Con la filosofia del “non si sa mai” non ci si protegge affatto, e si presta il fianco a tutta una serie di rischi di notevole entità, privandoci così delle migliori opportunità utili a quando non avremo più le stesse energie di oggi.
Di Alfonso Selva
“Tengo i soldi in conto corrente perché non si sa mai quello che può succedere ….”. Questa è la frase che noi educatori finanziari sentiamo più frequentemente quando incontriamo un nuovo cliente che tiene i suoi soldi nel conto corrente. “Lo faccio per il NON SI SA MAI”, ci rispondono quando gli chiediamo il perché di questa “immobilizazione” di denaro che, come vedremo, può essere fonte di rischio e di perdita di opportunità.
Probabilmente, al nostro cliente non è mai stato chiesto il perché dalla propria banca, il che dimostra che fino a quel momento nessuno si è mai interessato veramente a lui e ai suoi obiettivi. A monte, però, esiste un altro problema, che riguarda “l’insieme”: i dati più recenti ci dicono che sui conti correnti, sui conti deposito e su ogni altra forma liquida ci sono quasi 1927 miliardi di euro, per cui due sono le possibili interpretazioni: le banche non informano – guarda un po’… – sui rischi della detenzione di eccessiva liquidità sui conti correnti, e la maggioranza dei clienti non ha nessun professionista accanto a sé che gli insegni a gestire “l’ansia da risparmio”. In ogni caso, è una buona scelta lasciare tutti i tuoi soldi abbandonati sul conto corrente?
Certamente NO, perchè espone il nostro ipotetico cliente a rischi e problemi di opportunità.
INIZIAMO DAI RISCHI.
1) Il primo è quello del c.d. BAIL-IN, e cioè la possibilità che la banca, in caso di suo fallimento, coinvolga nella procedura tutti i depositi su conto corrente o conto deposito oltre i 100.000 euro. In pratica, tutto ciò che eccede i 100.000 di giacenza viene perso.
2) Il secondo è il rischio che il governo metta una tassa o imposta Patrimoniale, come nel 1992 (il governo Amato prese lo 0,6%, di notte). Di questo pericolo si è molto parlato nei mesi scorsi, anche prima dello scoppio della pandemia, per cui il rischio esiste ancora di più oggi, visto che lo Stato sta incassando molte imposte in meno e, prima o poi, dovrà “raschiare” il denaro da chi lo detiene e non lo mette in circolo.
RELATIVAMENTE AI PROBLEMI, il primo – e più evidente – è il mancato guadagno. Infatti, chi negli ultimi 10 anni ha investito i suoi soldi in fondi di investimento azionari ha raddoppiato, se non triplicato, il suo capitale. Il secondo problema è dato dall’inflazione: con un tasso di inflazione dell’1% all’anno, il capitale in 10 anni perde il 10%.
Pertanto, la paura del “NON SI SA MAI “ non porta affatto a buoni risultati, ma resta il problema di farlo comprendere al cliente “ansioso”. Per riuscire in questo fondamentale obiettivo di Educazione Finanziaria dobbiamo sciogliere la paura manifestata dal “NON SI SA MAI” e fare quello che la banca tradizionale non ha fatto: domande, domande ed ancora domande. Solo l’attenzione al cliente, ed alla sua storia, ci permetterà di entrare ad un livello di confidenza tale da scoprire che, dietro quella frase, ci sono paure a volte molto profonde, che dobbiamo vincere aiutando il cliente a razionalizzarle ed affrontarle. La mia esperienza di educatore finanziario mi dice che, di solito, queste paure possono essere catalogate nella serie “come me la caverei se/quando/nel caso in cui…”:
a) paure di natura personale (“…se mi ammalo e devo spendere dei soldi per curarmi?”, “…quando diventerò vecchio avrò i soldi sufficienti per vivere?”, “…se non riesco più ad essere autosufficiente, come farò a mangiare da solo, o anche solamente a lavarmi?”, “…se mi succede un incidente e rimango su una sedia a rotelle, come me la caverò?”, “…se mi ammalo di COVID 19?”…);
b) paure riferite all’attività lavorativa (“…se perdo il lavoro, o mi bloccano l’attività e non guadagno più nulla?”);
c) paure riferite al patrimonio (“…se la mia società fallisce e i creditori si portano via tutto?”, “…se mi rubano la macchina aziendale e devo ricomprarla?” “…se non ho più i soldi per pagare il mutuo?”, “…se l’Agenzia delle Entrate mi impone delle sanzioni?”, “…se lo Stato mette una tassa patrimoniale?”, “…se muoio e la mia famiglia non riesce più a pagare il mutuo?”);
d) paure riferite alla vita di tutti i giorni (“…se prende fuoco la casa e devo rifare tutto?”, “…se mi si rompe la lavatrice o il cellulare?”).
Insomma, l’elenco è lungo, ma se riesco a ragionare con il cliente in modo razionale, allora tutte le sue paure possono essere affrontate e risolte trasmettendo il valore della PROTEZIONE O DEL RISCHIO TRASFERITO.
Tranquilli, non mi riferisco né alle guardie del corpo né ad un giubbetto antiproiettile, ma a qualcosa di molto accessibile come una protezione di tipo assicurativo e una “protezione finanziaria” da attuare dopo aver pianificato tempi e modalità di raggiungimento degli obiettivi finanziari e patrimoniali.
Per essere pratici, e rimanere ai giorni nostri, partiamo dalla domanda più frequente: “se mi ammalo di COVID 19” (oppure “se ho una malattia importante, un incidente” etc) la soluzione è sottoscrivere una polizza sanitaria ed infortuni, e con pochi soldi di premio annuo riusciremo a coprire i rischi per la salute o ad avere dei soldi per tutti i giorni in cui la malattia ci impedisce di lavorare. Oppure, se siamo preoccupati per il tenore di vita da anziani o per il rischio di non essere più autosufficienti, esiste una copertura assicurativa chiamata LTC (Long Term Care, cioè assistenza a lungo termine), che eroga una rendita mensile per pagare, ad esempio, una collaboratrice domestica-personale (c.d. badante).
Relativamente alle paure riferite all’attività lavorativa, esistono delle assicurazioni che coprono il rischio di inattività lavorativa, temporanea o permanente, ad un costo sostenibile, mentre per quanto riguarda le paure riferite al patrimonio esistono polizze assicurative che coprono tutti i rischi a cui esso può essere soggetto, così come esistono, anche al di fuori delle coperture tipicamente assicurative, strumenti di protezione patrimoniale che riducono al minimo sia il carico fiscale che il rischio di aggressione non necessaria da parte di terzi soggetti (es. creditori e/o Agenzia delle Entrate).
Per quanto riguarda le paure sulle spese impreviste “di tutti i giorni”, questo potrebbe essere l’unico caso in cui è conveniente lasciare delle piccole somme sul conto corrente. Per tutte le altre paure, i rischi più gravi del “NON SI SA MAI” non si coprono certamente con 100.000 o 200.000 euro sul conto corrente, bensì con 2 o 3 milioni di euro.
Pertanto, la cosa migliore da fare è quella di trasferire i rischi a chi lo fa di mestiere, e cioè ad una compagnia assicurativa, che gode delle medesime protezioni statali assicurate alle banche, e forse anche di più.
Con la filosofia del “NON SI SA MAI” non ci si protegge affatto, prestando il fianco a tutta una serie di rischi, come quelli che ho spiegato prima, e allo stesso tempo ci si priva di opportunità utili per quando non avremo più le stesse energie di oggi.
Tra il principio del “sapere” e quello del “non sapere MAI”, meglio scegliere il primo.



Alla luce dei tassi bancari sempre più bassi, in particolare in riferimento ai prodotti a tasso fisso, in molti si sono riaffacciati sul mercato del credito per negoziare con gli istituti condizioni più favorevoli, e generando di fatto un secondo e importante flusso di operazioni di surroga o sostituzione di mutui già circolanti. Questa tipologia di operazioni nel primo semestre dell’anno ha generato quasi 4,9 mld di volumi erogati dalle banche, con una crescita del +218% rispetto al primo semestre del 2019.
Tassi di interesse: tipologie e andamento. Le dinamiche degli indici di riferimento evidenziano tassi che hanno raggiunto valori storicamente minimi e un costo del prodotto (spread) medio più contenuto rispetto agli anni passati. L’Euribor (indicizzazione mutui a tasso variabile) è ulteriormente sceso e pari a -0,49% (settembre 2020), mentre l’Eurirs (indicizzazione mutui a tasso fisso) diminuito ed è pari a 0,06% (settembre 2020). Rispetto al 2019, c’è un forte incremento dei prodotti a tasso fisso: siamo passati da 61% a un 83,4% nel primo semestre del 2020, complice i tassi bassi e la situazione generale economica che spinge le famiglie a scegliere prodotti meno rischiosi. Il tasso variabile passa da un 21% dello scoro anno al 10,4% della prima parte del 2020. Rimangono sostanzialmente stabili quelli a tasso misto e prodotti con il CAP.
Mutuo: durata, importo e scopo. A livello nazionale la durata media del mutuo è di 24,7 anni, in leggera diminuzione rispetto a un anno fa. Segmentando per fasce di durata, emerge che il 71,9% dei mutui ha una durata compresa tra 21 e 30 anni e il 27,9% si colloca nella fascia 10-20 anni, mentre i prestiti ipotecari di durata inferiore a 10 anni rappresentano solamente lo 0,1% del totale a causa dei costi elevati della rata mensile.
Andamento consistenze. L’Ufficio Studi del Gruppo Tecnocasa ha analizzato i dati di Banca d’Italia relativi allo stock di mutui in essere concessi alle famiglie italiane per l’acquisto dell’abitazione: nel secondo trimestre 2020 si è registrato lo stock di mutui in essere più alto di sempre con 336.199 milioni di euro. E’ dal terzo trimestre del 2015 che lo stock dei mutui circolanti cresce con costanza. Il passo con il quale aumentano le consistenze è comunque in contrazione, segno che lo scenario che ci aveva contraddistinto negli ultimi anni ha subito una variazione, anche in virtù dell’emergenza sanitaria che stiamo affrontando: +2,5% su base annua (+0,50% su base trimestrale).
Il trend generale nel 2021 dipenderà molto dall’andamento della domanda, sia nella sua componente di acquisto, che nelle operazioni di surroga e sostituzione. Molto dipenderà anche dall’impatto sull’economia reale generato dalla ripresa della pandemia che ha determinato la parziale chiusura di alcune attività commerciali del Paese.
I tassi d’interesse nominali seguono un trend al ribasso da 30 anni e, in molti paesi, hanno raggiunto un livello inferiore allo zero. Questo decremento può essere spiegato in parte dal contesto di bassa inflazione, ma riflette anche un calo del tasso d’interesse reale. Quest’ultimo può indicare se la politica monetaria in atto è troppo restrittiva o troppo accomodante e, come tale, rappresenta un benchmark per il tasso d’interesse di riferimento in equilibrio. Abbassando il tasso d’interesse di riferimento al di sotto o al di sopra del tasso naturale, le banche centrali possono stimolare l’economia o rallentarla. Attualmente le stime mostrano un calo del tasso d’interesse reale negli Stati Uniti dal 3,5% circa nel 1985 allo 0% nel 2020.

“Tra questitemi, tutti in forte crescita, il software sembra essere quello con lo sviluppo più sostenuto, grazie in particolare alla rivoluzione del Cloud Computing e al fatto che il software è ovunque e coinvolge ogni processo del cambiamento aziendale, dalle operations interne sino alla distribuzione di prodotti e servizi”, spiega Simion.

Ma procediamo per gradi, ed esaminiamo i dati paese per paese. In Italia, il PIL cresce più delle attese (+16,1% nel terzo trimestre 2020, rispetto al trimestre precedente), riportandoci ai livelli del 2015. Su base annua, però, il dato rimane negativo (-4,7%), ma il Ministro Gualtieri fa notare che il balzo “è superiore a tutte le stime (persino quelle del Governo, ndr) e testimonia la capacità di risposta della nostra economia e l’efficacia delle misure intraprese”.
La Francia, dal canto suo, ha visto il suo PIL crescere del 18,2% nel terzo trimestre (dopo un calo del 13,7% nel secondo), contro le previsioni degli analisti che avevano previsto una espansione del 15%. Il ministro dell’Economia francese (Le Maire) prevede una contrazione del PIL dell’11% nel 2020, un dato peggiore delle precedenti stime (-10%), Ma non si è “lanciato” ancora nelle stime di crescita del 2021.
Andando oltreoceano, nel terzo trimestre dell’anno il PIL Usa è balzato del 33,1%, sopra le attese degli analisti che avevano previsto un +31% (nel secondo trimestre il PIL era crollato del 31,4%). Si tratta della maggiore espansione di sempre del PIL americano, e sembra di buon auspicio per la campagna elettorale del presidente Trump, in affanno sullo sfidante Biden ed incerto fino all’ultimo sulla sua rielezione.
Pertanto, l’economia cinese passerà indenne l’anno disastroso del Covid, e ciò determinerà enormi vantaggi per il futuro. Del resto, mentre in Europa e USA si profila un secondo lockdown generalizzato, le immagini che arrivano dalla Cina ci raccontano di strade e negozi affollati, poche mascherine, attività a pieno ritmo e normalità. Nel frattempo, il Governo cinese ha già sviluppato una politica che favorisca, nei prossimi cinque anni, la forte crescita dei consumi interni, che sosterranno il PIL aggiungendo “benzina” al tradizionale motore delle esportazioni e, in tutta probabilità, metteranno nell’angolo i sogni di continuità egemonica degli Stati Uniti.
Per prepararsi ad affrontare questo contesto di grande incertezza, Ethenea ha individuato tre strategie di investimento per posizionare i portafogli in vista delle elezioni americane: una strategia difensiva, una strategia bilanciata a breve medio termine e una terza strategia bilanciata a medio lungo termine.




Senza tante domande ed una conoscenza più approfondita della persona, il risultato sarà deludente per entrambi, ed il massimo che ci si potrà aspettare, quando si parlerà di denaro e patrimonio, sarà costituito da risposte del tipo “…vorrei far fruttare i miei soldi con poco rischio…” oppure “… voglio investire ma non voglio perdere….”, oppure ancora il classico “…..investo perché non si sa mai quello che potrà succedere…”.
Se l’obiettivo è quello di integrare la pensione, il contenitore giusto può essere un fondo pensione a lunghissima scadenza che coincida con la sua età pensionabile. Se l’obiettivo è quello di proteggere lui e la sua famiglia, il contenitore sarà di tipo assicurativo, mentre per il “non si sa mai” – che è un obiettivo residuale, ma pur sempre tale – un buon contenitore è quello di un accumulo finanziario mensile, a cui attingere quando c’è veramente bisogno.
Certamente, basta ignorarli. Se si ha un obiettivo (o più obiettivi) ed un orizzonte temporale ben stimato per ciascuno di essi, il c.d. market timing – che sarebbe l’abilità semi-divina di indovinare quando comprare e quando vendere – non rientra nelle cose da fare. La prova? Ne abbiamo avuto due, belle forti, negli ultimi dodici anni: la grande crisi del 2008, e l’attuale crisi determinata dalla pandemia di Covid-19: in entrambi i casi (e con notevoli differenze tra i due), i mercati si sono sempre ripresi, chi ha tenuto senza vendere in preda al panico ha recuperato tutto e, al massimo, ha dovuto aggiornare, con l’aiuto del consulente, l’orizzonte temporale di alcuni “contenitori”.
Questo fattore, unito alla probabile approvazione imminente di un vaccino, porterebbe all’eliminazione delle incertezze di mercato, con una conseguente impennata della curva dei tassi Usa. In questa situazione, il mercato azionario dovrebbe comportarsi meglio di quello obbligazionario, in particolare quello governativo. Inoltre, il mercato dei corporate potrebbe far meglio di quello governativo poiché gli spread hanno ancora margini per restringersi in modo significativo. Gli investitori chiedono ancora un premio al rischio elevato rispetto ai titoli di stato a causa dei rischi sopra descritti. La misura del premio al rischio implicito sul mercato azionario (Erp) si attesta intorno al 4,8% per il mercato statunitense. In Europa è leggermente superiore, il che rende il mercato azionario più interessante a medio termine. Il mercato europeo ha un Erp implicito più elevato a causa della percentuale più bassa di settori ad alta crescita come tecnologia, consumi durevoli e health care e una percentuale più alta di settori cosiddetti value. Quei settori non solo sono cresciuti più velocemente negli ultimi cinque anni, ma anche con minore volatilità.

Sfortunatamente, su Internet, sui giornali ed anche in privato, si trovano soggetti che danno consigli in materia finanziaria senza averne nessun titolo. Un pò come i finti dentisti, i falsi medici o i finti commercialisti, che sembra costino meno ma causano tanti guai (se non fuggono con i tuoi soldi). Invece, per esercitare la professione di Consulente Finanziario è necessario superare un esame di Stato, e poi chiedere l’iscrizione all’albo (che per i consulenti finanziari prende il nome di Organismo Unico).







