Agosto 26, 2026
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Politica Economica

Crisi del matrimonio e denatalità: quanto costa al Paese il “fattore anti-maschile”

Retribuzioni e welfare inadeguato contribuiscono a ritardare sempre di più la formazione di nuovi nuclei familiari, rallentando la crescita demografica, ma i media non parlano mai del “fattore anti-maschile”.

Consapevoli e preoccupati per la crisi demografica del nostro Paese, convinti che si facciano meno figli a causa delle condizioni economiche. È la fotografia degli italiani così come emergerebbe dal sondaggio effettuato da EMG Different, realizzato di recente in concomitanza con “Demografica: Popolazione, persone, natalità” (evento organizzato nel sessantesimo anniversario di Adnkronos).

Ben 8 italiani su 10 del campione rappresentativo intervistato (1.500 persone) sono informati sulla crisi demografica e sulle sue implicazioni in ambito sociale ed economico, ed alla consapevolezza corrisponde anche preoccupazione: il 76% degli intervistati si dichiara molto o abbastanza preoccupato soprattutto per il crescente invecchiamento del Paese (51%) e per il rallentamento della crescita economica (40%). Sulle cause della crisi, prevalgono in maniera evidente le condizioni economiche. Perché non si fanno figli? Secondo il sondaggio, per il 37% la ‘colpa’ sarebbe dell’aumento del costo della vita, della precarietà del lavoro (35%), delle basse retribuzioni (29%) e della carenza di servizi per i figli (28%). Molti, inoltre, addebitano le ragioni del basso indice di natalità alle difficoltà di conciliare lavoro e famiglia e, in alcuni casi, anche alla scelta delle coppie di avere figli in età sempre più matura (18).  

Riguardo agli interventi da attuare, in cima alle priorità ci sarebbe l’incremento delle strutture pubbliche per la prima infanzia (35, seguito dalla necessità di maggiori aiuti economici per famiglie con figli (31 e l’immancabile sostegno alle donne per conciliare lavoro e famiglia (29%, uomini non inclusi), l’incentivazione del lavoro femminile ed una maggiore collaborazione degli uomini nella cura della casa e dei figli. Tutto molto bello, peccato che sia il sondaggio che il dibattito che ne è scaturito non rivelino alcuni problemi di fondo, ben più gravi, che i media trovano in qualche modo imbarazzanti, se non addirittura “tabù”. Secondo Rino Della Vecchia* “il calo delle nascite e il processo di “invecchiamento” della popolazione sono in corso da decenni ma per poter emergere ed essere evidenti dal punto di vista demografico hanno dovuto attendere che i decessi superassero le nascite. Solo in questi ultimi anni, pertanto, il fenomeno è esploso in modo eclatante ed è diventato un tema discusso con frequenza tanto che la questione della denatalità è entrata persino nella denominazione di un Ministero del nuovo Governo”.

C’è da dire che l’Italia è uno dei primi paesi al mondo per denatalità, e questo è un dato numerico non questionabile, sul quale si innestano diverse interpretazioni riguardo alle cause e ai possibili rimedi, alimentando un  racconto mediatico che non ha quasi nulla a che vedere con la realtà, ossia con le cause vere e i veri rimedi. “I media raccontano una specie di fiaba – aggiunge Della Vecchia – Le cause contemplate dalla narrazione corrente, ossia quella cara al femminismo, fanno esclusivamente riferimento alla condizione femminile: pochi asili nido, impossibilità di conciliare lavoro (“carriera”) e cura dei figli, basso livello dei salari, esiguità degli assegni, rifiuto maschile di collaborare nell’allevamento dei piccoli e nelle incombenze della vita domestica. Motivazioni prive di fondamento, come prova l’intera storia umana, ma che costituiscono una sorta di depistaggio e insieme il pretesto per continuare ad erogare contributi finanziari soltanto all’universo femminile, a carico di tutti i contribuenti, che peraltro sono soprattutto uomini”.

L’Italia si caratterizza per avere una popolazione mediamente molto longeva (81 anni gli uomini e 85 le donne), con una quota di over 65 tra le più alte al mondo, che secondo i dati di Confindustria crescerà ininterrottamente fino al 2047, quando gli over 65 saranno quasi 20 milioni (ossia il 34% della popolazione complessiva).

L’indice di vecchiaia ha raggiunto il suo massimo storico di 187,6; pertanto, ogni 100 giovani ci sono dunque 187 anziani. Erano 130 nel 2000 e appena 58 nel 1980.

La cosiddetta Silver Economy rappresenta oggi una quota di spesa pubblica che vale circa il 30% del totale, ma il dato non tiene conto della spesa privata per domanda di servizi domestici di assistenza e cura che è a carico delle famiglie e che occupa circa 1,8 milioni di persone tra badanti e personale domestico. Gli over 65, inoltre, si caratterizzano per un consumo pro-capite medio annuo più elevato, un reddito medio più alto, una maggiore ricchezza reale pro-capite, e una solidità finanziaria superiore; tuttavia, queste caratteristiche socio-economiche della popolazione – sia dal punto di vista demografico che finanziario – a causa dell’attuale livello di denatalità faranno parte della Storia, e non di un ciclo. In poche parole, gli over 65 di oggi, con tali caratteristiche, non esisteranno più, e gli over 65 di domani, vessati da retribuzioni e pensioni di livello di gran lunga inferiore rispetto a quelle di oggi, saranno più poveri e senza alcuna resilienza al ciclo economico, poiché il loro reddito medio non sarà in grado di superare le crisi economiche che ciclicamente si verificheranno.

Ebbene, la percentuale maggiore di reddito degli attuali over 65 è certamente attribuibile agli uomini, e ciò è imputabile alla tradizionale organizzazione familistica italiana – l’uomo porta il reddito, la donna si prende cura della casa e dei figli – che gli over 65 di oggi si porteranno dietro fino alla loro scomparsa. Dalle retrovie generazionali, nel frattempo, arriva la nuova ondata di lavoratori più giovani (Millennials e Generazione Z) che, pur essendo educati dai media ai principi di parità di genere e ai supposti vantaggi che questa dovrebbe portare alla Società Economica, si trovano ad avere retribuzioni molto più basse rispetto a quelle del passato, a parità di mansioni, e sanno già che godranno di pensioni “da fame” a causa dell’incredibile tasso di vecchiaia (già visto prima) di 187 anziani ogni 100 giovani.  

Pertanto, si ha la sensazione che le istanze sulla condizione femminile e sulla parità di genere – che è cosa più “rischiosa” delle Pari Opportunità, poiché non tiene conto del principio di Meritocrazia che guida da sempre la Società Economica – vengano usate per “addormentare” il dibattito sui salari troppo bassi e, in Italia, sull’assenza della paga oraria minima (adottata da tutti i paesi occidentali), quasi a significare che tale abbassamento del tenore di vita dei più giovani sia il prezzo da pagare all’affermazione della parità “artificiale” (non meritocratica) tra uomo e donna nel mondo del lavoro. “Tutto è incentrato sulla donna-madre e sulle future madri – dichiara Rino Della Vecchia – ma sull’uomo-padre (o sui futuri padri) neanche una parola, come se il fenomeno della denatalità non debba mai dipendere, per definizione, dalla condizione maschile. Invece, è ormai evidente come la principale causa della denatalità sia il nuovo atteggiamento maschile nei confronti del matrimonio (o della convivenza) e della procreazione. Un cambiamento di prospettiva che ha diverse cause, tra cui l’espandersi del precariato per i lavoratori uomini c’entra solo in parte. Infatti, le concause principali continuano a non essere neanche sfiorate, e cioè: condizione di subalternità relazionale ed economica maschile, precarietà ormai strutturale dei legami, inaffidabilità degli impegni sul lungo termine, fine di ogni prestigio della figura paterna, asserita vicariabilità del suo ruolo educativo e, last but not least, certezza di un trattamento penalizzante, se va bene, e devastante se va peggio, in sede di separazione”.

“Oggettivamente – aggiunge Della Vecchia – è innegabile che nell’ultimo mezzo secolo – dall’entrata in vigore della legge sul Divorzio – milioni di italiani abbiano sperimentato direttamente in qualità di figli, oppure assistito nella veste di parenti, amici, colleghi etc. ai disastri delle separazioni, alle sentenze della Magistratura così smaccatamente anti-paterne, al sistematico boicottaggio della Bigenitorialità e alla restaurazione della c.d. maternal-preference, con tutto il suo portato di prassi ricattatorie ed estorsive favorite a piene mani dai tribunali civili. Tutto questo non può non aver inciso nelle prospettive esistenziali di un numero crescente di uomini, terrorizzati dall’ipotesi di legarsi ”.

“Gli uomini si stanno svegliando – conclude Della Vecchia (nella foto) – e pur se distratti da infinite preoccupazioni hanno maturato progressivamente la percezione corretta della loro condizione e di ciò che comporta il proprio ruolo all’interno della mutata realtà  che li circonda e li costringe, a seguito della separazione, a far propria la prospettiva di perdere casa, figli e risorse dopo stressanti e interminabili battaglie legali. Il tutto in un clima generale in cui si celebrano ormai tutte le genitorialità salvo quella dell’uomo etero. Ecco, di questa causa, di questa ben motivata disaffezione maschile alla riproduzione non si parla mai. Alla natura anti-paterna delle sentenze e alle prassi giuridiche anti-maschili non si fa mai cenno. E’ davvero necessario dunque dirne qualcosa e farlo bene, ossia parlarne male. Tanto male”.

* Scrittore e autore di saggi  sulla condizione maschile in Italia

Separazione e divorzio: i bias della “Maternal Preference” e il diritto alla libertà negato alle donne

La pratica giudiziaria Maternal Preference nelle separazioni è un inganno contro il genere femminile, poiché essa degenera in quanto di più contrario all’interesse delle donne ci possa essere. 

Di Fabio Nestola*

Negli ultimi trent’anni la famiglia italiana ha subito mutamenti epocali, sicuramente superiori alla somma di ogni mutamento registrato nei 2.000 anni precedenti. Dei vistosi cambiamenti sociali e familiari hanno preso atto gli istituti di statistica, ne hanno preso atto i mercati adeguando l’offerta di beni e servizi, ne hanno preso atto i Legislatori adeguando le normative, ne hanno preso atto i media adeguando la comunicazione, ne ha preso atto il mondo accademico adeguando le offerte formative; l’intera Società Civile ed Economica ne ha preso atto, tranne il mondo dei tribunali, dove le lancette dell’orologio del Tempo si muovono più lentamente e dove sembra quasi di vedere il Venerabile Jorge – mitico personaggio creato da Umberto Eco ne “Il Nome della Rosa” – che ripete ai suoi adepti “…non c’è progresso nella Giustizia, ma solo una lenta e sublime ricapitolazione …”.

In caso di separazione dei genitori, infatti, la nostra giurisprudenza si è ormai fossilizzata nell’alzare un muro divisorio, confinando la donna-madre nel compito arcaico di accudimento della prole e l’uomo-padre nel compito altrettanto arcaico di reperimento di risorse economiche per il sostentamento, con la concessione di piccoli sconfinamenti dell’uno nel territorio dell’altra, mantenendo però netta la divisione dei compiti assegnati: non si vieta alla donna di lavorare, ma sia chiaro che il ruolo di mantenimento spetta all’altro; non si vieta all’uomo di “visitare” i figli, ma sia chiaro che il ruolo di accudimento spetta all’altra. 

E così, in qualunque tribunale italiano si continua ad applicare le norme interpretandole in base alla divisione fra compiti da donne e compiti non da donne. Era una stortura a monte della riforma sull’affidamento condiviso (legge 54/2006), nata proprio per correggerla, ma la stortura è rimasta tale e quale, e ancora oggi si assiste alla restaurazione sistematica dell’asimmetria tra un genitore prevalente ed un genitore marginale, esattamente ciò che il Legislatore del 2006 intendeva eliminare. A questo approccio giudiziario è stato dato il nome anglofono di Maternal Preference, che già negli anni ’70 gli Stati Uniti consideravano superato, iniquo nei confronti dei genitori, ma soprattutto contrario al best interest della prole.

Peraltro, la pratica della Maternal Preference è solo ingannevolmente rivolta a vantaggio delle donne, poiché l’attuale gestione delle separazioni è degenerata in quanto di più contrario all’interesse delle donne ci possa essere. Infatti, risulta difficilmente comprensibile per quale motivo le donne, in costanza di matrimonio o di convivenza, chiedano la collaborazione del partner nei compiti di cura della prole, ma con la separazione debbano necessariamente mirare, per miope decreto di un magistrato amante delle prassi, alla gestione unica dei figli e, quindi, alla rinuncia a qualunque forma di autodeterminazione in ambito professionale, politico e sociale.

Se analizziamo il fenomeno sotto il profilo economico, tale forzata arretratezza nella visione della famiglia ha imposto negli anni una sorta di tassa occulta alle famiglie italiane, ed in special modo proprio alle donne. Infatti, in Italia la difficoltà di conciliare vita e lavoro si acuisce con la nascita di un figlio. Secondo il Rapporto Plus 2022 (indagine condotta dall’Inapp), quasi una donna su cinque (18%) tra i 18 e i 49 anni non lavora più dopo la gravidanza, e solo il 43,6% decide di continuare (il 29% nel Sud e Isole). La motivazione principale delle intervistate è la conciliazione tra lavoro e compiti di cura dei figli (52%), seguita da valutazioni di opportunità e convenienza economica (19%). Ebbene, in occasione della separazione, anziché assicurare alle donne percorsi immediati di inserimento/reinserimento nel mondo del lavoro, la Maternal Preference agisce come un potente sonnifero, “addormentando” sul nascere qualunque ambizione di indipendenza economica della donna separata/divorziata, costretta com’è a mantenere per lunghissimo tempo il ruolo di “percettrice di assegno di mantenimento” che, nella media generale, non basta nemmeno a pagare l’affitto di un monovano con angolo cottura.

Tale accanimento egemonico in relazione alla gestione della prole contrasta con l’emancipazione femminile, e il “possesso” esclusivo dei figli si traduce in oggettive limitazioni della libertà personale. L’innalzamento del muro divisorio tra ruoli maschili e femminili rappresenta un passo indietro di secoli nella storia della civiltà. Eppure accade ogni giorno in ogni tribunale, e nessuno grida allo scandalo tra coloro che non sono direttamente coinvolti nel problema. Alla donna-madre sposata viene “benevolmente” concesso di cercare una realizzazione nel mondo del lavoro, ma il messaggio subliminale è “sia chiaro: in caso di separazione scordati la libertà, il tuo ruolo torna quello atavico di gestione della prole”. Un ruolo di fattrice e balia, un vincolo dal quale la donna ha impiegato secoli ad emanciparsi, ma i magistrati hanno deciso che dei figli se ne occupano le donne: decreti e sentenze dicono che una larga prevalenza femminile nei compiti di cura è inderogabile per principio dogmatico.

In tal modo, il ruolo maschile rimane quello di garantire il sostentamento della collettività, ma è innegabile che i figli godano dei vantaggi se entrambi i genitori vengono coinvolti nella loro cura; quello stesso coinvolgimento chiesto per decenni a gran voce dalle madri lasciate forzatamente sole ad occuparsi dei figli, e oggi ostinatamente negato dai tribunali. Per questo motivo stupisce come la separazione possa annullare ogni conquista delle donne. L’ostinata miopia di troppi legislatori, di troppi magistrati e della giurisprudenza consolidata sortisce l’effetto di perseverare nell’affido esclusivo alla madre – lo chiamano ipocritamente “condiviso”, ma sempre con il collocamento della prole dalla madre nell’oltre 90% dei casi (dati ISTAT degli ultimi 15 anni) – inibendo qualsiasi tentativo di condivisione degli oneri educativi.

Nel terzo millennio i figli acquisiscono il diritto a due genitori assiduamente partecipi; con la separazione, nel terzo millennio, questo diritto sparisce, con buona pace per le donne e le loro aspirazioni personali di crescita sociale ed economica. Abbiamo sempre pensato ai diritti umani come inalienabili, ma proprio la culla del Diritto ci dice il contrario: i diritti di una donna, di un uomo ma soprattutto di un bambino cambiano, e cambiano radicalmente, in funzione di come cambiano gli equilibri nella coppia. E’ quantomeno singolare che i diritti dei figli siano subordinati allo stato civile dei genitori; non è un’assurdità di poco conto, visto che in Italia si contano ogni anno più di 100.000 tra separazioni e divorzi, e l’intera società occidentale viaggia spedita verso il 50% di famiglie separate.

* Presidente C.S.A., Centro Studi Applicati

Cina, i problemi economici si stanno complicando. Xi Jinping non ha una soluzione facile

L’economia cinese sta affrontando la lentezza nella ripresa dei consumi dopo i lockdown, la crisi del mercato immobiliare, l’indebolimento delle esportazioni e la disoccupazione giovanile record.  Il governo del presidente Xi Jinping ha opzioni limitate.

Doveva essere l’anno in cui l’economia cinese, svincolata dai controlli Covid-19 più severi del mondo, sarebbe tornata a ruggire per aiutare la crescita globale. Invece, il governo del presidente Xi Jinping non ha grandi opzioni per sistemare i problemi che sono venuti a galla nel 2023 e dei quali, evidentemente, le restrizioni hanno soltanto rinviato la scoperta.

In particolare, il tipico playbook di Pechino di utilizzare stimoli su larga scala per aumentare la domanda ha portato a un enorme eccesso di offerta nel settore immobiliare e industriale e all’aumento dei livelli di debito tra i governi locali. Ciò ha scatenato un dibattito sulla possibilità che la Cina possa essere destinata a un malessere in stile giapponese dopo 30 anni di crescita economica senza precedenti. Ad aggravare questo problema c’è l’approccio più assertivo di Xi nei confronti degli Stati Uniti, che ha aggiunto carburante agli sforzi americani per tagliare la Cina dalle forniture di semiconduttori avanzati e altre tecnologie destinate a guidare la crescita economica in futuro. Complessivamente, le dinamiche minacciano non solo di portare a una crescita deludente quest’anno, ma anche di contrastare lo slancio dell’economia cinese per superare quello degli Stati Uniti.

In uno scenario al ribasso, con un crollo immobiliare più netto, un ritmo lento delle riforme e un più drammatico disaccoppiamento USA-Cina, la crescita della Cina potrebbe rallentare al 3% entro il 2030. L’economia cinese da 18 trilioni di dollari sta lottando in una serie di settori. I dati rilasciati venerdì hanno mostrato che l’economia ha perso più vigore a giugno, poiché l’attività manifatturiera si è nuovamente contratta e altri settori non sono riusciti a prendere slancio. Nella provincia sud-occidentale di Guizhou, a corto di debiti, i funzionari stanno cercando salvataggi da Pechino. Nel centro manifatturiero di Yiwu, nella provincia costiera dello Zhejiang, le piccole imprese affermano che le vendite sono notevolmente diminuite rispetto ai livelli del 2021. Nella città di Hangzhou, sede del gigante dell’e-commerce Alibaba Group, un giro di vite normativo del governo sul settore tecnologico e decine di migliaia di licenziamenti stanno ora colpendo il mercato immobiliare.

L’obiettivo di crescita ufficiale della Cina di circa il 5%, ritenuto poco ambizioso quando è stato annunciato a marzo, ora appare più realistico, e Goldman Sachs a giugno ha tagliato le sue previsioni per la crescita della Cina quest’anno al 5,4% dal 6%. A prima vista, in un’economia mondiale che prevede una crescita di un magro 2,8%, non sembra poi così male. Tuttavia, se il governo continua a stare con le mani in mano le cose potrebbero peggiorare. In uno scenario in cui l’edilizia immobiliare si sgretola, infatti, le ridotte vendite di terreni colpiscono la spesa pubblica, e una recessione negli Stati Uniti indebolirebbe la domanda globale; così, i mercati cinesi passerebbero ad una modalità di profonda avversione al rischio.

Per dissipare parte del pessimismo servirebbe, da parte del governo cinese, uno stimolo economico e fiscale più grande del previsto, alcune mosse proattive per risolvere i crediti inesigibili, un impegno a sostenere gli imprenditori e l’estensione di un ramoscello d’ulivo agli Stati Uniti. Ma per ora, la mancanza di stimoli sostanziali o di una vera riforma sta frustrando gli investitori. Il rally del 12% di cui ha goduto l’indice MSCI China a gennaio si è rivelato una falsa alba, poiché l’indicatore ha restituito costantemente tutti i guadagni dell’anno. Ora è in calo di circa il 6% nel 2023 e le maggiori banche di Wall Street stanno tagliando le previsioni a livelli che suggeriscono che farà fatica a recuperare i livelli visti all’inizio di quest’anno.

Cina, timori sulla crescita. Gli investitori in azioni prevedono rendimenti bassi

Le azioni cinesi registreranno modesti guadagni nella seconda metà del 2023, poiché gli investitori temono che il governo rimanga inattivo sugli stimoli monetari necessari a ribaltare un’economia vacillante.

L’indice di riferimento CSI 300 delle azioni continentali cinesi salirà probabilmente di circa il 3% in questo trimestre, mentre l’indice Hang Seng di Hong Kong potrebbe avanzare di meno del 6%, secondo la stima mediana di 18 analisti e gestori di fondi intervistati da Bloomberg  questa settimana. I dati economici deboli sono stati citati come la preoccupazione principale, eclissando i rischi geopolitici e una potenziale recessione degli Stati Uniti.

Mentre la maggioranza degli analisti ha affermato che il mercato ha toccato il fondo, le proiezioni di fine anno suggeriscono che i principali indicatori non riusciranno a rivedere i picchi toccati durante il rally di riapertura dopo le restrizioni della politica “zero Covid”. Le prospettive cupe mostrano che gli investitori non si aspettano alcun cambiamento né punti di svolta per il mercato azionario, con le autorità che rimangono silenziose sulla concessione di ulteriori stimoli su larga scala per sostenere l’economia. Pertanto, secondo gli analisti di Citigroup Inc. la Cina è sull’orlo di una trappola della fiducia che si autoalimenta, mentre l’impulso iniziale alla riapertura inizia a svanire e l’obiettivo di crescita dell’indice Hang Seng – che comprende principalmente società della Cina continentale – si è ridotto.

Le prospettive sulle azioni appaiono sempre più fortemente dipendenti da un paniere di misure di stimolo, e dopo aver iniziato il 2023 alla grande, gli operatori hanno perso la fiducia sulla preannunciata seconda tappa del rally dei mercati. Del resto, una serie di dati chiave mostra la contrazione dell’attività manifatturiera e la perdita di forza dei servizi, e questo ha danneggiato il sentiment, appiattendo il CSI 300 rispetto ai guadagni a due cifre in Giappone, Taiwan e Corea del Sud. L’HSI ha perso oltre il 4%, tra le peggiori performance in 92 indici primari tracciati da Bloomberg, poiché non sembra esserci una soluzione facile ai problemi economici della Cina. I consumatori non sono disposti a spendere, la disoccupazione giovanile è ai massimi livelli, i produttori stanno lottando mentre la domanda diminuisce in patria e all’estero. L’imponente debito pubblico locale e la debolezza dello yuan suggeriscono che lo spazio per un allentamento aggressivo attraverso strumenti monetari e fiscali rimane limitato.

Sebbene gli intervistati si aspettino un rialzo compreso tra il 7% e l’11% circa per gli indici di Hong Kong e della Cina continentale entro la fine dell’anno, i livelli previsti rimangono al di sotto dei massimi raggiunti alla fine di gennaio. Lo Shanghai Composite Index è un’eccezione, con la previsione leggermente al di sopra del picco di maggio. Gli investitori esteri hanno venduto 2,7 miliardi di yuan netti (372 milioni di dollari) di azioni continentali nel periodo aprile-giugno, segnando il primo deflusso trimestrale da settembre. Per ripristinare la fiducia, gli investitori chiedono un aumento del sostegno fiscale sotto forma di buoni di consumo e agevolazioni fiscali. Particolarmente urgente è la necessità di rilanciare il mercato immobiliare, mentre la crescita dei prezzi delle case rallenta di nuovo. Gli osservatori del mercato stanno aspettando che vengano annunciate misure più significative, inclusa la rimozione delle restrizioni agli acquisti nelle città di alto livello. I commercianti sperano in catalizzatori dalla riunione del Politburo di luglio, in cui i massimi responsabili delle decisioni guidati dal presidente Xi Jinping dovrebbero discutere nuove misure per rilanciare i settori immobiliare e dei consumi. “Penso che ci sia un consenso sul fatto che qualcosa debba essere fatto sul fronte della politica immobiliare“, ha affermato Jizhou Dong, responsabile della ricerca immobiliare cinese presso Nomura Holdings. “Se non ci sarà un rimbalzo significativo nei mercati immobiliari, gli investitori avranno un visione molto ribassista verso l’intera economia”.

Nonostante le loro modeste aspettative sui rendimenti, solo un intervistato ha affermato che nei prossimi mesi ridurrà l’esposizione alle azioni cinesi. Per alcuni investitori, infatti, lo scetticismo potrebbe essere eccessivo. “Le valutazioni della Cina potrebbero essere troppo ribassiste al momento, e c’è spazio per essere più costruttive nella seconda metà dell’anno”, ha affermato David Chao, stratega del mercato globale per l’Asia Pacifico presso Invesco Asset Management. Sebbene nessuna delle misure sarà abbastanza significativa da muovere i mercati di per sé, saranno considerevoli una volta sommate, ha affermato. Anche il BlackRock Investment Institute ha mantenuto il suo rating, sovrappesando le azioni cinesi nelle sue prospettive di metà anno, affermando che l’asticella per le sorprese al rialzo è bassa date le valutazioni attuali. Tuttavia, una serie di declassamenti degli obiettivi dell’indice da parte delle principali banche – con UBS che si unisce a Goldman Sachs e Morgan Stanley nel ridurre le previsioni dell’MSCI China – evidenziano un crescente ribasso. C’è anche la possibilità che la riunione del Politburo di luglio possa deludere, proprio come la riunione del Consiglio di Stato di metà giugno ha deluso per via dell’assenza di misure concrete.

Banchieri centrali sempre più confusi sulla natura dell’inflazione. “Se non sai cosa fare, alza i tassi”

Da circa tre anni la politica monetaria del mondo sembra essere in mano a dei principianti, rei di non aver previsto che anche una piccola scintilla avrebbe fatto esplodere la bolla dei tassi negativi. Il FMI auspica il “metodo greco” per l’Europa?

Di Alessio Cardinale

Fino al 28 di questo mese, in Portogallo, va di scena il Forum annuale della BCE, durante il quale di dibatterà soprattutto di stabilizzazione macroeconomica nell’attuale contesto di inflazione elevata. Sarà un forum tutto incentrato sulle più moderne teorie macroeconomiche a supporto del presente scenario di alta inflazione e domanda in diminuzione, ma è molto probabile che  tutto si risolverà in una kermesse di banchieri centrali – la presidente della BCE Christine Lagarde, i governatori di Bank of England, Banca del Giappone e Federal Reserve – che faranno a gara a chi starà più zitto sul futuro andamento dei tassi.

Pertanto, chi si attende indizi più chiari sulle future mosse degli istituti centrali dopo gli ultimi rialzi ai tassi di interesse rimarrà deluso: Lagarde e co. non hanno la minima idea sul da farsi, navigano a vista come dei principianti e, nel dubbio, alzano i tassi, che in Europa si attestano ormai al 4 per cento e, secondo le dichiarazioni più recenti, potrebbero aumentare ancora da qui a Luglio. Fa eco la FED, che ha preso una pausa illudendo i mercati ma ha già pianificato ulteriori rialzi da qui a dicembre. Nelle more, il dato sull’inflazione dell’Eurozona indica una ulteriore frenata (5,6% atteso), ma la componente core è data in lieve accelerazione, a confermare che l’inflazione europea è provocata dall’aumento dei costi dell’energia – a causa delle sanzioni contro la Russia – e non certo da un aumento della domanda e della produzione. La riprova della confusione dei banchieri centrali è data dal fatto che gli aumenti dei tassi posti in essere fino ad oggi non hanno ribassato l’inflazione di un solo centesimo, e che l’Europa è ufficialmente entrata in recessione.

Anche uno studente universitario di primo anno sa che l’aumento dei tassi di interesse serve a comprimere la produzione quando l’economia sta accelerando troppo velocemente a causa di un fortissimo aumento della domanda. La Lagarde no. “La banchiera”, insieme a tutto il suo board (Joachim Nagel, il presidente della Bundesbank, su tutti), non si è accorta che l’Europa proveniente dalla pandemia era già in una fase di riduzione della domanda, e non si rende conto che un aumento dei tassi in queste condizioni non fa altro che strozzare ulteriormente l’economia e le aziende, traducendosi in recessione e, se qualcuno non glielo dice in tempo, nella tempesta perfetta della stagflazione, ossia quella infernale congiuntura economica in cui i prezzi aumentano e la produzione si contrae insieme al tasso di occupazione e ai redditi delle famiglie.

Non potendo pensare che tutte queste persone così autorevoli e – sulla carta – preparate al compito che gli è stato affidato siano degli incompetenti, ci si  chiede a chi conviene che l’Europa entri in una delle sue peggiori crisi economiche del Dopoguerra. Una domanda del genere – si capisce – crea le teorie ultra-complottiste più estreme, ma è un dato di fatto che il presidente della Bundesbank – il “solito” Joachim Nagel – all’indomani della decisione della BCE di portare i tassi al 3,5% abbia dichiarato tutto contento che “….abbiamo ancora altro lavoro da fare,….potrebbe essere necessario continuare ad aumentare i tassi dopo la pausa estiva….Una volta raggiunto il picco lo manterremo finché non saremo certi di un ritorno sicuro e tempestivo dell’inflazione al nostro obiettivo del 2%….“. Una follia, sia riguardo la mossa da fare che riguardo gli obiettivi.

Nel frattempo, il Fondo Monetario Internazionale – che certamente non è una colomba – ha scritto in un report presentato ai ministri della zona euro e alla BCE che “…..la Banca centrale europea dovrebbe continuare ad alzare i tassi per far scendere l’inflazione e i governi della zona euro dovrebbero contribuire riducendo i propri deficit….. e trovando rapidamente un’intesa sulla riforma del patto di Stabilità. La politica monetaria deve continuare a essere rigida per riportare l’inflazione al target in modo tempestivo“. Ecco trovata la fonte ispiratrice, quel Fondo Monetario Internazionale che, in ambito di politica monetaria e terapie finanziarie per gli stati in difficoltà, somiglia tanto alla Santa Inquisizione. Del resto, come non comprenderli, quelli dell’FMI: da circa tre anni la politica monetaria del mondo sembra essere in mano a dei principianti, rei di non aver previsto che anche una piccola scintilla – e la guerra NATO-Ucraina-Russia non è affatto “piccola cosa” – avrebbe fatto esplodere la bolla dei tassi negativi. In tal senso, il riferimento al “metodo greco” da applicare questa volta all’intera Europa è un segnale che anche l’ultimo dei principianti dovrebbe saper cogliere,  facendo finalmente qualcosa che somigli ad una scelta. Ce la faranno Lagarde e Nagel, a cogliere?

Conca, Zest: il mercato del lavoro USA segnala un possibile rallentamento economico

Il dato di Maggio delle offerte di lavoro negli Usa è sceso a circa 9 milioni. Le condizioni del mercato del lavoro si collocano attualmente in uno scenario sfavorevole per le imprese.

“Dopo aver toccato un picco di circa 11,5 milioni di posti di lavoro vacanti/offerti, il dato delle offerte di lavoro negli USA, rilevato a maggio 2023, è sceso a circa 9 milioni. Questo fattore, a nostro avviso, è la conferma che ci sono i primi modesti segnali di un rallentamento economico“. È l’analisi di Alberto Conca, responsabile degli investimenti di Zest.

Gli indicatori anticipatori del ciclo economico segnalano un rallentamento dell’economia e forse anche una recessione nei prossimi trimestri. L’aspetto positivo è che per la maggior parte delle economie mondiali gli indicatori anticipatori hanno smesso di peggiorare e danno qualche prima indicazione di stabilizzazione. Al contrario, gli indicatori coincidenti (PMI) indicano che l’espansione economica è ancora forte. La recessione è probabilmente in arrivo, ma dovrebbe essere modesta, grazie alla forza del mercato del lavoro.

Le condizioni del mercato del lavoro si collocano attualmente in uno scenario sfavorevole per le imprese. Nel grafico sottostante, la linea rossa indica i livelli di produttività, mentre quella blu la crescita dei salari.

La prima variabile è a livelli minimi, mentre la seconda è a livelli massimi. L’aumento del costo del lavoro non è compensato da un aumento della produttività. Questo influirà negativamente sulla redditività delle imprese nei prossimi trimestri, esercitando una pressione sui margini a causa del rallentamento della crescita economica. I più colpiti in questo senso saranno i settori ad alta intensità di lavoro

Nonostante la riduzione delle offerte di lavoro, il mercato del lavoro è comunque ancora così “stretto” che la diminuzione non ha un impatto negativo sulla crescita dei salari, che rimane elevata. Inoltre, il tasso di disoccupazione rimane stabile perché non ci sono abbastanza persone disponibili a lavorare rispetto alle posizioni aperte. Ciò giustifica l’attuale crescita salariale superiore alle medie storiche, che probabilmente si manterrà su questi livelli anche nei prossimi mesi. “In assenza di una recessione economica, il lavoro delle banche centrali potrebbe essere più difficile del previsto”, conclude Conca (nella foto).

Export italiano addizionale in crescita, ma attenzione alle insolvenze in ripresa

Secondo Allianz Trade, si prevede un aumento delle insolvenze delle imprese del 24%  nel 2023 e di un ulteriore 10% nel 2024. Dal report però arrivano buone notizie sull’export.

Allianz Trade, società del gruppo Allianz, presenta “Italia delle Imprese 2023”, l’ultimo rapporto macroeconomico in cui prevede un aumento delle insolvenze delle imprese del 24% a 8.900 casi nel 2023 e di un ulteriore 10% nel 2024 (9.800 casi totali). La ripartizione per settore basata sui dati CCM (Camera di Commercio delle Marche) mostra che il maggior numero di casi proviene dal settore manifatturiero (+59 casi per l’anno in corso), i servizi amministrativi (+34) e il commercio (+22). Un tema, quello delle insolvenze, che riguarda anche e maggiormente altri paesi europei: nel 2023, sempre secondo le previsioni riportate sul report “Italia delle Imprese”, saranno 59.000 in Francia (+41% a/a), 28.500 nel Regno Unito (+16%), 17.800 in Germania (+22%) e 8.900 in Italia (+24%). 

Dopo anni di risultati positivi, le condizioni finanziarie più restrittive stanno avendo un impatto significativo sui consumi e sugli investimenti in Italia. Sul fronte delle imprese, la liquidità in eccesso si è attestata nel 2022 a circa 120 miliardi di euro, ossia 10 miliardi in meno rispetto alla fine del 2021. I margini delle imprese sono migliorati notevolmente nel 2022 (+1,5%), raggiungendo il 43,1% del valore aggiunto lordo, il livello più alto dal 2018. Un dato che rappresenta una sorta di importante cuscinetto contro l’impatto derivante dall’aumento dei tassi sui prestiti bancari. Parallelamente, anche la liquidità delle famiglie è in diminuzione, con un tasso di risparmio sceso al minimo storico: 7,3% del reddito disponibile a fine 2022, molto al di sotto della media storica del 12,7%.

Una forma di sostegno in questo momento storico proviene dai crediti d’imposta per l’efficienza energetica degli alloggi (“superbonus” e “bonus facciate”), dalle misure di sostegno governativo introdotte per mitigare l’impatto dei prezzi elevati dell’energia e dai progetti legati al Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) che sosterranno le prospettive di investimento. “L’inasprimento della politica monetaria – dichiara Ludovic Subran (nella foto), Chief economist Allianz Trade -aumenterà i rischi di rivedere al ribasso le prospettive economiche poiché normalmente un ciclo di rialzi ha un effetto ritardato anche di 18 mesi sulla produzione. Ci attendiamo quindi che il pieno impatto dell’inasprimento dei tassi di interesse raggiunga il picco nel quarto trimestre dell’anno e si protragga nel 2024. I primi segnali sono già evidenti con la contrazione del credito privato alle imprese”

Dal report però, arrivano anche buone notizie, in particolare relative all’export. Secondo Allianz Trade infatti, il 2023 porterà una crescita di export addizionale in valore pari a circa 50 miliardi di euro, con il 43% proveniente principalmente da Germania, Francia, Usa, Svizzera e UK. “Nonostante il contesto economico – sottolinea Luca Burrafato (nella foto), Responsabile Paesi Mediterranei, Medio Oriente e Africa per Allianz Trade –  prevediamo che il Made in Italy nel 2023 porterà una crescita di export addizionale in valore pari a circa 50 miliardi di euro, con il 43% proveniente principalmente da Germania, Francia, Usa, Svizzera e UK. Quest’anno sarà ancor più necessario lavorare con i giusti partner, visto il rimbalzo delle insolvenze che cresceranno del 21% a livello globale”.

Una previsione che dà fiducia per il futuro anche in considerazione dello scenario attuale, in cui l’Italia si è distinta rispetto ai paesi dell’Eurozona con una crescita del PIL nel primo trimestre del +0.6%. La media dei paesi dell’Eurozona invece si attesta allo 0.0 / 0.1%. Merito anche della crescita dei consumi privati che hanno inciso per lo 0.3%. Più lenta invece la crescita degli investimenti, che hanno influito con uno 0.2%. Ruolo centrale in questo processo, è ovviamente quello dell’inflazione, che solo a maggio ha subito un reale processo di calo. Anche in questo caso, il rapporto di Allianz Trade avanza previsioni molto realistiche. Infatti, in uno scenario di tendenziale calo, le pressioni inflazionistiche si attesteranno al 5,9% nel 2023 e al 2,2% nel 2024. Quindi in netto calo rispetto all’8,2% dello scorso anno, quando è stato raggiunto il massimo storico nell’ottobre 2022 con l’11,8%. Un calo graduale ma costante, dovuto anche alla riduzione del costo dell’energia e delle materie prime.

Lemanik: possibile ripresa economica per il 2024

Nel breve termine i mercati azionari dovrebbero essere supportati dal processo di disinflazione e dalla stabilizzazione dei tassi di interesse. La direzione di medio termine dipende dalla traiettoria dell’inflazione.

“Nelle settimane recenti, il mercato è stato supportato da una forte performance dei titoli tecnologici, che stanno riflettendo aspettative ottimistiche legate all’intelligenza artificiale. Tuttavia, il resto del mercato non si è ancora ripreso, anticipando un lieve rallentamento economico. La limitata partecipazione al rimbalzo dei titoli ciclici potrebbe invertirsi a breve, riflettendo una ripresa economica nel 2024″. È l’analisi di Filippo Garbarino, gestore del fondo Lemanik Global Equity Opportunities, che a maggio ha sovraperformato rispetto al suo benchmark, aumentando del 3.2%.

Il mercato rimane concentrato sulla fine del ciclo di aumenti dei tassi di interesse e del suo impatto sull’economia globale. Sebbene le economie stiano chiaramente rallentando, è improbabile che ci sia una profonda recessione. I dati sull’occupazione sono forti e i consumi stanno dimostrando resilienza. La maggior parte delle banche centrali ha indicato che siamo vicini a una pausa dei rialzi dei tassi di interesse, anche alla luce delle recenti insolvenze bancarie che rallenteranno l’erogazione di credito determinando una contrazione delle condizioni finanziarie equivalente a un aumento dei tassi di interesse da 25bps a 50bps.

Visto che il prezzo delle azioni generalmente anticipa gli eventi economici di circa 6 mesi, è probabile che l’attuale modesto rallentamento economico sia già stato prezzato dalla correzione di mercato dello scorso anno. Nel breve termine, le azioni dovrebbero essere supportate dal graduale processo di disinflazione e dalla stabilizzazione dei tassi di interesse. Quello che determinerà la direzione di medio termine del mercato è la traiettoria dell’inflazione. Se l’inflazione sarà più persistente rispetto alle aspettative delle banche centrali, il mercato potrebbe iniziare a prezzare la necessità di ulteriori aumenti dei tassi di interesse. Questo causerebbe ulteriori ribassi del mercato. “Durante maggio, il fondo ha venduto Iqvia (healthcare) allocando i proventi su una serie di posizioni esistenti incluse Heico, Thermo Fisher, Danaher, Nike e S&P Global”, conclude Garbarino (nella foto). “A livello settoriale, il portafoglio non ha banche e petroliferi, settori considerati troppo rischiosi. Il portafoglio è sovrappeso sul settore finanziario, industriale e chimico. I tecnologici sono leggermente sotto pesati”.

Scauri, Lemanik: La Fed sarà costretta a intervenire sui tassi di interesse

La curva dei rendimenti Usa continua a segnalare un’alta probabilità di recessione imminente, e le valutazioni del mercato italiano riflettono già un significativo rallentamento economico. 

“La Fed sarà costretta a intervenire sui tassi di interesse. L’eccessivo debito pubblico e l’aumento dell’indebitamento pubblico richiederanno tassi d’interesse reali negativi nel medio termine, un elemento positivo per i mercati azionari nel medio termine e in particolare per i titoli di qualità, ma probabilmente dovremo prima passare attraverso una correzione del mercato”. È l’analisi di Andrea Scauri, gestore del fondo Lemanik European Special Situations, che a livello annuale ha registrato una performance positiva del +10,23%.

Nell’ultimo fine settimana di maggio sono stati compiuti progressi nei negoziati per l’innalzamento del tetto del debito statunitense. Tuttavia, sarà necessario attendere la versione finale dell’accordo per comprenderne appieno le implicazioni. Il tetto del debito passerà dagli attuali 31,4 miliardi di dollari a 35 miliardi nel gennaio 2025. La mossa è volta a garantire la stabilità finanziaria del paese e a fargli superare indenne le elezioni presidenziali del prossimo anno. I tassi di interesse sono saliti sulla scia di alcuni commenti da falco dei banchieri centrali, dei verbali del FOMC che mostrano un comitato ancora diviso sulle prossime mosse e di un’inflazione persistente.

Le aspettative sulle future decisioni della Fed in materia di tassi sono cambiate rapidamente: all’inizio del mese, il mercato prevedeva un picco dei tassi Usa al 5,1% e un taglio dei tassi di 75 pb entro gennaio 2024.

Ora non è previsto alcun taglio dei tassi quest’anno e si stima che i tassi raggiungeranno il picco del 5,3%, con un’alta probabilità di rialzo di +25 pb entro luglio.

A nostro avviso, però, la Fed dovrà comunque intervenire sui tassi di interesse. La curva dei rendimenti Usa 10Y-2Y rimane fortemente invertita (-78 pb da -60 pb a inizio mese), continuando così a segnalare un’alta probabilità di recessione imminente. In Europa, il rendimento del bund tedesco è rimasto sostanzialmente invariato al 2,3%, così come il rendimento del titolo decennale italiano al 4,1%, con lo spread BTP-Bund stabile a 181 pb. La Germania è entrata in recessione tecnica, con un calo del Pil dello 0,3% nel 1° trimestre del 2023 rispetto al trimestre precedente, dopo una contrazione dello 0,5% registrata nel 4° trimestre del 2022. “La cautela è ancora necessaria, poiché vediamo ancora uno scenario volatile per il mercato azionario. Non cambiamo quindi la nostra visione sulle azioni, preferendo i titoli di qualità a quelli ciclici”, sottolinea Scauri.

Le valutazioni del mercato italiano, soprattutto se confrontate con quelle di altri mercati internazionali, riflettono già un significativo rallentamento economico. Ciò è particolarmente evidente tra le mid-small cap, che stanno soffrendo ulteriormente a causa della diminuzione della liquidità. Tuttavia, nei prossimi mesi vedremo ancora gli effetti dell’inasprimento del ciclo del credito e della liquidità del mercato (con le importanti scadenze TLTRO a fine giugno, l’accelerazione del quantitative tightening sia nell’Ue che negli Usa e l’aumento delle emissioni di debito pubblico statunitense), nonché il rallentamento dell’economia cinese, che ha in parte sostenuto la crescita globale nel 1° trimestre del 2023. 

“A livello settoriale, le posizioni principali in portafoglio rimangono il Biotech con Vivoryon; il Green capex con Danieli; la Cybersecurity; il Tech, dove abbiamo aumentato il nostro posizionamento sulla base di un’ipotesi di correzione dei tassi di interesse (Shop Apoteke, Delivery Hero)”, conclude Scauri. “Segnaliamo infine le nostre posizioni su Atos, molto penalizzate da problemi specifici della società. Riteniamo che, agli attuali prezzi di mercato, vi sia del valore nascosto in uno scenario di break-up. A livello di finanziari, abbiamo concentrato il nostro posizionamento su tre banche (Santander, Banco BPM e Banca Monte dei Paschi) sulla base della valutazione e dell’appeal speculativo”.

Economic outlook di Giugno: in Cina ripresa irregolare, USA e UK in recessione (ma senza shock)

Le prospettive globali continuano ad essere caratterizzate da incertezza e significativi rischi al ribasso. I dati recenti stanno sfidando la forza, un tempo percepita, della ripresa post-pandemia della Cina.

I risultati del primo trimestre, migliori del previsto, hanno migliorato le prospettive di crescita per diverse economie avanzate. Tuttavia, mentre i servizi sono aumentati, la produzione non tanto: il petrolio rallenta, la domanda si indebolisce con l’allentamento dell’inflazione e i prezzi dell’energia si sgonfiano. Le banche centrali, di contro, non sembrano pronte a mettere in pausa il rialzo dei tassi di interesse.

Il Global Economic Outlook di giugno 2023 delinea le ultime aspettative per l’economia globale e più specificamente per il G20. I dati relativi ai primi cinque mesi del 2023 danno forma alle aspettative e alle prospettive a breve e lungo termine. In particolare, l’irregolare ripresa economica della Cina lascia molte domande senza risposta, e con quasi metà dell’anno alle spalle i persistenti interrogativi sulla forza della ripresa post-pandemica della Cina iniziano a preoccupare i mercati. Infatti, l’indebolimento dell’attività industriale in Cina sta causando timori per tutte quelle le economie che dipendono fortemente dalla domanda di esportazioni cinesi, poiché la domanda interna, un tempo molto forte, ha cominciato a vacillare già da due anni a questa parte, in concomitanza con le severe restrizioni della politica zero-Covid.

Le economie regionali, tra cui la Corea del Sud e Singapore, dove i risultati di crescita del primo trimestre hanno deluso, trarranno il massimo vantaggio dal forte rimbalzo dell’economia cinese. Anche la crescita delle vendite al dettaglio in Cina ha deluso le aspettative di aprile, indicando una debolezza dell’economia interna. Tuttavia, sarebbero necessari diversi mesi aggiuntivi di dati per determinare la traiettoria del settore manifatturiero cinese e il conseguente impatto sulle economie globali.

I risultati del primo trimestre migliori del previsto migliorano le prospettive di crescita per diverse economie nazionali e regionali. La maggior parte dei paesi avanzati ha ora rilasciato dati per consentire una valutazione della performance del primo trimestre dell’economia globale. In particolare, diversi paesi dell’America Latina e delle economie europee, tra cui Francia e Italia, hanno registrato risultati migliori del previsto nel 1° trimestre 2023. Al contrario, la Germania – ossia la più grande economia in Europa – è entrata in una recessione tecnica nel primo trimestre dell’anno, e si prevede che registrerà il tasso di crescita annuale più lento tra le nazioni del G20, escluse Argentina e Russia.

Sono migliori anche le previsioni di crescita del PIL di Regno Unito, Messico e Italia. Il Regno Unito ha visto la revisione più significativa (da una contrazione dello 0,5% precedentemente prevista a un’espansione dello 0,2% nel 2023) poiché i dati economici in arrivo indicavano un’economia molto più resiliente di quanto previsto all’inizio dell’anno. Ciononostante, le prospettive economiche globali rimangono pessimistiche, e si prevede che la maggior parte delle economie registrerà condizioni di domanda interna debole per il resto dell’anno.

Anche gli Stati Uniti e il Regno Unito potrebbero sperimentare lievi recessioni durante l’anno, sebbene sia probabile che si evitino shock significativi per l’economia. Questa debole performance nelle economie occidentali pone sfide per le prospettive economiche globali complessive, e probabilmente avrà un impatto anche sui flussi commerciali e di investimento verso i mercati emergenti. Del resto, mentre il settore dei servizi continua ad espandersi, l’attività manifatturiera diminuisce. Tale divergenza tra i settori dei servizi e quello manifatturiero evidenzia l’evoluzione dei modelli di consumo influenzati dallo spostamento dei costi del credito e dalle mutevoli preferenze dei consumatori. Infatti, l’aumento degli oneri finanziari ha compresso i profitti aziendali che, combinati con le scarse condizioni della domanda, hanno portato a contrazioni nel settore manifatturiero.

È probabile che la ripresa post-Covid nel turismo sarà un motore dell’espansione del settore dei servizi in futuro, il che implica tuttavia anche che i costi del settore dei servizi eserciteranno probabilmente una pressione al rialzo sull’inflazione. Poiché gli effetti dei successivi aumenti dei tassi di interesse negli ultimi mesi permeano completamente l’economia, si prevede che le vulnerabilità nei settori con elevati livelli di indebitamento diventino più evidenti man mano che avanziamo verso il 2023. Negli Stati Uniti, le banche regionali più piccole che hanno esposizione a il settore immobiliare potrebbe subire tensioni, portando a un ulteriore consolidamento all’interno del settore.

L’inflazione si è ridotta più rapidamente con la deflazione dei prezzi dell’energia, anche se l’inflazione core rimane al di sopra dei livelli di comfort. L’inflazione è stata vista diminuire più rapidamente del previsto in alcuni paesi ad aprile, i prezzi dell’energia di maggio sono diminuiti e gli effetti del calo dei prezzi dell’energia si stanno finalmente riflettendo in altre categorie, tra cui cibo e trasporti. Anche l’effetto degli effetti base dell’elevata inflazione dell’anno precedente dovrebbe essere più evidente nella seconda metà dell’anno, riducendo ulteriormente le pressioni inflazionistiche. Tuttavia, l’inflazione core rimane ostinatamente elevata in alcuni paesi, in particolare nella regione europea, con la BCE che ha segnalato la possibilità di ulteriori rialzi dei tassi nei prossimi mesi.

Il mercato dell’energia continua ad essere un importante motore delle dinamiche economiche nel 2023. Le decisioni dell’OPEC+ e le fluttuazioni della domanda globale hanno svolto un ruolo cruciale nel plasmare i prezzi del petrolio. Mentre l’OPEC+ potrebbe prendere in considerazione ulteriori tagli alla produzione per stabilizzare i prezzi, è probabile che i cambiamenti nella domanda siano il fattore più dominante, limitando gli aumenti del prezzo del petrolio nei prossimi mesi. Anche la transizione in corso verso fonti di energia rinnovabile e gli sforzi per ridurre le emissioni di carbonio hanno implicazioni a lungo termine per i mercati dell’energia, insieme a potenziali implicazioni per l’inflazione, le bilance commerciali e la performance economica complessiva.