Giugno 10, 2026
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Politica Economica

Il soft landing dalla crisi messo a dura prova dal “credito tossico” dello Shadow Banking System

Si continua a guardare il rischio di sistema attraverso il mercato dei corporate bonds, gli indici di borsa e i bilanci delle banche. Tutto secondo il copione che ci ha portato alla crisi del 2001 e del 2008.

Di Maurizio Novelli*

Mentre il quadro geopolitico si fa sempre più critico, emergono di giorno in giorno notizie che confermano il contesto negativo più volte indicato in queste note mensili. La crisi di credito che sta colpendo al cuore l’economia americana è ormai in pieno svolgimento e metterà a durissima prova lo scenario di soft landing già scontato dai mercati. La FED continua ad osservare le dinamiche del credito appartenenti al settore bancario e al mercato delle obbligazioni quotate, non tenendo conto di quello che accade nel settore dello Shadow Banking che rappresenta il 60% del credito all’economia. 

Si continua quindi a guardare il rischio di sistema attraverso quello che si vede sul mercato dei corporate bonds, sui livelli dell’indice di borsa e sui bilanci delle banche. Tutto secondo il copione che ci ha portato alla crisi del 2008 e prima ancora a quella del 2001. Tutte crisi innescate da eventi di credito che si sono manifestati nei segmenti delle cartolarizzazioni gestite dallo Shadow Banking System e che solo con ampio ritardo si sono poi propagate all’intero sistema economico e finanziario. Lo Shadow Banking System non è regolamentato, non è sottoposto a vigilanza e non è monitorato dalla banca centrale, ma costituisce la struttura portante del sistema finanziario Usa e di tutto il “toxic debt” di sistema. La sua dimensione è ormai sistemica da oltre vent’anni e il suo impatto sull’economia reale sempre più rilevante ma sistematicamente ignorato.

Gli indici di mercato dei Leverage Loans sono un eclatante esempio di come si possa far vedere cose diverse da quelle che in realtà accadono in un mercato totalmente opaco. Tali indici sono costruiti sulle tranches dei più importanti loans in circolazione che, in pratica, sono il benchmark del mercato. Da inizio anno tale indice evidenzia una performance positiva del 5%, ma nel frattempo il mercato dei Leverage Loans è decisamente sotto pressione a causa di eventi di credito, ristrutturazioni di debito e defaults. Come è possibile quindi che l’indice del mercato sia positivo? Molto semplice, la modalità con la quale si può far segnare un risultato positivo a un mercato in difficoltà si basa sulle stesse pratiche utilizzate prima della crisi dei mortgages (MBS) del 2008. Basta che alcune controparti si accordino nello scambiarsi periodicamente assets presenti nell’indice a prezzi predefiniti, ed ecco che tale indice non scende mai, anzi sale. La stessa cosa accadeva sui Mbs piu’ importanti nel 2007, dove le principali banche d’investimento, nonostante un evidente aumento delle insolvenze su tali strumenti, continuavano a quotare tra loro i mortgages a prezzi prestabiliti (The big short – M. Lewis, Norton & C. – 2011).

Anche sul mercato degli high yields accade la stessa cosa, dove tutto sembra fermo e cristallizzato, perché il mercato è controllato dai grandi fondi d’investimento che non hanno nessun interesse a far vedere un aumento degli spread, nonostante ci sia in corso un netto deterioramento dei fondamentali delle società. Si apprende quindi, in una nota diramata da Moody’s di recente, che una ragione per la quale non c’è stato un allargamento degli spreads sul mercato degli HY è dovuto alla “migrazione” degli emittenti di peggiore qualità dal mercato degli High Yields a quello del Private Credit. Secondo Moody’s, infatti, gli emittenti a rating B3 sono scesi decisamente nella composizione dell’indice HY. La stessa cosa si sta verificando sul mercato dei Leverage Loans, dove gli emittenti peggiori vengono rimossi dall’indice e il credito passa a carico dei fondi di Private Credit, totalmente non regolamentati e liberi di valutare tali crediti come vogliono.

In pratica, per far vedere che tutto tiene basta rimuovere dagli indici gli emittenti peggiori, così come in borsa basta tener conto solo di 7 titoli per sostenere un mercato azionario. 

Un altro interessante indicatore osservato dagli investitori per valutare quello che sta accadendo sul mercato del credito è quello che misura il tasso di default nel sistema. Come mai, nonostante tale indice evidenzi un livello di insolvenze ormai vicino ai massimi del 2008, nei bilanci delle banche non c’è traccia di NPL? Molto semplice, se leggete i recenti bilanci pubblicati da Jpm, Boa e Citicorp, vi accorgerete che ormai si limitano solo a riportare l’andamento del margine d’interesse e delle commissioni attive. Nulla trapela sulla valutazione degli asset in bilancio e sui crediti, che vengono praticamente tutti valutati al prezzo di carico nel portafoglio immobilizzato. Se fossero valutati al mark to market, invece, le perdite azzererebbero l’intero Tier 1, con la necessità di avviare ingenti ricapitalizzazioni. Ma quello che non si dice è che le insolvenze, in realtà, sono già ora molto più alte del 2008 e non vengono rilevate solo grazie all’ennesimo escamotage utilizzato per non far capire come siamo messi veramente. Sempre secondo Moody’s, il livello di insolvenze è decisamente sottostimato, questo perché le banche e il Private Credit stanno utilizzando il “distressed exchange“, cioè la rinegoziazione dei loans in defaults effettuata direttamente tra controparti senza passare dalle procedure legali d’insolvenza. In questo modo le insolvenze e le rinegoziazioni del debito in default non appaiono da nessuna parte nelle statistiche ufficiali perché negoziate in privato.

* Gestore Lemanik Global strategy fund

La Fed lascia invariati i tassi a novembre. ETHENEA: a dicembre possibile un rialzo

La Federal Reserve lascia invariato il tasso di riferimento, come ha fatto la Bce. Ecco perchè si è giunti a questo risultato, e perchè Dicembre potrebbe riservare sorprese negative.

Di Volker Schmidt*

Nella conferenza stampa del 20 settembre scorso, il presidente della Fed, Jerome Powell, aveva usato la parola “prudente” almeno sei volte, parlando degli orientamenti futuri della banca centrale.

Le ragioni di questa cautela, definita ufficialmente come “dipendente dai dati”, sono chiare: in primo luogo, i cambiamenti nella politica monetaria hanno ritardi lunghi e variabili, e, in secondo luogo, sono già stati compiuti progressi nel reprimere l’inflazione. Ultimo, ma non meno importante, a dare un aiuto c’è l’aumento dei rendimenti sul segmento a lungo termine della curva dei rendimenti. Per esempio, il rendimento dei titoli del Tesoro statunitense a dieci anni è aumentato di oltre 50 punti base dalla riunione Fed di settembre. Secondo diversi funzionari della Fed, questo ha dato alla banca centrale più tempo per valutare i dati in arrivo, e di interrompere temporaneamente, per la seconda volta, il ciclo dei rialzi dei tassi, ma non senza precisare che futuri rialzi non sono da escludere.

Anche il governatore Waller (nella foto), uno dei più aggressivi della Fed, prenderebbe in considerazione un altro aumento dei tassi soltanto se “la domanda e l’attività economica continueranno ai ritmi recenti, esercitando potenzialmente una persistente pressione al rialzo sull’inflazione“. In effetti, i consumi statunitensi stanno dando segnali di forza: i dati relativi al mercato del lavoro e al dettaglio sono stati sorprendentemente solidi. Anche la previsione del Pil per il terzo trimestre è stata rivista più volte al rialzo. Allo stesso tempo, però, ci sono forti segnali negativi per i consumatori americani: oltre all’aumento dei default delle carte di credito e delle insolvenze sui prestiti automobilistici subprime, il forte calo delle richieste di mutui immobiliari indica un calo della domanda a breve termine e quindi un rallentamento dell’inflazione. Per questi motivi, non escludiamo un rialzo dei tassi in occasione della prossima riunione del 13 Dicembre.

* Portfolio manager di Ethenea Independent Investors

Bond Usa e Germania ipervenduti, ora una opportunità di acquisto. Storia di una crisi

L’Europa è in recessione, la Cina è in difficoltà e gli Usa stanno finendo gli stimoli fiscali. La  crisi ha una sua storia, e potrebbe durare a lungo. Quali opportunità di acquisto?

Di Maurizio Novelli*

A partire dal 2015 ho iniziato a dubitare fortemente sul modello economico basato sulla “debt driven economy” e sulla sua sostenibilità. Nella primavera del 2015 i mercati hanno iniziato una prima fase di cedimento, ma hanno poi recuperato tutte le perdite grazie alle rassicurazioni che le politiche monetarie sarebbero rimaste espansive, questo al fine di garantire l’espansione della domanda finanziata dal debito e non dal reddito reale. Tuttavia, nel Gennaio 2016 è iniziata la prima crisi cinese, che ha portato i mercati a cedere pesantemente nel corso dei primi mesi dell’anno. La crisi cinese del 2016 era di fatto il prologo di quello che sta ora accadendo in Cina. Per superare l’evento, le autorità di Pechino hanno deciso di rilanciare l’economia proprio sulle politiche che avevano creato questa crisi: investimenti fissi e Real Estate.

Nel 2017, nonostante una crescita economica deludente, borse e credito hanno continuato la corsa sostenuti solo dalle politiche monetarie e sempre meno dai fondamentali. I multipli si sono mantenuti costantemente in zona di sopravvalutazione. Nel corso del 2018, la FED cominciava il tentativo di rimuovere la liquidità dal sistema, ma l’economia evidenziava già segni di evidente rallentamento e il sistema finanziario iniziava a segnalare l’emergere di una crisi sul mercato dei Repo’s, che segnalava stress in arrivo, mentre la curva dei rendimenti puntava ad una inversione recessiva. Il cedimento improvviso del mercato azionario a fine anno, obbligava la FED ad una repentina retromarcia, ricominciando il QE e facendo scendere i tassi. Era evidente già allora che il sistema non avrebbe retto alcuna politica restrittiva, dato che il leverage accumulato in anni di QE dava preoccupanti segnali di stress. Dal 2009 al 2019, la crescita media dell’economia Usa è rimasta inchiodata al 2% massimo, nonostante una politica monetaria e fiscale costantemente espansiva per oltre 10 anni. Il moltiplicatore del debito si rivelava in costante peggioramento, al punto che, alla fine del 2019, per ottenere 1 dollaro di Pil avevamo bisogno di 5 dollari di nuovo debito pubblico e privato.

I cedimenti nello Shadow Banking System erano già evidenti a causa dell’elevato credito speculativo creato in anni di QE. In caso di recessione, la struttura del sistema finanziario sarebbe stata travolta da una ondata di default. Il Covid ha giustificato quindi una colossale operazione di salvataggio che ha salvato dal default coloro che oggi sono però di nuovo sull’orlo dell’insolvenza (si veda il Commercial Real Estate già in crisi dal 2018). I mercati sono ripartiti sulla scommessa che il sistema era ormai uscito dalla latente crisi del 2016, 2018 e del 2019, e che gli interventi avrebbero dato la spinta necessaria a superare i problemi strutturali che si erano creati dopo il 2008. Ma il denaro gratis e gli interventi fiscali hanno iniziato ad esaurire gli effetti già sulla fine del 2021, dato che la grande iniezione di liquidità nel sistema è stata assorbita dal sistema finanziario per salvataggi e non per investimenti reali

Per evitare una ricaduta dell’economia il governo Usa ha iniziato una serie di interventi fiscali ripetuti e ha prorogato la fase di moratoria sul pagamento dei debiti del settore privato (Credito al consumo e Mortgages) che erano stati introdotti nel 2020, questo intervento ha alimentato ulteriormente la bolla speculativa, ma ha confermato ulteriormente la nostra view sulla fragilità del sistema. L’inflazione ha colto di sorpresa le banche centrali, che consapevoli delle conseguenze di un eventuale aumento dei tassi, hanno cercato di ritardare in tutti modi le politiche restrittive, cercando di convincere il mercato che l’inflazione era temporanea. In realtà, il timore era che, dato l’elevato stock di debito speculativo creato dal QE iniziato nel 2008, quello che già si intravedeva nel 2018 e nel 2019, potesse avere ora un impatto molto più pronunciato sull’economia, dato che nel frattempo la dimensione di tale debito tossico aveva raggiunto cifre non calcolabili, che secondo le stime si posizionano al 30%-35% del Pil Usa (HY, Leverage Loans, Cre, Private Equity, Venture Capital, Private Credit e credito al consumo subprime).

Nel 2022 i mercati hanno dunque cominciato un trend ribassista, innescato dalla rimozione del QE e dall’aumento dei tassi. Per impedire che la politica monetaria esercitasse un reale effetto restrittivo su un sistema altamente a leva e decisamente vulnerabile, l’amministrazione Biden ha avviato una aggressiva politica fiscale di oltre 14 punti di Pil per sostenere l’economia nel 2022 e nel 2023. Tale politica ha fatto esplodere il rapporto debito Pil, ha attenuato l’effetto restrittivo monetario ma non ha modificato i deboli fondamentali che già erano presenti nel 2018/2019. Nel frattempo, la rapidità del rialzo dei tassi per rincorrere l’inflazione fuori controllo ha preso totalmente alla sprovvista il sistema finanziario. Le banche sono rimaste ingolfate di posizioni sui titoli di stato e sui Mbs con perdite eclatanti (ad oggi stimate in circa 950 mld); alcune sono fallite, altre hanno un costante bisogno del sostegno finanziario pubblico.

Il sistema più vulnerabile al rialzo dei tassi si è rivelato ancora una volta lo Shadow Banking, già in crisi nel 2018 e 2019, che ha iniziato ad evidenziare nuove difficoltà nel corso del 2022 e ora si trova potenzialmente all’epicentro della futura crisi. Nel frattempo il credito all’economia ha iniziato a chiudersi a causa della crisi di banche e Shadow Banking, mentre i governi hanno iniziato a manipolare in modo evidente i dati macro per non evidenziare una pericolosa debolezza strutturale del sistema, che essendo sostenuto da un elevato leverage, non può permettersi nessuna recessione. In Cina sono riemersi quindi i problemi del 2015/2016, ma ora in modo molto più grave, dato che nel frattempo lo stock di debito sul Real Estate si è gonfiato ulteriormente, trascinando il sistema in una Balance Sheet Recession. Negli Stati Uniti si è cercato in tutti i modi di far passare la “narrazione” del soft landing, ma il dato di fatto è che l’Europa è in recessione, la Cina è in evidente difficoltà, gli Usa stanno finendo gli stimoli fiscali e il quadro geopolitico è sempre meno favorevole, prospettando quindi un evidente rischio di recessione con crisi da debito. La grande, e per certi versi sorprendente, spinta rialzista dei mercati del 2023 rischia di aver prezzato scenari alquanto improbabili, dato che i problemi strutturali che avevamo già nel 2018/2019 si sono amplificati, esattamente come quelli cinesi del 2016, e stanno ora riemergendo pericolosamente. Mi aspetto quindi una crisi lunga e problematica. 

La corretta strategia d’investimento, pertanto, deve essere compatibile con uno scenario di recessione o di stagnazione economica pluriennale, innescata dal debito tossico che ingolfa il sistema finanziario e rischia di procurare una Balance Sheet Recession nell’economia mondiale. Lo short di equity è compatibile con uno scenario di recessione o stagnazione dell’economia mondiale che procurerà una decisa revisione al ribasso dei profitti attesi e un bear market di lungo periodo, dopo 14 anni di trend rialzista sostenuto. I mercati azionari affrontano un rischio di recessione/stagnazione con valutazioni estremamente care rispetto agli standard storici, ed esprimono un rischio di caduta del 50%-60% dai livelli attuali. I bond di Usa e Germania, attualmente super venduti, sono per noi una opportunità di acquisto nell’attuale fase ribassisita, dato che la FED non può proseguire con il rialzo dei tassi se non ci sono più stimoli fiscali per l’economia.

La restrizione del credito all’economia è sempre compatibile con un successivo bull market sui bond. Invece il Dollaro, attualmente sostenuto dal differenziale dei tassi vs Euro e Jpy, è esposto ad una crisi valutaria nel momento in cui la FED sarà costretta a reintrodurre il QE per contrastare la Balance Sheet Recession. Le politiche monetarie espansive che saranno eventualmente reintrodotte per contrastare la crisi da debito in arrivo non avranno lo stesso effetto del 2009-2010, dato che le esigenze di deleverage del sistema privato saranno talmente grandi da compromettere l’efficacia del moltiplicatore monetario. Quello che è certo è che al momento siamo entrati in una stagnazione economica globale di lungo periodo, ed eventuali rimbalzi del ciclo saranno brevi e fragili; mentre la vulnerabilità a ricadute recessive ripetute sarà un rischio persistente.

* Gestore Lemanik Global Strategy Fund

La Bce ha fatto il suo lavoro. Per il momento

Nessun rialzo atteso nella prossima riunione della Bce sulla politica monetaria, grazie all’inflazione verso il 3% a novembre. Resta il rischio aumento degli stipendi (+4% in Eurozona).

Di Volker Schmidt*

Nella prossima riunione del 26 ottobre, la BCE lascerà invariati i tassi di interesse. Al momento la banca centrale europea non vede alcuna ragione per alzarli ulteriormente: i dati di ottobre e novembre confermeranno un ulteriore calo del tasso d’inflazione dell’Area euro, che nel mese di novembre scenderà a un valore vicino al 3%, sulla spinta degli effetti base.

Un anno fa, sono esplosi i prezzi dell’energia sui mercati all’ingrosso, in particolare dell’elettricità e del gas, ma ora questo effetto si è chiaramente invertito. La BCE può inoltre puntare sulla debolezza dell’attività economica nell’Eurozona e sull’impatto poco chiaro del conflitto che si è riacceso in Medio Oriente. Per il momento, la BCE ha fatto il suo lavoro. Nel 2024 si capirà se l’inasprimento della politica monetaria attuato fin qui sarà sufficiente ad ancorare stabilmente l’inflazione al 2%. Un percorso ostacolato dagli elevati aumenti salariali, che rimarranno a un livello superiore al 4% e quindi sicuramente alimenteranno l’inflazione nei prossimi 12-24 mesi. Inoltre, la spesa pubblica rimane elevata e, in alcuni casi, supera gli obiettivi di deficit concordati, aumentando anch’essa la pressione al rialzo sui prezzi.

*portfolio manager di Ethenea Independent Investors

Italia, rischio di rallentamento della crescita nel 2024

Nei prossimi mesi possibile un calo dei tassi alla luce del deterioramento del contesto macro e un leggero allargamento degli spread creditizi. In portafoglio titoli finanziari e sottopeso dei titoli dei consumi e ciclici.
 
“L’Italia ha mostrato un’ottima ripresa post-Covid, superiore a quella di altri paesi europei, con un rafforzamento del sistema bancario. Tuttavia, i principali rischi che osserviamo sono legati alla crescita nel 2024, che continua a mostrare una tendenza al ribasso”. È l’analisi di Andrea Scauri, gestore azionario Italia di Lemanik.

Il mese di settembre i banchieri centrali dei paesi sviluppati hanno segnalato una pausa nella politica dei tassi d’interesse, ma il messaggio di “tassi più alti più a lungo” ha preoccupato i mercati. Come previsto, la Fed ha mantenuto i tassi invariati al 5,25%-5,5%. Il linguaggio relativo alle indicazioni future è rimasto invariato, lasciando aperta la possibilità di ulteriori rialzi dei tassi, ma senza un impegno deciso ad aumentarli ulteriormente. Le aspettative del mercato puntano a una pausa nella prossima riunione di novembre, a un picco dei tassi d’interesse Usa intorno al 5,5% (dall’attuale 5,25-5,5%) e a un taglio dei tassi di 90 pb entro la fine del 2024. Per quanto riguarda l’Europa, invece, la Bce ha aumentato i tassi di riferimento di 25 pb portando il tasso di deposito al 4%. Il mercato, ancora una volta, prevede una pausa alla prossima riunione, con un picco dei tassi al 4% e un taglio di 40 pb entro la fine del 2024.

In Italia, il Consiglio dei Ministri ha approvato la NADEF, che come previsto ha visto una revisione al ribasso delle stime di crescita del Pil a +0,8% nel 2023 dal +1% previsto in aprile (consensus +0,8%), e a +1,2% (+1% nel quadro tendenziale) nel 2024 da +1,5%. Il deficit/Pil è atteso al 4,3% nel 2024 (dal 3,6% tendenziale) dopo un 2023 che chiuderà al 5,3% (dal 4,5% precedente) per effetto della contabilizzazione del Superbonus, che pesa per oltre 20 miliardi di euro o circa un punto di Pil in più rispetto a quanto previsto ad aprile. Il livello del deficit dovrebbe rimanere al di sopra del 3% fino al 2025. Nelle intenzioni del governo, la dimensione (lorda) della Legge di Bilancio sarà contenuta, leggermente superiore ai 20 miliardi di euro secondo le indiscrezioni di stampa, con quasi due terzi finanziati dal deficit, oltre a un taglio della spesa di 2 miliardi di euro. Il debito/Pil si attesterà al 140,1% nel 2024, un solo decimale sotto il 140,2% del 2023. Nel nuovo quadro, il debito/Pil è visto atterrare al 139,6% nel 2026, con una crescita a +1,4% nel 2025 e con privatizzazioni “di un punto di Pil nell’orizzonte pluriennale”.

Secondo il governo, il quadro programmatico è in linea con le raccomandazioni del Consiglio europeo e con il futuro assetto delle regole fiscali dell’Ue. In questo contesto, il rendimento dell’Italia a 10 anni ha raggiunto il livello più alto dell’anno al 4,8%, con lo spread BTP-Bund a 191 pb da 164 pb all’inizio del mese. Nonostante l’Italia abbia mostrato un’ottima ripresa post-Covid, la crescita nel 2024 continua a mostrare una tendenza al ribasso a causa dei segnali di indebolimento del ciclo macroeconomico e dell’aumento dell’offerta di titoli sul mercato. Nei prossimi mesi ci aspettiamo un calo dei tassi alla luce del deterioramento del contesto macro e un leggero allargamento degli spread creditizi, che finora sono rimasti relativamente sotto controllo”, conclude Scauri. “In questo contesto manteniamo il nostro posizionamento, ossia una selezione di titoli finanziari e un sostanziale sottopeso dei titoli dei consumi e ciclici. Un potenziale taglio dei tassi è positivo per le valutazioni azionarie nel lungo periodo, ma la portata del rallentamento del ciclo economico dovrà essere valutata nei prossimi mesi”.

USA, dubbi sui dati ufficiali di crescita economica. I conti non tornano

“Mistero” dei dati sulle entrate fiscali USA, che sono in caduta verticale: con la piena occupazione i redditi dovrebbero generare un aumento delle entrate fiscali, non una diminuzione…

Di Maurizio Novelli*

Negli Stati Uniti, lo scenario in corso evidenzia due circostanze preoccupanti:  le insolvenze ufficialmente registrate dai tribunali americani crescono, ma le perdite accusate dal sistema finanziario sono sempre ferme a livelli infimi, semplicemente perché le banche non contabilizzano i NPL (non performing loan, ndr) e le perdite sui crediti.

E la Cina? In Cina le cose non vanno diversamente, poiché la seconda economia mondiale non è messa così diversamente dalla prima (USA). Diciamo che i problemi sono gli stessi ma in settori differenti, con un’importante distinzione: la Cina ha risparmio interno (come il Giappone negli anni 90) per gestire la Balance Sheet Recession, mentre gli Stati Uniti dipendono dal risparmio di Giappone ed Europa per finanziare tutto il leverage che hanno in circolazione. Di conseguenza, se tutto il risparmio occidentale deve rimanere in America per finanziare il debito pubblico e privato USA, il resto dell’economia mondiale non può crescere. Questo è il principale motivo per il quale BOJ non può modificare la politica monetaria e deve, suo malgrado, operare come succursale della FED, stampando JPY che vengono venduti per acquistare USD e sottoscrivere debito USA.

Nonostante questo QE “indiretto”, la liquidità mondiale in USD è comunque in contrazione. La grande abbuffata di debito fatta nell’era del QE sta iniziando a scricchiolare da tutte le parti e non dipende solo dai tassi d’interesse più alti, dipende anche da cosa ha spregiudicatamente finanziato (dal private Equity al Venture Capital e alle aziende quotate in borsa che non hanno mai fatto utili), con i soldi quasi gratis. Da qui la domanda: a cosa servono gli asset finanziari, in particolare le borse e il credito, che non rispecchiano più l’andamento dell’economia reale e i fondamentali delle società?

In questo senso, occorre fare una netta distinzione tra “narrazione” e realtà. Infatti, il termine “narrazione” è stato coniato negli ultimi mesi per evidenziare silenziosamente che la realtà è forse diversa. Ogni giorno ricevo decine e decine di papers di ricerca e centinaia di pagine di analisi sull’ultimo decimale dell’inflazione, sul centesimo di variazione del Pil e sulle prospettive di variazione micro decimale dei tassi decennali; ed anche ricerche settimanali sulle previsioni del livello dei FED Funds a 3/6 mesi (sempre sbagliate) e sulle parole, virgole e punti utilizzati nei verbali della FED. E poi migliaia di analisti che producono altrettante migliaia di pagine di analisi – già inutili a fine giornata – dove il futuro del mondo sembra essere definito in previsioni sempre “politicamente corrette” e poco sorprendenti, tutte finalizzate a definire “normale” tutto quello che ci accade intorno da mesi, ma che normale non lo è affatto.

Migliaia di persone, pertanto, analizzano l’economia per dire che non succede mai nulla e che tutto rimane sempre nella “normale distribuzione statistica” degli eventi, anche nelle difficoltà attuali, dove tutti sono pronti a intravedere gli inizi di un nuovo bull market non appena i “modesti” problemi strutturali attuali verranno risolti. Nel frattempo, qualora nessuno se ne fosse accorto, le istituzioni governative hanno iniziato a mascherare la crisi massaggiando in modo sempre più evidente i dati macro. Per esempio, nessuno riesce a capire come è possibile che le entrate fiscali del governo USA siano in caduta verticale, nonostante la piena occupazione e l’economia che (sulla carta) continua a crescere: tutte le volte che questo è accaduto l’economia era in recessione. Se c’è la piena occupazione, dovrebbe essere normale che i redditi generati vengano tassati e procurino un aumento delle entrate fiscali, non una diminuzione.

Il mistero non è stato risolto, ma i dubbi sulla veridicità dei dati USA crescono ogni mese che passa. Il partito Repubblicano ha accusato l’amministrazione Biden di taroccare i dati sul mercato del lavoro e sull’economia per fini elettorali: nulla di più probabile. Ma cosa dire dell’economia UK che, pur attraversando la peggiore crisi dagli anni 70 con caduta verticale dei redditi reali, impennata dei costi di finanziamento sui mutui (90% dei mortgage UK sono a tasso variabile), crisi dei fondi pensione, Brexit e una inflazione tra la più alta dei paesi occidentali, non “riesce” ad evidenziare un PIL in recessione?

Recentemente il governo cinese ha ordinato ai media di non enfatizzare le notizie negative sull’economia e i dati pubblicati sono sottoposti a “restrizioni” sui dettagli di composizione per “ragioni di sicurezza nazionale”. Alcuni economisti troppo “indipendenti” sono anche finiti in carcere. La stessa cosa è stata applicata per le aziende quotate che sono “sensibili” per la sicurezza nazionale. Quindi a cosa servono asset finanziari che non rispecchiano più l’andamento dell’economia reale? Le risposte sarebbero molteplici, e non certo positive.

*Gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund

Revisione del PNRR efficace mossa strategica, ma vanno risolti i problemi per i giovani

Il Governo sta attuando la rimodulazione del PNRR richiesta dalla Commissione Europea, ma serve un’accelerazione sulla tabella di marcia per non accumulare altri ritardi, soprattutto sui giovani.

Le proposte di modifica al PNRR relative alla quinta rata, comunicate al Governo e alla Commissione Europea lo  scorso 7 agosto, stanno portando a una revisione significativa del Piano stesso. Le proposte includono il differimento temporale di tredici obiettivi e l’eliminazione di sei obiettivi, che verranno finanziati attraverso altre fonti. Inoltre, c’è l’integrazione di una milestone relativa alla nuova misura della c.d. ZES Unica. Si tratta della Zona Economica Speciale, e cioè un’area del Paese in cui l’esercizio di attività economiche e imprenditoriali da parte delle aziende già operative (e di quelle che si insedieranno) può beneficiare di speciali condizioni, in relazione agli investimenti e alle attività di sviluppo dell’impresa.

Queste modifiche, se approvate, comporterebbero una significativa semplificazione della struttura del Piano, riducendo il numero complessivo di risultati, target e milestone da raggiungere entro il 31 dicembre 2023. La quarta rata, che include ventotto obiettivi, è attualmente in fase di verifica da parte dei servizi della Commissione Europea, con l’obiettivo di garantire il pagamento dei 16,5 miliardi di euro entro la fine dell’anno. Secondo Giordano Guerrieri (nella foto in basso), CEO di Finera, “è una mossa strategica per adattare il PNRR alle esigenze attuali e garantire una maggiore efficacia nell’attuazione delle misure. Queste modifiche sono fondamentali per garantire che il PNRR sia allineato alle esigenze del Paese e che gli obiettivi possano essere raggiunti in modo più efficace”.

Il Piano comprende il capitolo RepowerEU, che è cruciale per migliorare la competitività, la sicurezza energetica e la sostenibilità ambientale, come richiesto dalla Commissione Europea. In tal senso, il Governo sta attuando un lavoro molto delicato, in quanto da un lato vede la rimodulazione complessiva del PNRR, che è ancora al vaglio di Bruxelles, e dall’altro prevede un’accelerazione sulla tabella di marcia al fine di non accumulare ulteriori ritardi. A tutto questo va aggiunta la preoccupazione degli enti locali, poiché alcune modifiche del Piano comportano la cancellazione o il ritardo di finanziamenti per progetti già avviati. Il Governo sta però già collaborando con gli enti locali per garantire che tali progetti non vengano compromessi e che vengano adottate misure adeguate per garantire la rendicontazione degli obiettivi. “Il Governo sta affrontando una sfida molto difficile, per la quale sta però attuando una strategia che permetterà di migliorare e adattare il PNRR alle esigenze attuali del sistema Paese e alle richieste della Commissione Europea”, aggiunge Giordano Guerrieri.  

In tema di revisione del PNRR si fa sentire anche il Consiglio Nazionale dei Giovani, che chiede  a gran voce la creazione di quote finanziarie di riserva generazionale in alcuni interventi. Infatti, secondo ANAC in 7 appalti su 10 non è stata rispettata la clausola di assunzione dei giovani, nel 40% dei casi senza neanche specificare il motivo della mancata applicazione della norma. Per bocca della presidente Maria Cristina Pisani (nella foto), il Consiglio Nazionale dei Giovani ha effettuato alcune richieste specifiche. In particolare, è stato chiesto al Governo di implementare una fiscalità generazionale, con sgravi fiscali maggiori, o bonus rafforzati riservati agli under 36; inoltre, di ricollocare i 358 milioni di euro non impiegati a favore dell’imprenditorialità giovanile, aggiungendo alla tipologia dalla vocazione turistica anche quella creativa e culturale.

Le ragazze ed i ragazzi sono tra i più colpiti dalla povertà energetica, con una situazione finanziaria molto precaria che li rende maggiormente vulnerabili di fronte agli squilibri macroeconomici e ai crescenti costi energetici. Pertanto, il Consiglio Nazionale dei Giovani aggiunge che è necessario garantire un’effettiva assegnazione degli alloggi agli studenti che ne hanno bisogno, e assicurare l’assegnazione di borse di studio a tutti gli studenti idonei, grazie anche al raggiungimento della milestone sul Servizio Civile Universale. In particolare, il problema del c.d. housing universitario – di cui si parla molto spesso sui media – secondo Maria Cristina Pisani richiede un’accelerazione dell’investimento degli oltre 960 milioni di euro già stanziati per la realizzazione di nuovi alloggi (60.000 posti aggiuntivi entro giugno 2026), poichè solo il 5% degli studenti ha accesso alle residenze universitarie, a fronte del 20% per i giovani del resto d’Europa”.

L’azione restrittiva della Bank of Japan potrebbe essere rinviata

Secondo Marcel Zimmermann (Lemanik), L’indebolimento dell’economia cinese si sta facendo sentire, ma le valutazioni delle azioni asiatiche restano interessanti nel medio termine.
 
“I mercati valutari in Asia sono rimasti molto volatili. La pressione deflazionistica della Cina sta facendo scendere i dati dell’IPC (indice prezzi al consumo) in tutta la regione. Questo potrebbe rimandare a una data successiva un’eventuale azione restrittiva della Bank of Japan“. È l’analisi di Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity.

I continui segnali negativi di indebolimento dell’economia cinese hanno pesato sul sentiment regionale. Il governo e la Banca centrale cinese hanno introdotto misure di sostegno, ma molto al di sotto delle aspettative del mercato. Gli investitori stranieri continuano a scaricare le posizioni azionarie in Cina a causa della debolezza della risposta del governo alla debolezza economica e delle continue tensioni geopolitiche con gli Stati Uniti. La banca centrale cinese ha tagliato inaspettatamente i tassi di riferimento in agosto. La debole crescita del credito e l’aumento della pressione deflazionistica continuano a pesare sull’economia cinese.

La regione asiatica sta risentendo del rallentamento della seconda economia mondiale. Gli indici PMI di Cina, Taiwan, Corea del Sud, Vietnam e Malesia sono in territorio di contrazione. Solo i PMI di Giappone, Indonesia, Filippine, Thailandia e India continuano a segnalare un’espansione. La performance settoriale del fondo riflette chiaramente l’attuale incertezza, con settori difensivi come l’assistenza sanitaria, le telecomunicazioni e i beni di prima necessità che hanno sovraperformato, mentre i segmenti tecnologico, industriale e dei beni di consumo discrezionali sono risultati deboli. L’andamento dei mercati geografici ha rispecchiato in parte la situazione economica, con il Giappone che ha superato gli altri mercati.

Deludente il risultato dei mercati ASEAN, che dal punto di vista economico si trovano chiaramente in una situazione migliore. La Cina/Hong Kong ha sottoperformato tutti i mercati, ma ha registrato un rally di sollievo a fine agosto grazie alle speranze di ulteriori azioni governative. “In questo contesto, abbiamo preso parzialmente profitto sugli investimenti nel segmento tecnologico giapponese a favore di settori orientati al mercato interno e abbiamo tagliato alcune posizioni sottoperformanti, aumentando però altri investimenti nella stessa regione”, continua Zimmermann. “Manteniamo la nostra opinione secondo cui le valutazioni dei titoli azionari asiatici restano interessanti in un orizzonte di medio termine e si collocano attualmente nella parte inferiore della loro fascia di valutazione di lungo periodo”.

Emergenza economia, sarà un autunno nero per i consumi. Chiudono 120.000 imprese

Il 6% delle imprese non ottiene credito e il 56,3% di esse rinuncia. Nel 2023 circa 120.000 aziende avranno chiuso i battenti a causa di costi fuori controllo e degli indicatori di produttività crollati.

Le imprese italiane stanno vivendo in questi mesi un periodo molto delicato, e ancora di più lo sarà l’autunno. L’analisi “Congiuntura Flash” del centro studi di Confindustria ad esempio ha messo in evidenza una frenata del PIL che nel secondo trimestre del 2023 è rimasto sostanzialmente fermo.

L’aumento dei tassi sta frenando la crescita, visto che la BCE ha portato a 4,50% il tasso di sconto. La conseguenza è che il credito, sia per le imprese che i consumatori, costa di più ed aumenta anche la difficoltà ad ottenerlo: il costo del denaro è aumentato di 4,81 punti, e il credito bancario tende a ridursi (-2,9% annuo a maggio). Istat e Banca d’Italia, infatti, stanno rilevando una domanda del credito fortemente rallentata dal costo eccessivo, con il 6% delle imprese che non ottiene credito, e il 56,3% delle stesse che rinuncia per le proibitive condizioni. Per non parlare del costo dei carburanti che continua a salire, nonostante la discesa del greggio: per la benzina siamo ai massimi da metà aprile, per il gasolio dai primi di marzo.

Sembrerebbe che a causare tutto ciò sia il calo delle scorte Usa di prodotti raffinati, insieme allo stop di alcune raffinerie in Europa, Stati Uniti e Asia. E con le vacanze tutto è diventato più salato: per esodo e controesodo estivo si ipotizzano in 800 milioni i maggiori costi sostenuti dai cittadini, cosa che potrebbe impattare sui consumi dell’autunno. Secondo le stime delle associazioni di categoria infatti, dopo la stagione turistica si avrà un rallentamento forte dei consumi nell’ultima parte dell’anno, e con uno scenario del genere, nel 2023, il dato complessivo in termini di chiusure di imprese potrebbe ammontare a circa 120.000 aziende che chiudono i battenti a causa di costi fuori controllo e indicatori di produttività crollati, secondo i dati di Confcommercio.

“Le imprese che non studiano attentamente i loro numeri rischiano di saltare” afferma Pasquale Abiuso (nella foto), esperto di strategie di gestione aziendale. “I costi improduttivi, che non portano un ritorno certo vanno immediatamente tagliati, così come vanno liquidati immediatamente i prodotti in magazzino che non girano o i servizi che non si vendono, per recuperare cassa. E’ arrivato il momento per gli imprenditori di diventare maniacali circa i numeri aziendali, imparare a fare marketing, studiare la concorrenza e non navigare a sensazione come spesso accade nelle PMI italiane” continua Abiuso. “Le aziende italiane devono strutturarsi velocemente per fronteggiare i momenti avversi del futuro e gli imprenditori devono mettere in atto dei processi efficaci di delega lasciando da parte il tanto blasonato ‘chi fa da sé fa per tre’. e in tutto ciò la ricerca di talenti da inserire in azienda sarà un tema cruciale per il prossimo futuro” conclude Abiuso.

Nel frattempo, continua far discutere il fenomeno delle “grandi dimissioni”. Secondo l’economista Anthony Klotz, colui che nel 2021 aveva coniato il termine “Great resignation“, la stagione delle grandi dimissioni sarebbe giunta al capolinea. A spingerlo in questa direzione sono i numeri degli Stati Uniti, che nel 2022 – con 50 milioni di lavoratori che hanno dato le dimissioni, stando al Bureau of Labor Statistics – stanno tornando ai livelli del 2019. In Italia, invece, il numero di dimissioni continua a essere insolitamente alto: nel 2022  1.255.706 persone si sono dimesse da un contratto stabile, il 24% in più rispetto al 2019. “Al di là di quanto dimostrano le statistiche degli ultimi mesi e anni, il concetto di fondo è chiaro: la loyalty aziendale ha perso appeal, e sempre più dipendenti sono propensi a valutare seriamente nuove opportunità di carriera” spiega Carola Adami (nella foto), head hunter e fondatrice di Adami & Associati.

Gli elementi e le tendenze che spingono in questa direzione sono tanti. Innanzitutto, chi oggi cerca un impiego desidera conciliare vita privata e lavorativa. E’il c.d. work-life balance, che nella maggior parte dei casi viene considerato ancora più importante rispetto all’entità dello stipendio: orari flessibili, smart working e utilizzo funzionale delle nuove tecnologie sono i principali fattori ricercati dai lavoratori, insieme ad uno stipendio “equo”, definito all’interno di una offerta economica in grado di raccogliere l’attenzione dei potenziali candidati e di definire un eventuale piano di carriera attraverso corsi di formazione, aggiornamenti e promozioni al raggiungimento di risultati non esclusivamente quantitativi.

Affitti turistici: dietro la stretta sui B&B alcune verità accuratamente nascoste

Di recente si è aperto il dibattito sui B&B a conduzione familiare e sui limiti da apporre ad un settore in grande espansione, che genera reddito aggiuntivo e occupazione. Il caro-affitti? Una balla.

L’Italia, da sempre, è il terreno delle verità nascoste e delle lobbies che condizionano le scelte politiche sui vari settori produttivi, soprattutto quando i fenomeni spontanei di mercato generano nuovi trend sulla scia di altrettanto spontanei comportamenti dei consumatori. E così, dopo cinque anni di grande sviluppo del mercato dei B&B a conduzione familiare, e in conseguenza della nascita di migliaia di strutture private che hanno creato nuovo reddito, nuova occupazione e un indotto non indifferente (ristrutturazioni edilizie e imprese di pulizia, in primis), le lobbies contrarie allo sviluppo di tale segmento di mercato – albergatori i maggiori sospettati, ma non soltanto loro – hanno cominciato a martellare il Parlamento e il Governo, tradizionalmente molto attenti alle sollecitazioni dei gruppi di influenza stabilmente presenti nelle Istituzioni, con le loro istanze tese a limitare l’attività privata di ricettività turistica e ospitalità.

Queste lobbies, peraltro, sono molto attive in tutta Europa e anche fuori dal continente. Infatti, da Amsterdam a San Francisco, da Barcellona a Parigi, sono sempre di più le metropoli che  hanno messo un limite agli affitti turistici e alle piattaforme più conosciute, come Airbnb o Booking. Dallo scorso 5 settembre, per esempio, a New York è scattata una legge in base alla quale potranno essere dati in affitto breve solo gli appartamenti dove i proprietari (o gli affittuari che possono sub-affittare) risiedono in prima persona e sono effettivamente presenti. Si tratta di una limitazione che escluderà di fatto dal mercato migliaia di case di proprietà di famiglie o imprese professionali, al fine di permettere un rientro di quegli immobili sul mercato degli affitti residenziali, aumentare l’offerta e far abbassare i prezzi: a luglio scorso il prezzo mediano di un affitto da 50 mq a Manhattan è arrivato a 4.400 dollari al mese, a Brooklyn 4.000 e al Queens 3.600.

Questa misura sta facendo discutere, poiché taglia fuori anche le famiglie che trovano nell’affitto breve un modo per integrare il proprio reddito. Il tema è molto sentito in Italia, che è una delle poche grandi mete turistiche internazionali a non aver previsto – per fortuna – alcuna limitazione. Ma tale stato di grazia non continuerà ancora a lungo, poiché si sta già lavorando ad una stretta annunciata dal ministro del Turismo Daniela Santanché, e questo non promette bene. In Italia, dove la competenza sul settore è contesa tra governo, Regioni e Comuni, il mercato degli affitti brevi/brevissimi è anche superiore a quella di New York. Nel nostro Paese sono circa 600.000 le case in affitto sulle piattaforme, con punte di 25 mila a Roma e quasi 20 mila a Milano, città che hanno rispettivamente tre e sei volte meno abitanti rispetto a New York. Inoltre, i B&B sono letteralmente ramificati in tutti i comuni italiani, e offrono un servizio di qualità mediamente elevata, garantendosi così un alto livello di fidelizzazione della clientela.

Tutto questo, evidentemente, dovrebbe scoraggiare del tutto le ipotesi di limitazione delle attività di Bed & Breakfast, dal momento che il mercato specifico dà lavoro in Italia a più di un milione di persone, tra gestione diretta e indotto, e realizza un fatturato annuo superiore a dieci miliardi, con un gettito fiscale diretto superiore a due miliardi. Eppure, le lobbies operanti in Parlamento sono riuscite a far passare il messaggio secondo cui, a causa del boom degli appartamenti adibiti a B&B, l’offerta di immobili in locazione si sarebbe ristretta fino al punto di generare un (inesistente) fenomeno del “caro-affitti”. Invece, gli aumenti dei canoni sono tutto sommato contenuti, in misura inferiore al 10% nel periodo di maggiore inflazione (2022-2023 I semestre), e sono stati determinati quasi interamente dall’aumento dell’indice dei prezzi al consumo, che il mercato degli affitti brevi subisce, e non contribuisce certo ad aumentare.

Su tutto, il desiderio dei piccoli investitori immobiliari di non essere costretti ad affittare i propri immobili con contratti di medio-lungo periodo, sopportando così un “rischio-inquilino” giunto a percentuali davvero preoccupanti: nell’ultimo anno, il 50% dei conduttori fa fatica a pagare con regolarità i canoni di locazione, oppure non riesce a pagarli affatto; questo per via del continuo abbassamento del potere d’acquisto, e non certo del rialzo dei canoni. Inoltre, la diminuzione del livello dei redditi ha raffreddato notevolmente la domanda di affitti dei conduttori più giovani, ossia degli inquilini che tradizionalmente hanno costituito l’ossatura del mercato delle locazioni. Costoro, infatti, sono costretti a rimandare a tempi migliori i progetti di abitazione al di fuori della casa dei genitori.

Sotto il “tappeto” della possibile stretta sugli affitti brevi, quindi, cova la polvere accumulata dal Governo e dai media, impegnati a nascondere scomode verità da tenere accuratamente schermate da “balle” di notevole caratura, come quella del caro-affitti. Finchè qualcuno non deciderà che è arrivato il momento di parlarne sul serio.