Giugno 18, 2026
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INVESTITORI

La Finanza delle abbreviazioni complica la vita. Dieci cose “difficili” spiegate in modo semplice

Certe notizie utili per tutti sembra siano destinate solo ad una fascia ristretta del pubblico, tanto sono piene di abbreviazioni o acronimi usati – e abusati – per indicare rapidamente alcune tipologie di investimento o alcune grandezze di natura economico-finanziaria.

Di Alfonso Selva

Chiunque frequenti quotidianamente i risparmiatori per motivi professionali,  sa bene che la Finanza e gli investimenti sono materie considerate difficili da capire, e i media specializzati – ed anche quelli definiti generalisti – di certo non aiutano a diffondere la giusta dose di Educazione Finanziaria.

Sembra quasi che certe notizie siano destinate solo ad una fascia ristretta del pubblico, tanto sono piene di abbreviazioni o acronimi, usati – e abusati – per indicare rapidamente alcune tipologie di investimento o alcune grandezze di natura economico-finanziaria (sono molto usate anche in Medicina, ma quella è un’altra storia…).

In realtà, gli acronimi sono nati per facilitare l’immediatezza della comprensione di un certo argomento, però dobbiamo riconoscere che spesso gli articoli mancano della loro spiegazione puntuale, complicando la lettura ed impedendo di fatto il sorgere dell’interesse verso questa materia così “noiosa” ma così utile alla vita di ciascuno di noi.

Per esempio, quanti lettori tra il pubblico indistinto conoscono esattamente i termini dell’acronimo ”PIL”? Non molti, nonostante questa parola – che, nella forma completa, sta per “Prodotto Interno Lordo”, ossia la misura della ricchezza complessiva prodotta da un paese in un anno – sia pronunciata ogni giorno migliaia di volte, anche in televisione.

Così, per quanto possa sembrare elementare per gli addetti ai lavori, prendiamo ad esempio dieci di queste famose abbreviazioni  e acronimi, ed a spiegarle in modo semplice ai “non addetti ai lavori”, ossia alla maggioranza dei clienti di banche e reti di consulenza.

B.O.T. – I Buoni Ordinari del Tesoro sono obbligazioni emesse e garantite dallo Stato Italiano e non hanno cedole. comprandoli, il risparmiatore diventa CREDITORE dello Stato, che diventa DEBITORE. Il loro rendimento, una volta, era rappresentato da un meccanismo molto semplice: io prestavo allo Stato 970 euro, e dopo al massimo un anno lo Stato me ne restituiva 1.000, con i 30 euro di differenza positiva che costituivano il mio rendimento. Oggi, invece, il loro rendimento è negativo, e ciò significa che, pur di comprare i BOT italiani, i risparmiatori – che non li comprano più – prestano 1.000 euro per averne restituiti 995 o giù di lì. In pratica, pagano lo Stato (che è Debitore) per avere i suoi titoli.

Come si sia arrivati a ciò non è immediatamente comprensibile per chi sta acquisendo adesso i primi rudimenti della Finanza Semplice, per cui rinviamo la spiegazione ad un articolo a sé stante.

B.T.P. – I Buoni del Tesoro Poliennali sono obbligazioni emesse dello Stato Italiano. Hanno una cedola fissa annuale, di solito divisa i due semestri. Lo Stato Italiano, in quanto Debitore, ti paga un interesse predeterminato in partenza e ti assicura alla scadenza, in unica soluzione, il rimborso della somma inizialmente prestata. La loro durata può variare da 3 anni a 50 anni.

C.C.T. – I Certificati di Credito del Tesoro sono obbligazioni emesse dello Stato Italiano, ma a differenza dei BTP sono a cedola variabile. Il tasso di interesse pagato dalla Stato – che anche in questo caso diventa Debitore – è “agganciato” al rendimento del BOT semestrale più un “premio” dello 0,15% (chiamato Spread, di cui avrete sentito parlare spesso in televisione, ma con una sfumatura negativa). Anche il CCT assicura alla scadenza, in unica soluzione, il rimborso della somma inizialmente prestata, e la durata massima è di 7 anni.

SPREAD – Il termine deriva dall’inglese, e letteralmente significa “differenziale”. Viene usato spesso per indicare la differenza di rendimento tra un BTP Italiano e uno tedesco (il c.d. BUND).

Perché questa parola è importante per i media? Da sempre la differenza tra BTP italiani e BUND germanici è a nostro sfavore, nel senso che il nostro BTP paga un tasso di interesse più elevato del BUND, dal momento che lo Stato Italiano, economicamente meno forte (e meno affidabile, in teoria) di quello tedesco, deve sostenere un costo più elevato per farsi prestare il denaro dai risparmiatori e finanziare parte della sua Spesa Pubblica con il Debito.

I.P.O. – Dall’inglese “Initial Public Offering” (Offerta Pubblica Iniziale) è un acronimo che si usa per indicare il momento in cui una società per azioni immette per la prima volta le proprie azioni nel mercato borsistico, allo scopo di raccogliere nuovi capitali (e nuovi soci). In questo caso, chi compra le azioni – durante o dopo l’I.P.O. – diventa SOCIO dell’azienda, e non più creditore, e quindi il valore del suo capitale investito segue le sorti dell’azienda: se essa si svilupperà costantemente, le azioni cresceranno nel lungo periodo, mentre scenderanno (fino ad azzerarsi, nei casi più estremi) se l’azienda verrà gestita male o andrà fallita.

Rapporto “Price/Earnings” –  deriva dalla lingua inglese, e vuol dire “rapporto Prezzo/Utile”. Si tratta di una grandezza numerica usata per valutare se il prezzo di una azione è conveniente o meno. In teoria, se il rapporto P/U (o P/E, in inglese) è inferiore a 15, l’azione è da comprare, mentre al disopra comincia ad essere sopravvalutata e, quindi, suscettibile di un calo del valore. Il numero generato da questo rapporto rappresenta gli anni che servono per ripagare l’investimento con gli utili (chiamati dividendi) deliberati ogni anno. Ad esempio, un P/E pari a 11,5 indica che serviranno 11 anni e mezzo di dividendi per realizzare un rendimento pari al prezzo pagato per comprare le azioni, nell’ipotesi (assai improbabile) che il valore dell’azione e del dividendo rimangano costanti.

P.I.C. e P.A.C.  – Il primo è l’acronimo di “Piano di Investimento di Capitale”, e si usa per indicare quando si investe un certo capitale in uno specifico strumento finanziario in unica soluzione. Il PAC, invece, è l’acronimo di Piano di Accumulo del Capitale”, e si usa quando si investe in un certo strumento finanziario “a rate”, di solito mensili. Il secondo è un metodo di investimento molto usato da chi ha paura di investire tutto e subito, oppure da chi non ha un capitale già formato e vuole costituirlo nel tempo.

P.I.R. – E’ l’acronimo di “Piano Individuale di Risparmio”, e indica uno strumento che nel 2017 il governo Italiano ha creato per incentivare gli investimenti nella piccola e media industria del nostro paese. Per farlo, ha usato la leva fiscale, concedendo ai sottoscrittori la totale esenzione del pagamento dell’imposta sugli utili ed esentando da imposte di successione e ogni altra tassa i capitali investiti nel PIR, a patto di non disinvestirli per almeno 5 anni.

E.S.G. – Dall’inglese Environmental Social Governance, e cioè “Politica di governo rivolta all’Ambiente ed al Sociale”, è un acronimo usato in ambito economico-finanziario per definire dei criteri di investimento che rispettano alcuni temi fondamentali: protezione dell’ambiente, limitazione dell’emissione di CO2, rispetto per la Biodiversità e per la sicurezza alimentare, rispetto per i diritti umani, le condizioni di lavoro, l’uguaglianza, ma anche attenzione alla qualità di chi amministra le società, all’equa remunerazione di amministratori e azionisti, al rispetto dei clienti. Il futuro degli investimenti finanziari è ormai diretto nel rispetto di questi criteri ESG, e le istituzioni finanziarie che non lo faranno, probabilmente, verranno tagliate fuori dalle migliori opportunità di mercato.

Se siete arrivati in fonda all’articolo, probabilmente siamo riusciti a rendere comprensibili alcuni concetti “complicati”. In realtà, è sufficiente spiegarli con semplicità, e usare gli acronimi solo quando siete sicuri che il vostro interlocutore abbia veramente compreso ciò di cui state parlando.

In un’epoca in cui trionfano gli inglesismi (selfie, screenshot, meeting, brunch etc), accorciare le distanze con la lingua italiana, specie in finanza, può fare la differenza.

Mercati, le attese di Ethenea per i prossimi tre mesi: USA e Cina in tensione, ma volatilità sotto controllo

Previsioni del comitato investimenti di Ethenea: dal confronto Usa-Cina alle prospettive di azioni e obbligazioni in vista della chiusura del 2020 e l’avvio del 2021.

A breve, i rapporti Usa-Cina non miglioreranno, ma avremo meno volatilità (Andrea Siviero, Investment Strategist di Ethenea Independent Investors Sa). Le tensioni tra Stati Uniti e Cina, così come l’incremento dei dazi commerciali, hanno posto grossi problemi all’economia globale nel 2018. Non solo ha ridotto la crescita di Stati Uniti e Cina, ma hanno influito sulla crescita globale stravolgendo le value chain in tutto il mondo. Un’escalation di questa situazione, attualmente non prevista, metterebbe certamente a dura prova la debole e incerta ripresa globale nel 2021. 

Per il futuro, ci aspettiamo che l’amministrazione del presidente Joe Biden adotti un approccio più moderato e meno conflittuale alle relazioni internazionali. Tuttavia, dal momento che l’opposizione all’espansionismo cinese è stata una delle poche questioni (se non l’unica) a ricevere il sostegno bipartisan nel Congresso statunitense, non prevediamo un significativo cambiamento nell’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti della Cina, almeno non a breve termine. L’amministrazione Biden probabilmente si asterrà da azioni imprevedibili nei confronti della Cina, ma non sarà in grado di invertire facilmente la rotta intrapresa dall’amministrazione Trump. La fine della politica di Trump, a volte instabile e impulsiva, significherà in primo luogo meno volatilità e più sicurezza nella pianificazione

Mercato positivo per i prossimi tre-sei mesi (Michael Blümke, Senior Portfolio manager Ethenea). A nostro avviso, ci sono le condizioni per un mercato positivo per i prossimi tre-sei mesi.  Tuttavia, nessuno sa se ciò si rifletterà in un aumento dei prezzi alla fine dell’anno. L’incertezza legata alle elezioni americane è stata eliminata, ma un presidente democratico che opera con una Camera divisa non potrà cambiare né il sistema fiscale né il quadro normativo. Inoltre, con la prospettiva di un vaccino efficace nel 2021, molti operatori del mercato sono pronti a guardare oltre l’attuale situazione pandemica e alle misure di contenimento che sono state attuate, e con il sostegno di una politica della banca centrale ancora molto favorevole e di altri pacchetti fiscali, le prospettive degli utili delle imprese non solo dovrebbero stabilizzarsi l’anno prossimo, ma potrebbero anche riservare sorprese positive.

L’importanza di un’asset allocation strategica per controllare il rischio a lungo termine (Michael Blümke, Senior Portfolio manager Ethenea). Sia l’asset allocation a lungo termine sia la selezione di singoli titoli fungono da generatori di alfa nella costruzione delle performance. Si tratta di due approcci che non sono in competizione l’uno con l’altro, ma possono essere utilizzati in parallelo. Tuttavia, va da sé che l’asset allocation strategica ha di gran lunga il maggiore effetto leva, ed è lo strumento più efficace per avere rendimenti interessanti a rischio controllato nel lungo termine. Se l’obiettivo è generare questo tipo di rendimenti con un livello di rischio gestibile, diventa essenziale adottare questo tipo di approccio.

Obbligazioni ancora affidabili grazie ai piani di acquisti di BCE e Fed (Volker Schmidt, Senior Portfolio manager Ethenea). Durante la riunione di fine ottobre, la BCE ha chiaramente dichiarato di non avere alcuna intenzione di diventare più restrittiva. Gli acquisti effettuati durante il temporaneo Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP) continueranno almeno fino a giugno 2021. I principali pagamenti dei titoli in scadenza saranno reinvestiti in obbligazioni almeno fino a giugno 2022. I programmi di acquisto di importi inferiori continueranno anche fino a quando non saranno introdotte le misure della Banca centrale e l’inflazione non si avvicinerà al livello target.

La BCE ha inoltre annunciato ulteriori misure, che saranno adottate già a dicembre. Ciò mostra chiaramente che la BCE resterà un acquirente di obbligazioni per i prossimi 18 mesi almeno, e che non ha nessuna intenzione di vendere i titoli obbligazionari, se non eliminando gradualmente i suoi investimenti esistenti. Lo stesso vale per la Federal Reserve.

Negli Stati Uniti le discussioni circa ulteriori spese pubbliche per rilanciare l’economia americana sono in pieno svolgimento. Per quanto riguarda il rifinanziamento, è probabile che la Fed intensifichi nuovamente i suoi acquisti in Treasuries statunitensi.

Titoli growth a quello value? Come prepararsi al nuovo scenario dalla primavera 2021 (Christian Schmitt, Senior Portfolio manager Ethenea). Dal 2007 circa, abbiamo costantemente registrato una performance migliore dei titoli growth a rapida crescita rispetto ai titoli value low-rated. Questo sviluppo disomogeneo si è addirittura rafforzato negli ultimi tre anni e ancora di più nel 2020. Chi parte dal presupposto che nei prossimi anni ci sarà un’inversione di tendenza sostanziale, rimarrà deluso in questo senso. Per definizione, i titoli value sono caratterizzati da una bassa valutazione, ed il mercato dei capitali è in linea di massima efficiente. Pertanto nulla è economico senza motivo.

Sono tre le ragioni principali della bassa valutazione delle società in termini di valore. Da un lato, siamo di fronte a una mancanza di crescita strutturale. Dall’altro queste aziende devono confrontarsi con nuovi dirompenti concorrenti che guadagnano quote di mercato in modo aggressivo e vengono costantemente riforniti con nuovo capitale. Inoltre, i bassi tassi d’interesse mettono sotto pressione anche la valutazione dei titoli value. Dal nostro punto di vista, nessuno dei tre fattori menzionati si tradurrà in un cambio sostenibile a favore dei titoli value nel prossimo futuro. Pertanto, in termini assoluti, le prospettive da medio a lungo termine di molti titoli value possono essere classificate come piuttosto modeste. Nel lungo termine, la crescita strutturale delle aziende rimane un fattore decisivo e necessario per una performance azionaria positiva e duratura. Le ultime settimane, durante le quali ci sono state notizie positive riguardo i vaccini, hanno dimostrato agli investitori che anche la sovraperformance dei titoli growth rispetto ai titoli value non è una strada a senso unico.

Per fortuna, il mercato azionario non è solo bianco e nero – value o growth – ma offre una varietà di sfumature importanti e di fattori in grado di influenzarlo. Partendo da questo presupposto, è consigliabile spostare l’attenzione su quelle società che, pur subendo nel breve periodo gli effetti del lockdown, continuano a mostrare una crescita strutturale convincente a lungo termine.

Da Steve Jobs alla Realtà Aumentata, il progresso tecnologico viaggia sotto il segno del “tutto in uno”

Quello che accadrà tra dieci anni nel mondo dell’informatica è già stato deciso oggi, e noi accetteremo qualunque cambiamento ci verrà proposto. E’ questa la conclusione a cui si giunge osservando gli stili di consumo di tutte le generazioni , a partire da quella immediatamente successiva ai c.d. babyboomers. Chi investirà nel megatrend del “tutto in uno”, invece, farà fortuna.

Di Massimo Bonaventura

Sembrano lontanissimi i tempi in cui i gusti dei consumatori prevalevano sul marketing strategico, decretando il successo (o l’insuccesso) dei prodotti. Il caso più celebre – se qualcuno lo ricorda, tra i millennials, o ne ha sentito parlare – fu quello della Coca Cola, che il 23 aprile del 1985 lanciò la “New Coke” e interruppe la produzione e distribuzione della Coca Cola classica negli USA e in Canada. Ne seguì una sorta di sollevazione popolare dei consumatori che, trascinati dai media, organizzarono una tale protesta da convincere la Big Company a tornare sui propri passi e produrre la bevanda con il vecchio gusto.

Qualcuno, ancora oggi, ha il sospetto che quella della New Coke fu il più gigantesco marchingegno pubblicitario messo in atto da una grande azienda – che in quel periodo era scesa fino al 22% come quota di mercato delle bevande gassate nel mondo (dal 60% di venti anni prima) – ma non è questo il punto. Il punto è che, negli anni ’80, i consumatori sceglievano, e avevano “un potere contrattuale”, almeno fino a quando non è iniziata la Rivoluzione Digitale, che ha sovvertito dalle fondamenta i rapporti di forza tra produttori e consumatori di tecnologia.

Negli anni ’80, infatti, Steve Jobs ebbe la prima intuizione che cambiò il mondo: unire le schede elettroniche (i c.d. circuiti, via via ridotti fino alle nano-dimensioni di oggi), che all’inizio lui e i suoi soci avevano venduto separatamente, al suo contenitore, ossia un televisore. Tutto in uno, insomma: circuito elettrico (allora 10.000 volte più grande di quelli di oggi) più lo schermo.

Nacque così il Personal Computer, concepito per essere usato, nei decenni successivi, come un elettrodomestico alla portata di tutti, e dopo l’avvento della telefonia cellulare, la comparsa degli smartphone ha proseguito lo stesso schema di cambiamento tracciato trent’anni prima dalla Apple: personal computer più telefono cellulare, tutto in uno.

Oggi, mentre usiamo i nostri smartphone convinti che la vita sarà questa per chissà quanti altri anni, si profila una trasformazione epocale nel mondo dell’informatica, ispirata chiaramente alla matrice del “tutto in uno”, di cui è già in corso la progettazione del suo “veicolo di cambiamento”. Infatti, troverà applicazione commerciale entro cinque anni circa la combinazione “smartphone più occhiali” (o meglio, “visore oculare”), prodotto di punta di una vasta gamma facente parte della c.d. “Realtà Aumentata”. Questa consiste in una serie di dispositivi che «aumentano» la realtà attraverso uno smartphone, o un PC dotato di webcam o altri sensori, e alcuni dispositivi di visione (per es. occhiali a proiezione sulla retina), di ascolto (auricolari) e di manipolazione (guanti), i quali tutti aggiungono informazioni multimediali alla realtà già normalmente percepita.

La Realtà Aumentata altro non è che il terreno di coltura della futura tecnologia degli smartphone, che è già cominciata con le innovazioni tecnologiche degli AirPod di Apple e delle stazioni di ricarica wireless. Ma questo sembra essere solo l’inizio di una nuova era di progressi che porterà le tecnologie degli smartphone a un livello completamente nuovo, ed il 2020, con il suo carico di trasformazione nelle relazioni sociali, sta aumentando il tasso di velocità con cui questi progressi accadranno, anticipandoli di 3-5 anni. Infatti, non è un mistero che alcune aziende tecnologiche abbiano già definito la produzione e introduzione nel mercato di nuovi prodotti accessori agli smartphone; come Vivo, che sta lavorando a un nuovo smartphone con un pannello in vetro elettro-cromico che può cambiare colore con il semplice tocco di un pulsante. Il vetro elettro-cromico non è una nuova invenzione, ma Vivo sarà il primo a introdurre tale funzionalità negli smartphone.

Relativamente agli auricolari – che si sono affermati come un oggetto indispensabile – l’azienda Xiaomi ha depositato due brevetti con i quali gli auricolari saranno sempre con il proprietario dello smartphone, in quanto integrati in uno slot speciale dello smartphone stesso (anche qui, chiarissima ispirazione del “tutto in uno”). Inoltre, i dispositivi di Xiaomi fungeranno anche da altoparlanti se inseriti in due punti appositamente previsti sulla parte superiore del telefono.

Uno dei progressi più incisivi arriverà dalla trasmissione dati. La tecnologia wireless denominata  “LiFi” (fusione tra i termini Light e Fidelity), infatti, sarà 100 volte più veloce del WiFi, perché utilizza la luce per trasmettere i dati, anziché le frequenze radio. Sulla scorta di questa innovazione, la società Oppo sta lavorando per rendere i suoi smartphone compatibili con il LiFi, che peraltro funziona anche con la luce che appare spenta ad occhio nudo.

Pertanto, appare non tanto lontano il giorno in cui lo smartphone sparirà completamente. Del resto, prima di lui sono già spariti i cercapersone, i fax e i cellulari di prima generazione. Insieme alla sua sparizione, probabilmente, cambierà il modo in viviamo le nostre vite quotidiane, e saremo pronti alla prossima grande trasformazione determinata dalla strategia del “tutto in uno”. Infatti, se andate indietro nel tempo di soli dieci-quindici anni, vi accorgerete come gli smartphone abbiano semplificato la classica combinazione di mouse, tastiera e monitor propria di PC e portatili, riducendo il modello ad un solo componente, facilitando la funzionalità con la tecnologia touch e, molto presto, perfezionando l’accessibilità fino a controllare ogni singola funzione e app con la sola voce, senza alcun bisogno di far lavorare le dita. Tutto ciò grazie ai prodotti della Realtà Aumentata di aziende come Microsoft, Facebook, Google, e Magic Leap che stanno lavorando per costruire cuffie autonome per la realtà aumentata proiettanti immagini 3D dettagliate dritto negli occhi.

La Realtà Aumentata, pertanto, potrebbe sostituire contemporaneamente smartphone e televisore. In più, sono già una realtà i sistemi informatici che “rispondono” ai nostri comandi vocali, e presto potrebbero interferire con i nostri sensi, con vista e udito intermediati dalla tecnologia.

Ma la “scala dei progressi” non finisce qui, manca un passaggio finale, ossia quello che va dai gadget che si devono indossare (come i visori-occhiali per la Realtà Aumentata) alla tecnologia denominata “Stringa Neuronale”. Si tratta di una tecnologia da applicare direttamente nel corpo umano, sulla quale sta lavorando la Neuralink, una nuova società patrocinata da Musk che ha l’obiettivo di costruire micro-computer nel nostro cervello.

E’ il “tutto in uno” definitivo, nel quale l’umano e la macchina diventano, appunto, una sola cosa. 

Non sappiamo quando avverrà questa rivoluzione (dieci anni, venti anni?), ma a quel tempo non esisterà più, probabilmente, alcun rapporto di forza tra produttori e consumatori, i quali accetteranno qualunque innovazione con totale “sottomissione commerciale”, ed anzi lotteranno per essere “sottomessi”, esattamente come oggi fanno per assicurarsi l’ultimo modello di smartphone a prezzi incredibili (indebitandosi senza fine con il sistema rateale su carta di credito ed il continuo rinnovo tecnologico). Ma anche stavolta, non è questo il punto. Il punto è che la strategia – semplicissima ed efficace – del “tutto in uno” produrrà miliardi di utili per gli azionisti, sebbene probabilmente le aziende produttrici saranno sempre meno. Infatti, siamo da tempo entrati nell’era delle aziende “visionarie”, le uniche capaci di assicurare continuità al “tutto in uno” fino al punto di disintermediare persino il semplice possesso degli oggetti e, quindi, il concetto stesso di proprietà.

In tal senso, nemmeno Amazon è al sicuro.

Pasquale Corvino: complicato estrarre valore dai bond, meglio le forme ibride. Commodity per diversificare

L’Asia si pone in posizione favorevole per poter beneficiare delle dinamiche del global trade. Forme di investimento ibride a metà tra azionario puro e obbligazionario possono offrire rendimenti discreti.

 “I titoli esposti a tecnologia e consumo discrezionale sono forti negli indici americani ma non in quelli europei. La carenza di performance di questi comparti potrebbe allora agevolare una sovra-performance dell’Europa nel prossimo futuro”. È l’analisi di Pasquale Corvino, gestore di Zest, società di gestione indipendente svizzera.

Nelle ultime settimane è iniziata una rotazione molto forte da titoli value verso una parte più esposta a cicli di crescita sostenuta, è un trend suscettibile di proseguire nel caso la situazione globale si normalizzi e si vada verso una maggiore apertura di tutte le economie. In Europa il miglioramento della situazione economica è il principale driver di una migliore performance finanziaria. Tecnologia e apparecchiatura medicale non sono presenti in maniera massiccia negli indici europei, espressione di un modo di generare innovazione molto lento. Il processo primario da intraprendere dovrebbe allora essere volto a rimediare a queste carenze, in seguito il miglioramento delle economie e i possibili sforzi della banca centrale europea di reflazionare il sistema cercando di supportare l’economia e ridurre la sofferenza NPL nel settore finanziario potrebbero avere un impatto benefico, visto che il mercato europeo è incentrato su questo tipo di società.

Intanto la politica Usa, con l‘elezione di Biden, si preannuncia più partecipativa e quindi meno sfavorevole a un mondo globalizzato come quello attuale. L’Asia allora si pone in posizione favorevole per poter beneficiare delle dinamiche del global trade, dal momento che si prevede una crescita interna sana e robusta, una situazione sanitaria favorevole a livello relativo e un contesto internazionale più cooperativo rispetto all’ultimo quadriennio.

“L’investimento in attività passive oggi è rischiosa. I tassi sono quasi negativi per i governativi a parte i paesi periferici, quindi diventa molto complicato estrarre valore. Per il futuro esistono forme ibride a metà tra azionario puro e obbligazionario che consentono di ottenere rendimenti discreti e che non sono così irragionevoli in termini di rischi”, sottolinea Corvino. “Per quanto riguarda le commodity, in questa fase è utile averle come strumento di diversificazione. Il maggior motivo per i detrattori dell’oro è che si tratta di uno strumento perpetuo che non paga cedola ma ora, in regime di tassi quasi negativi in cui quasi tutti gli strumenti finanziari sono perpetui, il discorso non attecchisce più. A livello di valute, il franco continua a essere un bene rifugio. Siamo a un punto di equilibrio tollerabile e riteniamo che rimarrà tale a meno che non ci siano nuovi scompensi internazionali forti tali da giustificare un flusso di domanda di franco svizzero che tenderebbe a farlo apprezzare”.

C’è troppo ottimismo sui vaccini. Mario Cribari: esiste il rischio di un Double Dip

I titoli governativi occidentali annaspano a causa del debito elevato, tassi bassissimi e bassa crescita economica. Consigliamo un approccio bilanciato tra settori difensivi/growth e settori ciclici/value.

“Le elezioni presidenziali americane e l’annuncio dei risultati di efficacia dei vaccini in corso di sperimentazione sono stati indubbiamente i due eventi più importanti dell’ultimo mese. I mercati hanno reagito in maniera estremamente positiva a entrambi, ma la sensazione è che si stiano portando troppo avanti con l’ottimismo. I contagi accelerano in maniera esponenziale e la seconda ondata si sta dimostrando molto più pesante della prima. Molti governi stanno intraprendendo la strada di nuovi lockdown, mentre il vaccino nella migliore delle ipotesi sarà un game changer solo a partire dal 2022”, sottolinea Mario Cribari, Partner e responsabile della strategia e ricerca di BlueStar Investment Managers

“Dal punto di vista strettamente economico, temiamo che non si sia ancora usciti dall’occhio del ciclone. Un double dip, e cioè una nuova ricaduta dopo il picco non è impossibile, anzi”.

Il risultato delle elezioni presidenziali sarebbe stato considerato un disastro ex-ante: la vittoria di Biden, l’uomo delle tasse, e un’elezione contestata. Ex-post, invece, è stato trasformato in uno dei rally più forti della storia. Evidentemente il mercato ha voluto guardare al bicchiere mezzo pieno, con la messa da parte di un personaggio imprevedibile come Trump e allo stesso tempo un congresso diviso, che implica nessuna nuova tassa e nessuna possibilità per la politica di fare troppi danni. In realtà, mai come adesso gli Usa avrebbero avuto invece bisogno di uno shock positivo. Detto ciò, poteva andare anche peggio, e gli Usa hanno ora l’ultima opportunità per frenare la loro discesa verso il baratro.

Biden, intanto, già dalle primissime ore si sta dimostrando un presidente più conciliante, costruttivo e non divisivo. Fino a gennaio, come minimo, vi sono però scarse possibilità di un nuovo fiscal stimulus, se mai ve ne sarà uno di una certa rilevanza. La politica monetaria ha fatto quello che doveva e si trova con poche cartucce rimaste. La fantasia dei banchieri centrali è infinita, ma l’efficacia marginale va riducendosi significativamente. Le aspettative sugli utili migliorano ma i prezzi sono saliti pure di più, provocando un rialzo importante delle valutazioni, soprattutto su alcuni mercati e settori.

Il rischio pandemico, intanto, non è ancora concluso. Per quanto sia totalmente ignorato dal mercato, i numeri sono drammatici e stanno tornando numerose restrizioni. È logico quindi immaginare un impatto economico negativo nel prossimo futuro. “Dopo aver criticato ferocemente Trump per la gestione della pandemia, ci meraviglieremmo se Biden usasse il medesimo approccio in caso di ulteriore aumento dei contagi in Usa, cosi come sta già effettivamente avvenendo”, sottolinea Cribari. “Temiamo che il peggio non sia finito, e che il periodo natalizio, che rappresenta per molti settori la gran parte del fatturato, possa risultare molto deludente. E anche se si decidesse di “salvare il Natale” il problema sarebbe solo rimandato, con gli interessi, al primo trimestre 2021”.

Oggi la vera novità non è il vaccino, ma l’introduzione di nuovi lockdown, che tutti ritenevamo scongiurati. Per costituire effettivamente un game changer, cioè per provare a raggiungere la cosiddetta immunità di gregge, dovremo aspettare non prima del 2022, nella migliore delle ipotesi. Questo per evidenti problemi logistici ed organizzativi a livello vaccinale. Non è detto, inoltre, che gran parte della popolazione accetti di farsi vaccinare. Il mercato già sconta, invece, il migliore degli scenari: un vaccino già approvato, sicuro, distribuito, accettato e inoculato. 

Ammettiamo che il mercato possa scegliere ancora di chiudere un occhio e guardare avanti, ma tale atto di fede ha un prezzo che agli attuali livelli di valutazione sembra come uno sparo nel buio. Il valore attuale del S&P500 sconta un multiplo di ben 21 volte gli utili 2021, in crescita del 25% rispetto al 2020 (supponendo che tutta sia finito già l’anno prossimo). Entrambi i numeri appaiono abbondanti, per lo meno a giustificare altre sorprese positive.

Mario Cribari

“In questo contesto, continuiamo a consigliare un portafoglio bilanciato tra titoli difensivi/growth, beneficiari di nuove situazioni di rischio, e ciclici/value, che invece rappresentano valore in un’ottica di 12 mesi. Per evitare di farsi male con i ciclici, nel caso in cui le nostre preoccupazioni di breve si realizzino, occorre selezionare titoli di elevata qualità dal punto di vista di bilancio, management e posizionamento di mercato”, sottolinea Cribari. “A livello settoriale, restano intatte le tendenze positive su difesa, sicurezza, tecnologia innovativa, cyber-sicurezza, robotica, fintech, farmaceutica, biotecnologia, nuovo consumo (asiatico ed occidentale), sostenibilità ambientale, settori favoriti da tassi bassi, alcuni settori ciclici, infrastrutture. Abbiamo anche recentemente investito su un basket di titoli nell’industria del 5G. Nel comparto obbligazionario restiamo invece pesantemente sotto ponderati, in particolare sui governativi occidentali, intrappolati tra debito elevato, tassi bassissimi e bassa crescita economica, come mostra il caso italiano”. 

Coronavirus: Big Pharma spinge sul vaccino, ma il problema è la terapia. Fatturati da capogiro

Moderna dichiara di poter arrivare, entro fine 2021, a produrre fino ad un miliardo di dosi, per un fatturato complessivo pari a circa 25 miliardi. Pfizer-Biontech dichiarano una produzione pari a 1,3 miliardi di dosi entro il prossimo anno, per un fatturato pari a circa 26 miliardi. Azioni previste in rialzo anche nel lungo periodo se gli anticorpi non saranno permanenti.

Nel pieno di una gravissima seconda ondata che molti, fino a meno di due mesi fa, bollavano come previsione estrema, tutti gli occhi rimangono puntati sui diversi vaccini ormai in dirittura d’arrivo e sui quali i mercati finanziari ci hanno regalato, metaforicamente parlando, belle giornate di sole. Nell’attesa che Pfizer, Moderna ed altre case farmaceutiche comincino la produzione e la distribuzione del vaccino su vasta scala, purtroppo non si sono ancora individuati i farmaci idonei alla terapia più efficace e standardizzata, ed il tasso di mortalità rimane ancora elevato.

Dal momento che i fatti umani sono spesso guidati da scelte di natura prettamente economica, il motivo – o i motivi – per cui si sia preferito indirizzare gli sforzi della ricerca mondiale verso tale strategia (prima il vaccino, poi la cura) sono sempre meno misteriosi. Del resto, non si comprende la logica attraverso la quale fiumi di denaro – quasi un miliardo di euro di finanziamenti governativi, ad oggi – siano arrivati alle varie equipe di Big Pharma (Pfizer e Moderna, soprattutto) per aiutare chi ancora il Covid-19 non l’ha contratto, mentre sulla possibile cura le cifre impiegate, al confronto, rimangono irrisorie. Infatti, sul versante della terapia, si è preferito prestare attenzione a farmaci già esistenti ed in circolazione – o ad una combinazione di essi – e non a molecole nuove, in grado di guarire in tempi rapidi, e con meno complicanze possibili, chi il Covid-19 l’ha già contratto e rischia la vita.

Lo sviluppo del vaccino è un processo più lungo, che normalmente richiede circa 5 anni e molti test da effettuare su migliaia di persone. Data l’attuale emergenza, però, è stato proposto un periodo di tempo più ristretto, compreso tra 12 e 18 mesi, e trattandosi di un’emergenza sanitaria che interessa tutto il mondo la capacità di produzione dovrebbe essere garantita prima del termine degli studi clinici e ripartita globalmente per garantire anche un’equa distribuzione in tutti i paesi del mondo. 

Sulla scia di questa strategia preferenziale verso il vaccino, circolano numerose informazioni che sollecitano una visione favorevole al concetto di “vaccinazione di massa”, l’unica che possa bloccare il virus per sempre. L’ipotesi è corretta, ma c’è da dire che lo stesso risultato si potrebbe raggiungere trovando la cura più efficace, che consentirebbe, a costi più bassi, di affrontare il Coronavirus con serenità, conducendo una vita normale senza pensare di poter morire da un momento all’altro. Unica controindicazione della strategia pro-cura (prima la cura, poi il vaccino) è quella che il Covid-19 potrebbe rimanere in circolazione per maggiore tempo, dal momento che molte persone, sicure di potersi curare rapidamente in caso di contagio, non ricorrerebbero al vaccino. Anche questa ipotesi è corretta, ma è altrettanto corretto prevedere che sarà molto difficile attuare una vaccinazione di massa come è accaduto, ad esempio, per il Morbillo, che necessitava di una copertura pari al 95% della popolazione. Secondo un sondaggio recente, negli Stati Uniti solo il 50% dei cittadini intervistati si è dischiarato disposto a fare il vaccino.  

Su tutto, però, non è stato chiarito un punto fondamentale, e cioè se i vaccini di imminente distribuzione proteggono solo dallo sviluppo della malattia da Covid-19 vera e propria, o se tengono il virus del tutto fuori dal corpo. Il secondo caso sarebbe quello più auspicabile, dal momento che scongiurerebbe la trasmissione del virus da persona a persona, accelerando la fine della pandemia.

Tornando ai nostri temi, lo scorso 9 Novembre Pfizer ha annunciato che il suo vaccino sperimentale contro il Coronavirus, sviluppato dalla tedesca BioNTech, si è rivelato molto più efficace del previsto nell’ultima fase di test su esseri umani. La notizia è stata accolta da grande ottimismo sia tra gli operatori che tra gli investitori in Borsa, ed ha generato ordini per miliardi di dollari da parte dei governi. Eppure, i tempi per distribuire il vaccino alle masse saranno piuttosto lunghi, per via delle procedure di autorizzazione da parte delle autorità sanitarie e della capacità di Pfizer di produrre materialmente i vaccini per alcuni miliardi di persone e distribuirlo in tutto il pianeta.

L’annuncio, comunque, ha fatto salire sensibilmente sia le azioni Pfizer, cresciute del 10% nella prima seduta, e di Biontech, salite del 15%. La tedesca Biontech, da sola, oggi vale 25 miliardi di dollari, nonostante un fatturato 2019 pari a 110 milioni di euro e perdite a bilancio per 180 milioni.

Il clima euforico di borsa, naturalmente, ha trascinato al rialzo anche le azioni dell’azienda americana Moderna, che già stipulato accordi anche con l’Unione Europea per 300 milioni di dosi.

Qual è il giro d’affari immediato che scaturisce per Pfizer e Moderna, grazie a questi accordi? Il vaccino Moderna costerà intorno ai 25 euro, mentre quello di Pfizer-Biontech poco sotto i 20 dollari. Pertanto, la commessa di Moderna con l’UE porterebbe all’azienda americana un fatturato di 7,5 miliardi, e le proiezioni per la Pfizer non sono da meno.

Un pò in sordina, c’è anche il vaccino di Astrazeneca, messo a punto dall’Università di Oxford e dall’Italiana Irbm, che sta per concludere i test di fase III ed è già allo studio dell’Ema. Il farmaco è basato sull’azione di un Adenovirus e richiede una sola somministrazione; in più, costerebbe solo  4-5 euro ed , entro gennaio 2021 la società inizierà la commercializzazione, per cui si prevede una domanda sostenuta, soprattutto da parte dei paesi più poveri (ai quali sarà garantita la diffusione anche gratuita a carico dei paesi più ricchi).

Nel frattempo, il marketing istituzionale delle diverse aziende operative nel campo del vaccino anti-Covid ha cominciato a diffondere i suoi messaggi “promozionali”, soprattutto attraverso i media, scatenando una specie di gara al rialzo sul grado di efficacia di ciascun vaccino. E così, Pfizer-Biontech, che aveva inizialmente annunciato un’efficacia di poco superiore al 90%, dopo l’annuncio di Moderna (efficacia al 94,5%) ha comunicato una percentuale del 95%. La Russia, dal canto suo, ha sbandierato un notevole 92%.

Ma la battaglia si combatte anche – e soprattutto – sulle proprietà in base alle quali la distribuzione di ciascun vaccino potrà essere più o meno difficoltosa. il vaccino Pfizer-Biontech, per esempio, necessita di temperature pari a -75°C (tra i -70°C e i -80°C), e solo negli ultimi giorni prima dell’iniezione può essere portato in un normale frigorifero ad una temperatura di 4°C (dove può resistere per cinque giorni). Il vaccino Moderna, invece, può essere conservato a -20°C anche per sei mesi di stoccaggio, e poi deve restare conservata tra i 2°C e gli 8°C fino a trenta giorni (e persino a temperatura ambiente per mezza giornata).

Relativamente alle previsioni di produzione, Moderna dichiara di poter arrivare, entro fine 2021, a produrre fino ad un miliardo di dosi, per un fatturato complessivo pari a circa 25 miliardi. Pfizer-Biontech dichiarano una produzione pari a 1,3 miliardi di dosi entro il prossimo anno, per un fatturato pari a circa 26 miliardi.

Cifre da capogiro, soprattutto se consideriamo la possibilità che gli anticorpi sviluppati non siano permanenti, e quindi saranno destinati a scomparire nel giro di pochi mesi. In questo caso, il fatturato sarebbe da replicare per “enne anni”, con indubbi benefici economici strutturali per Big Pharma e per i suoi azionisti, grandi e piccoli.

Kyma Investment Partners SGR, il primo private equity in italia dedicato alla Digital Transformation

Kyma SGR ha appena ricevuto da Banca d’Italia l’autorizzazione ad operare. Il target è di 130 milioni di raccolta per il primo fondo della SGR, da destinare a investimenti in PMI italiane ad alto potenziale che operano in settori tradizionali ma con la potenzialità di trasformare digitalmente il loro business.

Kyma Investment Partners SGR è una nuova società di gestione del risparmio indipendente, con sede a Milano, nata dall’iniziativa di quattro partner con una lunga esperienza nel settore del private equity e del digitale.

Kyma SGR sta lanciando un nuovo fondo di growth buy-out dedicato alle PMI italiane ad alto potenziale con EBITDA tra i 3 e i 7 milioni che operano in settori tradizionali (i.e. ICT, istruzione, servizi, meccanica, etc), che hanno l’ambizione e la potenzialità di trasformare digitalmente il proprio business. Tale trasformazione non solo renderà nel lungo termine i modelli di business più performanti ed efficienti grazie all’introduzione di tecnologie e competenze digitali all’interno dei processi aziendali, ma anche e soprattutto più sostenibili.

Le opportunità di consolidamento del settore in cui operano e l’internazionalizzazione saranno le altre principali leve su cui Kyma focalizzerà la sua strategia di crescita per le proprie società partecipate.

Luciano Hassan, Presidente di Kyma, commenta: “Con l’autorizzazione di Banca d’Italia siamo felici di poter ora lanciare il nostro fondo dedicato a supportare le PMI italiane nel percorso di digitalizzazione. Un numero sempre maggiore di tecnologie sta impattando significativamente il modo con cui le aziende competono sui mercati globali. Le imprese hanno necessità di adattarsi al nuovo contesto e lo avranno a maggior ragione sempre più in futuro anche a seguito dell’impatto del Covid-19. Kyma si pone l’obiettivo di far parlare il mondo delle imprese tradizionali con quello delle tecnologie, rendendo queste ultime accessibili alle migliori realtà italiane affinché possano continuare ad eccellere e a competere su scala globale.

Luciano Hassan

Il team di Kyma SGR è composto da professionisti del private equity e da manager esperti dei processi di digitalizzazione, sostenibilità e buy & build su scala globale. Oltre al Presidente Luciano Hassan, già alla guida del private equity di Intesa San Paolo, il team si compone dei partner Gianluca Losi (già partner di TEC, il club deal di Mediobanca, e prima ancora director di Alpha Private Equity) e Michele Fontana Sabatini (ex director di KKR Pillarstone e Bregal Capital, fondo di growth buy-out paneuropeo basato a Londra). Il team è completato da Carlo Privitera, nel ruolo di Digital & Operations Partner, con un passato in Invest Industrial a New York e in Luxottica.

Obiettivo di raccolta per il nuovo fondo, ora in fase di lancio dopo l’autorizzazione della SGR da parte di Banca d’Italia, sarà di 130 milioni. Kyma è in avanzate discussioni con il Fondo Italiano d’Investimento per il ruolo di anchor investor. Altri investitori saranno istituti bancari, fondazioni, assicurazioni e family offices.

Economia e mercati, previsioni 2021 in dieci punti dai portfolio manager di Ethenea

Nel 2021 i tassi resteranno bassi, ma si manifesteranno anche alcune inversioni di tendenza che impongono grande attenzione alle scelte di investimento. In particolare, le banche centrali potrebbero rallentare i piani di Quantitative Easing e lo spread potrebbe rialzare la testa.

I senior portfolio manager di Ethenea  Independent Investors Volker Schmidt, Michael Blümke e Christian Schmitt hanno elaborato le previsioni economiche e di mercato per il 2021, analizzando 10 punti fondamentali che vanno dalla liquidità all’Oro all’inflazione, passando naturalmente per la variabile-Covid19.

Volker Shmidt

1. Liquidità in contrazione sul mercato dei capitali (Volker Schmidt, senior portfolio manager Ethenea). Nonostante la massiccia iniezione di liquidità da parte delle banche centrali, la liquidità sui mercati sta diminuendo. Negli ultimi anni le banche centrali hanno ripetutamente acquistato obbligazioni attraverso i loro programmi di quantitative easing. Tuttavia, hanno anche ridimensionato ripetutamente questi programmi. I consistenti acquisti delle banche centrali e il basso livello delle scorte delle banche di investimento hanno creato una situazione di bassa offerta, che spinge significativamente al rialzo i prezzi delle obbligazioni quando gli investitori istituzionali, quali le compagnie di assicurazione, i fondi pensione o i fondi di investimento, devono comprare per impiegare la nuova raccolta. Questa situazione proseguirà anche nel 2021, perché la Bce continuerà il suo Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP) almeno fino a giugno 2021, mentre sono già stati approvati e sono in corso di implementazione i programmi della Fed, che effettua gli acquisti in modo opportunistico nei periodi di debolezza.

2. Ancora obbligazioni a rendimento negativo (Volker Schmidt). Viviamo ormai da molto tempo in un contesto di bassi tassi di interesse e la Bce ha introdotto i tassi negativi per i depositi delle banche commerciali già nel 2014. Nemmeno le obbligazioni emesse da emittenti sicuri sono state risparmiate, e infatti nel 2016 i tassi dei titoli governativi tedeschi a 10 anni per la prima volta finirono sotto lo zero. All’inizio di novembre 2020, i bond a tassi negativi in circolazione superavano i 17 trilioni di dollari: un ammontare tale che certamente non potrà scomparire in tempi brevi. Quindi le obbligazioni a rendimento negativo rimarranno anche nel 2021.

3. Primi passi indietro delle banche centrali (Volker Schmidt). I governi e le banche centrali stanno cercando di mitigare l’impatto economico della pandemia di Coronavirus con una serie di misure. Il Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP) per acquisti accelerati di obbligazioni e il programma di ricostruzione dell’Ue “Next Generation Europe” sono gli interventi più noti su questa sponda dell’Atlantico. Inoltre, ci sono in ballo diversi programmi di sostegno nazionali. Anche negli Stati Uniti, la Fed ha già acquistato più di 1,8 trilioni di dollari in titoli di Stato e il governo degli Stati Uniti sostiene i consumatori e le aziende con sussidi di disoccupazione e agevolazioni fiscali programmate e non programmate. Molte di queste misure saranno ancora con noi nel 2021.

4. Alti livelli di indebitamento faranno ripartire lo spread (Volker Schmidt). Il debito pubblico in molti paesi è salito a livelli record e continuerà a crescere. Negli Stati Uniti, il deficit fiscale dell’anno fiscale che si è concluso a settembre era già di 3,1 trilioni di dollari: 2,2 trilioni di dollari in più rispetto all’anno precedente. L’Unione europea diventerà il più grande emittente di obbligazioni nei prossimi anni, nell’ambito del programma di ricostruzione “Next Generation Europe“. Tuttavia, la crisi del Coronavirus e la recessione economica stanno anche ponendo un enorme onere sui bilanci dei singoli stati, e nel momento in cui la ripresa economica continuerà nel 2021, le differenze tra aree o paesi diventeranno evidenti. Le aziende hanno anche accumulato enormi livelli di indebitamento. Attualmente un default di massa è scongiurato grazie ai pacchetti fiscali, e i governi stanno assumendo livelli crescenti di indebitamento per stabilizzare la domanda e mantenere a galla le aziende particolarmente colpite attraverso sussidi o prestiti.

Michael Blumke

5. La corsa dell’oro potrebbe fermarsi (Michael Blümke, senior portfolio manager Ethenea). Dopo essere rimasto fermo per anni, l’oro è tornato sotto i riflettori con un forte movimento al rialzo. Dal nostro punto di vista, ci sono buone ragioni per aspettarsi una prosecuzione di questo rally nel lungo termine. Sullo sfondo di tassi di interesse nominali semi-fissi molto bassi e di continui tentativi di spingere l’inflazione con misure monetarie, i tassi di interesse reali resteranno bassi anche nel prossimo futuro e forse diminuiranno ulteriormente. Il conseguente graduale deprezzamento delle valute gioverà all’oro nella sua funzione di mantenimento del valore.

6. Declino dei fondi-benchmark (Michael Blümke). La crescente popolarità dei fondi passivi, testimoniata da ulteriori aumenti della loro quota di mercato, non può essere negata ed è anzi ben giustificata. Soltanto il gestore attivo, che offre valore aggiunto per il cliente al netto dei costi, ha una ragion d’essere nel lungo termine – e soltanto un manager molto flessibile e attivo può soddisfare questo requisito. Riteniamo che la domanda di soluzioni di fondi intelligenti, che in primo luogo abbiano flessibilità e un sufficiente grado di libertà, e in secondo luogo siano disposti e in grado di trarne vantaggio con profitto, resterà presente e crescerà anche con l’eliminazione delle offerte semi-passive.

7. Il multi-asset come soluzione per i clienti retail (Michael Blümke). È risaputo che la diversificazione del rischio migliora la performance di portafoglio in relazione al rischio. Per molti anni, e giustamente, le soluzioni multi-asset sono cresciute nei portafogli degli investitori privati: questo concetto è oggi più rilevante e necessario che mai in un contesto di mercato inedito, caratterizzato da tassi di interesse molto bassi.

Christian Shmitt

8. Bassa inflazione su beni e servizi, alta sugli investimenti (Christian Schmitt, senior portfolio manager Ethenea). C’è stato un tempo in cui l’inflazione – positiva o negativa – rappresentava una seria minaccia per i paesi industrializzati occidentali. Nella prospettiva del 2020, sembra che quest’era si sia conclusa con il volgere del millennio. È a dir poco improbabile che nel 2021 si verificheranno aumenti dei prezzi sostenuti sui mercati globali dei beni. Sembra quasi certo, tuttavia, che continuerà a sussistere un’ulteriore pressione al rialzo dei prezzi delle principali classi d’investimento in tutto il mondo, date le continue iniezioni di liquidità.

9. Coesistere con il Covid-19 (Christian Schmitt). Dall’inizio della pandemia ad oggi, abbiamo imparato molto sul virus e ci stiamo adattando alla nuova situazione, mentre è in corso uno sforzo globale senza precedenti per sviluppare un vaccino efficace e sistemi di cura adeguati. Al momento, solo una cosa sembra essere chiara: il Covid-19 non sarà affatto finito entro la fine del 2020. La pandemia avrà un impatto importante anche sul prossimo anno.

10. Titoli value ancora in sofferenza (Christian Schmitt). Il raffronto tra gli stili di investimento value e growth è una vecchia storia, ma ormai da 14 anni i titoli growth sono strutturalmente in vantaggio nella corsa alla miglior performance. E nonostante i ripetuti annunci sulla fine di questa era, i titoli growth hanno proseguito la loro overperformance rispetto ai titoli value, soprattutto nel 2020. Con la conseguenza che la cosiddetta trappola del valore, che vede gli investimenti bloccati su titoli i cui prezzi non recuperano, sembra essere più grande che mai. Anzi, in un contesto di tassi d’interesse bassi, nulli o negativi, gli investitori value dubitano che la tendenza si invertirà in maniera sostenibile nel 2021. La performance relativa di entrambi gli stili di investimento sarà certamente una delle domande più interessanti per il prossimo anno.

Tecnocasa, indagine socio-demografica sul mercato immobiliare: acquirenti e inquilini

L’analisi delle compravendite e delle locazioni evidenzia un mercato in buona salute che, in seguito all’emergenza sanitaria, ha segnalato alcune nuove tendenze. Bisognerà comunque aspettare i prossimi mesi per scoprire se si tratta di trend temporanei oppure di importanti cambiamenti delle abitudini di acquirenti ed inquilini.

Di Piero Terranova, Analista Ufficio Studi Gruppo Tecnocasa

In Italia nei primi 9 mesi del 2020 si evidenzia una leggera flessione della percentuale di acquisti per investimento, che si attesta sul 16,8%, contro il 17,5% registrato nello stesso periodo del 2019. Il ribasso mette in luce le incertezze legate all’emergenza sanitaria che ha frenato sia gli acquisti di abitazioni da affittare, sia gli acquisti di soluzioni da trasformare in B&B ed affittacamere. Sempre nel 2020, da segnalare un aumento della percentuale di acquisti di case vacanza, soprattutto nel periodo post-lockdown caratterizzato da un particolare interesse verso questo segmento.

I primi 9 mesi del 2020 hanno poi segnalato un aumento della percentuale di acquisti di soluzioni indipendenti e semindipendenti, si passa infatti dal 19,2% del 2019 al 21,1% attuale. Il rialzo si focalizza principalmente nel secondo e nel terzo trimestre quando, terminato il periodo di lockdown, molti acquirenti hanno deciso di comprare abitazioni più ampie e dotate di spazi esterni. La ricerca di tipologie immobiliari con queste caratteristiche, inoltre, ha determinato un maggiore flusso di acquirenti verso l’hinterland e verso le province adiacenti alle grandi città italiane.

L’emergenza sanitaria ha segnato in modo importante il mercato delle locazioni, che nei primi 9 mesi del 2020 evidenzia un calo della percentuale di contratti stipulati da lavoratori trasfertisti e da studenti universitari. I lavoratori fuori sede passano dal 25,9% del 2019 all’attuale 23,3%, gli studenti passano dal 6,0% al 4,4%. Un forte impatto sui numeri è dovuto al periodo di lock-down, allo smart working e alla chiusura degli atenei, fenomeni tutt’ora presenti ed in evoluzione. Queste problematiche hanno impattato anche sulla scelta dei contratti stipulati che, nonostante la diminuzione di lavoratori e studenti, segnalano un aumento delle percentuali di contratti a canone concordato ed a carattere transitorio. Molti proprietari, infatti, stanno optando per tipologie contrattuali più flessibili in attesa di capire come evolverà il mercato delle locazioni nei prossimi mesi.

In conclusione, l’analisi delle compravendite e delle locazioni evidenzia un mercato in buona salute che, in seguito all’emergenza sanitaria, ha segnalato alcune nuove tendenze. Bisognerà comunque aspettare i prossimi mesi per scoprire se si tratta di trend temporanei oppure se stiamo effettivamente assistendo ad importanti cambiamenti delle abitudini di acquirenti ed inquilini.

Le analisi esposte sono state realizzate grazie ad una base dati composta da 25.488 compravendite e 9.247 contratti di locazione. Si tratta di operazioni concluse nei primi 9 mesi del 2020 attraverso le agenzie del Gruppo Tecnocasa presenti su tutto il territorio nazionale.

Denaro in conto corrente, rischi e problemi. Dal “non si sa mai” al principio di Protezione

Con la filosofia del “non si sa mai” non ci si protegge affatto, e si presta il fianco a tutta una serie di rischi di notevole entità, privandoci così delle migliori opportunità utili a quando non avremo più le stesse energie di oggi.

Di Alfonso Selva

“Tengo i soldi in conto corrente perché non si sa mai quello che può succedere ….”. Questa è la frase che noi educatori finanziari sentiamo più frequentemente quando incontriamo un nuovo cliente che tiene i suoi soldi nel conto corrente. “Lo faccio per il NON SI SA MAI”, ci rispondono quando gli chiediamo il perché di questa “immobilizazione” di denaro che, come vedremo, può essere fonte di rischio e di perdita di opportunità.

Probabilmente, al nostro cliente non è mai stato chiesto il perché dalla propria banca, il che dimostra che fino a quel momento nessuno si è mai interessato veramente a lui e ai suoi obiettivi. A monte, però, esiste un altro problema, che riguarda “l’insieme”: i dati più recenti ci dicono che sui conti correnti, sui conti deposito e su ogni altra forma liquida ci sono quasi 1927 miliardi di euro, per cui due sono le possibili interpretazioni: le banche non informano – guarda un po’… – sui rischi della detenzione di eccessiva liquidità sui conti correnti, e la maggioranza dei clienti non ha nessun professionista accanto a sé che gli insegni a gestire “l’ansia da risparmio”. In ogni caso, è una buona scelta lasciare tutti i tuoi soldi abbandonati sul conto corrente?

Certamente NO, perchè espone il nostro ipotetico cliente a rischi e problemi di opportunità.

INIZIAMO DAI RISCHI.

1) Il primo è quello del c.d. BAIL-IN, e cioè la possibilità che la banca, in caso di suo fallimento, coinvolga nella procedura tutti i depositi su conto corrente o conto deposito oltre i 100.000 euro. In pratica, tutto ciò che eccede i 100.000 di giacenza viene perso.

2) Il secondo è il rischio che il governo metta una tassa o imposta Patrimoniale, come nel 1992 (il governo Amato prese lo 0,6%, di notte). Di questo pericolo si è molto parlato nei mesi scorsi, anche prima dello scoppio della pandemia, per cui il rischio esiste ancora di più oggi, visto che lo Stato sta incassando molte imposte in meno e, prima o poi, dovrà “raschiare” il denaro da chi lo detiene e non lo mette in circolo.

RELATIVAMENTE AI PROBLEMI, il primo – e più evidente – è il mancato guadagno. Infatti, chi negli ultimi 10 anni ha investito i suoi soldi in fondi di investimento azionari ha raddoppiato, se non triplicato, il suo capitale. Il secondo problema è dato dall’inflazione: con un tasso di inflazione dell’1% all’anno, il capitale in 10 anni perde il 10%.

Pertanto, la paura del “NON SI SA MAI “ non porta affatto a buoni risultati, ma resta il problema di farlo comprendere al cliente “ansioso”. Per riuscire in questo fondamentale obiettivo di Educazione Finanziaria dobbiamo sciogliere la paura manifestata dal “NON SI SA MAI” e fare quello che la banca tradizionale non ha fatto: domande, domande ed ancora domande. Solo l’attenzione al cliente, ed alla sua storia, ci permetterà di entrare ad un livello di confidenza tale da scoprire che, dietro quella frase, ci sono paure a volte molto profonde, che dobbiamo vincere aiutando il cliente a razionalizzarle ed affrontarle. La mia esperienza di educatore finanziario mi dice che, di solito, queste paure possono essere catalogate nella serie “come me la caverei se/quando/nel caso in cui…”:

a) paure di natura personale (“…se mi ammalo e devo spendere dei soldi per curarmi?”, “…quando diventerò vecchio avrò i soldi sufficienti per vivere?”, “…se non riesco più ad essere autosufficiente, come farò a mangiare da solo, o anche solamente a lavarmi?”, “…se mi succede un incidente e rimango su una sedia a rotelle, come me la caverò?”, “…se mi ammalo di COVID 19?”…);

b) paure riferite all’attività lavorativa (“…se perdo il lavoro, o mi bloccano l’attività e non guadagno più nulla?”);

c) paure riferite al patrimonio (“…se la mia società fallisce e i creditori si portano via tutto?”, “…se mi rubano la macchina aziendale e devo ricomprarla?” “…se non ho più i soldi per pagare il mutuo?”, “…se l’Agenzia delle Entrate mi impone delle sanzioni?”, “…se lo Stato mette una tassa patrimoniale?”, “…se muoio e la mia famiglia non riesce più a pagare il mutuo?”);

d) paure riferite alla vita di tutti i giorni (“…se prende fuoco la casa e devo rifare tutto?”, “…se mi si rompe la lavatrice o il cellulare?”).

Insomma, l’elenco è lungo, ma se riesco a ragionare con il cliente in modo razionale, allora tutte le sue paure possono essere affrontate e risolte trasmettendo il valore della PROTEZIONE O DEL RISCHIO TRASFERITO.

Tranquilli, non mi riferisco né alle guardie del corpo né ad un giubbetto antiproiettile, ma a qualcosa di molto accessibile come una protezione di tipo assicurativo e una “protezione finanziaria” da attuare dopo aver pianificato tempi e modalità di raggiungimento degli obiettivi finanziari e patrimoniali.

Per essere pratici, e rimanere ai giorni nostri, partiamo dalla domanda più frequente: “se mi ammalo di COVID 19” (oppure “se ho una malattia importante, un incidente” etc) la soluzione è sottoscrivere una polizza sanitaria ed infortuni, e con pochi soldi di premio annuo riusciremo a coprire i rischi per la salute o ad avere dei soldi per tutti i giorni in cui la malattia ci impedisce di lavorare. Oppure, se siamo preoccupati per il tenore di vita da anziani o per il rischio di non essere più autosufficienti, esiste una copertura assicurativa chiamata LTC (Long Term Care, cioè assistenza a lungo termine), che eroga una rendita mensile per pagare, ad esempio, una collaboratrice domestica-personale (c.d. badante).

Relativamente alle paure riferite all’attività lavorativa, esistono delle assicurazioni che coprono il rischio di inattività lavorativa, temporanea o permanente, ad un costo sostenibile, mentre per quanto riguarda le paure riferite al patrimonio esistono polizze assicurative che coprono tutti i rischi a cui esso può essere soggetto, così come esistono, anche al di fuori delle coperture tipicamente assicurative, strumenti di protezione patrimoniale che riducono al minimo sia il carico fiscale che il rischio di aggressione  non necessaria da parte di terzi soggetti (es. creditori e/o Agenzia delle Entrate).

Per quanto riguarda le paure sulle spese impreviste “di tutti i giorni”, questo potrebbe essere l’unico caso in cui è conveniente lasciare delle piccole somme sul conto corrente. Per tutte le altre paure, i rischi più gravi del “NON SI SA MAI” non si coprono certamente con 100.000 o 200.000 euro sul conto corrente, bensì con 2 o 3 milioni di euro.

Pertanto, la cosa migliore da fare è quella di trasferire i rischi a chi lo fa di mestiere, e cioè ad una compagnia assicurativa, che gode delle medesime protezioni statali assicurate alle banche, e forse anche di più.

Con la filosofia del “NON SI SA MAI” non ci si protegge affatto, prestando il fianco a tutta una serie di rischi, come quelli che ho spiegato prima, e allo stesso tempo ci si priva di opportunità utili per quando non avremo più le stesse energie di oggi.

Tra il principio del “sapere” e quello del “non sapere MAI”, meglio scegliere il primo.