Giugno 8, 2026
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Tecnocasa, crescono le compravendite degli over 64. Analisi di un segmento che vale il 9%

Nel mercato immobiliare italiano cresce il segmento degli over 64, che rappresentano una fetta importante delle compravendite. Dietro i dati, una forte diversificazione delle motivazioni di acquisto.

Quello degli acquirenti over 64 anni (i c.d. baby boomers) diventa sempre di più un mercato importante in fatto di case, consolidando una tendenza tutta italiana che vede nei c.d. patrimonials (la generazione dei genitori dei millennials) gli attori principali del patrimonio immobiliare, soprattutto per via della maggiore dotazione di mezzi finanziari e di pensioni più elevate.

Secondo Tecnocasa, i dati delle compravendite effettuate nel 2019 su tutto il territorio nazionale evidenziano che la fascia di età più attiva sul mercato è quella compresa tra 35 e 44 anni (27,8%), seguita dalla fascia di età compresa tra 18 e 34 anni (27,1%). Il 22,4% degli acquirenti ha un’età compresa tra 45 e 54 anni, il 13,8% tra 55 e 64 anni e il 9,0% è rappresentato dagli over 64, quest’ultima fascia in lieve crescita rispetto al 2018, quando si fermava all’8,4%.

Il 60,5% degli over 64 ha acquistato la casa principale, il 20,6% ha investito per mettere a reddito, il 10,0% ha comprato la casa vacanza e l’8,3% ha acquistato l’immobile per i figli. Da segnalare anche qualche acquisto per realizzare Bed & Breakfast e Affittacamere (0,5%). Rispetto al 2018 diminuisce la percentuale di acquisti per i figli (-1,6%), mentre aumentano le percentuali di acquisti di abitazioni principali (+1,3%) e di acquisti per investimento (+0,7%).  

La tipologia preferita dagli over 64 è il trilocale (34,9%), seguita dal bilocale (26,9%). Rispetto al 2018 si registra un aumento delle percentuali di acquisto dei tagli più ampi, dai 4 locali in su. Aumenta anche la percentuale di compravendite di soluzioni indipendenti e semindipendenti che passa dall’11,6% del 2018 all’attuale 12,9%.  

Infine, nel 58,4% dei casi gli acquirenti over 64 sono pensionati.

I dati provenienti dalle maggiori reti, pertanto, vedono un consuntivo 2019 in aumento, ma il Covid19 sta già facendo sentire i propri effetti anche nel primo semestre del 2020, che si prevede molto contrastato soprattutto per gli acquirenti di età più giovane, costretti a rinviare a tempi migliori l’acquisto dell’abitazione a causa del Covid19.

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Per gli over 64, invece, è più plausibile la tenuta del livello delle compravendite, grazie al migliore status economico complessivo di cui gode questo segmento.

Super Ecobonus, come aumentare il valore del patrimonio immobiliare senza spendere un centesimo

Con il decreto rilancio, il settore immobiliare beneficia di un impulso mai visto prima d’ora, grazie al c.d. Superbonus del 110% sugli interventi di efficientamento energetico o di adeguamento antisismico. Si tratta di operazioni economicamente “gravose”, che potrebbero aumentare il valore dell’immobile ed essere effettuate anche  senza esborso di denaro da parte dei condomini. Necessario, però, il supporto di un team di professionisti.

Dopo i precedenti decreti del Governo emanati per garantire aiuti a famiglie e aziende, il c.d. Decreto Rilancio prevede, tra le altre (tantissime) misure a sostegno dell’Economia, alcuni programmi specifici sulla casa, ossia sul bene che negli ultimi mesi è stato protagonista assoluto del nostro lockdown. Infatti, in considerazione della profonda incertezza legata alla fine fase due ed alla data di ingresso di una auspicata fase tre – quella in cui i nuovi contagi, i contagiati ufficiali e i decessi saranno prossimi o pari allo zero – il Governo ha introdotto sui fabbricati l’Ecobonus al 110%. Una misura senza precedenti, che entra in vigore dal prossimo 1 Luglio (con termine 31/12/2021) e mira a dare un impulso fortissimo al settore immobiliare, incentivando una gamma considerevole di operazioni ed interventi ecosostenibili particolarmente innovativi (come la realizzazione nei condomini di colonnine per la ricarica delle batterie delle auto elettriche).

Entrando nel dettaglio, gli interventi di ristrutturazione coperti dall’Ecobonus riguardano l’efficientamento energetico, l’installazione di pannelli fotovoltaici e i lavori di adeguamento antisismico. Si tratta di operazioni “gravose” in termini economici, che potrebbero però aumentare notevolmente il valore dell’intero edificio e di ogni singolo immobile, ed essere effettuate anche  senza esborso di denaro da parte dei condomini. Al contempo, è una operazione laboriosa, che richiede necessariamente il supporto di un team di professionisti e aziende fornitrici.

Dal punto di vista squisitamente finanziario e fiscale, il nuovo incentivo “potenziato” per i lavori di risparmio energetico dà diritto a un credito d’imposta del 110%, che in termini pratici, per chi accede al bonus, significa beneficiare di una riduzione delle imposte pari al valore delle spese ammissibili ed effettivamente sostenute. Il credito d’imposta, inoltre, potrà essere “monetizzato” cedendolo direttamente all’azienda che esegue i lavori e ottenendo così uno sconto totale sul prezzo finale.

In alternativa, il credito si potrà utilizzare quale detrazione nelle prossime cinque dichiarazioni dei redditi ottenendo, nell’arco dello stesso periodo, una riduzione delle imposte superiore all’importo speso.

Facciamo degli esempi pratici. Nel caso in cui si scelga lo sconto 100% in fattura relativo, per esempio, alla installazione di una caldaia, ed il preventivo dell’impresa è pari a 10.000 euro, si richiede il visto di conformità dal CAF e vengono eseguiti i lavori, senza dover pagare nulla; l’impresa avrà un credito di imposta di 11.000 euro (110%). Invece, se si opta per il credito di imposta, nell’esempio considerato si pagheranno i 10.000 euro per l’esecuzione dei lavori e si avrà diritto a detrazioni per un totale di 11.000 euro (110%), divisi in cinque rate annuali di 2.200 euro.

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Sembra evidente che la soluzione dello sconto in fattura sarà quella più richiesta, viste le condizioni economiche in cui versano molti condòmini a seguito della pandemia. Ma c’è di più. Il credito d’imposta così maturato potrà essere ceduto alle banche; per le imprese significa poter incassare, in tempi più brevi, i ricavi previsti.

Sebbene da qui al 1 Luglio la legge attuativa potrebbe contemplare l’accesso diretto del singolo immobile all’incentivo – pare che si stia discutendo sulla opportunità di estendere l’incentivo alle villette unifamiliari – al momento in cui scriviamo la misura è riservata esclusivamente gli interventi di grande entità (interi condomini, anche piccoli) e non alle singole unità abitative. Ma se consideriamo che l’agevolazione della cessione del credito d’imposta contempla anche  il rifacimento delle finestre e degli infissi, le schermature solari, gli interventi di coibentazione, le pompe di calore – quegli interventi, cioè, che già erano destinatari di detrazioni comprese “soltanto” tra il 50 e il 65% – l’intervento complessivo del Governo rappresenta una grande opportunità di aumentare il valore del proprio immobile condominiale e compensare così gran parte della minusvalenza subita dalle case nel corso degli ultimi dieci anni. Secondo Fulvio Cassetta, professionista palermitano attivo nell’amministrazione di condomini, “Una ricerca condotta un paio d’anni fa analizzando annunci immobiliari residenziali ha dimostrato che mediamente le abitazioni ristrutturate hanno un prezzo del 29% superiore a quelle non ristrutturate. Questo dato dimostra quanto l’impatto dei bonus per l’edilizia possa assumere notevole rilevanza in relazione alla valorizzazione del patrimonio immobiliare”.

Per poter aver accesso all’Ecobonus, però, bisognerà essere in possesso di determinati requisiti certificati e rispettare alcuni vincoli; in particolare, bisogna garantire, attraverso l’Attestato di Prestazione Energetica (Ape) rilasciato da un tecnico abilitato, il miglioramento di almeno due classi energetiche. Qualora non fosse possibile ottenere tale misura, ne basterà una (sempre con certificazione).

Tra gli interventi coperti dal credito d’imposta del 110%, a titolo di esempio, si potranno effettuare quelli relativi al c.d. cappotto termico, alle parti comuni degli edifici per la sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale, al raffrescamento o alla fornitura di acqua calda sanitaria a condensazione, alle spese relative allo smaltimento e alla bonifica degli impianti sostituiti, agli interventi sugli edifici unifamiliari per la sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale esistenti con impianti per il riscaldamento, il raffrescamento o la fornitura di acqua calda sanitaria a pompa di calore. Questi interventi sono quelli c.d. “trainanti”, nel senso che uno solo di questi basta a portare al 110% lo sgravio in cui possono entrare altri interventi come il montaggio di pannelli solari e di accumulatori di energia collegati ai pannelli solari, la realizzazione delle colonnine per caricare le batterie delle auto elettriche e gli interventi previsti dal vecchio Ecobonus.

Infine, per quanto riguarda le seconde case, i lavori si possono fare gratis solo se fanno parte di un condominio.

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L’Ecobonus al 110% è una misura di rivalutazione davvero formidabile, ma richiede l’intervento di molta burocrazia. Infatti, serve il via libera del condominio per i lavori sulle parti comuni, nonché attendere l’avvio delle procedure dell’Agenzia delle Entrate per richiedere il visto di conformità che commercialisti e CAF dovranno rilasciare per poter procedere con la richiesta del bonus e la cessione del credito. Serve poi l’Attestato di Prestazione Energetica (Ape), rilasciato da un tecnico abilitato per certificare che i lavori porterebbero un miglioramento di due classi energetiche (o la più alta raggiungibile), ed il miglioramento dovrà essere certificato sia prima che dopo l’ultimazione dei lavori, e solo professionisti abilitati e iscritti all’albo potranno farlo.

Tutti i dati e le caratteristiche degli interventi dovranno essere comunicati esclusivamente in via telematica e sarà anche necessario fare anche la comunicazione all’ENEA (Ente per le nuove tecnologie, l’energia e l’ambiente).

E’ evidente che, per raggiungere l’obiettivo, servirà potersi mettere in contatto con una vera e propria squadra di professionisti esperti della materia, che lavorino in sinergia tra loro ed i clienti (o chi li rappresenta, come gli amministratori di condominio). Secondo Antonino La Duca, ingegnere siciliano titolare degli “Studi di Ingegneria”, “Sarà importante, per l’utente finale, affidarsi a qualcuno in grado di compiere tutti i passaggi burocratici necessari, ed assicurare che questi vengano effettuati nel pieno rispetto delle norme, al fine di evitare future revisioni o persino richieste di rimborso da parte dell’Agenzia delle Entrate per via di certificazioni rilasciate con leggerezza“.

Focus mercato immobiliare. Giù prezzi ed affitti brevi, effetto superbonus sulla prima casa

Al momento, chi vuole vendere in fretta deve necessariamente adattare i prezzi alle mutate circostanze del mercato.  Chi ha la possibilità di attendere la ripresa di un ritmo regolare degli scambi, farà meglio a mutare le proprie aspettative.

Il Covid-19 ha cambiato, dalla sera alla mattina, le condizioni del mercato immobiliare, sebbene i prezzi siano sembrati, in un primissimo momento, alquanto stabili. Ma è solo una illusione percettiva, perché alla ripresa delle contrattazioni le quotazioni del residenziale e del commerciale stanno calando bruscamente, tanto che la peggiore delle previsioni di Febbraio è diventata oggi la più ottimistica.

Dopo l’inattività forzata causata dal lockdown, molti proprietari sono stati alla finestra, in attesa di vedere come si sarebbero comportati gli utenti in termini di visite e di offerte. Il risultato – piuttosto scontato – è quello che, al momento, chi vuole vendere deve necessariamente adattare i prezzi alle circostanze di un mercato semi-paralizzato dai profondi mutamenti avvenuti nelle relazioni sociali, sperando che si tratti solo di un  periodo di forzata “sospensione”. In caso contrario, chi ha la possibilità di attendere la ripresa di un ritmo regolare degli scambi, farà meglio a mutare le proprie aspettative.

A causa della pandemia, in generale, il rischio di correzioni nel settore immobiliare sembra essersi accresciuto, ma ciò è solo una logica amplificazione degli effetti di quanto stava già accadendo dal 2019, quando erano già evidenti i segnali di sopravvalutazione dei prezzi delle case rispetto ad una domanda sempre più funzione diretta del ciclo economico, delle mutate condizioni di reddito dell’ormai defunto “Ceto Medio” (con la generazione dei c.d. millennials che avanza in tutta la sua precarietà lavorativa) e del livello dell’occupazione. E’ questa la conclusione a cui sono giunti gli economisti della BCE, per i quali il rischio di una ulteriore discesa dei prezzi delle case è oggi più concreto. Infatti, secondo i loro modelli statistici, sussiste una probabilità del 5% che i prezzi crollino fino al 15% nei prossimi 4 trimestri, e quindi fino alla vigilia dell’estate 2021.

Questo scenario assai funesto, proveniente da una fonte piuttosto attendibile come la BCE, arriva insieme ai dati di altri players delle previsioni sul mercato delle case. Secondo Scenari Immobiliari, per esempio, il consuntivo 2020 vedrà una perdita di fatturato del mercato immobiliare del 18 per cento, pari a circa 106 miliardi di euro di valore complessivo. Questo dato, però, verrebbe compensato nel corso del 2021 da una forte ripresa e da un “rimbalzo” notevole, proporzionato agli effetti della pandemia e dal relativo blocco delle compravendite. In Europa, chi sta peggio è la Spagna, con un pesante -20,4%, mentre la Germania contiene le perdite al 10,3%. Nell’insieme, tutti i 28 Paesi dell’Unione Europea nel 2020 subiranno una flessione complessiva di fatturato di poco inferiore ai 1.000 miliardi di euro, pari al 18,1% rispetto al 2019.

In Italia, le cose non stanno messe meglio. Infatti, l’impatto del Coronavirus è stato forte anche sul settore immobiliare, e per Confedilizia e FIAIP le misure di sostegno contenute nel decreto Rilancio non sono tutte sufficienti per favorire una ripresa di compravendite, locazioni e mutui. Unica possibile “oasi” del mercato sembra essere quella della prima casa, trainata dopo la quarantena dal c.d. Superbonus del 110%, anche se secondo gli esperti di FIAIP questo strumento andrebbe migliorato sia come durata (per cinque anni, fino al 2025, contro le ipotesi del Governo che si fermano al 2022), sia in quanto ad estensione della misura, da allargare anche  alle seconde case, che già sono ricomprese nel c.d. Sisma-bonus.

Relativamente al settore degli affitti, si stima che le vacanze o trasferte di lavoro siano state cancellate in una “forbice” percentuale che, a seconda delle località, è compresa tra l’80 ed il 95%, con una forte ricaduta sull’area degli affitti brevi. I proprietari di seconde case, infatti, si stanno dirigendo verso una stabilizzazione delle fonti di reddito alternative alla pensione, aumentando l’offerta di affitti a medio/lungo termine, da preferire ad una gestione meno sicura di affitti settimanali, mensili o transitori (studenti o lavoratori fuori sede a tempo determinato).

L’aumento repentino di proprietari di immobili con problemi economici, inoltre, sta causando un fenomeno strano per il nostro Paese, nel quale queste persone in difficoltà si vedono costrette a vendere la loro abitazione per realizzare una “riserva di serenità” e andare a vivere in affitto. Eppure, l’acquisto continua a convenire rispetto all’affitto, per via dei tassi di interesse dei mutui ancora particolarmente convenienti, prezzi contenuti e/o in discesa e canoni di locazione in ascesa. Prima di lanciarsi nell’acquisto, però, chi vuole realizzare un investimento deve fare alcune valutazioni relativamente alla rendita ricavabile, al netto della tassazione, dal successivo affitto a terzi. Infatti, non tutte le zone sono vantaggiose, ed anche la tipologia dell’immobile può fare la differenza. E’ il caso dei monolocali, che rendono maggiormente a livello di affitti, soprattutto nelle città d’arte in previsione del rilancio del turismo nel 2021 o nelle mete preferite dagli studenti universitari fuori sede (Milano e Roma, soprattutto, ma anche Napoli e Palermo).

Gli anziani e la passione per gli appartamenti spaziosi. Eredi, la salvezza è il frazionamento

Sugli asset immobiliari degli anziani italiani incombe il passaggio generazionale a favore dei c.d. millennials, i quali non hanno la stessa passione per le case con molte camere o, nella maggior parte dei casi, non se le possono permettere. Come frazionare gli immobili sovradimensionati e realizzare maggior valore e rendita.

In Italia, gli anziani sono tornati improvvisamente – e tragicamente – a destare interesse per via della loro estrema fragilità di fronte alla pandemia di Covid19. Negli ultimi tre mesi, infatti, ci si è resi conto più di prima della loro grandissima importanza sociale all’interno delle reti familiari: gli anziani si prendono cura dei nipoti, hanno contatti frequenti con i propri figli adulti e li aiutano, sempre più spesso, economicamente.

Sfortunatamente, il contatto strettissimo dei giovani con i propri “anziani di famiglia” (nonni e zii) ha determinato un canale attraverso il quale il Covid19 si è trasmesso, con le conseguenze che conosciamo bene e che, in migliaia di casi, riguarderanno anche il patrimonio immobiliare oggetto di successione. In particolare, una volta che gli eredi saranno entrati in possesso delle abitazioni degli anziani genitori (o dei nonni), dovranno adottare le decisioni più disparate: andare a vivere in quelle abitazioni, lasciarle sfitte, affittarle o venderle. Negli ultimi due casi, chi ha ereditato si scontrerà ineluttabilmente con un mercato immobiliare che già prima dello scoppio della pandemia mostrava segni di “schizofrenia”: prezzi degli immobili di buona quadratura in costante diminuzione e con scambi rarefatti, e quelli della case al di sotto dei canonici 100 mq con prezzi stabili e scambi vivaci; in più, mercato dell’affitto tradizionale reso difficile dalla elevata percentuale di morosità, e “affitto breve” in ascesa.

Per chi vuole vendere gli appartamenti più grandi, pertanto, è definitivamente tramontato il mito del “mattone che sale sempre di valore” ed è necessario adattarsi a prezzi da svendita rispetto a soli cinque anni fa, ed il trend di discesa delle quotazioni non sembra aver toccato ancora il fondo.

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C’è da dire che la passione per il mattone ha sempre colpito quella fascia di popolazione che oggi, dopo molti anni di distanza dal Boom economico, costituisce la categoria degli anziani. Infatti, secondo gli ultimi dati di Bankitalia-Abi, la popolazione con 65 anni o più (circa 15 milioni di italiani), che costituisce il 20% del totale, possiede il 73% della ricchezza nazionale, di cui oltre il 61% in immobili. Questo è avvenuto perché negli ultimi trent’anni in Italia la quota di famiglie proprietarie della casa è passata da circa il 60% del 1982 a circa il 70% del 2001, anno in cui la tendenza si è stabilizzata con le nuove generazioni.

In sintesi, si rischia di far passare di mano, da una generazione all’altra, immobili difficili da gestire ad eredi che hanno redditi bassi, esattamente come un quinto degli anziani di oggi.

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Su questo enorme asset immobiliare incombe il passaggio generazionale a favore dei c.d. millennials, che non hanno la stessa passione per le case con molte stanze e, nella maggior parte dei casi, non se le possono permettere economicamente. Tale avversione, inoltre, viene alimentata dalle rendite sempre più basse degli immobili, dai loro costi di manutenzione e dalla fiscalità crescente.

Tutte queste case hanno caratteristiche che le rendono poco appetibili agli occhi dei 30-35enni di oggi. In primo luogo, esse sono dotate di finestre di scarse dimensioni per via dei metodi di costruzione tipici degli anni della crisi energetica (1970), ed anche i balconi sono del tutto inutilizzabili anche per prendere un caffè o pranzarci dentro. In secondo luogo, gli standard di costruzione non sono dei migliori, soprattutto in relazione alle norme antisismiche, e le famiglie più giovani contano generalmente un solo figlio, per cui non serve avere molte camere da letto e due servizi. In terzo luogo, gli impianti ormai vetusti richiedono continui interventi di manutenzione,  le rifiniture di capitolato (o anche quelle derivanti dalle modifiche apportate dagli attuali proprietari) non incontrano il gusto dei più giovani e richiedono, in aggiunta al prezzo dell’acquisto, anche il costo (e il disagio) di una ristrutturazione.

Quest’ultima via, però, rappresenta l’unica veramente possibile laddove si voglia realizzare una vendita più conveniente e più rapida. Frazionare un appartamento di 150 mq in due appartamenti di 65-70 mq ciascuno non richiede un investimento eccessivo (dai 15.000 ai 20.000 euro) ed i lavori, oltre ad essere finanziabili, consentono di accedere a notevoli agevolazioni fiscali.

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I vantaggi di un frazionamento sono evidenti, sia in caso di vendita, sia in caso di locazione. Relativamente alla vendita, se da un appartamento di 160 mq commerciali in una zona semi-centrale di Palermo – identico ragionamento è valido, con le dovute proporzioni, per Roma, Milano e tutte le città italiane – si possono ricavare 240.000 euro, due appartamenti da 75 mq (+ 10 mq di parti comuni), ricavati dal primo e ristrutturati, frutteranno  141.500 euro ciascuno, e cioè un totale di 283.000 euro, con una plusvalenza (al netto dei costi di ristrutturazione) di circa 20.000 euro. Per quanto riguarda le locazioni, il maggior ricavo è ancora più evidente. Infatti, nell’esempio considerato, l’immobile intero potrebbe essere affittato per 690 euro mensili (8.300 euro l’anno), mentre in caso di frazionamento ciascun appartamento non frutterebbe meno di 500 euro mensili, attribuendo una rendita maggiore rispetto all’intero (12.000 euro l’anno, + 3.700 euro) e dando la possibilità di ammortizzare i costi di ristrutturazione in soli cinque anni.

In aggiunta all’aspetto economico, ce n’è uno che riguarda il “disagio” legato tipicamente alle operazioni immobiliari: grazie al frazionamento, i tempi di attesa per entrambe le soluzioni (vendita o locazione) si ridurrebbero notevolmente, diminuendo anche il disagio complessivo dell’operazione.

Coronavirus e mercato immobiliare, profondo rosso per le case dei baby boomers

I baby boomers, in tutto il mondo occidentale, sono stati fondamentali per lo sviluppo della cultura, della politica e dell’economia, ma oggi la loro evoluzione demografica preoccupa moltissimo gli analisti del mercato immobiliare. Mentre i millennial sceglieranno di riqualificare i sobborghi, ci attende un decennio di ulteriori ribassi dei prezzi.

Gli effetti della pandemia del Coronavirus sulla salute pubblica avranno importanti ripercussioni sull’economia globale, influenzando le future tendenze in molti settori differenti tra loro. Tra questi, certamente quello immobiliare.

In Italia, in particolare, il patrimonio di case costruite dai c.d. baby boomers (individui nati tra il 1950 ed il 1965), composto da abitazioni di quadratura medio-grande, era già “sofferente” prima della pandemia, ed al suo arrivo ha fatto subito i conti con una totale immobilità: tante trattative interrotte, molte altre ripensate per via dei sopravvenuti dubbi sulla opportunità di assumere un importante impegno economico durante e dopo l’emergenza. Pertanto, le case con molte stanze saranno sempre più difficili da vendere, ed il loro prezzo appare destinato a calare vertiginosamente. Ciò significa che, nel nostro Paese – ma anche in Europa – il portafoglio immobiliare dei tipici proprietari di questa tipologia di immobili – i baby boomers, appunto – è prevedibile che subirà un duro colpo proprio mentre essi si ritirano gradualmente dal lavoro per sopraggiunti limiti di età.

Tale “congiuntura”, come vedremo, ha effetti notevoli sul mercato delle case per i prossimi dieci anni. I baby boomers (denominati anche “BBs”), in tutto il mondo occidentale, sono stati fondamentali per lo sviluppo della cultura, della politica e dell’economia; l’importanza della loro domanda di abitazioni, combinata al potere d’acquisto in crescita negli anni del c.d. Boom Economico, è stata osannata dai media fin dagli anni ’80, ed ha contribuito a generare in tutto il mondo una crescita costante del mercato immobiliare fino al 2006, allorquando negli Stati Uniti alcuni studiosi hanno cominciato a capire (pochi, in verità) che la festa stava per finire.

Poi è arrivata la “generazione X” (quella che segue i baby boomers), caratterizzata da un relativo declino nella crescita della domanda di alloggi e nella percentuale di proprietari, giunta presto in Italia al livello impressionante del 70%. Ma è la generazione precedente che continua a preoccupare gli analisti di mercato. Infatti, le pensioni dei baby boomers, che andranno via via diventando sempre più basse, già oggi non sono più in grado di alimentare il livello di compravendite, il cui prezzo medio (e quadratura media) si è abbassato notevolmente. E così, le case più grandi hanno sotto-performato in termini di crescita dei prezzi, numero di compravendite e durata media dei tempi di incasso. Inoltre, nei prossimi due decenni il numero dei BBs si ridimensionerà sempre di più – anche per via dello shock demografico causato dal Coronavirus – e si stima che almeno un quinto delle case italiane arriverà sul mercato, alimentando un circolo vizioso di continui ribassi per eccesso di offerta. Stessa cosa accadrà in Europa, con numeri meno elevati rispetto all’Italia per via delle percentuali più basse di proprietari.

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La domanda di alloggi, invece, tenderà a seguire un modello già tracciato negli ultimi anni, con netta preferenza di acquisti destinati a basse quadrature (70-80 mq, anziché la media di 120 mq dei BBs) e ulteriore sviluppo del mercato degli affitti, soprattutto stagionali e/o ad altro reddito (camere arredate per studenti, turisti e lavoratori in trasferta). Pertanto, pare che ci troviamo in una fase del ciclo di vita degli immobili in cui, con l’avvicinarsi dell’età pensionabile, i BBs tenderanno a ridimensionare il proprio stile di vita, spostandosi dalle case in cui hanno cresciuto le loro famiglie in case notevolmente più piccole, spesso con una o al massimo due camere da letto.

Relativamente alla situazione in atto, si calcola che, a livello locale, uno shock demografico dell’1% delle fasce più anziane della popolazione – come quello che sta tragicamente avvenendo nelle regioni del Nord Italia a causa della pandemia – porterà ad un aumento dell’offerta di case dell’11%, e si tratterà per lo più di abitazioni di grande quadratura, difficili da vendere, se non a costo di consistenti riduzioni dei prezzi, anche quando la situazione si sarà normalizzata.

In definitiva, gli effetti della diffusione del Coronavirus si stanno aggiungendo, aggravandola, ad una fase di lunga correzione del mercato immobiliare che, nel 2019, stava mostrando i primi segni di adattamento alla mutata composizione della domanda di abitazioni; ciò significa che tali adeguamenti continueranno probabilmente in tutto il prossimo decennio, e avranno effetti macroeconomici significativi. Questo mix micidiale di fattori congiunturali, però, potrebbe portare con sé il beneficio di invertire o accelerare questi aggiustamenti. Confinati nei loro appartamenti urbani, infatti, i millennial potrebbero tornare a preferire il distanziamento sociale garantito dal vivere nei sobborghi, invertendo le tendenze attuali di concentrazione abitativa nelle parti centrali dei nuclei urbani. Pertanto, sembra altamente probabile che la domanda di case, anche in considerazione dello sviluppo del c.d. Smart Working, si sposterà verso le parti esterne delle città, facendo nascere nuovi modelli cittadini anche nello sviluppo edilizio e, di conseguenza, nella produzione di nuove case di tipologia differente dagli edifici tradizionali.

La posta in gioco, naturalmente, sembra piuttosto alta.

Mercato immobiliare ancora in calo nel 2019, Milano e Roma le eccezioni. Cresce il mercato delle aste

L’andamento dei prezzi delle case appare ancora strettamente legato ai tassi d’interesse, ed un rialzo significativo del costo del denaro farebbe emergere tutta l’attuale debolezza del mercato.

Il 2019 si è chiuso con il segno negativo per i prezzi del mercato immobiliare. I dati di settore, infatti, rivelano un calo del 2,8%, e pare che questa tendenza al ribasso possa proseguire anche nel corso del 2020.

Nonostante il calo sia generalizzato in tutto il territorio nazionale, la Lombardia, in controtendenza, ha registrato un valore medio stabile, ed a Milano il prezzo medio per una casa ha raggiunto la quotazione di 2.960 euro a metro quadrato (seconda solo a quella media di Roma).

L’atteggiamento dell’acquirente-tipo italiano non è cambiato con il diminuire delle quotazioni, ed anzi si è perfezionato, grazie anche ai siti web del settore che offrono metodi di ricerca ricchi di dettagli che prima venivano trascurati. Pertanto, l’utente medio che aspira ad acquistare casa, oggi prende in considerazione molte più variabili che in passato, e valuta attentamente, oltre alla grandezza ed al numero delle stanze dell’immobile, la qualità dei bagni, la presenza di spazi esterni, di box auto e cantina; ma anche il contesto di quartiere, il vicinato, la vicinanza ai mezzi pubblici, a scuole ed ospedali.

Relativamente all’aumento dei prezzi a Milano, le previsioni non sono eccessivamente ottimistiche, e si pensa che l’andamento dei prezzi potrebbe rivelarsi negativo nei prossimi due anni. Infatti, la crescita del numero di compravendite dura ormai da quasi quattro anni, e si ritiene che si sia vicini al massimo fisiologico per la città. Al contrario, Roma dovrebbe avere ancora un discreto margine  di aumento dei rogiti, mentre le quotazioni rimarranno ferme (tra il -1,2% ed il +2%).

In ogni caso, l’andamento dei prezzi delle case appare ancora strettamente legato ai tassi d’interesse, ed un eventuale rialzo significativo del costo del denaro farebbe emergere tutta l’attuale debolezza del mercato immobiliare, che ha un bisogno disperato di tassi bassi per reggersi su in un panorama, tutto italiano, dove 3 famiglie su 4 sono proprietarie di casa, e l’offerta supera regolarmente la domanda. E non preoccupa affatto l’aumento dell’Eurirs a 20 anni (il parametro utilizzato per i mutui a tasso fisso), che è risalito di 55 centesimi, perché l’impatto sulle rate è piuttosto limitato e non si intravede all’orizzonte una politica monetaria meno favorevole nei prossimi anni.

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Ritornando alle quotazioni, esiste una forbice molto ampia tra alcune regioni del Nord e quelle del Sud. Per esempio, a parità di tipologia e metratura, i valori di mercato di Trentino Alto Adige (339 mila euro) e Valle d’Aosta (oltre 283 mila euro) sono all’apice, mentre quelli della Basilicata (106 mila euro) e Molise (112 mila euro) risultano inferiori anche del 65%.

Queste differenze sono confermate anche dai dati aggregati per città: a Milano le abitazioni valgono complessivamente 207,4 miliardi di euro, mentre a Napoli 104,5 miliardi di euro, quasi la metà.

Accanto al mercato immobiliare ordinario, sempre più potenziali acquirenti si rivolgono al mercato delle aste, dove si possono trovare occasioni irripetibili per chi ha liquidità, e gli immobili di pregio (più grandi e centrali) scontano parecchie difficoltà nella vendita per via della crisi di liquidità e per la stretta creditizia delle banche, poco restie a concedere mutui di grande entità.

Si tratta di un vero e proprio mercato parallelo, composto da operatori specializzati che operano nelle aste dei tribunali. Infatti, ogni qualvolta l’asta va deserta, il bene subisce una riduzione del 25%, da cui ripartirà il prezzo dell’asta successiva. Secondo ReViva (startup italiana specializzata in aste immobiliari), il deprezzamento medio è pari al 57%. Del resto, in Italia si svolgono ogni anno circa 130 mila aste, durante le quali vengono aggiudicati immobili residenziali, non residenziali e terreni.

Si tratta di un giro di 12 miliardi di euro, ammantato di riservatezza e, anche per questo, ancora poco accessibile.

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Valorizzazione del patrimonio immobiliare privato: un business miliardario, ma solo sulla carta

Molti condomini non hanno il denaro per la propria quota di intervento, oppure ce l’hanno ma non ritengono la spesa come una reale opportunità di investimento, perché “stanno già dentro” il proprio immobile e non pensano di poterlo vendere in futuro.

Le recenti rilevazioni di Banca D’Italia (pubblicate a Maggio 2019) hanno svelato che, sul totale della ricchezza delle famiglie e delle società finanziarie italiane a fine 2018, la quota di patrimonio immobiliare delle famiglie era pari al 58%, di cui la maggior parte (88,5%) costituito da abitazioni (il resto immobili non residenziali e i terreni). Questo dato non si discosta molto da quelli dell’Agenzia delle Entrate che, attraverso i servizi catastali, ha confermato che il 76% di circa 75 milioni di unità immobiliari è di proprietà delle persone fisiche.

Si tratta, per lo più, di immobili trasmessi da generazione in generazione, di padre/madre in figlio, e non di patrimoni frutto di scelte di investimento. C’è una fascia di investitori che è ancora attratta dagli immobili come asset class di investimento. Secondo il Wealth Report 2018 di Capgemini, infatti, la clientela private non ha perso il vizio del mattone, ed anzi alimenta un mercato vivace che, però, si scontra con un elevato indice di vetustà degli edifici, provenienti prevalentemente da un accumulo statico di proprietà, caratterizzati da ridotta profittabilità e urgente bisogno di riqualificazione. Sono affetti da questi problemi anche i patrimoni immobiliari di ragguardevoli dimensioni – persino quelli in località di pregio o in contesti turistici – formati da molti immobili inutilizzati, che non rispondono più ai bisogni originari e quindi non soddisfano la nuova domanda immobiliare, profondamente mutata.

Eppure, secondo il nuovo Rapporto Dati Statistici Notarili, in Italia continua la ripresa del mercato, che nel primo semestre 2019 ha segnato un +5,91% che fa seguito al +10,72% registrato nel primo semestre 2018 rispetto al 2017, mentre i prezzi aumentano solo per le nuove abitazioni. Nel primo semestre 2019 le compravendite di fabbricati sono state 344.249 rispetto alle 325.047 del primo semestre 2018, e l’88,63% dei fabbricati abitativi e’ stata venduto da privati, con un incremento del 4,53% per le prime case e dell’8,68% per le seconde case (dalle imprese costruttrici e’ stato venduto il restante 11,37%, con una crescita del +7,70% per le prime case e +6,12% per le seconde).

Secondo il rapporto DNS, nel primo semestre 2019 l’aumento dei prezzi riguarda solo gli immobili venduti dalle imprese (prezzo medio 200.000 euro rispetto ai 185.288 del 2018), mentre si assiste ad una lieve diminuzione dei prezzi degli immobili venduti dai privati (110.001 euro rispetto ai 113.000 del 2018). La maggior parte degli scambi riguarda immobili che rientrano nella fascia di prezzo tra 0 e 99.999 euro (pari al 43,15% cui corrisponde un +6,51% rispetto al I semestre 2018) e tra 100.000 e 199.999 euro (pari al 38,88% cui corrisponde un aumento del +2,80% rispetto al I semestre 2018).

Relativamente ai mutui, nel primo semestre del 2019 registrano una frenata rispetto alla crescita degli anni precedenti: -0,61% i finanziamenti sui fabbricati e -1,59% i finanziamenti relativi ai terreni edificabili. In calo le surroghe (-25,98%), che ormai sono pari a meno del 10% del totale delle operazioni, e netta prevalenza per  i finanziamenti di importo fino a 150.000 euro (ma con un aumento significativo anche dei mutui di importo compreso tra i 200.000 e i 300.000 euro).

La domanda che gli operatori del settore più tradizionale di sempre si pongono oggi è pressoché unanime: Il settore immobiliare può ancora essere un business?

La risposta è positiva, ma è necessario rivedere le strategie in profondità. In particolare, è imprescindibile intervenire con veri e propri studi di valorizzazione, che partano dal contesto socio-economico territoriale per individuare nuove funzioni immobiliari e, attraverso la riqualificazione, produrre una sorta di “rigenerazione” del patrimonio. Infatti, la crescita del mercato dell’affitto (e soprattutto dell’affitto breve) è stata determinata dall’attenzione degli investitori verso la ricerca diretta di immobili già a reddito, con un buon tasso di rendimento e situati in località primarie e/o turistiche; per molti di loro, però, il problema della vetustà di questi cespiti si è presentato immediatamente. In particolare, tutti coloro che hanno acquistato singole unità all’interno dei grandi condomini costruiti dopo il 1950, in piena speculazione edilizia, si sono trovati a dover gestire interventi di manutenzione straordinaria molto costosi, necessari per il semplice ripristino dei normali livelli di funzionamento e sicurezza degli impianti e degli stessi edifici. Nulla è stato fatto per una vera riqualificazione, anche energetica, di questi caseggiati.

Il vero business, in tal senso, sarebbe quello dei grandi condomini (da 40 appartamenti in sù) i quali, sebbene comportino numerose lungaggini nei processi decisori (assemblee interminabili, ricorsi etc), hanno in sé le migliori chance di rivalutazione delle singole proprietà. La teoria, però, spesso si scontra con la realtà: molti condòmini non hanno il denaro per la propria quota di intervento, oppure ce l’hanno ma non vedono la spesa come una opportunità di investimento, perché in fondo “stanno già dentro” il proprio immobile, e ritengono un aumento del suo valore come ininfluente per la propria vita, non pensando ad una sua vendita a terzi.

Ecco perché il settore, nonostante gli sgravi fiscali interessanti, rimane al palo.

I tassi di interesse negativi, peraltro, spingono all’acquisto o alla ristrutturazione di immobili ad alto rendimento (quelli vicino le università o in località fortemente turistiche) anche coloro che non lo avevano mai preso in considerazione, perché timorosi delle variabili tipiche (tassazione, rischio di manutenzione straordinaria, rischio di insoluti e contenzioso etc) di chi possiede case da mettere a reddito. Questo ha permesso la nascita di nuovi imprenditori dell’immobiliare – ancora pochi, per la verità – che, in tutta evidenza, hanno soddisfatto entrambi i requisiti richiesti oggi dal settore: riqualificazione e redditività. Il mercato ne trarrà beneficio, ma solo se il loro esempio verrà seguito da un numero sempre maggiore di grandi pluri-proprietari, rimasti ancorati alle locazioni tradizionali e non ancora convertiti all’affitto breve.

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La crisi del mercato immobiliare continuerà ancora a lungo. Siamo ancora dentro la “Grande Scommessa”?

Ha ancora senso parlare degli immobili come un investimento della vita? Oppure siamo ancora dentro l’onda della crisi cominciata nel 2008?

In generale, per comprendere bene ciò che succede oggi , dobbiamo ricordare cosa è accaduto ieri. E se non lo ricordiamo, dobbiamo chiedere a chi ha buona memoria.
A volte, ci viene in aiuto il Cinema, che con il cult-movie “La Grande Scommessa” (“The Big Short”, USA 2015) vi farà conoscere il passato recente in modo chiaro e, grazie alla storia tracciata con maestria da Adam McKey, vi farà comprendere come ciò che succede oggi al mercato immobiliare è la diretta conseguenza di ciò che succedeva circa dieci anni fa negli Stati Uniti.
Qualora non abbiate voglia di vedere il film, vi raccontiamo noi brevemente.
In quell’epoca assai vicina accadeva che il prezzo delle case veniva “drogato” dalla estrema facilità con la quale venivano concessi i mutui. Il meccanismo perverso era questo:

  • le banche davano il mutuo a chiunque, anche ai disoccupati, ma a tasso variabile;
  • tutti costoro compravano casa, anche più di una;
  • ogni sei mesi, per qualche anno, il valore della casa aumentava anche del 20%, grazie al libero accesso al credito bancario e alla domanda di case che cresceva di settimana in settimana;
  • coloro che avevano stipulato il mutuo, ogni sei mesi chiedevano di rinnovarlo, per monetizzare la plusvalenza; le banche periziavano la casa, deliberavano in 48 ore il nuovo valore, e drenavano liquidità sui conti dei titolari;
  • questi, in tal modo, mantenevano un elevato tenore di vita, acquistavano ogni sorta di diavoleria elettronica e potevano permettersi di pagare le rate del mutuo che diventavano più alte ad ogni rinnovo;
  • nel frattempo, le banche d’affari “cartolarizzavano” i mutui, cioè li prendevano in quantità, senza alcuna distinzione, e li impacchettavano dentro obbligazioni a cui le agenzie di rating – quelle che oggi sono diventate irreprensibili censori di stati e grandi aziende – attribuivano generosamente la valutazione massima della doppia o tripla A;
  • non appena i tassi sono saliti in modo apprezzabile, le rate di mutuo a tasso variabile sono diventate insostenibili, dal momento che, ogni volta che i titolari avevano monetizzato la plusvalenza realizzata sulla casa, i mutui venivano rinnovati con un importo superiore rispetto a quello iniziale;
  • le rate, divenute pari anche al triplo rispetto a qualche anno prima, non venivano più pagate, e le case andavano all’asta (in USA queste procedure esecutive durano al massimo tre mesi, non tre anni come in Italia);
  • gli acquisti delle case si sono fermati nel giro di pochissimo tempo, mettendo in ginocchio il settore dell’edilizia abitativa, ed il prezzo degli immobili è crollato, insieme alle obbligazioni c.d. “subprime” (quelle con dentro i mutui), che diventavano carta straccia;
  • la gente ha perso casa e lavoro, e centinaia di banche sono fallite. La crisi si è propagata presto in tutto il mondo, con un effetto domino che ha messo in dubbio persino la validità del c.d. Modello Economico Capitalistico, trasformandolo fin dalle sue fondamenta.

Questa la trama del film, tratto da una storia vera, nel quale i protagonisti – un piccolo gruppo di analisti finanziari dell’epoca – comprendono in anticipo cosa stia succedendo e, appunto, scommettono tutto quello che hanno sul crollo delle obbligazioni e dei mercati, vincendo una vera fortuna.

La domanda è: siamo usciti da quel tunnel, o siamo ancora dentro la “Grande Scommessa”?

Tranquilli, qui da noi le banche danno i soldi solo ai grandi imprenditori (anche con garanzie insufficienti) e, tra i comuni mortali, li danno a chi i soldi già li ha ma non vuol privarsene. Il resto della ciurma sta nella stiva. Pertanto, l’effetto subprime in Italia ha avuto inizio quando le banche italiane hanno smesso di erogare il credito, terrorizzate dalla possibilità che le piccole e medie imprese, strette nella morsa della crisi, non potessero onorare gli impegni.

Comportamento illogico e, sotto certi aspetti, veramente miope: proprio in un momento di crisi le aziende con un business robusto ma temporaneamente in difficoltà sono da sostenere con il credito, non da abbattere con immotivati rientri nei fidi… Ma si sa, la qualità dei banchieri italiani è quella che è.

Il 2010 passerà alla storia del credito come l’anno in cui le banche italiane hanno dato “budget zero” sui mutui alla rete commerciale.

Avete capito bene: zero.

In pratica, hanno detto alla propria rete commerciale di non farne; e ai clienti che li chiedevano, non potendo dire “non facciamo mutui”, le banche frapponevano indagini patrimoniali fino al ramo familiare del sesto grado.
Niente mutui, niente compravendite di case. Anche da noi, quindi, il loro prezzo è sceso di brutto; si va dal -35% di Palermo ad un buon -20% di Milano e Roma.

E’ ancora conveniente investire in immobili? Ha ancora senso parlare degli immobili come un investimento della vita, “tanto salgono sempre di valore”?

Propendiamo per il no ad entrambe le domande, e la lezione proveniente dagli USA dovrebbe insegnarcelo. In Italia, infatti, siamo di fronte ad un cambio di era geologica dal punto di vista immobiliare, solo che stentiamo a prenderne atto.

Diversi sono i fattori che dovrebbero imporci di fare molta attenzione all’acquisto di case che non servano a soddisfare la loro funzione di servizio primaria, e cioè abitarci dentro. Innanzitutto, le quotazioni, nel lungo periodo, sconteranno un ulteriore calo dei valori per via della massiccia migrazione di giovani in altri paesi. Infatti, la partenza dall’Italia di decine di migliaia di “futuri acquirenti immobiliari” ogni anno, ha effetti durevoli sulle quotazioni future, e condiziona fortemente le previsioni sui prezzi. Inoltre, a questo scenario dobbiamo aggiungere il subentro, nel mercato delle compravendite, di famiglie straniere (oggi circa sei milioni di non-italiani residenti in Italia) i cui modesti mezzi finanziari garantiscono una copertura solo per gli immobili non di pregio e più popolari.

Inoltre, avete notato come oggi alcune banche si propongano come agenzie immobiliari? Non si tratta certo dell’apertura di un nuovo business, ma di una spia della crisi del mercato. Il motivo ricade squisitamente sui problemi di bilancio: se una banca manda un immobile all’asta per crediti insoluti, dovrà iscriverlo a bilancio con un valore inferiore, e quindi inserire a riserva quei capitali che verrebbero così distratti dal business principale, ossia fare credito. Se lo vende al mercato, praticando anche uno sconto medio del 20%, la banca evita il penalizzante prezzo d’asta a riserva obbligatoria ed il suo bilancio “respira”, ma sul mercato arrivano immobili a sconto che abbassano o tengono ferme al ribasso le quotazioni medie delle case, soprattutto quelle di quadratura più grande, costruite per i baby boomers.

Gli amici agenti immobiliari, pertanto, non hanno niente da temere (i debitori, sì).

In ultimo, ma non meno importante (forse, l’elemento più importante di tutti), la riforma del catasto spezzerà il mercato delle compravendite immobiliari. Le transazioni, infatti, avranno come base imponibile i valori OMI (Osservatorio Immobiliare Agenzia delle Entrate), e questo determinerà un ulteriore calo delle quotazioni per via di una maggiore tassazione. A ciò si aggiunga che:

  1. gli immobili sconteranno imposte di successione e donazione sempre più elevate, tanto che parte delle case dovrà essere gradualmente venduta dai grandi detentori di immobili per approntare la liquidità necessaria agli eredi per pagarle;
  2. il c.d. rischio del conduttore, ossia gli insoluti da locazione e le spese da ristrutturazione straordinaria, per via della crisi e della sempre maggiore età media degli immobili, aumenterà a dismisura;
  3. le case sono caratterizzate da scarsa liquidabilità;
  4. il loro reddito è da tassare…

Insomma, è cambiato il vento: comprare immobili da puro investimento non è più conveniente, e tutti noi stiamo inesorabilmente passando dall’”Era Immobiliare” all’”Era dell’Abitazione”.

Non è come la scomparsa dei dinosauri, ma poco ci manca.

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Mercato immobiliare, prezzi in lieve flessione ma timidi segnali di ripresa. Il Centro-Nord traina le compravendite

Prezzi in leggera flessione per le unità immobiliari già esistenti, ma per le abitazioni di nuova costruzione si evidenzia un seppur modesto aumento.

Articolo di Domenico Amicuzi*

Un mercato ancora alla ricerca di una sua stabilità, quello immobiliare italiano. Neanche i recenti aumenti del numero di compravendite, infatti, si sono accompagnati ai paventati rialzi dei prezzi, per cui risulta difficile intravedere un indirizzo generale a cui potersi aggrappare per l’immediato futuro.

Questo il tema di fondo che anima il dibattito degli esperti, i quali convergono solamente su ciò che si vede a occhio nudo: le compravendite aumentano e i tassi dei mutui (mai visti così bassi) certamente aiutano questo trend dei volumi, ma i prezzi rimangono schiacciati verso il basso.

Per analizzare meglio lo stato dell’arte, ci verrà in aiuto un rapido esame delle informazioni di mercato più recenti. Nel corso del primo trimestre del 219, secondo i dati forniti dall’Agenzia delle Entrate il numero di transazioni residenziali è stato pari a 138.525, registrando un +8.8% rispetto lo stesso periodo dello scorso anno.

Ma i segnali di ripresa non emergono solo dal comparto residenziale. Infatti nel corso dei primi tre mesi del 2019 si è confermato il trend di crescita a livello complessivo raggiungendo un totale di 275.686 transazioni, segnando un incremento del 8.9% rispetto lo stesso periodo del 2018.

Oltre al comparto residenziale, giungono segnali molto incoraggianti anche dal settore terziario–commerciale, fissando una crescita pari al 5.9%.

Casa in vendita

Per quanto riguarda i volumi, sono soprattutto le grandi città a mettersi in mostra: Milano ha registrato un +11.3%, Roma +11.9%, Genova +15.2% e Bologna +12.9%.

Anche su scala nazionale è il centro-nord a trainare il mercato immobiliare, con il Nord che fa registrare un incremento del 10.4%, il centro del +10.7%, mentre il sud manifesta una variazione meno marcata con un +4.3%.

Dopo circa dieci anni di tendenza negativa, emergono dunque segnali positivi, perlomeno dal punto di vista della crescita del numero di compravendite, consolidando l’aumento del +6.6% fatto segnare nel 2018.

Per quanto invece concerne i valori di mercato, pare non essere ancora giunti ad una stabilizzazione. In particolar modo risulta una flessione dei prezzi in ambito residenziale focalizzato sulle unità immobiliari già esistenti. Mentre per le abitazioni di nuova costruzione si evidenzia un seppur modesto aumento dei prezzi.

Le prospettive future vedono il persistere dell’aumento del numero di compravendite a livello nazionale, con le unità residenziale di nuova realizzazione a fare da traino.

Sul fronte delle quotazioni, proseguirà probabilmente la fase di stabilizzazione, con una differenziazione da porre in essere tra le grandi città e le aree periferiche o le piccole province.

Infatti, soprattutto per quanto riguarda Milano potremo assistere ad incrementi seppur lievi dei valori immobiliari. Mentre nei piccoli centri e nelle zone meno centrali, continuerà un moderato calo, complice la vastità dell’offerta di unità abitative abbinata ad una flebile domanda abitativa.

* Real Estate Specialist, operativo da 15 anni con i più importanti brand italiani del settore

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Mercato immobiliare, gli italiani emigrano e non comprano. Gli immigrati regolari valgono già 100 miliardi

Le richieste di case provenienti dalle famiglie di immigrati sono sempre in aumento, e presto potrebbero raggiungere la cifra di un milione. Sempre giù il mercato di compravendite dei residenti.

Secondo l’ultimo rapporto annuale realizzato da Scenari Immobiliari, il mercato immobiliare italiano degli immigrati regolari vale oggi più di quello dei residenti, e i dati relativi ai loro acquisti di case mostrano un giro d’affari in aumento anche nell’anno in corso, con un incremento stimato del 13,7% rispetto al 2018, pari a 5 miliardi di euro.

Grazie a questo trend, che dura già da qualche anno (soprattutto nei piccoli centri e nelle periferie delle grandi città del nord e del centro), il 21,5% degli immigrati “di lungo corso” – quelli arrivati da circa 30 anni – abita in una casa di proprietà, e negli ultimi 12 anni sono 860.000 le case acquistate da loro, per un volume d’affari complessivo che ha superato i 100 miliardi di euro.

Il numero maggiore di compravendite si è realizzato a Milano, Roma e Bari, con una fascia media di costo pari a circa 100.000 euro; la tipologia più ricercata è quella degli immobili di bassa qualità ma sufficientemente spaziosi e in periferia.

Il Rapporto realizzato da Scenari Immobiliari evidenzia la possibilità che in breve tempo le abitazioni acquistate da immigrati in Italia possano raggiungere il numero di un milione. Ma gli immigrati trainano anche il fiorente mercato delle locazioni. Infatti, solo uno di loro su cinque vive in una casa di proprietà, mentre il 63,5% è in affitto e il restante 15% diviso tra la sistemazione da parenti e connazionali o il pernottamento in luoghi di fortuna. In considerazione dell’alto tasso di occupazione (gli immigrati regolari, prima o poi, trovano tutti lavoro!), anche quel 15% è destinato, nei prossimi anni, ad alimentare il numero di locazioni e compravendite.

Ma se la domanda proveniente dalle famiglie di immigrati è sempre in grande fermento, quella dei residenti è appiattita sul fondo ormai da qualche anno, con l’offerta che ancora supera la domanda. Gli esperti attribuiscono tale

fenomeno, innanzitutto, agli effetti di una congiuntura economica sfavorevole di lungo periodo, che porta ogni anno decine di migliaia di giovani italiani a cercare all’estero un futuro professionale migliore. Questo trend è in preoccupante aumento negli ultimi 10 anni, durante i quali si calcola che almeno 700.000 giovani laureati e diplomati (ossia, 700.000 futuri potenziali acquirenti di case!) abbiano scelto Germania, Francia, USA e UK (ma anche Albania e altri paesi dell’Est Europa) per lavorare in un contesto migliore di quello italiano. Ciò spiega il tasso di sostituzione che si è verificato tra gli acquisti dei residenti e quelli degli immigrati regolari, i quali, di fatto, oggi sostengono il mercato.

Questa enorme rivoluzione ha determinato anche un differente ruolo attribuito alla casa da questi due gruppi di acquirenti, sia in base alla finalità che alla topologia ricercata: semplice abitazione per gli immigrati, abitazione-investimento per i residenti; casa di media quadratura ed in periferia per i primi, spaziosa ed in zone centrali (o semi-centrali) per i secondi.

Di conseguenza, anche il modello di business del mercato immobiliare si trova ad un punto di svolta epocale, oltrepassato il quale niente sarà più come prima. Noi pensiamo che quel punto di svolta sia già stato superato, e che gli italiani abbiano smesso ormai da tempo di considerare il mattone come il “l’investimento più sicuro”.

I sintomi di un simile scenario di crisi del settore ci sono tutti, come testimonia il livello dei tassi sui mutui, che la generazione dei baby-boomers non aveva mai visto così basso fino ad oggi. Pertanto, anche il modello di marketing delle vendite immobiliari deve necessariamente individuare nuovi spunti che possano arricchire e veicolare la domanda verso soluzioni il più possibile “su misura” e “a target”. Le grandi reti di intermediazione, fiutando già qualche anno fa il trend in aumento proveniente dalle famiglie di immigrati regolari, avevano già avviato politiche di marketing operativo fortemente geo-localizzate, nonchè pronte ad accogliere le richieste delle famiglie immigrate regolari, alle quali veicolare una “scheda-immobile” semplice e immediata: localizzazione periferica, quadratura medio-piccola, rifiniture normali, vicinanza alle fermate dei mezzi pubblici.

Tutt’altre caratteristiche deve avere, invece, la “scheda” informativa da destinare alla domanda dei residenti che già abitano, al momento della ricerca, nei semi centri cittadini o nelle zone più centrali. Nel loro caso, l’esigenza di abitarci dentro è pari all’interesse all’investimento, per cui le variabili da utilizzare sono:

– l’aumento di valore realizzabile con la ristrutturazione,

– il valore locativo,

– la vicinanza a servizi e scuole,

– il risparmio derivante dalla prossimità al posto di lavoro,

– i futuri (e previsti) miglioramenti del contesto di quartiere,

– la previsione di apertura di ipermercati e centri commerciali,

– i nuovi servizi per la città (metropolitana, ospedali, tram etc).

Tutti questi elementi fanno sì che si possa determinare il calcolo di un rendimento prospettico, che tanto piace ai patrimonials (i genitori dei millennials).

Di recente, il tema dei dati scientifici con cui corredare la scheda informativa di un immobile è stato trattato alla tavola rotonda organizzata MVA-Master in Valutation & Advisory del Politecnico di Milano. Lo scopo di questo incontro tecnico è stato quello di valutare il superamento della logica secondo la quale un bene vale per quanto produce, sostituendola con quella del valore per quanto può produrre se si attuano determinate circostanze (esempio, l’arrivo della linea metropolitana), o se si attuano determinate modificazioni (esempio, cambio d’uso da ufficio ad alloggio).

La conclusione degli esperti è che c’è grande bisogno di una figura professionale che sia in grado di redigere una analisi immobiliare (legale, tecnica, contabile, di rischio) in grado di rispondere compiutamente alle domande degli investitori.

Si tratta di un’esigenza che sarà sempre più sentita in Italia, dove il patrimonio immobiliare è tra i più vecchi d’Europa ed oltre la metà degli edifici, realizzati prima degli anni ’70, necessita oggi di continui interventi straordinari che influiranno inevitabilmente sul loro prezzo di vendita futuro.

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