Aprile 22, 2026
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INVESTITORI

Mutui, istituti di credito ancora diffidenti verso i consumatori. Nonostante i prezzi bassi e i tassi di interesse al minimo storico

Alla base della contrazione del mercato dei mutui, oltre all’incertezza politico-economica, anche il clima di scarsa fiducia delle banche verso chi vorrebbe indebitarsi per acquistare casa.  

Il mercato del credito immobiliare non finisce mai di sorprendere. Nonostante i proclami propagandistici di ripresa, lo scenario cristallizzato dai dati del 2018 è tutt’altro che confortante, e quello del primo semestre del 2019 non vede una soluzione di continuità con il passato più recente.

Quali sono i fattori che, viste le circostanze (prezzi delle case bassi e tassi di interesse dei mutui mai visti così giù) assolutamente favorevoli, determinano il perdurare di questa situazione?.

Secondo gli esperti, nonostante i prezzi degli immobili si siano stabilizzati e i tassi sui mutui rimangano ai minimi storici, prevale ancora un clima di incertezza, testimoniato dall’indice “per eccellenza” del settore immobiliare, cioè quello che misura il mercato dei mutui, il quale presenta un andamento piuttosto contrastante. Infatti, se nel primo trimestre 2019 l’Agenzia delle Entrate ha registrato un aumento delle compravendite del 8,8%, contemporaneamente si prevede una contrazione dei mutui erogati del 5,9%.

Inoltre Crif (la famigerata banca dati che gestisce, per conto delle banche, lo speciale elenco dei debitori in difficoltà), ha registrato una contrazione delle domande di mutuo del 9,2%, che lascia presagire una riduzione delle erogazioni di mutuo anche nella seconda metà dell’anno in corso.

A chi è imputabile questa incertezza, ai consumatori, alle banche o a entrambi?

Le organizzazioni del settore creditizio sostengono che non si registrano restrizioni da parte degli istituti all’accesso al credito. Infatti, ad ascoltare i loro rappresentanti, sembra che la causa della contrazione della domanda sia da imputarsi esclusivamente all’incertezza politico-economica e ad un generalizzato clima di scarsa fiducia da parte dei consumatori, che induce a posticipare la scelta di acquisto della casa per via dell’assenza di segnali concreti di una ripresa economica solida e durevole.

Inoltre – sempre secondo gli “esperti” – sull’attuale contesto peserebbero: 1) la sospensione del Q.E. (Quantitative Easing, ossia l’immissione di liquidità da parte della Banca Centrale Europea), che avrebbe determinato una diminuzione delle erogazioni, e 2) le fantomatiche previsioni di una possibile patrimoniale, accompagnata alle limitazione delle detrazioni degli interessi dei mutui e delle spese di ristrutturazione e arredamento.

Niente di più infondato.

Infatti, le banche stanno continuando nella loro opera “maniacale” di razionalizzazione dell’Offerta e di conseguente riduzione dell’accesso al credito, attuata attraverso l’adozione di misure iper-ispettive e fortemente escludenti, che i richiedenti (fino ad un paio d’anni fa meritevoli di credito) devono subire. Si va dall’imposizione della firma di un introvabile garante (anche su una richiesta proveniente da una coppia con doppio reddito non elevato), alla centralizzazione delle funzioni istruttorie e deliberanti presso un unico ufficio per tutto il territorio nazionale, con il risultato di rallentare a dismisura i tempi di erogazione (anche 4 mesi), e di paralizzare venditori e compratori.

A ciò si aggiunga la presenza opprimente dei servizi forniti dalle banche dati (Crif in testa) nelle c.d. policy di ogni singolo istituto di credito, che ha generato, oltre a legittimi benefici per chi eroga i mutui, anche una inaccettabile restrizione della privacy per chiunque volesse muoversi liberamente attraverso il panorama bancario dell’offerta di strumenti di indebitamento. Sotto la lente di ingrandimento, infatti, la prassi discutibile della “marchiatura” nelle banche dati, per un periodo massimo di 60 giorni, di coloro che hanno ricevuto il rifiuto, da parte di una banca, della propria richiesta di mutuo. Ciò determina l’ulteriore risultato, per questi richiedenti, di ricevere altrettanti rifiuti, durante quella finestra temporale, da parte di tutte le altre banche, e magari veder sfumare una profittevole occasione di acquisto.

Eppure, le prospettive sarebbero positive, dal momento che i prezzi immobiliari sono molto contenuti e senza particolari tensioni al rialzo (se non in alcune zone di Milano e Roma). Eppure, ancora, il differenziale tra la crescita dei prezzi e la crescita dei redditi negli ultimi anni si è ridotto, il ché permetterebbe un ritorno all’acquisto anche da parte di persone dai redditi inferiori. Invece, le banche continuano ad essere particolarmente disponibili e competitive solo quando hanno di fronte clienti che apportano una consistente parte di mezzi propri nell’acquisto (35-40% del prezzo); a costoro, grazie al calo dell’IRS (l’indice di riferimento dei mutui a tasso fisso), vengono proposti mutui fino all’1,60% a 30 anni, con rata fissa.

Per chi non ha risparmio, purtroppo, la strada che conduce ad acquistare casa è lastricata da mille insidie e da tanti rinvii. Di conseguenza, giacchè la maggior domanda proviene da richiedenti con reddito medio/basso, anche la Domanda di case è destinata a vivacchiare in uno scenario di stagnazione di lungo periodo.

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Libra-Facebook: una nobile moneta mondiale, o solo un business planetario per i pagamenti virtuali?

Con Libra, Zuckerberg sposta l’attenzione dalla moneta mondiale al business legato alla sua gestione. Con buona pace delle banche centrali e della grandi corporation.

Il recentissimo lancio di Libra, la moneta che Facebook vorrebbe diffondere tra i suoi “cittadini”, necessita di una serie di chiarimenti per evitare che la si possa scambiare con qualcos’altro. Pertanto, è bene sapere che si tratta di un progetto che viene da lontano: Facebook, già qualche tempo fa, ha creato in Svizzera una fondazione indipendente per gestire tutto il progetto e controllare la moneta. Quest’ultima non sarà minimamente paragonabile al celebre (e famigerato, sotto molti punti di vista) Bitcoin, il quale peraltro è particolarmente soggetto ad una fortissima volatilità di prezzo. Al contrario, Libra perseguirà l’obiettivo di una costante stabilità, e questo certamente piace all’Europa di marca tedesca (terrorizzata dall’inflazione fin dai tempi di Weimar).

La moneta “facebookiana”, che sarà in circolo a partire dal 2020, ha bruciato sul tempo quella di Telegram, che era al lavoro da circa un anno sulla propria criptomoneta (il Gram, per la quale aveva già raccolto finanziamenti per 1,7 miliardi di dollari e adesso pare destinata ad un rapido oblio).

Libra, come dicevamo, non sarà una vera e propria cripto-valuta, perché a differenza delle altre cripto-monete il suo valore sarà ancorato a beni reali, nello specifico un fondo di riserva, ossia una sorta di paniere di valute di vario tipo (la riserva finanziaria, secondo le fonti, sarebbe già stata messa a budget per arrivare prima dei concorrenti).

Con questa moneta virtuale, pertanto, sarà possibile non solo pagare e scambiare denaro sui social network di proprietà, ma in tutto il web e fuori dal web. Infatti, sembra che l’obiettivo sia quello di creare una vera e propria valuta internazionale, alternativa non al bitcoin, bensì al dollaro, trasformandola cioè in una moneta di scambio globale, che già oggi avrebbe qualcosa come due miliardi e mezzo di utenti. Inoltre, verrebbe usata anche da circa 1,7 miliardi di persone nel mondo che non hanno un conto in banca, o che semplicemente trovano conveniente non versare le commissioni ai gestori di carte di credito o di servizi di invio digitale del denaro. Per questo motivo, potenzialmente, sul lungo periodo Libra potrebbe spazzare qualsiasi competitor bancario sui cambi (e non solo), in tutto il mondo.

L’iniziativa di Zuckerberg e dei suoi strateghi è stata profondamente pensata, e condivisa già da 27 partner del calibro di PayPal, Mastercard, Visa, Coinbase, Uber, EBay, Spotify, Lift, Vodafone e Iliad; tutti colossi che, per evitare di essere tagliati fuori dal business, hanno preferito investire nel progetto di Facebook, entrando con una quota pari a 10 milioni di dollari ciascuno, destinata ad aumentare.

In buona sostanza, ci troveremmo di fronte ad un’azienda che batte moneta e accumula miliardi di dollari di riserve valutarie in una propria banca centrale. Chi ci potrebbe perdere? Il Dollaro USA e l’Euro, certamente. E allora, come mai Facebook va avanti nel suo progetto così speditamente, senza ricevere le “attenzioni” del litigioso Trump o della Trojka europea? Semplice, perché Libra, oltre ad aver fatto opera di geniale diplomazia con i propri partner (che altrimenti gli avrebbero fatto una guerra senza quartiere) potrà contenere anche il Dollaro e l’Euro dando stabilità ai propri corsi.

Inoltre, dal momento che Facebook ha fatto sapere che farà da apripista nelle fasi iniziali del progetto, e poi il suo ruolo e le sue responsabilità saranno gli stessi di qualsiasi altro membro fondatore (cosa strana, a dire il vero, ma tant’è), qual è il vero affare di Facebook? Il sistema dei pagamenti, naturalmente. Infatti, per spendere e conservare le libre avremo bisogno di un’app wallet simile a quella che si usa per le cripto-valute. Quella di libra si chiamerà Calibra, e verrà gestita da Facebook, che ha già anticipato che i dati finanziari di Calibra saranno separati dai dati dei social. “Le informazioni sull’account e i dati finanziari dei clienti di Calibra non verranno utilizzati per migliorare il targeting delle inserzioni sulla famiglia di prodotti Facebook”, hanno fatto sapere dall’azienda.

L’unica cosa certa è che, in questa iniziativa di Zuckerberg, non c’è nulla di veramente nobile, se non in via del tutto incidentale.

E poi, sulla privacy staremo a vedere…

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Mutui ipotecari e usura “contrattuale” sul tasso di mora: interessi cancellati e contraente risarcito

Interessanti gli interventi della Giurisprudenza sulla usura e nullità del contratto di mutuo, soprattutto quando a ricadere nel superamento del c.d. tasso soglia è unicamente la disciplina contrattuale del tasso di mora.

Articolo di Alessandro Valenti*

Negli ultimi cinque anni, il tema dei contratti di mutuo in usura (o presunta tale) hanno occupato pagine di giornali e trattati di giurisprudenza.

La Corte di Cassazione è stata chiamata più volte a pronunciarsi su vicende che hanno svelato come, nel periodo che intercorre tra il 2000 ed il 2007, molti istituti di credito abbiano sottovalutato le nuove regole sui c.d. tassi soglia imposti dalla Banca D’Italia quale limite tecnico oltre il quale si deve parlare di usura. Infatti, molti contratti di mutuo ipotecario a tasso fisso, sottoscritti durante quel periodo, sono stati successivamente contestati dai contraenti, ai quali, in numerose occasioni, è stato anche riconosciuto il risarcimento di tutti gli interessi pagati fino alla data di apertura del contenzioso.

Sia i tribunali di merito che quelli di legittimità (anche a sezioni unite), nell’ultimo quinquennio, hanno così emesso numerose sentenze ed ordinanze relative a diverse fattispecie di usura, da quella originaria (o pattizia) a quella sopravvenuta, facendo chiarezza su una materia molto controversa. Uno degli aspetti più discussi è quello relativo alla nullità del contratto di mutuo anche quando a ricadere nell’usura pattizia (ossia, nel superamento del tasso soglia) è unicamente la disciplina contrattuale del tasso di mora.

Addentrandoci nella giurisprudenza sul tema, l’art. 1, comma 1, D.L. 394/00, di interpretazione autentica dell’art. 644 c.p., riconduce alla nozione di interessi usurari quelli convenuti “a qualsiasi titolo”, e la relazione governativa che accompagna il decreto fa esplicito riferimento a ogni tipologia di interesse, sia esso corrispettivo, compensativo o moratorio. La Corte Costituzionale, chiamata ad esprimersi nei giudizi di legittimità costituzionale sollevati dalla L. 24/01 (interpretazione autentica della legge 108/96) aveva già precisato che “va in ogni caso osservato che il riferimento contenuto nell’art. 1, comma 1, del Decreto Legge n. 394/2000 agli interessi a qualunque titolo convenuti rende plausibile l’assunto secondo cui il tasso soglia riguarderebbe anche gli interessi moratori” (Corte Cost. 29/02). Essendo l’usura un reato istantaneo (cfr. Consulta n. 29/2002), va detto che detto reato si perfeziona al momento della sottoscrizione del contratto di mutuo; pertanto, va valutato se il tasso del mutuo sia superiore alla soglia rilevata dai bollettini trimestrali del Ministero del Tesoro a quella data (Cass. Civ., Sez. I, 27/9/13, n. 22204).

Relativamente agli  interessi di mora, possiamo certamente affermare che essi, pur essendo in un certo senso risarcitori e sanzionatori:

  1. a) non perdono la funzione remunerativa dell’interesse che va ad arricchire – in maniera sproporzionata – la Banca;
  2. b) costituiscono parte integrante del contratto di mutuo e
  3. c) ne condizionano a tutti gli effetti la sua validità.

Infatti, a suffragio di quanto appena detto, possiamo fare riferimento ad alcune autorevoli decisioni di merito e legittimità. Così la corte d’Appello di Venezia – Sezione Terza Civile – n. 342 del 2013, ha stabilito che “…si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui sono stati promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento…” per cui “… la natura dei tassi di interesse va determinata con riferimento al momento della convenzione e non a quello della dazione …”. L’usura pattizia del mutuo prevede, prosegue la sentenza “… la conversione forzosa del mutuo usurario in mutuo gratuito…la sanzione così stabilita dell’abbattimento del tasso di interesse applicabile si applica a qualunque somma fosse dovuta a titolo di interesse, legale o convenzionale, sia agli interessi corrispettivi che agli interessi moratori...”.

In tal senso, sia legge 108/96 che l’art. 644 c.p. individuano dei limiti che non contemplano alcuna deroga, in ciò prevalendo nettamente anche sulle circolari della Banca d’Italia, le quali, dando agli intermediari finanziari l’indicazione di escludere gli interessi di mora dai tassi medi di mercato, hanno causato per lungo tempo la sottrazione arbitraria degli interessi di mora dal tasso d’usura. Questo stato di cose, sicuramente sfavorevole all’utenza, si è interrotto quando la Suprema Corte, con sentenza 02/04/2000 n. 5286, ha stabilito che: “… non v’è ragione per escludere l’applicabilità anche nell’ipotesi di assunzione dell’obbligazione di corrispondere interessi moratori risultati di gran lunga eccedenti lo stesso tasso soglia. Il ritardo (di pagamento), poi non giustifica di per sé il permanere della validità di un’obbligazione così onerosa e contraria al principio generale posto dalla legge”.

Sull’interpretazione autentica della legge 108/96 (legge 24/01) era già stata chiamata ad esprimersi, nel 2001, la Corte Costituzionale, affermando che il tasso soglia riguarda anche gli interessi moratori. A confermare tale orientamento ci ha pensato la Corte di Cassazione con una serie di fondamentali ordinanze (n. 350/2013, n. 23192/2017), le quali hanno ribadito che se il  tasso di mora pattuito contrattualmente supera il tasso soglia, la clausola che pattuisce gli interessi è nulla, ed il mutuatario, in applicazione dell’articolo 1815 del codice civile, non dovrà pagare nessun interesse con il risultato che potrà ripetere gli interessi già pagati e non pagare più interessi sulle rate a scadere del mutuo.

Infine, con l’ordinanza n. 27442/2018 la Suprema Corte ha affermato che agli interessi convenzionali di mora trova applicazione la regola generale secondo cui, se pattuiti ad un tasso superiore rispetto a quello indicato dall’art. 2, comma 4 della L.108/1996 (quello, cioè, che ha determinato la previsione normativa del c.d. “tasso soglia”), sono da considerare ipso iure usurari.

Relativamente a tale ordinanza, inoltre, la Corte ha precisato che, in caso di usura pattizia, il rapporto creditorio complessivo verrà ricalcolato a tasso zero e, qualora siano stati effettivamente pagati interessi moratori, agli stessi – e solo a quelli – verrà applicato il tasso legale tempo per tempo.

In conclusione, con la modifica dell’art. 1815 c.c. ad opera della legge 108/96, si è voluto porre un più stringente presidio all’usura, sanzionando in maniera incisiva la pattuizione di interessi usurari, senza operare alcuna distinzione tra interessi ordinari e di mora. Alla luce dell’art. 1815 co. 2 del c.c., se sono stati convenuti interessi usurari la clausola è nulla e non sono dovuti interessi; di questi, quelli ancora da pagare dovrebbero essere “cancellati”, e quelli già corrisposti dovrebbero essere restituiti interamente, senza che il mutuatario perda il beneficio del termine rateale di pagamento o, come logica e buona diligenza vorrebbero, compensando gli effetti economici del risarcimento dovuto dalla Banca con la sorte capitale residua eventualmente dovuta alla data di una possibile conciliazione o decisione giudiziale.

* Avvocato civilista, foro di Barcellona (ME)

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Ricchezza degli italiani e sviluppo di competenze: dai patrimonials ai millennials molti beni e poca conoscenza

Complice il contesto storico in cui sono cresciuti, i patrimonials non sono stati in grado di trasmettere ai millennials la conoscenza in campo finanziario.

Secondo l’ultimo Rapporto Istat e Banca d’Italia sulla ricchezza delle famiglie e delle società non finanziarie, a fine 2017 la ricchezza netta delle famiglie italiane era pari a 9.743 miliardi di euro. Di questi, le abitazioni costituiscono la principale forma di investimento e, con un valore di 5.246 miliardi di euro, rappresentano la metà della ricchezza lorda. Relativamente alle abitazioni, la ricchezza complessiva dei patrimonials italiani ammonta esattamente a 5.246.608 milioni di euro. In particolare:

– immobili non residenziali: 678,8 miliardi di euro;

– biglietti circolanti e depositi: 1.360 miliardi di euro;

– obbligazioni: 314,1 miliardi di euro;

– azioni: 1.038 miliardi di euro;

– derivati: 787 milioni di euro;

– quote di fondi comuni: 524,2 miliardi di euro

– riserve assicurative e garanzie standard: 130,2 miliardi di euro.

In tema di creazione di ricchezza e di sviluppo di competenze, il confronto tra patrimonials e millennials è d’obbligo. I primi (che corrispondono ai genitori dei secondi) hanno imparato a prendere rischi e conosciuto luci ed ombre dei mercati azionari; hanno investito in immobili ed assistito alla nascita dell’industria dei prodotti finanziari. Inoltre, essi hanno vissuto da sfortunati protagonisti la “madre di tutte le crisi” (2008 – oggi).

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I secondi, a quanto pare, non hanno beneficiato di questo patrimonio di esperienze.

Prendendo ad esempio i mercati finanziari, secondo John Bogle (Vanguard) una buona regola per investire in azioni è quella secondo cui bisogna destinare al mercato azionario una percentuale pari a 100 meno la propria età. Si tratta certamente di una regola un pò troppo semplicistica, ma essa coglie due punti fondamentali dell’investimento:

  • è giusto ed opportuno investire in azioni fin da giovani;
  • è importante ribilanciare il patrimonio, riducendo il rischio, durante la propria vita.

Contrariamente a questa regola universalmente accettata, i millennials preferiscono comprare prodotti di investimento con una bassa percentuale di azioni e una elevata percentuale di attività a rischio basso. Scelta che ovviamente darà luogo a rendimenti futuri ridotti.
La ragione è, in parte, dettata dalla scarsa educazione finanziaria ricevuta dal contesto socio-educativo, causa oggi di eccessiva prudenza proprio nell’età dove sarebbe consigliabile prendere qualche rischio in più.
Anche l’industria degli strumenti finanziari è responsabile di questa mancata trasmissione di conoscenze prima ai patrimonials, e di conseguenza ai millennials; essa, infatti, per lungo tempo essa ha tenuto i primi in un limbo di ignoranza e scarsa consapevolezza, sull’onda del “fidati e delega a noi le decisioni di investimento”, in ciò determinando uno scenario di scarsa educazione finanziaria anche nelle famiglie più evolute. Ne consegue che i patrimonials, complice il contesto, non sono stati in grado di conoscere bene e di poter trasmettere i contenuti di educazione finanziaria ai millennials.
Per meglio comprendere di cosa stiamo parlando, ci viene in aiuto una ricerca internazionale condotta su un campione di investitori finali e su un campione di consulenti finanziari. Secondo questo studio, molti clienti, detentori di notevoli patrimoni mobiliari, si aspettano dal proprio consulente un rendimento annuo pari al 10.0% oltre l’inflazione. Dal momento che oggi, con i tassi vicini allo zero, realizzare un +10% richiede l’assunzione di rischi considerevoli, saremmo portati a ritenere che questi risparmiatori hanno una elevata propensione al rischio… Niente affatto! Il 72% di loro si definisce prudente, e l’82% di loro riferisce di preferire la sicurezza rispetto alla performance.
In sintesi, essi hanno compreso ben poco del mondo degli investimenti finanziari. Fanno da contraltare i consulenti, che in teoria dovrebbero essere i portatori sani di educazione finanziaria. Infatti, molto correttamente, il rendimento medio atteso dai consulenti (che sanno come va il mondo in questo preciso momento) è del 3,4% annuo.

Eppure, sembra che i loro clienti si aspettino ben altro.

Esiste quindi una distanza enorme tra la pia illusione del 10% atteso dai clienti ed il più pragmatico 3,4% atteso dei consulenti; questo vuoto getta le basi per migliorare tutto il ciclo di informazione al cliente all’interno di un percorso che non può essere limitato solo a quanto previsto dalla nuova normativa europea (c.d. MiFID II) relativamente ai costi, ma deve necessariamente comprendere anche un percorso culturale di educazione finanziaria da erogare a tutti, fin dalla scuola dell’obbligo.

Per fortuna, da qualche tempo se ne comincia a parlare.

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Il ciclo di vita del patrimonio e gli immobili. Ok comprarli, ma per abitarci dentro

Pur essendo a sconto, le quotazioni del mercato immobiliare non giustificano ancora una ripresa dell’investimento in questo asset.

I patrimonials (ossia i genitori dei millennials) si muovono ancora freneticamente, senza mai sedersi a riflettere su quanto hanno creato, spinti dal desiderio di produrre altra ricchezza. Andare avanti è la loro parola d’ordine. Tuttavia, molti tra coloro che beneficiano di asset elevati, sorprendentemente, non conoscono le nozioni del ciclo di vita del patrimonio, e cioè:

  1. fase di accumulazione e gestione
  2. fase di protezione e difesa
  3. fase di pianificazione e trasmissione

Peggio ancora, molti di essi non sanno in quale fase del ciclo di vita si trovano in questo momento, oppure anticipano le fasi confondendo obiettivi, cause ed effetti.

Nonostante questo scenario contrastato – che certamente avrà effetti nelle abitudini di investimento delle future generazioni – la ricchezza, in Italia, continua a crescere. La Banca d’Italia pubblica ogni anno il Supplemento al Bollettino Statistico sulla “Ricchezza delle famiglie italiane”, che ci dà l’occasione per fare il punto e per effettuare un confronto con la situazione di 20 anni prima. Ebbene, nonostante l’ultimo ventennio sia costellato da eventi economicamente negativi, gli italiani sono complessivamente più ricchi di circa il doppio. Tra il 1995 ed il 2017 la ricchezza totale degli italiani è cresciuta più del pil (114% contro 71,5%).

Il patrimonio immobiliare di proprietà delle famiglie italiane è portentoso: quasi 21 milioni di famiglie vivono in casa di proprietà, e 3 milioni di esse vivono in affitto, ma ci sono quasi 6 milioni di seconde case (i c.d. immobili a disposizione).

Ciò è il risultato di in un periodo storico (anni ’60-’80) in cui l’edilizia è letteralmente esplosa, permettendo al nostro Paese di dotarsi di un sistema interno che, a fronte di un accesso piuttosto costoso (imposte, spese notarili), consente un mantenimento sostenibile della proprietà immobiliare abitativa, da cui lo Stato ricava un gettito fiscale costante.

Per quanto riguarda gli immobili a disposizione, essi costituiscono quasi il 18% dell’intero patrimonio immobiliare posseduto dai privati (una famiglia su 5 possiede una o più seconde case). Di solito si tratta di abitazioni acquistate direttamente proprio durante il boom del mattone, oppure frutto di eredità. Si tratta di abitazioni sottoutilizzate, che presentano alti costi di mantenimento e fiscali, per cui i proprietari, nonostante tentino di affittarle, riescono solo a recuperare costi e tasse con le loro rendite da locazione.

Queste case sotto-utilizzate, pertanto, rappresentano un capitale quasi infruttifero, di cui liberarsi; nel prossimo futuro, pertanto, l’immissione sempre più corposa (soprattutto in occasione della successione generazionale) di tali immobili sul mercato delle compravendite contribuirà a tenere basso il prezzo delle abitazioni.

I debiti, contestualmente, sono saliti di circa tre volte, ma si tratterebbe di un indebitamento “sano”, esposto cioè verso gli immobili. Lo dimostra l’esposizione verso i mutui per acquisto casa, il cui valore è esploso da 51 a 379,8 miliardi e oggi assorbe la metà della crescita dell’indebitamento totale.

Di fronte al calo generalizzato dei prezzi degli immobili, più di qualcuno ha già pensato di “tornare al mattone”, e magari acquistare un bel po’ di appartamenti di quadratura medio-piccola per ricavarne un reddito con un prezzo a sconto anche del 30.0%.

E’ la mossa giusta, oppure esistono concreti motivi per attendersi una ulteriore diminuzione dei valori?

In Italia, infatti, siamo di fronte ad un cambio di era geologica dal punto di vista immobiliare, e diversi sono i fattori che dovrebbero imporci di fare molta attenzione all’acquisto di case che non servano a soddisfare la loro funzione di servizio primaria, e cioè abitarci dentro.

Le attuali quotazioni sembrano appiattite per il lungo (lunghissimo) periodo per via, da un lato, della migrazione di giovani (ossia, i futuri acquirenti) in altri paesi e, dall’altro, per il subentro di famiglie straniere (oggi circa sei milioni di non-italiani residenti in Italia) la cui domanda è fatta per lo più da immobili di piccolo taglio in zone periferiche, ossia quelli di minor pregio.

Inoltre, le aspettative di riforma del catasto si stanno scaricando sulle quotazioni del mercato immobiliare, fungendo da calmierante alle spinte al rialzo del valore degli immobili di pregio.

A tutto questo si aggiunga che gli immobili, in futuro, sconteranno imposte di successione e donazione sempre più elevate, tanto che parte delle case dovrà essere gradualmente venduta dai grandi detentori di immobili per consentire agli eredi di avere la liquidità necessaria per pagarle. Ai millennials, infatti, non piace affatto gestire proprietà immobiliari, ad eccezione della propria casa di abitazione (che vogliono confortevole e tecnologicamente avanzata, ma non lussuosa).

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Il Fondo Patrimoniale e la sua opponibilità ai creditori

La costituzione del fondo patrimoniale rende i beni conferiti aggredibili solo a determinate condizioni, così riducendo la garanzia generale spettante ai creditori sul patrimonio dei costituenti.

In ambito personale e familiare, diversi sono gli strumenti di pianificazione e tutela del patrimonio. Tra questi, nelle circostanze tipiche di una separazione ed in presenza di figli, ha una certa efficacia (ma piuttosto limitata nei casi più delicati di responsabilità personale o professionale verso terzi danneggiati) il fondo patrimoniale.

Tecnicamente, si tratta di uno strumento attraverso il quale uno dei coniugi o entrambi vincolano determinati beni destinandoli ai bisogni della famiglia. In tal modo, i beni individuati (immobili, auto e motoveicoli, titoli di credito e altro) costituiscono un patrimonio separato la cui funzione è quella di soddisfare i diritti di mantenimento e assistenza di tutti i componenti della famiglia.

I coniugi non possono disporre dei beni che formano il fondo per scopi estranei agli interessi della famiglia, né i creditori particolari dei coniugi (per obblighi sorti per scopi estranei ai bisogni della famiglia) possono soddisfare i loro diritti sui beni oggetto del fondo patrimoniale stesso.

Relativamente alla sua opponibilità ai creditori, il livello di protezione offerto dal fondo patrimoniale non è elevato, ed è pacifico affermare che esso è opponibile con successo solo nei casi in cui la sua costituzione sia fatta risalire con anticipo rispetto all’insorgenza di un contenzioso per debiti non onorati o, come accade nel campo della libera professione, rispetto ad una richiesta di risarcimento danni per responsabilità professionale.

Il fondo patrimoniale è suscettibile di revocatoria fallimentare, così come di revocatoria ordinaria (5 anni), qualora la sua costituzione sia avvenuta in una fase successiva all’assunzione del debito, con la consapevolezza di arrecare pregiudizio agli interessi del creditore. In pratica, si dovrebbe dimostrare che il debitore abbia costituito il fondo patrimoniale prevedendo dolosamente la sua futura crisi economica, magari dopo molti anni, e a fornire tale prova dovrebbe essere proprio il creditore che, per esercitare l’azione revocatoria, dovrebbe anche dimostrare la mancanza di un patrimonio residuo (oltre ai beni del fondo patrimoniale) sul quale poter soddisfare il credito.

A ben vedere, si tratta di una prova impossibile, ma il punto è che anche in presenza di interessi meritevoli di tutela (soprattutto in relazione a figli minori e/o al coniuge senza lavoro), la costituzione del fondo patrimoniale effettuata al solo scopo di distrarre i beni dal novero di quelli aggredibili dai creditori, li  rende invece aggredibili, riducendo – e a volte annullando del tutto – la protezione patrimoniale dei costituenti.

In ogni caso, però, il debitore che intende opporre il regime di impignorabilità dei beni costituiti nel fondo patrimoniale ha l’onere di provare l’estraneità del debito oggetto dell’esecuzione alle esigenze familiari, nonchè la consapevolezza del creditore relativamente a tale estraneità (Cassazione Civile, sentenze n. 22761 del 9 novembre 2016 e n. 10975 del 5 maggio 2017). In tal senso, nel novero dei bisogni della famiglia vengono ricompresi anche il pieno mantenimento e l’armonico sviluppo della famiglia, nonché il potenziamento delle capacità lavorative, anche future, di ogni suo componente, con esclusione delle esigenze di natura voluttuaria o meramente speculativa.

In definitiva, il Legislatore sembra avere scalfito – e non poco – la protezione dei beni familiari riconosciuta al fondo patrimoniale, restituendo a questo istituto la sua funzione principale, ossia quella di porsi a difesa di interessi meritevoli di tutela (si pensi a quelli relativi ad un figlio portatore di handicap); quindi, coloro i quali vi fanno ricorso “in tempi non sospetti”, potranno anche indebitarsi successivamente (in buona fede, e per esigenze estranee ai beni ed agli interessi tutelati dal Fondo), ed in caso di impossibilità a sostenerne il relativo peso (es. sovra-indebitamento sopravvenuto e, naturalmente, in buona fede), qualora non sia trascorso il termine per l’azione revocatoria (5 anni), essi potranno comunque opporre ai creditori, con buone possibilità di successo, le garanzie offerte dal fondo patrimoniale contro le azioni volte ad aggredire quei beni. Peseranno, in giudizio, alcuni elementi come il tempo trascorso tra la costituzione del Fondo e l’assunzione del debito, oppure l’intervallo temporale intercorrente tra la costituzione del Fondo ed il momento in cui si è verificata la crisi economica (es. sovra-indebitamento) del debitore.

Anche le cause che hanno generato la crisi economica, qualora esterne ed incontrollabili da parte del debitore, potranno avere un peso nell’accoglimento (o meno) della revocatoria.

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Finanza Personale: i percorsi di auto-formazione di Patrimoni&Finanza

Presi da mille impegni, spesso non dedichiamo alla gestione del nostro patrimonio l’attenzione che merita. Molti trovano comodo delegare ad altri (banca, consulente, avvocato) la scelta di strumenti molto sofisticati, che invece andrebbe condivisa.

Soprattutto, qualunque scelta andrebbe capita.

Così facendo, quasi tutti i patrimonials© si sentono impreparati (e, oggettivamente, lo sono) ad affrontare da soli decisioni di Finanza Personale, e finiscono con il concedere una “delega in bianco” a chi, poi, produrrà risultati non in linea con le aspettative.

Contrariamente a ciò che si pensa, è sempre possibile delegare i processi decisionali in materia di patrimonio senza mai perderne il controllo. È sufficiente un percorso di auto-formazione che insegni ad impiantare un confronto costante con i professionisti del patrimonio, e faccia leva sull’osservanza di alcuni principi di buon senso finanziario e Finanza Elementare.

Se desiderate confrontarvi gratuitamente con la redazione di esperti di PATRIMONI&FINANZA, scrivete a: info@patrimoniefinanza.com, e riceverete un primo riscontro riservato entro 48 ore.

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Indecisi se acquistare casa? Confrontatevi con i nostri esperti del Mercato Immobiliare

Avete delle disponibilità finanziarie e vorreste acquistare una casa? Oppure migliorare la vostra situazione attuale, cambiando quartiere, o ancora coronare il sogno di quella casetta al mare tanto desiderata…?

Siete indecisi? Fate bene. Infatti, ovunque i tempi di conclusione delle trattative immobiliari si sono allargati e le quotazioni si sono ridotte notevolmente. Eppure, nonostante i prezzi convenienti, il mercato delle case si è appiattito verso il basso, ed anche chi dispone di liquidità non azzarda investimenti immobiliari a lungo termine. Oggi chi acquista casa lo fa esclusivamente per abitarci, oppure per migliorare la propria soluzione abitativa vendendo l’immobile di provenienza comprandone un altro, ma il c.d. investimento immobiliare privato, fatto per sostenere i flussi di reddito, si è fermato.

I c.d. millennials, poi, non vedono di buon occhio la gestione di un patrimonio statico, preferendo la disponibilità liquida o investita con prudenza in valori mobiliari.

Come si è arrivati fino a questo punto, e quali sono gli scenari futuri?
Quanto vale oggi il nostro patrimonio immobiliare, e quanto varrà tra dieci anni?
Conviene comprare, oppure vendere nel timore di un ulteriore diminuzione delle quotazioni?
Esiste ancora un settore immobiliare in cui vale la pena investire? E se sì, quale?
Quanto peserà la c.d. Riforma del Catasto sul mercato delle abitazioni, e sulla trasmissione del patrimonio alle generazioni future?

Se desiderate confrontarvi gratuitamente con la redazione di esperti di PATRIMONI&FINANZA, e porre quesiti specifici su mercato immobiliare, valutazioni, imposte di successione e donazione scrivete a: info@patrimoniefinanza.com, e riceverete un primo riscontro riservato entro 48 ore.

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La finanza elementare e le regole del saper investire: dare all’intuito il giusto valore

Qualunque metodologia di investimento non dovrebbe essere basata sulle intuizioni, bensì sulla ricerca di una piattaforma pratica e concettuale che consenta di ridurre al minimo gli errori.

“Comprare o non comprare”, “cosa” comprare, “quando” comprare, “quanto” comprare… sono domande a cui qualunque risparmiatore non potrà rispondere compiutamente, a meno che egli stesso non diventi un consulente finanziario, oppure si affidi ai consigli dei patrimonials©[1] (ossia gli appartenenti alla generazione dei propri genitori, sapienti riguardo le cose della vita ma notoriamente poco avvezzi alle cose della finanza).

Avere intuito, senza informazione, aggiornamento e studio dei fondamentali economici, non è sufficiente; le migliori intuizioni, infatti, si scontrano spesso contro la scarsa conoscenza degli strumenti patrimoniali e, ancora più spesso, contro il tempo. A voler pensar male, sembra che qualcuno abbia preferito mantenerci tutti nell’ignoranza in materia finanziaria, confidando sulla cronica mancanza di tempo che ci affligge, e sulla nostra tendenza a complicarci la vita. Infatti molti di noi, nel compiere le proprie scelte (anche quelle più semplici e banali) nutrono un’attrazione sconfinata per le complicazioni. Persino la scelta di un detersivo per il bucato in lavatrice è materia ormai di rango accademico (ed infatti i commessi dei supermercati sono tutti laureati, ma questa è un’altra storia). Eppure, nella gestione del nostro patrimonio non prestiamo la stessa attenzione che mettiamo nella scelta di un semplice detersivo: non leggiamo le modalità d’uso, e non chiediamo quanto costa. Ci interessa sapere solo il numero massimo dei “lavaggi” (quanto rende? …per quanti anni?).

Qualunque metodologia di investimento, invece, dovrebbe essere improntata alla ricerca di una piattaforma pratica e concettuale che consenta di ridurre al minimo gli errori. Per realizzarla, è sufficiente affidarci alla Finanza Elementare, ossia quell’insieme di concetti di finanza e gestione finanziaria che, pur non richiedendo una laurea in Economia, risultano sufficienti a risolvere il 95% dei problemi di approccio al Risparmio. La sua denominazione, però, non deve trarre in inganno: la circostanza di dover diventare semplice, per la finanza, è un dovere verso gli utenti, ma non svilisce certo la materia, bensì la contrappone alla c.d. finanza complicata, nata per giustificare l’esistenza stessa dell’industria del Risparmio Gestito e dei derivati (questi ultimi capaci di “affossare” intere economie e diffusi in modo preoccupante negli ultimi quindici anni).

È solo dopo aver scelto la strada per sbagliare il meno possibile che possiamo dare sfogo alla nostra capacità di muoverci attraverso gli strumenti della Finanza Elementare, affidandoci – perché no? – anche all’intuito.
Nel giusto modo, però. Il professionista, infatti, attribuisce all’intuito un peso massimo del 5%, il cliente quello del 95%; per questo motivo anche l’applicazione dei principi di Finanza Elementare richiede sempre l’affiancamento discreto di un consulente patrimoniale, il quale riuscirà a bloccare sul nascere i possibili errori di valutazione del cliente, tutelandolo anche dalle sue stesse scelte, quando queste non sono adeguate al suo profilo di investitore.

Cosa vogliamo dire? Le idee di investimento più rischiose e strampalate, molto più spesso di quanto si possa immaginare, provengono proprio dagli stessi clienti, che a volte maturano granitiche convinzioni finanziarie su un certo titolo azionario (o su una certa obbligazione) solo perché qualcuno gliene ha decantato le virtù. Un consulente di lungo corso potrebbe raccontare decine di aneddoti su queste idee e soluzioni di investimento “esotiche”, ivi comprese le numerose “catene di Sant’Antonio” finanziarie in cui molti clienti si sono imbattuti con grande ingenuità.

Altri, avvisati in tempo dal professionista di famiglia, le hanno evitate, ed oggi raccolgono i frutti di errori mai commessi.

[1] Gruppo di individui nati tra il 1950 ed il 1965, ognuno dei quali è a capo di un patrimonio familiare, tra beni mobili ed immobili, superiore a 750.000 euro

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