Giugno 10, 2026
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Politica Economica

Il mercato mondiale del credito verso il collasso. Parola d’ordine: rinviare i defaults nel tempo

Il colossale debito contratto dal sistema in 14 anni di QE ha iniziato a cedere. Il recente declassamento del rating del debito sovrano USA è solo la punta dell’iceberg di un sistema al collasso.

Di Maurizio Novelli*

Mentre tutto sembra sopito sotto il manto della bassa volatilità e gli indici delle borse mondiali si aggrappano vicino ai massimi storici, silenziosi ma importanti eventi confermano l’ingresso nella prima fase della crisi da debito che sta iniziando a diffondersi nell’economia mondiale.

L’attenzione dei media verso la Cina serve a concentrare il focus sui problemi degli altri per nascondere i propri. La Cina, invece, è la punta dell’iceberg del debito fatto a tassi bassi per finanziare l’acquisto di asset a bassa redditività. Il mercato dei Leverage Loans, di cui sono infarcite le banche statunitensi e lo Shadow Banking System (Mutual Funds, CLO, Hedge Funds ecc) è, in questi mesi estivi, impegnato in un disperato tentativo di negoziare un allungamento delle scadenze dei prestiti che stanno giungendo a maturazione e non sono rimborsabili dai debitori insolventi. Il tentativo di evitare i default allungando le scadenze non modifica comunque il profilo finanziario del debitore, che anzi si ritrova ad essere comunque oberato da tassi d’interesse piu’ alti e con un business che, già durante l’era del QE e dei soldi facili, non riusciva a stare in piedi.

La strategia di rinviare e diluire le insolvenze a data futura è il classico meccanismo che porta alla Balance Sheet Recession di stampo giapponese. Recentemente, Bloomberg ha pubblicato un articolo sui rischi di crisi del mercato dei Leverage Loans e sui tassi di default pendenti che rischiano di innescare una crisi di rifinanziamento per un mercato che vale 1,5 trilioni di USD. Le Banche USA che hanno in posizione tali prestiti, i fondi d’investimento e i CLO stanno spingendo per l’allungamento delle scadenze dei rimborsi, dato che moltissime aziende non sono in grado di ripagare il debito. Le aziende in questione hanno business “zombie“, e per questo motivo non saranno mai in grado di ripagare i prestiti, ma ora la priorità è rimandare i defaults nel tempo. Anche con gli Student Loans e il Private Credit, che valgono 1,5 trilioni di USD ciascuno, si è fatto lo stesso: posticipare la moratoria sui pagamenti di interessi e capitale per non scatenare un’ondata di default sulle cartolarizzazioni ABS outstanding.

Solo questi segmenti del mercato del credito valgono 4,5 trilioni di USD, il 20% del PIL USA. Vedremo cosa accadrà ai prestiti subprime di auto, carte di credito, commercial real estate che stanno evidenziando un aumento delle insolvenze.

Il colossale debito contratto dal sistema in 14 anni di QE ha iniziato a cedere, e questo è solo l’inizio. Il recente declassamento del rating del debito sovrano USA è solo la punta dell’iceberg di un sistema al collasso, dove il peggioramento della qualità del credito del governo USA (la tripla A per eccellenza), fa intravedere, per chi vuole guardare oltre, come può essere la qualità del credito di tutto il resto che ci sta sotto. Infatti, mentre tutto il dibattito si è concentrato sul debito federale fuori controllo, nessuno ha parlato di cosa sta succedendo a livello di singoli stati e municipalità, dove la situazione, se è critica a livello federale, è particolarmente più seria e grave a livello locale: altri 3,2 trilioni di USD (12,5% del PIL) sono sotto minaccia di downgrading con elevati rischi di solvibilità.

Pertanto, il peggioramento strutturale della qualità del credito in circolazione sarà la caratteristica del lungo periodo di crisi che si apre dopo gli interventi straordinari post Covid. Il problema è che l’allungamento delle scadenze avviene a tassi che rendono il debitore ancora più insolvente di prima. Quindi lo scenario di Balance Sheet Recession è ora cominciato, e trilioni di USD di liquidità rimarranno incagliati in posizioni di finanziamento a business che non producono profitti, e a debitori insolventi per evitare di innescare defaults e insolvenze a cascata. Questa gigantesca allocazione di capitale verso attività in perdita e insolventi continuerà a compromettere la redditività di sistema, e peggiorerà ulteriormente il moltiplicatore del debito, costringendo l’economia globale in uno scenario di long landing giapponese. Chi era già virtualmente fallito durante l’era dei tassi a zero e dell’economia in crescita, difficilmente diventerà solvibile con i tassi al 5% e l’economia in stagnazione.

*Gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund

Economia mondiale: tassi fermi in Europa e Usa, ma c’è il rischio Cina

L’economia dell’Eurozona continua a ristagnare, ma la Bce effettuerà al massimo un solo rialzo dei tassi. Negli Usa si intravede un “soft landing”. In Cina il sistema bancario in crisi di liquidità.
 
“Prosegue l’espansione economica della fase avanzata del ciclo, nonostante l’indebolimento della crescita e quello che può essere definito un inasprimento della politica monetaria. L’attività economica si mostra più resiliente di quanto previsto ancora pochi mesi fa. Nel breve periodo sono pressoché assenti segnali di recessione incombente. Tuttavia, destano preoccupazione il rallentamento cinese e le crescenti tensioni nel settore immobiliare e in quello finanziario”. È la view di Michael Blümke, Senior portfolio manager di Ethenea Independent Investors.
 
Sebbene i tassi di disoccupazione stiano lentamente risalendo dai recenti minimi record, le condizioni dei mercati del lavoro restano tese. La fiducia dei consumatori continua a migliorare rispetto ai precedenti minimi. Indicatori anticipatori come il Purchasing Managers’ Index confermano il quadro di rallentamento economico. Mentre il terziario perde rapidamente slancio, il trend discendente del settore manifatturiero sembra per ora essersi arrestato, anche se le cifre continuano a indicare una contrazione. Si profila quindi sempre più chiaramente la fine dell’inasprimento monetario, confermato dal calo dell’inflazione complessiva, anche se l’inflazione di fondo resta elevata, soprattutto nel settore dei servizi. Non va pertanto sottovalutata la determinazione delle banche centrali a riportare l’inflazione al livello obiettivo del 2%. Un ritardo nel raggiungimento di tale target o addirittura un’accelerazione dell’indice dei prezzi costringerebbe le banche centrali a schiacciare nuovamente il pedale del freno, inasprendo nuovamente la politica monetaria e rischiando di innescare una recessione. Attualmente, però, non ci attendiamo alcun intervento sui tassi, o al massimo un solo rialzo, da parte delle due principali banche centrali.
 
USA – In un contesto caratterizzato da solidi consumi, inflazione in calo e ripresa degli investimenti aziendali permane la speranza di un cosiddetto “soft landing“. La crescita dell’economia statunitense ha accelerato nel secondo trimestre, superando quella degli altri Paesi sviluppati. Anche se nei prossimi mesi l’effetto ritardato della politica monetaria e l’inasprimento degli standard di concessione del prestito continueranno a gravare sull’economia, il modello GDPNow della Federal Reserve di Atlanta prevede una crescita reale del 5,6% annualizzato nel terzo trimestre dell’anno. Una stima tendenzialmente 

troppo elevata, ma il trend non indica alcun massiccio indebolimento. La debole ripresa nel settore immobiliare e in quello manifatturiero corrobora questa tesi. Il moderato calo della domanda di manodopera e il rallentamento della crescita dell’occupazione fanno prevedere una graduale distensione del mercato del lavoro. È evidente che la banca centrale statunitense è riuscita finora a ridurre la domanda complessiva e a far scendere l’inflazione al 3,2% senza causare un aumento della disoccupazione. Tuttavia nel corso del summit di quest’anno a Jackson Hole il presidente della Fed, Jerome Powell, ha ribadito chiaramente che il compito della banca centrale non si è ancora concluso e che una nuova accelerazione dell’attività economica potrebbe costringere la Fed a operare ulteriori rialzi dei tassi.
 
Eurozona – I dati del Pil del secondo trimestre indicano che l’economia della regione ha superato la recessione tecnica in cui era scivolata nel quarto trimestre del 2022. L’economia dell’area euro continua tuttavia a ristagnare, con Germania e Italia che si distinguono per la crescita molto debole. Ciò che risulta particolarmente preoccupante è la contrazione in atto nel terziario, che nel primo semestre di quest’anno aveva trainato la ripresa. Ad agosto il Purchasing Managers’ Index ha subito una drastica flessione, precipitando in territorio negativo. La fiducia dei consumatori è risalita dai precedenti bassi livelli, favorita dalla solidità del mercato del lavoro, mentre i dati “hard” hanno deluso su quasi tutta la linea. Il settore manifatturiero ha risentito della debole domanda estera, quello immobiliare resta sotto pressione e, malgrado il miglioramento dell’inflazione complessiva, l’inflazione di fondo persiste a quota 5,5%. I tassi reali sono pertanto scesi in territorio negativo e la Bce resta quindi alle prese con il dilemma di dover operare una stretta malgrado il rallentamento economico. Prevediamo tuttavia che la Bce effettuerà al massimo ancora un solo rialzo, per poi prendersi una pausa in attesa della pubblicazione dei prossimi dati macro.
 
Cina – Quest’anno l’economia cinese avrebbe dovuto imprimere slancio alla crescita globale, invece in agosto l’economia ha subito un ulteriore rallentamento, malgrado la ferma intenzione delle autorità di sostenere la congiuntura. Il crollo del mercato immobiliare ha nuovamente causato effetti negativi, innescando una crisi di liquidità nel sistema bancario ombra e ulteriori insolvenze tra le società immobiliari. Per contenere la crisi, Il Politburo ha ripetutamente sottolineato la necessità di misure politiche mirate volte a ripristinare la fiducia del settore privato, stimolare gli investimenti e i consumi e sostenere il settore immobiliare. Fatta eccezione per i due ribassi dei tassi operati dalla Banca centrale cinese, non sono state varate misure di supporto fiscale su larga scala. L’obiettivo di una crescita del Pil del “5% circa” nel 2023 appare sempre più irraggiungibile. A questo quadro non proprio positivo va ad aggiungersi il fatto che la Cina è alle prese con la deflazione, mentre la maggior parte dei paesi sviluppati si trova ancora a combattere contro livelli di inflazione eccessivi.

Schmidt, ETHENEA: la Bce potrebbe alzare i tassi a settembre, la Fed invece no

Affinchè la BCE decida sui tassi sarà decisivo il dato dell’inflazione. La Fed salterà un giro, ma potrebbe alzare i tassi tra novembre e dicembre in caso di nuove spinte inflazionistiche.
 
“Gli effetti della stretta monetaria sul mercato del lavoro statunitense e la discesa dell’inflazione rendono poco probabile un rialzo dei tassi della FED a settembre, che potrebbe invece avvenire a novembre o dicembre. La crescita economica debole e l’alta inflazione in Europa rendono invece plausibile un nuovo rialzo dei tassi da parte della BCE“. È l’analisi di Volker Schmidt, senior portfolio manager di Ethenea Independent Investors.
 
Dopo che nella riunione di luglio la FED ha alzato i tassi di interesse di riferimento ai massimi da 22 anni, i banchieri centrali hanno lasciato aperta la porta a ulteriori rialzi nel caso in cui l’economia statunitense dovesse guadagnare slancio. La performance economica sembra aver sorpreso in positivo: la stima della FED di Atlanta sulla crescita annuale del Pil (GDPNow) a metà agosto è stata alzata a sorpresa al 5,9%, pari a circa tre volte il tasso di crescita neutrale stimato. E questo dopo uno dei cicli di rialzo dei tassi di interesse più brevi della storia degli Stati Uniti, effettuato proprio con l’obiettivo di domare l’economia.
 
Dato il focus della FED sulla lotta all’inflazione e sul raggiungimento della piena occupazione, c’era molta attesa per gli ultimi dati sul mercato del lavoro statunitense e ci sono segnali che il tanto atteso rallentamento potrebbe essere arrivato. L’occupazione rallenta: negli ultimi 12 mesi sono stati creati 3,1 milioni di posti di lavoro, di cui 187.000 in agosto. Poiché è cresciuto il numero di coloro che avevano abbandonato il mercato del lavoro e si sono registrati nuovamente come persone in cerca di lavoro, anche il tasso di disoccupazione ha ricominciato a salire. Il calo del tasso di licenziamenti suggerisce inoltre che i lavoratori ritengono che non sia più così facile cambiare lavoro.
 
In definitiva, gli ultimi dati mostrano che gli effetti della stretta monetaria iniziano a farsi sentire sul mercato del lavoro. Inoltre, l’inflazione è già scesa a circa il 3%. Questo è tutto ciò di cui la FED ha bisogno per mettere in pausa i suoi rialzi dei tassi. Dopotutto, il tasso della banca centrale è già ben al di sopra del tasso d’inflazione. Non ci aspettiamo quindi un altro rialzo dei tassi a settembre, ma ciò non pone fine al dibattito su un ulteriore rialzo a novembre o dicembre. Oltre alla crescita del Pil, altri dati mostrano che l’economia in generale rimane forte. Ad esempio, la spesa dei consumatori – il principale motore dell’economia statunitense – è aumentata notevolmente durante l’estate. Insieme all’aumento dei prezzi delle materie prime (in particolare del petrolio), questo potrebbe avere un effetto inflazionistico e alimentare il dibattito su ulteriori rialzi dei tassi d’interesse negli ultimi mesi di quest’anno.
 
Per quanto riguarda la BCE, i principali membri del Comitato esecutivo nell’ultimo periodo hanno evitato di dare una chiara indicazione sulla decisione di settembre sui tassi. Ad esempio, la rappresentante tedesca nel board della BCE, Isabel Schnabel, ha sottolineato che la crescita economica è stata più debole del previsto, mentre l’inflazione rimane ostinatamente alta. Con un valore del 5,3%, sia l’inflazione di fondo che quella complessiva rimangono ben al di sopra dell’obiettivo del 2% fissato dalla banca centrale. Ciò depone chiaramente a favore di un altro rialzo dei tassi. D’altra parte, è anche chiaro che il tasso d’inflazione scenderà significativamente a circa il 3,5% nei prossimi mesi a causa degli effetti base. “I prezzi dell’elettricità e del gas – conclude Volker Shmidt (nella foto) – in Europa sono esplosi un anno fa e ora sono ben al di sotto dei livelli dello scorso anno. In occasione della prossima riunione della BCE sarà presentata la nuova previsione di inflazione della banca centrale. A giugno la BCE ha previsto un’inflazione media del 3% nel 2024 e del 2,2% nel 2025. Qualsiasi aumento rispetto a questa previsione rende più probabili ulteriori rialzi dei tassi di interesse. Dato che l’inflazione è ritenuta “ostinatamente alta”, possiamo immaginare un leggero aumento nei valori previsti e quindi un altro rialzo dei tassi.

Blümke (Ethenea): crescita globale al 3%, ma l’allentamento non è finito

Non c’è nessuna recessione alle porte. Gli Usa verso un “soft landing”, mentre l’Eurozona è ancora alle prese con l’inflazione e la Cina è ancora in difficoltà.

Il nostro scenario di riferimento prevede una crescita globale al 3%, mentre non ravvisiamo alcuna recessione nel prossimo futuro. Le banche centrali comunicano la fine del ciclo restrittivo, ma un allentamento è ancora lontano”. È l’analisi di Michael Blümke, Senior Portfolio manager Ethenea Independent investors.

Malgrado il più aggressivo ciclo di inasprimento degli ultimi 40 anni, l’economia mondiale continua a dare prova di resilienza. Secondo Blümke, la congiuntura si indebolirà ancora, ma negli ultimi mesi i rischi di recessione sono decisamente diminuiti: «Il ciclo economico continua ad allungarsi. Prevediamo ulteriori trimestri di crescita bassa o addirittura negativa seguiti da una moderata ripresa. I mercati del lavoro esibiscono tuttora un eccesso di domanda e bassi tassi di disoccupazione, che contribuiscono anche al miglioramento della fiducia dei consumatori. Il sentiment risente tuttavia in una certa misura dei dati provenienti dagli indicatori anticipatori. Il trend discendente nel settore manifatturiero prosegue ininterrotto e anche il settore dei servizi sta perdendo gradualmente slancio dopo il vigore esibito ancora nel primo semestre. In particolare, l’aumento dei costi di finanziamento e l’inasprimento degli standard di concessione del credito freneranno l’espansione economica nei prossimi trimestri».

Appare inoltre evidente che l’inflazione complessiva va diminuendo con la stessa rapidità con cui era precedentemente aumentata. Sussistono tuttavia dubbi legittimi circa un raggiungimento rapido dell’obiettivo del 2% fissato dalle banche centrali. In particolare, l’inflazione di fondo continua a viaggiare a ritmi elevati, per cui, dopo una pausa temporanea, le banche centrali potrebbero vedersi costrette a riavviare la stretta monetaria.

La situazione nelle grandi regioni economiche si presenta tuttavia molto eterogenea. Negli USA, nella prima metà dell’anno l’economia statunitense non ha subito alcuna contrazione e la maggior parte dei dati recenti si è rivelata migliore delle previsioni. Tuttavia anche negli Stati Uniti la crescita subirà un rallentamento giacché gli indicatori anticipatori preannunciano un indebolimento dell’attività economica, con moderata espansione del terziario e stabilizzazione del settore manifatturiero. Non si colgono tuttavia segnali di imminente recessione. Il settore immobiliare resta debole, ma le vendite di abitazioni stanno riprendendo quota. Il calo delle pressioni salariali sembra confermare che la Fed sia riuscita a compiere progressi concreti nella riduzione della domanda complessiva e delle spinte inflazionistiche. Gli attuali dati sull’inflazione sono incoraggianti, ma il presidente della Fed, Powell, ha chiarito che è ancora troppo presto per annunciare la vittoria contro l’inflazione. Le probabilità di un cosiddetto “soft landing” appaiono sempre più realistiche.

Nell’Eurozona, l’economia ha dato prova di sorprendente tenuta nella prima metà del 2023. Prosegue tuttavia il rallentamento descritto già un mese fa. La vulnerabilità dell’economia europea si manifesta nella bassa produttività, nella debolezza delle vendite al dettaglio e in un vero e proprio crollo del settore manifatturiero. Anche il settore immobiliare resta fortemente sotto pressione e l’inasprimento degli standard di concessione del credito frena la crescita. Sul versante positivo si collocano il mercato del lavoro tuttora robusto e il netto calo dell’inflazione. Tuttavia anche in questo caso va notato che l’inflazione di fondo rimane più alta di quanto ci si auspicherebbe visti i salari in forte aumento. La BCE, che ha avviato la stretta decisamente dopo la sua controparte statunitense, si trova nella difficile posizione di dover mettere eccessivamente alla prova la resilienza dell’economia al fine di contenere durevolmente l’inflazione.

In Cina, i recenti dati economici sono stati piuttosto modesti. La forte crescita del primo trimestre non è proseguita nei mesi successivi. Il terziario, motore della ripresa all’indomani della pandemia, mostra segni di debolezza. Gli investimenti e le importazioni diminuiscono, il settore immobiliare continua a pesare sulla crescita e la domanda internazionale rimane bassa. La stabilizzazione degli indicatori anticipatori del settore manifatturiero, seppure in territorio di contrazione, potrebbe rappresentare un primo segnale positivo. Un ulteriore segnale incoraggiante giunge dalle dichiarazioni dei politici dopo la riunione del Politburo di luglio, nel corso del quale si è chiaramente sottolineata la necessità di misure politiche più mirate, volte a ripristinare la fiducia del settore privato, stimolare gli investimenti e sostenere il settore immobiliare. Attendiamo di vedere i fatti.

Una crisi, per uscire da un sistema in crisi

Solo una crisi potrebbe essere la via di uscita da un sistema la cui difesa ad oltranza porta comunque alla sua inevitabile crisi. Tutto il debito contratto a tassi bassi dovrà essere rinnovato a tassi più alti.

Di Maurizio Novelli*

Le cause dell’attuale congiuntura economica americana non sono da ricercare solo nei mistakes delle politiche monetarie, ma sarebbe opportuno chiedersi se il modello americano, costruito sulle politiche di QE, merita la colossale scommessa che i mercati finanziari stanno prezzando. L’impatto dei tassi più alti inizia solo ora a creare danni evidenti: real estate in crisi, banche in difficoltà, fondi pensione che necessitano bailout, consumi in cedimento, restrizione del credito bancario e aumento delle insolvenze. Poiché questi fenomeni sono allo stadio iniziale, è estremamente probabile che, nel migliore dei casi, il soft landing sarà piuttosto duraturo e si porterà dietro altri problemi.

Siamo ora giunti al momento fatidico in cui è necessario scegliere tra un deleverage lento ma lungo oppure profondo ma rapido. A mio parere, a causa dello stock di debito accumulato nel sistema a tassi molto bassi, non siamo in grado di permetterci un deleverage rapido come nel 2008. Il sistema non reggerebbe. È quindi molto probabile che ci sarà il tentativo di intraprendere un deleverage lento e controllato. Tutto il debito contratto a tassi bassi dovrà essere, prima o poi, rinnovato a tassi più alti. Molti operatori economici non reggeranno il rollover ai tassi attuali e le insolvenze rimarranno un fenomeno strutturale dell’economia post QE. Il lento processo di assorbimento delle insolvenze sul debito, non sopportabile a tassi diversi da zero, configura lo scenario di Balance Sheet Recession in cui ci stiamo addentrando, che con un eufemismo chiamiamo soft landing.

Il debito da rinnovare, a sua volta, ha un ulteriore problema: è stato probabilmente contratto per effettuare investimenti a redditività non più compatibile con una economia in “soft landing“, si veda il caso del private equity, venture capital, real estate commerciale ecc. Questo comporta due effetti conseguenti: riduzione delle posizioni debitorie che sostengono investimenti non più compatibili con tassi alti, liquidazione degli asset che sono a collaterale di questo debito. Il real estate commerciale è un esempio tipo, e costituisce la punta dell’iceberg del sistema: chi rinegozia il debito dal 2% al 7% muore, salvo che non riesca a vendere gli asset. Ma la vendita forzata fa scendere il valore del collaterale e peggiore la solvibilità. Si innesca quindi un meccanismo perverso di deleverage che accentua il vortice negativo. Il deleverage si ferma quando il debitore si è riposizionato in una situazione di solvibilità: può reggere il debito ai nuovi tassi e la redditività degli asset detenuti sostiene il debito in essere.

Ho la sensazione che l’intera economia mondiale (dagli Stati Uniti a UK, Australia, Canada e Cina), abbia accumulato debito per acquistare asset a redditività compatibile con tassi d’interesse molto bassi. Il problema è che, poiché il QE è durato 14 anni, la dimensione di tali posizioni è sconosciuta ma certamente colossale. Il motivo per il quale il “soft landing” potrebbe essere “giapponese” è quindi collegato a quello che abbiamo fatto in 14 anni di QE. I titoli di stato che procurano i problemi ai bilanci bancari sono un altro eclatante esempio. È chiaro che lo stesso principio va esteso agli investimenti reali nel suo complesso e non possiamo essere così ingenui da pensare che anche altri segmenti dell’economia reale non siano esposti alla stessa situazione (bassa redditività e debito più caro).

Quando sopprimi il costo del debito, tutto il break even di sistema si abbassa, quando lo alzi accade il contrario. All’inizio, le aziende cercano di contenere il problema alzando i prezzi e innescano l’inflazione, ma poi i redditi reali si contraggono, i consumi cedono e l’economia si ferma. Nel frattempo i principali paesi che sono al centro dell’export globale (Cina, Giappone e Germania) continuano a evidenziare un cedimento della domanda globale. Il Giappone è stato il principale “svalutatore” competitivo negli ultimi 12/18 mesi ma il suo export globale non cresce, anzi scende. L’economia cinese è in grave difficoltà a causa del deleverage nel settore immobiliare, per un maggiore controllo delle allegre politiche fiscali dei governi locali e per la deglobalizzazione innescata dagli Stati Uniti. Il China Reopening è stato un tema “venduto” agli investitori per sostenere l’idea della ripresa globale, ma in realtà la Cina non vuole più fare la locomotiva dell’economia mondiale sul debito. Anzi, la priorità del governo centrale è quella di avviare un deleverage controllato del sistema (tentativo di soft landing anche qui).

Maurizio Novelli – Lemanik

In sintesi, ci troviamo in una situazione congiunturale dove, per diversi motivi, le principali economie del mondo affrontano problemi strutturali di lungo periodo che vengono a maturazione tutti in una volta sola, con un fardello di debito pubblico e privato accumulato a tassi a zero, per sostenere investimenti la cui redditività non è più adeguata all’attuale livello del costo del debito. Non è ancora successo praticamente nulla, salvo una correzione dei mercati nel 2022, ma il cedimento del sistema costruito sul Quantitative Easing è appena iniziato e la criticità di questo aggiustamento “soft” dipende dalla sua durata che, a causa della leva finanziaria accumulata in 14 anni di “free debt and go”, si preannuncia piuttosto lunga.

In definitiva, solo una crisi potrebbe essere la via di uscita da un sistema (già in crisi) la cui difesa ad oltranza porta comunque ad una crisi.

* Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund

Economia mondiale: prepariamoci a un “long landing”

Il rallentamento dell’economia sarà di lunga durata. Europa esposta alla decisione americana di eliminare il fornitore di energia a basso costo (Russia) e di ridimensionare l’interscambio commerciale con la Cina.

Di Maurizio Novelli*

L’accordo in extremis sul “debt ceiling” (il c.d. tetto del debito pubblico degli Stati Uniti, ndr) conferma che il sistema economico americano si dibatte in una profonda crisi, e che cerca di sostenersi con la costante espansione della spesa pubblica, ormai unico vero supporto dell’economia. Infatti, sia nella fase di ripresa post covid sia nell’attuale fase di rallentamento, il deficit pubblico ha oscillato tra il 7% e il 10% all’anno, ma anche durante il periodo 2010 – 2019 le politiche fiscali sono state costantemente espansive. L’accordo (inevitabile) sul debito, pertanto, conferma un’ulteriore espansione della spesa pubblica del 5% per i prossimi mesi e quasi tutti i sussidi statali alla fascia medio-bassa della popolazione sono stati interamente confermati. La cancellazione di tali sussidi avrebbe innescato un’inarrestabile dinamica di default sul credito al consumo e sui mortgages, con evidenti ripercussioni sulle cartolarizzazioni di ABS e MBS, che avrebbero procurato un ulteriore aumento del rischio di credito nel sistema.

Gli student loans sono un esempio eclatante. La moratoria sui pagamenti è stata ulteriormente prorogata fino a ottobre (sarebbe scaduta il 30 giugno), consentendo a 26 milioni di famiglie americane di non pagare (ormai dal 2020) interessi e debito su 1,1 trilioni di USD, importo pari a circa il 4% del PIL. Il credito al consumo nel suo complesso è pari ora a oltre 5 trilioni di USD, oltre il 20% del PIL americano (contro il 10% del periodo pre-2008) e ha costituito, assieme all’espansione del debito pubblico, il motore della crescita. Ma nonostante tutti questi sussidi pubblici, l’economia rallenta, i consumi hanno iniziato a cedere e i tassi di default sul credito hanno iniziato a salire comunque.

Il modello capital-socialista americano, dove le aziende private e le società di credito al consumo fanno profitti sovvenzionati dai sussidi pubblici erogati a consumatori oberati dal debito, inizia a cedere in modo evidente. In realtà stava già cedendo nel 2019, ma il Covid è stata una grande opportunità per giustificare interventi straordinari di salvataggio. Gli artifici contabili per non fare uscire un PIL negativo e sbandierare un mercato del lavoro solido contrastano con i principali indicatori di consumer confidenceleading indicators (principali indicatori macroeconomici, ndr), fiducia delle imprese e cash flow in contrazione per le società quotate (inclusi i famosi “FAANG“, acronimo che indica le aziende Facebook, Apple, Amazon, Netflix e Google che operano in posizioni di monopolio e sostengono l’indice di borsa con i buy back). Le aziende multinazionali trattengono i profitti fatti all’estero nei paradisi fiscali, non pagano le tasse al governo americano e utilizzano questi profitti “tax free” per fare buy back direttamente dai paradisi fiscali per sostenere la borsa.

Investimenti e redditi reali sono in costante contrazione da anni e la borsa è diventata il principale indicatore di “benessere” dell’economia, che produce però profitti super concentrati in pochi settori. I mercati finanziari continuano a scommettere su un soft landing dell’economia ma emerge in modo sempre più evidente che il “landing” sarà di lunga durata e il fatto che potrebbe essere “soft” è semplicemente legato alle capacità di massaggiare i dati sul PIL.

(Nel grafico: La verticale caduta dei leading indicators non ha procurato dati negativi sul PIL USA).
Finora questo meccanismo è stato facilitato da un contesto di alta inflazione, che ha consentito ai governi di “produrre” dati reali di PIL gonfiati dall’applicazione di un deflatore (tasso d’inflazione utilizzato per calcolare il PIL reale) nettamente più basso dell’inflazione effettiva rilevata. Questo trucchetto diventa più difficile quando l’inflazione rientra in parametri più normali.

L’economia americana appare ora disperatamente focalizzata a cercare di sostenere un modello di sviluppo basato su un debito pubblico e privato insostenibile e un mercato finanziario che non può permettersi nessun cedimento, dato che una cosa sostiene l’altra e viceversa (il debito sostiene la crescita e il mercato finanziario sostiene il debito). Ma questo meccanismo può reggere solo se la ricchezza prodotta si distribuisce in modo diffuso nel sistema e alimenta una crescita generale dei redditi che sostengono un debito in costante accumulazione. Appare evidente che attualmente non è così. (Nel grafico: La linea verde indica l’andamento della concentrazione di ricchezza detenuto dal top 0,1% della popolazione USA dal 1980. Fonte Federal Reserve).

Cercare però di modificare ora questo sistema appare alquanto difficile, dato che, in un contesto di alta inflazione, i redditi reali devono scendere e non salire per frenare la domanda, ma il debito (pubblico o privato) deve continuare a salire comunque, perchè se il debito si contrae il ciclo economico va a picco. I tassi d’interesse dovrebbero rimanere bassi per sostenere il debito che sostiene il ciclo dei consumi, ma ormai siamo usciti da questo scenario da oltre 12 mesi e non sappiamo ancora quale sarà il notevole impatto effettivo delle politiche monetarie sull’economia. L’inflazione ha già scardinato il sistema e l’indice di borsa rimane l’ultimo baluardo di difesa sulla psicologia di massa prima della crisi, ma per reggere richiede un esasperato scostamento dai fondamentali che a sua volta spiazza gli investitori a favore degli speculatori. Per sostenere questo mercato, le poche aziende che possono permetterselo devono continuare inesorabilmente a fare buy back, sottraendo risorse agli investimenti reali e accentuando la stagnazione dell’economia, che richiede poi costante debito pubblico per sostenersi. Nel frattempo, la Germania e l’Europa sono esposti alle decisioni di geopolitica degli Stati Uniti, che hanno portato alla eliminazione del fornitore di energia a basso costo (Russia), e ora puntano a ridimensionare l’interscambio commerciale con la Cina, principale partner commerciale dell’Europa e del Giappone.

A questo punto, mentre si cerca di convincere tutti che il “soft landing” non comporta alcun rischio, nessuno può sapere quanto un “soft landing” prolungato possa tenere, e se non rischia invece di trasformarsi in un “hard landing” strada facendo, e di accentuare i problemi strutturali, anziché risolverli.

* Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund

Conca, Zest: economia Usa verso la recessione, rallentamento per l’Eurozona

La storia insegna che tassi di interesse elevati per un periodo prolungato finiscono per provocare una recessione. Un rallentamento dei consumi è dietro l’angolo nell’Eurozona.
 
“L’attuale rallentamento economico del mercato Usa dovrebbe continuare, ma avverrà in modo graduale. La storia insegna che tassi di interesse elevati per un periodo prolungato finiscono per provocare una recessione. La profonda inversione della curva dei rendimenti lo conferma. Le richieste di mutui negli Usa sono vicine ai minimi storici, ma anni di investimenti insufficienti stanno sostenendo i prezzi delle case. L’aumento dei tassi ipotecari sta facendo desistere i nuovi acquirenti dal loro primo acquisto, ma non ha alcun impatto sugli attuali proprietari di case, il cui tasso ipotecario è fisso e a lungo termine”. È la view di Alberto Conca, gestore del fondo Zest Quantamental Equity.
 
La grande novità del trimestre è che la debolezza economica statunitense ha iniziato a emergere anche nel settore dei servizi. Mentre eravamo abituati a vedere il settore manifatturiero dell’economia in recessione o quasi, il fatto che i servizi stiano iniziando a risentirne è un cambiamento, ma non una sorpresa. Nonostante un’economia meno sensibile alle variazioni del livello dei tassi di interesse, un aumento di 500 punti base in poco più di un anno avrà effetti sullo stato generale dell’economia, a partire dalla domanda di beni e servizi. La crescita del Pil reale si è mantenuta solida per alcuni trimestri, aggirandosi intorno al 2%. Ma quando i tassi più alti iniziano ad alimentare l’economia, continuiamo a ritenere che una recessione sia inevitabile, soprattutto in presenza di un’inflazione core persistentemente elevata, che costringe la banca centrale statunitense a mantenere un atteggiamento da falco.
 
Ricordiamo che i consumi sono il principale motore della crescita economica statunitense. Nell’ultimo anno, mentre altri settori dell’economia si stavano lentamente arrendendo sotto la pressione dell’aumento dei tassi d’interesse, i consumatori americani, favoriti dall’eccesso di risparmio e dagli stimoli fiscali legati alla pandemia, hanno continuato a sostenere l’economia spendendo una fetta maggiore dei loro redditi rispetto al lungo periodo.
 
L’altro cambiamento significativo osservato nel trimestre è l’inizio di un’inversione di tendenza nel mercato del lavoro. Con il rallentamento dei consumi di beni e servizi, è naturale che il mercato del lavoro si sia allontanato dagli estremi. Sebbene le offerte di lavoro rimangano superiori alle richieste, questo rapporto sta diminuendo. Contemporaneamente, le richieste di disoccupazione sono aumentate di oltre il 30% rispetto ai minimi, un segnale che in passato è stato spesso associato a una recessione incombente. Inoltre, i piani di aumento dei compensi da parte delle aziende stanno rallentando, limitando la crescita dei salari a circa il 5%. Poiché i tassi di interesse elevati hanno appena iniziato a ripercuotersi sull’economia, riteniamo che il peggioramento del mercato del lavoro (anche se da un punto di forza estremo) sia agli albori.
 
Con il rallentamento dei consumi e l’indebolimento del mercato del lavoro, l’inflazione dovrebbe riprendere la sua tendenza al ribasso. È vero che la vischiosità dell’inflazione ha colto di sorpresa molti investitori, i quali da tempo preconizzavano un atteggiamento più dovish (cioè che supporta tassi di interesse più bassi) da parte della banca centrale, ma i recenti dati relativi ai prezzi di beni e servizi hanno evidenziato la necessità di rimanere vigili, come confermato dalla stessa Federal Reserve. Infatti, numerose ricerche hanno dimostrato che il principale motore dell’inflazione è l’inflazione stessa, sottolineando il fattore psicologico alla base di questo fenomeno economico. A questo proposito, il recente rimbalzo delle aspettative di inflazione a lungo termine delle famiglie non fa ben sperare i più ottimisti.
 
Per quanto riguarda il ciclo economico europeo, esso si sta avvicinando a quello statunitense. Il settore manifatturiero è in recessione da tempo, motivo per cui la Germania è ufficialmente entrata in recessione tecnica dopo due dati negativi consecutivi sul Pil. Ma non si ha l’impressione di essere in recessione, soprattutto parlando con i dirigenti di diverse aziende europee, secondo i quali le prospettive sono più rosee di quanto i dati attuali e prospettici lascino intendere. Sicuramente il settore dei servizi sta resistendo bene, trainato in particolare dai paesi dell’Europa meridionale. Ma anche qui ci sono segnali di normalizzazione dell’attività dei servizi. Pertanto, con una banca centrale molto restrittiva e un’inflazione di fondo persistentemente elevata, continuiamo a ritenere che un rallentamento dei consumi sia dietro l’angolo.

Una situazione molto simile a quella della Svizzera, dove il rallentamento dell’economia globale, il recente consolidamento dell’industria finanziaria e una banca centrale falco, nonostante un’inflazione relativamente bassa, dovrebbero mantenere l’economia sotto pressione per qualche tempo. “Per quanto riguarda la Cina, infine, dopo un tiepido rimbalzo in seguito alla riapertura economica, l’economia ha ora estremo bisogno di ulteriori stimoli monetari”, conclude Conca (nella foto). “Il mercato immobiliare, che rappresenta una grossa fetta della crescita economica nazionale e dei risparmi e investimenti delle famiglie, rimane sotto pressione. Riconoscendo il problema, la banca centrale ha abbassato il tasso di rifinanziamento principale per rilanciare la crescita del credito ma, guardando al quadro generale, le sfide per l’economia persistono mentre il mondo sta rischiando una recessione globale. È quindi probabile che le autorità cinesi siano chiamate a intervenire di nuovo”.

A fine luglio l’ultimo rialzo dei tassi per Bce e Fed?

Nel 2021, sia la Bce sia la Fed sbagliarono pensando che la crescita dell’inflazione fosse soltanto temporanea. Questo precedente spingerà la Bce a enfatizzare la possibilità di ulteriori rialzi dei tassi.

Di Volker Schmidt*

I rappresentanti della BCE hanno già annunciato un altro aumento dei tassi di 25 punti base a fine luglio, che porterà il tasso di deposito al 3,75%. Per settembre, invece, le prospettive sono più intriganti, dato che in agosto non è prevista alcuna riunione e, per ora, non c’è una chiara tendenza verso un ulteriore rialzo dei tassi a settembre.

L’inflazione rimane ben al di sopra dell’intervallo obiettivo della banca centrale. Il tasso complessivo di inflazione è sceso al 5,5% a giugno, quasi dimezzandosi rispetto al picco del 10,6% di ottobre 2022, e si prevede che scenda ulteriormente al di sotto del 4% nel settembre 2023 e addirittura sotto al 3% in ottobre a causa di effetti base estremi: nella seconda metà di agosto dello scorso anno, infatti, i prezzi dell’elettricità e del gas sono esplosi sui mercati all’ingrosso e nelle settimane successive si sono trasmessi ai prezzi al consumo. Quindi, verso la fine del 2023 le cose si faranno interessanti, perché l’inflazione annua tornerà a salire per il venir meno degli effetti base. La BCE si troverà allora di fronte a una sfida decisiva e dovrà decidere se l’aumento è solo una fiammata di breve durata o se riflette il ritorno a un trend di inflazione di fondo che rimane superiore all’intervallo obiettivo della banca centrale.

La tendenza di fondo è spesso misurata sulla cosiddetta inflazione core, che esclude le componenti volatili come l’energia e gli alimenti. A giugno, l’inflazione core era del 5,4%, solo leggermente inferiore al picco del 5,7% di marzo. Quindi, anche se ipotizziamo un leggero movimento al ribasso, è praticamente impossibile che scenda sotto alla soglia del 5% entro la successiva riunione della banca centrale di settembre. Perciò la BCE si troverà ad affrontare il dilemma nel suo meeting di settembre, quando i dati più aggiornati sull’inflazione saranno quelli di agosto. E non porteranno rassicurazioni. Ricordiamo che, nel 2021, sia la BCE sia la FED sbagliarono completamente pensando che la crescita dell’inflazione fosse soltanto temporanea.

Questo precedente spingerà la BCE a enfatizzare la possibilità di ulteriori rialzi dei tassi, dopo quello di 25 punti base atteso a fine luglio. La banca centrale manterrà chiaramente la sua posizione di “falco”. L’economia dell’Eurozona rimane fragile, con il settore manifatturiero che, su tutti, di recente ha mostrato una significativa debolezza. D’altro canto, la disoccupazione rimane bassa, la liquidità delle imprese è solida, nonostante la stretta del credito, e i risparmi delle famiglie sono elevati. L’economia non è in grande espansione, ma certamente non ci sarà nemmeno una recessione nel breve termine. La BCE può quindi continuare a concentrarsi sul suo compito primario di lotta all’inflazione.

E la FED? Sebbene la banca centrale Usa non abbia ancora rilasciato dichiarazioni chiare sulla riunione di luglio, richiamandosi alla centralità dai dati economici, sono proprio questi ultimi che fanno prevedere un nuovo rialzo di 25 punti a fine luglio. Secondo il presidente Powell, infatti, una “forte maggioranza” dei membri della FED ritiene che saranno necessari almeno altri due rialzi dei tassi entro la fine dell’anno. Il mercato del lavoro mostra solo minimi segnali di debolezza, che secondo la FED non sono certo sufficienti a contenere le pressioni sui prezzi in modo sostenibile.

L’inflazione ha chiaramente raggiunto il suo picco, ma è ancora troppo alta e il tasso core è estremamente persistente. A giugno l’inflazione è scesa a un sorprendente 3%, ma il tasso core di quasi il 5% suggerisce che gran parte del calo dell’inflazione complessiva è dovuto a effetti di base. Negli Stati Uniti, i prezzi dell’energia hanno raggiunto il picco nel mese di giugno, pertanto, i segnali di indebolimento dei fattori sottostanti all’inflazione possono emergere prima negli Stati Uniti. L’estate sarà quindi un periodo molto stimolante, visto che, anche nel caso della FED, la prossima riunione si terrà solo a settembre: soltanto allora vedremo i primi segnali di un possibile rientro dell’inflazione stabilmente sotto al 3%, e da questo dipenderanno i prossimi eventuali rialzi dei tassi da parte della FED.

* Nella foto: Volker Schmidt, Portfolio Manager di Ethenea Independent Investors

Blümke, Ethenea: crescita economica poco sotto al 3% nel 2023

Le banche centrali interromperanno il ciclo restrittivo nel secondo semestre, per valutare i risultati. La recessione è ancora evitabile, se non ci saranno nuovi shock esterni.
 
“Il nostro scenario di riferimento per il 2023 prevede un’espansione dell’economia mondiale di poco inferiore al 3%. Mentre per gli Stati industrializzati si prospettano diversi trimestri di crescita debole, la Cina e i paesi emergenti forniranno un apporto positivo”. È la view di Michael Blümke, senior portfolio manager di Ethenea Independent Investors.

I dati soft hanno segnalato già nella prima metà dell’anno un’inversione di tendenza positiva. La fiducia dei consumatori è migliorata rispetto ai precedenti bassi livelli e anche gli indicatori anticipatori del settore dei servizi hanno segnato progressi. La congiuntura ha inoltre beneficiato della stabilità del mercato del lavoro, di consumi tuttora sostenuti, dell’ulteriore implementazione delle politiche monetarie e del calo dell’inflazione. La reazione delle autorità alla crisi delle banche regionali statunitensi ha scongiurato una crisi sistemica, ma l’aumento dei costi di finanziamento e l’inasprimento degli standard di concessione del credito peseranno sulla crescita economica nei prossimi trimestri. Al momento anche la crescita in Cina sta perdendo slancio.

Dopo il ciclo di inasprimento più aggressivo degli ultimi decenni, la lotta all’inflazione sortisce i suoi effetti. L’inflazione complessiva ha raggiunto il picco ed è ora chiaramente in calo. In molte regioni l’inflazione di fondo resta tuttavia troppo elevata e potrebbe consolidarsi. In ambiti quali salari, affitti e servizi i prezzi restano sotto pressione e le banche centrali devono pertanto restare vigili. La fine della stretta monetaria si avvicina, ma l’obiettivo non è stato ancora raggiunto.

Dopo aver ridotto il ritmo dei rialzi, nella seconda metà dell’anno le banche centrali dei paesi industrializzati interromperanno gli inasprimenti per valutare le ripercussioni delle loro politiche. Se il calo della domanda non sarà sufficiente a portare presto l’inflazione al target del 2%, le autorità monetarie potrebbero effettuare un’ulteriore stretta, con le relative conseguenze sulle prospettive di crescita. “La congiuntura mondiale si è dimostrata decisamente più resistente del previsto”, conclude Blümke (nella foto). “Lo scenario del “no landing” associato a un ciclo congiunturale prolungato prosegue alla luce di dati economici contrastanti ed elevate incertezze. L’effetto ritardato della stretta monetaria, la persistente inflazione elevata e l’inasprimento delle condizioni finanziarie segnalano tuttavia un rallentamento della crescita. In assenza di ulteriori shock esterni, le grandi economie dovrebbero riuscire a evitare una grave recessione nel prossimo futuro”.

Crisi del matrimonio e denatalità: quanto costa al Paese il “fattore anti-maschile”

Retribuzioni e welfare inadeguato contribuiscono a ritardare sempre di più la formazione di nuovi nuclei familiari, rallentando la crescita demografica, ma i media non parlano mai del “fattore anti-maschile”.

Consapevoli e preoccupati per la crisi demografica del nostro Paese, convinti che si facciano meno figli a causa delle condizioni economiche. È la fotografia degli italiani così come emergerebbe dal sondaggio effettuato da EMG Different, realizzato di recente in concomitanza con “Demografica: Popolazione, persone, natalità” (evento organizzato nel sessantesimo anniversario di Adnkronos).

Ben 8 italiani su 10 del campione rappresentativo intervistato (1.500 persone) sono informati sulla crisi demografica e sulle sue implicazioni in ambito sociale ed economico, ed alla consapevolezza corrisponde anche preoccupazione: il 76% degli intervistati si dichiara molto o abbastanza preoccupato soprattutto per il crescente invecchiamento del Paese (51%) e per il rallentamento della crescita economica (40%). Sulle cause della crisi, prevalgono in maniera evidente le condizioni economiche. Perché non si fanno figli? Secondo il sondaggio, per il 37% la ‘colpa’ sarebbe dell’aumento del costo della vita, della precarietà del lavoro (35%), delle basse retribuzioni (29%) e della carenza di servizi per i figli (28%). Molti, inoltre, addebitano le ragioni del basso indice di natalità alle difficoltà di conciliare lavoro e famiglia e, in alcuni casi, anche alla scelta delle coppie di avere figli in età sempre più matura (18).  

Riguardo agli interventi da attuare, in cima alle priorità ci sarebbe l’incremento delle strutture pubbliche per la prima infanzia (35, seguito dalla necessità di maggiori aiuti economici per famiglie con figli (31 e l’immancabile sostegno alle donne per conciliare lavoro e famiglia (29%, uomini non inclusi), l’incentivazione del lavoro femminile ed una maggiore collaborazione degli uomini nella cura della casa e dei figli. Tutto molto bello, peccato che sia il sondaggio che il dibattito che ne è scaturito non rivelino alcuni problemi di fondo, ben più gravi, che i media trovano in qualche modo imbarazzanti, se non addirittura “tabù”. Secondo Rino Della Vecchia* “il calo delle nascite e il processo di “invecchiamento” della popolazione sono in corso da decenni ma per poter emergere ed essere evidenti dal punto di vista demografico hanno dovuto attendere che i decessi superassero le nascite. Solo in questi ultimi anni, pertanto, il fenomeno è esploso in modo eclatante ed è diventato un tema discusso con frequenza tanto che la questione della denatalità è entrata persino nella denominazione di un Ministero del nuovo Governo”.

C’è da dire che l’Italia è uno dei primi paesi al mondo per denatalità, e questo è un dato numerico non questionabile, sul quale si innestano diverse interpretazioni riguardo alle cause e ai possibili rimedi, alimentando un  racconto mediatico che non ha quasi nulla a che vedere con la realtà, ossia con le cause vere e i veri rimedi. “I media raccontano una specie di fiaba – aggiunge Della Vecchia – Le cause contemplate dalla narrazione corrente, ossia quella cara al femminismo, fanno esclusivamente riferimento alla condizione femminile: pochi asili nido, impossibilità di conciliare lavoro (“carriera”) e cura dei figli, basso livello dei salari, esiguità degli assegni, rifiuto maschile di collaborare nell’allevamento dei piccoli e nelle incombenze della vita domestica. Motivazioni prive di fondamento, come prova l’intera storia umana, ma che costituiscono una sorta di depistaggio e insieme il pretesto per continuare ad erogare contributi finanziari soltanto all’universo femminile, a carico di tutti i contribuenti, che peraltro sono soprattutto uomini”.

L’Italia si caratterizza per avere una popolazione mediamente molto longeva (81 anni gli uomini e 85 le donne), con una quota di over 65 tra le più alte al mondo, che secondo i dati di Confindustria crescerà ininterrottamente fino al 2047, quando gli over 65 saranno quasi 20 milioni (ossia il 34% della popolazione complessiva).

L’indice di vecchiaia ha raggiunto il suo massimo storico di 187,6; pertanto, ogni 100 giovani ci sono dunque 187 anziani. Erano 130 nel 2000 e appena 58 nel 1980.

La cosiddetta Silver Economy rappresenta oggi una quota di spesa pubblica che vale circa il 30% del totale, ma il dato non tiene conto della spesa privata per domanda di servizi domestici di assistenza e cura che è a carico delle famiglie e che occupa circa 1,8 milioni di persone tra badanti e personale domestico. Gli over 65, inoltre, si caratterizzano per un consumo pro-capite medio annuo più elevato, un reddito medio più alto, una maggiore ricchezza reale pro-capite, e una solidità finanziaria superiore; tuttavia, queste caratteristiche socio-economiche della popolazione – sia dal punto di vista demografico che finanziario – a causa dell’attuale livello di denatalità faranno parte della Storia, e non di un ciclo. In poche parole, gli over 65 di oggi, con tali caratteristiche, non esisteranno più, e gli over 65 di domani, vessati da retribuzioni e pensioni di livello di gran lunga inferiore rispetto a quelle di oggi, saranno più poveri e senza alcuna resilienza al ciclo economico, poiché il loro reddito medio non sarà in grado di superare le crisi economiche che ciclicamente si verificheranno.

Ebbene, la percentuale maggiore di reddito degli attuali over 65 è certamente attribuibile agli uomini, e ciò è imputabile alla tradizionale organizzazione familistica italiana – l’uomo porta il reddito, la donna si prende cura della casa e dei figli – che gli over 65 di oggi si porteranno dietro fino alla loro scomparsa. Dalle retrovie generazionali, nel frattempo, arriva la nuova ondata di lavoratori più giovani (Millennials e Generazione Z) che, pur essendo educati dai media ai principi di parità di genere e ai supposti vantaggi che questa dovrebbe portare alla Società Economica, si trovano ad avere retribuzioni molto più basse rispetto a quelle del passato, a parità di mansioni, e sanno già che godranno di pensioni “da fame” a causa dell’incredibile tasso di vecchiaia (già visto prima) di 187 anziani ogni 100 giovani.  

Pertanto, si ha la sensazione che le istanze sulla condizione femminile e sulla parità di genere – che è cosa più “rischiosa” delle Pari Opportunità, poiché non tiene conto del principio di Meritocrazia che guida da sempre la Società Economica – vengano usate per “addormentare” il dibattito sui salari troppo bassi e, in Italia, sull’assenza della paga oraria minima (adottata da tutti i paesi occidentali), quasi a significare che tale abbassamento del tenore di vita dei più giovani sia il prezzo da pagare all’affermazione della parità “artificiale” (non meritocratica) tra uomo e donna nel mondo del lavoro. “Tutto è incentrato sulla donna-madre e sulle future madri – dichiara Rino Della Vecchia – ma sull’uomo-padre (o sui futuri padri) neanche una parola, come se il fenomeno della denatalità non debba mai dipendere, per definizione, dalla condizione maschile. Invece, è ormai evidente come la principale causa della denatalità sia il nuovo atteggiamento maschile nei confronti del matrimonio (o della convivenza) e della procreazione. Un cambiamento di prospettiva che ha diverse cause, tra cui l’espandersi del precariato per i lavoratori uomini c’entra solo in parte. Infatti, le concause principali continuano a non essere neanche sfiorate, e cioè: condizione di subalternità relazionale ed economica maschile, precarietà ormai strutturale dei legami, inaffidabilità degli impegni sul lungo termine, fine di ogni prestigio della figura paterna, asserita vicariabilità del suo ruolo educativo e, last but not least, certezza di un trattamento penalizzante, se va bene, e devastante se va peggio, in sede di separazione”.

“Oggettivamente – aggiunge Della Vecchia – è innegabile che nell’ultimo mezzo secolo – dall’entrata in vigore della legge sul Divorzio – milioni di italiani abbiano sperimentato direttamente in qualità di figli, oppure assistito nella veste di parenti, amici, colleghi etc. ai disastri delle separazioni, alle sentenze della Magistratura così smaccatamente anti-paterne, al sistematico boicottaggio della Bigenitorialità e alla restaurazione della c.d. maternal-preference, con tutto il suo portato di prassi ricattatorie ed estorsive favorite a piene mani dai tribunali civili. Tutto questo non può non aver inciso nelle prospettive esistenziali di un numero crescente di uomini, terrorizzati dall’ipotesi di legarsi ”.

“Gli uomini si stanno svegliando – conclude Della Vecchia (nella foto) – e pur se distratti da infinite preoccupazioni hanno maturato progressivamente la percezione corretta della loro condizione e di ciò che comporta il proprio ruolo all’interno della mutata realtà  che li circonda e li costringe, a seguito della separazione, a far propria la prospettiva di perdere casa, figli e risorse dopo stressanti e interminabili battaglie legali. Il tutto in un clima generale in cui si celebrano ormai tutte le genitorialità salvo quella dell’uomo etero. Ecco, di questa causa, di questa ben motivata disaffezione maschile alla riproduzione non si parla mai. Alla natura anti-paterna delle sentenze e alle prassi giuridiche anti-maschili non si fa mai cenno. E’ davvero necessario dunque dirne qualcosa e farlo bene, ossia parlarne male. Tanto male”.

* Scrittore e autore di saggi  sulla condizione maschile in Italia