La pratica giudiziaria Maternal Preference nelle separazioni è un inganno contro il genere femminile, poiché essa degenera in quanto di più contrario all’interesse delle donne ci possa essere.
Di Fabio Nestola*
Negli ultimi trent’anni la famiglia italiana ha subito mutamenti epocali, sicuramente superiori alla somma di ogni mutamento registrato nei 2.000 anni precedenti. Dei vistosi cambiamenti sociali e familiari hanno preso atto gli istituti di statistica, ne hanno preso atto i mercati adeguando l’offerta di beni e servizi, ne hanno preso atto i Legislatori adeguando le normative, ne hanno preso atto i media adeguando la comunicazione, ne ha preso atto il mondo accademico adeguando le offerte formative; l’intera Società Civile ed Economica ne ha preso atto, tranne il mondo dei tribunali, dove le lancette dell’orologio del Tempo si muovono più lentamente e dove sembra quasi di vedere il Venerabile Jorge – mitico personaggio creato da Umberto Eco ne “Il Nome della Rosa” – che ripete ai suoi adepti “…non c’è progresso nella Giustizia, ma solo una lenta e sublime ricapitolazione …”.
In caso di separazione dei genitori, infatti, la nostra giurisprudenza si è ormai fossilizzata nell’alzare un muro divisorio, confinando la donna-madre nel compito arcaico di accudimento della prole e l’uomo-padre nel compito altrettanto arcaico di reperimento di risorse economiche per il sostentamento, con la concessione di piccoli sconfinamenti dell’uno nel territorio dell’altra, mantenendo però netta la divisione dei compiti assegnati: non si vieta alla donna di lavorare, ma sia chiaro che il ruolo di mantenimento spetta all’altro; non si vieta all’uomo di “visitare” i figli, ma sia chiaro che il ruolo di accudimento spetta all’altra.
E così, in qualunque tribunale italiano si continua ad applicare le norme interpretandole in base alla divisione fra compiti da donne e compiti non da donne. Era una stortura a monte della riforma sull’affidamento condiviso (legge 54/2006), nata proprio per correggerla, ma la stortura è rimasta tale e quale, e ancora oggi si assiste alla restaurazione sistematica dell’asimmetria tra un genitore prevalente ed un genitore marginale, esattamente ciò che il Legislatore del 2006 intendeva eliminare. A questo approccio giudiziario è stato dato il nome anglofono di Maternal Preference, che già negli anni ’70 gli Stati Uniti consideravano superato, iniquo nei confronti dei genitori, ma soprattutto contrario al best interest della prole.
Peraltro, la pratica della Maternal Preference è solo ingannevolmente rivolta a vantaggio delle donne, poiché l’attuale gestione delle separazioni è degenerata in quanto di più contrario all’interesse delle donne ci possa essere. Infatti, risulta difficilmente comprensibile per quale motivo le donne, in costanza di matrimonio o di convivenza, chiedano la collaborazione del partner nei compiti di cura della prole, ma con la separazione debbano necessariamente mirare, per miope decreto di un magistrato amante delle prassi, alla gestione unica dei figli e, quindi, alla rinuncia a qualunque forma di autodeterminazione in ambito professionale, politico e sociale.
Se analizziamo il fenomeno sotto il profilo economico, tale forzata arretratezza nella visione della famiglia ha imposto negli anni una sorta di tassa occulta alle famiglie italiane, ed in special modo proprio alle donne. Infatti, in Italia la difficoltà di conciliare vita e lavoro si acuisce con la nascita di un figlio. Secondo il Rapporto Plus 2022 (indagine condotta dall’Inapp), quasi una donna su cinque (18%) tra i 18 e i 49 anni non lavora più dopo la gravidanza, e solo il 43,6% decide di continuare (il 29% nel Sud e Isole). La motivazione principale delle intervistate è la conciliazione tra lavoro e compiti di cura dei figli (52%), seguita da valutazioni di opportunità e convenienza economica (19%). Ebbene, in occasione della separazione, anziché assicurare alle donne percorsi immediati di inserimento/reinserimento nel mondo del lavoro, la Maternal Preference agisce come un potente sonnifero, “addormentando” sul nascere qualunque ambizione di indipendenza economica della donna separata/divorziata, costretta com’è a mantenere per lunghissimo tempo il ruolo di “percettrice di assegno di mantenimento” che, nella media generale, non basta nemmeno a pagare l’affitto di un monovano con angolo cottura.
Tale accanimento egemonico in relazione alla gestione della prole contrasta con l’emancipazione femminile, e il “possesso” esclusivo dei figli si traduce in oggettive limitazioni della libertà personale. L’innalzamento del muro divisorio tra ruoli maschili e femminili rappresenta un passo indietro di secoli nella storia della civiltà. Eppure accade ogni giorno in ogni tribunale, e nessuno grida allo scandalo tra coloro che non sono direttamente coinvolti nel problema. Alla donna-madre sposata viene “benevolmente” concesso di cercare una realizzazione nel mondo del lavoro, ma il messaggio subliminale è “sia chiaro: in caso di separazione scordati la libertà, il tuo ruolo torna quello atavico di gestione della prole”. Un ruolo di fattrice e balia, un vincolo dal quale la donna ha impiegato secoli ad emanciparsi, ma i magistrati hanno deciso che dei figli se ne occupano le donne: decreti e sentenze dicono che una larga prevalenza femminile nei compiti di cura è inderogabile per principio dogmatico.
In tal modo, il ruolo maschile rimane quello di garantire il sostentamento della collettività, ma è innegabile che i figli godano dei vantaggi se entrambi i genitori vengono coinvolti nella loro cura; quello stesso coinvolgimento chiesto per decenni a gran voce dalle madri lasciate forzatamente sole ad occuparsi dei figli, e oggi ostinatamente negato dai tribunali. Per questo motivo stupisce come la separazione possa annullare ogni conquista delle donne. L’ostinata miopia di troppi legislatori, di troppi magistrati e della giurisprudenza consolidata sortisce l’effetto di perseverare nell’affido esclusivo alla madre – lo chiamano ipocritamente “condiviso”, ma sempre con il collocamento della prole dalla madre nell’oltre 90% dei casi (dati ISTAT degli ultimi 15 anni) – inibendo qualsiasi tentativo di condivisione degli oneri educativi.
Nel terzo millennio i figli acquisiscono il diritto a due genitori assiduamente partecipi; con la separazione, nel terzo millennio, questo diritto sparisce, con buona pace per le donne e le loro aspirazioni personali di crescita sociale ed economica. Abbiamo sempre pensato ai diritti umani come inalienabili, ma proprio la culla del Diritto ci dice il contrario: i diritti di una donna, di un uomo ma soprattutto di un bambino cambiano, e cambiano radicalmente, in funzione di come cambiano gli equilibri nella coppia. E’ quantomeno singolare che i diritti dei figli siano subordinati allo stato civile dei genitori; non è un’assurdità di poco conto, visto che in Italia si contano ogni anno più di 100.000 tra separazioni e divorzi, e l’intera società occidentale viaggia spedita verso il 50% di famiglie separate.
* Presidente C.S.A., Centro Studi Applicati



In particolare, il tipico playbook di Pechino di utilizzare stimoli su larga scala per aumentare la domanda ha portato a un enorme eccesso di offerta nel settore immobiliare e industriale e all’aumento dei livelli di debito tra i governi locali. Ciò ha scatenato un dibattito sulla possibilità che la Cina possa essere destinata a un malessere in stile giapponese dopo 30 anni di crescita economica senza precedenti. Ad aggravare questo problema c’è l’approccio più assertivo di Xi nei confronti degli Stati Uniti, che ha aggiunto carburante agli sforzi americani per tagliare la Cina dalle forniture di semiconduttori avanzati e altre tecnologie destinate a guidare la crescita economica in futuro. Complessivamente, le dinamiche minacciano non solo di portare a una crescita deludente quest’anno, ma anche di contrastare lo slancio dell’economia cinese per superare quello degli Stati Uniti.
In uno scenario al ribasso, con un crollo immobiliare più netto, un ritmo lento delle riforme e un più drammatico disaccoppiamento USA-Cina, la crescita della Cina potrebbe rallentare al 3% entro il 2030. L’economia cinese da 18 trilioni di dollari sta lottando in una serie di settori. I dati rilasciati venerdì hanno mostrato che l’economia ha perso più vigore a giugno, poiché l’attività manifatturiera si è nuovamente contratta e altri settori non sono riusciti a prendere slancio. Nella provincia sud-occidentale di Guizhou, a corto di debiti, i funzionari stanno cercando salvataggi da Pechino. Nel centro manifatturiero di Yiwu, nella provincia costiera dello Zhejiang, le piccole imprese affermano che le vendite sono notevolmente diminuite rispetto ai livelli del 2021. Nella città di Hangzhou, sede del gigante dell’e-commerce Alibaba Group, un giro di vite normativo del governo sul settore tecnologico e decine di migliaia di licenziamenti stanno ora colpendo il mercato immobiliare.
L’obiettivo di crescita ufficiale della Cina di circa il 5%, ritenuto poco ambizioso quando è stato annunciato a marzo, ora appare più realistico, e Goldman Sachs a giugno ha tagliato le sue previsioni per la crescita della Cina quest’anno al 5,4% dal 6%. A prima vista, in un’economia mondiale che prevede una crescita di un magro 2,8%, non sembra poi così male. Tuttavia, se il governo continua a stare con le mani in mano le cose potrebbero peggiorare. In uno scenario in cui l’edilizia immobiliare si sgretola, infatti, le ridotte vendite di terreni colpiscono la spesa pubblica, e una recessione negli Stati Uniti indebolirebbe la domanda globale; così, i mercati cinesi passerebbero ad una modalità di profonda avversione al rischio.
Per dissipare parte del pessimismo servirebbe, da parte del governo cinese, uno stimolo economico e fiscale più grande del previsto, alcune mosse proattive per risolvere i crediti inesigibili, un impegno a sostenere gli imprenditori e l’estensione di un ramoscello d’ulivo agli Stati Uniti. Ma per ora, la mancanza di stimoli sostanziali o di una vera riforma sta frustrando gli investitori. Il rally del 12% di cui ha goduto l’indice MSCI China a gennaio si è rivelato una falsa alba, poiché l’indicatore ha restituito costantemente tutti i guadagni dell’anno. Ora è in calo di circa il 6% nel 2023 e le maggiori banche di Wall Street stanno tagliando le previsioni a livelli che suggeriscono che farà fatica a recuperare i livelli visti all’inizio di quest’anno.

Le prospettive sulle azioni appaiono sempre più fortemente dipendenti da un paniere di misure di stimolo, e dopo aver iniziato il 2023 alla grande, gli operatori hanno perso la fiducia sulla preannunciata seconda tappa del rally dei mercati. Del resto, una serie di dati chiave mostra la contrazione dell’attività manifatturiera e la perdita di forza dei servizi, e questo ha danneggiato il sentiment, appiattendo il CSI 300 rispetto ai guadagni a due cifre in Giappone, Taiwan e Corea del Sud. L’HSI ha perso oltre il 4%, tra le peggiori performance in 92 indici primari tracciati da Bloomberg, poiché non sembra esserci una soluzione facile ai problemi economici della Cina. I consumatori non sono disposti a spendere, la disoccupazione giovanile è ai massimi livelli, i produttori stanno lottando mentre la domanda diminuisce in patria e all’estero. L’imponente debito pubblico locale e la debolezza dello yuan suggeriscono che lo spazio per un allentamento aggressivo attraverso strumenti monetari e fiscali rimane limitato.
Sebbene gli intervistati si aspettino un rialzo compreso tra il 7% e l’11% circa per gli indici di Hong Kong e della Cina continentale entro la fine dell’anno, i livelli previsti rimangono al di sotto dei massimi raggiunti alla fine di gennaio. Lo Shanghai Composite Index è un’eccezione, con la previsione leggermente al di sopra del picco di maggio. Gli investitori esteri hanno venduto 2,7 miliardi di yuan netti (372 milioni di dollari) di azioni continentali nel periodo aprile-giugno, segnando il primo deflusso trimestrale da settembre. Per ripristinare la fiducia, gli investitori chiedono un aumento del sostegno fiscale sotto forma di buoni di consumo e agevolazioni fiscali. Particolarmente urgente è la necessità di rilanciare il mercato immobiliare, mentre la crescita dei prezzi delle case rallenta di nuovo. Gli osservatori del
mercato stanno aspettando che vengano annunciate misure più significative, inclusa la rimozione delle restrizioni agli acquisti nelle città di alto livello. I commercianti sperano in catalizzatori dalla riunione del Politburo di luglio, in cui i massimi responsabili delle decisioni guidati dal presidente Xi Jinping dovrebbero discutere nuove misure per rilanciare i settori immobiliare e dei consumi. “Penso che ci sia un consenso sul fatto che qualcosa debba essere fatto sul fronte della politica immobiliare“, ha affermato Jizhou Dong, responsabile della ricerca immobiliare cinese presso Nomura Holdings. “Se non ci sarà un rimbalzo significativo nei mercati immobiliari, gli investitori avranno un visione molto ribassista verso l’intera economia”.
Nonostante le loro modeste aspettative sui rendimenti, solo un intervistato ha affermato che nei prossimi mesi ridurrà l’esposizione alle azioni cinesi. Per alcuni investitori, infatti, lo scetticismo potrebbe essere eccessivo. “Le valutazioni della Cina potrebbero essere troppo ribassiste al momento, e c’è spazio per essere più costruttive nella seconda metà dell’anno”, ha affermato David Chao, stratega del mercato globale per l’Asia Pacifico presso Invesco Asset Management. Sebbene nessuna delle misure sarà abbastanza significativa da muovere i mercati di per sé, saranno considerevoli una
volta sommate, ha affermato. Anche il BlackRock Investment Institute ha mantenuto il suo rating, sovrappesando le azioni cinesi nelle sue prospettive di metà anno, affermando che l’asticella per le sorprese al rialzo è bassa date le valutazioni attuali. Tuttavia, una serie di declassamenti degli obiettivi dell’indice da parte delle principali banche – con UBS che si unisce a Goldman Sachs e Morgan Stanley nel ridurre le previsioni dell’MSCI China – evidenziano un crescente ribasso. C’è anche la possibilità che la riunione del Politburo di luglio possa deludere, proprio come la riunione del Consiglio di Stato di metà giugno ha deluso per via dell’assenza di misure concrete.
Pertanto, chi si attende indizi più chiari sulle future mosse degli istituti centrali dopo gli ultimi rialzi ai tassi di interesse rimarrà deluso: Lagarde e co. non hanno la minima idea sul da farsi, navigano a vista come dei principianti e, nel dubbio, alzano i tassi, che in Europa si attestano ormai al 4 per cento e, secondo le dichiarazioni più recenti, potrebbero aumentare ancora da qui a Luglio. Fa eco la FED, che ha preso una pausa illudendo i mercati ma ha già pianificato ulteriori rialzi da qui a dicembre. Nelle more, il dato sull’inflazione dell’Eurozona indica una ulteriore frenata (5,6% atteso), ma la componente core è data in lieve accelerazione, a confermare che l’inflazione europea è provocata dall’aumento dei costi dell’energia – a causa delle sanzioni contro la Russia – e non certo da un aumento della domanda e della produzione. La riprova della confusione dei banchieri centrali è data dal fatto che gli aumenti dei tassi posti in essere fino ad oggi non hanno ribassato l’inflazione di un solo centesimo, e che l’Europa è ufficialmente entrata in recessione.
Anche uno studente universitario di primo anno sa che l’aumento dei tassi di interesse serve a comprimere la produzione quando l’economia sta accelerando troppo velocemente a causa di un fortissimo aumento della domanda. La Lagarde no. “La banchiera”, insieme a tutto il suo board (Joachim Nagel, il presidente della Bundesbank, su tutti), non si è accorta che l’Europa proveniente dalla pandemia era già in una fase di riduzione della domanda, e non si rende conto che un aumento dei tassi in queste condizioni non fa altro che strozzare ulteriormente l’economia e le aziende, traducendosi in recessione e, se qualcuno non glielo dice in tempo, nella tempesta perfetta della stagflazione, ossia quella infernale congiuntura economica in cui i prezzi aumentano e la produzione si contrae insieme al tasso di occupazione e ai redditi delle famiglie.
Non potendo pensare che tutte queste persone così autorevoli e – sulla carta – preparate al compito che gli è stato affidato siano degli incompetenti, ci si chiede a chi conviene che l’Europa entri in una delle sue peggiori crisi economiche del Dopoguerra. Una domanda del genere – si capisce – crea le teorie ultra-complottiste più estreme, ma è un dato di fatto che il presidente della Bundesbank – il “solito” Joachim Nagel – all’indomani della decisione della BCE di portare i tassi al 3,5% abbia dichiarato tutto contento che “….abbiamo ancora altro lavoro da fare,….potrebbe essere necessario continuare ad aumentare i tassi dopo la pausa estiva….Una volta raggiunto il picco lo manterremo finché non saremo certi di un ritorno sicuro e tempestivo dell’inflazione al nostro obiettivo del 2%….“. Una follia, sia riguardo la mossa da fare che riguardo gli obiettivi.
Nel frattempo, il Fondo Monetario Internazionale – che certamente non è una colomba – ha scritto in un report presentato ai ministri della zona euro e alla BCE che “…..la Banca centrale europea dovrebbe continuare ad alzare i tassi per far scendere l’inflazione e i governi della zona euro dovrebbero contribuire riducendo i propri deficit….. e trovando rapidamente un’intesa sulla riforma del patto di Stabilità. La politica monetaria deve continuare a essere rigida per riportare l’inflazione al target in modo tempestivo“. Ecco trovata la fonte ispiratrice, quel Fondo Monetario Internazionale che, in ambito di
politica monetaria e terapie finanziarie per gli stati in difficoltà, somiglia tanto alla Santa Inquisizione. Del resto, come non comprenderli, quelli dell’FMI: da circa tre anni la politica monetaria del mondo sembra essere in mano a dei principianti, rei di non aver previsto che anche una piccola scintilla – e la guerra NATO-Ucraina-Russia non è affatto “piccola cosa” – avrebbe fatto esplodere la bolla dei tassi negativi. In tal senso, il riferimento al “metodo greco” da applicare questa volta all’intera Europa è un segnale che anche l’ultimo dei principianti dovrebbe saper cogliere, facendo finalmente qualcosa che somigli ad una scelta. Ce la faranno Lagarde e Nagel, a cogliere?
Gli indicatori anticipatori del ciclo economico segnalano un rallentamento dell’economia e forse anche una recessione nei prossimi trimestri. L’aspetto positivo è che per la maggior parte delle economie mondiali gli indicatori anticipatori hanno smesso di peggiorare e danno qualche prima indicazione di stabilizzazione. Al contrario, gli indicatori coincidenti (PMI) indicano che l’espansione economica è ancora forte. La recessione è probabilmente in arrivo, ma dovrebbe essere modesta, grazie alla forza del mercato del lavoro.
Nonostante la riduzione delle offerte di lavoro, il mercato del lavoro è comunque ancora così “stretto” che la diminuzione non ha un impatto negativo sulla crescita dei salari, che rimane elevata. Inoltre, il tasso di disoccupazione rimane stabile perché non ci sono abbastanza persone disponibili a lavorare rispetto alle posizioni aperte. Ciò giustifica l’attuale crescita salariale superiore alle medie storiche, che probabilmente si manterrà su questi livelli anche nei prossimi mesi. “In assenza di una recessione economica, il lavoro delle banche centrali potrebbe essere più difficile del previsto”, conclude Conca (nella foto).
Dopo anni di risultati positivi, le condizioni finanziarie più restrittive stanno avendo un impatto significativo sui consumi e sugli investimenti in Italia. Sul fronte delle imprese, la liquidità in eccesso si è attestata nel 2022 a circa 120 miliardi di euro, ossia 10 miliardi in meno rispetto alla fine del 2021. I margini delle imprese sono migliorati notevolmente nel 2022 (+1,5%), raggiungendo il 43,1% del valore aggiunto lordo, il livello più alto dal 2018. Un dato che rappresenta una sorta di importante cuscinetto contro l’impatto derivante dall’aumento dei tassi sui prestiti bancari. Parallelamente, anche la liquidità delle famiglie è in diminuzione, con un tasso di risparmio sceso al minimo storico: 7,3% del reddito disponibile a fine 2022, molto al di sotto della media storica del 12,7%.
Una forma di sostegno in questo momento storico proviene dai crediti d’imposta per l’efficienza energetica degli alloggi (“superbonus” e “bonus facciate”), dalle misure di sostegno governativo introdotte per mitigare l’impatto dei prezzi elevati dell’energia e dai progetti legati al Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) che sosterranno le prospettive di investimento. “L’inasprimento della politica monetaria – dichiara Ludovic Subran (nella foto), Chief economist Allianz Trade -aumenterà i rischi di rivedere al ribasso le prospettive economiche poiché normalmente un ciclo di rialzi ha un effetto ritardato anche di 18 mesi sulla produzione. Ci attendiamo quindi che il pieno impatto dell’inasprimento dei tassi di interesse raggiunga il picco nel quarto trimestre dell’anno e si protragga nel 2024. I primi segnali sono già evidenti con la contrazione del credito privato alle imprese”
Dal report però, arrivano anche buone notizie, in particolare relative all’export. Secondo Allianz Trade infatti, il 2023 porterà una crescita di export addizionale in valore pari a circa 50 miliardi di euro, con il 43% proveniente principalmente da Germania, Francia, Usa, Svizzera e UK. “Nonostante il contesto economico – sottolinea Luca Burrafato (nella foto), Responsabile Paesi Mediterranei, Medio Oriente e Africa per Allianz Trade – prevediamo che il Made in Italy nel 2023 porterà una crescita di export addizionale in valore pari a circa 50 miliardi di euro, con il 43% proveniente principalmente da Germania, Francia, Usa, Svizzera e UK. Quest’anno sarà ancor più necessario lavorare con i giusti partner, visto il rimbalzo delle insolvenze che cresceranno del 21% a livello globale”.
Una previsione che dà fiducia per il futuro anche in considerazione dello scenario attuale, in cui l’Italia si è distinta rispetto ai paesi dell’Eurozona con una crescita del PIL nel primo trimestre del +0.6%. La media dei paesi dell’Eurozona invece si attesta allo 0.0 / 0.1%. Merito anche della crescita dei consumi privati che hanno inciso per lo 0.3%. Più lenta invece la crescita degli investimenti, che hanno influito con uno 0.2%. Ruolo centrale in questo processo, è ovviamente quello dell’inflazione, che solo a maggio ha subito un reale processo di calo. Anche in questo caso, il rapporto di Allianz Trade avanza previsioni molto realistiche. Infatti, in uno scenario di tendenziale calo, le pressioni inflazionistiche si attesteranno al 5,9% nel 2023 e al 2,2% nel 2024. Quindi in netto calo rispetto all’8,2% dello scorso anno, quando è stato raggiunto il massimo storico nell’ottobre 2022 con l’11,8%. Un calo graduale ma costante, dovuto anche alla riduzione del costo dell’energia e delle materie prime.
Il mercato rimane concentrato sulla fine del ciclo di aumenti dei tassi di interesse e del suo impatto sull’economia globale. Sebbene le economie stiano chiaramente rallentando, è improbabile che ci sia una profonda recessione. I dati sull’occupazione sono forti e i consumi stanno dimostrando resilienza. La maggior parte delle banche centrali ha indicato che siamo vicini a una pausa dei rialzi dei tassi di interesse, anche alla luce delle recenti insolvenze bancarie che rallenteranno l’erogazione di credito determinando una contrazione delle condizioni finanziarie equivalente a un aumento dei tassi di interesse da 25bps a 50bps.
Visto che il prezzo delle azioni generalmente anticipa gli eventi economici di circa 6 mesi, è probabile che l’attuale modesto rallentamento economico sia già stato prezzato dalla correzione di mercato dello scorso anno. Nel breve termine, le azioni dovrebbero essere supportate dal graduale processo di disinflazione e dalla stabilizzazione dei tassi di interesse. Quello che determinerà la direzione di medio termine del mercato è la traiettoria dell’inflazione. Se l’inflazione sarà più persistente rispetto alle aspettative delle banche centrali, il mercato potrebbe iniziare a prezzare la necessità di ulteriori aumenti dei tassi di interesse. Questo causerebbe ulteriori ribassi del mercato. “Durante maggio, il fondo ha venduto Iqvia (healthcare) allocando i proventi su una serie di posizioni esistenti incluse Heico, Thermo Fisher, Danaher, Nike e S&P Global”, conclude Garbarino (nella foto). “A livello settoriale, il portafoglio non ha banche e petroliferi, settori considerati troppo rischiosi. Il portafoglio è sovrappeso sul settore finanziario, industriale e chimico. I tecnologici sono leggermente sotto pesati”.


Le valutazioni del mercato italiano, soprattutto se confrontate con quelle di altri mercati internazionali, riflettono già un significativo rallentamento economico. Ciò è particolarmente evidente tra le mid-small cap, che stanno soffrendo ulteriormente a causa della diminuzione della liquidità. Tuttavia, nei prossimi mesi vedremo ancora gli effetti dell’inasprimento del ciclo del credito e della liquidità del mercato (con le importanti scadenze TLTRO a fine giugno, l’accelerazione del quantitative tightening sia nell’Ue che negli Usa e l’aumento delle emissioni di debito pubblico statunitense), nonché il rallentamento dell’economia cinese, che ha in parte sostenuto la crescita globale nel 1° trimestre del 2023.
“A livello settoriale, le posizioni principali in portafoglio rimangono il Biotech con Vivoryon; il Green capex con Danieli; la Cybersecurity; il Tech, dove abbiamo aumentato il nostro posizionamento sulla base di un’ipotesi di correzione dei tassi di interesse (Shop Apoteke, Delivery Hero)”, conclude Scauri. “Segnaliamo infine le nostre posizioni su Atos, molto penalizzate da problemi specifici della società. Riteniamo che, agli attuali prezzi di mercato, vi sia del valore nascosto in uno scenario di break-up. A livello di finanziari, abbiamo concentrato il nostro posizionamento su tre banche (Santander, Banco BPM e Banca Monte dei Paschi) sulla base della valutazione e dell’appeal speculativo”.
Il Global Economic Outlook di giugno 2023 delinea le ultime aspettative per l’economia globale e più specificamente per il G20. I dati relativi ai primi cinque mesi del 2023 danno forma alle aspettative e alle prospettive a breve e lungo termine. In particolare, l’irregolare ripresa economica della Cina lascia molte domande senza risposta, e con quasi metà dell’anno alle spalle i persistenti interrogativi sulla forza della ripresa post-pandemica della Cina iniziano a preoccupare i mercati. Infatti, l’indebolimento dell’attività industriale in Cina sta causando timori per tutte quelle le economie che dipendono fortemente dalla domanda di esportazioni cinesi, poiché la domanda interna, un tempo molto forte, ha cominciato a vacillare già da due anni a questa parte, in concomitanza con le severe restrizioni della politica zero-Covid.
Le economie regionali, tra cui la Corea del Sud e Singapore, dove i risultati di crescita del primo trimestre hanno deluso, trarranno il massimo vantaggio dal forte rimbalzo dell’economia cinese. Anche la crescita delle vendite al dettaglio in Cina ha deluso le aspettative di aprile, indicando una debolezza dell’economia interna. Tuttavia, sarebbero necessari diversi mesi aggiuntivi di dati per determinare la traiettoria del settore manifatturiero cinese e il conseguente impatto sulle economie globali.
I risultati del primo trimestre migliori del previsto migliorano le prospettive di crescita per diverse economie nazionali e regionali. La maggior parte dei paesi avanzati ha ora rilasciato dati per consentire una valutazione della performance del primo trimestre dell’economia globale. In particolare, diversi paesi dell’America Latina e delle economie europee, tra cui Francia e Italia, hanno registrato risultati migliori del previsto nel 1° trimestre 2023. Al contrario, la Germania – ossia la più grande economia in Europa – è entrata in una recessione tecnica nel primo trimestre dell’anno, e si prevede che registrerà il tasso di crescita annuale più lento tra le nazioni del G20, escluse Argentina e Russia.
Sono migliori anche le previsioni di crescita del PIL di Regno Unito, Messico e Italia. Il Regno Unito ha visto la revisione più significativa (da una contrazione dello 0,5% precedentemente prevista a un’espansione dello 0,2% nel 2023) poiché i dati economici in arrivo indicavano un’economia molto più resiliente di quanto previsto all’inizio dell’anno. Ciononostante, le prospettive economiche globali rimangono pessimistiche, e si prevede che la maggior parte delle economie registrerà condizioni di domanda interna debole per il resto dell’anno.
Anche gli Stati Uniti e il Regno Unito potrebbero sperimentare lievi recessioni durante l’anno, sebbene sia probabile che si evitino shock significativi per l’economia. Questa debole performance nelle economie occidentali pone sfide per le prospettive economiche globali complessive, e probabilmente avrà un impatto anche sui flussi commerciali e di investimento verso i mercati emergenti. Del resto, mentre il settore dei servizi continua ad espandersi, l’attività manifatturiera diminuisce. Tale divergenza tra i settori dei servizi e quello manifatturiero evidenzia l’evoluzione dei modelli di consumo influenzati dallo spostamento dei costi del credito e dalle mutevoli preferenze dei consumatori. Infatti, l’aumento degli oneri finanziari ha compresso i profitti aziendali che, combinati con le scarse condizioni della domanda, hanno portato a contrazioni nel settore manifatturiero.
È probabile che la ripresa post-Covid nel turismo sarà un motore dell’espansione del settore dei servizi in futuro, il che implica tuttavia anche che i costi del settore dei servizi eserciteranno probabilmente una pressione al rialzo sull’inflazione. Poiché gli effetti dei successivi aumenti dei tassi di interesse negli ultimi mesi permeano completamente l’economia, si prevede che le vulnerabilità nei settori con elevati livelli di indebitamento diventino più evidenti man mano che avanziamo verso il 2023. Negli Stati Uniti, le banche regionali più piccole che hanno esposizione a il settore immobiliare potrebbe subire tensioni, portando a un ulteriore consolidamento all’interno del settore.
L’inflazione si è ridotta più rapidamente con la deflazione dei prezzi dell’energia, anche se l’inflazione core rimane al di sopra dei livelli di comfort. L’inflazione è stata vista diminuire più rapidamente del previsto in alcuni paesi ad aprile, i prezzi dell’energia di maggio sono diminuiti e gli effetti del calo dei prezzi dell’energia si stanno finalmente riflettendo in altre categorie, tra cui cibo e trasporti. Anche l’effetto degli effetti base dell’elevata inflazione dell’anno precedente dovrebbe essere più evidente nella seconda metà dell’anno, riducendo ulteriormente le pressioni inflazionistiche. Tuttavia, l’inflazione core rimane ostinatamente elevata in alcuni paesi, in particolare nella regione europea, con la BCE che ha segnalato la possibilità di ulteriori rialzi dei tassi nei prossimi mesi.
Il mercato dell’energia continua ad essere un importante motore delle dinamiche economiche nel 2023. Le decisioni dell’OPEC+ e le fluttuazioni della domanda globale hanno svolto un ruolo cruciale nel plasmare i prezzi del petrolio. Mentre l’OPEC+ potrebbe prendere in considerazione ulteriori tagli alla produzione per stabilizzare i prezzi, è probabile che i cambiamenti nella domanda siano il fattore più dominante, limitando gli aumenti del prezzo del petrolio nei prossimi mesi. Anche la transizione in corso verso fonti di energia rinnovabile e gli sforzi per ridurre le emissioni di carbonio hanno implicazioni a lungo termine per i mercati dell’energia, insieme a potenziali implicazioni per l’inflazione, le bilance commerciali e la performance economica complessiva.
Valentina, come tanti millennial e molti appartenenti alla Generazione Zeta, è pronta ad abbandonare il proprio lavoro per dedicarsi ad altre attività, lontane – se possibile – da una logica capitalista di sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali. È il fenomeno delle “Grandi dimissioni” (in inglese, “great resignation”): lasciare la propria vita di occidentale privilegiato per mettersi in gioco in altre realtà, non necessariamente ai confini del mondo. Economia circolare, autogestione di uno spazio, sinergia con il prossimo e con la natura e tanta buona volontà, questi sono i nuovi valori che i giovani però non incontrano sul posto di lavoro.
Secondo le tabelle dell’ultima nota trimestrale sulle comunicazioni obbligatorie del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, le dimissioni di under 40 in Italia sono aumentate del 26% dall’inizio della pandemia. Solo nei primi 9 mesi del 2022 si sono registrate in Italia 1,6 milioni di dimissioni: un aumento del 22% sullo stesso periodo del 2021. Sebbene una recente ricerca del Politecnico di Milano abbia evidenziato che una fetta consistente di coloro che hanno deciso di abbandonare il proprio posto di lavoro per percorrere altre strade non rifarebbe la stessa scelta, e soltanto l’11% dei dipendenti che hanno intrapreso questa scelta dica di esserne veramente felice, il fenomeno spaventa comunque i governi di quei Paesi che, come il nostro, non se la passano bene dal punto di vista demografico e vedono aumentare sempre di più la percentuale di “patrimonials” (i meglio conosciuti babyboomers) a discapito dei millennial. Ecco perché vale la pena conoscere la storia della nostra protagonista.
Quanto ha pesato il passaggio dallo smart-working al lavoro in presenza?
La tua scelta è stata il frutto di un processo graduale, oppure c’è stato un momento preciso in cui hai detto: “Ora mi trasferisco in Canada”?
… e invece, un episodio particolare lo ricordi?
Come hai scoperto della tua comune in Canada?
Quanto ha influito questa componente ambientalista nella tua scelta?
Ora cosa succederà?








