Certe notizie utili per tutti sembra siano destinate solo ad una fascia ristretta del pubblico, tanto sono piene di abbreviazioni o acronimi usati – e abusati – per indicare rapidamente alcune tipologie di investimento o alcune grandezze di natura economico-finanziaria.
Di Alfonso Selva
Chiunque frequenti quotidianamente i risparmiatori per motivi professionali, sa bene che la Finanza e gli investimenti sono materie considerate difficili da capire, e i media specializzati – ed anche quelli definiti generalisti – di certo non aiutano a diffondere la giusta dose di Educazione Finanziaria.
Sembra quasi che certe notizie siano destinate solo ad una fascia ristretta del pubblico, tanto sono piene di abbreviazioni o acronimi, usati – e abusati – per indicare rapidamente alcune tipologie di investimento o alcune grandezze di natura economico-finanziaria (sono molto usate anche in Medicina, ma quella è un’altra storia…).
In realtà, gli acronimi sono nati per facilitare l’immediatezza della comprensione di un certo argomento, però dobbiamo riconoscere che spesso gli articoli mancano della loro spiegazione puntuale, complicando la lettura ed impedendo di fatto il sorgere dell’interesse verso questa materia così “noiosa” ma così utile alla vita di ciascuno di noi.
Per esempio, quanti lettori tra il pubblico indistinto conoscono esattamente i termini dell’acronimo ”PIL”? Non molti, nonostante questa parola – che, nella forma completa, sta per “Prodotto Interno Lordo”, ossia la misura della ricchezza complessiva prodotta da un paese in un anno – sia pronunciata ogni giorno migliaia di volte, anche in televisione.
Così, per quanto possa sembrare elementare per gli addetti ai lavori, prendiamo ad esempio dieci di queste famose abbreviazioni e acronimi, ed a spiegarle in modo semplice ai “non addetti ai lavori”, ossia alla maggioranza dei clienti di banche e reti di consulenza.
B.O.T. – I Buoni Ordinari del Tesoro sono obbligazioni emesse e garantite dallo Stato Italiano e non hanno cedole. comprandoli, il risparmiatore diventa CREDITORE dello Stato, che diventa DEBITORE. Il loro rendimento, una volta, era rappresentato da un meccanismo molto semplice: io prestavo allo Stato 970 euro, e dopo al massimo un anno lo Stato me ne restituiva 1.000, con i 30 euro di differenza positiva che costituivano il mio rendimento. Oggi, invece, il loro rendimento è negativo, e ciò significa che, pur di comprare i BOT italiani, i risparmiatori – che non li comprano più – prestano 1.000 euro per averne restituiti 995 o giù di lì. In pratica, pagano lo Stato (che è Debitore) per avere i suoi titoli.
Come si sia arrivati a ciò non è immediatamente comprensibile per chi sta acquisendo adesso i primi rudimenti della Finanza Semplice, per cui rinviamo la spiegazione ad un articolo a sé stante.
B.T.P. – I Buoni del Tesoro Poliennali sono obbligazioni emesse dello Stato Italiano. Hanno una cedola fissa annuale, di solito divisa i due semestri. Lo Stato Italiano, in quanto Debitore, ti paga un interesse predeterminato in partenza e ti assicura alla scadenza, in unica soluzione, il rimborso della somma inizialmente prestata. La loro durata può variare da 3 anni a 50 anni.
C.C.T. – I Certificati di Credito del Tesoro sono obbligazioni emesse dello Stato Italiano, ma a differenza dei BTP sono a cedola variabile. Il tasso di interesse pagato dalla Stato – che anche in questo caso diventa Debitore – è “agganciato” al rendimento del BOT semestrale più un “premio” dello 0,15% (chiamato Spread, di cui avrete sentito parlare spesso in televisione, ma con una sfumatura negativa). Anche il CCT assicura alla scadenza, in unica soluzione, il rimborso della somma inizialmente prestata, e la durata massima è di 7 anni.
SPREAD – Il termine deriva dall’inglese, e letteralmente significa “differenziale”. Viene usato spesso per indicare la differenza di rendimento tra un BTP Italiano e uno tedesco (il c.d. BUND).
Perché questa parola è importante per i media? Da sempre la differenza tra BTP italiani e BUND germanici è a nostro sfavore, nel senso che il nostro BTP paga un tasso di interesse più elevato del BUND, dal momento che lo Stato Italiano, economicamente meno forte (e meno affidabile, in teoria) di quello tedesco, deve sostenere un costo più elevato per farsi prestare il denaro dai risparmiatori e finanziare parte della sua Spesa Pubblica con il Debito.
I.P.O. – Dall’inglese “Initial Public Offering” (Offerta Pubblica Iniziale) è un acronimo che si usa per indicare il momento in cui una società per azioni immette per la prima volta le proprie azioni nel mercato borsistico, allo scopo di raccogliere nuovi capitali (e nuovi soci). In questo caso, chi compra le azioni – durante o dopo l’I.P.O. – diventa SOCIO dell’azienda, e non più creditore, e quindi il valore del suo capitale investito segue le sorti dell’azienda: se essa si svilupperà costantemente, le azioni cresceranno nel lungo periodo, mentre scenderanno (fino ad azzerarsi, nei casi più estremi) se l’azienda verrà gestita male o andrà fallita.
Rapporto “Price/Earnings” – deriva dalla lingua inglese, e vuol dire “rapporto Prezzo/Utile”. Si tratta di una grandezza numerica usata per valutare se il prezzo di una azione è conveniente o meno. In teoria, se il rapporto P/U (o P/E, in inglese) è inferiore a 15, l’azione è da comprare, mentre al disopra comincia ad essere sopravvalutata e, quindi, suscettibile di un calo del valore. Il numero generato da questo rapporto rappresenta gli anni che servono per ripagare l’investimento con gli utili (chiamati dividendi) deliberati ogni anno. Ad esempio, un P/E pari a 11,5 indica che serviranno 11 anni e mezzo di dividendi per realizzare un rendimento pari al prezzo pagato per comprare le azioni, nell’ipotesi (assai improbabile) che il valore dell’azione e del dividendo rimangano costanti.
P.I.C. e P.A.C. – Il primo è l’acronimo di “Piano di Investimento di Capitale”, e si usa per indicare quando si investe un certo capitale in uno specifico strumento finanziario in unica soluzione. Il PAC, invece, è l’acronimo di
“Piano di Accumulo del Capitale”, e si usa quando si investe in un certo strumento finanziario “a rate”, di solito mensili. Il secondo è un metodo di investimento molto usato da chi ha paura di investire tutto e subito, oppure da chi non ha un capitale già formato e vuole costituirlo nel tempo.
P.I.R. – E’ l’acronimo di “Piano Individuale di Risparmio”, e indica uno strumento che nel 2017 il governo Italiano ha creato per incentivare gli investimenti nella piccola e media industria del nostro paese. Per farlo, ha usato la leva fiscale, concedendo ai sottoscrittori la totale esenzione del pagamento dell’imposta sugli utili ed esentando da imposte di successione e ogni altra tassa i capitali investiti nel PIR, a patto di non disinvestirli per almeno 5 anni.
E.S.G. – Dall’inglese Environmental Social Governance, e cioè “Politica di governo rivolta all’Ambiente ed al
Sociale”, è un acronimo usato in ambito economico-finanziario per definire dei criteri di investimento che rispettano alcuni temi fondamentali: protezione dell’ambiente, limitazione dell’emissione di CO2, rispetto per la Biodiversità e per la sicurezza alimentare, rispetto per i diritti umani, le condizioni di lavoro, l’uguaglianza, ma anche attenzione alla qualità di chi amministra le società, all’equa remunerazione di amministratori e azionisti, al rispetto dei clienti.
Il futuro degli investimenti finanziari è ormai diretto nel rispetto di questi criteri ESG, e le istituzioni finanziarie che non lo faranno, probabilmente, verranno tagliate fuori dalle migliori opportunità di mercato.
Se siete arrivati in fonda all’articolo, probabilmente siamo riusciti a rendere comprensibili alcuni concetti “complicati”. In realtà, è sufficiente spiegarli con semplicità, e usare gli acronimi solo quando siete sicuri che il vostro interlocutore abbia veramente compreso ciò di cui state parlando.
In un’epoca in cui trionfano gli inglesismi (selfie, screenshot, meeting, brunch etc), accorciare le distanze con la lingua italiana, specie in finanza, può fare la differenza.



Per il futuro, ci aspettiamo che l’amministrazione del presidente Joe Biden adotti un approccio più moderato e meno conflittuale alle relazioni internazionali. Tuttavia, dal momento che l’opposizione all’espansionismo cinese è stata una delle poche questioni (se non l’unica) a ricevere il sostegno bipartisan nel Congresso statunitense, non prevediamo un significativo cambiamento nell’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti della Cina, almeno non a breve termine. L’amministrazione Biden probabilmente si asterrà da azioni imprevedibili nei confronti della Cina, ma non sarà in grado di invertire facilmente la rotta intrapresa dall’amministrazione Trump. La fine della politica di Trump, a volte instabile e impulsiva, significherà in primo luogo meno volatilità e più sicurezza nella pianificazione
di una politica della banca centrale ancora molto favorevole e di altri pacchetti fiscali, le prospettive degli utili delle imprese non solo dovrebbero stabilizzarsi l’anno prossimo, ma potrebbero anche riservare sorprese positive.
Purchase Programme (PEPP) continueranno almeno fino a giugno 2021. I principali pagamenti dei titoli in scadenza saranno reinvestiti in obbligazioni almeno fino a giugno 2022. I programmi di acquisto di importi inferiori continueranno anche fino a quando non saranno introdotte le misure della Banca centrale e l’inflazione non si avvicinerà al livello target.
una mancanza di crescita strutturale. Dall’altro queste aziende devono confrontarsi con nuovi dirompenti concorrenti che guadagnano quote di mercato in modo aggressivo e vengono costantemente riforniti con nuovo capitale. Inoltre, i bassi tassi d’interesse mettono sotto pressione anche la valutazione dei titoli value. Dal nostro punto di vista, nessuno dei tre fattori menzionati si tradurrà in un cambio sostenibile a favore dei titoli value nel prossimo futuro. Pertanto, in termini assoluti, le prospettive da medio a lungo termine di molti titoli value possono essere classificate come piuttosto modeste. Nel lungo termine, la crescita strutturale delle aziende rimane un fattore decisivo e necessario per una performance azionaria positiva e duratura. Le ultime settimane, durante le quali ci sono state notizie positive riguardo i vaccini, hanno dimostrato agli investitori che anche la sovraperformance dei titoli growth rispetto ai titoli value non è una strada a senso unico.
Negli anni ’80, infatti, Steve Jobs ebbe la prima intuizione che cambiò il mondo: unire le schede elettroniche (i c.d. circuiti, via via ridotti fino alle nano-dimensioni di oggi), che all’inizio lui e i suoi soci avevano venduto separatamente, al suo contenitore, ossia un televisore. Tutto in uno, insomma: circuito elettrico (allora 10.000 volte più grande di quelli di oggi) più lo schermo.
in corso la progettazione del suo “veicolo di cambiamento”. Infatti, troverà applicazione commerciale entro cinque anni circa la combinazione “smartphone più occhiali” (o meglio, “visore oculare”), prodotto di punta di una vasta gamma facente parte della c.d. “Realtà Aumentata”. Questa consiste in una serie di dispositivi che «aumentano» la realtà attraverso uno smartphone, o un PC dotato di webcam o altri sensori, e alcuni dispositivi di visione (per es. occhiali a proiezione sulla retina), di ascolto (auricolari) e di manipolazione (guanti), i quali tutti aggiungono informazioni multimediali alla realtà già normalmente percepita.
abbiano già definito la produzione e introduzione nel mercato di nuovi prodotti accessori agli smartphone; come Vivo, che sta lavorando a un nuovo smartphone con un pannello in vetro elettro-cromico che può cambiare colore con il semplice tocco di un pulsante. Il vetro elettro-cromico non è una nuova invenzione, ma Vivo sarà il primo a introdurre tale funzionalità negli smartphone.
Pertanto, appare non tanto lontano il giorno in cui lo smartphone sparirà completamente. Del resto, prima di lui sono già spariti i cercapersone, i fax e i cellulari di prima generazione. Insieme alla sua sparizione, probabilmente, cambierà il modo in viviamo le nostre vite quotidiane, e saremo pronti alla prossima grande trasformazione determinata dalla strategia del “tutto in uno”. Infatti, se andate indietro nel tempo di soli dieci-quindici anni, vi accorgerete come gli smartphone abbiano semplificato la classica combinazione di mouse, tastiera e monitor propria di PC e portatili, riducendo il modello ad un solo componente, facilitando la funzionalità con la tecnologia touch e, molto presto, perfezionando l’accessibilità fino a controllare ogni singola funzione e app con la sola voce, senza alcun bisogno di far lavorare le dita. Tutto ciò grazie ai prodotti della Realtà Aumentata di aziende come Microsoft, Facebook, Google, e Magic Leap che stanno lavorando per costruire cuffie autonome per la realtà aumentata proiettanti immagini 3D dettagliate dritto negli occhi.
sistemi informatici che “rispondono” ai nostri comandi vocali, e presto potrebbero interferire con i nostri sensi, con vista e udito intermediati dalla tecnologia.
Non sappiamo quando avverrà questa rivoluzione (dieci anni, venti anni?), ma a quel tempo non esisterà più, probabilmente, alcun rapporto di forza tra produttori e consumatori, i quali accetteranno qualunque innovazione con totale “sottomissione commerciale”, ed anzi lotteranno per essere “sottomessi”, esattamente come oggi fanno per assicurarsi l’ultimo modello di smartphone a prezzi incredibili (indebitandosi senza fine con il sistema rateale su carta di credito ed il continuo rinnovo tecnologico). Ma anche stavolta, non è questo il punto. Il punto è che la strategia – semplicissima ed efficace – del “tutto in uno” produrrà miliardi di utili per gli azionisti, sebbene probabilmente le aziende produttrici saranno sempre meno. Infatti, siamo da tempo entrati nell’era delle aziende “visionarie”, le uniche capaci di assicurare continuità al “tutto in uno” fino al punto di disintermediare persino il semplice possesso degli oggetti e, quindi, il concetto stesso di proprietà.
di una migliore performance finanziaria. Tecnologia e apparecchiatura medicale non sono presenti in maniera massiccia negli indici europei, espressione di un modo di generare innovazione molto lento. Il processo primario da intraprendere dovrebbe allora essere volto a rimediare a queste carenze, in seguito il miglioramento delle economie e i possibili sforzi della banca centrale europea di reflazionare il sistema cercando di supportare l’economia e ridurre la sofferenza NPL nel settore finanziario potrebbero avere un impatto benefico, visto che il mercato europeo è incentrato su questo tipo di società.
“L’investimento in attività passive oggi è rischiosa. I tassi sono quasi negativi per i governativi a parte i paesi periferici, quindi diventa molto complicato estrarre valore. Per il futuro esistono forme ibride a metà tra azionario puro e obbligazionario che consentono di ottenere rendimenti discreti e che non sono così irragionevoli in termini di rischi”, sottolinea Corvino. “Per quanto riguarda le commodity, in questa fase è utile averle come strumento di diversificazione. Il maggior motivo per i detrattori dell’oro è che si tratta di uno strumento perpetuo che non paga cedola ma ora, in regime di tassi quasi negativi in cui quasi tutti gli strumenti finanziari sono perpetui, il discorso non attecchisce più. A livello di valute, il franco continua a essere un bene rifugio. Siamo a un punto di equilibrio tollerabile e riteniamo che rimarrà tale a meno che non ci siano nuovi scompensi internazionali forti tali da giustificare un flusso di domanda di franco svizzero che tenderebbe a farlo apprezzare”.
Il risultato delle elezioni presidenziali sarebbe stato considerato un disastro ex-ante: la vittoria di Biden, l’uomo delle tasse, e un’elezione contestata. Ex-post, invece, è stato trasformato in uno dei rally più forti della storia. Evidentemente il mercato ha voluto guardare al bicchiere mezzo pieno, con la messa da parte di un personaggio imprevedibile come Trump e allo stesso tempo un congresso diviso, che implica nessuna nuova tassa e nessuna possibilità per la politica di fare troppi danni. In realtà, mai come adesso gli Usa avrebbero avuto invece bisogno di uno shock positivo. Detto ciò, poteva andare anche peggio, e gli Usa hanno ora l’ultima opportunità per frenare la loro discesa verso il baratro.
Il rischio pandemico, intanto, non è ancora concluso. Per quanto sia totalmente ignorato dal mercato, i numeri sono drammatici e stanno tornando numerose restrizioni. È logico quindi immaginare un impatto economico negativo nel prossimo futuro. “Dopo aver criticato ferocemente Trump per la gestione della pandemia, ci meraviglieremmo se Biden usasse il medesimo approccio in caso di ulteriore aumento dei contagi in Usa, cosi come sta già effettivamente avvenendo”, sottolinea Cribari. “Temiamo che il peggio non sia finito, e che il periodo natalizio, che rappresenta per molti settori la gran parte del fatturato, possa risultare molto deludente. E anche se si decidesse di “salvare il Natale” il problema sarebbe solo rimandato, con gli interessi, al primo trimestre 2021”.
Oggi la vera novità non è il vaccino, ma l’introduzione di nuovi lockdown, che tutti ritenevamo scongiurati. Per costituire effettivamente un game changer, cioè per provare a raggiungere la cosiddetta immunità di gregge, dovremo aspettare non prima del 2022, nella migliore delle ipotesi. Questo per evidenti problemi logistici ed organizzativi a livello vaccinale. Non è detto, inoltre, che gran parte della popolazione accetti di farsi vaccinare. Il mercato già sconta, invece, il migliore degli scenari: un vaccino già approvato, sicuro, distribuito, accettato e inoculato. 

Lo sviluppo del vaccino è un processo più lungo, che normalmente richiede circa 5 anni e molti test da effettuare su migliaia di persone. Data l’attuale emergenza, però, è stato proposto un periodo di tempo più ristretto, compreso tra 12 e 18 mesi, e trattandosi di un’emergenza sanitaria che interessa tutto il mondo la capacità di produzione dovrebbe essere garantita prima del termine degli studi clinici e ripartita globalmente per garantire anche un’equa distribuzione in tutti i paesi del mondo.
cura, poi il vaccino) è quella che il Covid-19 potrebbe rimanere in circolazione per maggiore tempo, dal momento che molte persone, sicure di potersi curare rapidamente in caso di contagio, non ricorrerebbero al vaccino. Anche questa ipotesi è corretta, ma è altrettanto corretto prevedere che sarà molto difficile attuare una vaccinazione di massa come è accaduto, ad esempio, per il Morbillo, che necessitava di una copertura pari al 95% della popolazione. Secondo un sondaggio recente, negli Stati Uniti solo il 50% dei cittadini intervistati si è dischiarato disposto a fare il vaccino.
Tornando ai nostri temi, lo scorso 9 Novembre Pfizer ha annunciato che il suo vaccino sperimentale contro il Coronavirus, sviluppato dalla tedesca BioNTech, si è rivelato molto più efficace del previsto nell’ultima fase di test su esseri umani. La notizia è stata accolta da grande ottimismo sia tra gli operatori che tra gli investitori in Borsa, ed ha generato ordini per miliardi di dollari da parte dei governi. Eppure, i tempi per distribuire il vaccino alle masse saranno piuttosto lunghi, per via delle procedure di autorizzazione da parte delle autorità sanitarie e della capacità di Pfizer di produrre materialmente i vaccini per alcuni miliardi di persone e distribuirlo in tutto il pianeta.
Il clima euforico di borsa, naturalmente, ha trascinato al rialzo anche le azioni dell’azienda americana Moderna, che già stipulato accordi anche con l’Unione Europea per 300 milioni di dosi.
Nel frattempo, il marketing istituzionale delle diverse aziende operative nel campo del vaccino anti-Covid ha cominciato a diffondere i suoi messaggi “promozionali”, soprattutto attraverso i media, scatenando una specie di gara al rialzo sul grado di efficacia di ciascun vaccino. E così, Pfizer-Biontech, che aveva inizialmente annunciato un’efficacia di poco superiore al 90%, dopo l’annuncio di Moderna (efficacia al 94,5%) ha comunicato una percentuale del 95%. La Russia, dal canto suo, ha sbandierato un notevole 92%.
Relativamente alle previsioni di produzione, Moderna dichiara di poter arrivare, entro fine 2021, a produrre fino ad un miliardo di dosi, per un fatturato complessivo pari a circa 25 miliardi. Pfizer-Biontech dichiarano una produzione pari a 1,3 miliardi di dosi entro il prossimo anno, per un fatturato pari a circa 26 miliardi.
Le opportunità di consolidamento del settore in cui operano e l’internazionalizzazione saranno le altre principali leve su cui Kyma focalizzerà la sua strategia di crescita per le proprie società partecipate.

3. Primi passi indietro delle banche centrali (Volker Schmidt). I governi e le banche centrali stanno cercando di mitigare l’impatto economico della pandemia di Coronavirus con una serie di misure. Il Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP) per acquisti accelerati di obbligazioni e il programma di ricostruzione dell’Ue “Next Generation Europe” sono gli interventi più noti su questa sponda dell’Atlantico. Inoltre, ci sono in ballo diversi programmi di sostegno nazionali. Anche negli Stati Uniti, la Fed ha già acquistato più di 1,8 trilioni di dollari in titoli di Stato e il governo degli Stati Uniti sostiene i consumatori e le aziende con sussidi di disoccupazione e agevolazioni fiscali programmate e non programmate. Molte di queste misure saranno ancora con noi nel 2021.
4. Alti livelli di indebitamento faranno ripartire lo spread (Volker Schmidt). Il debito pubblico in molti paesi è salito a livelli record e continuerà a crescere. Negli Stati Uniti, il deficit fiscale dell’anno fiscale che si è concluso a settembre era già di 3,1 trilioni di dollari: 2,2 trilioni di dollari in più rispetto all’anno precedente. L’Unione europea diventerà il più grande emittente di obbligazioni nei prossimi anni, nell’ambito del programma di ricostruzione “Next Generation Europe“. Tuttavia, la crisi del Coronavirus e la recessione economica stanno anche ponendo un enorme onere sui bilanci dei singoli stati, e nel momento in cui la ripresa economica continuerà nel 2021, le differenze tra aree o paesi diventeranno evidenti. Le aziende hanno anche accumulato enormi livelli di indebitamento. Attualmente un default di massa è scongiurato grazie ai pacchetti fiscali, e i governi stanno assumendo livelli crescenti di indebitamento per stabilizzare la domanda e mantenere a galla le aziende particolarmente colpite attraverso sussidi o prestiti.

10. Titoli value ancora in sofferenza (Christian Schmitt). Il raffronto tra gli stili di investimento value e growth è una vecchia storia, ma ormai da 14 anni i titoli growth sono strutturalmente in vantaggio nella corsa alla miglior performance. E nonostante i ripetuti annunci sulla fine di questa era, i titoli growth hanno proseguito la loro overperformance rispetto ai titoli value, soprattutto nel 2020. Con la conseguenza che la cosiddetta trappola del valore, che vede gli investimenti bloccati su titoli i cui prezzi non recuperano, sembra essere più grande che mai. Anzi, in un contesto di tassi d’interesse bassi, nulli o negativi, gli investitori value dubitano che la tendenza si invertirà in maniera sostenibile nel 2021. La performance relativa di entrambi gli stili di investimento sarà certamente una delle domande più interessanti per il prossimo anno.
L’emergenza sanitaria ha segnato in modo importante il mercato delle locazioni, che nei primi 9 mesi del 2020 evidenzia un calo della percentuale di contratti stipulati da lavoratori trasfertisti e da studenti universitari. I lavoratori fuori sede passano dal 25,9% del 2019 all’attuale 23,3%, gli studenti passano dal 6,0% al 4,4%. Un forte impatto sui numeri è dovuto al periodo di lock-down, allo smart working e alla chiusura degli atenei, fenomeni tutt’ora presenti ed in evoluzione. Queste problematiche hanno impattato anche sulla scelta dei contratti stipulati che, nonostante la diminuzione di lavoratori e studenti, segnalano un aumento delle percentuali di contratti a canone concordato ed a carattere transitorio. Molti proprietari, infatti, stanno optando per tipologie contrattuali più flessibili in attesa di capire come evolverà il mercato delle locazioni nei prossimi mesi.
In conclusione, l’analisi delle compravendite e delle locazioni evidenzia un mercato in buona salute che, in seguito all’emergenza sanitaria, ha segnalato alcune nuove tendenze. Bisognerà comunque aspettare i prossimi mesi per scoprire se si tratta di trend temporanei oppure se stiamo effettivamente assistendo ad importanti cambiamenti delle abitudini di acquirenti ed inquilini.
2) Il secondo è il rischio che il governo metta una tassa o imposta Patrimoniale, come nel 1992 (il governo Amato prese lo 0,6%, di notte). Di questo pericolo si è molto parlato nei mesi scorsi, anche prima dello scoppio della pandemia, per cui il rischio esiste ancora di più oggi, visto che lo Stato sta incassando molte imposte in meno e, prima o poi, dovrà “raschiare” il denaro da chi lo detiene e non lo mette in circolo.
a) paure di natura personale (“…se mi ammalo e devo spendere dei soldi per curarmi?”, “…quando diventerò vecchio avrò i soldi sufficienti per vivere?”, “…se non riesco più ad essere autosufficiente, come farò a mangiare da solo, o anche solamente a lavarmi?”, “…se mi succede un incidente e rimango su una sedia a rotelle, come me la caverò?”, “…se mi ammalo di COVID 19?”…);
Insomma, l’elenco è lungo, ma se riesco a ragionare con il cliente in modo razionale, allora tutte le sue paure possono essere affrontate e risolte trasmettendo il valore della PROTEZIONE O DEL RISCHIO TRASFERITO.
Relativamente alle paure riferite all’attività lavorativa, esistono delle assicurazioni che coprono il rischio di inattività lavorativa, temporanea o permanente, ad un costo sostenibile, mentre per quanto riguarda le paure riferite al patrimonio esistono polizze assicurative che coprono tutti i rischi a cui esso può essere soggetto, così come esistono, anche al di fuori delle coperture tipicamente assicurative, strumenti di protezione patrimoniale che riducono al minimo sia il carico fiscale che il rischio di aggressione non necessaria da parte di terzi soggetti (es. creditori e/o Agenzia delle Entrate).







