, nel senso che il consulente deve apparire ed operare dalla parte del cliente, e non della propria organizzazione. Il secondo riguarda il suo modo di relazionarsi con i clienti; egli, cioè, deve avere un linguaggio semplice e trasmettere la sua capacità di comprendere le esigenze personali e familiari del cliente. Il terzo (oggi finalmente molto richiesto, anche per via di una maggior tasso di informazione dei clienti) è relativo alla sua formazione: il consulente deve mostrare la propria competenza in molti campi della finanza applicata alla vita di ogni giorno, ed avere un ruolo di “educatore finanziario” più di ogni altra cosa.

Quella del consulente come “educatore” è una nuova visione del suo ruolo, sancita anche dalla legge italiana e dalla normativa europea; pertanto, pretendetela come servizio principale (è assolutamente gratuito), perché qualunque professionista del patrimonio, oggi, deve ritenersi tale solo se è capace di trasmettere alla clientela il proprio patrimonio di conoscenze finanziarie di base.

 

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Vantaggi e svantaggi di vivere in un mondo a bassa inflazione. Storia recente del nostro potere d’acquisto

Chi detiene patrimoni ha bisogno, oggi più che mai, di una consulenza che gli dia consapevolezza del proprio ruolo sociale di Risparmiatore.

Negli anni ’80 e ’90, in Italia il Risparmio era una voce importante delle famiglie. Quando l’U.E.M. ,ossia l’Unione Europea della Moneta (l’U.E.P., l’Unione Europea dei Popoli, rimane un sogno irrealizzato), era ancora una scadenza lontana nel calendario politico internazionale, la quota di risparmio degli italiani sfiorava il 25% del reddito.

Chi aveva uno stipendio, come gran parte dei nostri genitori, accantonava facilmente per qualche anno, costituiva la somma necessaria a pagare l’anticipo per la casa, e poi la comprava con un mutuo che, grazie agli elevati tassi di inflazione, svalutava presto l’importo della rata. Le famiglie con due redditi, poi, compravano anche la seconda casa.

Le piccole e medie imprese creavano ricchezza, alimentando il circuito del risparmio attivato da una popolazione che consumava a gran ritmo (molto più di prima ma molto meno di oggi), e le grandi aziende statali e para-statali erano fantastici collettori dello sviluppo occupazionale.

Il credito scorreva a fiumi. Chi aveva successo nelle professioni liberali costituiva piccoli e grandi patrimoni, e non aveva grandi motivazioni – se non quella del prestigio personale – per fornire nuovi deputati e senatori al Parlamento.

Meglio di noi, solo il Giappone, con il suo imperatore e le case di cartone compresso dai tetti dorati.

Con l’avvento dell’Euro, gran parte di quella quota di risparmio si è trasformata in consumi: chi aveva liquidità, ha cominciato a spenderla per compensare il minor reddito disponibile e la perdita del potere d’acquisto con cui l’inflazione a due cifre, negata ingannevolmente fino all’evidenza dall’ISTAT e dai governi, impoveriva via via il ceto medio, ossia quella classe sociale formata da famiglie con due stipendi, che compravano casa in città e al mare, che cambiavano l’auto ogni 5 anni, che villeggiavano al mare durante tre mesi di vacanze estive, che riuscivano a pagare ai figli le tasse universitarie….qualcuno se ne ricorda?

E così, milioni di famiglie hanno smesso di accantonare: oggi si stima che la quota di risparmio degli italiani sia inferiore al 10% del reddito.

Di fronte all’aumento dei prezzi e al blocco generalizzato dei salari, in un primo periodo i risparmiatori hanno fatto fatica ad adeguarsi, cercando istintivamente di conservare l’abituale tenore di vita spendendo i propri risparmi per continuare a permettersi ciò a cui erano abituati. Molti, nell’illusione che si trattasse di una fase passeggera, hanno anche contratto dei finanziamenti e si sono indebitati.

Finalmente, dopo qualche anno, ci si è resi conto che il denaro guadagnato era stato eroso dall’inflazione, ed era sufficiente ormai per la sussistenza; così i consumi hanno cominciato a ridursi bruscamente, fino ad azzerare quasi del tutto il tasso di inflazione.

Questa è la storia recente del nostro potere d’acquisto, ed è la situazione in cui viviamo oggi. Il presente, però, potrebbe preoccuparci di più, perché vivere in un mondo senza inflazione comporta benefici ma anche svantaggi. Il beneficio principale è che il nostro potere d’acquisto non si riduce più (e vorrei vedere, al punto in cui siamo…), ma chi si è indebitato tra il 2000 ed il 2010, ossia negli anni in cui i prezzi dei beni di maggior consumo aumentavano a doppia cifra percentuale, ha subito un danno non indifferente. Infatti, da un lato, il vero tasso di inflazione veniva camuffato da un paniere che non teneva conto della c.d. inflazione percepita (e cioè dell’enorme aumento dei prezzi sui beni che acquistiamo ogni giorno, dalla frutta e verdura al pane fino al pranzo al ristorante) e, dall’altro, il meccanismo di adeguamento dei salari e delle pensioni è stato rallentato sensibilmente, riducendo così il potere d’acquisto.

In tal modo, nel nostro Paese si è verificato un processo esattamente contrario a quello che fa funzionare le cose in economia: se un tasso di inflazione vero e sostenibile (es. 3.0% annuo), riduce nel tempo il valore reale dei debiti (in 10 anni, la rata di un mutuo a tasso fisso “vale” un buon 34% in meno, cioè il 3.0% di inflazione moltiplicato per 10 anni a tasso composto), l’assenza d’inflazione produce l’effetto contrario, mantenendo intatto il valore dei debiti a fronte di un reddito che non cresce.

C’è da aggiungere, all’analisi appena fatta, una circostanza legata al comportamento del consumatore: l’assenza di inflazione incoraggia a ritardare gli acquisti sperando in una diminuzione dei prezzi nel breve giro di qualche mese. Classico esempio: non compro adesso il nuovo PC portatile (ma anche la TV HD o la cucina a gas) perché tra sei mesi quello che oggi mi piace costerà meno. Decisioni del genere, perfettamente logiche, determinano a lungo andare lo stallo nell’economia, una contrazione importante dei consumi, la riduzione della produzione industriale in base ai consumi attesi (in diminuzione), licenziamenti in massa e, quindi, la crisi occupazionale da cui riprende il “ciclo negativo dei consumi”.

Un crollo epocale, che segna un punto di svolta di fronte al quale il risparmiatore deve cambiare pelle e riformulare il proprio approccio verso gli investimenti: dalla gestione del denaro a quella del patrimonio. Ciò comporterà un cambiamento di visione in tutto quello che tradizionalmente si è fatto. Ad esempio, se vorremo indebitarci, prima di effettuare la scelta dovremo prima capire che conseguenze potrebbe avere e quanto peserà questo indebitamento sul totale del nostro patrimonio, anzichè pensare solo in termini di programmazione e rateizzazione della spesa per la quale è necessario contrarre un debito.

Paradossalmente, la situazione migliore e priva di possibili delusioni è quella in cui partiamo da zero, non abbiamo alcun patrimonio, ma possiamo crearlo tramite il risparmio. In questo caso, il giusto accantonamento ci consentirà di programmare anche l’indebitamento (es.: guadagno 2.500 euro al mese e posso accantonarne 800; questa cifrà sarà la potenziale rata del mutuo che potrò pagare per enne anni, al fine di comprare la casa che desidero).  E’ più complicato, invece, programmare spese importanti quando il patrimonio, con tutto il suo carico di costi di mantenimento (imposte, tasse, manutenzione, imprevisti etc), ce l’abbiamo già; in questo caso ogni scelta sull’ulteriore ricchezza da formare metterà a repentaglio quella già formata.

Anche nel campo dei valori mobiliari, comprare e vendere titoli, fondi, sicav, polizze di risparmio ed altro ancora, pensando che la questione stia tutta lì, è un errore grossolano. Infatti, chi detiene patrimoni (denaro e/o immobili) ha bisogno, oggi più che mai, di una consulenza che dia innanzitutto consapevolezza del proprio ruolo sociale di risparmiatore evoluto (o in via di evoluzione), al fine di proteggere dagli eventi futuri quanto costruito con fatica per sè e per i propri familiari.

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Buona lettura !

La politica economica italiana dal 1992 ad oggi: un mix di ambizioni personali, conflitti di interesse ed errori da principianti.

Peggio di così non poteva andare. Adesso, per evitare che l’U.E. diventi una prigione, è necessario aumentare il livello di autonomia. Italia compresa, ovviamente

Italia ancora fanalino di coda dell’intera Unione Europea. Queste le recenti previsioni della Commissione europea sulla crescita italiana: 0,1% (contro l’1,5% sperato dal governo a Settembre 2018), e 0,7% per il 2020.

A favore, solo ultimamente, la diminuzione dello spread che, secondo il Premier Conte, è il segnale  di “conti pubblici solidi e in ordine”, che avrebbero permesso all’Italia, grazie anche alla correzione dei conti adottata con un assestamento di bilancio, di scongiurare il pericolo di una procedura d’infrazione.

Da più parti, però, si ritiene che il momento di una verifica più attenta sia soltanto rinviato di qualche mese, a quando cioè sarà terminato il processo post-elettorale di formazione della maggioranza in U.E. e, soprattutto, la fase delle nomine.

A prescindere dagli avvenimenti dell’immediato futuro, è interessante capire come si sia arrivati a questo punto, quale strada abbia imboccato il nostro Paese nel 1992 per arrivare oggi nel punto in cui siamo (e se il punto in cui siamo è migliore di quello in cui saremmo, in tutta probabilità, se non fossimo entrati).

Cominciando dal saldo delle Partite Correnti, nel 2011 esso era pari al -3,7% del PIL, mentre oggi ce l’abbiamo al +2,5%. Praticamente, si trova allo stesso livello di quando avevamo ancora la Lira, solo che oggi non possiamo utilizzare la leva delle svalutazioni della valuta, e possiamo svalutare solo le risorse interne, cioè il lavoro, associando principi economici di austerità che, insieme al mancato controllo dell’inflazione, hanno decretato la scomparsa del ceto medio italiano, su cui il Paese aveva creato ricchezza e prosperità.

Inutile girarci intorno: dal 1992 al 2011 una serie di errori da principianti – commessi da coloro ai quali, anziché consegnarli ad un meritato oblio, i media consentono ancora di aprire bocca – ha permesso la distruzione del nostro tessuto industriale pubblico (per la felicità degli stati del Nord Europa, che si opponevano al nostro ingresso), nonchè il mancato controllo del saldo delle Partite Correnti, a causa del quale abbiamo accumulato una posizione finanziaria netta passiva di oltre 400 miliardi di euro.

Questi i fatti storici. Adesso resta da stabilire chi ne ha la colpa. Soprattutto, è utile farlo?

La risposta positiva ci sembra l’unica possibile; dimenticare, infatti, potrebbe consentire a chi ci governa oggi di ripetere gli errori commessi ieri da personaggi enormemente sopravvalutati e, probabilmente, in grave conflitto di interesse tra gli interessi nazionali da salvaguardare e le proprie ambizioni personali da assicurare alla storia.

Di Prodi e Padoa Schioppa, per esempio, rimane la visione limitata di una Italia tutta ripiegata sull’Europa, nella stessa posizione servile di quando, col piattino in mano, gli stessi chiedevano il permesso di entrare, terrorizzati dall’essere esclusi (da cosa?). Il risultato è stato quello di dover assistere ad accordi extra-UE che destinavano puntualmente a Francia e Germania le migliori opportunità, ed all’Italia gli avanzi.

Da qualche mese, però, incombono i possibili accordi commerciali con la Cina, con i quali l’Italia sta disturbando (e non poco) i sogni di eterna egemonia economica europea dei tedeschi e dei francesi. Non si fa fatica a pensare che siano proprio questi a tifare per una rapida crisi di governo e per un ritorno alle elezioni, dalle quali magari far uscire un governo più accomodante, come quelli precedenti; al netto, però, di quello guidato da Berlusconi fino al 2011, caduto più per gli interessi della Francia sulla Libia di Gheddafi, che per la guerra preventiva scatenata dalle banche estere sul nostro spread (un vile atto di guerra contro di noi, combattuto senza armi di distruzione fisica).

La conclusione di questa breve analisi, pertanto, non può che essere quella di continuare a stare in Europa, ma per starci bene; per farlo, nessuno deve impedire che l’Italia, al pari degli altri paesi dell’UE, possa concludere accordi con il resto del Mondo, in autonomia. Mancando la leva valutaria e quella fiscale, infatti, siamo obbligati a crescere, e la crescita deve essere assicurata attraverso politiche espansive dal punto di vista degli scambi internazionali.

Se l’Europa deve precludere anche quelle, pretendendo di centralizzare tutto a vantaggio degli stati-guida, tanto valeva non entrare affatto.

Pertanto, l’Unione Europea potrà continuare ad esistere solo nel momento in cui si concederà agli aderenti maggiore autonomia.

Sennò diventerà una prigione, da cui evadere in tutti i modi possibili.

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Il mercato dell’Arte, conosciamolo da vicino. I vari passaggi dal “produttore” al “consumatore”

Un mercato in rapida ascesa ma ancora privo di regole fisse. Eppure, le sue caratteristiche non sono molto diverse da quelle presenti nei mercati regolamentati.

Come qualunque mercato di beni di consumo (da quello alimentare a quello automobilistico), anche il mercato dell’Arte funziona attraverso diversi “passaggi” nella catena distributiva, attraverso i quali le opere arrivano al “consumatore” finale, che coincide con un collezionista o con un museo.

A monte di tutto, abbiamo due segmenti fondamentali: il Mercato Primario e quello Secondario.

Nel Mercato Primario, le opere nuove vengono proposte per la prima volta ai collezionisti di qualunque tipologia (privati e pubblici) e ai mercanti d’arte, i quali acquistano i lavori direttamente da un artista o dalle gallerie dove egli espone in esclusiva. Nel Mercato Secondario, invece, le opere vengono rivendute, scontando così il primo “passaggio” nella formazione dei prezzi, ed entrano nel possesso delle case d’asta o delle maggiori gallerie specializzate, le quali insieme costituiscono una sorta di “borsa valori” degli artisti contemporanei e non.

Nel Mercato Secondario, inoltre, i prezzi sono più trasparenti, mentre in quello Primario (definito “opaco”) non è facile determinare il costo di un’opera in vendita, perchè i prezzi tengono conto dei fattori interni alle opere  (es. l’autore, il soggetto, le dimensioni, la tecnica, il formato, il “periodo artistico”, lo stato di conservazione) e dei fattori esterni (pubblicazioni, mostre, provenienza, moda del momento, mercato di riferimento, reputazione dell’artista).

La reputazione, in particolare, sembra essere il principale fattore che guida le aspettative dei collezionisti e il loro gusto personale. Infatti, il legame emotivo che si stabilisce con l’opera determina principalmente il suo valore, mentre i fattori relativi al mercato o ai risultati d’asta sono criteri di valutazione meno importanti ma costituiscono comunque dei passaggi obbligati nella formazione del prezzo.

La valutazione di un’opera, però, varia molto a seconda che si prendano in considerazione i soli collezionisti, i galleristi e i mercanti o le case d’asta.

Per i collezionisti i criteri fondamentali sono l’originalità e la capacità di un’opera di creare un legame emotivo, per i galleristi e i mercanti la reputazione e la vita dell’artista è il criterio fondamentale, seguito dall’originalità del lavoro e dal suo posizionamento di mercato. Per le case d’asta, infine, contano solo i risultati d’asta e il valore di mercato di un artista.

Secondo una recente ricerca elaborata su un campione significativo di collezionisti, i fattori che determinano la scelta di comprare o meno un’opera d’arte sono, in percentuale decrescente:

– Qualità del lavoro (57%)

– Prezzo (25%)

– Reputazione (18%)

Inoltre, anche la galleria di riferimento e la sua storia risultano essere fattori importanti per determinare una decisione d’acquisto.

Quanto detto finora ci fa capire come il prezzo di un’opera non coincida con il “valore” che ognuno le attribuisce. Ma è davvero così difficile determinare una regola, uguale per tutti, utile a determinare un prezzo trasparente?

Per quanto riguarda, ad esempio, il classico “olio su tela”, gli esperti la identificano in una equazione molto semplice:

PREZZO = [(base + altezza) * X] *10 

Dove per X si intende un coefficiente variabile, ossia un numero attribuito all’artista e deciso all’interno del Mercato Primario e/o secondo gli accordi con il proprio gallerista.

Per determinare questo coefficiente ci si basa sul curriculum dell’artista (partecipazione a mostre collettive o personali, eventuali premi vinti, pubblicazioni o acquisizioni da parte di musei etc)

A ben vedere, se la formula di cui sopra venisse accettata universalmente, il mercato potrebbe essere regolato in modo più trasparente sulla base della tipologia di opera (olio su tela, pittura su carta, scultura, opera multipla, fotografia etc) e dell’unica vera variabile, quella del coefficiente di valutazione personale dell’artista. Infatti, questo parametro (come tutti i titoli di borsa), è suscettibile di variazione nel tempo: un giovane artista presente nella sua prima galleria partirà da un coefficiente pari a 1 nel calcolo del prezzo al pubblico, ma il gallerista lo acquisterà ad un prezzo inferiore a quello determinato dalla formula, per poter coprire i costi di promozione e di esposizione, e per realizzare un utile significativo.

Il coefficiente comincerà a salire di valore solo quando i prezzi di quell’artista troveranno conferme in altre gallerie del Mercato Secondario, dove gli acquisti effettuati da altri collezionisti determineranno una maggior richiesta per  mostre o fiere e, in definitiva, la costruzione del curriculum dell’artista.

Col passare del tempo, l’interesse per il suo lavoro crescerà insieme al progredire del suo curriculum, e con essi il coefficiente valutativo.

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Mercato dell’Arte e Passion Investment in continua esplosione, ma non tutto splende dietro le performance. Occhio alle bolle

L’Arte è un mercato in continua espansione, ma gli incrementi del suo giro d’affari nascondono alcune insidie strutturali che presto potrebbero presentare il conto agli investitori

Articolo di Alessio Cardinale

Mentre in Europa ed in Italia ci si arrovella sulle stringenti normative in materia di strumenti e servizi finanziari, esiste (e resiste) un mercato che, pur avendo lunga storia e tradizione, rimane al di fuori di qualunque seria regolamentazione.

Parliamo del mercato dell’Arte, i cui scambi rientrano a pieno titolo in quello che viene definito ancora oggi Passion Investment (settore che comprende opere d’arte, gioielli e pietre preziose, auto e moto d’epoca, grandi imbarcazioni).

La denominazione passion investment, però, sembra non essere più quella più appropriata. Fino a qualche anno fa, infatti, si definiva come tale qualunque investimento, accessorio ai più classici titoli finanziari, effettuato dai grandi detentori di patrimonio in quei beni capaci di conferire un certo status, prestigio, potere e anche persuasione verso i propri interlocutori; oggi questi beni pare abbiano perso la propria caratteristica di strumenti accessori, conquistando, per via delle specifiche peculiarità (in primis, quella di poterli celare a chiunque, fisco compreso, “ripulendo” ricavi non dichiarati), una fetta di mercato ogni anno più grande.

Secondo i dati comunicati da UBS, nel 2018 il giro d’affari globale del mercato dell’arte è stato di 67,4 miliardi di dollari, contro i 63,7 miliardi dell’anno prima, con un incremento del 5,8%.

Gli Stati Uniti continuano ad essere il mercato più grande (44% dei volumi globali), con una grande crescita anche nelle aste pubbliche, mentre il Regno Unito (21%), malgrado la Brexit, ha riconquistato il secondo posto, superando nuovamente la Cina (19%).

Il canale maggiore è quello dei dealer e delle gallerie, che nel 2018 hanno raggiunto un valore stimato di 35,9 miliardi (+7%).

Le vendite all’asta, invece, hanno raggiunto 29,1 miliardi nel 2018, con un aumento del 3% su base annua. In testa sempre gli Usa, con un incremento del 18% a 11,8 miliardi; segue il Regno Unito con +15% a 5,3 miliardi.

Altro canale importante è quello delle fiere d’arte, con un fatturato aggregato stimato di 16,5 miliardi nel 2018, in aumento del 6% su base annua. Le vendite online, infine, hanno totalizzato 6 miliardi, con una crescita annua dell’11 per cento.

Sebbene, parallelamente, si stia sviluppando anche un discreto mercato di opere d’arte di valore più accessibile a categorie di investitori un tempo escluse, i dati più significativi di questo settore scaturiscono sempre dagli scambi dei c.d. HNWI (High net worth individuals, individui con patrimonio compreso tra 5 e 30 mln di USD), ed in particolar modo di quelli che operano nei cinque mercati principali, ossia Regno Unito, Germania, Singapore, Hong Kong e Giappone. Un dato su tutti: mentre i collezionisti statunitensi hanno un’età media di 50 anni e oltre, nei nuovi mercati asiatici emerge un profilo di età molto diverso. A Singapore ed a Hong Kong, rispettivamente, il 46% ed il 39% dei compratori sono millennials, ed il 93% di loro acquista opere su piattaforme online.

Ma non è tutto oro ciò che riluce, e molte nubi si addensano all’orizzonte.

Infatti, eventi storici come la globalizzazione, l’avvento di internet, la facilità negli spostamenti, il crollo delle ideologie anticapitalistiche e l’aumento di nuovi ricchi, sono tutte cause che hanno contribuito a dipingere l’attuale scenario, generando dei risultati che, alla luce dell’assenza di controlli generalizzati di mercato, rischia di creare la più classica delle “bolle”. Inoltre, sembra che i canoni artistici oggi più osservati siano quelli che rispondono ad una minore cultura ed un maggior glamour, e che prediligono le opere prodotte dagli artisti contemporanei in quantità industriali, più che quelle singole e “immortali” dei grandi artisti della storia. Così facendo, però, diminuisce l’aspettativa media di vita “estetica” di un’opera contemporanea, ed in tal modo il mercato di riferimento si ammanta di una logica puramente speculativa, tipica degli strumenti finanziari tradizionali dai quali si vorrebbe mutuare le caratteristiche ed i ritmi vertiginosi di scambio.

Di conseguenza, anche il mercato dell’Arte si sta scindendo con più chiarezza nei due segmenti delle opere “anticicliche”, di cui fanno parte quelle più stabili e appartenenti ai periodi più classici della Storia dell’Arte (Rinascimento, Impressionismo etc), e delle opere “cicliche” (artisti contemporanei), di gran lunga più speculative e, pertanto, più soggette alle crisi di mercato.

Secondo l’economista Olav Velthuis (intervistato da Georgina Adam), “….Alla base di questo fenomeno ci sono meccanismi di creazione e distribuzione della ricchezza nel mondo. Esistono ricerche che mostrano come il mercato dell’arte benefici della distribuzione iniqua della ricchezza”.

Eppure, nonostante le evidenti frizioni sui prezzi (alle stelle), ancora oggi non si interviene con norme e codici che possano regolamentare gli scambi e la trasparenza delle quotazioni. Questo accade perché, nonostante il mercato dell’arte negli ultimi dieci anni sia lievitato sino a raggiungere un giro d’affari elevatissimo (67,4 mld, contro i 50 del biennio 2015-2016), l’arte è un segmento ancora meno sviluppato rispetto agli altri beni di lusso, che valgono 253 miliardi di dollari all’anno. Pertanto, i governi non intenderanno impiegare, ancora per molto tempo, energie e risorse per legiferare specificamente in materia.

Avrebbe potuto farlo l’Europa, ma si è preferito agire, con le due MiFID, solo per il settore finanziario.

In definitiva, finchè il desiderio di primeggiare con gli USA non porterà l’U.E. a fare opportune riflessioni anche sul mercato dell’Arte, i collezionisti si preparino ad affrontare, nel giro di qualche anno, gli effetti di una bolla epocale.

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Mutui, istituti di credito ancora diffidenti verso i consumatori. Nonostante i prezzi bassi e i tassi di interesse al minimo storico

Alla base della contrazione del mercato dei mutui, oltre all’incertezza politico-economica, anche il clima di scarsa fiducia delle banche verso chi vorrebbe indebitarsi per acquistare casa.  

Il mercato del credito immobiliare non finisce mai di sorprendere. Nonostante i proclami propagandistici di ripresa, lo scenario cristallizzato dai dati del 2018 è tutt’altro che confortante, e quello del primo semestre del 2019 non vede una soluzione di continuità con il passato più recente.

Quali sono i fattori che, viste le circostanze (prezzi delle case bassi e tassi di interesse dei mutui mai visti così giù) assolutamente favorevoli, determinano il perdurare di questa situazione?.

Secondo gli esperti, nonostante i prezzi degli immobili si siano stabilizzati e i tassi sui mutui rimangano ai minimi storici, prevale ancora un clima di incertezza, testimoniato dall’indice “per eccellenza” del settore immobiliare, cioè quello che misura il mercato dei mutui, il quale presenta un andamento piuttosto contrastante. Infatti, se nel primo trimestre 2019 l’Agenzia delle Entrate ha registrato un aumento delle compravendite del 8,8%, contemporaneamente si prevede una contrazione dei mutui erogati del 5,9%.

Inoltre Crif (la famigerata banca dati che gestisce, per conto delle banche, lo speciale elenco dei debitori in difficoltà), ha registrato una contrazione delle domande di mutuo del 9,2%, che lascia presagire una riduzione delle erogazioni di mutuo anche nella seconda metà dell’anno in corso.

A chi è imputabile questa incertezza, ai consumatori, alle banche o a entrambi?

Le organizzazioni del settore creditizio sostengono che non si registrano restrizioni da parte degli istituti all’accesso al credito. Infatti, ad ascoltare i loro rappresentanti, sembra che la causa della contrazione della domanda sia da imputarsi esclusivamente all’incertezza politico-economica e ad un generalizzato clima di scarsa fiducia da parte dei consumatori, che induce a posticipare la scelta di acquisto della casa per via dell’assenza di segnali concreti di una ripresa economica solida e durevole.

Inoltre – sempre secondo gli “esperti” – sull’attuale contesto peserebbero: 1) la sospensione del Q.E. (Quantitative Easing, ossia l’immissione di liquidità da parte della Banca Centrale Europea), che avrebbe determinato una diminuzione delle erogazioni, e 2) le fantomatiche previsioni di una possibile patrimoniale, accompagnata alle limitazione delle detrazioni degli interessi dei mutui e delle spese di ristrutturazione e arredamento.

Niente di più infondato.

Infatti, le banche stanno continuando nella loro opera “maniacale” di razionalizzazione dell’Offerta e di conseguente riduzione dell’accesso al credito, attuata attraverso l’adozione di misure iper-ispettive e fortemente escludenti, che i richiedenti (fino ad un paio d’anni fa meritevoli di credito) devono subire. Si va dall’imposizione della firma di un introvabile garante (anche su una richiesta proveniente da una coppia con doppio reddito non elevato), alla centralizzazione delle funzioni istruttorie e deliberanti presso un unico ufficio per tutto il territorio nazionale, con il risultato di rallentare a dismisura i tempi di erogazione (anche 4 mesi), e di paralizzare venditori e compratori.

A ciò si aggiunga la presenza opprimente dei servizi forniti dalle banche dati (Crif in testa) nelle c.d. policy di ogni singolo istituto di credito, che ha generato, oltre a legittimi benefici per chi eroga i mutui, anche una inaccettabile restrizione della privacy per chiunque volesse muoversi liberamente attraverso il panorama bancario dell’offerta di strumenti di indebitamento. Sotto la lente di ingrandimento, infatti, la prassi discutibile della “marchiatura” nelle banche dati, per un periodo massimo di 60 giorni, di coloro che hanno ricevuto il rifiuto, da parte di una banca, della propria richiesta di mutuo. Ciò determina l’ulteriore risultato, per questi richiedenti, di ricevere altrettanti rifiuti, durante quella finestra temporale, da parte di tutte le altre banche, e magari veder sfumare una profittevole occasione di acquisto.

Eppure, le prospettive sarebbero positive, dal momento che i prezzi immobiliari sono molto contenuti e senza particolari tensioni al rialzo (se non in alcune zone di Milano e Roma). Eppure, ancora, il differenziale tra la crescita dei prezzi e la crescita dei redditi negli ultimi anni si è ridotto, il ché permetterebbe un ritorno all’acquisto anche da parte di persone dai redditi inferiori. Invece, le banche continuano ad essere particolarmente disponibili e competitive solo quando hanno di fronte clienti che apportano una consistente parte di mezzi propri nell’acquisto (35-40% del prezzo); a costoro, grazie al calo dell’IRS (l’indice di riferimento dei mutui a tasso fisso), vengono proposti mutui fino all’1,60% a 30 anni, con rata fissa.

Per chi non ha risparmio, purtroppo, la strada che conduce ad acquistare casa è lastricata da mille insidie e da tanti rinvii. Di conseguenza, giacchè la maggior domanda proviene da richiedenti con reddito medio/basso, anche la Domanda di case è destinata a vivacchiare in uno scenario di stagnazione di lungo periodo.

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Libra-Facebook: una nobile moneta mondiale, o solo un business planetario per i pagamenti virtuali?

Con Libra, Zuckerberg sposta l’attenzione dalla moneta mondiale al business legato alla sua gestione. Con buona pace delle banche centrali e della grandi corporation.

Il recentissimo lancio di Libra, la moneta che Facebook vorrebbe diffondere tra i suoi “cittadini”, necessita di una serie di chiarimenti per evitare che la si possa scambiare con qualcos’altro. Pertanto, è bene sapere che si tratta di un progetto che viene da lontano: Facebook, già qualche tempo fa, ha creato in Svizzera una fondazione indipendente per gestire tutto il progetto e controllare la moneta. Quest’ultima non sarà minimamente paragonabile al celebre (e famigerato, sotto molti punti di vista) Bitcoin, il quale peraltro è particolarmente soggetto ad una fortissima volatilità di prezzo. Al contrario, Libra perseguirà l’obiettivo di una costante stabilità, e questo certamente piace all’Europa di marca tedesca (terrorizzata dall’inflazione fin dai tempi di Weimar).

La moneta “facebookiana”, che sarà in circolo a partire dal 2020, ha bruciato sul tempo quella di Telegram, che era al lavoro da circa un anno sulla propria criptomoneta (il Gram, per la quale aveva già raccolto finanziamenti per 1,7 miliardi di dollari e adesso pare destinata ad un rapido oblio).

Libra, come dicevamo, non sarà una vera e propria cripto-valuta, perché a differenza delle altre cripto-monete il suo valore sarà ancorato a beni reali, nello specifico un fondo di riserva, ossia una sorta di paniere di valute di vario tipo (la riserva finanziaria, secondo le fonti, sarebbe già stata messa a budget per arrivare prima dei concorrenti).

Con questa moneta virtuale, pertanto, sarà possibile non solo pagare e scambiare denaro sui social network di proprietà, ma in tutto il web e fuori dal web. Infatti, sembra che l’obiettivo sia quello di creare una vera e propria valuta internazionale, alternativa non al bitcoin, bensì al dollaro, trasformandola cioè in una moneta di scambio globale, che già oggi avrebbe qualcosa come due miliardi e mezzo di utenti. Inoltre, verrebbe usata anche da circa 1,7 miliardi di persone nel mondo che non hanno un conto in banca, o che semplicemente trovano conveniente non versare le commissioni ai gestori di carte di credito o di servizi di invio digitale del denaro. Per questo motivo, potenzialmente, sul lungo periodo Libra potrebbe spazzare qualsiasi competitor bancario sui cambi (e non solo), in tutto il mondo.

L’iniziativa di Zuckerberg e dei suoi strateghi è stata profondamente pensata, e condivisa già da 27 partner del calibro di PayPal, Mastercard, Visa, Coinbase, Uber, EBay, Spotify, Lift, Vodafone e Iliad; tutti colossi che, per evitare di essere tagliati fuori dal business, hanno preferito investire nel progetto di Facebook, entrando con una quota pari a 10 milioni di dollari ciascuno, destinata ad aumentare.

In buona sostanza, ci troveremmo di fronte ad un’azienda che batte moneta e accumula miliardi di dollari di riserve valutarie in una propria banca centrale. Chi ci potrebbe perdere? Il Dollaro USA e l’Euro, certamente. E allora, come mai Facebook va avanti nel suo progetto così speditamente, senza ricevere le “attenzioni” del litigioso Trump o della Trojka europea? Semplice, perché Libra, oltre ad aver fatto opera di geniale diplomazia con i propri partner (che altrimenti gli avrebbero fatto una guerra senza quartiere) potrà contenere anche il Dollaro e l’Euro dando stabilità ai propri corsi.

Inoltre, dal momento che Facebook ha fatto sapere che farà da apripista nelle fasi iniziali del progetto, e poi il suo ruolo e le sue responsabilità saranno gli stessi di qualsiasi altro membro fondatore (cosa strana, a dire il vero, ma tant’è), qual è il vero affare di Facebook? Il sistema dei pagamenti, naturalmente. Infatti, per spendere e conservare le libre avremo bisogno di un’app wallet simile a quella che si usa per le cripto-valute. Quella di libra si chiamerà Calibra, e verrà gestita da Facebook, che ha già anticipato che i dati finanziari di Calibra saranno separati dai dati dei social. “Le informazioni sull’account e i dati finanziari dei clienti di Calibra non verranno utilizzati per migliorare il targeting delle inserzioni sulla famiglia di prodotti Facebook”, hanno fatto sapere dall’azienda.

L’unica cosa certa è che, in questa iniziativa di Zuckerberg, non c’è nulla di veramente nobile, se non in via del tutto incidentale.

E poi, sulla privacy staremo a vedere…

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Mutui ipotecari e usura “contrattuale” sul tasso di mora: interessi cancellati e contraente risarcito

Interessanti gli interventi della Giurisprudenza sulla usura e nullità del contratto di mutuo, soprattutto quando a ricadere nel superamento del c.d. tasso soglia è unicamente la disciplina contrattuale del tasso di mora.

Articolo di Alessandro Valenti*

Negli ultimi cinque anni, il tema dei contratti di mutuo in usura (o presunta tale) hanno occupato pagine di giornali e trattati di giurisprudenza.

La Corte di Cassazione è stata chiamata più volte a pronunciarsi su vicende che hanno svelato come, nel periodo che intercorre tra il 2000 ed il 2007, molti istituti di credito abbiano sottovalutato le nuove regole sui c.d. tassi soglia imposti dalla Banca D’Italia quale limite tecnico oltre il quale si deve parlare di usura. Infatti, molti contratti di mutuo ipotecario a tasso fisso, sottoscritti durante quel periodo, sono stati successivamente contestati dai contraenti, ai quali, in numerose occasioni, è stato anche riconosciuto il risarcimento di tutti gli interessi pagati fino alla data di apertura del contenzioso.

Sia i tribunali di merito che quelli di legittimità (anche a sezioni unite), nell’ultimo quinquennio, hanno così emesso numerose sentenze ed ordinanze relative a diverse fattispecie di usura, da quella originaria (o pattizia) a quella sopravvenuta, facendo chiarezza su una materia molto controversa. Uno degli aspetti più discussi è quello relativo alla nullità del contratto di mutuo anche quando a ricadere nell’usura pattizia (ossia, nel superamento del tasso soglia) è unicamente la disciplina contrattuale del tasso di mora.

Addentrandoci nella giurisprudenza sul tema, l’art. 1, comma 1, D.L. 394/00, di interpretazione autentica dell’art. 644 c.p., riconduce alla nozione di interessi usurari quelli convenuti “a qualsiasi titolo”, e la relazione governativa che accompagna il decreto fa esplicito riferimento a ogni tipologia di interesse, sia esso corrispettivo, compensativo o moratorio. La Corte Costituzionale, chiamata ad esprimersi nei giudizi di legittimità costituzionale sollevati dalla L. 24/01 (interpretazione autentica della legge 108/96) aveva già precisato che “va in ogni caso osservato che il riferimento contenuto nell’art. 1, comma 1, del Decreto Legge n. 394/2000 agli interessi a qualunque titolo convenuti rende plausibile l’assunto secondo cui il tasso soglia riguarderebbe anche gli interessi moratori” (Corte Cost. 29/02). Essendo l’usura un reato istantaneo (cfr. Consulta n. 29/2002), va detto che detto reato si perfeziona al momento della sottoscrizione del contratto di mutuo; pertanto, va valutato se il tasso del mutuo sia superiore alla soglia rilevata dai bollettini trimestrali del Ministero del Tesoro a quella data (Cass. Civ., Sez. I, 27/9/13, n. 22204).

Relativamente agli  interessi di mora, possiamo certamente affermare che essi, pur essendo in un certo senso risarcitori e sanzionatori:

  1. a) non perdono la funzione remunerativa dell’interesse che va ad arricchire – in maniera sproporzionata – la Banca;
  2. b) costituiscono parte integrante del contratto di mutuo e
  3. c) ne condizionano a tutti gli effetti la sua validità.

Infatti, a suffragio di quanto appena detto, possiamo fare riferimento ad alcune autorevoli decisioni di merito e legittimità. Così la corte d’Appello di Venezia – Sezione Terza Civile – n. 342 del 2013, ha stabilito che “…si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui sono stati promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento…” per cui “… la natura dei tassi di interesse va determinata con riferimento al momento della convenzione e non a quello della dazione …”. L’usura pattizia del mutuo prevede, prosegue la sentenza “… la conversione forzosa del mutuo usurario in mutuo gratuito…la sanzione così stabilita dell’abbattimento del tasso di interesse applicabile si applica a qualunque somma fosse dovuta a titolo di interesse, legale o convenzionale, sia agli interessi corrispettivi che agli interessi moratori...”.

In tal senso, sia legge 108/96 che l’art. 644 c.p. individuano dei limiti che non contemplano alcuna deroga, in ciò prevalendo nettamente anche sulle circolari della Banca d’Italia, le quali, dando agli intermediari finanziari l’indicazione di escludere gli interessi di mora dai tassi medi di mercato, hanno causato per lungo tempo la sottrazione arbitraria degli interessi di mora dal tasso d’usura. Questo stato di cose, sicuramente sfavorevole all’utenza, si è interrotto quando la Suprema Corte, con sentenza 02/04/2000 n. 5286, ha stabilito che: “… non v’è ragione per escludere l’applicabilità anche nell’ipotesi di assunzione dell’obbligazione di corrispondere interessi moratori risultati di gran lunga eccedenti lo stesso tasso soglia. Il ritardo (di pagamento), poi non giustifica di per sé il permanere della validità di un’obbligazione così onerosa e contraria al principio generale posto dalla legge”.

Sull’interpretazione autentica della legge 108/96 (legge 24/01) era già stata chiamata ad esprimersi, nel 2001, la Corte Costituzionale, affermando che il tasso soglia riguarda anche gli interessi moratori. A confermare tale orientamento ci ha pensato la Corte di Cassazione con una serie di fondamentali ordinanze (n. 350/2013, n. 23192/2017), le quali hanno ribadito che se il  tasso di mora pattuito contrattualmente supera il tasso soglia, la clausola che pattuisce gli interessi è nulla, ed il mutuatario, in applicazione dell’articolo 1815 del codice civile, non dovrà pagare nessun interesse con il risultato che potrà ripetere gli interessi già pagati e non pagare più interessi sulle rate a scadere del mutuo.

Infine, con l’ordinanza n. 27442/2018 la Suprema Corte ha affermato che agli interessi convenzionali di mora trova applicazione la regola generale secondo cui, se pattuiti ad un tasso superiore rispetto a quello indicato dall’art. 2, comma 4 della L.108/1996 (quello, cioè, che ha determinato la previsione normativa del c.d. “tasso soglia”), sono da considerare ipso iure usurari.

Relativamente a tale ordinanza, inoltre, la Corte ha precisato che, in caso di usura pattizia, il rapporto creditorio complessivo verrà ricalcolato a tasso zero e, qualora siano stati effettivamente pagati interessi moratori, agli stessi – e solo a quelli – verrà applicato il tasso legale tempo per tempo.

In conclusione, con la modifica dell’art. 1815 c.c. ad opera della legge 108/96, si è voluto porre un più stringente presidio all’usura, sanzionando in maniera incisiva la pattuizione di interessi usurari, senza operare alcuna distinzione tra interessi ordinari e di mora. Alla luce dell’art. 1815 co. 2 del c.c., se sono stati convenuti interessi usurari la clausola è nulla e non sono dovuti interessi; di questi, quelli ancora da pagare dovrebbero essere “cancellati”, e quelli già corrisposti dovrebbero essere restituiti interamente, senza che il mutuatario perda il beneficio del termine rateale di pagamento o, come logica e buona diligenza vorrebbero, compensando gli effetti economici del risarcimento dovuto dalla Banca con la sorte capitale residua eventualmente dovuta alla data di una possibile conciliazione o decisione giudiziale.

* Avvocato civilista, foro di Barcellona (ME)

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Ricchezza degli italiani e sviluppo di competenze: dai patrimonials ai millennials molti beni e poca conoscenza

Complice il contesto storico in cui sono cresciuti, i patrimonials non sono stati in grado di trasmettere ai millennials la conoscenza in campo finanziario.

Secondo l’ultimo Rapporto Istat e Banca d’Italia sulla ricchezza delle famiglie e delle società non finanziarie, a fine 2017 la ricchezza netta delle famiglie italiane era pari a 9.743 miliardi di euro. Di questi, le abitazioni costituiscono la principale forma di investimento e, con un valore di 5.246 miliardi di euro, rappresentano la metà della ricchezza lorda. Relativamente alle abitazioni, la ricchezza complessiva dei patrimonials italiani ammonta esattamente a 5.246.608 milioni di euro. In particolare:

– immobili non residenziali: 678,8 miliardi di euro;

– biglietti circolanti e depositi: 1.360 miliardi di euro;

– obbligazioni: 314,1 miliardi di euro;

– azioni: 1.038 miliardi di euro;

– derivati: 787 milioni di euro;

– quote di fondi comuni: 524,2 miliardi di euro

– riserve assicurative e garanzie standard: 130,2 miliardi di euro.

In tema di creazione di ricchezza e di sviluppo di competenze, il confronto tra patrimonials e millennials è d’obbligo. I primi (che corrispondono ai genitori dei secondi) hanno imparato a prendere rischi e conosciuto luci ed ombre dei mercati azionari; hanno investito in immobili ed assistito alla nascita dell’industria dei prodotti finanziari. Inoltre, essi hanno vissuto da sfortunati protagonisti la “madre di tutte le crisi” (2008 – oggi).

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I secondi, a quanto pare, non hanno beneficiato di questo patrimonio di esperienze.

Prendendo ad esempio i mercati finanziari, secondo John Bogle (Vanguard) una buona regola per investire in azioni è quella secondo cui bisogna destinare al mercato azionario una percentuale pari a 100 meno la propria età. Si tratta certamente di una regola un pò troppo semplicistica, ma essa coglie due punti fondamentali dell’investimento:

  • è giusto ed opportuno investire in azioni fin da giovani;
  • è importante ribilanciare il patrimonio, riducendo il rischio, durante la propria vita.

Contrariamente a questa regola universalmente accettata, i millennials preferiscono comprare prodotti di investimento con una bassa percentuale di azioni e una elevata percentuale di attività a rischio basso. Scelta che ovviamente darà luogo a rendimenti futuri ridotti.
La ragione è, in parte, dettata dalla scarsa educazione finanziaria ricevuta dal contesto socio-educativo, causa oggi di eccessiva prudenza proprio nell’età dove sarebbe consigliabile prendere qualche rischio in più.
Anche l’industria degli strumenti finanziari è responsabile di questa mancata trasmissione di conoscenze prima ai patrimonials, e di conseguenza ai millennials; essa, infatti, per lungo tempo essa ha tenuto i primi in un limbo di ignoranza e scarsa consapevolezza, sull’onda del “fidati e delega a noi le decisioni di investimento”, in ciò determinando uno scenario di scarsa educazione finanziaria anche nelle famiglie più evolute. Ne consegue che i patrimonials, complice il contesto, non sono stati in grado di conoscere bene e di poter trasmettere i contenuti di educazione finanziaria ai millennials.
Per meglio comprendere di cosa stiamo parlando, ci viene in aiuto una ricerca internazionale condotta su un campione di investitori finali e su un campione di consulenti finanziari. Secondo questo studio, molti clienti, detentori di notevoli patrimoni mobiliari, si aspettano dal proprio consulente un rendimento annuo pari al 10.0% oltre l’inflazione. Dal momento che oggi, con i tassi vicini allo zero, realizzare un +10% richiede l’assunzione di rischi considerevoli, saremmo portati a ritenere che questi risparmiatori hanno una elevata propensione al rischio… Niente affatto! Il 72% di loro si definisce prudente, e l’82% di loro riferisce di preferire la sicurezza rispetto alla performance.
In sintesi, essi hanno compreso ben poco del mondo degli investimenti finanziari. Fanno da contraltare i consulenti, che in teoria dovrebbero essere i portatori sani di educazione finanziaria. Infatti, molto correttamente, il rendimento medio atteso dai consulenti (che sanno come va il mondo in questo preciso momento) è del 3,4% annuo.

Eppure, sembra che i loro clienti si aspettino ben altro.

Esiste quindi una distanza enorme tra la pia illusione del 10% atteso dai clienti ed il più pragmatico 3,4% atteso dei consulenti; questo vuoto getta le basi per migliorare tutto il ciclo di informazione al cliente all’interno di un percorso che non può essere limitato solo a quanto previsto dalla nuova normativa europea (c.d. MiFID II) relativamente ai costi, ma deve necessariamente comprendere anche un percorso culturale di educazione finanziaria da erogare a tutti, fin dalla scuola dell’obbligo.

Per fortuna, da qualche tempo se ne comincia a parlare.

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Il ciclo di vita del patrimonio e gli immobili. Ok comprarli, ma per abitarci dentro

Pur essendo a sconto, le quotazioni del mercato immobiliare non giustificano ancora una ripresa dell’investimento in questo asset.

I patrimonials (ossia i genitori dei millennials) si muovono ancora freneticamente, senza mai sedersi a riflettere su quanto hanno creato, spinti dal desiderio di produrre altra ricchezza. Andare avanti è la loro parola d’ordine. Tuttavia, molti tra coloro che beneficiano di asset elevati, sorprendentemente, non conoscono le nozioni del ciclo di vita del patrimonio, e cioè:

  1. fase di accumulazione e gestione
  2. fase di protezione e difesa
  3. fase di pianificazione e trasmissione

Peggio ancora, molti di essi non sanno in quale fase del ciclo di vita si trovano in questo momento, oppure anticipano le fasi confondendo obiettivi, cause ed effetti.

Nonostante questo scenario contrastato – che certamente avrà effetti nelle abitudini di investimento delle future generazioni – la ricchezza, in Italia, continua a crescere. La Banca d’Italia pubblica ogni anno il Supplemento al Bollettino Statistico sulla “Ricchezza delle famiglie italiane”, che ci dà l’occasione per fare il punto e per effettuare un confronto con la situazione di 20 anni prima. Ebbene, nonostante l’ultimo ventennio sia costellato da eventi economicamente negativi, gli italiani sono complessivamente più ricchi di circa il doppio. Tra il 1995 ed il 2017 la ricchezza totale degli italiani è cresciuta più del pil (114% contro 71,5%).

Il patrimonio immobiliare di proprietà delle famiglie italiane è portentoso: quasi 21 milioni di famiglie vivono in casa di proprietà, e 3 milioni di esse vivono in affitto, ma ci sono quasi 6 milioni di seconde case (i c.d. immobili a disposizione).

Ciò è il risultato di in un periodo storico (anni ’60-’80) in cui l’edilizia è letteralmente esplosa, permettendo al nostro Paese di dotarsi di un sistema interno che, a fronte di un accesso piuttosto costoso (imposte, spese notarili), consente un mantenimento sostenibile della proprietà immobiliare abitativa, da cui lo Stato ricava un gettito fiscale costante.

Per quanto riguarda gli immobili a disposizione, essi costituiscono quasi il 18% dell’intero patrimonio immobiliare posseduto dai privati (una famiglia su 5 possiede una o più seconde case). Di solito si tratta di abitazioni acquistate direttamente proprio durante il boom del mattone, oppure frutto di eredità. Si tratta di abitazioni sottoutilizzate, che presentano alti costi di mantenimento e fiscali, per cui i proprietari, nonostante tentino di affittarle, riescono solo a recuperare costi e tasse con le loro rendite da locazione.

Queste case sotto-utilizzate, pertanto, rappresentano un capitale quasi infruttifero, di cui liberarsi; nel prossimo futuro, pertanto, l’immissione sempre più corposa (soprattutto in occasione della successione generazionale) di tali immobili sul mercato delle compravendite contribuirà a tenere basso il prezzo delle abitazioni.

I debiti, contestualmente, sono saliti di circa tre volte, ma si tratterebbe di un indebitamento “sano”, esposto cioè verso gli immobili. Lo dimostra l’esposizione verso i mutui per acquisto casa, il cui valore è esploso da 51 a 379,8 miliardi e oggi assorbe la metà della crescita dell’indebitamento totale.

Di fronte al calo generalizzato dei prezzi degli immobili, più di qualcuno ha già pensato di “tornare al mattone”, e magari acquistare un bel po’ di appartamenti di quadratura medio-piccola per ricavarne un reddito con un prezzo a sconto anche del 30.0%.

E’ la mossa giusta, oppure esistono concreti motivi per attendersi una ulteriore diminuzione dei valori?

In Italia, infatti, siamo di fronte ad un cambio di era geologica dal punto di vista immobiliare, e diversi sono i fattori che dovrebbero imporci di fare molta attenzione all’acquisto di case che non servano a soddisfare la loro funzione di servizio primaria, e cioè abitarci dentro.

Le attuali quotazioni sembrano appiattite per il lungo (lunghissimo) periodo per via, da un lato, della migrazione di giovani (ossia, i futuri acquirenti) in altri paesi e, dall’altro, per il subentro di famiglie straniere (oggi circa sei milioni di non-italiani residenti in Italia) la cui domanda è fatta per lo più da immobili di piccolo taglio in zone periferiche, ossia quelli di minor pregio.

Inoltre, le aspettative di riforma del catasto si stanno scaricando sulle quotazioni del mercato immobiliare, fungendo da calmierante alle spinte al rialzo del valore degli immobili di pregio.

A tutto questo si aggiunga che gli immobili, in futuro, sconteranno imposte di successione e donazione sempre più elevate, tanto che parte delle case dovrà essere gradualmente venduta dai grandi detentori di immobili per consentire agli eredi di avere la liquidità necessaria per pagarle. Ai millennials, infatti, non piace affatto gestire proprietà immobiliari, ad eccezione della propria casa di abitazione (che vogliono confortevole e tecnologicamente avanzata, ma non lussuosa).

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